Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
LA DEMOCRAZIA USA E’ FATTA DI “PESI E CONTRAPPESI” PROPRIO PER EVITARE UN POTERE FRAUDOLENTO E ARROGANTE DEL PRESIDENTE
Perchè un pericoloso Presidente dai forti impulsi “nativisti” (contro i latinos), “populisti” (contro le èlite liberali), “isolazionisti” (America First) e “autoritari” (comando io) scivola sul piano inclinato che ne ridimensiona il potere e lo porta fuori dalla Casa Bianca?
La risposta sta nel sistema di governo americano fondato sui checks & balances (pesi e contrappesi) che servono a impedire a un organo di governo di acquisire un potere eccessivo o fraudolento a scapito di un altro.
E nel sistema pluralistico che domina la scena politica e sociale degli Stati Uniti.
Il Congresso controlla la Presidenza come si è visto in questi giorni con l’attività del Comitato dell’intelligence, che ha convocato ministri e responsabili delle agenzie indipendenti, tenuti a testimoniare la verità pena l’incriminazione.
Nonostante che il Congresso sia a maggioranza Repubblicana, il controllo istituzionale sulle attività del gruppo Trump è condotto con autonomia perchè è rispettata la regola insita nel sistema di governo quale che sia il potere discrezionale del Presidente.
Rispetto ai limiti di ciascun potere, una funzione decisiva per l’accertamento della verità è svolta anche dalle agenzie federali autonome, prima fra tutte l’FBI.
Pur dipendendo gerarchicamente dal ministro della giustizia, quindi dall’amministrazione Trump, il responsabile FBI Comey e il superprocuratore Mueller alla fine risulteranno essenziali nella individuazione degli atti fraudolenti della presidenza.
Infine nel sistema pluralistico degli bilanciamenti politici e sociali, non deve essere sottovalutato il ruolo della stampa, che svolge oggi la stessa funzione essenziale che ebbe nel Watergate per le dimissioni e l’impeachment di Nixon.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
E SPUNTANO FUORI ANCHE CONTATTI TRA CRIMI E IL LEGHISTA STUCCHI
“Io ho saputo di più incontri tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio per un’ipotesi di governo
antisistema. Me lo ha detto una persona che l’ha sentito dall’uno e dall’altro, uno che non fa politica e che ha ricevuto questa confidenza da entrambi”. A dirlo è il senatore di Alternativa Popolare Gabriele Albertini ospite del programma di Rai Radio1 “Un Giorno da Pecora”. L’intervista viene trascritta e riportata oggi da Repubblica:
Chi glielo ha detto, senatore?
«Una persona seria, che non fa politica però»
E questa persona come lo sa?
«Ha ricevuto una confidenza diretta da entrambi, Salvini e Di Maio. Ma non mi faccia dire altro però. Anche perchè è una vicenda di qualche mese fa».
Sapeva invece di questo incontro tra Casaleggio e Salvini?
«L’ho letto. Personalmente non ci trovo nulla di strano. La politica è fatta di questo, di parlarsi, incontrarsi, quasi una necessità professionale direi. Sarebbe interessante capire di più di cosa si sono detti magari»
Ma perchè secondo lei ci sono state queste reazioni così virulente alla notizia
«Sia M5S che Lega hanno delle posizioni identitarie. Soprattutto i primi che hanno fondato la loro stessa esistenza sul non avere connessione con il sistema. Normale che crei imbarazzo».
La Stampa invece parla di colloqui privati nei corridoi tra leghisti e grillini per la definizione di un patto:
Che fosse in definizione un patto tra M5S e Lega Nord in vista del voto, era cosa nota solo a poche persone al vertice grillino. Per la precisione, a un patto vero e proprio si sarebbe arrivati solo in caso fosse andata in porto la legge elettorale tedesca. Leghisti e 5 Stelle, però, erano nel pieno delle trattative nel timore che si profilasse un’alleanza di governo tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Era il Senato il centro di questi negoziati fatti di colloqui privati nei corridoi.
A condurli per conto del M5S finora è stato Vito Crimi, ex capogruppo, siciliano trapiantato a Milano, uno degli uomini più vicini a Davide Casaleggio e dato in ottimi rapporti con il collega leghista Giacomo Stucchi, presidente del Copasir, di cui il grillino è membro.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
A UN ANNO DALLA SUA ELEZIONE, SI SCOPRONO GLI ALTARINI
Quanto costa ai romani lo staff di Virginia Raggi? Ad agosto del 2016, a due mesi dalle elezioni, la Raggi faceva sapere che non aveva ancora completato le nomine e che “non arrivava al milione di euro“.
La sindaca prometteva che la sua Amministrazione aveva fissato l’obiettivo di spendere meno di cinque milioni di euro l’anno per lo staff.
Ovvero trecentomila euro in meno di quanto faceva Marino.
Ad un anno dall’insediamento della Raggi le cose però non sembrano andare come promesso.
La sindaca e i suoi assessori infatti non hanno ancora ultimato le nomine dello staff ma già si può ipotizzare che l’obiettivo di stare sotto la soglia di spesa di Marino è troppo ottimistico.
Per farsi un’idea è sufficiente spulciare l’ordinanza numero 84 del 12 giugno 2017 con la quale la Raggi finalmente ha stabilito la “Disciplina per la costituzione degli uffici di diretta collaborazione del Sindaco, del Vice Sindaco e degli Assessori“.
Dal documento emerge che dei 34 membri dello staff della Raggi 18 sono interni (ovvero già dipendenti comunali) e 16 sono esterni a chiamata.
Al Vice Sindaco Luca Bergamo ne spettano 22, di cui nove assunti a tempo determinato. Per fare un confronto Marino aveva fissato a 11 il tetto dei collaboratori esterni del suo ufficio e a 7 quello per l’ufficio del Vice Sindaco.
Altri trenta collaboratori esterni potranno essere assunti dagli Assessori Luca Bergamo, Massimo Colomban, Daniele Frongia, Flavia Marzano e Pinuccia Montanari cui ne spettano sei ciascuno.
L’Assessore al bilancio Andrea Mazzillo potrà assumere 11 collaboratori esterni mentre nove ciascuno spettano agli assessori Luca Montuori, Laura Baldassarre, Adriano Meloni e Linda Meleo.
Si arriva così al numero di 102 assunti con contratto a tempo determinato. La giunta di Ignazio Marino si era fermata a 90
Attualmente però sono stati nominati solo la metà dei collaboratori previsti. Come fa notare Lorenzo D’Albergo sull’edizione romana di Repubblica il costo a bilancio di questi 50 professionisti esterni chiamati a far parte dello staff della giunta si aggira intorno ai 2,5 milioni di euro.
Siamo quindi ben al di sopra del milione di cui la sindaca parlava qualche tempo fa. Ed è possibile che una volta ultimate le nomine possa essere superato anche il tetto massimo dei cinque milioni di euro l’anno. Si vedrà eventualmente quando tutte le nomine saranno ultimate.
Qualche settimana fa il Messaggero scriveva che in un anno di attività quasi un terzo degli atti della Giunta Raggi provenivano dal dipartimento delle Risorse Umane. Riguardavano cioè atti di nomina di collaboratori e membri dello Staff.
Un fronte al quale la Giunta sembra devolvere parecchie energie.
La sindaca ha infatti riunito la giunta più volte ma ha licenziato un numero di delibere inferiore del 15% rispetto a quella del predecessore Marino.
Ci sono però anche dei casi limite che fanno capire come l’obiettivo di ridurre la spesa non venga perseguito con troppa tenacia. Il caso che salta agli occhi di tutti è quello di Silvano Simoni, ingaggiato nello staff dell’assessore all’Ambiente, Pinuccia Montanari.
Il contratto firmato appena prima di Capodanno prevedeva un «trattamento economico complessivo» di 23.725 euro all’anno. Tre mesi dopo però il Campidoglio gliel’ha raddoppiato o quasi, dato che d’ora in poi percepirà 44.892 euro.
Sempre a dicembre venne formalizzato un altro in carico che fece discutere: quello di Andrea Tardito, architetto, già candidato del M5S, assunto nello staff dell’assessore al Patrimonio con un contratto da 88mila euro annui per occuparsi della «gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare».
Quasi il doppio rispetto a quanto guadagnava da dipendente di una delle società in house del Campidoglio, Aequa Roma.
Rimane invece inevasa la richiesta fatta dall’allora consigliera d’opposizione Raggi a Marino di indire un bando aperto per la selezione dei curricula dei collaboratori dello staff del Sindaco e degli assessori.
In ossequio alla trasparenza e al metodo a 5 Stelle per le nomine.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
ORA ESCONO FUORI DUE DELIBERE PER OLTRE 1,1 MILIONI A FAVORE DELL’AZIENDA DI CUI ERA AMMINISTRATORE IL CANDIDATO SINDACO DI GENOVA… “USO IMPROPRIO DI FONDI PUBBLICI CHE CONFIGURA UN DANNO ERARIALE”
Un esposto alla Corte dei Conti e una querela. 
Il Red carpet della Regione Liguria è diventato il ring per lo scontro finale politico alla vigilia del ballottaggio a Genova. Le forze di minoranza in Regione stanno preparando un esposto alla Corte dei Conti proprio sul “caso” del tappeto rosso, la passiera lunga otto chilometri che il presidente Giovanni Toti ha voluto stendere tra Rapallo e Portofino e sulle cui spese si è scatenato il putiferio.
Perchè sotto il tappeto c’è il candidato sindaco di centrodestra, Marco Bucci, che in qualità di amministratore unico di Liguria Digitale (si è poi dimesso per la campagna elettorale) avrebbe pagato due fatture per un totale di oltre 30.000 euro per il “Red Carpet”.
Che sarebbe solo il segmento di un’operazione di comunicazione da 1,1 milione di euro affidata dalla Regione a Liguria Digitale di Bucci.
Negli uffici della Regione, infatti, rimbalza tra via Fieschi, piazza De Ferrari e la nuova sede di Liguria Digitale ad Erzelli, il costo complessivo del progetto di comunicazione che la giunta regionale ha affidato a Liguria Digitale, un’operazione da un milione e 100.000 euro (in due tranche, da 700.000 e da 400.000) in due anni, nel 2016 e 2017, di cui il Red Carpet sarebbe solo un segmento.
Lo statuto di Liguria Digitale non giustificherebbe il coinvolgimento dell’azienda in house della Regione nelle operazioni di promozione.
Invece ha il compito di sostenere la giunta sul piano della comunicazione, gestendo il sito istituzionale della Regione, fornendo software e hardware, occupandosi di cartella clinica digitale, ricetta dematerializzata.
A dare battaglia è Fabio Tosi, portavoce regionale M5S che per primo ha denunciato che il caso Red Carpet possa nascondere un’operazione di promozione politica, camuffato da operazione di promozione turistica.
«Nello statuto di Liguria Digitale si parla di tutto – dice – dal “favorire la standardizzazione e un uso condiviso delle tecnologie più avanzate” alla”infrastruttura digitale presente e futura per la pubblica amministrazione”, sino al “proporre e supportare la diffusione delle tecnologie dell’informazione”. Ma non c’è una sola riga in cui si parla di tappeti, o se ne giustifichi l’acquisto».
Ecco perchè le minoranze stanno coinvolgendo la Corte dei Conti, affinchè verifichi se ci sia stato da parte della Regione, con l’avallo proprio di Liguria Digitale guidata da Bucci, un utilizzo improprio di fondi pubblici che configuri il danno erariale. Anche perchè, fanno notare i consiglieri regionali, quei soldi non sarebbero stati dati dalla Regione a un altro ente pubblico, ma a un privato.
«Poi non si trovano nè delibere nè determine di giunta che giustifichino nel particolare le spese delle altre azioni di comunicazione».
Il presidente Toti annuncia querele. Contro il candidato sindaco di centrosinistra, Gianni Crivello, che ha dichiarato «Toti ha trafugato 30.000 euro di soldi pubblici per stendere il Red Carpet».
E Toti detta: «Ho dato mandato ai legali di procedere contro Crivello, che ha usato termini diffamatori. Tutto è avvenuto nella legalità . Liguria Digitale è una società in house, ha tra i compiti statutari fornire strumenti di marketing territoriale e comunicazione. Liguria Digitale ha svolto il suo compito».
Crivello rintuzza: «Speriamo che almeno gli avvocati, Toti, se li paghi da sè e non li faccia pagare ai contribuenti». E Toti che ribadisce: «L’avvocato Mascia lo pago io» e rilancia.
Il portavoce regionale M5S Fabio Tosi, però, non ci sta: «Che siano rossi, gialli o verdi, proprio i tappeti non fanno parte della mission di Liguria Digitale. Tra gli obiettivi aziendali non è citata alcuna iniziativa sulla promozione turistica del territorio. Sostenere, come lascia intendere Bucci che spendere 30.000 euro per il Red Carpet rientri nell’investimento dell’azienda di cui era a capo significa non avere rispetto per l’intelligenza dei cittadini».
E stocca: «Toti e Bucci facciano al più presto chiarezza. Dopo essere scivolati sul tappeto, non si aggrappino ai vetri».
(da “La Repubblica”)
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Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
NEL 2013: “LA MIA POSIZIONE E’ QUESTA”
O tempora, o mores.
C’è stato un tempo, oh un tempo lontano, in cui Alessandro Di Battista era favorevole allo ius soli.
Non durò molto: il tempo di una conversazione con un giornalista dell’agenzia di stampa AGI riportata all’epoca da molti giornali.
Alla domanda se fosse giusto che un figlio di tunisini nato e cresciuto in Italia non sia cittadino italiano, Di Battista rispondeva: “Non è giusto. Io sono per lo ius soli. È più italiano il figlio di immigrati nato e cresciuto in Italia piuttosto che un argentino, nipote di italiani, che l’Italia non l’ha mai vista. È una questione di diritti fondamentali tra cui il diritto alla cittadinanza”.
Di Battista conveniva che lo ius soli andasse regolamentato e che non potesse essere considerato cittadino italiano il figlio di una donna straniera che viene in Italia a partorire e poi se ne va.
“Io penso — proseguiva Alessandro Di Battista — che serva un certo numero di anni di permanenza in Italia”. Ma la dissidenza di Di Battista durò lo spazio di un mattino.
Di Battista ritrattò subito dopo dicendosi immediatamente d’accordo con Grillo:
Non solo: sul blog di Beppe lo stesso Di Battista sostenne che c’era nettamente gombloddo, anche se l’arbitro cornuto non l’ha fischiato: «La persona che ha raccolto le mie dichiarazioni, non si è qualificata come giornalista, tanto che l’ho scambiato per un deputato del Pd. La persona in questione non mostrava, infatti, il cartellino identificativo per i giornalisti e per questa ragione ho denunciato l’accaduto al servizio sicurezza della Camera dei deputati. E’ l’ennesima trappola dei media, una delle tante imboscate che ci tendono per fare apparire spaccature inesistenti all’interno del MoVimento. Solo al termine dello scambio di battute, il giornalista si è qualificato come tale, prima di andare via. Si chiede, pertanto, a tutti i cronisti di attenersi alle regole etiche e deontologiche della professione».
Per soprannumero, e per non far pensare nemmeno a chi non sapesse leggere che lui potesse non essere d’accordo con Beppe, Di Battista fece anche un video.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
MARCO GIUSTA LINKA SU FB LA FRASE DI FANTOZZI: “UNA SCELTA CHE NON MI APPARTIENE”
L’assessore alle Pari opportunità della giunta comunale grillina di Chiara Appendino,
Marco Giusta, “strappa” rispetto ai Cinque Stelle: lo fa su un argomento cruciale, lo Ius soli, criticando l’annunciata astensione dei pentastellati in Senato sul ddl che concede la cittadinanza ai figli di immigrati nati o cresciuti in Italia.
Una scelta decisa da Beppe Grillo sul blog che equivale di fatto a un voto contrario, nel quadro dell’ormai esplicita sterzata a destra del Movimento.
La “dissidenza” di Giusta si consuma con un post su Facebook: “Cosa ne pensi dell’astensione sullo ius soli? – scrive l’assessore – Di pancia mi viene da pensare a questo:” E, di seguito, c’è un link di youTube al celebre sequenza in cui Fantozzi definisce la Corazzata Potemkin “una c… pazzesca”.
Prosegue Giusta: “Di testa mi sembra lo stesso meccanismo dell’astensione sul canguro legato alle unioni civili e stepchild. Da qualunque lato la si guardi, comunque, non mi appartiene”. Seguono numerosi commenti con la frase “Bravo Marco”: tra i quali ce ne sono alcuni scritti da esponenti del Pd.
(da agenzie)
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Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
“PER NOI POCHE E SEMPLICI REGOLE: QUANDO RICEVI UNA NOTIZIA, CERCA LA CONFERMA”
Esiste il metodo Repubblica e, ormai è chiaro, esiste il metodo 5 Stelle. Il primo, il nostro, prevede poche semplici regole: quando ricevi una notizia, cerca una conferma. Solo dopo averla trovata potrai pubblicare. Questo abbiamo fatto l’altro ieri quando una fonte di cui ci fidiamo ci ha raccontato di un incontro riservato tra Salvini e Casaleggio. Grazie a un’altra persona a conoscenza del faccia a faccia la notizia è diventata un articolo di prima pagina. Tutto qui.
Esiste poi il metodo 5 Stelle che prevede innanzitutto una doppia morale.
Quando una notizia riguarda i tuoi avversari politici (va benissimo anche se è pubblicata su Repubblica) allora questi si devono dimettere immediatamente, senza ulteriori verifiche su fonti e dettagli.
Quando invece riguarda te, allora a dimettersi dovrebbero essere i giornalisti, i quali dovrebbero esibire prove e smascherare fonti.
Se nel primo caso, quando parla dei tuoi nemici, il giornalismo è virtuoso, nel secondo invece è descritto come al servizio di oscuri interessi o dei partiti nemici.
E ogni volta la violenza della smentita e la campagna orchestrata sui social è da manuale.
Peccato che poi la verità emerga: ricordate quando Di Maio negava che esistessero inchieste o avvisi di garanzia per la giunta Raggi
Nell’ultimo caso che ci riguarda siamo arrivati in serata alla promessa di querele e alla solita minaccia di fare leggi contro la stampa una volta che saranno al potere. Noi siamo sereni ma ci chiediamo il motivo di tanto livore.
La risposta probabilmente è semplice e ce la consegna la cronaca degli ultimi giorni: la svolta anti-immigrati del movimento di Grillo.
Nessuna voglia di mostrare che il feeling e la convergenza con la Lega non sono casuali ma indicano una strada e una strategia.
Mario Calabresi
(da “La Repubblica”)
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Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGI ALLE STELLE: “EN MARCHE'” SALE ANCORA, TRA 440 E 470 DEPUTATI SU 570″
Il fenomeno Macron continua a rimanere in marcia. 
Dopo essere rientrato dalla prima visita all’estero fuori dall’Europa (nel Marocco di re Mohamed VI), il nuovo presidente francese ha aperto una super-fiera dell’innovazione tecnologica a Parigi semplicemente confermando quello che aveva annunciato in campagna elettorale: “La Francia creerà un fondo di investimento di 10 miliardi di euro per lanciare nuove imprese nel settore dell’informatica, dell’innovazione tecnologica. Sarà un fondo che darà visibilità all’innovazione e alla Francia”.
Nei piani del presidente il fondo sarà guidato dalla Bpifrance, la banca pubblica di investimento d’investimento francese, già al centro del lavoro di Macron quando era ministro dell’Economia e dell’Innovazione
Parlando alla conferenza “Viva Technology” il presidente ha detto che “la Francia si dovrà muovere come una start-up”.
Autonomamente la Bpifrance ha confermato nei gironi scorsi alla Reuters che si sta preparando a mettere a disposizione degli investitori nel settore un miliardo di euro, a prescindere dalle future decisioni dello Stato.
Al pubblico presente Macron ha detto che “noi faremo marciare queste innovazioni, trasformeremo la Francia perchè voi non potete aspettare, perchè i vostri competitor non aspettano!”.
Il lancio di “Viva Tecnology” si è svolto mentre venivano diffusi i dati dell’ultimo, impressionante, sondaggio sul ballottaggio delle legislative di domenica prossima: La Republique en marche, il partito del presidente, sembra destinato addirittura a conquistare fra i 440 e i 470 seggi sui 577 dell’Assemblea nazionale.
Secondo il sondaggio “Harris interactive-indeed” il secondo partito, i Rèpublicains avrebbero tra i 60 e gli 80 seggi, mentre i socialisti dell’ex presidente Francois Hollande soltanto tra i 22 e i 35.
I partiti di estrema sinistra avrebbero tra i 14 e i 25 seggi, il Front National tra uno e sei.
Un’ennesima conferma della maggioranza “totale” di cui potrebbe godere Macron.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE EUROPEISTA VUCIC HA SCELTO ANA BRNABIC, ATTUALE MINISTRA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Svolta storica in Serbia: per la prima volta, nel Paese balcanico dove le tendenze omofobe sono storicamente forti e a volte violente, una donna dichiaratamente lgbt assume la guida del governo.
Il giovane presidente eletto (ed ex premier) europeista e riformatore Aleksandar Vucic ha annnunciato di aver scelto Ana Brnabic, dall’estate scorsa ministro della Funzione pubblica, quale suo erede alla guida dell’esecutivo.
“Non è stata una decisione facile”, ha detto Vucic nella conferenza stampa in cui ha annunciato la sua scelta, “ma sono convinto che Ana Brnasbic abbia le qualità e la preparazione per portare avanti il programma di governo, proseguire nelle riforme, pgrogredire sulla strada dell’integrazione del nostro paese nell’Unione europea e continuare a migliorare l’immagine internazionale della Serbia”.
Dopo la netta vittoria di Vucic, appunto premier uscente e leader dello Sns, il partito riformista-europeista di maggioranza, alle elezioni presidenziali anticipate del 2 aprile scorso, era ovviamente necessario trovare un suo o una sua erede, non essendo previsto nè in Serbia nè in altre democrazie il cumulo delle due cariche di capo dello Stato e capo dell’esecutivo.
Ana Brnabic ha appena 42 anni, è lesbica dichiarata e aveva già fatto notizia lo scorso agosto quando era divenuta la prima donna omosessuale a entrare in un governo a Belgrado.
Ora diventa la prima persona lgbt dichiarata in assoluto a guidare l’esecutivo del più importante paese dell’ex Jugoslavia, la Serbia appunto che sotto la leadership di Vucic sta attuando grandi riforme, rilanciando l’economia, risanando i conti pubblici e procede a passo di marcia forzata nel negoziato per entrare nell’Unione europea.
Era stato Vucic in persona, superando resistenze e obiezioni della parte più tradizionalista del mondo politico, a imporre il suo ingresso nel governo.
Adesso l’ha imposta come premier contro potenti rivali: il ministro degli Esteri uscente e premier ad interim Ivica Dacic, e la ex presidente della Banca centrale, donna ma “etero”.
Ana Brnabic vanta una solida formazione: nata a Belgrado, ha conseguito il dottorato all’università di Hull nel Regno Unito.
Prima di entrare nel governo presieduto allora da Vucic, era stata chiamata dal leader a guidare un’associazione mista composta da rappresentanti di governo, parti sociali e società civile, la Naled, che dal 2006 ha l’incarico di creare le migliori condizioni possibili per le riforme e la modernizzazione della Serbia.
In passato c’erano stati, prima dell’arrivo di Vucic al potere, clamorosi episodi di violenza omofoba nel paese. Come nella parata del gay pride del 2010, quando squadristi – gruppi misti di violenti nostalgici del dittatore nazionalista e slavofilo Slobodan Milosevic e di gruppi sciovinisti di estrema destra – avevano attaccato e pestato a sangue i dimostranti e la polizia che cercava di difendere questi ultimi.
Il bilancio fu di 150 feriti, in gran parte agenti che proteggevano i gay dalle squadracce. Nell’era Vucic invece i cortei del gay pride si sono svolti senza incidenti.
La nomina di Ana Brnabic contrasta con altre scelte in diverse parti dell’ex Jugoslavia. Come il risultato delle recentissime elezioni politiche in Kosovo, cioè la vittoria del falco ed ex comandante guerrigliero della Uck Ramush Haradinaj, prossimo premier, di cui la Serbia chiede invano l’estradizione accusandolo di gravi crimini di guerra contro i civili durante le guerre scatenate da Milosevic che portarono dopo gli interventi Nato alla fine della Jugoslavia.
Poche ore prima di scegliere Ana Brnabic come nuovo premier, il vertice di Belgrado aveva tra l’altro indicato, secondo la famosa radio libera B92, di voler restare neutrale, ma anche di voler avviare un’attiva cooperazione con l’Alleanza atlantica.
Insomma sempre piຠspinte e segnali di europeismo e di volontà filo-occidentale.
(da “La Repubblica”)
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