Destra di Popolo.net

“IL TEMPO” VERSO LA TOSINVEST DI ANGELUCCI, A RISCHIO IL 70% DELLA REDAZIONE

Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile

IL RE DELLE CLINICHE, GIA’ PROPRIETARIO DI “LIBERO”, HA OFFERTO 12,5 MILIONI PER LA TESTATA

Con un taglio netto del 70% dei giornalisti, la testata Il Tempo si prepara a passare di mano.
Lascia il costruttore romano Domenico Bonifaci — che aveva acquistato il giornale dal gruppo Caltagirone alla fine degli anni ’90 — ed entra in campo la famiglia Angelucci, già  proprietaria di Libero.
Il panorama editoriale romano si avvia così ad un riassetto di poteri a pochi mesi dall’appuntamento elettorale forse più delicato degli ultimi decenni, le prossime elezioni comunali.
In campo rimangono il colosso Caltagirone, proprietario del Messaggero, con interessi diretti nella gestione degli acquedotti romani e laziali (controlla una quota importante di Acea), con la new entry del gruppo Tosinvest, saldamente in mano al re delle cliniche Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia presente in cinque commissioni parlamentari.
La Tosinvest (società  cassaforte del gruppo Angelucci) ha presentato la scorsa estate ai commissari giudiziali incaricati di gestire la crisi aziendale de Il Tempo un’offerta da 12,5 milioni di euro per l’acquisto della testata.
Le condizioni poste sono durissime: riduzione del personale giornalistico dagli attuali 38 redattori a 15 (oltre al direttore) e un taglio non ancora definito nei dettagli del personale poligrafico. Una vera emorragia.
L’intenzione della famiglia Angelucci sembrava chiara fin dall’inizio: cercare una “sinergia” tra Libero e Il Tempo, mantenendo due testate con un corpo redazionale ridotto.
Il 9 gennaio scorso i commissari giudiziali nominati dal Tribunale di Roma per gestire il concordato preventivo del gruppo editoriale hanno sostanzialmente accolto il piano Angelucci, inviando una nota ai creditori, che entro marzo dovranno esprimersi.
Il taglio netto di circa il 70% dei giornalisti contrattualizzati pesa ovviamente come un macigno.
“Vedremo se ci saranno margini per un’ulteriore trattativa”, ha commentato a ilfattoquotidiano.it il direttore Gian Marco Chiocci. Per poi aggiungere: “Ma in ogni caso meno male che ci sono gli Angelucci, così riusciamo a salvare la testata”.
La reazione del Cdr è sostanzialmente di attesa. Dopo una riunione con la Fnsi e con l’associazione stampa romana, i rappresentanti sindacali dei giornalisti spiegano che i numeri dei tagli dovranno passare per una fase di trattativa con la nuova società .
Di certo la nuova fase nasce con la peggiore prospettiva: “Il documento dei commissari giudiziari non lo abbiamo ancora ricevuto, formalmente non ci è stato inviato”, commentano i rappresentanti del Cdr.
Il documento, che girava informalmente, per ora lo hanno ricevuto solo i creditori.

Andrea Palladino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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DE LUCA DI NUOVO SOTTO INCHIESTA: “FALSO IN ATTO PUBBLICO” QUANDO ERA SINDACO

Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile

COSTI LIEVITATI DI OTTO MILIONI PER PIAZZA LIBERTA’ A SALERNO… INDAGATI ANCHE QUATTRO CONSIGLIERI REGIONALI

La nuova inchiesta sul governatore Pd della Campania Vincenzo De Luca, accusato di falso in atto pubblico per un paio di delibere risalenti a quando era sindaco di Salerno, nasce apparentemente su un principio di buon senso.
Se progetti una piazza su un’area sopra a un torrente, il Fusandola, e vicino al mare, devi prevedere che quando scavi per posare le fondamenta troverai un po’ d’acqua e dovrai fare consistenti lavori di impermeabilizzazione e di messa in sicurezza.
Nella “Repubblica del Crescent” invece non ci hanno pensato. Anzi, è l’accusa dei pm, ci hanno pensato dopo: a giochi fatti e ad appalto per la realizzazione di piazza della Libertà  già  chiuso ed assegnato a Esa Costruzioni.
La Procura di Salerno, allertata nel 2011 da un esposto del comitato No Crescent, ha aperto un fascicolo per vederci chiaro su cifre e procedure. Iter dubbio. Gara forse truccata.
E quegli 8 milioni di perizia di variante per un evento “imprevedibile” solo per i tecnici, i progettisti, i funzionari e i politici locali.
Una “sorpresa geologica” che non era, e non poteva essere, una sorpresa, sostiene la Procura. Il torrente Fusandola non è nato dalla sera alla mattina.
La Finanza ha notificato 26 avvisi di conclusa indagine. I reati contestati spaziano dal peculato alla turbata libertà  degli incanti al falso, fino alla frode nelle pubbliche forniture.
Sono contestati poi reati tributari ad alcuni indagati, tra i quali Mario Del Mese, che avrebbero emesso fatture false per centinaia di migliaia di euro a Esa Costruzioni.
I pm Antonio Cantarella e Guglielmo Valenti hanno ricostruito la storia dell’appalto, del progetto, della variante, dei costi caricati sull’ente pubblico.
E’ un filone bis rispetto a quello, più avanzato, dei crolli che misero a rischio la tenuta statica della costruenda piazza più volte sequestrata.
De Luca è accusato di falso in atto pubblico. Sempre in qualità  di ex primo cittadino.
Con lui sono indagati gli assessori dell’epoca: il vice sindaco Eva Avossa, Alfonso Buonaiuto (assessore al Bilancio di Salerno in carica e attualmente capo della segreteria tecnica del governatore), Luca Cascone (oggi consigliere regionale), Domenico De Maio, Augusto De Pascale, Ermanno Guerra, Vincenzo Maraio (oggi consigliere regionale), Francesco Picarone (oggi consigliere regionale), Gerardo Calabrese, Aniello Fiore (oggi consigliere regionale). Rischiano tutti il processo per aver approvato il 6 agosto 2010 e il 16 febbraio 2011 due delibere che inserivano come “straordinarie” opere già  previste nel progetto originario e che assorbivano come corrette le dichiarazioni del direttore dei lavori e del responsabile unico del procedimento sull’esistenza di imprevisti geologici che rendevano necessaria l’approvazione di una perizia di variante per potenziare le misure di impermeabilizzazione delle strutture interrate della futura piazza di fronte al lungomare di Salerno.
Le due delibere sono state istruite su relazioni e atti predisposti da diversi tecnici, tra i quali l’ingegnere Domenico Barletta. Barletta è coimputato con De Luca nel processo per il termovalorizzatore di Salerno.
Entrambi sono stati condannati in primo grado per abuso d’ufficio per la nomina di Alberto Di Lorenzo (anche lui condannato) a project manager del mai realizzato impianto di Cupa Siglia. Barletta e Di Lorenzo sono indagati anche in questa inchiesta.
Sono accusati di turbativa d’asta per la gara della posa in opera della pavimentazione aggiudicata da Esa Costruzioni. Barletta deve difendersi poi anche da svariate accuse di falso per l’attestazione della regolarità  tecnica della delibera di giunta e di peculato per la liquidazione indebita di alcune somme.
Proprio oggi il legale del governatore campano, Paolo Carbone, ha chiesto l’assoluzione perchè il fatto non sussiste nell’arringa al processo d’appello per la nomina del project manager.
In primo grado era arrivata la condanna per abuso d’ufficio con sospensione della pena. Da qui era partito il provvedimento di sospensione ex legge Severino, poi bloccato dal tribunale di Napoli in attesa del giudizio della Corte Costituzionale.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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“FOSSI STATO UN TERRORISTA AVREI POTUTO FARE DI TUTTO”: PARLA L’UOMO DELL’ALLARME A TERMINI

Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile

“HO MOSTRATO IL BIGLIETTO AL VARCO, AVEVO IL FUCILE IN MANO, MA NESSUNO MI HA FERMATO”

«Se fossi stato un terrorista ne avrei combinate di cotte e di crude». Luca Campanile, il pizzaiolo di 44 anni che a causa di un’arma giocattolo ha provocato il panico a Termini , il giorno dopo appare abbastanza tranquillo. Ma anche amareggiato.
«Sono arrivato a Termini con la metro, tranquillamente, davanti a me non c’era nessuno che scappava – racconta al Corriere – . Alla stazione sono passato davanti a militari, a carabinieri e a poliziotti: il fucile l’avevo in mano e nessuno mi ha fermato. E così pure al varco, quando ho mostrato il biglietto. Solo sul treno sono stato, diciamo così, bloccato».
«Mi è venuto da ridere»
Il pizzaiolo, del caos di lunedì sera, con la stazione evacuata, non si è reso conto affatto. Almeno così assicura: «Non mi sono accorto di nulla, ero sul treno. Poi, a casa, sono andato subito a dormire: ero stanco».
E aggiunge: «Non ho pensato che il fucile potesse allarmare. Era solo un giocattolo, anche un po’ rotto. Certo, avessi previsto quello che è successo, non l’avrei portato».
Del panico che ha scatenato l’ha saputo soltanto oggi, quando ha ricevuto una telefonata della madre che aveva visto un servizio in tv.
«Mi è venuto da ridere – racconta a Sky TG 24 – , non avrei mai immaginato una cosa del genere, mi è sembrata un’esagerazione». Tuttavia, capito il pasticcio provocato suo malgrado, «stavo pensando di andare dai carabinieri. Ma hanno fatto prima loro: e così è da stamattina che sto tribolando».

(da “il Corriere della Sera”)

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FITTIANI ALLA SBANDO TRA ADDII E ACCUSE INCROCIATE

Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile

BIANCONI E CORSARO SCRIVONO A FITTO: “ZERO STRATEGIE”… PAGNONCELLI VERSO VERDINI E VERREBBE MENO IL GRUPPO AL SENATO

Tira una brutta aria dalle parti di Fitto. Conservatori e riformisti, il partitino fondato dall’ex ministro di Maglie in polemica con Berlusconi, è da tempo finito in un cono d’ombra.
Se ne sono accorti tutti ma soprattutto loro stessi. Infatti, alla vigilia di Natale, due big della truppa fittiana alla Camera, i deputati Maurizio Bianconi e Massimo Corsaro, hanno preso carta e penna e vergato j’accuse impietoso.
Destinatari: il leader Raffaele e, in copia conoscenza, tutti gli altri parlamentari.
Tante le accuse: pigrizia; mancanza di coordinamento tra Camera e Senato; utilizzo di schemi del passato; mancanza di discussione; perdita di appeal.
Il rischio: fare l’«ennesimo partitino alla Alfano-maniera».
Critiche aspre e franche al leader Fitto che, fino ad oggi, non hanno sortito granchè. La lettera, spedita via mail il 24 dicembre, è stata un sasso tirato in uno stagno. È passato un mese esatto e nulla è accaduto.
Tra i fittiani si giura: la settimana prossima ci vedremo, discuteremo e affronteremo tutte le questioni sul tavolo.
Di fatto, il partito di Fitto più che malato sembra essere in coma profondo. Non solo: continuano a girare voci che uno dei loro senatori, il bergamasco Lionello Marco Pagnoncelli, stia per cedere al pressing di Verdini e sia pronto a passare con Ala.
Un vero guaio perchè il «leone» dei Conservatori e riformisti ha oggi dieci senatori, numero minimo per formare un gruppo autonomo.
Perdendo una pedina si perderebbe così il diritto ad essere gruppo con tutto quello che ne consegue: peso, uffici ma soprattutto soldi.
Ma torniamo alla lettera del duo Bianconi-Corsaro.
Il primo, Bianconi, ex tesoriere del Pdl e toscanaccio senza peli sulla lingua, è sempre stato pirotecnico e antirenziano; il secondo, Corsaro, è il super tifoso di una destra liberista e ha lasciato i «suoi» Fratelli d’Italia perchè troppo sdraiati su Salvini.
I due non le mandano a dire a Fitto: «Esprimiamo grande disagio e insoddisfazione per un percorso che non è fin qui apparso in linea con le nostre attese per quanto a tempi, tattiche, strategia, target di riferimento». Ricordano quello che era il mantra dei Conservatori e riformisti: «1) Mai col Pd; 2) Scelte dal basso».
E dipingono un risultati ottenuti: pochissimo.
«Causa – si legge – ritardi, timori, impedimenti personali, eventi esterni, imperdonabile pigrizia». Non solo: «La nostra azione, fortunatamente rimasta semi clandestina agli occhi della grande comunicazione, s’è consumata in sterili tentativi di intromissione nella geografia parlamentare, con tatticismi autoreferenziali, inconfessate nostalgie di una centralità  del Palazzo (…), l’assenza sistematica di coordinamento tra Camera e Senato, la ripetuta tecnica operativa dei colloqui separati…».
E ancora: «Posto che tra noi non c’è un Maradona della politica (…) è grave non aver attivato un gioco di squadra…».
Il movimento, poi, è tutt’altro che unito e compatto e qualcuno pare guardare verso Renzi: «Alcuni di noi sembrano valutare di assumere posizioni terze o intermedie, collocandosi in un’area attendista. Allora è meglio dircelo chiaro».
Insomma, c’è la richiesta di un redde rationem perchè «La nostra missione dovrebbe essere quella di farci inseguire… da chi occupa la nostra stessa metà  del campo; certo non può essere quella di volgere altrove, cercando riparo nella palude centrista».
Il grido di dolore del duo Bianconi-Corsaro per ora è stato vano; ma c’è chi giura che sarà  il preludio di altre rivolte. E Raffaele, per ora, tace.

(da “il Giornale”)

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EXPO’, MANCANO ALL’APPELLO 110 MILIONI

Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile

SALA IN IMBARAZZO SI TRINCERA DIETRO AI DATI SUL PATRIMONIO… I RICAVI AVREBBERO DOVUTO COMPENSARE INVESTIMENTI E SPESE, MA COSI’ NON E’ STATO

“Il 2015 “si chiuderà  con un significativo utile, in grado di coprire le perdite cumulate degli anni precedenti e di portare al pareggio gestionale”. La firma è di Giuseppe Sala, in calce alla relazione sul bilancio 2014 di Expo.
Ma da allora mancano all’appello più di 110 milioni di euro.
E oggi l’amministratore delegato della società  e candidato alle primarie milanesi del centrosinistra fa di tutto per nascondere che quel “significativo utile” non c’è stato.
E che, anzi, il bilancio 2015 ha addirittura chiuso in perdita.
Sala continua a insistere: “Lascio conti positivi. Lo dimostra un patrimonio netto di 14,2 milioni di euro”.
Ma i numeri sono numeri: il patrimonio netto nel 2015 è diminuito di 32,6 milioni di euro, passando dai 46,8 milioni del 2014 ai 14,2 sbandierati ora.
L’ultima riga del bilancio, benchè mister Expo non lo voglia ammettere, ha dunque registrato un rosso pari ad almeno 32,6 milioni.
Rosso che Sala ha più volte negato, arrivando a sostenere davanti alle telecamere de ilfattoquotidiano.it che il bilancio 2015 ha chiuso in utile.
Una bugia bella e buona. Tanto più che la perdita potrebbe superare i 32,6 milioni, dal momento che a tale somma vanno aggiunti eventuali versamenti dei soci (governo, comune di Milano, provincia, regione Lombardia e Camera di commercio), iscritti in una riserva per contributi in conto capitale. Expo non ha comunicato l’entità  di tali versamenti per il 2015, ma va considerato che negli anni precedenti sono arrivati a ben 114,7 milioni di euro.
Secondo le promesse del Sala versione 2014, i ricavi registrati nel 2015, grazie alla vendita di biglietti, agli sponsor e alle percentuali sulle attività  commerciali e di ristorazione all’interno del sito, avrebbero dovuto compensare gli investimenti e i costi sostenuti negli anni precedenti, che hanno portato tra il 2008 e la fine del 2014 a perdite complessive per 78,1 milioni.
Nel corso degli anni tali perdite sono state controbilanciate dai versamenti dei soci messi a riserva, in modo da mantenere il patrimonio netto sempre positivo.
La relazione del cda però non fa riferimento a queste riserve, ma dice in modo chiaro che a compensare le perdite sarà  “un significativo utile” nel 2015.
Utile che però, come detto, non c’è stato.
Rispetto a quanto Sala ha sottoscritto l’anno scorso nella relazione di bilancio, le cose sono andate peggio di almeno 110 milioni, numero a cui si arriva sommando le perdite accumulate fino al 2014 con la diminuzione di patrimonio netto, ovvero perdita, registrata nel 2015.
Ilfattoquotidiano.it ha chiesto chiarimenti su questo punto nel corso di un colloquio con lo stesso Sala, che si è riservato di rispondere nei prossimi giorni.
In attesa che arrivino le sue risposte, il reale significato di patrimonio netto ha provato a spiegarlo a Sala il consigliere comunale Manfredi Palmeri (Polo dei milanesi), nel corso dell’audizione dell’aspirante sindaco in commissione a Palazzo Marino.
Il dato rappresenta le risorse di proprietà  della società , così come un’abitazione costituisce il patrimonio di una famiglia, per usare l’analogia di Palmeri: “Ma se qualche anno fa questa famiglia aveva cinque case, e alle fine delle attività  svolte gliene è rimasta solo una sola — fa notare il consigliere — la famiglia non può essere contenta di come sono andate le cose”.
E alla fine dell’esposizione, continuando l’analogia, Expo si trova meno case di quante ne avesse un tempo, visto che il patrimonio netto è diminuito. Ma c’è un altro documento che dimostra l’esistenza di un buco da oltre 100 milioni di euro rispetto alle previsioni.
Come ha fatto notare in commissione il presidente del consiglio Basilio Rizzo, nella relazione sull’esercizio 2013 di Expo (datata dicembre 2014), la Corte dei conti cita il piano industriale di Expo (documento mai reso disponibile nella sezione trasparenza del sito della società ) e scrive: “Il patrimonio netto alla fine dell’evento sarà  pari a circa 135 milioni di euro”.
Quindi oltre 120 milioni in più rispetto al valore di patrimonio netto di cui Sala si fa vanto oggi.
Del resto manca proprio quel “significativo utile” promesso un anno fa. Che fine hanno fatto questi soldi?
In comune Sala si è difeso sostenendo che alla differenza contribuiscono i 60 milioni di euro dovuti dalla Camera di commercio, ma mai arrivati. Ha però omesso di dire una cosa: Expo avrà  ricevuto dalla Camera di commercio meno soldi del previsto, ma nel 2015 ha anche incassato somme inattese.
Come i 20 milioni stanziati a novembre dal governo con il decreto ‘happy days’ “per il concorso agli oneri di sicurezza sostenuti dalla società ”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL LAPSUS DI SALA SVELA LA VERITA’ SUI CONTI EXPO’: “LA PERDITA DERIVA DA MECCANISMI MOLTO COMPLESSI”

Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile

IL CANDIDATO SINDACO SI LASCIA SFUGGIRE CHE IL ROSSO C’E’… SALDO FINALE NEGATIVO PER ALMENO 200 MILIONI

La verità  gli scappa durante una delle risposte: “La perdita deriva da meccanismi molto complessi”.
Perdita? Giuseppe Sala continua a parlare di chiusura in positivo dell’operazione, nella burrascosa seduta di ieri delle commissioni del Comune di Milano, ma poi arriva il lapsus.
Per il resto, le domande dei consiglieri spiegano molto più delle risposte del commissario-candidato sindaco.
La trincea in cui s’attesta è quella del patrimonio netto, positivo per 14,2 milioni.
Ma il consigliere Basilio Rizzo (presidente del Consiglio comunale) gli ricorda che la Corte dei conti nel 2013 prevedeva che fosse di 135 milioni, “e ora festeggiamo per 14,2?”.
Rincara la dose Manfredi Palmeri (Terzo Polo): “Il patrimonio era di 48 milioni nel 2014, ora è di 14,2: dunque c’è stata una perdita di 33,8 milioni, altro che risultato positivo”.
La verità  è che le cifre rese pubbliche da Sala sono poche e si lasciano tirare in ogni direzione.
Roberto Biscardini (Socialisti) ricorda che i soldi pubblici messi nell’operazione Expo sono, negli anni, 1,2 miliardi di euro. Diventano almeno 2 miliardi con le spese di gestione.
Le entrate 2015, l’unico anno con entrate rilevanti, sono 736,1 milioni. Ecco dunque i veri contorni economici dell’evento.
Poi ci sono le tecnicalità  del bilancio. Ma anche su queste, la nebbia è tutt’altro che diradata.
Sala ribadisce che “i ricavi” 2015 sono 736,1 milioni (373,7 da biglietti, 223,9 da sponsorizzazioni, 138,5 da altre voci).
Ma sono, appunto, “ricavi”, non incassi: 19,9 milioni di biglietti non sono ancora incassati; le sponsorizzazioni hanno portato in cassa solo 45,2 milioni, il resto è offerto “in beni e servizi”; dai ricavi di sponsorizzazioni e altre voci mancano all’appello 51,4 milioni, ancora da incassare.
Se si aggiungono le partite ancora sospese (extracosti, contenziosi, bonifiche…) il risultato finale è una perdita d’esercizio di almeno 200 milioni, invece dei +14,9 milioni esibiti da Sala.
A questo si deve aggiungere un’ulteriore constatazione: il commissario mette a bilancio 86,4 milioni che dovranno arrivare da Arexpo (che possiede le aree) per infrastrutturazione, espropri, bonifiche.
Ma Arexpo, se mai pagherà , lo farà  sempre con soldi pubblici (cioè nostri), visto che soci determinanti sia di Expo sia di Arexpo sono Comune di Milano e Regione Lombardia.
“Quanto, allora”, chiede non senza ironia Mirko Mazzali (Sel), “alla fin della fiera, dovrà  pagare il Comune, quando sarà  sindaco Francesca Balzani?”.
Sala risponde criptico: “Non ritengo, dopodichè vedremo”.
Altre domande restano sospese.
Quanti crediti sono verso aziende straniere, più difficili da recuperare? Quanto porta a casa Eataly di Oscar Farinetti (29 milioni) e quanto ha dato a Expo (il 5%)?
Manfredi Palmeri confronta le cifre spese in pubblicità  (185 milioni) con i ricavi in sponsorizzazioni per concludere che ogni 2 euro ricavati, 1 euro è stato speso in pubblicità .
Mattia Calise (Movimento 5 Stelle) chiede chi (e con che criteri) ha stimato la partita molto discrezionale dei servizi offerti dagli sponsor a fronte dei diritti di visibilità  (Value in kind), per un totale di 178,7 milioni.
Altre domande sono ancor più imbarazzanti.
Marco Cappato (Radicali) ricorda che Sala ha fatto un libro per l’editore Skira, che ha lavorato per Expo.
Riccardo De Corato (Fratelli d’Italia) chiede quanti appalti sono stati messi a gara e quanti dati a trattativa privata; quanti sono stati frazionati sotto i 40mila euro per non metterli a gara; quanti sono stati i subappalti; quante pratiche sono state contestate dall’Anac di Raffaele Cantone. “Sono 138″, risponde Sala.
“Ma Cantone sapeva tutto, perchè l’Anac ha seguito tutto” (per la serie: avevamo il parafulmine).
Ci sono stati altri casi De Lucchi? “No”. Però offre intanto le cifre degli “appalti grigi”, quelli di cui Sala si lava le mani perchè triangolate (come il mezzo milione all’architetto Michele De Lucchi “dimenticato” da Sala) con altri enti: Fiera Milano (45 milioni), Regione Lombardia (37), Comune (70), Triennale (19), Esercito (17) e Italferr: oltre 120 milioni di appalti “a sua insaputa”.

Gianni Barbacetto e Marco Maroni
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LO SCHIAFFO DELLA FIGLIA DEL MARO’: “E’ CHI GIUDICA NOI OMOSESSUALI AD AVERE DEI PROBLEMI, NON NOI”

Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile

GIULIA LATORRE: “SI DOVREBBERO VERGOGNARE QUEI GENITORI CHE NON ACCETTANO I PROPRI FIGLI”… “RAGAZZI, SIATE ORGOGLIOSI DI ESSERE CIO’ CHE SIETE”

«Ciao sono Giulia Latorre , 22 anni di Taranto e sono la figlia del marò Massimiliano Latorre, la cui vicenda è ormai tristemente nota da tutti. Ho deciso di fare questo passo perchè voglio dare forza a quelle persone che hanno paura di mostrarsi per timore delle polemiche, degli insulti e delle conseguenze di un coming out».
Comincia così la lunga lettera che la figlia del marò Massimiliano Latorre ha inviato a Stefano Sechi, il ventunenne torinese picchiato su un bus perchè omosessuale, e che è stata prontamente ripresa dalla pagina Facebook “OmofobiaStop”
Un invito a non nascondersi, a non vergognarsi di se stessi: «A queste persone voglio dire che la vita è questa, è solamente una, e ve ne dovete fregare del parere della gente, soprattutto di quelle schiave della loro ignoranza! Siate voi stessi sempre, al di là  di chi troverete di fronte a voi. Cosa avremmo di diverso noi omosessuali? Siamo tutti esseri umani, abbiamo sentimenti, abbiamo un cuore, abbiamo la voglia e il diritto di essere felici! E’ chi ci giudica ad avere qualche problema – scrive Giulia – Perchè le coppie gay, lesbiche non possono adottare un bambino? Per quale assurdo motivo? Vi dirò di più: a mio avviso ci sarebbe più amore nelle coppie gay che crescono un bambino, che in una coppia etero. Sono una persona abbastanza forte e determinata, ho superato tantissimi ostacoli da quando ero piccola, sto combattendo da anni una battaglia con la mia famiglia per avere giustizia per mio padre, ma ormai ho capito una cosa: il mondo fa veramente schifo. Per questo ho deciso di scrivere a voi di OmofobiaStop che state lottando per i diritti delle persone. Perchè ho deciso di fregarmene del parere della gente, e vivere felice la mia vita..».
Un lungo sfogo che non risparmia nessuno: «A te che ci giudichi: ti rabbrividisce una persona omosessuale? Mi spiace, ma il problema ce l’hai tu, non io. Quindi gira i tacchi. Sicuramente molta gente omofoba mi contatterà  e dirà  la sua ma alla fine, CHISSENEFREGA! Ragazzi, non vergognatevi di essere ciò che siete, soprattutto se i vostri genitori non vi accettano. Si dovrebbero vergognare loro di non accettare il proprio figlio, non voi di desiderare la vostra vita. Chi ci perde sono loro, non voi. Non demoralizzatevi, andate avanti. La vita è piena di ostacoli, ci mette alla prova .. Tocca a noi superarli e pian piano diventeremo più forti…».
E riguardo alle manifestazioni di questi giorni: «Io ho partecipato alle manifestazioni del 23 gennaio e ne sono orgogliosa. Spero che chi di dovere capisca che le unioni civili sono indispensabili è una conquista di civiltà . E il 30 gennaio. In occasione del Family Day, io mi schiererò dalla parte giusta della storia e a favore dei diritti e delle unioni civili».

(da “il Secolo XIX”)

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ITALIA IMMOBILE: IL FIGLIO DELL’OPERAIO FA ANCORA L’OPERAIO

Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile

MOBILITA’ SOCIALE, LIVELLO BASSO IN ITALIA

Che cosa significa mobilità  sociale? Il termine non è molto diffuso nel linguaggio comune ma indica un fenomeno importante per tutti gli individui.
Come evidenzia il Rapporto Istat 2012, la mobilità  sociale è il processo che, in una data società , consente agli individui di muoversi tra posizioni sociali diverse.
I destini individuali possono risentire degli squilibri delle posizioni di partenza. Ognuno di noi nasce infatti in una certa famiglia e in un determinato contesto, ha quindi una sua «origine sociale».
Diventando adulto, costruisce una famiglia e svolge un’occupazione, acquisisce cioè una «posizione sociale» autonoma.
Talvolta, questa risulta più elevata rispetto a quella dei propri genitori, ma è anche possibile che sia inferiore: o perchè il reddito percepito è minore, o perchè svolge un lavoro più basso nella scala sociale. I figli possono quindi ereditare i vantaggi, ma anche gli svantaggi associati alle posizioni dei loro padri
Molti sono gli indicatori che vengono utilizzati per misurare la posizione sociale di un soggetto: il reddito, il livello di istruzione, la ricchezza posseduta e la classe occupazionale.
Quest’ultima, definita come l’occupazione più alta nella scala sociale raggiunta sia dai padri che dai figli, viene considerata un buon indicatore: permette infatti di considerare sia il prestigio che la società  attribuisce a ciascuna occupazione, sia i possibili cambiamenti della struttura occupazionale.
Quanto è mobile l’Italia da un punto di vista occupazionale?
Per poter rispondere a questa domanda abbiamo utilizzato i dati forniti dalla Banca d’Italia. La Banca permette l’accesso ai dati sulle indagini sui bilanci delle famiglie italiane, indagini da cui si possono reperire informazioni riguardanti le occupazioni svolte dai padri e dai figli definiti «capifamiglia», che quindi vivono fuori dalla casa paterna.
Le classi occupazionali considerate sono sette: disoccupato, operaio, piccolo imprenditore, lavoratore autonomo, impiegato o insegnante, libero professionista e manager.
Le occupazioni sono state classificate sulla base del reddito medio legato a ciascuna di essa, e del prestigio che la società  vi assegna.
Per misurare la mobilità  si è calcolata la probabilità  che ciascun figlio ha di raggiungere una classe occupazionale uguale o diversa da quella del proprio padre, data l’occupazione svolta dal padre stesso
Il quadro che emerge è tutt’altro che promettente: si osserva infatti un peggioramento delle opportunità  di riuscita occupazionale dei giovani e, per determinate classi occupazionali, un aumento della persistenza da una generazione all’altra, ad esempio per la classe operaia e impiegatizia.
In particolare i nati nei periodi 1967-1976 e 1977-1986 hanno un’elevata probabilità  di trovarsi in una classe occupazionale più bassa rispetto a quella dei propri padri. Consideriamo due individui, il primo nato nel periodo 1947-1956, e il secondo nato nel periodo 1967-1976, il cui padre svolge un’occupazione da libero professionista.
Il primo ha una probabilità  di svolgere un’occupazione più bassa nella scala sociale, ad esempio essere insegnante o impiegato, pari al 15 per cento, mentre la stessa probabilità  per il secondo soggetto sale al 41 per cento.
Si osservi a questo proposito la visualizzazione: il flusso di colore giallo, che rappresenta la probabilità  di essere impiegato o insegnante, nella sesta colonna, che a sua volta indica la professione del libero professionista per il padre, va ampliandosi per la generazione più giovane.
Tale andamento suggerisce quindi un peggioramento nelle opportunità  di occupare una posizione migliore nella scala occupazionale rispetto ai propri padri implicando quindi una più alta probabilità  di muoversi verso il basso.
Per le coorti più anziane vale invece l’opposto: la probabilità  di accedere a un’occupazione più elevata rispetto a quella dei padri resta alta.
Osserviamo la terza colonna, dove il padre è un piccolo imprenditore: il flusso di colore azzurro denota la probabilità  per i figli di diventare liberi professionisti, salendo così nella scala occupazionale.
Per la generazione nata tra il 1947 e il 1956 tale probabilità  è pari al 14 per cento.
Rimane stabile per la generazione nata tra il 1957 e 1966, ma inizia a diminuire drasticamente per le generazioni più giovani fino a raggiungere un livello vicino allo zero.
Emergono altri due fenomeni: la crescente probabilità  di accedere alla classe operaia e a quella impiegatizia, e la maggiore difficoltà  delle generazioni più giovani a ricalcare le orme dei padri.
Nel primo caso si osserva che la probabilità  che un figlio ha di diventare operaio avendo un padre manager aumenta dal 4 per cento per i nati nel periodo 1947-1956 al 10,5 per cento per i nati nel periodo 1967-1976.
Queste stesse probabilità  variano dal 36 al 47 per cento se il figlio rientra nella classe impiegatizia.
Nel secondo caso invece appare sempre meno probabile che il figlio di un libero professionista svolga la stessa professione del padre.
L’Italia mostra quindi da un lato un basso livello di mobilità  causato dall’aumento della persistenza in certe classi occupazionali, e allo stesso tempo, un aumento della mobilità  discendente.
Tra le cause, il peggioramento delle opportunità  tra i più giovani che può essere imputato sia a una minore equità  nei processi di allocazione delle persone nelle varie posizioni, sia ai cambiamenti strutturali che il nostro sistema occupazionale ha subito negli ultimi decenni.
Alle coorti più giovani non è permesso accedere a certe occupazioni non tanto perchè non ne hanno le opportunità , ma piuttosto perchè c’è meno richiesta dal lato della domanda di lavoro.
L’incremento della mobilità  discendente può dare origine a diversi effetti, che sembrano essere favoriti, paradossalmente, dalla crescita dei livelli di istruzione dei giovani: venendo collocati in posizioni professionali meno qualificate di quelle in cui erano i loro padri, a parità  di istruzione, assistono a una dispersione del loro capitale umano.

Irene Brunetti
(da “il Corriere della Sera”)

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COLABRODO SICUREZZA: 15 ORE PER RINTRACCIARE L’UOMO CHE HA SEMINATO IL PANICO ALLA STAZIONE TERMINI

Gennaio 26th, 2016 Riccardo Fucile

DALLA METRO JONIO AD ANAGNI CON UN FUCILE GIOCATTOLO…. “NESSUNO MI HA CHIESTO NULLA”…AL MILITARE CHE LO AVEVA INTERCETTATO SUL TRENO AVEVA SPIEGATO: “E’ UN REGALO PER MIO FIGLIO”

E’ stata rintracciata dai carabinieri dopo 15 ore di caccia all’uomo, la persona che ieri, con un fucile giocattolo, ha fatto scattare il panico alla stazione Termini di Roma. Sessantasei minuti di paura con un italiano che dalla stazione della metro B1 di Jonio è arrivato ad Anagni – dove non è stato fermato se non questa mattina – attraversando indisturbato otto fermate di metropolitane e, soprattutto, Termini con un fucile in bella vista. Arma risultata poi finta e innocua.
Si tratta di un pizzaiolo di 44 anni, residente a Roma, separato, che ogni settimana si reca ad Anagni per incontrare il figlio, che vive con i nonni, al quale aveva comprato il fucile giocattolo.
L’abitazione si trova nei pressi dello stabilimento della Marangoni, vicino ad Anagni, dove alcuni testimoni avevano visto scendere dal treno l’uomo con la finta arma. Identificato, è stato portato in caserma per essere ascoltato. E ai militari avrebbe raccontato di aver aspettato per mezz’ora a Termini senza che nessuno gli dicesse nulla, e quando il treno è partito, di non essersi accorto del clamore che si lasciava dietro.
Ha confermato poi di essere arrivato ad Anagni e di aver preso il pullman che lo portava a casa dei genitori dove ha regalato il giocattolo al bambino.
Ma ieri, per il sistema della sicurezza, c’è stato il materializzarsi della paura più temuta: la possibilità  del terrorista solitario.
Rintracciato solo dopo 15 ore.
La prima segnalazione al 112 è arrivata da una donna, alle 19.42: “Sono a Termini. C’è un uomo armato in metropolitana, l’ho visto dalla fermata Bologna”.
La donna fornisce anche la descrizione di quel potenziale terrorista, ignaro del caos che si stava scatenando attorno a lui: cappellino bianco, scarpe a punta, giubbotto celeste, fucile che spunta dalla giacca.
Cinque minuti dopo, alle 19.47, dalla sala operativa della questura vengono spedite 14 volanti a Termini.
La stazione viene “cintata”, è questo il termine tecnico degli operatori della sicurezza, i binari bloccati da 70 agenti, e da Doppia Vela, il nome in codice della polizia in radio, arriva anche la suddivisione dei compiti tra gli equipaggi delle volanti.
La Polfer intanto scandaglia le immagini delle telecamere e individua le immagini giuste dell’uomo che intanto sta facendo tremare i passeggeri di Termini.
Sui social network c’è chi twitta le immagini dei treni bloccati.
Ma intanto lui, il ricercato numero uno della città , cosa fa?
Non si accorge di nulla: scende dalla metropolitana a Termini, attraversa tutta la stazione con il fucile giocattolo per il figlio, e sale su un treno, probabilmente delle ferrovie laziali. Si siede nel convoglio, accanto c’è un carabiniere in divisa ma libero dal servizio: il militare ignora quanto sta accadendo a Termini.
Il maresciallo vede il fucile dell’uomo che appare instabile e odora di vino. «È per mio figlio, un regalo di Carnevale», dice l’uomo mostrando lo scontrino e anche il biglietto neppure vidimato con destinazione Anagni.
Il maresciallo scende, l’uomo non viene mai fermato, viene visto salire a bordo di un pullman per Fiuggi e il militare soltanto a casa guardando la televisione capisce chi aveva accanto, e dà  l’allarme.
Alle 20.48 Doppia Vela segnala il cessato allarme: «Si torna al pattugliamento ordinario». Ma solo oggi l’uomo è stato identificato.
Per lui non dovrebbe scattare nemmeno la denuncia di procurato allarme.

(da “La Repubblica”)

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