Novembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
DA MINA’ ALLA CARRA’ AL RAPPORTO TRA PCI E CUBA… CONTA PIU’ QUELLO CHE RAPPRESENTA DI QUELLO CHE E’ STATO
Il grande equivoco romantico è che Cuba fosse la trasposizione fisica e geografica di Macondo. 
E che Fidel fosse l’incarnazione storica di Aureliano Bendìa, che aveva promosse guerriglie e sommosse a decine, dove la vittoria bastava fosse ideale.
E infatti il luogo e l’eroe di Cent’anni di solitudine avevano fatto del suo autore, il sommo Gabriel Garcia Marquez, l’amico e il garante della purezza di Cuba.
Ancora, infatti, fra i sostenitori del piccolo stato caraibico contro il Golia americano anche in Italia c’erano (o ci sono) molti campioni della cultura e dello spettacolo, prima ancora che dei partiti. Gianni Minà era il totem, diciamo così, attorno a cui ruotavano il filosofo Gianni Vattimo e il maestro Claudio Abbado, il riverito giornalista Alberto Ronchey e l’illuminato editore Giangiacomo Feltrinelli, la popstar Zucchero e la decana dell’entertainment a colori, R affaella Carrà .
E poi ancora Gina Lollobrigida, che all’elogio del rivoluzionario faceva precedere quello delle mani, «così belle», e Carla Fracci, cosciente del regime dittatoriale cubano, e però niente poteva prevalere sulla «grande considerazione che il balletto gode nei paesi socialisti».
E dunque tutti castristi, per ragioni diverse, e con diverse intensità , talvolta rafforzate e altre indebolite dal tempo, dall’annacquarsi dell’utopia, e così anche il più giovane dei castristi, Gennaro Migliore, ora nel Pd, fu visto una sera a Milano ad ascoltare con attenzione Mario Vargas Llosa, Nobel per la letteratura e irriducibile nemico di Garcia Marquez.
È che il rapporto fra il Pci e Cuba non è mai stato semplicissimo: grande attenzione e simpatia all’inizio, poi una certa diffidenza proprio per la natura un po’ eccentrica del comunismo cubano: andarono sull’isola Enrico Berlinguer e Luigi Pintor, Pietro Ingrao e Rossana Rossanda, tornando sempre con più perplessità che entusiasmi.
E lasciando progressivamente il castrismo e il guevarismo alle fascinazioni sessantottine, e poi ai partiti minori della seconda Repubblica, dove si ricorda un «lunga vita, caro comandante», spedito da Fausto Bertinotti a Castro per i suoi ottant’anni nel 2006.
In fondo conta più quello che rappresenta di quello che è stato, purtroppo, così anche oggi non soltanto l’eterno Marco Rizzo, rivalutatore di Stalin, ma pure il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, possono ricordarlo come un liberatore, piuttosto che come un tiranno.
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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Novembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
CON FIDEL PATRIA E RIVOLUZIONE ERANO UNA IDENTITA’ UNICA… ORA IL CONTROLLO DEL PAESE E’ NELLE MANI DELLE FORZE ARMATE
Quanto lontana ci sembra, oggi, questa morte di Fidel Castro, lontana da un nostro tempo ora affannato, travolto da guerre e migrazioni che ne mutano storia, equilibri, futuro.
Che c’entra più quel Fidel rivoluzionario con Putin, con Trump, anche con Jinping o Assad.
Oggi la «rivoluzione» stenta a identificarsi, ha connotazioni e spasmi che si consumano nei torcimenti di bandiere nere nel vento di un misticismo illusionista, o vaga miseramente nelle frustrazioni di brandelli marginali di società esclusi dalle accelerazioni del tempo elettronico.
E com’era patetico l’annuncio che Raàºl faceva in televisione della morte del fratello, quando il rituale d’una liturgia ormai fatta di sola retorica gli imponeva di terminare la breve lettura con le parole di un’eternità che non esiste più: «Hasta la victoria siempre».
La realtà stringe e domina, amara, spietata, che di un’utopia presto impossibile fa una realtà da tempo stanca e spassionata, una routine di sopravvivenza quotidiana che seppellisce il mito con la cremazione del Làder Mà¡ximo, un leader che però «massimo» lo era ormai soltanto nelle parole stinte di una devozione che ha la stessa scoloritura degli slogan rivoluzionari sui muri del Malecà³n, consumati dal vento indifferente che monta su dall’oceano.
Con Miami e «el imperialismo» ad appena un soffio di brezza.
Integrando nazionalismo (il nazionalismo di Josè Martà e Manuel de Cèspedes) con la rivolta degli esclusi dalla Storia, i dannati della terra, Fidel Castro aveva costruito una società dove patria e rivoluzione avevano una identità unica, che prometteva a portata di mano il riscatto felice dalle oppressioni della esistenza comune, individuale e collettiva.
Poi però, presto, la rivoluzione-progetto diventò rivoluzione-regime; l’illusione si spense amaramente nella chiusura d’ogni spazio di dibattito liberale, ma conservando comunque alcune reali conquiste sociali, che hanno fatto di Cuba un’isola preziosa nella miseria diffusa di un Terzo Mondo schiacciato ovunque dalla repressione: quella «democrazia sociale» sostenuta da una (tendenzialmente) equa distribuzione delle poche risorse, la cura attenta per la salute di tutti, una istruzione pubblica gratuita e garantita come strumento reale di crescita.
Questo, resta. È l’eredità di Fidel, il suo lascito a quella Storia che lui chiamava a giudice finale del proprio operato.
Ma è una eredità che non basta a reggere i conti spietati d’una economia fatta di troppe ambizioni (e troppi errori) per le misere risorse d’una autarchia che si misura nei processi della globalizzazione, e paga la sua asfittica produttività con il bisogno di investimenti che irridono «el socialismo» degli slogan.
Se questa morte di Fidel fosse arrivata una decina di anni fa, forse anche più, tutta l’impalcatura della Revolucià³n avrebbe subito una scossone drammatico, al rischio di metterne in crisi la stessa capacità di sopravvivenza. –
Da qualcuno si sarebbe temuta, e anche sperata, una rivolta interna, scontri sociali destabilizzanti, forse anche le armi.
Ma quel tempo è finito: la normalizzazione con gli Usa, la visita di Obama, la bandiera americana che sventola sul Malecà³n, hanno disarmato i furori dell’anticastrismo, e Putin ha ben altre ambizioni che risollevare dalla polvere il mito dell’internazionalismo comunista.
Gli esuli cubani che ballavano felici per le strade della Little Habana, a Miami, celebravano il rituale del sacrificio ma erano consapevoli ch’era soltanto un rituale; la controrivoluzione non si fa con un ballo.
Gli yacht e le grandi barche approntati nei porti di Key West e Miami per trasbordare a Cuba le ondate di esuli all’assalto del regime, dopo l’annuncio della morte di Fidel, ora resteranno all’attracco a consumare dondolando le illusioni di un tempo che non c’è più.
E cosa riserva, questo nuovo tempo, a Cuba, oggi, con la morte del simbolo della Revolucià³n.
Certamente la continuità , ma una continuità che ha appena l’ombra del gattopardismo di Tomasi: il controllo del paese è saldamente nelle mani delle forze armate, e le forze armate sono saldamente nelle mani di Raàºl.
Il regime tiene; ha bisogno di risorse, di aiuti, di investimenti, ma tiene.
E Raàºl ha preparato da tempo il cambio, all’interno di un «modello» che è più vicino ad Hanoi che a Pechino ma, comunque, fonda la propria sopravvivenza sul controllo fermo dello spazio politico e però, contemporaneamente, offre aperture e incentivi sui processi economici.
L’integrità del modello subirà certamente erosioni e mutamenti progressivi, proprio come effetto della sua stessa dinamica; ma intanto appare solido, inattaccabile, all’interno come anche nei suoi spazi esterni.
E le spinte «controrivoluzionarie» – comunque sicuramente attive, operanti — dovranno subire la realtà di un regime che ha cambiato pelle pur mantenendosi dentro il simulacro della propria storia.
Qualche ragione Raàºl doveva averla, l’altra notte, quando — la voce spezzata da un pianto di fratello — chiudeva il suo annuncio: «Hasta la victoria siempre».
Mimmo Cà ndito
(da “La Stampa”)
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Novembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
AVEVA 90 ANNI, E’ SOPRAVVISSUTO A DIECI PRESIDENTI DEGLI STATI UNITI… DALLA RIVOLUZIONE AL DISGELO CON WASHINGTON
L’ex presidente cubano Fidel Castro, leader della rivoluzione comunista dell’isola è morto all’età di
90 anni. Lo ha annunciato la tv di stato cubana.
«Oggi, 25 novembre, alle 10:29 della notte è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz»: lo scrive il sito web ufficiale Cubadebate.
Il corpo di Fidel Castro sarà cremato nelle prossime ore, ha detto Raul Castro annunciando in tv la morte del fratello.
Cuba ha dichiarato nove giorni di lutto nazionale. I funerali si terranno domenica 4 dicembre.
TUTTA LA VITA DI CASTRO
Fidel Castro, eroe per la sinistra nel mondo e dittatore sanguinario per i nemici, è stato protagonista di una piccola isola caraibica per quasi sessant’anni, sulla scia della sua tenace battaglia contro la maggior potenza del mondo, gli Stati Uniti.
Nato a il 13 agosto 1926 a Biran, figlio del proprietario terriero spagnolo Angel Castro e della cubana Lina Ruz, ha studiato prima nei collegi La Salle e Dolores di Santiago de Cuba, poi, dal 1941 al 1945, a L’Avana, nella prestigiosa scuola gesuita di Belen, periodo che incide fortemente nella sua formazione culturale, così come in quella del fratello, Raul.
Qualche anno dopo la laurea in legge si candida alle presidenziali, progetto subito frustrato per il golpe del 10 marzo di Fulgencio Batista.
La sua risposta è l’assalto alla Caserma della Moncada, il 26 luglio 1953.
Per Fidel fu un disastro: i ribelli vennero catturati e 80 di loro fucilati. Catro è condannato a 15 anni di prigione e, nella sua difesa finale, pronuncia il famoso discorso su «La storia mi assolverà », in cui delinea il suo sogno rivoluzionario.
Dopo il carcere, amnistiato, va in esilio negli Usa, poi in Messico: è qui che conosce Ernesto Guevara.
Insieme al Che, Raul ed altri 79 volontari, nel’56 sbarca nell’isola a bordo del Granma.
Il gruppo, sorpreso dalle truppe di Batista, viene decimato: in 21 riescono a rifugiarsi nella Sierra Maestra. I due anni di guerriglia mettono alle corde il dittatore. Il 1/o gennaio 1959, i barbudos entrano trionfalmente a L’Avana. Castro lo fa qualche giorno dopo.
Fino al trionfo della revolucion, l’isola viveva del commercio con Washington. Dopo la presa del potere di Fidel, il paese divenne un campo di battaglia della guerra fredda. Cuba riesce comunque a resistere al duro embargo americano e ad un attacco militare, quello della Baia dei Porci, organizzato dalla Cia formato da cubani reclutati all’estero.
È poi stata al centro della crisi dei missili nel 1962 che ha rischiato di trascinare il mondo in una guerra nucleare mondiale.
Forte di un inossidabile carisma e affascinante capacità oratoria, Fidel è stato per decenni il `nemico numero uno’ di Washington: con il risultato che, mentre accresceva la sua dipendenza dall’Urss, appoggiava i movimenti marxisti e le guerriglie in America Latina ed in Africa, diventando tra i leader del movimento dei Paesi non Allineati.
Nel frattempo, si sposa con Dalia Soto del Valle. Hanno cinque figli: Alexis, Alexander, Alejandro, Antonio e Angel.
Il lider maximo, con una vita privata nella quale realtà e mito s’intrecciano, è sopravvissuto a dieci presidenti Usa e – ha più volte ricordato – a 600 attentati.
Perfino nel crepuscolo del suo mandato, Fidel e il sistema politico cubano sono riusciti nel bene e nel male a resistere alla disintegrazione socialista e al crollo dell’Urss nel ’91.
Per i cubani, Castro è stato il Comandante, oppure semplicemente Fidel, sul quale sono state costruite tante storie: «non dorme mai», «non scorda nulla», «è capace di penetrarti con lo sguardo e sapere chi sei», «non commette sbagli».
Castro ha d’altro lato esibito una devozione per le cifre e dati, nascondendo caratteristiche come il pudore e lo scarso interesse, raro per un cubano, per la musica e il ballo.
Ha sempre avuto una salute di ferro fino all’improvvisa e grave emorragia all’intestino avuta al rientro di un viaggio dall’Argentina poco prima di compiere 80 anni.
Malato, dopo aver delegato il potere al fratello Raul – prima in modo provvisorio il 31 luglio 2006, poi definitivamente nel febbraio 2008 – ha così cominciato il conto alla rovescia verso la fine di una vita leggendaria.
L’era di Fidel si scioglie lentamente, in mezzo a una nuova Cuba ogni volta più `raulista’, tra una serie di riforme economiche e la mano ferma del potere sul fronte politico: di sicuro una transizione, la cui portata è però difficile da capire.
La data chiave della nuova era è il 17 dicembre 2014: quel giorno, a sorpresa e con la mediazione di Bergoglio, L’Avana e Washington annunciano il `disgelo’ bilaterale. Fidel assiste da lontano al `deshielo’, ogni tanto scrive qualcosa ribadendo concetti quali la `sovranità nazionale’ e il `no all’impero’. Ma in sostanza a dettare il ritmo dei cambiamenti ormai è Raul.
Con lunghi periodi di assenza dal pubblico, i limiti al suo mandato Fidel li aveva fissati nel 2003, dirigendosi ai cubani: «Rimarrò con voi, se lo volete, finchè avrò la consapevolezza di potere essere utile, se prima non lo decide la stessa natura. Nè un un minuto prima nè un secondo dopo».
(da “La Stampa”)
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Novembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
FIGLIO DI FAMIGLIA BENESTANTE, MEDIE DAI PRETI, BOY SCOUT COME RENZI, A 18 ANNI FREQUENTA IL LEONCAVALLO, POI LA TRASFORMAZIONE IN COMUNISTA PADANO E INFINE IL SALTO A PROIBIZIONISTA
C’è stato un tempo in cui Matteo Salvini, oggi segretario della Lega Nord, era favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere.
Era il 1998, 18 anni fa.
Al giornale il Sole delle Alpi l’allora leader dei “Comunisti padani” diceva: “Noi ci rapportiamo alle tematiche classiche della sinistra, dalla forte presenza statale alla liberalizzazione delle droghe leggere”.
Allora era statalista e non federalista, per la liberalizzazione degli spinelli e non per la loro proibizione.
Non a caso, da buon figlio di famiglia benestante (il padre era dirigente d’azienda, con seconda casa a Recco, in riviera) era un assiduo frequentatore del centro sociale milanese Leoncavallo che, si capisce, non era proprio un salotto di trinariciuti reazionari.
Anzichè laurearsi – dopo le Medie dai preti e relativa frequentazione della parrocchia dei Santi Narbore e Felice, dove aveva debuttato come boy scout come Renzi, e il liceo classico al Manzoni , penso’ bene di piantare le tende alla Facoltà di Storia, raccogliendo il record di 14 anni fuoricorso.
A vent’anni (1993) entra in Consiglio comunale, rimanendoci per diciannove primavere di fila e trova finalmente uno stipendio, l’equivalente di 800 euro il mese.
A Palazzo Marino arrivò il primo Sindaco leghista della storia milanese, Marco Formentini e Salvini divenne in poco tempo “il suo pupillo”, anche se in via Bellerio non se lo filava nessuno.
Per farsi notare senza dimenticare le sue origini da sinistrorso barricadero, oltre l’orecchino alla Vendola , nel 1997, fondò i “Comunisti padani”, corrente che gli permise di entrare nel “Parlamento della Padania”, una assemblea separatista formata da 200 leghisti in cui tutte le “varie anime della Lega” erano rappresentate, come ha raccontato a Rivista Studio l’ex Presidente federale della Lega Angelo Alessandri.
Raccolse una percentuale quasi da prefisso telefonico, ma cominciò così la scalata alle poltrone che lo porterà ad assommare anche gli stipendi da parlamentare europeo e italiano.
Poi un’altra giravolta e la svolta a destra: addio indipendenza della Padania e federalismo e diventa lepenista più di Marine.
E dall’ auspicare la liberalizzazione delle droghe leggere eccolo diventare proibizionista quando ancora nell’autunno del 2014, Salvini si era detto possibilista sulla legalizzazione durante un’intervista su La7.
Legalizzare le droghe leggere? «Parliamone» aveva dichiarato alla trasmissione “Coffee Break”.
Adesso invece la sua Lega ipotizza addirittura una “rivoluzione antropologica” che agisce “per disarticolare i nessi e i legami della nostra idea di comunità ” e di una “provata escalation” che inizia con le droghe leggere e si conclude con la “dipendenza da droghe pesanti, come l’eroina.
Quanto tempo è passato da quel lontano 1998… del Matteo leoncavallino e comunista padano rimane un ricordo sbiadito, come la rara foto che pubblichiamo.
Come rimane ben poco della coerenza di un opportunista politico che ha cambiato “pelle” ogni qualvolta poteva trarne vantaggio.
Uno dei tanti bluff della politica italiana che solo una destra in disfacimento ideale può ergere a riferimento.
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Novembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
RIECCOLI CON GLI ODIATI BANCHIERI… DI MAIO,TENUTO ALL’OSCURO, CI RIMANE MALE: I CONTATTI VUOLE TENERLI LUI
Nel Movimento 5 Stelle in tanti cercano uno spazio e studiano come allacciare rapporti e
accreditarsi come forza di governo credibile sia sul piano nazionale e sia su quello internazionale.
Quindi, niente paura di sedersi al tavolo con quelli che da sempre M5S ha considerato “i poteri forti”
Luigi Di Maio costruisce la sua figura da candidato premier parlando con i giornali stranieri e incontrando, come ha fatto l’otto novembre scorso investitori a Londra. Mercoledì prossimo toccherà a Carla Ruocco e a Barbara Lezzi andare a cena – come riporta La Repubblica – con investitori stranieri portati da Mediobanca.
Occasione che però ha creato fastidio allo stesso Di Maio, in rotta con la Ruocco dai tempi del caso Roma.
Il vicepresidente della Camera non era infatti a conoscenza di questo meeting e si è quindi sentito scavalcato.
Se Ruocco e Lezzi abbiano concordato l’incontro direttamente con Grillo non è dato saperlo, sta di fatto che la fuga di notizie non è stata presa bene dal leader in pectore: “Non ne sono a conoscenza. Verifichiamo prima la notizia se esiste l’incontro. Detto questo, c’è tanta curiosità verso il M5S in questo momento storico del paese. Se esiste la cena sono sicuro che lo diranno pubblicamente”.
Quando Di Maio parla di sedi giuste si riferisce, con ogni probabilità , al fatto che una cena di pesce in un famoso ristorante nel centro di Roma forse non è il luogo più adatto per far sedere i 5Stelle.
Sta di fatto che Carla Ruocco conferma che l’incontro ci sarà . E ricorda di far parte della commissione Finanza, per questo l’invito è stato rivolto a lei.
In tanti, tra i 5Stelle, in questi giorni si danno da fare per conquistare terreno all’interno del Movimento ora che il Direttorio non esiste più.
Più di tutti è tornato a muoversi Luigi Di Maio. L’incontro a porte chiuse tra il vicepresidente della Camera e la società di lobbying Fb&Associati non era andato giù agli attivisti grillini e neanche a diversi colleghi parlamentari dal momento che il Movimento si contraddistingue per la volontà di trasmettere in streaming ogni evento che li riguarda.
Da allora Di Maio, complice anche il suo coinvolgimento nel caso che ha travolto l’assessore di Roma Paola Muraro, ha evitato incontri pubblici con i poteri che contano.
Quindi ha snobbato il Forum Ambrosetti di Cernobbio e poi ha dato forfait ai giovani di Confindustra a Capri.
Mosse che lo hanno tenuto lontano dai riflettori e al riparo da polemiche. Ma ora il vicepresidente della Camera e altri alla ribalta mostrano il volto dialogante del Movimento.
Quello che serve per rassicurare i mercati e i tanto odiati poteri forti
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI VITTORIA CRISOSTOMI, ARCHITETTA E DIRIGENTE DEL COMUNE, INDAGATA CON I COSTRUTTORI CERASI E NAVARRA PER LA LOTTIZZAZIONE DEL LAURENTINO… MA LA RAGGI NON ERA QUELLA CHE AVREBBE CACCIATO I PALAZZINARI?
Virginia Raggi ha affidato a Vittoria Crisostomi, 64 anni, architetto, dirigente del comune di Roma, la delega alla gestione dei finanziamenti pubblici per la riqualificazione urbana.
Una nomina curiosa visto che la Crisostomi è indagata per corruzione dalla procura di Roma con i costruttori Emiliano Cerasi e Luca Navarra impegnati in alcuni progetti di lottizzazione fra cui uno, imponente, nella zona sud di Roma (Laurentino).
La storia è nota e la racconta il Corriere della Sera: nella sua ordinanza (la 112) la sindaca scrive che «si ritiene opportuno affidare all’architetto Vittoria Crisostomi» l’incarico in questione.
Secondo le verifiche dei carabinieri del Noe, coordinati dai pubblici ministeri Stefano Pesci e Alberto Pioletti, la dirigente sarebbe intervenuta a favore di Cerasi con l’ex assessore all’urbanistica Giovanni Caudo.
Si trattava di far passare un intervento di correzione su una compensazione urbanistica: se da un lato si riducevano le cubature edificabili nell’area sud dall’altro si chiedeva di ampliare quella in via di costruzione a Roma nord. Alla Crisostomi sarebbe stata assegnata la delicata intermediazione fra Cerasi e Caudo.
Raggi ignora il coinvolgimento nell’inchiesta?
Oppure ha deciso di effettuare comunque la nomina?
Un nuovo caso per la sindaca già alle prese con la vicenda Muraro e la squadra incompleta: mancano ancora capo gabinetto e segretario generale, mentre la Ragioneria lavora con un interim fino al 30 novembre.
E pure la procedura di nomina di Salvatore Romeo a capo della segreteria politica è finita sotto il faro dei pm.
In più c’è il caso politico legato al nome di Raffaele Marra, questione che agita da tempo il Movimento ma che è stata congelata in virtù di una tregua fino al 4 dicembre.
L’indagine fa riferimento a tre diversi filoni d’inchiesta raccontati dai giornali a fine 2015. Second l’accusa, l’ingegnere Roberto Botta avrebbe ricevuto utilità dal costruttore Luca Navarra in cambio della soluzione dei problemi emersi nell’avvio dei lavori del ponte della Scafa, appalto vinto dalla società del costruttore.
La tangente si sarebbe concretizzata in un lavoro inerente una scala di legno all’interno di una dimora privata dell’indagato, già sotto inchiesta — insieme con il suo braccio destro Fabrizio Mazzenga — con l’accusa di aver alterato le gare indette dal Comune per favorire un cartello d’imprenditori nella manutenzione stradale.
Il ritorno economico di Navarra, secondo l’accusa, sarebbe l’impegno di Botta a evitare al costruttore il pagamento di 2milioni di euro per «i lavori di saggio archeologico» non ricompresi nel capitolato d’appalto ma all’improvviso resisi necessari.
«L’appartamento facente parte del complesso residenziale di via Marco Polo — rettificano da Italiana Costruzioni — nel quale abbiamo eseguito dei lavori è di proprietà di un soggetto privato che ha soltanto lo stesso cognome del funzionario comunale ingegner Roberto Botta.
Le false accuse in tal modo rappresentate ai lettori determinano dei danni enormi per la nostra azienda e per tutti coloro che si impegnano quotidianamente al suo interno», aveva rettificato all’epoca l’azienda.
Qui comunque entra in scena la Crisostomi:
A insospettire il gip sui «rapporti ambigui tra la famiglia Navarra e Botta» è la circostanza che l’imprenditore si senta libero d chiamare l’ingegnere al cellulare.
Insieme al capo del dipartimento — lo stesso che ha consigliato a Mazzenga di «turarsi il naso» sulle «offerte anomale» presentate dalle imprese durante le gare — a finire indagata per corruzione anche è l’architetto Vittoria Crisostomi, funzionaria del dipartimento programmazione e funzione urbanistica.
Stavolta la questione che preoccupa l’imprenditore, e il suo socio Emiliano Cerasi, pure lui sotto inchiesta, è la decisione della Giunta di non costruire più palazzi in via Colle della Strega — zona Laurentina — riducendo le cubature edificabili dai due costruttori edili da 72mila a 45 mila.
Un danno per Cerasi che si lamenta con la Crisostomi, cui chiede di compensare la perdita costruendo in zona Lucchina, vicino alla stazione Ottavia.
La risposta della dirigente è il riconoscimento del diritto due imprenditori.
Un altro caso sospetto riguarda infine l’assegnazione senza nessuna procedura dei lavori per la costruzione di un impianto di sollevamento delle acque reflue in via Procaccini, nella zona Giustiniana, all’«Opera srl». Responsabile unico del procedimento: il capo dipartimento, Roberto Botta.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
MINACCE DI MORTE, TELEFONATE NELLA NOTTE E INSULTI PER AVER DIFESO L’ONESTA: DEMOCRAZIA A CINQUESTELLE
Una sorveglianza leggera, ma pur sempre una forma di tutela e protezione. 
Con le auto dei carabinieri che pattugliano casa sua sull’Appennino bolognese, a Vado di Monzuno, a intervalli regolari.
E’ la misura decisa dagli inquirenti per Stefano Adani, l’ex grillino autore dell’esposto contro la raccolta firme alle regionali 2014, bersagliato nei giorni scorsi da offese e minacce di morte sul web.
Adani, che potrebbe presto decidere di sporgere denuncia contro gli autori delle minacce, ne è stato informato giovedì sera, per telefono, dai carabinieri di Monzuno. Protezione anche per Paolo Pasquino, l’altro autore dell’esposto.
“Infame”, “Traditore”, “Spia”, alcuni degli epiteti che si è visto rivolgere da utenti Facebook, tramite messaggi privati oppure post sulla bacheca.
“Sei un grandissimo infame, spero che ti spacchino la faccia”, “Sul profilo metti la tua faccia invece del cane, o ti schifi da solo?” ,”Sei il nulla mischiato col niente”, “Anfame, quanto è bello fa la spia mortacci tua”.
Questi solo alcuni dei post. Adani ha inoltre ricevuto telefonate anonime e anche altre forme di intimidazione.
Non è la prima volta, a Bologna, che grillini ribelli vengono messi sotto protezione per ondate di insulti ricevuti sul web.
E’ successo a Giovanni Favia, prima, e poi all’ex consigliera comunale Federica Salsi. Il copione per i dissidenti è sempre lo stesso: minacce di morte, accuse, post al veleno sul web.
E’ la democrazia diretta a Cinquestelle
(da “La Repubblica“)
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Novembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
DI MAIO: “A DIFFERENZA DEL PD, NOI CHIEDIAMO AUTOSOSPENSIONE DEGLI INDAGATI”… INFATTI NON SI AUTOSOSPENDE NESSUNO DOPO CHE L’HA CHIESTO
I deputati Riccardo Nuti e Claudia Mannino, iscritti nel registro degli indagati per il caso delle firme false di Palermo, sono in rottura totale con i vertici pentastellati.
Su di loro infatti il pressing del Direttivo del gruppo della Camera non ha funzionato. I due hanno deciso di non autosospendersi: “Faremmo un favore a chi ci accusa e sarebbe un’ammissione di colpa che invece non abbiamo”.
Questo il ragionamento fatto da Nuti e Mannino che si rifiutano di fare un passo indietro nonostante dalle dichiarazioni di Luigi Di Maio sembrerebbe cosa fatta: “La differenza tra noi e il Pd si vede dalla reazione. Noi chiediamo l’autosospensione degli indagati. Il Pd ha governatori che incitano al voto di scambio e tace”.
In realtà però le autosospensioni sono arrivate solo da parte di due deputati regionali, Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, sui dieci grillini iscritti nel registro degli indagati.
Il leader pentastellato non vuole sporcarsi le mani lui direttamente e passa la palla al collegio dei probiviri -Riccardo Fraccaro, Paola Carinelli e Nunzia Catalfo – che appena entrerà nel pieno delle sue funzioni procederà alla sospensione, ma difficile che questo possa avvenire prima della marcia.
Intanto lunedì Nuti, che sarebbe stato presente la notte in cui vennero copiate le firme, e Claudia Mannino, accusata di aver materialmente ricopiato le firme da moduli non validi a causa di un vizio di forma in nuovi moduli corretti, saranno ascoltati in Procura a Palermo.
(da agenzie)
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Novembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
NELL’EX VILLAGGIO OLIMPICO DOVE VIVONO 1500 MIGRANTI CHE DUE GIORNI FA SONO STATI BERSAGLIO DI BOMBE CARTE
«Ci insultavano: venite giù scimmie. Venite giù negri bastardi. E poi ci sono stati gli scoppi e noi
abbiamo pensato che stavamo per morire tra le fiamme e le bombe. Ma qualcuno è sceso lo stesso. E quelli hanno continuato ad insultarci».
Undici ore dopo l’aggressione al Moi, dopo le bombe lanciate contro l’ingresso delle palazzine colonizzate da quasi mille e 500 migranti, molti dei quali clandestini, in questo scampolo di città dove tutto è possibile, lecito e pure tollerato, la rabbia ha le parole di questo ragazzo del Camerun bagnato fradicio: «Siamo nulla per questa città . Siamo nel mirino di gente che non capisce che anche noi siamo ragazzi e vorremmo una vita decente». Lo dice gridando.
E la rabbia s’allarga, contagia anche chi, fino ad ora, aveva solo ascoltato i racconti e le proteste.
Su, al primo piano, invece, c’è ancora chi dorme. Hanno passato la notte in strada e adesso se ne stanno lì, sette, otto anche dieci per stanza, distesi su materassi recuperati chissà dove.
Separè di compensato, coperte fin sotto gli occhi, puzza di scarpe, di bagnato, di chiuso. Ma almeno qui c’è la luce.
«Sono del Ghana, io ieri sono sceso. Avevo paura, ma sono andato in strada» racconta. Hai il permesso di soggiorno? «Ho i documenti». In regola? «Sì, ma me li hanno presi».
Un’altra stanza. C’è più luce e una tv accesa su un canale arabo. Un letto, un’infilata di pentole e due ragazzi che non parlano con nessuno. Scale buie.
Si sale ancora di un piano: scalini sporchi, incrostati da anni di pulizie mai fatte. Ragazzi che salgono e scendono.
Quelli dell’immigrazione della Questura hanno parlato con molti di loro, per farsi un’idea di chi c’è lì dentro.
Gli hanno raccomandato di non uscire: «Non accettate provocazioni». Ma vallo a spiegare a questi ragazzoni ventenni o poco più. E in questa mattina di pioggia e di sirene, di divise, di curiosi e di gente del quartiere infuriata, le palazzine arancione, rosa, blu, verde e grigia, sono in fermento.
Non ha aperto nemmeno il chiosco dei panini – abusivo – che un profugo s’è inventato qualche settimana fa. E non c’è neppure il banco di scarpe usate, che di solito è sul retro della palazzina arancione, nel cortile.
Funzionano solo i negozi: sgabuzzini grossi un pugno, senza autorizzazioni partite Iva o contabilità registrata. Vendono bibite, patatine, saponi, shampoo, scatolette, dolci. «Mi dai del cioccolato per favore?» E la tavoletta di Lindt al latte passa di mano: «Un euro». Come fanno a guadagnare? Nessuno vuole o sa spiegartelo. Neanche il ragazzo che gestisce questo stranissimo spaccio al blocco blu.
Ecco, questo è il Moi: una comunità dove entri solo se ci fai parte. Una comunità staccata dalla città .
Abbandonata a se stessa ma anche impermeabile alle sollecitazioni di fuori. Chi arriva qui ci resta per anni. E forse uno degli esempi migliori è Abu, 32 anni, originario del Ghana. Una manciata di parole in Italiano e frasi che mescolano francese e inglese. Ma qui è una specie di guru e fa il barbiere.
Ripete: «In Africa avremmo avuto una possibilità di guadagnare qualcosa. Qui, invece, fuori dal Moi non c’è nulla per noi». E allora sta qui da tre anni. Taglia i capelli ai profughi per qualche euro. Non te lo aspetti, ma indossa la camicia bianca come i barbieri del centro, e sulla consolle ha lacche e shampoo e tutto quel che serve per un servizio da professionista.
Chi non ha inventiva va giù nei magazzini a smontare elettrodomestici trovati per strada e poi va a rivendere il ferro il rame e l’alluminio in fonderia. Ma c’è anche chi va a spacciare, certo.
E chi ha scelto di non fare nulla, 24 ore al giorno. Si lamenta e protesta, ma non va neanche alla scuola che quelli dell’associazione «PerMoi» – un gruppo di volenterosi ragazzi italiani – hanno aperto lì tra le palazzine.
Sarà poco, qualche ora di lezione al giorno, ma sarebbe il modo per uscire da questo inferno. Invece no, stanno lì. In questa casa che è un tugurio rovinato da anni di incuria.
Se resisti hai per premio luce e acqua gratis. Il gas non c’è, pazienza. Per scaldare le minestre o per un piatto di pasta bastano le bombole come fanno i ragazzi della palazzina grigia, l’ultima, sul retro.
Quella che guarda dritto negli occhi ciò che non ti aspetteresti in questa desolazione: la sede del Coni e un ostello. Che sono lì, a cinque metri, e dalle loro finestre vedi balconi con le parabole puntate verso l’Africa, i mobili accatastati sui balconi, le tapparelle storte perchè rotte da tempo e mai riparate.
Insomma, è l’altro Moi, quello che s’è salvato dalle occupazioni. E che sogna uno sgombero impossibile. O almeno improbabile, perchè mille e 500 persone da sistemare non sono uno scherzo. A sera, quando finalmente riapre il paninaro clandestino la calma sembra essere tornata. «Ma voi italiani adesso dite ai vostri figli che non siamo cani. Teneteli tranquilli, perchè la nostra pazienza prima o poi finirà ”
Lodovico Poletto
(da “La Stampa”)
argomento: denuncia | Commenta »