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RENZI E LA NUOVA FASE DELLA “COALIZIONE COMPATIBILE” DA PISAPIA A CALENDA

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

LE CONDIZIONI DI PISAPIA SONO PESANTI: “DISCONTINUITA’ E PRIMARIE DI COALIZIONE”

Adesso Matteo Renzi prova a cambiare schema. Radicalmente: “Non voglio sentir più parlare di legge elettorale, siamo in una fase nuova”.
Una fase che ruota attorno alla prospettiva del 2018 e al recupero una parola antica, coalizioni, come prevede la legge del Senato, mentre alla Camera c’è un listone unico. Da Giuliano Pisapia a Carlo Calenda.
Al netto di incidenti parlamentari: “Non saremo noi a staccare la spina a Gentiloni — dice un fedelissimo — ma è evidente che questa maggioranza è logora. Si balla”. Ma la fase nuova è già  un’incognita.
Proprio col ministro dello Sviluppo Economico, c’è stata una telefonata, dopo il fallimento del patto a quattro alla Camera.
La prima, partita dal cellulare dell’ex premier, dopo settimane – anzi mesi – di gelo personale e di aperto conflitto politico sulla durata della legislatura e sullo strapotere dei “tecnici” nel governo Gentiloni.
Ambienti vicini al ministro parlano di un confronto umanamente sereno, ma “franco e schietto” sul piano politico: “Se c’è un accordo sulla fine della legislatura — il senso del ragionamento di Calenda — si può ricominciare a parlare di contenuti economici”.
Per il segretario del Pd la fase nuova è innanzitutto un bagno di realtà .
La presa d’atto di un’operazione, quella franata nel voto segreto, costosissima in termini politici. Oltre alla sonora sconfitta parlamentare, c’è un rapporto incrinato coi padri nobili del Pd, e non solo: Prodi, Veltroni, Napolitano, tutto un mondo della sinistra scandalizzata da una manovra che snaturava il Pd, con la sua storia di vocazione riformista e maggioritaria.
Parte da qui, dalla impellente necessità  di un recupero di immagine, il tentativo di ricostruire una coalizione possibile. Al centro e a sinistra.
O meglio, con quella parte di centro e quella parte di sinistra considerati “compatibili”, e utili ad asfaltare gli altri.
Calenda per asfaltare Alfano, Pisapia per asfaltare D’Alema e Bersani (perchè è bene ricordare che al Senato lo sbarramento è all’8 per cento).
Il ministro, per ora, ha tenuto il confronto sul piano del governo, nè ha cambiato idea su una eventuale candidatura rispetto a quello che più volte ha dichiarato in queste settimane: “Non mi candido, torno al privato”.
Sia come sia l’operazione rivela l’animus del segretario del Pd. Su Alfano, partner fedele di governo, dopo il fallimento della legge elettorale Renzi è pronto a scaricargli addosso, al primo cenno polemico, un intero alfabeto di attacchi violenti, dalla lettera P come Poste, dove lavora il fratello non proprio gratis, alla S di Shalabayeva, che resta una macchia non stinta sull’operato dell’allora ministro dell’Interno.
Anche sul frote Giuliano Pisapia il grande corteggiamento, per ora, non ha prodotto fatti nuovi: “Sono per il massimo dell’unità  — ha detto l’ex sindaco di Milano a Rainews – ma non si può fare un’apertura dopo mesi e mesi in cui abbiamo cercato un’alleanza di centrosinistra e, soprattutto dopo una sconfitta come quella di ieri, che presupponeva coalizioni diverse”.
Insomma, non così. Ma soprattutto Pisapia ha invocato una “discontinuità ” rispetto alle politiche di questi anni e posto una condizione pesante: “Renzi faccia le primarie se davvero vuole la coalizione di centrosinistra, poi vediamo chi le vince”.
Al momento non è in discussione la sua iniziativa del 1° luglio a Roma, in piazza, per lanciare un “nuovo centrosinistra” fuori dal Pd, con Bersani gli altri.
Anche se al Nazareno è in atto un lavoro per farla saltare: “Se fanno l’iniziativa assieme Pisapia e Bersani — dice un renziano di rango — a quel punto non la riprendi più. Diventa complicato separarli, dire uno sì l’altro no. E il punto fermo è che Bersani e gli altri Matteo li vorrebbe cancellare dal Parlamento”.
Un approccio che non favorisce l’alleanza, neanche con Pisapia.
La fase nuova ha limiti antichi, perchè le forzature di queste settimane hanno lasciato tracce profonde. E non è detto che nessuno, ma proprio nessuno, dentro il Pd prenda uno straccio di iniziativa sulla legge elettorale da martedì, quando torna in commissione.
In fondo, se coalizione ha da essere, si può fare anche una legge elettorale che la preveda in modo più “armonico” rispetto all’attuale.

(da “Huffingtonpost”)

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MILLE COMUNI ALLE URNE: OCCHI PUNTATI SU GENOVA, PARMA, PALERMO E TARANTO

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

NOVE MILIONI DI CITTADINI, 25 CAPOLUOGHI, 64.000 CANDIDATI… TUTTE LE SFIDE PRINCIPALI

Nove milioni di cittadini, mille comuni di cui 25 capoluoghi, un esercito di 64mila candidati. Allontanato dal dibattito nazionale – per ora – lo scenario del voto anticipato, gli occhi si sono spostati sulle elezioni comunali dell’11 giugno.
Non per caso: naufragato il patto a 4 sulla legge elettorale, che avrebbe aperto la strada al voto a settembre, le elezioni nei 1005 Comuni hanno il sapore di un test utile a capire gli umori degli italiani.
Lo stesso Renzi, dopo la rottura sul “tedesco”, ha rimandato ogni decisione alla prossima settimana. Perchè dalle urne potranno arrivare “suggerimenti” su quale strategia assumere nell’ultima fase, di assestamento, di una legislatura che resta in piedi sì, ma con equilibri precari.
Equilibri che a volte si rispecchiano e a volte si discostano molto dalle realtà  locali. Dove il Pd corre in alcuni casi in alleanza con gli scissionisti di Articolo 1 (come a l’Aquila), in altri a braccetto con Alleanza Popolare (Palermo).
La città  della Lanterna è osservata speciale: a Genova il centrodestra punta al colpaccio dopo aver già  espugnato la Regione, anche grazie alle divisioni del Movimento 5 Stelle.
Grillini in difficoltà  anche a Parma dove l’effetto Pizzarotti potrebbe garantirgli la riconferma.
Le sfide più importanti saranno quindi Genova, Parma, Palermo e Taranto.
Nel capoluogo ligure, città  natale di Beppe Grillo, i Cinquestelle non sono tra i favoriti. E, per certi versi, se la sono cercata. La vincitrice delle Comunarie Marika Cassimatis, sconfessata dal leader, si presenta al voto da indipendente. Ed è in buona compagnia: perchè a correre per la poltrona di sindaco ci sarà  anche Paolo Putti, altro fuoriuscito M5S che punta però allo stesso bacino elettorale dei 5 Stelle. C’è poi il candidato ufficiale Luca Pirondini, le cui pretese di diventare il primo cittadino non sono poi molte (ma c’è chi ancora crede nella possibile rimonta).
Chi invece spera nel colpaccio è Marco Bucci, candidato del centrodestra ed espressione del modello Toti risultato vincente alle Regionali. Dovrà  però vedersela con Gianni Crivello, espressione del centrosinistra e dato in vantaggio nei sondaggi.
A Parma invece la scena è tutta per i 5 Stelle (ed ex).
La città  ducale, da fiore all’occhiello, potrebbe trasformarsi nella nemesi M5S. La fucina che ha forgiato il primo sindaco della rivoluzione grillina, a sentire i sondaggi, dovrebbe riconfermare Federico Pizzarotti. È lui ‘uomo da battere per gli altri 10 candidati chiamati ad arginare l’Effetto Parma, nome della lista del primo cittadino che, in caso di vittoria, già  pensa tra qualche anno al debutto sulla scena politica nazionale. Il suo ex partito gli oppone l’ex sindacalista Daniele Ghirarduzzi. Ma il favorito tra i non favoriti è il candidato del centrosinistra Paolo Scarpa. Il centrodestra punta invece sulla leghista Laura Cavandoli, sostenuta anche da Forza Italia, un’alleanza che come spesso accade si scopre salda sul piano locale a fronte di una incomunicabilità  su quello nazionale.
Palermo si presenta come un cocktail di contraddizioni.
L’attuale sindaco Leoluca Orlando si appresta a diventare sindaco per la quinta volta in circa trent’anni. Alle ultime elezioni però aveva vinto senza il sostegno del Partito Democratico – che aveva puntato su Fabrizio Ferrandelli, candidato anche a questo giro ma con il sostegno di Forza Italia, dei cuffariani e dell’Udc di Lorenzo Cesa. Questa volta i dem appoggiano il sindaco uscente ma senza simbolo del Pd. Al suo posto ci sarà  quello dei Democratici e Popolari, listone nato dalla fusione con gli alfaniani di Alleanza Popolare. Una lista delle larghe intese, per Palermo.
Non è finita: a sostegno di Orlando ci saranno anche i bersaniani di Articolo 1 – Mdp. Poche chance, pare, per Ugo Forello, candidato del Movimento 5 Stelle che a Palermo è già  incappato in alcune polemiche come le firme false, faide intestine e critiche per la gestione dello stesso Forello nell’associazione antimafia Addiopizzo.
I grillini sperano di mettere le mani su due città  importanti come Taranto e Trapani. Nella prima, recentemente visitata da Beppe Grillo (con la solita capatina pre-elettorale nel quartiere Tamburi) nel suo tour a sostegno dei candidati a sindaco, il consenso dei 5 Stelle è in crescita.
Terra martoriata dall’inquinamento Ilva, i grillini puntano a rubare voti soprattutto al Pd, da tempo in emorragia di consensi nella città  dell’acciaio a causa delle passate amministrazioni e per le politiche del Governo Renzi nella gestione del disastro ambientale e sanitario della città .
Tuttavia anche in questo caso pesano i dissidi tra i meetup grillini. Il candidato ufficiale resta però Francesco Nevoli e dovrà  vedersela con Rinaldo Melucci, del PD: volto nuovo del partito (un outsider) già  presidente di un consorzio di agenzie marittime. Anche nella città  pugliese c’è l’imbarazzo della scelta tra i candidati: sono ben dieci.
Anche su Trapani le aspettative grilline sono alte, ma i rumors più recenti smorzano le attese. Come Palermo, però, un risultato importante sarebbe un ottimo viatico in vista delle regionali del 5 novembre.
D’altronde la Sicilia è da sempre la regione più grillina d’Italia: sono già  sette le realtà  con amministrazioni a 5 Stelle. Dopo l’obbligo di soggiorno disposto dalla Dda di Palermo per Antonio D’Alì, i grillini possono sperare nell’effetto giudiziario provocato dall’inchiesta Mare Monstrum, che ha svelato un quadro di commistione tra interessi politici e imprenditoriali su più livelli istituzionali. Non solo nazionali (vedi dimissioni di Simona Vicari da sottosegretario e l’indagine a carico del governatore Crocetta per concorso in corruzione) ma soprattutto locali: uno dei personaggi chiave dell’inchiesta su un presunto giro di tangenti intorno al trasporto marittimo locale per conto dell’armatore Ettore Morace è Girolamo Fazio, già  sindaco di Trapani dal 2001 al 2012. E pensare che proprio Fazio e D’Alì, un tempo alleati, erano i due principali contendenti per la poltrona di sindaco. Il Partito Democratico dal canto suo punta su Pietro Savona, mentre i grillini hanno scelto Marcello Maltese.
A Nord le città  più attenzionate sono Verona e Padova, in orbita centrodestra.
Nella prima l’attuale sindaco Flavio Tosi, ex Lega e oggi leader di Fare!, spera di lasciare la città  in mani “familiari”. Non come avviene nelle dinastie, di padre in figlio, ma di fidanzato in fidanzata.
La candidata favorita è infatti la senatrice Patrizia Bisinella, attuale compagna di Tosi che ha seguito non solo nella vita personale ma anche in quella parlamentare, lasciando il gruppo della Lega a Palazzo Madama e confluita in Fare!. A fronteggiarla ci sarà  il candidato leghista Federico Sboarina, espressione del centrodestra unito, dal Carroccio a Forza Italia per finire con Idea di Gaetano Quagliariello (anche se due forzisti di peso come i fratelli Giorgetti hanno scelto Bisinella). Anche lo schieramento di centrosinistra non è compatto: Salemi ha vinto le primarie e conta sulla lista del Pd e su due civiche, ma il capogruppo uscente dei Dem, Michele Bertucco, si è a sua volta candidato (in tutto sono nove gli aspiranti sindaci). Alessandro Gennari è il nome dei 5 Stelle, le sue chance sono davvero poche.
Il voto di Padova dovrebbe essere, secondo i sondaggi ma anche secondo quanto si aspettano i ‘protagonisti’ in campo, solo il primo tempo della partita.
Salvo sorprese, infatti, sarà  il ballottaggio a decidere se a palazzo Moroni tornerà  il leghista Massimo Bitonci o se ci sarà  la ‘rivincita’ del centrosinistra con l’imprenditore Sergio Giordani, ex presidente della squadra di calcio della città  quando giocava in serie A.
Dopo la caduta a fine 2016 di Bitonci, complice la rottura con una parte di Forza Italia, il centrodestra ha lavorato per riunire le fila: Lega e forzisti hanno ritrovato un accordo con l’obiettivo di riportare l’ex capogruppo del Carroccio in Senato (ed ex sindaco della vicina Cittadella) nell’ufficio di sindaco. Giordani, colpito da un ictus il 4 maggio ma tornato subito in pista, è espressione di una coalizione di molto allargata: a lanciarlo, senza primarie, è stato il Pd, ma attorno ci sono da un lato bersaniani di lungo corso, come l’ex sindaco Flavio Zanonato, e dall’altro esponenti tradizionalmente di centrodestra, come Giustina Destro, ex primo cittadino ed ex deputato di Forza Italia. Gli outsider sono Arturo Lorenzoni, docente universitario a capo di ‘Coalizione Civica’, e il candidato M55 Simone Borile. Proprio i voti di Lorenzoni potrebbero riversarsi un buona parte su Giordani al ballottaggio: il professore e la sua civica di sinistra sono accreditati di un 10% dei consensi che dovrebbe portare sostanzialmente in parità  Bitonci e Giordani, rendendo la sfida del 25 giugno incerta.
Tra gli altri Comuni chiamati al voto spicca infine Rignano sull’Arno, città  di Matteo Renzi. Qui corre per la riconferma Daniele Lorenzini, fuoriuscito dal Partito Democratico anche per i suoi contrasti con il padre dell’ex premier, Tiziano, indagato nell’inchiesta Consip per traffico illecito di influenze.
Nella città  natale di Renzi lo scandalo sul più grande appalto d’Europa (Fm4) ha irrigidito, e molto, il clima elettorale. Lo stesso Lorenzini è stato chiamato dal pm romano Palazzi e da quello napoletano Woodcock ai quali ha dichiarato come Tiziano Renzi gli avesse confidato di sapere di un’indagine a suo carico a Napoli (l’inchiesta Consip nasce dalla procura partenopea) e di temere per un possibile arresto. Il Pd gli oppone l’attuale vicesindaca Eva Uccella. Saranno loro a contendersi la roccaforte renziana.

(da “Huffingtonpost”)

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I GRILLINI TONINELLI E CECCONI PRIMA VOTANO CONTRO L’EMENDAMENTO M5S, POI SI ACCORGONO CHE IL VOTO E’ PALESE E CORREGGONO

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

I DUE AVEVANO RISPETTATO L’ACCORDONE, POI IL ROSSO E’ DIVENTATO VERDE PER NON PASSARE TRA QUELLI NON ALLINEATI ALLE DIRETTIVE

Se così fosse, si tratterebbe di franchi tiratori al contrario, cioè di grillini che votano in maniera diversa rispetto al Movimento 5 Stelle e alle indicazioni di voto, ma nel rispetto dell’accordo con il Pd, Forza Italia e Lega Nord.
Secondo le immagine del tabellone della Camera, quelle trasmesse per errore poichè lo scrutinio era segreto e non palese, si vede che Danilo Toninelli – che nei fatti insieme a Luigi Di Maio chiuso l’accordo con il Pd e Forza Italia – e Andrea Cecconi – che fa parte della commissione che ha licenziato il testo – hanno votato contro l’emendamento sul Trentino.
L’emendamento era stato presentato dai 5 Stelle e ha sconfitto il fronte del Sì a causa dei franchi tiratori dem e azzurri.
L’ex M5s Walter Rizzetto che ha denunciato su Facebook, attraverso le immagini i due franchi tiratori pentastellati, si domanda: “Siamo proprio sicuri che i franchi tiratori siano solo da una parte?”. Il senso è che, al netto di un errore materiale nel votare, anche i 5 Stelle hanno i loro problemi interni.
L’emendamento era stato presentato dal grillino Riccardo Fraccaro e, come è ovvio, ai pentastellati è stata data indicazione di voto favorevole.
Tuttavia sul tabellone, che nei casi di scrutinio segreto come in questo caso dovrebbe essere spento, sono apparse invece le luci rosse e verdi.
E infatti tra le tante luci verdi dei pentastellati appare per pochi secondi prima la rossa di Andrea Cecconi (al 21esimo secondo del video) e subito dopo, accanto, quella di Danilo Toninelli (al 23esimo secondo del video), colui che da sempre ha in mano il dossier sulla legge elettorale e che ha seguito la trattativa spendendosi con tutte le sue energie e tecniche di mediazione.
Quando i due si accorgono che per errore il tabellone era acceso, correggono e la luce diventa verde.
Poco dopo il tabellone è stato spento e il voto è davvero diventato segreto. E nel segreto dell’urna non è possibile sapere come i deputati hanno votato, di certo l’intenzione di Toninelli e Cecconi sembrava quella di votare per l’accordone.
I due contattati telefonicamente non rispondono.

(da “Huffingtonpost”)

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ESPRIME PERPLESSITA’ TECNICHE SULLO STADIO DELLA ROMA, IL M5S LA SOSPENDE, EVVIVA LA DEMOCRAZIA DIRETTA

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

LA CONS. COMUNALE CRISTINA GRANCIO IN COMMISSIONE: “O AVETE LE IDEE CONFUSE O SIETE IN MALAFEDE, CI SONO PROFILI DI ILLEGITTIMITA’ NELLA VICENDA STADIO”

“Sono stata sospesa dal M5S per aver espresso in commissione perplessità  finanziario-giuridiche e sollecitato chiarimenti sullo stadio della Roma”: lo scrive su Facebook la consigliera capitolina Cristina Grancio, che oggi ha lasciato la seduta della commissione congiunta Urbanistica e Mobilità  in polemica con i dettagli tecnici dell’operazione e con la linea della maggioranza.
“Il mio non voto non è contro lo stadio, e neppure dissenso politico. Il mio non voto è la difesa degli interessi dei cittadini. Ho chiesto in commissione e continuerò a chiedere che si faccia subito chiarezza su alcune questioni. Fin qui è quanto debbo agli elettori nel rispetto del mandato”.
“Invece- prosegue Grancio- al M5S invio due righe di risposta sul provvedimento disciplinare, che poggia tutto sui verbi condizionali (‘avrei tenuto un comportamento’, ‘si sarebbe estrinsecato’, ‘sembra presentare caratteri di particolare gravità ‘, ‘conseguenze potenziali’). Agli amici pentastellati che mi sospendono per aver cercato di andare oltre i dubbi, dico: o avete le idee confuse, oppure siete in malafede”.
“Io non me la sento di dare un voto qui ed ora, spero i miei colleghi capiscano è una questione non politica ma di legittimità  quindi io lascio la Commissione, la mia posizione non è politica e non è contro lo stadio”, ha detto stamattina la Grancio prima di abbandonare la seduta.
La consigliera è da sempre la più critica del gruppo capitolino pentastellato sull’opera ma era scesa a patti con la questione che al livello politico la maggioranza M5S in Campidoglio nei mesi scorsi ha optato per il sì al progetto.
A chi le ha chiesto se intende uscire dal gruppo M5S la Grancio replica: “No, mica sono contraria alla questione politica, lo stadio va fatto ma nel rispetto delle norme”. Mentre sulla possibilità  che anche nel voto in Assemblea Capitolina lasci l’aula o si esprima in modo contrario ha risposto: “Se non mi mettono per iscritto le mie perplessità  vedremo, c’è tempo. Ci sono profili di illegittimità  che vanno chiariti. Perchè i miei colleghi non mi ascoltano? Chiedete a loro non a me”.
In precedenza in commissione la consigliera aveva sottolineato: “Pallotta spinge? Secondo me non è una questione che si può accettare. Anche perchè lo stadio non va bocciato, però non si può star dietro alla scadenza del 15 giugno. Non succede niente se noi ci mettiamo a studiare e a affrontiamo le questioni”.
Parole che erano state stigmatizzate dal capogruppo Paolo Ferrara: “Io credo che siano cose inesatte ed approssimative, sicuramente la parola di tutti viene presa in considerazione . Sono sicuro, che probabilmente non sa quello che dice, se approfondisce vede la bontà  di questo progetto”.
Sulla pagina Facebook della Grancio sono tutti solidali con la consigliera

(da “NextQuotidiano“)

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STADIO ROMA, IL TRAGICOMICO SCAMBIO DELLE PARTI: IL PD ORA CRITICA LO STADIO CON GLI STESSI ARGOMENTI DEI GRILLINI QUANDO ERANO ALL’OPPOSIZIONE

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

CHI ERA CONTRARIO ORA E’ FAVOREVOLE, CHI ERA A FAVORE ORA LO CONTESTA

La giunta Raggi ha approvato la delibera che di pubblica utilità  che fa ripartire il progetto dello stadio Tor Di Valle.
Una delibera che assieme al taglio del 40% delle cubature (non ci saranno le tre torri) costa 75 milioni di euro in meno di opere pubbliche.
Un taglio alle infrastrutture che rende il nuovo stadio meno accessibile. Come era prevedibile il PD, che durante la giunta Marino ha sostenuto il progetto del nuovo stadio della Roma ha deciso di criticare la variante al piano di urbanizzazione.
Le motivazioni però sono molto simili a quelle usate dai 5 Stelle in passato.
E così va in scena un tragicomico scambio delle parti con i Dem ad attaccare il progetto e i pentastellati a difenderlo.
Quando il M5S era contro lo stadio della Roma
Per chi non ha seguito la travagliata storia del progetto del nuovo stadio della Roma ecco un breve riassunto. Ignazio Marino (sostenuto dal PD) fa approvare nel 2014 la famosa delibera 132 che dà  l’avvio all’iter per la costruzione del nuovo stadio nell’area di Tor Di Valle.
La delibera prevedeva una serie di opere pubbliche per un valore di 195 milioni di euro tra cui il prolungamento della Metro B, l’acquisto di nuovi convogli per la tratta Ostia-Lido.
Molto più importante nella delibera di Marino e dell’assessore all’Urbanistica Caudo prevedeva che il proponente fosse tenuto ad adempiere “obbligazioni di fare” aventi ad oggetto la realizzazione di tutte le opere pubbliche prima che lo stadio potesse aprire i battenti. Con la nuova delibera invece non è così.
Sia durante l’iter di approvazione che successivamente, quando la Raggi fu eletta Sindaca e Paolo Berdini fu nonimato assessore, i 5 Stelle contestarono durante il progetto.
Nel 2014 la Raggi ad esempio scrisse che lo stadio era solo una scusa per costruire il Business Park (ovvero le tre torri progettate da Libeskind). Anche se ridotto di cubatura il Business Park c’è ancora.
Il MoVimento ha poi tirato fuori il problema del rischio idrogeologico, del vincolo della Soprintendenza sulle tribune del vecchio ippodromo, della variante urbanistica al PRG che non si poteva fare e infine la legge sugli stadi che non consentirebbe di edificare un’area commerciale. Ovviamente si trattava di balle
Se il PD usa gli stessi argomenti del M5S
Un conto però è essere sempre stati contro lo stadio e poi essersi trovati a gestire il problema, cambiando idea.
Un altro è essere sempre stati a favore e ora utilizzare gli stessi argomenti per contestare la delibera di Virginia Raggi su Tor Di Valle.
Eppure il PD romano è capace di questo ed altro. Se da una parte ci sono le giuste critiche dell’ex assessore Caudo, dall’altra in un documento diffuso ieri il Partito Democratico della Capitale attacca la delibera su Tor Di Valle usando sostanzialmente gli stessi argomenti che sono stati usati dal M5S.
C’è il riferimento al vincolo della Soprintendenza sulla Tribuna e c’è pure il vincolo sul rischio di natura idrogeologica.
Peccato che quel rischio fosse già  noto al tempo della delibera Marino; ma la cosa interessante è che la messa in sicurezza tramite il fosso di Vallerano è già  compresa nel progetto. Sia in quello attuale sia in quello della delibera del 2014.
Era una bufala quando ne parlavano Beppe Grillo e Paolo Berdini ed è una bufala anche oggi che ne parla il PD.
Andiamo avanti: il PD tira fuori l’articolo 62 del Decreto Legge n. 50/2017, che andava a modificare la sugli stadi (Legge 147/2013) che prevede che affinchè il progetto di costruzione di un nuovo stadio sia sostenibile finanziariamente per il proponente.
Vale a dire per evitare che la società  fallisca e lasci una cattedrale nel deserto. È per questo motivo che Eurnova ha chiesto di aumentare l’indice di Edificabilità  Territoriale ed è per questo motivo che oltre allo stadio verranno costruiti il Business Park e il centro commerciale Convivium.
Per il PD dovrebbe essere imbarazzante trovarsi a dire che la legge “non può valere per Roma” (e perchè?) lamentandosi dell’esistenza di aree commerciali e residenziali nel progetto.
Aree la cui edificazione era prevista anche dalla delibera 132 del 2014. Ma soprattutto quella del PD è un’argomentazione molto simile a quella contenuta in un esposto del M5S.
Quando il Consiglio Comunale votò la delibera Marino su Tor Di Valle, Daniele Frongia (M5S) ricordò che le aree dove sarebbe stato edificato lo stadio erano di proprietà  della vedova Armellini ricordando le “porcate” della vedova Armellini. È quantomai singolare che il PD si accorga oggi, tre anni dopo quella delibera, del “problema” della proprietà  di parte dei terreni (il resto è di Parnasi).
In realtà  il contenzioso del Comune con la vedova Armellini riguarda — e lo disse Frongia in quel lontano dicembre del 2014 — alcune milioni di tasse non pagate dagli Armellini. Ne parlò anche Presa Diretta nel 2015.
Per un curioso caso di amnesia il PD romano dimentica che il circolo del Pd di Ostia — come ricorda l’Espresso —   “ha goduto per decenni di un locale affittato dal Campidoglio nei possedimenti Armellini”.
Il Partito Democratico poi si esprime contro una delibera che dichiara al tempo stesso la pubblica utilità  e attua la variante urbanistica (come fece la 132/2014) e ancora più incredibile si lamenta che il nuovo progetto è per uno stadio di capienza massima per 55 mila spettatori.
Non si accorge che il vecchio progetto era per uno stadio di capienza di 52.000 posti espandibili a 60.000 secondo le esigenze. Ma ben più importante il numero minimo di posti per una competizione UEFA è 8mila posti a sedere.
Fino ad oggi gli stadi selezionati per ospitare una finale di UEFA Europa League avevano una capienza minima di 30 mila posti mentre per una finale ci Champions 60 mila. Ma in questo caso c’è a disposizione lo Stadio Olimpico.
Infine, al contrario di quanto sostenuto da Paolo Ferrara (M5S) il Partito democratico non ha votato contro lo stadio di Tor Di Valle.
Durante la commissione congiunta urbanistica — mobilità  di Roma Capitale, presieduta dal presidente della commissione urbanistica Donatella Iorio gli esponenti del PD hanno lasciato la seduta non partecipando al voto.
Secondo Giulio Pelonzi consigliere PD:. “Votando noi la delibera in consiglio ci assumiamo la responsabilità  di dire si anche in presenza di due vincoli di una causa sulla proprietà  e in assenza della valutazione della situazione finanziaria di Eurnova che il curatore fallimentare dovrebbe fornire al Comune. Se non si sbloccano queste e non si danno risposta sulle opere pubbliche noi non la votiamo”.
Per Pelonzi la delibera espone i consiglieri al rischio Corte dei Conti e richieste danni da parte di terzi.
La stessa denuncia che fecero i 5 Stelle nel 2015 a proposito della delibera Marino.

(da “NextQuotidiano”)

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QUANTI SOLDI CI RIMETTONO I ROMANI CON LO STADIO DELLA ROMA A TOR DI VALLE?

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

A UNA RIDUZIONE DEI VOLUMI DEL 40% CORRISPONDERA” UN TAGLIO DEGLI ONERI DI URBANIZZAZIONE DEL 60%… SALTANO IL PONTE CARRABILE SUL TEVERE E LO SVINCOLO AUTOSTRADALE A91…E’ UN REGALO AI COSTRUTTORI

Lo stadio della Roma è vittima di un’illusione senza fondamento. Parole e musica di Giovanni Caudo, ex assessore all’Urbanistica della giunta Marino che denuncia che la nuova delibera su Tor Di Valle è un bluff.
La delibera numero 48 del 30 marzo 2017 conferma l’interesse pubblico per quanto riguarda l’intervento edilizio su Tor Di Valle. Ma secondo Caudo lo fa a discapito dell’interesse dei cittadini di Roma finendo per fare un regalo ad Eurnova, la società  proponente del progetto.
Di fatto la Giunta Raggi ha deliberato in modo tale da lasciar fare ai costruttori quello che diceva sarebbe successo se si fosse dato corso al vecchio progetto.
Caudo ha scritto una lettera al Presidente del Consiglio Comunale Marcello De Vito per esprimere le proprie perplessità  sulle modalità  di realizzazione del progetto Tor Di Valle.
L’Assemblea Capitolina infatti dovrà  confermare l’atto di indirizzo della giunta che secondo Caudo ha “ridotto l’ammontare delle opere di interesse generale da 195 milioni a 80,6 milioni di euro“.
Riduzione che è determinata dal taglio delle cubature del “Business Park” mentre il centro commerciale “Convivium” è rimasto invariato rispetto al progetto precedente. Il problema è che mentre la riduzione reale di quelle cubature si ferma al 40% (da 354.000 mq a 212.000 mq di Superficie Utile Lorda) quello delle opere pubbliche finanziato dai privati è del 60%.
Questo significa che per i costruttori sarà  più vantaggioso realizzare il progetto perchè gli oneri sono minori.
Sì dirà : “ma almeno abbiamo risparmiato le torri e la colata di cemento su Tor Di Valle”.
Vero, le tre torri non ci sono più, ma cosa ci guadagna il Comune — e quindi i cittadini romani — da questo nuovo progetto?
A guardare la delibera ci guadagna molto meno.
Ad esempio è stato cancellato   il contributo a carico del privato di 50,5 milioni di euro per il trasporto pubblico su ferro.
La giunta ha poi escluso dal computo delle opere alcune infrastrutture che rimangono essenziali per rendere fruibile l’intervento urbanistico su Tor Di Valle. È il caso del ponte carrabile sul Tevere e del raccordo con la Roma-Fiumicino (A91).
Le due opere — inserite nel progetto ma non finanziata dal proponente —   non rientreranno tra le opere perequate con SUL equivalente e quindi connesse con l’apertura dello stadio.
Questo significa che se con il progetto precedente la condizione necessaria per l’apertura dello stadio era il completamento delle opere pubbliche ora non è più così. A quelli che temevano che con il vecchio progetto il Comune “si sarebbe fatto fregare” dai privati ora staranno fischiando le orecchie.
E non si tratta di opere marginali perchè nella relazione generale è scritto che “tali progetti di viabilità  consentono un collegamento diretto dalla Riunificazione Ostiense, sia in provenienza dal centro che dal GRA, mediante l’Asse di collegamento ed il Ponte Carrabile allo Svincolo Autostradale A91“
Quanto costa ai romani il lo stadio a 5 Stelle?
Alcune opere di pubblica utilità  che saranno finanziate Contributo Costo di Costruzione (CCC) tra i 40 e i 45 milioni di euro. Sono la Roma Lido e il   Parco Fluviale di 34 ettari.
Le opere saranno pagate dai romani con i soldi che il privato doveva dare al Comune come oneri di costo di costruzione.
Con la precedente delibera una parte di quelli andava alle opere dei Municipi mentre un’altra veniva incassate dal Comune.
Caudo rileva che “è sparito il contributo di 50,5 milioni per il trasporto pubblico su ferro”. Nella delibera della giunta Marino si parlava infatti del prolungamento della Metro B (che non ci sarà ) e del potenziamento della Roma-Lido con l’acquisto di 15 convogli di ultima generazione.
La nuova delibera parla più genericamente di contributo economico per l’acquisto di “materiale rotabile”, che dovrebbe far parte del finanziamento CCC.
Le uniche cubature ad essere “dimezzate” sono quelle delle torri del Business Park che passa da occupare 12,5 ettari a 7 ettari. Le torri, che presentavano il notevole vantaggio di una grande cubatura con un consumo di suolo “modesto”, sono state sostituite da palazzine.
Secondo Caudo:
avendo sostituito i grattacieli con tipologie a palazzina, con minor costo di costruzione e riduzione degli oneri finanziari, andava ricalcolato il valore di trasformazione (805,5 €/mq) — sulla base del quale si determina la volumetria ammessa (che ricordo è determinato con un apposito regolamento comunale). Prudenzialmente, si può stimare che la volumetria in eccesso sia almeno pari al 15% (almeno 15.000 mq e per un valore -calcolato solo sulla base del valore equivalente- di almeno 12 milioni di euro). Anche in questo caso, rispetto alla delibera vigente, il nuovo testo determina un vantaggio per il privato.
Insomma lo stadio a Tor Di Valle si farà  lo stesso, senza le temute torri ma in cambio di quei 4,5 ettari di suolo consumati in meno (che con ogni probabilità  diventeranno parcheggi) i romani otterranno molto meno in termini di opere a compensazione.
E con il trasporto ferroviario depotenziato (e il collegamento viario monco) rispetto al vecchio progetto rimane aperto il nodo della viabilità  per l’accesso allo stadio.
Chi metterà  i soldi per realizzare quelle opere?

(da “NextQuotidiano”)

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HARD BREXIT? FACILE A DIRSI. ORA LA MAY DOVRA’ ESPUGNARE IL FORTINO DI BELFAST

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

GLI ALLEATI IRLANDESI DEL DUP VOGLIONO UNA VERSIONE “MORBIDA” DEL NEGOZIATO

Persa la maggioranza assoluta di seggi alla Camera dei Comuni, Theresa May governerà  con l’appoggio del Dup.
Il Partito unionista democratico è la principale forza nordirlandese fedele a Londra, tradizionalmente schierata su posizioni conservatrici. Con i suoi 10 seggi, i Tories saliranno a quota 328, garantendosi la possibilità  di guidare un governo di maggioranza, seppur estremamente risicato.
La soluzione alternativa, quella di un governo di minoranza, non sarebbe stata impossibile: il sistema politico britannico ha in sè gli anticorpi per digerire una soluzione del genere. Ma le sfide che si aprono sulla strada del governo conservatore hanno sconsigliato una strada che sarebbe stata assai impervia.
Ma l’indebolimento della pattuglia parlamentare della May consegna nei fatti il futuro governo alla golden share del Dup.
Questo non preoccupa in linea generale sui problemi e sui provvedimenti di ordinaria amministrazione. La lista degli obiettivi degli unionisti è lunga, ma riguarda essenzialmente questioni legate al Nord Irlanda.
Che sono riassumibili in una copertura politica delle istanze unioniste e cordoni della borsa più lenti in direzione Belfast, soprattutto per quanto concerne le politiche sociali ed economiche. Oltre al contrasto deciso delle posizioni dello Sinn Fein, il movimento indipendentista, avversario storico del Dup, sostenuto più volte in passato dal laburista Jeremy Corbyn.
Il fatto è che la strana alleanza complica maledettamente il percorso verso una hard Brexit. In quello, cioè, che è stato il motivo sostanziale per il quale la premier ha convocato le elezioni anticipate, sperando in un mandato forte da parte degli elettori.
Niente di tutto ciò è successo. E il salvataggio in corner della vita politica della May comporterà  necessariamente un cambio di rotta nelle trattative con Bruxelles.
Nel Nord Irlanda il Remain ha vinto con percentuali superiori al 55%.
Un aspetto che il Dup, pur essendosi schierato per il Leave, non può non considerare. Arlene Foster, leader degli unionisti, è stata chiara: “Nessuno vuole vedere un percorso duro per la Brexit. Quello che vogliamo vedere è un piano ragionevole nel lasciare l’Unione europea. Abbiamo bisogno di farlo in modo che vengano rispettate le specifiche caratteristiche dell’Irlanda del Nord, e, naturalmente, la nostra storia comune e la contiguità  territoriale con la Repubblica d’Irlanda”.
Il Dup è contrario alla proposta dello Sinn Fein di uno status speciale del Nord Irlanda una volta concluse le trattative per la Brexit. Ma d’altra parte si oppone fermamente ad una separazione netta con “l’europea” Irlanda, con la quale intesse un fitto interscambio a livello economico e di servizi.
Un approccio più morbido ai negoziati che potrebbe mettere in difficoltà  la May con l’ala più oltranzista del suo partito.
Il Centre for European Reform sostiene che un accordo tra i conservatori e il Dup “sarebbe intrinsecamente instabile. I conservatori sarebbero acutamente vulnerabili alle defezioni e ribellioni di quei parlamentari conservatori determinati a portare avanti […] una netta cesura con l’Unione. Con ogni probabilità , il governo non sarebbe in grado di concordare una posizione negoziale, per non parlare di tenerle fede”.
Più ottimista Jeffrey Donaldson, tra i massimi dirigenti del Dup: “Abbiamo molto in comune […] vogliamo sia la Brexit, sia vedere l’Unione rafforzata. Penso che ci sia molto terreno comune”.
Un quadro complicatosi alquanto. Che a Bruxelles è stato accolto da un lato con timore per la rinnovata incertezza del quadro politico britannico.
Dall’altro con speranza che la centralità  del Dup possa ammorbidire le posizione dei britannici. Donald Tusk sembra dare voce al primo sentimento: “Non sappiamo quando inizieranno i colloqui con Londra. Sappiamo però quando devono finire. Fate del vostro meglio affinchè non si arrivi a “nessun accordo” a causa del fatto che non si è svolta nessuna trattativa”.
Michel Barnier, capo negoziatore della Commissione, per il momento ha dato voce al partito delle colombe: “I negoziati inizieranno quando il Regno Unito sarà  pronto. La posizione dell’Ue è chiara. Mettiamoci al lavoro insieme per trovare un accordo”.
C’è chi parla di “disastro annunciato” a causa di un partner negoziale debole e instabile, e chi vede un’occasione per sfruttare l’indecisione di Londra.
Ma il primo risultato del voto britannico, a neanche 24 ore dalla definizione dei risultati definitivi, sembra ormai acquisito: la blitzkrieg di primavera della May per una hard Brexit è stata respinta con perdite dall’esercito laburista. E verrà  ulteriormente ridimensionata dalle ridotte dei fortini piazzati intorno a Belfast.

(da “Huffingtonpost”)

argomento: elezioni | Commenta »

LA CONSIGLIERA M5S CHE PRENDE A CALCI IL COLLEGA DI FRATELLI D’ITALIA: A QUANDO LA PROVA VIDEO IN CONSIGLIO?

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

AL MUNICIPIO XII DI ROMA VA IN ONDA LA SERIE “MI HA FATTO LA BUA”…. “MI HA DATO UN CALCIO FORTE SULLA TIBIA E MI HA PROCURATO TANTO DOLORE. POI MI HA ANCHE MINACCIATO DI PRENDERMI A SCHIAFFI”

Il consigliere di Fratelli d’Italia in Municipio XII Marco Giudici ha scritto su Facebook di aver ricevuto un calcio sulla tibia da una consigliera del MoVimento 5 Stelle che ha minacciato anche di prenderlo a schiaffi:
“Caro diario, oggi una consigliera del M5S in municipio XII mi ha dato un calcio forte colpendomi tibia e piatto del piede e mi ha procurato tanto dolore. Non paga del gesto ha anche minacciato di prendermi a schiaffi. Perchè? Solo perchè insisto nel dirle che è inadeguata a fare la consigliera e dovrebbe dimettersi per il bene dei cittadini. Caro diario, costa così tanto essere sinceri?”
La consigliera sarebbe Antonella D’Angeli del MoVimento 5 Stelle.
Il Municipio XII ha registrato finora qualche turbolenza sin dall’inizio della consiliatura, compreso qualche atto di bullismo virtuale. Di recente una consigliera M5S si è dimessa dall’incarico dopo la vicenda del conflitto d’interessi non dichiarato dal presidente dell’Aula Di Camillo.
Giudici, raggiunto al telefono, racconta com’è andata: «Io dico sempre la verità . Ritengo che la consigliera D’Angeli sia una brava persona ma che sia inadeguata a fare la consigliera e oggi gliel’ho detto alla fine di una commissione mentre discutevamo in corridoio. A quel punto lei ha preso il telefono e ha cominciato a registrare quello che avevo da dirle. Un minuto dopo, incrociandomi in corridoio, mi ha dato un bel calcio colpendo la tibia e il piatto del piede, non plateale ma mi ha fato comunque urlare. Poi, dopo il fallaccio, è tornata indietro e ha detto che mi avrebbe preso a schiaffi. A me dispiace ma ho detto solo quello che pensavo”.
Dopo il fallo, sicuramente da ammonizione per quanto racconta Giudici, non c’è stata nessuna reazione anche se il consigliere ribadisce che a suo parere la consigliera dovrebbe dimettersi.
Rimane, a quanto sembra, il fallaccio non visto dall’arbitro.
Interverrà  il giudice sportivo in settimana con la prova tv?

(da “NextQuotidiano”)

argomento: Fratelli d'Italia | Commenta »

TROVA I LADRI IN CASA, MA DON NANNI NON PORGE L’ALTRA GUANCIA E LI PRENDE A PUGNI

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

“NON HO SEGUITO ALLA LETTERA L’INSEGNAMENTO DI GESU’, ORA PER FARMI PERDONARE CELEBRO SUBITO UNA MESSA PER LORO”

«Porgere l’altra guancia? Per una volta diciamo che non ho seguito alla lettera l’insegnamento di Gesù. Ma quando ho visto i tre ladri che mi rovistavano nei cassetti di casa ho avuto una tale scarica di adrenalina che ho perso la testa. Li ho messi in fuga a mani nude. Ora, però, per farmi perdonare celebro subito una Santa Messa per loro».
Don Lorenzo Nanni, 49 anni, ha più la stazza del centroboa di pallanuoto che quella del sacerdote.
Aiuto parroco della chiesa di Nostra Signora delle Grazie a Genova Sampierdarena, davanti al pronto soccorso dell’ospedale Galliera mostra qualche graffio e un paio di lividi.
È ciò che rimane della zuffa di ieri con i tre banditi che, incappucciati, hanno fatto irruzione nel suo alloggio sulle alture di Borgo Fornar i, frazione di Ronco in Valle Scrivia: «Mi sono fatto medicare più che altro per una questione legale. Credo di essere uscito bene dallo scontro», spiega quasi con orgoglio, sebbene non neghi d’essersi pure spaventato: «In una zona tranquilla come quella non ti aspetti certo di trovarti in casa tre sconosciuti in pieno giorno», sottolinea.
Sono le 9 e Don Nanni ha appena finito le preghiere del mattino. «Ho deciso di ritirarmi per qualche giorno nella casa di mia mamma: appena terminate le Lodi ho sentito alcuni rumori provenire dal soggiorno. Ho pensato che fosse mia madre rientrata dall’orto». Invece si ritrova davanti tre banditi.
«Avevano i n testa cappellini da baseball e fazzoletti neri, per coprire il viso. Erano lì che aprivano mobili e cassetti. Non ci ho più visto».
Il sacerdote li rimprovera, li mette in guardia.
Ma i ladri non scappano e lo affrontano. Ne nasce una rissa, piuttosto violenta secondo il racconto del religioso.
«Quando hanno capito che non avrebbero avuto la meglio – prosegue – hanno mollato il colpo e sono fuggiti. Ho anche provato a inseguirli nel bosco, ma dopo una decina di metri ho desistito».

(da “il Secolo XIX”)

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