Maggio 6th, 2016 Riccardo Fucile
“RENZI HA TRASFORMATO IL DIBATTITO IN UN INCONTRO DI PUGILATO, MA LA LEGGE AIUTA MIGLIAIA DI PERSONE”
Mara Carfagna voterà sì alle unioni civili in dissenso dal suo partito. E’ delusa di un partito che si
professa liberale?
«Avrei preferito una posizione più aperta. Quello che mi auguro però è il rispetto reciproco, nonostante Renzi abbia trasformato questa legge in un incontro di pugilato. Si tratta di cancellare discriminazioni e pregiudizi. Peccato che il premier abbia seguito la logica della polemica, come fa spesso, perdendo l’occasione di coltivare il dialogo anzichè lo scontro frontale. Ma io non posso votare contro questa legge: esprime un principio per cui mi batto da anni. E’ una rosa con tante spine che bisogna cogliere comunque perchè ne godranno migliaia di persone».
Quella di Fi è una posizione da campagna elettorale?
«Nel mio partito è prevalsa la reazione alla violenza di Renzi che ha posto la fiducia. Una cosa che non si è mai vista su temi etici. Non credo che c’entri la campagna elettorale perchè questa posizione Fi l’aveva maturata a novembre».
Come capolista a Napoli teme di perdere consensi votando sì?
«Sarebbe un errore seguire questa logica: ci sono questioni che devono essere sottratte alla campagna elettorale. Non sono preoccupata del consenso quando credo in certi principi e valori. Sono un legislatore, ho una mia visione della società e la porto avanti anche in dissenso al mio partito».
Lei aveva proposto una legge sui diritti degli omosessuali che sembrava avere il gradimento di molti suoi colleghi di partito. Fi sembra ondivaga, anche sul garantismo: ora molti sono diventati giustizialisti nei confronti degli esponenti del Pd.
«Io parlo per me. Fi non deve rinnegare la sua storia sull’altare dell’opposizione a Renzi. Non si è colpevoli per un avviso di garanzia»
Parliamo di amministrative. A Napoli, Roma e Torino il centrodestra è diviso. Come immagina si possa rimettere insieme i cocci dell’alleanza per le elezioni politiche?
«E’ necessario pensare Roma, Napoli e Torino come un incidente di percorso. Io sono per creare un centrodestra unito e allargato anche a tutti coloro che sono andati via. Dobbiamo creare un’alternativa a Renzi, a un governo che sa solo occupare il potere militarmente e prende in giro gli italiani con propaganda e false promesse. Pensi che quando è venuto a Napoli alcuni mesi fa ha detto che il centro della Apple avrebbe creato 600 posti lavori ma si è scoperto che si trattava di stage. Non si può scherzare sulla pelle della gente, soprattutto a Napoli dove il lavoro fa la differenza tra la vita e la morte. È da irresponsabili»
Salvini vuole essere il leader del centrodestra, considera Berlusconi un rudere.
«La leadership si conquista sul campo. Pensare di ricostruire il centrodestra prescindendo da Berlusconi è velleitario. Non condivido i toni di Salvini. Vorrei che ci fosse rispetto».
La candidatura di Marchini a Roma, di Lettieri a Napoli e di Parisi a Milano potrebbe far nascere un’aggregazione di centro moderato alternativo a Renzi e distante da Salvini?
«Lo vedremo dopo le amministrative. Misureremo il campo del centrodestra con i voti, non a tavolino. Non angosciamo gli elettori sulla leadership».
A Napoli De Magistris è in forte vantaggio dai sondaggi. Ha fatto bene il sindaco?
«De Magistris ha dimostrato di essere inefficiente, inadeguato, non ha mantenuto nessuna promessa, la città è più insicura, più sporca e più indebitata. Non ha tagliato sprechi ma ha dilazionato i debiti per 30 anni con un trucco contabile. Ha promesso il reddito di cittadinanza senza prevedere le copertura. Non abbiamo bisogno di rivoluzionari, ma di persone serie».
(da “La Stampa”)
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Maggio 6th, 2016 Riccardo Fucile
LA VITTORIA DI SADIQ KHAN E’ LA SCONFITTA DI DUE FRONTI ALLEATI, QUELLO DEGLI ESTREMISTI ISLAMICI E QUELLO DEGLI ISLAMOFOBI, CHE SI ALIMENTANO A VICENDA
Negli ultimi anni abbiamo sprecato litri di inchiostro a chiederci se l’Islam sia compatibile con la democrazia, se la violenza e l’odio siano parti inestricabili di quella religione, se i “valori occidentali” siano in pericolo di fronte alla crescente presenza di comunità musulmane nelle nostre città .
Tutte queste domande potrebbero trovare finalmente una risposta definitiva oggi, quando la capitale inglese si è svegliata con un sindaco musulmano: Sadiq Khan, figlio di immigrati pachistani, cresciuto in un alloggio popolare al sud di Londra sarebbe il primo esponente della propria religione a ricoprire l’incarico di sindaco in una delle capitali europee.
Un primato a cui Khan dovrebbe essere abituato, dato che è stato il primo musulmano a far parte del Cabinet (il Consiglio dei Ministri); ma in quel caso si trattava di uno tra molti, mentre in questo caso sarebbe il primo cittadino, il rappresentante della città , direttamente eletto da una popolazione di 8 milioni di abitanti (che ne fa, dopo il Presidente della Repubblica francese e quello polacco, la figura istituzionale eletta dal maggiore bacino elettorale in Europa).
Per questo, in aggiunta alle sue proposte politiche per agevolare la residenza, migliorare il trasporti pubblici, promuovere la mobilità su due ruote, proteggere i parchi pubblici, mantenere Londra nell’Unione Europea, Sadiq Khan porta anche un messaggio più generale di speranza ed inclusione.
Un messaggio che, peraltro, arriva anche in diretta contrapposizione alla campagna di aggressione e insulti che il candidato conservatore Zac Goldsmith ha portato avanti nei mesi scorsi, senza risparmiare colpi bassi, accuse di collusione con gli estremisti, cercando di fare colpo sull’ignoranza e il pregiudizio diffuso tra l’elettorato.
A queste accuse Khan ha risposto con il lavoro sul campo, visitando chiese e community centre, celebrando Passover con la comunità ebraica e incontrando i cittadini europei che vivono e lavorano a Londra.
Un lavoro di costruzione di ponti, di valorizzazione delle diversità , di rafforzamento dei legami di coesione e integrazione che caratterizzano la città di Londra. E in questo modo è riuscito pure a tenersi alla larga dalle polemiche sull’antisemitismo nel Labour party che hanno coinvolto nelle scorse ore il suo predecessore Ken Livingstone.
In un periodo in cui il discorso pubblico è caratterizzato da diffidenza e chiusura verso gli immigrati, in un periodo in cui l’islamofobia è in crescita e non sono rari, in tutta Europa, episodi di discriminazione e violenza verso i cittadini di religione musulmana, l’elezione di Sadiq Khan a sindaco di Londra è un messaggio fortissimo contro tutti i pregiudizi, un messaggio di inclusione e tolleranza.
La vittoria di Khan è un colpo non solo verso coloro che nelle città occidentali ancora considerano qualsiasi musulmano come un possibile nemico del nostro sistema, ma anche verso quegli estremisti che in medio-oriente propagano odio e violenza spiegando che non c’è futuro per i musulmani in Europa, perchè l’occidente intrinsecamente li odia.
L’elezione di Khan è un simbolo non solo per Londra, è un messaggio globale contro la marginalizzazione dei cittadini musulmani e contro l’estremismo.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 6th, 2016 Riccardo Fucile
UN MUSULMANO NELLA CITY: IL LABURISTA MODERATO FIGLIO DI UN AUTISTA DI BUS E DI UNA SARTA, PALADINO DELL’EUROPA, SIMBOLO DI UNA CITTA’ COSMOPOLITA E’ IL NUOVO SINDACO DI LONDRA
Per l’annuncio ufficiale bisognerà aspettare ancora un po’, ma Londra sembra aver scelto il suo
nuovo sindaco: il laburista Sadiq Khan ha dieci punti di vantaggio sullo sfidante conservatore Zac Goldsmith, secondo quanto riferisce Bbc citando i dati dello spoglio elettorale.
La vittoria del laburista musulmano lancia messaggi che si propagano in cerchi concentrici.
Il primo cerchio è quello di Londra, che si conferma città cosmopolita e multietnica per eccellenza, desiderosa di una svolta nelle politiche abitative e di una maggiore equità sociale, temi al centro della campagna elettorale di Khan.
Dalla capitale arriva anche un forte no all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, come dimostra il sostegno accordato dalla maggioranza degli elettori a un paladino anti-Brexit come Khan.
Il secondo cerchio si allarga al Regno, indicando ai laburisti in difficoltà una possibile strada per il dopo-Corbyn: una via meno ideologica, più moderata ma al tempo stesso rispondente ai reali bisogni dei cittadini.
Infine, c’è il terzo livello di significato, quello che mostra al mondo intero un esempio finora inedito di integrazione e convivenza, in aperto contrasto con gli Stati Uniti immaginati da Donald Trump – in cui i musulmani non potrebbero neppure entrare. Da questo punto di vista, è impossibile negare la svolta rappresentata dall’elezione di un musulmano praticante — che prega cinque volte al giorno — a primo cittadino della più grande città d’Europa e della piazza finanziaria più importante al mondo insieme a New York. Con tutte le sue potenzialità ma anche con tutte le sue incognite.
Figlio di un conducente d’autobus e di una sarta pachistani, la storia di Khan inizia 45 anni fa a Tooting, quartiere popolare nel sud di Londra dove è stato eletto deputato e dove vive ancora oggi con la moglie e le due figlie.
Dopo la laurea in giurisprudenza e l’avvocatura, è entrato in politica, prima con Gordon Brown e poi nel governo ombra di Ed Miliband.
È considerato un esponente moderato del Labour, equidistante sia dai circoli vicini a Jeremy Corbyn che dai nostalgici dell’era Blair.
Avvocato per i diritti umani, Khan è un sostenitore delle nozze gay, posizione che gli è valsa anche una fatwa da parte dell’imam di Bradford nel 2013.
In campagna elettorale i conservatori lo hanno accusato di essere amico di estremisti e terroristi. Per settimane il suo sfidante, il conservatore Zac Goldsmith, si è concentrato sulla sua religione, contestandogli le apparizioni al fianco di relatori musulmani radicali.
Lui, di fronte alle accuse, ha spiegato più volte di aver sì incontrato degli estremisti, ma in virtù della sua vecchia professione di avvocato per i diritti umani.
“Ho già detto molto chiaramente che considero i loro punti di vista ripugnanti”, si è difeso Khan, tenendo a sottolineare di aver combattuto l’estremismo per tutta la sua vita
E i londinesi hanno scelto di credergli, confermando con il voto un vantaggio già ampiamente previsto dai sondaggi.
“La storia di Londra”, della Londra di oggi, “è la mia storia”, ha scritto orgogliosamente sul suo sito.
“La mia visione – ha insistito quasi a sottolineare quel fiume che lo separa da Goldsmith – è semplice: dare le stesse opportunità a tutti i Londoners”.
Opportunità che in tanti si attendono da lui nelle zone a sud e a est della capitale in cui i musulmani sono il 20-30% e gli inglesi bianchi (non più del 45% di tutta la popolazione urbana attuale) una minoranza quasi residuale.
La scelta della Londra cosmopolita non poteva che ricadere su di lui.
Per capirne il motivo basta dare uno sguardo alla composizione demografica della città : il 55% della popolazione è censito come “non bianchi, britannici”, il 35% è nato all’estero, un londinese su otto è musulmano, ovvero più di un milione di residenti, i centri di preghiera islamici sono oltre trecento, nella sola area di Tower Hamlet le moschee sono 41, nella centralissima Westminster i musulmani sono 40 mila, i cristiani 97 mila.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 6th, 2016 Riccardo Fucile
RICERCA CHOC DELL’IRES: L’INTOLLERANZA OMOFOBA E’ RADDOPPIATA NEGLI ULTIMI DUE ANNI
No, come vicini di casa i gay non li voglio. Inaspettato. Per alcuni aspetti incredibile: persino in Piemonte – e nella civilissima e sempre attenta ai diritti civili Torino – crescono il fastidio e l’intolleranza verso i gay.
Non si tratta di, per fortuna più che sporadici, aspetti di cronaca, ma di un dato eclatante che esce dalla ricerca dell’Ires Piemonte coordinata da Maurizio Maggi sul modello del radar della coesione sociale elaborato dalla Fondazione tedesca Bertelsmann.
Tra il 2014 e il 2016 è raddoppiata la percentuale di chi non vorrebbe avere gay e lesbiche come vicini di casa. Il che significa che, con ogni probabilità , tanto contento non sarebbe neppur di dover condividere con una persona di diversi orientamenti sessuali il banco di scuola o il posto di lavoro, per non parlare dello stesso gruppo di amici.
CALO DRASTICO
Fatto 100 il 2014 a due anni di distanza è diventato 200 l’indice di chi non vuole i gay come vicini o che li tollererebbe solo in base a «come si comportano» che poi è un modo gentile e socialmente meno riprovevole per dire «non li voglio».
Rimane il fatto positivo, se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, che la maggioranza – e cioè il 53,1%- dei piemontesi non ha alcun problema a abitare vicino a gay; una percentuale che sale al 56% a Torino e provincia.
Ma non è poco che a non volerli sia rispettivamente il 47% e il 44%. E resta una realtà inquietante il fatto che solo nel 2014 fosse addirittura il 79% a convivere senza alcun problema.
I numeri si sono sgretolati proprio mentre nuove leggi hanno riconosciuto a gay e lesbiche nuovi diritti e altre si annunciano a colmare il gap con le legislazioni degli altri Paesi europei.
Nello stesso periodo è cresciuta pure l’intolleranza verso i cittadini di fede islamica, anche in questo caso fatto 100 il 2014 si è arrivati a 174 in Piemonte e a 168 a Torino. Ma è chiaro che qui giocano un ruolo potentissimo – ancorchè ingiustificato – le emozioni che si sono susseguite per la serie purtroppo drammatica di attentati in Europa e che in un caso – quello del Museo del Bardo a Tunisi – hanno coinvolto alcuni torinesi morti nell’attacco islamista.
Eppure, il tasso di crescita di intolleranza è minore rispetto a quello registrato per i gay. E in mesi ormai segnati da esodi e migrazioni epocali anche le difficoltà nei confronti degli extracomunitari – la domanda dell’Ires parla di cittadini provenienti da Africa, Asia, Europa dell’Est, Sud-America – cresce, ma senza picchi così eclatanti: fatto 100 il 2014 si è passati a 143 in Piemonte e 140 a Torino.
FASCE D’ETA’
Questo ritorno di un sentimento che forse è eccessivo definire di omofobia, ma che sicuramente non è di apertura, inoltre, è particolarmente incredibile perchè alberga soprattutto tra i più giovani.
Sembra incredibile, ma solo il 36% dei ragazzi tra 18 e 24 anni non ha problemi a avere dei gay come vicini di casa.
à‰ sorprendente anche il brusco ribaltamento nella fascia di età appena successiva: tra i 25 e i 34 anni il 54,2% è tollerante, ancor più tra i 35 e i 44 con un solido 55,2%.
Bene anche tra i 45 e i 54 con il 55% e la fascia 55-64 con il 54%. Flette, ma si attesta comunque al 51,5% per gli over 64, ma in questo occorre tener conto di persone probabilmente occupate da altri più quotidiani problemi e di retaggi che possono affondare addirittura nella prima parte del secolo scorso.
Quelli della ricerca del’Ires Piemonte sono dati che sorprendono perchè dimostrano che mai nulla è acquisito per sempre: nel 2014 era stato fonte di orgoglio cittadino la percentuale dell’80% di «tolleranti», oggi fa riflettere l’inversione di tendenza.
Ma non si deve dimenticare, come sottolineano i ricercatori, che la tendenza può ribaltarsi nuovamente. Anche all’improvviso.
Marina Cassi
(da “La Stampa”)
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Maggio 6th, 2016 Riccardo Fucile
AL BRENNERO FANNO LA RETE ANTI-PROFUGHI, ALLA FRONTIERA PIU’ A EST NESSUN CONTROLLO… PUNTANO SULLA NOSTRA INEFFICIENZA PER LIBERARSI DI OSPITI CHE, NONOSTANTE LE LEGGI, NON VOGLIONO
Se al Brennero l’Austria fa “propaganda elettorale” come sostiene Matteo Renzi, c’è da chiedersi
cosa stia facendo a Tarvisio..
Al confine con l’Alto Adige Vienna sta allestendo una barriera per bloccare i migranti diretti a nord, mentre ne rinvia migliaia in Italia poco più a est.
“Dall’inizio dell’anno sono quasi 2mila i profughii, 700 nel solo mese di aprile — spiega Olivo Comelli, segretario del sindacato di polizia Sap in Friuli-Venezia Giulia – che abbiamo intercettato provenienti dall’Austria”.
Secondo agli accordi di Dublino i richiedenti asilo devono essere registrati e accolti nel primo paese in cui vengono rintracciati, in questo caso sarebbero quindi sotto Vienna.
Arrivati in Italia vengono indentificati e se le loro impronte digitali sono già inserite nella banca dati Eurodac, inizia la procedura di riammissione che dovrebbe riportarli in Austria.
La burocrazia italiana è però incapace di evadere le richieste in tempo utile, 30 giorni secondo quanto concordato a Dublino.
“Dal trentunesimo giorno li ereditiamo noi”, specifica Olivo.
L’Austria sembra aver capito la debolezza italiana e ne sta approfittando per mandarci sempre più richiedenti asilo che passano così a carico del nostro, già debole, sistema d’accoglienza. “Conosciamo la situazione di Tarvisio e da mesi chiediamo al ministro Alfano di alzare la voce”, svela una fonte qualificata del dipartimento Immigrazione del Viminale, che continua: “L’Italia non ha fatto gli investimenti negli uffici della “commissione Dublino 3” al contrario degli altri partner europei”
Cosimo Caridi Lorenzo Galeazzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 6th, 2016 Riccardo Fucile
NEL MIRINO LA MASSICCIA CESSIONE DI BOND ITALIANI NEL 2011
La Deutsche Bank di Francoforte sul Meno è indagata per manipolazione di mercato dalla procura di Trani assieme all’ex management del gruppo.
La vicenda riguarda le massicce operazioni, per 7 miliardi di euro di valore, effettuate sui titoli di Stato italiani tra il gennaio e il giugno del 2011.
Allora, si ricorderà , si avvitò la crisi del debito sovrano che avrebbe portato di lì a poco alla lettera della Bce siglata da Trichet e Draghi, che di fatto segnò la fine del governo Tremonti-Berlusconi e l’avvento dei “professori” di Mario Monti.
Nei giorni scorsi – si apprende oggi a quanto riporta l’Ansa – militari della Guardia di Finanza di Bari, assieme al pm Michele Ruggiero, hanno compiuto sequestri di atti e mail nella sede milanese dell’istituto tedesco, in piazza del Calendario, e avrebbero ascoltato testimoni. Nell’ambito dell’indagine della procura di Trani, gli indagati per per manipolazione di mercato risultano cinque.
Si tratta dell’ex presidente di Deutsche Bank Josef Ackermann, degli ex co-amministratori delegati Anshuman Jain e Jurgen Fitschen (quest’ultimo è attualmente co-amministratore delegato uscente della Banca), dell’ex capo dell’ufficio rischi Hugo Banziger, e di Stefan Krause, ex direttore finanziario ed ex membro del board di Db.
Alla pubblicazione del bilancio dei primi sei mesi del 2011 dell’istituto tedesco, gran parte dell’attenzione internazionale si concentrò sulla mossa di DB di ridurre drasticamente l’esposizione sui titoli di Stato Italiani.
La notizia emerse dunque nel pieno della calda estate dello spread, quando il differenziale di rendimento tra Btp e Bund visse quella fiammata culminata ben oltre i 500 punti base (oggi siamo intorno a 130 punti).
Un movimento violentissimo dei mercati che portò molti a temere per le sorti delle Finanze del Paese, alle quali si accostava sempre più l’esempio della Grecia. Alla fine del luglio 2011, la mossa di DB sembrò una sentenza tedesca contro l’Italia, tanto che vi dedicarono ampio spazio i giornali finanziari più importanti, a cominciare dal Financial Times. Alla Camera, la notizia è stata accolta da Renato Brunetta con la richiesta di aprire una commissione d’inchiesta su quanto accadde in quel periodo.
La tabella estratta dal bilancio di Deutsche Bank del periodo gennaio-giugno 2011 fece sobbalzare alcuni nelle sale operative. Mostra infatti che l’esposizione netta verso il rischio sovrano dell’Italia era scesa a 996 milioni nel corso del primo semestre di quell’anno, contro gli oltre 8 miliardi della fine del 2011 .
Non fu una discesa che passò inosservata, proprio per i livelli di tensione di allora: basti pensare che le banche indicavano in appositi specchietti nei loro conti periodici l’indicazione dell’esposizione verso i cosiddetti Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). D’altra parte, in quel periodo la cessione di titoli rischiosi come quelli dell’Europa “periferica”, o la gestione dell’esposizione a quel rischio attraverso l’accensione di derivati di copertura, era all’ordine del giorno.
Gli stress test europei sull’anno 2010 mostrarono tagli importanti sul portafoglio di titoli di Stato italiani da parte di Santander, BBVA, Crèdit Agricole, Hsbc, Intesa Sanpaolo e Sociètè Gènèrale.
L’andamento dello spread – il differenziale tra il rendimento di Btp decennali e omologhi Bund tedeschi – dall’inizio del 2011 a oggi. E’ diventato il termometro della crisi del debito, soprattutto nell’estate e nell’autunno di quell’anno, quando toccò i massimi storici in area 550 punti base. Oggi siamo a 130 punti.
Nel caso in questione, l’ex management di DB è accusato di manipolazione del mercato perchè, mentre comunicava ai mercati finanziari la sostenibilità del debito sovrano dell’Italia, nascondeva agli stessi mercati e al Ministero dell’Economia italiano (Mef) la reale intenzione di ridurre drasticamente e nel brevissimo termine (nel primo semestre 2011) il possesso di titoli del debito italiano in portafoglio che a fine 2010 ammontava a otto miliardi di euro.
La vendita massiccia dei titoli di Stato italiani per oltre sette miliardi di euro entro giugno 2011 – secondo il pm di Trani Michele Ruggiero – ha alterato il valore di mercato dei titoli stessi perchè è stata fatta violando la normativa in vigore.
La stessa procura ha mosso accuse anche contro le agenzie di rating – per i giudizi sull’Italia – e si è mossa sul tema dei derivati dello Stato.
Ma le reali intenzioni – a giudizio della procura – portarono alla massiccia vendita di titoli di Stato italiani ‘over the counter’ – cioè quello non pubblico e regolato dalle autorità ma basato sull’accordo tra due parti – senza che fosse divulgata al mercato finanziario regolamentato e giustificata “falsamente” a posteriori (nell’informativa periodica del giugno 2011) con la necessità di ridurre la sovraesposizione del gruppo al rischio sovrano dell’Italia, a seguito dell’acquisizione di Postebank di fine 2010.
Nello stesso periodo, Deutsche Bank acquistò circa 1,4 miliardi di Credit Default Swap (Cds) di copertura sull’esposizione al rischio Italia: sono contratti di assicurazione contro il rischio di fallimento di un prodotto finanziario sottostante, in questo caso il debito italiano.
Questi acquisti – secondo l’accusa – non furono comunicati dal gruppo bancario nè ai mercati finanziari, nè al Tesoro.
Quindi, è il ragionamento accusatorio, Deutsche Bank autorizzando la vendita dei titoli di Stato italiani, acquistando contestualmente Cds e comunicando allo stesso tempo ai mercati finanziari la sostenibilità del debito pubblico italiano, ha compiuto condotte manipolative del mercato di tipo informativo-operativo.
Queste manovre sono ritenute idonee ad alterare la regolare formazione del prezzo di mercato dei titoli di Stato italiani sia nel primo semestre 2011 (quando il mercato ignorava le dismissioni di titoli) sia successivamente alla pubblicazione periodica del giugno 2011.
In quest’ultima occasione il mercato e gli operatori – sostiene il pm Ruggiero – seppero della massiccia e repentina riduzione dell’esposizione della Banca al rischio Italia interpretandola come un “chiaro segnale di sfiducia del gruppo nei confronti della tenuta del debito sovrano italiano”.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 6th, 2016 Riccardo Fucile
PD 30,5% (-0,4%), M5S 28,1% (+1%), LEGA 14,8 (-0,3%), FORZA ITALIA 11,6% (+0,6%), SINISTRA ITALIANA 5,4% (-0,4%), FDI 3,2 (-0,4%), NCD 2,8% (-0,6%)
Si riduce a 2,4 punti percentuali il distacco tra Pd e M5S, i primi due partiti nelle intenzioni di
voto di Ixè, in esclusiva per Agorà (Raitre).
Nell’ultima settimana, infatti, il Pd passa dal 30,9% al 30,5%, mentre il Movimento 5 Stelle balza di un punto dal 27,1% al 28,1%, registrando il valore più alto di sempre secondo l’istituto di Roberto Weber.
La Lega Nord si attesta al 14,8% (-0,3%) mentre Forza Italia cresce all’11,6% (+0,6%). In grave crisi sia Fdi (-0,4%) che Ncd (-0,6%), a rischio rappresentanza in Parlamento.
Se si votasse oggi, l’affluenza sarebbe al 65%.
Pd e M5S, dunque, non sono mai stati così vicini.
Lo dimostra anche il pareggio — sempre secondo l’Istituto Ixè — tra i leader dei due partiti per quanto riguarda la fiducia.
Nell’ultima settimana, infatti, la fiducia in Matteo Renzi è scesa dell’1%, attestandosi al 28%, la stessa di Luigi Di Maio.
Flessione di un punto anche per il governo negli ultimi sette giorni, al 26%. Al comando, tra i leader politici, c’è sempre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al 56%. Più in alto di tutti, come al solito, Papa Francesco, con l’85% di fiducia.
Dai sondaggi emerge anche una forte sfiducia nella classe politica in generale: per il 17% degli intervistati, è irrecuperabilmente corrotta.
Per evitare casi di malaffare nella politica, secondo gli italiani, bisognerebbe modificare i criteri di selezione dei candidati (36%) oppure dare più poteri investigativi alla magistratura (36%).
Da segnalare che il 17% pensa che non si possa nè debba fare nulla, perchè “non c’è rimedio alla degenerazione della classe politica”.
Nei giorni in cui l’Unione Europea parla di “crescita moderata” per l’Italia, il 31% degli intervistati da Ixè per Agorà (Raitre) pensa che la svolta economica per il nostro Paese non avverrà mai. Il 27% se l’aspetta tra 5 anni, il 23% tra dieci anni.
In questo clima rimane bassa la quota di italiani che vede segni di ripresa (24% contro il 26% della scorsa settimana).
Il 71%, infine, è d’accordo con il ministro dell’Economia Padoan che ha detto che “l’Europa è a rischio come non mai”.
(da agenzie)
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Maggio 5th, 2016 Riccardo Fucile
CHI C’E’ NELLE LISTE DEI VARI PARTITI IN CORSA PER IL CAMPIDOGLIO
Alla conquista di uno scranno dell’Aula Giulio Cesare. 
Per chi sogna di sedersi in assemblea capitolina è fissata a questo sabato la deadline per la presentazione delle liste elettorali. È fissata infatti per il 7 maggio alle 12 la deadline per la presentazione delle candidature a sindaco e delle liste collegate.
Come da legge, c’è tempo dalle 8 di domani (30esimo giorno prima della data delle elezioni, fissate per decreto il 5 giugno) alle 12 di dopodomani (29esimo giorno) per ufficializzare i nomi per Campidoglio e Municipi, dopodichè i giochi saranno chiusi. Le liste andranno depositate presso l’Ufficio elettorale del Comune, in via Luigi Petroselli 50.
E tra gli aspiranti consiglieri comunali non mancano cognomi importanti della storia italiana: da Piera Levi Montalcini, nipote del Premio Nobel, a Maria Fida Moro, figlia del presidente della Dc Aldo, passando per Giuseppe Cossiga, figlio dell’ex presidente della Repubblica Francesco, fino alla sfida tra le nipoti di Benito Mussolini, le ‘sorellastre’ Alessandra e Rachele, la prima a guidare le fila di Forza Italia, la seconda candidata con Giorgia Meloni.
E non manca neanche un ex del Grande Fratello, Roberta Beta, veterana della prima edizione del reality show pronta ad entrare in Campidoglio seguendo Alfio Marchini. Entro il 7 maggio, dopodomani, le liste dovranno essere consegnate nella sede dell’ufficio elettorale del Campidoglio.
Primo ad avere pronta la lista, pubblicata su Facebook già il 21 aprile scorso, è stato il Movimento 5 Stelle. A sostenere la pentastellata Virginia Raggi i suoi ex colleghi d’aula Marcello De Vito, capolista, Daniele Frongia, Enrico Stefano e poi altri 45 aspiranti consiglieri scelti attraverso le ‘comunarie’ sul web.
In casa Pd, ad appoggiare la corsa di Roberto Giachetti, oltre a diversi ex consiglieri comunali dem che tenteranno il bis (da Valeria Baglio a Michela Di Biase a Giulia Tempesta), ci saranno Piera Levi Montalcini, che guiderà la lista dei democrat – al secondo posto l’ex deputata Paola Concia paladina dei diritti gay -, e Maria Fida Moro, figlia dello statista ucciso dalle Br, a capo della lista dei moderati ‘Più Roma’. Nella civica pro Giachetti lo scrittore Marco Lodoli, l’ex campionessa di nuoto Alessia Filippi e due ex fedeli al sindaco Ignazio Marino, Svetlana Celli e Franco Marino; i Verdi invece saranno capeggiati dal comico Giobbe Covatta.
Nathalie Naim, la consigliera ‘pasionaria anti-degrado’ del centro storico di Roma esclusa dalla lista civica Giachetti per una querela, sarà invece tra le fila dei Radicali insieme al loro segretario Riccardo Magi.
Nel centrodestra si preannuncia una sfida tra due nipoti del Duce. Alessandra Mussolini sarà la capolista di Forza Italia che appoggia Marchini.
Come avversaria avrà Rachele, candidata da Giorgia Meloni: Rachele Jr, omonima della nonna è nata dal secondo matrimonio di Romano Mussolini, padre anche di Alessandra Mussolini,
Nella lista Fdi anche i consiglieri uscenti Fabrizio Ghera e Lavinia Mennuni, mentre quella in appoggio di ‘Noi con Salvini’ sarà capeggiata da Irene Pivetti. Sempre per Meloni, nella lista Federazione popolare per la libertà , correrà anche Giovanni Cossiga, figlio del ‘picconatore’ Dc.
A sostenere il “cuore spezzato” di Marchini ci saranno cinque o forse più liste civiche. La prima, la lista civica Marchini, avrà il cuore nel simbolo e sarà capeggiata dall’ex capogruppo Alessandro Onorato.
Un’altra riconducibile a Ncd e al ministro Beatrice Lorenzin, avrà come primo candidato l’ex senatore Stefano De Lillo: tra gli altri nomi che tenteranno la scalata verso l’Aula Giulio Cesare Roberta Beta, ex gieffina e conduttrice radiofonica.
Per Stefano Fassina, candidato di Si-Sel scenderanno in campo Tiziana Perrone, lavoratrice di Almaviva, e Gianluca Peciola, ex capogruppo Sel in assemblea capitolina.
(da “il Sole24Ore“)
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Maggio 5th, 2016 Riccardo Fucile
LO STUDIO PUBBLICATO DA HANDELSBLATT: IL 95% E’ SERVITO A SALVARE LE BANCHE
Le cifre di partenza sono da capogiro: oltre 240 miliardi di euro.
A tanto ammontano i prestiti concordati alla Grecia attraverso i due piani di salvataggio, nel 2010 e nel 2012, nel pieno della crisi che ha messo in ginocchio Atene.
Di questi fondi però, soltanto una quota minima sarebbe finito concretamente nelle casse del governo ellenico, e quindi ai suoi cittadini.
Il resto sarebbe servito a ripagare altri debiti e ricapitalizzare le banche del Paese.
A rivelarlo è uno studio della European School of Management and Technology visionato dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt.
Nel dettaglio, dei 215 miliardi effettivamente concessi sul totale stabilito, appena 9,7 miliardi sarebbero stati destinati al budget governativo, 86,9 miliardi sarebbero stati utilizzati per restituire altri prestiti e 52,3 miliardi per pagare gli interessi del debito. 37,3 miliardi sarebbero invece stati destinati agli istituti di credito.
Ossigeno che però nei fatti è però si è disperso molto in fretta, visto che come rileva Handelsblatt le banche hanno visto in Borsa erodere il proprio valore del 98%.
“Il pacchetto di aiuti è servito principalmente per salvare le banche europee”, ammette Jà¶rg Rocholl, presidente dell’ European School of Management and Technology al quotidiano.
“I contribuenti europei hanno salvato gli investitori privati”, rileva Rocholl che è anche consigliere del ministero delle Finanze tedesco.
(da Huffingtonpost”)
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