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ISIS COLPISCE IN NORMANDIA, DUE UOMINI IRROMPONO IN UNA CHIESA: SGOZZATO IL PARROCO, FERITI TRE FEDELI

Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile

UNO DEI KILLER AVEVA IL BRACCIALETTO ELETTRONICO, FALLE NELLA SICUREZZA FRANCESE

È terminato l’assalto in una chiesa vicino Rouen, in Normandia: i due assalitori che avevano preso in ostaggio un sacerdote e diverse fedeli, tra le quali due suore, sono stati uccisi dalla polizia francese.
Non è ancora chiaro se le vittime siano due o una. Il prete, Jacques Hamel, è stato sgozzato e ucciso. I due terroristi erano entrati attraverso la porta posteriore della chiesa durante la Messa mattutina. L’Isis ha rivendicato l’attacco a Rouen affermando che è stato compiuto da due ‘soldati’ del gruppo. Lo riferisce l’agenzia Aamaq.
Uno dei due assalitori aveva scontato un anno di prigione ed era stato liberato il 22 marzo: è quanto riferiscono fonti giudiziarie citate da I-Tèlè.
Nel 2015 cercò di arruolarsi nella jihad in Siria ma venne bloccato alla frontiera turca. All’uscita di prigione, il 22 marzo, era stato posto in libertà  vigilata con il braccialetto elettronico. Poteva uscire di casa ogni giorni dalle 8:30 alle 12:30.
Il presidente Francois Hollande, recatosi sul posto, ha condannato “l’ignobile assalto” e ha spiegato che si tratta di un attentato terroristico perpetrato da due individui che hanno agito “in nome dell’Isis”.
Il presidente francese ha continuato: “Ci troviamo ancora una volta di fronte a una prova, la minaccia è molto elevata”.
“È una guerra da condurre con tutti i mezzi nel rispetto dei diritti” ha aggiunto Hollande ricordando che i “terroristi vogliono dividerci”. “Sono voluto venire qui per esprimere il nostro dolore e sostegno anche alle forze di sicurezza che hanno evitato un bilancio ancora più pesante. Ringrazio pompieri, soccorsi, tutto il personale intervenuto rapidamente”.
Uno dei due assalitori di Saint-Etienne-de-Rouvray era stato condannato nel 2015 per un tentativo di arruolamento nella jihad in Siria.
Non ci riuscì e venne fermato alla frontiera turca: è quanto riferiscono fonti di polizia citate da diversi media francesi. “Era stato liberato e posto sotto sorveglianza con il braccialetto elettronico. La procura antiterrorismo aveva fatto appello contro questa decisione”.
Informazioni che devono ancora trovare l’ufficiale conferma delle autorità  francesi.
L’assalitore non sarebbe stato schedato come un vero e proprio potenziale terrorista, quindi come una sicura minaccia per la sicurezza nazionale, bensì come un “velleitario del jihad”, cioè piuttosto come fanatico con ambizioni radicali ma senza un’effettiva capacità  di realizzarle.
Non sarebbe dunque stato schedato con la ‘S’ riservata ai criminali più pericolosi.
E’ quanto riferisce l’edizione on-line del quotidiano ‘Le Figaro’, che cita fonti investigative riservate, secondo cui comunque è ancora in corso l’identificazione.

(da “Huffingtonpost“)

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CUCCHI, PARLA IL CARABINIERE CHE HA DENUNCIATO I PESTAGGI DEI COLLEGHI: “LUI UCCISO, IO ISOLATO”

Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile

E ACCUSA ESPONENTI DELL’ARMA: “ADESSO SUBISCO PRESSIONI E SOPRUSI”

Quattordici maggio 2015. Una data spartiacque per l’appuntato scelto dei carabinieri Riccardo Casamassima.
È uno dei pochi a conoscere la verità  sul caso Cucchi.
Dopo una notte insonne, a valutare conseguenze e possibili ripercussioni, il caffè scioglie gli ultimi dubbi e le insicurezze della sera prima.
Si veste ed esce di casa per incontrare Fabio Anselmo, l’avvocato di Stefano Cucchi. Con lui c’è la convivente, anche lei nell’Arma. E come lui a conoscenza di alcuni segreti sulla morte del geometra romano, fermato da una pattuglia il 15 ottobre 2009 per possesso di droga e morto sei giorni dopo all’ospedale Pertini di Roma. Casamassima ha 38 anni, indossa la divisa da quando ne ha 19.
Bussa alla porta di Anselmo, dunque. Lì confessa per la prima volta ciò di cui era venuto a conoscenza.
Ma è necessario un passo ulteriore per formalizzare le accuse. Perciò il 30 giugno del 2015 lo convoca il pm Giovanni Musarò, che coordina l’indagine bis sul trentenne pestato selvaggiamente da uomini in divisa.
La prima inchiesta ha portato a un nulla di fatto. Tutti assolti gli agenti penitenziari. E l’appello bis concluso la settimana scorsa ha scagionato i medici del Pertini.
L’inchiesta bis sulla morte del geometra romano ha il primo indagato. E due testimoni “in divisa” che hanno rivelato particolari importanti su quella sera aprendo nuovi e inquietanti scenari
Insomma, trascorsi sette anni ancora nessun colpevole. L’enigma da risolvere è scritto nelle motivazioni che giudici di Cassazione e di Appello hanno prodotto negli anni: Stefano Cucchi è stato, senza dubbio, picchiato.
Per questo, come sostiene la Suprema corte, sarà  necessario ripartire dalle testimonianze che fornivano più di qualche indizio su picchiatori vestiti da carabinieri. Da questo dato di fatto è ripartita la procura guidata da Giuseppe Pignatone per aprire il nuovo fascicolo.
Certo, nè la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, nè l’avvocato della famiglia, nè i pm, potevano immaginare di poter contare su un teste commilitone dei presunti autori del pestaggio.
Militare che sostiene di aver ricevuto le confidenze del superiore- il maresciallo Roberto Mandolini- dei presunti colpevoli.
Il maresciallo è uno dei cinque indagati. A lui e a Vincenzo Nicolardi viene contestato il reato di falsa testimonianza. Per gli altri tre – Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco – i pm ipotizzano il reato di lesioni.
Accusa che potrebbe mutare all’esito dell’incidente probatorio, se la nuova perizia dovesse stabilire che Cucchi è morto a causa dei pugni e dei calci ricevuti.
Tra il 2008 e il 2010 Casamassima era in forza al comando di Tor Vergata.
Proprio da qui era stato trasferito Mandolini con destinazione caserma Appia, la stessa da cui partiranno gli agenti per arrestare Stefano.
Un mese dopo il trasferimento, Mandolini, tornò nella sua vecchia “casa” ufficialmente a salutare il comandante. Tuttavia, stando al racconto dell’appuntato, il passaggio a Tor Vergata non era un gesto di cortesia: piuttosto era dovuto a questioni più urgenti e “critiche”.
«Quando lo vidi nella caserma lui si mise una mano sulla fronte, poi esclamò: “È successo un casino i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato”», conferma a “l’Espresso” quanto già  messo a verbale in procura.
«Dopo di che si recò a passo spedito verso l’ufficio del comandante della stazione, il maresciallo Enrico Mastronardi», prosegue Casamassima. E qui avrebbe confessato “il casino” al superiore, indicando il nome del ragazzo pestato dai colleghi.
A sentire quelle parole, e il cognome Cucchi, è stata la convivente dell’appuntato. Insieme hanno deciso di denunciare.
La donna si trovava nella stanza prima che Mandolini entrasse. E mentre si dirigeva verso l’uscita il maresciallo aveva iniziato già  a parlare. Non si ricorda il giorno esatto della visita, l’appuntato. Ma di una cosa è certo: «Cucchi era ancora vivo».
Riferisce, inoltre, dell’incontro avuto con il figlio di Mastronardi, anche lui nell’Arma. «Mi disse di aver visto Cucchi la sera dell’arresto, e di aver constatato che era ridotto male a causa delle botte ricevute dai colleghi del comando Appia. Disse: non puoi capire come me l’hanno portato, era messo proprio male».
Mastronardi junior, però, sentito dai magistrati non ricorda di aver pronunciato quelle parole, ma non esclude di aver sentito voci di caserma sul fatto: «Non posso escludere di aver partecipato ad una conversazione fra colleghi nella quale si diceva che Cucchi avesse subito un pestaggio dai colleghi di Roma Appia, ma in questo momento non ricordo bene».
Il racconto di Casamassima troverebbe conferma anche nella testimonianza, agli atti dell’inchiesta, del militare, Stefano Mollica, che ha accompagnato Cucchi in tribunale: «Come ho già  riferito in precedenza, il gonfiore del viso di Stefano Cucchi faceva impressione, io non ho mai visto niente del genere in vita mia».
Perchè Casamassima ha deciso di parlare solo ora? A distanza di anni? «Non ho più seguito il caso Cucchi e solo pochi mesi fa, essendo in convalescenza, ho visto in televisione la sorella di Stefano Cucchi. In quel momento ho trovato la forza di dire tutto ciò che sapevo».
L’appuntato ai magistrati ha anche indicato una chiave di lettura sui trasferimenti di alcuni colleghi all’interno dell’Arma.
Sostiene che esistono trasferimenti premio e altri punitivi. Nel caso di Mandolini, per esempio, il suo spostamento al battaglione Tor di Quinto rientrerebbe nella seconda categoria: «Il battaglione e la Compagna speciale sono reparti con tanti colleghi che hanno problemi con la giustizia. E Mandolini non aveva neppure i requisiti per fare domanda, non aveva per esempio meno di 35 anni, per questo deduco che è stato un trasferimento d’ufficio, cioè punitivo».
Anche Casamassima è stato trasferito. Il paradosso, però, è che i vertici l’hanno mandato nello stesso ufficio del maresciallo Mandolini.
Ora convivono, denunciante e denunciato. Ciò che preoccupa di più il militare, però, è la distanza, 45 chilometri, che deve percorrere ogni giorno.
Per questo ha tentato di chiedere il trasferimento sfruttando la legge sul ricongiungimento famigliare.
La richiesta è partita dopo la notizia della sua testimonianza in procura. L’appuntato ha due figli e una compagna che vivono appena fuori Roma. Ne avrebbe diritto, ci spiega durante l’incontro. Niente da fare, però: «La domanda per riavvicinarmi a casa è stata approvata da tutti gli ufficiali territoriali, poi una volta arrivata al comando generale è stata respinta».
Ma i guai per l’appuntato iniziano ben prima della denuncia sul caso Cucchi.
Nel 2014 ha presentato una denuncia dettagliata, letta da “l’Espresso”, alla procura militare. Una relazione con nomi e cognomi di chi tra i suoi colleghi dell’ultima stazione avrebbe superato lo steccato di ciò che è lecito.
Con dovizia di particolari indica militari assenteisti, altri che gestirebbero aziende intestate alle mogli, altri ancora in affari con Onlus.
Racconta persino di “buste” con soldi. La denuncia è ferma sul tavolo degli inquirenti da due anni. Un fascicolo è stato aperto, ma per ora, senza alcuno sviluppo.
Intanto lui sta affrontando un processo al tribunale di Roma, per una serie di omissioni nella gestione degli informatori. Già , perchè, come ripete spesso, è uno “sbirro” di strada. Ha condotto numerose operazioni. Lavorava soprattutto con informatori. Fonti sempre borderline.
Tra i suoi contatti anche personaggi di calibro del milieu delle borgate romane. Questo è l’argomento che i suoi nemici usano più spesso: «Ma chi? Casamassima? Ha solo voglia di vendicarsi», racconta. Eppure per i pm di Roma il suo racconto è credibile. A loro nell’estate 2015 confessava: «Avrei preferito tenere fuori la mia donna, temo forti ripercussioni all’interno dell’Arma».
Un anno dopo queste ultime parole si ritrova a lavorare con il collega che avrebbe coperto il pestaggio di Cucchi, lontano dalla famiglia e con un procedimento disciplinare aperto successivamente alla testimonianza, per un vecchio danno all’auto di servizio.
Per questo si appella al comandante generale Tullio Del Sette: «Lo ritengo un militare scrupoloso e capace. Vorrei solo che lui ascoltasse le nostre ragioni».

Giovanni Tizian
(da “L’Espresso”)

argomento: Giustizia | Commenta »

LA RISPOSTA DI UN DISABILE A UN PADRE CHE SI LAMENTA DEI BAMBINI CON HANDICAP

Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile

“SONO DISABILE E I MIEI FIGLI SARANNO PIU’ FORTUNATI DEI TUOI”

Un uomo scrive una lamentela su Tripadvisor poichè nel villaggio-vacanze sono presenti “una miriade di bambini disabili” che turbano la serenità  dei suoi figli.
Il messaggio è apparso nella celebre piattaforma lo scorso 1 giugno, il mittente è italiano ma anonimo e promette di chiedere un risarcimento alla struttura che nelle sue parole avrebbe dovuto avvisarlo della presenza di turisti disabili: “Per i miei figli non è un bello spettacolo vedere dalla mattina alla sera persone che soffrono su una carrozzina”.
Il commento è diventato virale soltanto in questo scorcio di luglio e ha raccolto l’attenzione di Jacopo Melio, ventiquattrenne attivista per i diritti dei disabili, anche lui costretto in una carrozzina.
E così Melio ha scritto una lunga lettera virtuale all’autore del messaggio dal titolo “Io in vacanza ci vado”, colpendo con sarcasmo la sua meschinità  e invitandolo a riflettere sugli errori educativi trasmessi ai figli che per godersi una vacanza al mare non devono avere intorno persone con handicap, negando dunque a queste ultime il diritto di trascorrere un periodo al mare oppure in montagna.
“Se un giorno avrò dei figli saranno sicuramente più fortunati dei tuoi che, poveracci, di colpe non ne hanno. Più fortunati perchè scopriranno che la mia carrozzina non è nè più nè meno di un paio di scarpe nuove con le quali iniziare viaggi, avventure, sogni, destini, speranze”, scrive il ragazzo che esordisce con “cara testa a pinolo”.
“Se mai un giorno avrò dei figli vorrò insegnare loro che la vera disabilità  è negli occhi di chi guarda, di chi non comprende che dalle diversità  possiamo solo imparare. Disabile è chi non è in grado di provare empatia mettendosi nei panni degli altri, di mescolarsi affamato con altre esistenze, di adottare punti di vista inediti per pura e semplice curiosità “, dice ancora Melio che ora vorrebbe realizzare una linea di magliette con l’hashtag #testaapinolo per finanziare la sua associazione “Vorrei prendere il treno”, nata per abbattere le barriere architettoniche e permettere ai portatori di handicap di salire sui mezzi di trasporto pubblici senza dover vivere delle continue odissee, come è capitato spesso anche a Jacopo.
La risposta di Melio ha raccolto un enorme entusiasmo, specialmente da parte di utenti disabili che applaudono la sua ironia e lo ringraziano di aver svergognato almeno virtualmente l’autore della antipatica lamentela.

(da “Huffingtonpost”)

argomento: Diritti civili | Commenta »

ANCHE GLI STATALI DIVENTANO PRECARI: SCOMPARE IL POSTO FISSO E GLI SCATTI AUTOMATICI DI ANZIANITA’

Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile

CI VOLEVA UN GOVERNO DI SINISTRA PER TOGLIERE ULTERIORI DIRITTI… LE NOVITA’ NELLA BOZZA DEL DECRETO ATTUATIVO

I lavoratori del pubblico impiego potrebbero essere condannati a dire addio ad almeno due incrollabili certezze: il posto fisso e gli scatti automatici di anzianità .
La novità  – secondo quanto riportato dal Corriere della Sera – sarebbe inserita nella bozza di uno dei decreti attuativi più attesi della Riforma della Pubblica Amministrazione
Ogni anno, dice il documento, tutte le amministrazioni devono comunicare al ministero le «eccedenze di personale» rispetto alle «esigenze funzionali o alla situazione finanziaria».
Detto brutalmente, i dipendenti che non servono o che la situazione di bilancio non consente di tenere in carico.
Le «eccedenze» possono essere subito spostate in un altro ufficio, nel raggio di 50 chilometri da quello di provenienza con la mobilità  obbligatoria.
Altrimenti vengono messe in «disponibilità »: non lavorano e prendono l’80% dello stipendio con relativi contributi per la pensione.
Ma se entro due anni non riescono a trovare un altro posto, anche accettando un inquadramento più basso con relativo taglio dello stipendio, il loro «rapporto di lavoro si intende definitivamente risolto».
Stop anche agli aumenti di stipendio legati all’anzianità  professionale.
I compensi dei lavoratori, come già  di fatto accade da tempo, non saliranno in funzione degli anni lavorati
Ogni anno tutti dipendenti pubblici saranno valutati dai loro dirigenti per il lavoro fatto. E sulla base di quelle pagelle sarà  assegnato un aumento, piccolo o grande a seconda delle risorse disponibili, a non più del 20% dei dipendenti per ogni amministrazione.
Tra le novità  previste dal decreto – scrive ancora il Corriere – anche “l’obbligo della conoscenza dell’inglese come requisito per i concorsi pubblici, la visita fiscale automatica per le assenze fatte al venerdì e nei prefestivi”, “la fine dell’indennità  di trasferta e il buono pasto uguale per tutti, sette euro al giorno”.

(da “Huffingtonpost”)

argomento: Lavoro | Commenta »

ALLARME BOMBA METRO MILANO DI IERI: NEI FILMATI SPUNTANO TRE RAGAZZINI

Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile

AVEVANO LASCIATO UNA SCATOLA CON ALL’INTERNO UN’AUTORADIO, UNA BATTERIA E DEI FILI AL SOLO SCOPO DI GENERARE PANICO

Potrebbe essere stato un gruppo di ragazzi a lasciare la scatola di legno con all’interno un’autoradio, una batteria e dei fili elettrici nel metrò della stazione Centrale di Milano, dove ieri è scattato il piano antiterrorismo che ha portato all’evacuazione dell’area e al blocco della circolazione delle linee del metrò M2 e M3.
Le immagini dei tre giovanissimi sarebbero state isolate dal flusso dei filmati delle telecamere di videosorveglianza passate al setaccio dal personale dell’Atm e della Digos, ma si attendono gli esiti delle indagini.
La procura ha aperto un fascicolo a carico di ignoti, per indagare su chi ha lasciato la finta bomba su una banchina del metrò in un periodo di massima allerta contro possibili azioni terroristiche.
Sono stati acquisiti i filmati delle telecamere della metropolitana, ma anche quelle di videosorveglianza sui cinque treni che hanno preceduto l’ora del ritrovamento della scatola.
L’allarme nel metrò di Milano è scattato alle 16.43 di ieri, quando una squadra di agenti del Nucleo tutela trasporto pubblico della polizia municipale ha notato sulla banchina della linea Verde del metrò, a pochi metri dai binari dei treni che viaggiano in direzione Abbiategrasso, una scatola di legno scuro, infilata in una sacca di tessuto bianco, fatta brillare dagli artificieri dei carabinieri mentre tutta la zona era stata sgomberata.
Dopo circa un’ora e mezza la situazione è tornata alla normalità  e le corse sono ripartite.

(da agenzie)

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