Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
L’EX DIRETTORE DELLA PADANIA: “SALVINI E’ AFFETTO DA CRETINISMO POLITICO, OLTRE TRE CONCETTI NON SA ANDARE”
Non stimo per niente la Boldrini (cui oggi va la mia solidarietà ) da un punto di vista politico, ma se la politica si deve fare così allora spegniamo la luce e andiamocene, chè è meglio.
La politica si sta esaurendo in battute, in post, in brevi dichiarazioni o in altro che non richieda un pensiero.
Salvini non è nuovo al cretinismo politico (la rete è piena di sue tracce), ma rispetto al passato ha delle responsabilità maggiori.
Un tempo poteva dare libero sfogo ai suoi istinti comici perchè sulle sue spalle non gravava un pezzo importante del centrodestra; oggi non è così.
Che piaccia oppure no, Salvini ha risollevato la Lega e l’ha rimessa al centro di uno spazio politico. Lo ha fatto criticando l’Europa, la legge Fornero e le politiche sull’immigrazione dei recenti governi. Arrivato al dunque però si è perso.
Ha cominciato a parlare come un disco rotto, confermando l’impressione che oltre quei due-tre concetti non sa andare.
La cretinata della bambola gonfiabile rappresenta la corda del ring dove Salvini cerca riparo nella speranza di uscire e piazzare un colpo.
È la battuta di chi ormai non sa più come scaldare quella platea a cui ha già sciorinato di tutto.
Salvini lascia ogni cosa in sospeso quando si tratta di passare dalle critiche alle idee: dire no all’euro non basta se poi non si sa come istruire un processo alternativo; dire no all’immigrazione è più facile che spiegare come gestire i flussi o i respingimenti; affermare di voler aiutare le piccole aziende liberandole dal giogo fiscale non cancella il ricordo di quella stagione dove il nord fu illuso dagli accordi tremontiani-calderoliani. Potrei andare oltre.
Salvini sta sciupando il gruzzolo di consensi costruito un anno fa.
Ora sembra uno di quei barattoli che si buttano giù al luna park. L’eccesso di battutismo (in questo blog ho già avuto modo di dirgli che sembra la Teresa del Musazzi versione la Corrida) è esattamente ciò che Berlusconi spera per riportare all’ovile forzista i “suoi” voti, magari destinandoli a quel Parisi che ha tutte le carte in regola per guidare il centrodestra.
Senza considerare inoltre il fatto che l’esodo di voti leghisti verso il Cinquestelle è un dato di fatto.
Le recenti amministrative hanno segnato una forte battuta di arresto per il Matteo-con-la-felpa, dalla Lega a Noi con Salvini: i comuni lombardi (compreso quello dì Varese, santuario del Carroccio) sono nelle mani del Pd, la Lombardia in quelle traballanti di Maroni, il Veneto è guidato da Zaia (cioè colui che prenderà il posto del ragazzo milanese…) e sotto il Po diciamo che non si vedono folle esultanti.
Insomma, Salvini sta dimostrando di non saper andare oltre i titoli.
Stia attento però a non essere lui ai titoli di coda.
Gianluigi Paragone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
INSULTI SESSISTI ALLA BOLDRINI DA PARTE DEL FANCAZZISTA DELLA POLITICA…. LA BOLDRINI A 20 ANNI HA LASCIATO LA FAMIGLIA PER ANDARE DAI CAMPESINOS IN AMERICA LATINA, LUI FREQUENTAVA I CENTRI SOCIALI PRIMA DI TROVARE LO STIPENDIO IN VIA BELLERIO… LA LEGA PERDE CONSENSI E IL SISTEMAMOGLI CERCA VISIBILITA’
Uno spogliarello improvvisato per indossare una t-shirt regalata dai supporter e una bambola
gonfiabile che arriva sul palco.
Matteo Salvini non perde occasione per attaccare e offendere – ancora una volta – la presidente della Camera, Laura Boldrini. “C’è la sosia di Boldrini qui”, dice al microfono il leader della Lega, tra le risate dei simpatizzanti del Carroccio radunati sabato a Soncino, in provincia di Cremona.
Ne nasce un caso.
La Boldrini pubblica un post su Facebook con il video di quanto successo: “Le donne non sono bambole e la lotta politica si fa con gli argomenti, per chi ne ha, non con le offese”.
E’ solo la prima di una valanga di condanne.
Travolto dalle critiche, arrivate anche dal centrodestra, lancia l’hashtag #sgonfialaboldrini: “Ipocrita, buonista, razzista con gli italiani. Dimettiti!”, scrive.
In tv ribadisce: “Non chiedo scusa”, e cambia addirittura il suo profilo Fb.
Per la ministra per le Riforme costituzionali con delega alle Pari opportunità , Maria Elena Boschi quella di Salvini è “una squallida esibizione di sessismo”.
“La frase non è giustificabile in alcun modo – dice – non offende solo la presidente Laura Boldrini, ma anche tutte le donne e gli uomini del nostro paese”.
Mentre la ministra Marianna Madia rende pan per focaccia: “Salvini ha meno cervello di una bambola gonfiabile”.
“Che il linguaggio di Salvini fosse sessista, violento e volgare è cosa nota a tutti ma ha veramente raggiunto il massimo della sua indecenza”, tuona la vice presidente del Senato, Valeria Fedeli, Pd, seguita a ruota dal deputato dem Emanuele Fiano.
“Ha oltrepassato ogni limite della decenza, è stata mostrata una visione machista e sessista di società che non può trovare accoglienza, nè complici silenzi nel Paese. Proprio dalla cultura che vede le donne ridotte a meri oggetti sessuali inanimati che si legittima la violenza di genere”.
“Razzismo, sessismo e fascismo camminano volentieri a braccetto”, rincara la dose Nicola Fratoianni di Si, anche Nichi Vendola si riaffaccia sulla scena politica nazionale dopo la nascita del suo bambino per esprimere solidarietà .
Il centrodestra, visto il polverone, si vede costretto a censurare il siparietto.
Con prese di distanze pesanti. Lorena Milanato, deputata di Forza Italia e rappresentate del comitato Pari opportunità della Camera: “Salvini eviti in futuro, per il bene del suo partito e della coalizione, simili spiacevoli svarioni”.
“Inqualificabile, non c’è spazio per lui tra i moderati”, commenta Dorina Bianchi, di Area Popolare.
Fabrizio Cicchitto, Ncd, taglia ogni possibilità di intesa: “A Toti l’impossibile compito di rendere compatibile un soggetto del genere con un’alleanza politica decente, missione impossibile”.
Già in passato Salvini aveva usato parole pesanti contro Laura Boldrini, descritta come “la peggiore presidente della Camera della storia. È l’ipocrisia, il nulla fatto donna – aveva detto durante un tour elettorale un anno fa .
In quella occasione, per stigmatizzare “le offese personali e gratuite” del leghista era intervenuto anche il presidente del Senato Pietro Grasso, oltre a Rosi Bindi.
Il suo messaggio sull’uscita di Salvini era stato: “Le parole di Salvini sono un volgare e inaccettabile insulto a chi rappresenta una delle istituzioni democratiche del paese, ma colpisce anche la dignità di tutte le donne impegnate in politica”
(da “la Repubblica”)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
ECCO LA MAPPA DELLA DISTRIBUZIONE E IL PIANO DEL VIMINALE
In un mondo ideale gli uomini sono numeri primi, divisibili solo per uno o per se stessi. Ognuno con la propria storia, le proprie esperienze, le proprie speranze.
Da anni, invece, l’emergenza profughi ci costringe ad aritmetiche diverse: quanti pasti, quanti richiedenti asilo, quante strutture.
Non è un calcolo facile e spesso s’intreccia con le istanze della politica che esasperano certi numeri o li minimizzano.
La Stampa, per la prima volta, è in grado di fornire tutti i dati e mostrare quali sono i Comuni che accolgono più richiedenti asilo e rifugiati e quali meno, quali territori sono in difficoltà e quali non sono toccati dal problema.
Un progetto nato dopo che, nei giorni scorsi, molti sindaci hanno lanciato un grido d’allarme, schiacciati sotto il peso di una questione complessa e più grande di loro. «Sono troppi, non ce la facciamo più» hanno protestato.
Nell’occhio del ciclone è finito quel sistema dell’emergenza che permette ai prefetti di imporre alle amministrazioni comunali di farsi carico di un certo numero di richiedenti asilo.
Alle proteste il ministro Angelino Alfano ha risposto approntando un piano che preveda una distribuzione più equa delle «quote»: due o tre persone ogni mille abitanti è l’obiettivo.
Ma è fattibile? E come impatterà sul Paese?
Per scoprirlo siamo andati a controllare la situazione di oggi. I dati sono la fotografia del 20 luglio scorso.
Partiamo dalla dimensione del fenomeno. I richiedenti asilo e rifugiati gestiti attraverso le prefetture sono 101.113.
Se calcoliamo che quelli accolti dallo Sprar, la rete di enti che volontariamente mette a disposizione posti e progetti di integrazione, sono stati 29.000 nell’intero 2015 possiamo già stabilire un primo dato di fatto: la programmazione è ben lungi dal gestire la materia. Si viaggia quasi sempre nell’eccezionalità .
Questo ha creato, in mancanza di una programmazione e della creazione di centri, uno dei temi più dibattuti della politica: l’uso di alberghi e strutture ricettive.
I richiedenti asilo e rifugiati che oggi sono ospitati in hotel, bed&breakfast e quant’altro sono 10.543, il 10 per cento.
Tutte le strutture, 266 in tutto il Paese, sono convenzionate con le prefetture.
Secondo punto: le difficoltà ci sono, le proteste anche, ma l’accoglienza in emergenza è un problema che la maggior parte delle città nemmeno conosce.
Su 8000 Comuni italiani, solo 2026 si sono visti attribuire migranti dal Viminale. Uno su quattro. Quelli che però li accolgono sono oltre la loro capacità .
Sul totale dei migranti accolti, ci sono 3000 posti disponibili in meno. Solo cinque regioni non sono al completo (Lazio, Molise, Sardegna, Sicilia e Valle d’Aosta).
Per il resto ci sono regioni come la Basilicata dove l’accoglienza ha superato del 13,4% i posti disponibili.
Questo ci porta al terzo punto: la distribuzione è molto squilibrata.
Nella mappa virtuale qui sopra siamo partiti dall’obiettivo del governo (2,5 persone ogni mille abitanti) e abbiamo provato a vedere in che situazione siamo oggi.
I paesi in verde e giallo rientrano nelle previsioni del Viminale, quelli in rosso vanno oltre. Sono 1170 su 2026 quelli che superano l’obiettivo, con ampie oscillazioni.
Facciamo un esempio: il Comune di Alessandria in Piemonte.
Rita Rossa (Pd) è una dei sindaci che nei giorni scorsi ha protestato più vibratamente per l’arrivo dei profughi. La sua città risulta averne 323 su una popolazione di circa 93 mila abitanti.
Se il piano del governo fosse già operativo ne avrebbe 235. Di fatto risulta avere 88 persone in più, una ogni mille abitanti. È ingestibile? Secondo Rossa sì. Di contro ci sono Comuni come il piccolo Brognaturo (in basso l’intervista al sindaco) che hanno molti più richiedenti asilo di quanti spetterebbero loro secondo il futuro piano, ma questo non è un problema. Anzi.
Non sarà facile per il Viminale attuare un programma come quello allo studio. L’obiettivo di una redistribuzione più equa è giusto a livello teorico, ma dovrà rispondere alle esigenze di territori come il Veneto, che non vuole assolutamente nuovi migranti pur avendo numeri molto al di sotto di altre regioni; e anche di realtà come Brognaturo, dove invece l’arrivo di richiedenti asilo è visto come una benedizione.
Siamo un Paese molto diversificato.
E forse una media aritmetica applicata in modo automatico non sarebbe la risposta più adatta. Forse anche i territori, come gli uomini, alla fine sono numeri primi.
Raphaà«l Zanotti
(da “La Stampa”)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
PANAMA PAPERS: 1.400 SOCIETA’ ANONIME PER SPOGLIARE LE RISORSE NATURALI DEL CONTINENTE NERO.. PETROLIO, GAS. ORO E DIAMANTI: COME I SOLDI SOTTRATTI ALLE POPOLAZIONI FINISCONO NEI PARADISI FISCALI
Ecco i nuovi Panama Papers: l’Africa saccheggiata dalle offshore dei potenti. 
Tre mesi dopo aver svelato migliaia di società anonime utilizzate dai ricchi del mondo per spostare profitti e patrimoni nei paradisi fiscali a tassazione bassissima o nulla, una nuova inchiesta internazionale dei giornalisti associati al consorzio Icij mette a nudo gli affari segreti di politici, militari, dirigenti statali, manager e imprenditori che si spartiscono le enormi risorse naturali del Continente nero.
Attraverso l’analisi dei documenti riservati dell’archivio di Mossack Fonseca, lo studio legale con base a Panama specializzato nella creazione di anonime società -schermo per migliaia di clienti di tutto il pianeta, i giornalisti aderenti all’International Consortium of Investigative Journalists, di cui fa parte l’Espresso in esclusiva per l’Italia, hanno identificato oltre 1.400 offshore collegate direttamente alle ricchezze dell’Africa.
Lo studio Mossack Fonseca ha lavorato per tre ex ministri nigeriani del petrolio, che hanno usato le società offshore per comprare imbarcazioni e ville a Londra.
Secondo Oxfam, il 12 per cento del Pil del Paese viene perduto in flussi finanziari illeciti
Sono società che permettono ai titolari di sfruttare materie prime e risorse naturali in ben 44 dei 54 Stati africani: soprattutto petrolio, gas, oro, diamanti e altri metalli preziosi. Attraverso le offshore, i profitti vengono sottratti alle popolazioni locali e dirottati in lontani paradisi fiscali come British Virgin Islands, Seychelles o Dubai.
Il regime legale di segretezza che caratterizza queste società – cassaforte aveva finora garantito il più assoluto anonimato ai ricchissimi proprietari delle 1.400 offshore, utilizzate anche per nascondere l’identità dei protagonisti di colossali casi di corruzione e riciclaggi di denaro sporco.
Alcuni di questi affari africani sono al centro anche di indagini giudiziarie avviate dalle autorità africane o da magistrati di altri Paesi come Stati Uniti, Svizzera, Gran Bretagna e Italia.
PanamAfrica è il nome in codice di questa nuova inchiesta giornalistica, che parte sempre dall’archivio delle società registrate fino al 2015 dallo studio Mossack Fonseca: oltre 120 mila offshore costituite dai professionisti di Panama ma collocate anche in molti altri paradisi fiscali.
Dopo gli articoli pubblicati nel maggio e aprile scorsi sulle società -cassaforte utilizzate per finalità di evasione o elusione fiscale, PanamAfrica ora spiega come le offshore vengono utilizzate per spogliare il Continente nero delle sue ricchissime risorse, mentre milioni di uomini, donne e bambini africani sono costretti a vivere in condizioni disumane, tra fame, miseria, disastri ambientali, terrorismo e guerre spesso collegate a inconfessabili moventi economici.
Gli articoli pubblicati a partire da oggi sul sito de l’Espresso documentano i primi risultati di questa nuova inchiesta giornalistica internazionale.
Ci sono le offshore segrete dei faccendieri che hanno ottenuto da ministri corrotti le licenze per sfruttare i giacimenti di gas e petrolio in Algeria o le miniere della Repubblica Democratica del Congo.
C’è l a storia del playboy, amico di molte stelle del cinema e della musica, che è diventato miliardario con il petrolio in Nigeria , dove ora è sotto accusa per una rovinosa bancarotta da 1.800 milioni di dollari.
Ci sono i retroscena economici dei grandi safari : ogni anno milioni di turisti visitano le savane nella convinzione di beneficiare la popolazione locale, mentre i profitti vengono in realtà dirottati all’estero in anonimi forzieri offshore. E c’è la vera storia dei diamanti insanguinati della Sierra Leone .
All’inchiesta PanamAfrica hanno partecipato oltre quaranta giornalisti di testate europee e africane appartenenti a venti nazioni diverse.
(da “L’Espresso”)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
LA REPRESSIONE CONTINUA , OLTRE 13.000 GLI ARRESTATI
In piazza contro il golpe. Dopo giorni in cui le strade sono state teatro delle manifestazioni dei sostenitori del presidente Recep Tayyip Erdogan, è l’opposizione, questa volta, a protestare e a radunare decine di migliaia di persone a piazza Taksim, nel cuore di Istanbul.
Una manifestazione “per la Repubblica e la democrazia”, spiega dal palco il leader del partito socialdemocratico Chp, Kemal Kilicdaroglu.
Il raduno, autorizzato dal governo che ha anche inviato una delegazione, segna un inedito momento di unità nazionale contro il “nemico comune” Fethullah Gulen, accusato da Ankara di essere l’anima del fallito colpo di stato. Domani, in un ulteriore segnale di distensione, Erdogan vedrà il leader nazionalista Bahceli e lo stesso Kilicdaroglu, che ha accettato per la prima volta di entrare nella residenza del presidente ad Ankara. Sul tavolo, le misure da prendere dopo il golpe.
Nel mare di bandiere rosse agitate inpiazza Taksim si notano anche i ritratti di Mustafa Kemal Atatà¼rk, padre della Repubblica e figura tutelare del militanti di opposizione. “Difendiamo la repubblica e la democrazia”, “la sovranità appartiene al popolo incondizionatamente”, “no al colpo di stato, sì alla democrazia”, si legge su alcuni cartelli. Al di là del rifiuto del colpo di stato, in molti protestano contro l’imposizione dello stato di emergenza e la “stretta” di Erdogan: “N golpe, nè diktat, potere al popolo!”, “la Turchia è laica e resterà così”, hanno scandito i manifestanti.
La repressione resta durissima.
Il numero degli arrestati è salito a 13.165. Tra loro, 8.838 militari (tra cui 123 generali e ammiragli), 2.101 magistrati, 1.485 poliziotti, 52 autorità amministrative e 689 civili.
Proseguono anche i blitz contro presunti fiancheggiatori di Gulen: nella provincia di Trebisonda, sul mar Nero, le forze di sicurezza turche hanno arrestato Halis Hanci, considerato il braccio destro dell’imam.
Per le autorità , è responsabile di avergli trasferito risorse direttamente dalla Turchia, dove sarebbe arrivato solo due giorni prima del tentativo di putsch.
Sabato era stato già arrestato il nipote, Muhammet Sait Gulen, in un raid nella sua roccaforte di Erzurum, nell’Anatolia orientale. In manette anche due donne simbolo: il primo rettore con il velo, Aysegul Sarac, a capo dell’università Dicle di Diyarbakir, e l’unica pilota da combattimento della Turchia, Kerime Kumas, che la notte del golpe avrebbe volato con il suo F-16 sui cieli di Istanbul.
Nel mirino, ancora i luoghi e le istituzioni legati a Gulen.
Dopo aver chiuso 934 scuole e 15 università , insieme a oltre mille altri enti e associazioni, l’organismo turco per la supervisione degli istituti bancari ha revocato la licenza all’istituto di credito Bank Asya, già commissariato lo scorso anno.
Al posto dei “gulenisti” cacciati, la Turchia ha intanto deciso di assumere oltre 20 mila nuovi insegnanti. Finora, Ankara ha sospeso oltre 21 mila docenti di scuole pubbliche e revocato la licenza di insegnamento ad altrettanti professori di scuole private. Misure che rischiano di bloccare il percorso di decine di migliaia di studenti. Per questo, anche la riorganizzazione del sistema educativo appare una corsa contro il tempo in vista dell’inizio dell’anno scolastico.
Quel che accade in Turchia continua a suscitare preoccupazioni a livello internazionale.
Dopo gli appelli lanciati da Ue e Usa affinchè non si consumi una “vendetta”, violando lo stato di diritto, Amnesty International rilancia le denunce di maltrattamenti degli arrestati, già emerse nei giorni scorsi anche con alcune foto-shock.
Ci sono “prove credibili” che i detenuti siano stati “sottoposti a percosse e torture, incluso lo stupro, nei centri di detenzione ufficiali e non ufficiali”, sostiene l’ong, chiedendo ad Ankara di aprire agli osservatori internazionali caserme, centri sportivi e tribunali dove vengono tenuti i golpisti.
(da agenzie)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
TRENTA COLPI IN UN LOCALE DOVE SI TENEVA UNA FESTA TRA TREDICENNI
Almeno due persone sono rimaste uccise e altre 16 ferite in una sparatoria avvenuta al Club Blu di
Fort Myers, in Florida.
Lo riporta la Nbc citando fonti di polizia. Il bilancio è ancora provvisorio.
Secondo testimoni la sparatoria si sarebbe verificata durante una cosiddetta ‘teen night’, una festa per adolescenti, a cui partecipano anche ragazzi di 13 anni.
Il dipartimento di polizia di Fort Myers ha confermato che due persone sono morte e “almeno 14-16” sono rimaste ferite.
Sempre la polizia riferisce di aver catturato un sospetto mentre un altro è in fuga. “Il dipartimento di polizia di Fort Myers e l’ufficio dello sceriffo della contea di Lee sono alla ricerca di altre persone che potrebbero essere coinvolti nella sparatoria”, si legge in un comunicato.
La dinamica. A quanto pare, poco dopo l’una di notte un uomo ha inziato a sparare colpi fuori dal locale, nel parcheggio del Club Blu. Alcune testimonianze parlano di almeno 30 spari e hanno descritto la scena come un “manicomio”.
Secondo le prime informazioni una delle vittime, che ancora non sono state identificate, è un ragazzo di 14 anni.
Seconda sparatoria. Secondo gli agenti una seconda sparatoria, non è chiaro se collegata alla prima, si è verificata sempre a Fort Myers: colpi d’arma da fuoco sono stati sparati contro un’automobile ed una casa causando un ferito. La polizia è sulle tracce di due uomini armati e di un terzo sospetto
(da agenzie)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
E’ UN RIFUGIATO SIRIANO DI 27 ANNI IN CURA PSICHIATRICA, CON DUE TENTATI SUICIDI E REATI DI DROGA ALLE SPALLE
Continua la scia di sangue nel sud della Germania. E in Baviera è ancora terrore. Uno scoppio improvviso, alle 22 di ieri sera, dinanzi a un ristorante nel centro di Ansbach. La gente è in preda al panico, il Paese vive l’ennesimo incubo. Il terzo in 48 ore.
Un rifugiato siriano di 27 anni, che soffriva di disturbi psichici, si è fatto saltare in aria durante un festival musicale, provocando 12 feriti, nessuno dei quali in pericolo di vita.
Il concerto è stato immediatamente interrotto e i circa 2.500 spettatori sono stati allontanati dall’area. Inizialmente Bild online e Ntv avevano dato come possibile causa una fuga di gas, poi la sindaca Carda Seidel ha parlato di un ordigno. Quindi la polizia ha reso noto che l’unica vittima era l’attentatore.
In una successiva conferenza stampa, il ministro dell’Interno bavarese, Joachim Herrmann, ha precisato che l’uomo aveva cercato di entrare nell’area in cui si svolgeva il concerto ed era stato bloccato dagli addetti alla sicurezza perchè non aveva il biglietto.
Ora si sa che l’attentatore soffriva di disturbi psichici. La sua domanda d’asilo era stata respinta un anno fa, ma gli era stato concesso di continuare a vivere in Germania con un permesso di soggiorno provvisorio in considerazione del conflitto in Siria.
Aveva tentato il suicidio due volte ed era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico. Viene però descritto come ” un tipo che non dava nell’occhio, gentile e cordiale” dal direttore dell’ufficio sociale della città sulla base delle informazioni fornite dai suoi collaboratori. Non è ancora chiaro se abbia agito con intento suicida o se volesse uccidere.
Subito dopo la deflagrazione ci sono state scene di panico. La zona è stata immediatamente isolata dalla polizia, dai reparti speciali e dai vigili del fuoco. Forze dell’ordine e mezzi di soccorso sono stati coordinati dall’alto da un elicottero. Nel municipio è stata istituita un’unità di crisi.
La Germania è ancora sotto shock per la strage di Monaco e il livello di allarme è altissimo.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 24th, 2016 Riccardo Fucile
DUE ANNI PER UNA DELIBERA E PER STANZIARE 1,5 MILIONI PER DEMOLIRLO E RICOSTRUIRLO, MA TUTTO E’ ANCORA FERMO
L’aspetto più moralmente insopportabile in questa storia, altrimenti da rubricare fra i piccoli orrori
quotidiani di un Paese incapace di normalità , è che ci vanno di mezzo i diritti dei bambini.
Diritti calpestati senza riguardo da una burocrazia ottusa e inadeguata, tutta ripiegata a difesa della propria inettitudine: al punto da chiedersi perfino se lor signori sappiano che cosa significa avere dei figli e doverli mandare all’asilo. L’asilo, appunto.
La storia è raccontata in una lettera che l’architetto Leopoldo Freyrie, fino a qualche mese fa presidente dell’Ordine nazionale, ha spedito alla sindaca di Roma Virginia Raggi.
Comincia così: «Le scrivo perchè si ponga urgente rimedio a una situazione che ritengo inaccettabile e grave dal punto di vista civico ancor prima che professionale». La situazione è quella di un asilo nel quartiere Axa, estrema periferia ovest della città , borgata di Acilia.
Quella scuola materna è stata chiusa nel 2012, quando si è scoperto che era pericolante.
Per stanziare la somma necessaria a sistemare l’immobile e dunque rimettere in funzione il servizio ci sono voluti altri due anni: la delibera è del 2014.
Va precisato che non si tratta affatto di una cifra mostruosa per un Comune che ha un bilancio paragonabile a quello di un piccolo stato.
Parliamo di un milione e mezzo di euro, un trentesimo dei soldi che ogni anno il Campidoglio sgancia a un manipolo di palazzinari e immobiliaristi per pagare l’affitto dei residence per la dorata emergenza abitativa.
Con quel milioncino e mezzo si dovrebbe procedere alla demolizione e alla ricostruzione dell’asilo. In qualunque altro Paese europeo la pratica si risolverebbe in pochi mesi.
Qui, invece, le cose prendono ben altra piega.
Di fare il progetto si incaricano gli uffici comunali.
In questi casi è però prevista anche la verifica di un soggetto esterno, che viene affidata a una società di progettazione privata.
«Con l’incarico di verifica» assegnato il 4 agosto 2015, scrive ancora Freyrie, «ci si chiedeva grande urgenza data la grave situazione di disagio dei bambini di quel quartiere. Perciò lavorammo per consegnare al più presto il rapporto di verifica, tant’è che a fine settembre il Comune aveva in mano il rapporto di verifica, negativo». Siamo a dieci mesi fa e qui viene il bello.
Perchè di fronte ai rilievi dei verificatori non accade assolutamente nulla.
Ma continuiamo a leggere cosa scrive Freyrie su un progetto che giudica «debolissimo» da un punto di vista compositivo.
«Dalla verifica del progetto – prosegue la lettera dell’architetto Leopoldo Freyrie – si evince che non rispetta nè formalmente nè sostanzialmente alcuno dei parametri indispensabili per il progetto di un’opera pubblica. Per essere più chiari, il progetto non contiene nè indagini geologiche, nè progetto strutturale, nè progetto degli impianti, nè rispetta le norme antincendio, nè quelle igienico sanitarie, nè quelle del decreto ministeriale sulle scuole, non c’è corrispondenza tra i (pochi) disegni e il capitolato, ogni tanto c’è scritto “questo ospedale” e ci sono prezzi in lire».
Scorrere il testo della verifica è un’esperienza sconcertante anche per i non addetti ai lavori.
Almeno una ventina di elementi presenti nel computo ma assenti dagli elaborati grafici.
Una decina sono invece quelli presenti negli elaborati ma assenti dal computo: cosette quali pavimenti, pensiline, controsoffitti…
Il cronoprogramma non è coerente. Mancano i documenti relativi agli impianti di riscaldamento, igienico-sanitari e antincendio. E si potrebbe continuare.
«Superato lo stupore per tale progetto», prosegue la lettera, «abbiamo consegnato la nostra verifica in seguito alla quale abbiamo richiesto incontri con gli uffici per aiutarli a correggere il progetto».
La risposta? Cinque mesi di completo silenzio. Finchè «dopo molte e inutili insistenze, il giorno 2 febbraio 2016 siamo stati ricevuti dal responsabile del progetto nell’Ufficio Edilizia Scolastica di Roma Capitale.
Nell’occasione siamo stati informati che la nostra verifica negativa non era stata apprezzata e ancora nulla era stato fatto per sistemare il progetto, che gli uffici avrebbero proceduto al completamento del progetto, che ci sarebbe stato inviato per un’ulteriore verifica. Il pagamento dei nostri corrispettivi sarebbe avvenuto alla conclusione positiva del processo di verifica».
Quell’incontro sarà servito a qualcosa, penserete. Ma sbagliate.
Da allora sono trascorsi più di cinque mesi e tutto tace, scrive Freyrie a Virginia Raggi.
«Nessun progetto ci è stato inviato per ulteriore verifica e non ho alcuna risposta alle mie sollecitazioni. La domanda che le sottopongo è se sia possibile che, evacuata una scuola nel 2012, finanziata nel 2014, a fronte di un progetto a dir poco insufficiente e di una verifica che indica con chiarezza tutto quanto va fatto, ci sia una tale inerzia amministrativa che impedisce ai bambini di Ostia di avere un luogo dignitoso, sicuro e, magari, bello. Nel mondo normale per un progetto di questo tipo e dimensione si fanno dei progetti preliminari, definitivi ed esecutivi seri e completi, la gara d’appalto e si iniziano i lavori. La prego di una cortese risposta».
Anche noi aspettiamo una risposta, che dia conto anche delle responsabilità e delle misure adottate per sanzionare inerzie ed eliminare le incapacità amministrative: perchè non se ne può più che finisca sempre tutto a tarallucci e vino.
Sapendo che quella risposta, più che a noi, è dovuta ai bambini di Axa.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 24th, 2016 Riccardo Fucile
IN VIAGGIO CON ANDREA E LO STAFF DI ARIMEDIO PER COMPRARE I FARMACI IN INDIA
“Chi l’avrebbe mai detto che sarei venuto fin qui per comprare il farmaco che può guarirmi dall’Epatite C”.
È quasi l’alba ad Hyderabad, megalopoli a sud dell’India, circa 10 milioni di abitanti. Le ombre lunghe della città si riflettono sul volto di Andrea, 49 anni, gli ultimi 25 (“almeno secondo i miei calcoli”) passati in compagnia del virus dell’HCV, infezione prevalentemente epatica con propensione a dare malattia: cirrosi epatica, in primis, insufficienza epatica e cancro del fegato, nella peggiore delle ipotesi.
Niente di tutto questo, per fortuna, nella cartella clinica di Andrea.
Il desiderio di debellare la malattia, quello sì. Perciò non l’hanno spaventato dieci ore di volo, nè 7000 chilometri per raggiungere l’altra parte del mondo e poter accedere alla nuova cura che con un’ottima percentuale di riuscita potrebbe porre fine alla convivenza forzata con questo subdolo virus, che si contrae in prevalenza per contatto diretto con sangue infetto.
Ad attenderlo lo staff di Arimedio, la società che da aprile del 2016 si occupa di aiutare i pazienti malati di Epatite C a raggiungere nel modo più agevole l’India, dove è disponibile la terapia a costi calmierati.
Ma perchè l’India? Perchè i farmaci che curano l’epatite C, sul mercato italiano dal novembre del 2014, costano moltissimo e sono distribuiti in forma gratuita dal nostro sistema sanitario nazionale soltanto a pazienti molto gravi, secondo i criteri di prioritizzazione stabiliti dall’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco.
Per tutti gli altri pazienti, due strade: aspettare di “aggravarsi” a tal punto da riuscire a rientrare nei parametri oppure comprarli.
Ma i costi sono esorbitanti: vanno dai 13 mila euro, prezzo nelle farmacie vaticane, ai 26 mila euro circa delle farmacie italiane per 4 settimane di trattamento (la cura base è di almeno 12 settimane, ma può arrivare anche a 24). Per questo molti rinunciano.
O viaggiano fino in India, paese a cui la Gilead, casa farmaceutica americana in possesso del brevetto di Sovaldi e Harvoni, i due farmaci innovativi, ha concesso in licenza la possibilità di produrre generici del tutto equivalenti all’originale a costi decisamente più bassi: 400 euro circa per 4 settimane di trattamento, tanto costano nelle farmacie indiane. (A maggio 2016 anche le autorità indiane hanno riconosciuto il brevetto della Gilead. Questo, tuttavia, come ha assicurato l’azienda farmaceutica statunitense, “non ostacolerà la fabbricazione e la distribuzione di versioni generiche di alta qualità ”).
Andrea, l’incontro con Arimedio e il viaggio in India
Andrea è uno di quei pazienti non abbastanza gravi per l’Italia. “Convivo con il virus da quando avevo 24 anni. Ripercorrendo la mia storia, credo di averlo contratto tramite cure odontoiatriche, ma non posso dirlo con certezza. Sono sempre stato bene, ma sono un tipo risoluto e da quando mi hanno detto che avevo l’Epatite C ho subito cercato soluzioni per debellarla”.
Le speranze di guarigione, prima dell’arrivo dei farmaci targati Gilead a base di sofosbuvir e ledipasvir e utilizzabili per tutti e 4 i genotipi, passava per l’interferone: “Per 5 mesi ho fatto iniezioni a giorni alterni. Era devastante, con effetti collaterali altissimi e non è stato risolutivo. Nulla di fatto neanche nel secondo ciclo che ho ripetuto dopo qualche anno. Al terzo, mi sono negativizzato per qualche tempo, ma poi l’infezione è tornata”.
Poi la rivoluzione arrivata dall’America: “La buona notizia è che è stata trovata una cura efficace e definitiva, la cattiva è che non tutti possono usufruirne: io sono fra quest’ultimi. Sapevo che in India le case farmaceutiche producevano lo stesso farmaco a costi ridotti e informandomi su Internet sono arrivato ad Arimedio”.
Questa società , creata da 4 ragazzi, è nata per aiutare un amico francese che aveva nel suo Paese natale lo stesso problema di Andrea.
“Abbiamo pensato che fosse giusto permettere a tutti i pazienti europei o del primo mondo di arrivare al farmaco che può guarirli senza dover sopportare costi così alti”, racconta Luca Xerri, cofondatore di Arimedio, “perciò ci siamo adoperati e abbiamo messo su un’organizzazione che agevoli le persone a mettersi in contatto con le strutture sanitarie indiane, step necessario per poter aver accesso alla ricetta medica e conseguentemente alla terapia”.
“Ho contattato Arimedio e hanno fatto tutto loro”, racconta Andrea. “Non mi sono dovuto preoccupare di niente, se non di inviare preventivamente le mie cartelle cliniche in modo che il medico indiano potesse fare una prima diagnosi e pensare alla posologia. Poi non è rimasto che volare in India”.
(da “Huffingtonpost”)
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