Agosto 5th, 2016 Riccardo Fucile
NESSUN RILIEVO PENALE, MA LA PROVA DEL RUOLO CHIAVE DELL’ASSESSORA CINQUESTELLE IN AMA
Buzzi chiama l’assessora all’Ambiente di Roma, allora solo consulente della azienda rifiuti, Paola Muraro.
A registrare la telefonata, che spunta tra le carte di Mafia Capitale e che rivela un inedito rapporto diretto con il ras delle coop Salvatore Buzzi, sono i carabinieri del secondo reparto del Ros.
È il tardo pomeriggio del 20 settembre del 2013 e il ras delle coop ha bisogno di sapere se una pratica di una sua coop è a posto.
“Salvatore Buzzi chiamava Paola Muraro di Ama spa – scrivono i magistrati nell’ordinanza di 88mila pagine sugli intrecci del “Mondo di Mezzo” – la quale gli riferiva che la richiesta di chiarimenti era stata inviata dal Cns di Bologna, ed entro il giorno dopo, alle 12, sarebbero dovuti arrivare i chiarimenti, dal momento che la busta “B” sarebbe stata aperta alle ore 13. Buzzi confermava dicendo che avrebbe avvisato subito”.
Così tre minuti dopo, chiusa la telefonata con la Muraro invia 2 sms per rassicurare: uno al suo collaboratore Lucci, l’altro a uno dei big di Legacoop Lazio, Salvatore Forlenza.
Il “chiarimento” dato serve per poter partecipare a una gara d’appalto da 21,5 milioni, per la raccolta dei rifiuti, indetta da Ama e alla quale partecipò il consorzio bolognese Cns di cui Buzzi era consigliere.
Ma lui aveva anche un interesse diretto: una volta aggiudicato l’appalto, la gestione dei servizi sarebbe andata alle sigle del suo circuito.
Per conoscere i dettagli dell’aggiudicazione e informarsi sullo stato della pratica, ma soprattutto per ribattere in tempo ai chiarimenti chiesti da Ama, Buzzi chiama direttamente proprio Paola Muraro, che non si sottrae e pare fornire le informazioni richieste.
Nulla di penalmente rilevante, ma è un dato che l’assessora, per conoscere e fornire dettagli non di sua stretta competenza, in Ama fosse molto più di una consulente.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2016 Riccardo Fucile
UCOII: “COMUNI NON CI CHIEDONO I BILANCI, NOI LI DIAMO SENZA PROBLEMI”
“Pioggia abbondante” in arabo Ghaith, l’equivalente coranico della manna biblica. Così si chiama
l’operazione lanciata nel 2015 dalla Qatar Charity Foundation (QC), ente caritatevole governativo saudita, per realizzare nuove moschee o rendere più dignitose quelle esistenti.
Un’operazione senza precedenti, una specie di Piano Marshall per l’Islam in Europa che coinvolge 23 Paesi tra cui Francia, Belgio, Kosovo e Bosnia.
Anche in Italia la “ghaith” ha portato molta acqua: la sola l’Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia), la più rappresentativa delle associazioni dell’Islam in Italia con oltre 150 associazioni che amministrano più di 200 luoghi di culto e associazioni, ha ricevuto attraverso QC 25 milioni di euro in tre anni.
Un risultato straordinario, difficile da ripetersi, ammette la stessa associazione.
Il denaro arriva direttamente dal fondo sovrano Qatar investiment authority, lo stesso che ha fatto shopping a Milano, acquistando i grattacieli dell’area di Porta Nuova o l’hotel Gallia e ha comprato Meridiana e Valentino.
Ma un asset viaggia con il culto del Profeta e marcia a pieno regime.
L’ultimo viaggio della delegazione guidata dall’imprenditore qatariota Ahmad al-Hammadi, è passata tra il 24 e il 28 maggio da Piacenza, Brescia, Vicenza e Mirandola (Modena), con al seguito il presidente e il tesoriere dell’Ucoii.
Sono almeno tre anni in realtà che Doha investe molto denaro a sud delle Alpi. Il sito del gruppo di analisti americani Consortium against terrorist finance riporta che nel 2013 QC ha portato in Sicilia 2,4 milioni di euro da investire in otto strutture, l’anno seguente è toccato ad altre dodici località , tra cui Milano, Torino, Roma e Verona.
Il presidente dell’Ucoii Izzedin Eldir, contattato da IlFattoQuotidiano.it, conferma le cifre ma resta vago sulla destinazione: “Sono servite per aiutare 40-43 moschee e sale di preghiera”.
Quali, dove, come non lo dice esattamente. Sono associazioni federate Ucoii che hanno presentato progetti “per rendere più dignitoso il luogo di preghiera”.
Tra queste, la più importante è l’associazione di Sesto San Giovanni, che ha ottenuto il finanziamento per una nuova moschea. Un progetto da 2.450 metri quadrati e 5 milioni di euro.
Altri aiuti, minori, arrivano dai sauditi e dai turchi, in particolare con l’associazione Milli Gorus, un network di associazioni, molto radicato in Germania, il cui fondatore Necmettin Erbakan è stato uno dei principali ispiratori del partito Akp del presidente turco Erdogan.
Non proprio moderati. E qui sta il punto. La trasparenza, la tracciabilità dei flussi non è più un dettaglio ma una questione di sicurezza nazionale.
L’ultimo Rapporto Annuale dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia indica che nella galassia di segnalazioni scaturite da anomalie finanziarie ce ne sono diverse “rilevate su rapporti intestati a organizzazioni senza scopo di lucro, di matrice religiosa e/o caritatevole (centri culturali islamici, associazioni, fondazioni, Onlus, etc.)”.
“Il Qatar, rispetto agli altri Paesi del Golfo, è il primo finanziatore dei Fratelli Musulmani, anche dopo le primavere arabe — rincara l’islamista Paolo Branca, docente all’Università Cattolica di Milano -. Non è un aspetto che si può prendere sotto gamba”.
Queste opacità , non senza operazioni sospette, durano da almeno 30 anni, ossia da quando sono cominciate a nascere le prime sale di preghiera e le prime organizzazioni islamiche.
Essendo associazioni private, non sono obbligate per legge a pubblicare i bilanci, nè a fornire gli elenchi completi dei donatori. “Se i Comuni ci chiedono i bilanci, li forniamo senza problemi, ma da quanto mi risulta sono loro che non li chiedono”, sostiene sempre Izzedin Eldir.
Tra i metodi attraverso cui le associazioni si finanziano c’è uno dei quattro pilastri dell’Islam: lo zakat, ossia il “supporto ai bisognosi”.
Si tratta di una tassa minimo del 2,5% che ci si autoimpone sulla propria ricchezza. Va donata alla comunità , per compiere opere di bene. Ad oggi, non è possibile tracciare nè l’origine di questo denaro, nè per che cosa venga investito.
Galassia Islam. Il Viminale non sa quante sono le moschee
Se i conti delle associazioni islamiche sono opachi, il loro status giuridico non è da meno. E la responsabilità di questo grava sulle spalle del Ministero dell’Interno e delle diverse consulte o comitati per l’Islam italiano sotto i ministri Pisanu, Amato, Maroni e ora Alfano.
Si brancola talmente nel buio che il Viminale non fornisce dati chiari nemmeno su quante siano le moschee in Italia: a dicembre 2015 uno studio ne nominava sei (Roma, Segrate, Colle Val d’Elsa, Ravenna, Palermo e Catania), scese poi a quattro nelle dichiarazioni di aprile del ministero dell’Interno Angelino Alfano.
I cantieri aperti sono almeno altrettanti: ce ne sono due previste nel bando del 2014 del Comune di Milano per i nuovi luoghi di culto, una a Sesto San Giovanni, un’altra a Brescia, più altre due a Torino e Bergamo, ferme perchè le casse sono rimaste all’asciutto.
A ben vedere l’unica moschea d’Italia giuridicamente riconosciuta tale è la Grande Moschea di Roma, la prima e l’unica che ha un ente gestore – il Centro Islamico Culturale d’Italia – registrato con lo status giuridico di ente morale, nel 1974.
Le altre hanno invece solo le caratteristiche architettoniche della moschea (primo tra tutti almeno un minareto), ma come status giuridico vivono ancora in un limbo.
“La Grande moschea di Roma è una moschea delle elitè, una moschea della politica e del dialogo ufficiale con la Chiesa Cattolica”, puntualizza l’islamista Branca. Non certo un luogo di popolo: i fedeli di Roma frequentano maggiormente lo scantinato di Centocelle piuttosto che il luogo di culto ufficiale.
Bergamo, 2 anni fa 5 milioni per la moschea. Mai costruita
Le ultime grandi moschee, quelle in procinto di essere realizzate, sono ferme.
Neppure iniziate sono diventate oggetto della discordia, sia per motivi politici che per le divisioni che da sempre caratterizzano la galassia delle comunità radicate in Italia. Oltre al caso arcinoto di Milano, dove la guerra per la moschea è finita a carte bollate paralizzando il progetto, tiene banco quello di Bergamo dove la fondazione del Qatar ha fatto arrivare cinque milioni di euro, un quinto di tutto il denaro destinato ai progetti italiani.
Doveva diventare uno dei luoghi di culto più grandi e importanti del Paese. I soldi sono arrivati due anni fa ma della moschea non c’è traccia.
Erano affidati al Centro Culturale Islamico, l’associazione fondata dal medico giordano Imad El Joulani, sede dell’unica moschea al momento riconosciuta in città . Che viene però denunciato dal suo vice e dai vertici dell’Ucoii per appropriazione indebita. Sulla vicenda indagano la locale Procura e la Digos, anche per chiarire l’esatta origine dei fondi depositati su conti ora sequestrati.
Ipotesi concordato
Come coniugare il diritto di culto con le esigenze di sicurezza?
Il dibattito recentemente si è concentrato sulla possibilità di arrivare a un concordato con i rappresentanti delle comunità islamiche in Italia che consentirebbe allo Stato di pretendere il rispetto di requisiti di trasparenza e controllo che finora hanno incontrato resistenza, come la predicazione in lingua italiana o criteri selettivi per gli imam per scongiurare il rischio dell’indottrinamento radicale.
E le comunità , una volta riconosciute come confessioni dallo Stato, potrebbero accedere ai fondi dell’8Xmille potendo così finanziare i propri centri senza dipendere dalla generosità , non sempre disinteressata, di qualche Paese “benefattore”.
Un dialogo che stenta a partire e potrebbe invece iniziare proprio dalla trasparenza che a ben vedere è tema comune.
Da noi passa per leggi e norme ma mille anni fa Tirmidhi, un grande imam, studioso tradizionalista del Corano raccomandava: “Nessuno passa il giorno del giudizio prima di rispondere sulla propria ricchezza da dove se l’è procurata e come l’ha spesa”. Anche per i musulmani è dunque un valore scritto nel Corano.
Ma il precetto non sempre è applicato.
Lorenzo Bagnoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL SUO NOME SPUNTA IN DIVERSE INDAGINI DAL 2011
Uno strumento nelle mani della ‘ndrangheta. Questo sarebbe stato il senatore calabrese Antonio Caridi secondo le accuse che gli vengono mosse dalla Dda di Reggio Calabria.
L’intera sua carriera politica dai primi passi nel consiglio comunale di Reggio Calabria fino allo scranno di Palazzo Madama sarebbe stata costruita dalla Santa, la cupola che comanda e coordina i clan calabresi.
Quarantasette anni, figlio dell’ex vicesindaco democristiano di Reggio Calabria, di professione audiometrista, Caridi entra ufficialmente nell’agone politico nel 1997 quando viene eletto consigliere comunale nelle file dell’Udc con oltre 1500 voti. Resterà in Comune per oltre dieci anni, fino al 2010 quando con oltre 11mila voti viene eletto consigliere regionale.
Un record di preferenze che gli varranno la poltrona di assessore alle Attività produttive nella giunta di centrodestra guidata da Giuseppe Scopelliti.
Tre anni dopo il salto di qualità con l’elezione in Senato con il Popolo delle libertà . Seguirà il ministro Angelino Alfano nel Nuovo centrodestra fino alla fine del 2014 quando aderirà al gruppo Gal. Una carriera politica su cui adesso splende una luce sinistra.
Già nel 2011 il nome dell’allora assessore regionale era finito negli atti della Dda di Genova sulle infiltrazioni delle cosche calabresi in Liguria.
Sospetti che avevano fatto saltare la nomina del senatore nella Commissione parlamentare antimafia.
A mettere nero su bianco accuse pesantissime sarà però la Procura di Reggio Calabria. È il 15 luglio quando gli inquirenti della Dda fanno scattare l’operazione “Mammasantissima”.
In manette finiscono l’ex deputato del Psdi Paolo Romeo, già in carcere dal 9 maggio scorso, l’ex consigliere regionale e sottosegretario della Giunta regionale di centrodestra Alberto Sarra, l’avvocato Giorgio De Stefano e il dirigente regionale Francesco Chirico.
Per Caridi invece parte la richiesta di autorizzazione al Senato.
Per il Ros dei Carabinieri gli indagati farebbero parte di una «struttura segreta di vertice della ‘ndrangheta in grado di dettare le linee strategiche di tutta l’organizzazione e di interagire sistematicamente e riservatamente con gli ambienti politici, istituzionali ed imprenditoriali». È la Santa, luogo di incontro tra massoni e ‘ndranghetisti.
Questa direzione strategica della criminalità organizzata a partire dalla fine degli anni Novanta avrebbe puntato proprio sul futuro senatore Caridi.
Secondo la ricostruzione della Dda i clan avrebbero garantito i voti e il politico una volta dentro le istituzioni avrebbe ricambiato il favore.
Per i magistrati reggini Caridi avrebbe avuto un ruolo centrale nel favorire l’ingresso di ditte in odor di ‘ndrangheta nelle società partecipate del Comune di Reggio.
E poi ancora assunzioni negli enti sub regionali e negli ospedali. Il senatore avrebbe addirittura procurato un medico per curare un latitante della famiglia De Stefano.
Un quadro pesantissimo che viene ribadito il 19 luglio quando vengono arrestate 42 persone per le infiltrazioni della ‘ndrangheta nei lavori del Terzo Valico.
La Dda chiede di nuovo l’arresto del senatore, ma il gip questa volta rigetta ritenendo le accuse già assorbite dalla precedente ordinanza.
Ma anche in questo caso sarebbe emerso lo strettissimo legame tra il politico e gli uomini dei clan.
Addirittura gli affiliati nelle elezioni regionali del 2010 sarebbero arrivati a minacciare i dipendenti delle loro imprese di licenziamento se loro e le loro famiglie non avessero votato Caridi.
«E lui – ha sottolineato il procuratore aggiunto Gaetano Paci – lo sapeva».
Dopo vent’anni in politica da oggi pomeriggio Antonio Caridi occupa una cella del carcere di Rebibbia.
Gaetano Mazzucca
(da “La Stampa“)
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Agosto 5th, 2016 Riccardo Fucile
L’INVESTIMENTO DA 70 MILIONI APERTO NEL 2013, POI BLOCCATO E ORA NUOVO VIA LIBERA TRA LE POLEMICHE
La Procura di Lecce riaccende i riflettori sul progetto di resort extralusso nell’uliveto
monumentale Sarparea di Nardò. E inevitabilmente sotto la lente finisce anche l’operato della Regione Puglia.
Il fascicolo sull’investimento da 70 milioni di euro fu aperto nel 2013 con l’ipotesi di danneggiamento e poi congelato a causa dello stop imposto all’iter dall’allora assessora all’Urbanistica, Angela Barbanente.
Nei giorni scorsi la Regione Puglia ha rilasciato parere paesaggistico favorevole al nuovo progetto dell’Oasi Sarparea, ridimensionato rispetto al precedente in quanto a volumetrie (96mila metri cubi al posto dei 150mila) e a numero di villette previste (30 anzichè 60).
“Un cambiamento totale – ha spiegato l’assessora regionale all’Urbanistica, Anna Maria Curcuruto – che ha trasformato un progetto scandaloso in proposta compatibile con l’ambiente”.
Cambiamento che la Procura di Lecce dovrà valutare in ogni dettaglio. Per questo motivo il parere paesaggistico rilasciato dalla Regione nei prossimi giorni sarà acquisito insieme col progetto dagli uomini del Corpo forestale su disposizione del procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone, che coordina anche l’inchiesta sulla lottizzazione parallela di Soviva (sempre nell’uliveto Sarparea).
Fu proprio la Mignone, tre anni fa, a scoprire durante un sopralluogo che non tutti gli ulivi risultano censiti.
Per verificarlo basta fare una passeggiata nell’area a un paio di chilometri dal mare di Sant’Isidoro e contare le targhette apposte agli ulivi: sono pochissime, mentre gli alberi millenari sono centinaia.
L’inghippo del conteggio lo spiega l’ambientalista neretino Massimo Vaglio: “L’uliveto fu impiantato nel 1.500 su uno preesistente, fatto di alberi classificati come monumentali in base alla grandezza e di altri che sono altrettanto secolari anche se più piccoli”.
Di sicuro sono tutti splendide sculture, tra le quali dovrebbero sorgere 30 villette a compendio di un corpo principale del resort che nascerebbe dalla ristrutturazione di una masseria.
In alcuni punti i giganti sono vicinissimi tra loro, tanto che è difficile immaginare come le case – e soprattutto le opere a servizio – possano inserirsi tra essi senza danneggiarli.
Sui rischi che corrono gli alberi, però, c’è ancora poca chiarezza e forse i numeri precisi emergeranno quando il progetto sarà depositato al Comune di Nardò, che deve approvare il Piano attuativo e poi rilasciare i permessi a costruire.
Nelle intenzioni dichiarate neanche un albero sarà sacrificato. Ma c’è da considerare anche il fattore xylella, visto che molte piante presentano segni di disseccamento e non sono state curate: anche su questo il Comune dovrà vigilare.
(da “La Repubblica“)
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Agosto 4th, 2016 Riccardo Fucile
AD ARCORE L’EX COMUNISTA PADANO SI PRESENTA CON DUE INVIATI DELL’EX AGENTE DEL KGB
Due esponenti del partito Russia Unita, quello del presidente Vladimir Putin, hanno portato un saluto dal palco della festa leghista di Arcore, prima che prendesse la parola il segretario Matteo Salvini.
Si è trattato di Aleksey Komov e Michael Zubarov, che già in passato avevano partecipato a manifestazioni del movimento, sottolineando in particolare la “comune identità cristiana”.
Tanto cristiani fa voler respingere chi fugge dalla guerra l’uno e da eliminare i dissidenti politici l’altro.
Tanto cristiani da seminare quotidianamente odio razziale l’uno e scaricare bombe sulle abitazioni civili in Siria l’altro.
Salvini ha ringraziato sottolineando che: “Avessimo un po’ di Putin in più e qualche Obama e Clinton in meno, avremmo qualche terrorista in meno in giro per il mondo”,
Sicuramente avremno qualche criminale oligarca, arricchitosi alle spalle del popolo russo con Gazprom, in più.
Prove di intesa tra un ex comunista padano e un ex agente del Kgb.
Questa la sedicente destra “sovranista” del menga.
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Agosto 4th, 2016 Riccardo Fucile
COLPO ALLA RETE DELLE FAMIGLIE ITALO-AMERICANE GAMBINO, GENOVESE, LUCCHESE E BONANNO… I REATI VANNO DALL’ESTORSIONE ALLO SPACCIO DI DROGA, DALLE SCOMMESSE AL TRAFFICO D’ARMI
L’Fbi infligge un duro colpo a Cosa Nostra negli Stati Uniti, con una retata che porta all’arresto di
46 persone affiliate alle famiglie Genovese, Gambino, Lucchese e Bonanno. Arrestato per droga anche John Gotti, il 23enne nipote del boss della famiglia Gambino, John Gotti: gli investigatori hanno trovato in casa sua centinaia di pasticche e più di 40.000 dollari in contanti.
La maxi operazione che ha portato alle decine di arresti arriva dopo anni di indagini e interessa l’intera costa orientale degli Stati Uniti, dalla Florida a New York, dove le famiglie di Cosa Nostra hanno operato sotto la guida di Joey Merlino, del proprietario di ristoranti Pasquale `Patsy’ Parrello della famiglia Genovese e di Eugene `Rooster’ Onofrio.
I 46 arrestati sono sospettati di far parte della East Coast LCN Enterprise, definita dalle autorità americane un’«organizzazione criminale».
Hanno soprannomi coloriti come “Muscoli”, “Tony lo zoppo”, “Baffi Pat” e “Rimorchiatore”.
Le accuse mosse nei loro confronti includono una serie di reati commessi almeno dal 2011: scommesse clandestine, frodi alle assicurazioni, traffico d’armi, estorsione e assalto.
Nella documentazione depositata in tribunale le autorità citano alcuni di intimidazione e minacce contro chi doveva soldi alle famiglie o tentava di scavalcarle.
In un’occasione un senza tetto è stato attaccato e derubato perchè disturbava i clienti del ristorante di Pasquale Parrello, accusato di aver ordinato ai suoi uomini di «spezzargli le gambe».
Parrello è accusato insieme a Israel Torres di aver cospirato per vendicare Anthony Vazzano, accoltellato al collo.
Mark Maiuzzo è invece accusato di aver dato fuoco a un’auto parcheggiata fuori a un club per scommesse, con l’ordine ricevuto da Anthony Zinzi che puntava a intimidire il club in diretta concorrenza con le scommesse illegali gestita da Cosa Nostra.
Fra le accuse anche frode alle assicurazioni mediche. Ai medici venivano fatte prescrivere «eccessive e non necessarie ricette”, i conti venivano poi inviati alle assicurazioni degli arrestati per ricevere i rimborsi, che si andavano a sommare alle tangenti.
(da agenzie)
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Agosto 4th, 2016 Riccardo Fucile
TRA BOMBE ATOMICHE, GAFFE COLOSSALI E SCONTRI NEL PARTITO, GLI ULTIMI GIORNI DI CAMPAGNA ELETTORALE DEL MILIARDARIO SEGNANO IL SUO SUICIDIO POLITICO
Un partito ben oltre lo sfascio. Un candidato avvitato sul proprio ego, incontrollabile, pronto a distruggere tutto ciò che gli si para davanti — forse anche se stesso.
E’ l’immagine del partito repubblicano e di Donald Trump in questi giorni. Non che manchi l’entusiasmo attorno al candidato. Nel solo mese di luglio, 82 milioni di dollari sono entrati nelle casse della sua campagna, la gran parte in piccole donazioni.
Quello che manca è tutto il resto. Unità . Strategia. Idee.
Partiamo dall’ultimo episodio. L’opzione nucleare. O “l’incubo nucleare”, come l’ha chiamato qualcuno. Mercoledì mattina Joe Scarborough, che conduce “Morning Joe”, un programma di MSNBC, dice che Trump avrebbe chiesto almeno tre volte a un esperto di politica estera: “Perchè, se abbiamo l’atomica, non la possiamo usare?”
Scarborough non cita la fonte, ma spiega che la cosa è totalmente affidabile.
Scoppia la polemica. Già Hillary Clinton, nel discorso finale della Convention democratica, ha detto: “Non possiamo permetterci che uno come Trump abbia il controllo del bottone nucleare”. I nuovi commenti ora spiegano che le domande di Trump sull’atomica ribaltano decenni di politica nucleare, basata sulla “deterrenza” e non sull’uso delle armi.
La campagna di Trump interviene affermando che il candidato non ha “assolutamente fatto la domanda sull’uso dell’atomica”.
Emergono però altre frasi che Trump ha disseminato in televisione, a MSNBC e Fox News, lo scorso marzo. Alla domanda se può escludere l’uso dell’atomica in Medio Oriente ed Europa, Trump ha spiegato che no, non lo può escludere: “E l’Europa è così grande. Non mi privo di nessuna opzione…”.
Si dirà che si tratta di affermazioni che rivelano una certa ingenuità da parte di un candidato non abituato a maneggiare i grandi temi della politica internazionale.
E del resto è stato lo stesso Trump a sostenere che “Putin non andrà in Ucraina”, come se la crisi della Crimea del 2014 non fosse mai esistita.
Il problema è che l’ingenuità — o pericolosità , secondo i punti di vista — in tema di nucleare si accompagnano a una serie di fronti, polemiche, cadute, enormità che Trump sta offrendo negli ultimi giorni.
C’è stata la polemica con Khizr e Ghazala Khan, genitori di Humayun, il capitano di 24 anni ucciso da un’autobomba dopo aver messo al sicuro i commilitoni. I due hanno parlato alla Convention democratica, denunciando la proposta di Trump di bloccare l’arrivo dei musulmani negli Stati Uniti. “Se fosse per Donald Trump, Humayun non sarebbe mai stato in America. Trump offende continuamente il carattere dei musulmani. Non mostra alcun rispetto per le altre minoranze, per le donne, per i giudici, persino per i leader del suo stesso partito”.
Da lì è partita un’escalation di accuse e controaccuse, con Trump che è arrivato a dire che anche lui, come i Khan, ha dovuto fare dei “sacrifici” nella vita. Alla domanda: “Quale tipo di sacrifici?”, ha risposto: “Ho costruito case. Ho dato lavoro a molta gente”.
A nulla sono valsi gli inviti alla prudenza di consiglieri e amici politici.
Negli Stati Uniti non è mai una buona idea mettersi contro l’esercito; in particolare, non è vantaggioso, nè moralmente accettabile, ingaggiare uno scontro pubblico con i genitori di un soldato morto e decorato con la massima onoreficenza.
La cosa non ha frenato Trump, che si è lasciato andare a un profluvio di dichiarazioni e tweet contro i Khan (il fatto che la signora Khan, sul palco della Convention, non abbia parlato, è stata attribuita da Trump al fatto che è musulmana e che non può parlare in pubblico; lei ha risposto spiegando di non essere stata in grado di parlare perchè distrutta dal dolore). L’imbarazzo dei repubblicani — il partito alleato tradizionale dell’apparato militare — è cresciuto, fino a quando John McCain, prigioniero di guerra in Vietnam, ha sentenziato: “La posizione di Trump non è quella repubblicana”.
McCain, insieme allo speaker della Camera Paul Ryan, sono stati del resto oggetto della successiva uscita di Trump.
I due, McCain e Ryan, sono impegnati tra qualche giorno in primarie combattute per conquistare la candidatura a novembre.
Decoro istituzionale vorrebbe che il candidato alla presidenza appoggi i candidati uscenti del partito, soprattutto se il candidato uscente è Ryan, massima carica istituzionale per i repubblicani.
Trump ha però negato il suo sostegno (nonostante Ryan e McCain, sia pure con qualche esitazione, abbiano appoggiato Trump nella corsa alla Casa Bianca). “Ryan mi piace, ma non al punto di sostenerlo”, ha spiegato.
Uomini legati a Trump, del resto, stanno apertamente facendo campagna per l’avversario di Ryan in Wisconsin.
Un altro episodio non ha a che fare con la politica, bensì con il privato. E’ successo a un comizio in Virginia. Trump stava parlando della concorrenza commerciale della Cina agli Stati Uniti, quando un bambino ha cominciato a piangere in sala.
Trump si è interrotto e rivolto alla madre: “Non ti preoccupare — le ha detto — amo i bambini. Amo i bambini. Sento quel bambino piangere. Mi piace. Che bambino. Che meraviglioso bambino”. Il candidato ha ripreso. Poi, di fronte al bambino che continuava a piangere, si è di nuovo rivolto alla madre: “In effetti, stavo scherzando. Porta quel bambino fuori della sala”.
Egocentrismo? Ingenuità politica? Sintomi di un disturbo più profondo della personalità ?
Sono le domande che a questo punto ci si fa e che sono state riassunte da Barack Obama quando ha detto che “Donald Trump è inadeguato a guidare gli Stati Uniti” e chiesto ai repubblicani di abbandonarlo.
Sono proprio i repubblicani del resto ad apparire increduli.
Fonti del partito dicono che il chair Reince Priebus, non uso a prendere posizioni troppo coraggiose, abbia telefonato a Trump e gli abbia urlato tutta la sua indignazione per la piega che la campagna sta prendendo.
Sempre fonti interne al partito parlano di un prossimo intervento di Priebus, insieme a Newt Gingrich e Rudy Giuliani, due dei “grandi elettori” di Trump, per convincerlo a una campagna più controllata.
Intanto però il partito perde i pezzi.
Hanno annunciato che non voteranno per Trump due deputati, Richard Hanna e Adam Kinzingersaid (quest’ultimo veterano della guerra in Iraq).
Non voteranno Trump Maria Comella, ex capo staff di Chris Christie; e Stuart Stevens, ex consulente di Mitt Romney e tra gli strateghi repubblicani più ascoltati.
Non voterà per Trump lo stesso Romney, che ha detto di voler scegliere Gary Johnson, il candidato dei libertarian.
Mentre il silenzio dei tre Bush è più che rivelatore.
La confusione non si limita peraltro al partito ma sembra allargarsi anche allo stesso staff di Trump. Testimoni parlano di collaboratori di Trump frustrati e sgomenti di fronte a un candidato che pare avviato al suicidio politico.
Questa frustrazione è stata, sia pur velatamente, espressa dal capo della campagna di Trump, Paul Manafort, che in una dichiarazione a Fox News ha detto: “Sono in controllo delle cose che il candidato vuole io faccia”.
Mentre Trump apre sempre nuovi fronti, i numeri per lui crollano.
Un sondaggio Fox News dà Clinton avanti di 10 punti; per CNN il vantaggio è di 9 punti.
Il credito politico che i repubblicani erano riusciti a conquistare alla Convention di Cleveland — soprattutto di fronte a una candidata debole, gravata da scandali e divisioni come Hillary Clinton — pare ormai completamente dissolto.
Roberto Festa
(da “la Repubblica”)
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Agosto 4th, 2016 Riccardo Fucile
MAXI EVASIONE DA 12 MILIONI: AVEVA INTESTATO TUTTO ALLA SERVITU’
Con il Fisco piangeva miseria e intanto svolazzava con il suo elicottero personale tra il castello di
Tor Crescenza e le ville abusive costruite fronte mare all’Argentario.
Il conte Fabrizio Sardagna Ferrari von Neuburg und Hohenstein risultava ufficialmente nullatenente.
La servitù, però, se la sapeva scegliere. Il suo giardiniere e la sua domestica erano infatti intestatari di società lussemburghesi e inglesi dal cospicuo capitale immobiliare: il castello del XV secolo, appunto; cinque ville nel Parco di Veio per un’estensione di 4000 metri quadri e altre sette ville costruire abusivamente a ridosso del mare all’Argentario.
Proprietà affittate a celebrità , o per sontuosi matrimoni di personaggi dello sport e dello spettacolo.
Attività fruttuosa se si considera che dai riscontri ottenuti dalla Guardia di Finanza, tra il 2011 e il 2014, avrebbe fruttato al nobile circa 12 milioni di euro mai dichiarati all’Erario.
Oltre a 300.000 euro d’imposta municipale unica dovuta e mai versata nelle casse comunali.
Uomo da rotocalchi e grandi passioni, il nobile nullatenente non si è fatto mancare nemmeno una condanna per stalking nei confronti della moglie, la principessa Sofia Borghese, figlia di Scipione, discendente diretto di papa Paolo V.
Da anni infatti il castello di Tor Crescenza è teatro di scenate furibonde tra i due coniugi, complice un ritorno di fiamma della principessa per il suo amore adolescenziale Francesco Maria De Vito Piscicelli, l’imprenditore balzato agli onori delle cronache per la famosa intercettazione in cui rideva nel letto pensando agli affari che avrebbe fatto a seguito del terremoto dell’Aquila.
E complice l’indole irosa del conte, che tra bottiglie e bicchieri lanciati alla moglie, è stato accusato anche di aver dato fuoco al suo elicottero all’epoca usato proprio da Piscicelli (che tra l’altro di recente, proprio all’Argentario, ha visto il suo yacht fatto oggetto di un lancio di molotov).
Ora al conte nullatenente sono stati sequestrati beni mobili e immobili.
Un sequestro preventivo ordinato dal Gip di Roma per un valore di qualche milione di euro.
(da agenzie)
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Agosto 4th, 2016 Riccardo Fucile
DURE CRITICHE ALLA SINDACO SULLA GESTIONE DEL CASO RIFIUTI
“Inizi difficili per la nuova sindaca di Roma” Virginia Raggi: questo il titolo di un articolo pubblicato oggi dal quotidiano francese le Monde.
Per il quotidiano francese “la luna di miele di Virginia Raggi con la città è stata breve: lo slancio della novità ha rapidamente ceduto il passo alle difficoltà “, a cominciare dal “problema della gestione dei rifiuti”.
La descrizione del grande quotidiano parigino è impietosa: “Vecchi frigoriferi e altri rifiuti, sacchi della spazzatura, si accumulano sui marciapiede della città , dalla periferia di Tor Bella Monaca fino a quartieri chic dei Parioli e dei Prati”.
“Virginia Raggi – continua Le Monde – ha sempre affermato che per risolvere la questione le serve tempo. Ha annunciato che la situazione dovrebbe tornare normale entro il 20 agosto. Ma nell’attesa la questione dei rifiuti comincia a offuscare la sua immagine”.
E lo spettro della crisi “di qualche anno fa a Napoli comincia a planare su Roma”.
(da “Huffingtonpost”)
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