Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
POSTANO UN’IMMAGINE SUCCESSIVA DI ADA COLAU IN CUI SORRIDE PERCHE’ LA GENTE SCANDISCE “NON ABBIAMO PAURA”, IL VIDEO COMPLETO DIMOSTRA CHE STAVA PIANGENDO… MA LA FOGNA DEVE SPURGARE ODIO, LA PAGANO PER QUESTO
È uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo. 
Ada Colau è diventata il bersaglio preferito di razziti che vorrebbero che la sindaca di Barcellona dichiarasse guerra a tutti i musulmani, a tutti gli immigrati e a tutti i rifugiati.
Per molti la responsabilità dell’attacco è da attribuire anche alla Colau, perchè è stata la la sindaca che a inizio anno aveva chiesto — a nome dei suoi concittadini — al governo spagnolo di accogliere più rifugiati.
Da ieri invece la Colau è sotto attacco perchè non avree pianto alla commemorazione sul luogo della strage sulla Rambla.
Non solo non avrebbe pianto, anzi: sorrideva.
I razzisti si chiedono come mai “questa signora sta sorridendo, dopo non aver voluto posizionare i blocchi di cemento, spianando la strada agli assassini?”.
Il riferimento alle numerose critiche piovute addosso alla Colau per non aver fatto posizionare dei blocchi all’inizio della Rambla in modo da scongiurare il pericolo attentati.
La sindaca nei giorni scorsi ha già spiegato che la circolare del Ministero dell’Interno spagnolo prescriveva l’installazione dei “dissuasori” solo durante il periodo natalizio e che la municipalità di Barcellona si era attenuta a quanto raccomandato dal Ministero.
Non c’è stata, ha spiegato l’Amministrazione di Barcellona, alcuna circolare che imponeva l’installazione di blocchi permanenti al di fuori del periodo delle festività natalizie.
Loro ci uccidono e lei sorride! Non è che per caso è sorella dei terroristi? Lo sanno tutti che i buonisti sono più amici dei terroristi che delle vittime.
Ma i razzisti non ne azzeccano una: ci sono i video che mostrano che Ada Colau si è comportata diversamente
Questa vicenda dovrebbe ricordarci anche qualcosa d’altro.
Le polemiche sulla Presidentessa della Camera Laura Boldrini che non saluta il reparto della Folgore durante la parata del 2 giugno. Chi ha memoria ricorderà il trucco, perchè in quell’occasione la Boldrini aveva salutato il passaggio degli uomini della Folgore, solo che la foto che è stata diffusa — anche qui per dimostrare il “tradimento” — coglieva l’attimo successivo, nel quale la Presidentessa della Camera aveva finito di rendere omaggio al reparto di paracadutisti.
Ed infatti se si guardano i filmati della commemorazione Ada Colau piange eccome.
I sorrisi sono successivi e non sono certo perchè la Colau stava pensando “al buon lavoro” fatto dai terroristi ma perchè sorrideva all’omaggio dei cittadini alle vittime, alle grida “no tinc por” che si levavano dalla folla e agli incitamenti a non avere paura e rimanere uniti.
Un momento toccante che ha dimostrato che la comunità di Barcellona, così come la sua sindaca aveva auspicato su Twitter, non voleva cedere alla minaccia terrorista. Prendere quelle immagini fuori dal loro contesto è un’operazione di bassa propaganda alla quale possono credere solo coloro che ritengono che i rifugiati e gli immigrati siano tutti potenziali terroristi.
Altri fanno notare invece come il premier spagnolo Mariano Rajoy abbia continuato a parlare durante il minuto di silenzio in ricordo delle vittime.
Questo ovviamente non vuol dire che Rajoy non ha rispetto per le vittime o che è complice dei terroristi.
Non dice nulla della politica di Rajoy nei confronti dei terroristi. Così come i sorrisi della Colau non sono la prova che la sindaca sta dalla parte degli attentatori.
Il video completo dal quale sono state estratte quelle foto dimostra invece che la Colau è più vicina ai suoi concittadini — a tutti, sia che siano di destra o di sinistra — di quanto non vogliano farci credere i razzisti.
Persone che — proprio come i terroristi — approfittano dell’attentato per dividere l’umanità
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
DA DE LUCA A DI MAIO LA STESSA STRATEGIA: SI PROPONGONO SANATORIE QUANDO IL TEMPO E’ BELLO, SI URLA CONTRO L’ABUSIVISMO DOPO LE TRAGEDIE
Nessuna delle case crollate a Casamicciola era abusiva: una delle due donne morte è finita sotto i
calcinacci di una Chiesa, sostengono i sindaci di Ischia.
Eppure che l’abusivismo abbia avuto un ruolo nel disastro seguito a un terremoto di magnitudo 4.0 è stato confermato da Angelo Borrelli, neo capo della Protezione Civile: «Oggi, andando in giro, nel centro, ho visto che molte delle costruzioni crollate o danneggiate sono state realizzate con materiali scadenti, fatte con tecnologie di costruzione che non non rispondono ad alcuna normativa vigente. Ha influito? Sì, ritengo che per questo siano crollate o rimaste gravemente danneggiate. Anche se ovviamente ora andranno svolti gli approfondimenti».
E se questo non bastasse si potrebbero contare le 28mila pratiche di sanatoria ufficiali nell’isola o quelle per Casamicciola e Lacco Ameno: 6200 pratiche su una popolazione che non arriva a 12mila abitanti per i due paesi.
O ricordare cosa avvenne nel 2010 quando a Ischia arrivarono le ruspe per dare corso alle ultime 600 ordinanze di demolizione di costruzioni abusive disposte dalla magistratura. Cortei, barricate e persino l’appello della Chiesa al fianco «degli abusivi che difendono la prima casa».
D’altro canto il Fatto Quotidiano oggi racconta che la casa che ha seppellito i tre bambini poi salvati dalla Protezione Civile nacque di un piano solo e poi crebbe negli anni di altri due piani. Costruiti in cemento armato, con materiali diversi dal piano originario.
Lo dimostrerebbero il tipo di detriti scavati dai Vigili del Fuoco e le manovre per soccorrere e salvare i bambini, passate attraverso la rimozione di pezzi di ferro e legno non compatibili con un’unica struttura di cemento.
Impossibile dire se fosse una casa abusiva, visti i tanti condoni che potrebbero aver regolarizzato tutto. Ma il punto non è tanto la bonifica successiva quanto la costruzione effettuata non a regola d’arte.
Come la politica mangia sugli abusivi
C’è di più. Ieri Vincenzo De Luca ha fatto sapere al popolo che “Ad Ischia sono stati compiuti abusi di tipo criminale, con strutture costruite in zone a rischio idrogeologico che vanno abbattute il prima possibile”. Chissà se è parente di quel De Luca che ha fatto una sanatoria per salvare 70mila case abusive chiamata “sanatoria sociale” e poi impugnata dal governo ma ancora in vigore in attesa di una sentenza.
Il motivo di questa contraddizione è semplice: il voto degli abusivi conta. Quindi in tempi di pace si liscia loro il pelo proponendo sanatorie.
Quando arriva le disgrazie si denuncia l’abusivismo diventa un crimine. Una lezione che parte da lontano visto che la politica italiana fa questo giochetto da sempre. E che non vede in ultima fila nemmeno il nuovo che è avanzato: ieri Luigi Di Maio ricordava che PD e Forza Italia sono la causa di tutti gli abusi e le sanatorie in Italia e quindi oggi dovrebbero evitare di sciacallare.
Il caso Di Maio e il nuovo che è avanzato
E chissà se questo Di Maio è parente di quel Di Maio che insieme al candidato in Sicilia Giancarlo Cancelleri invece fino all’altroieri teorizzava l’abusivismo di necessità perchè in Sicilia il voto degli abusivi conta come in altre regioni. Ed è impossibile non notare che Di Maio, prendendosela con i partiti, anche ieri ha salvato chi gli abusi li pratica.
Per lo stesso motivo di De Luca: i voti contano.
Il Corriere della Sera spiega oggi che se a livello nazionale si demolisce appena una casa abusiva su dieci, in Campania ci si ferma al 4%.
Ischia, nel suo piccolo, detiene un record. È la zona d’Italia dove si eseguono meno ordinanze: lo 0,75% dall’88 al 2003. Un trend, che secondo Legambiente, non è cambiato anche negli ultimi anni.
Proprio i 5 Stelle a Ischia presentarono il testo di un disegno di legge che prevedeva la “Riabilitazione degli edifici realizzati entro il 30 Settembre 2004 con sospensione dei procedimenti amministrativi e giurisdizionali anche nelle aree soggette a vincolo paesistico”:
I grillini parlano di ‘ravvedimento operoso del trasgressore’ finalizzata a consentire la ‘riabilitazione e revoca delle sanzioni demolitorie e ripristinatorie, amministrative e penali, solo a condizione che sia stata accertata l’esecuzione di opere di prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico, di bonifica, messa in sicurezza, nonchè interventi di bioedilizia, potenziamento dell’efficienza energetica e risparmio delle risorse idriche, nell’ottica di un miglioramento complessivo della qualità architettonica, energetica ed abitativa e per razionalizzare e contenere il consumo del territorio’
Il 7 agosto, invece, il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare la legge della Regione Campania n. 19 varata il 22 giugno 2017, recante “Misure di semplificazione e linee guida di supporto ai Comuni in materia di governo del territorio”.
La norma contiene alcune disposizioni che riguardano misure alternative alla demolizione degli immobili abusivi e consente ai Comuni di “fittare e vendere” la casa abusiva “agli occupanti per necessità ”.
Ai Comuni si chiede di definire vari criteri: dal canone di locazione e vendita, al requisito di occupante per necessità .Ma secondo l’Esecutivo il provvedimento regionale contrasta con i principi fondamentali in materia di governo del territorio, con le norme statali a tutela dell’ambiente e viola l’art. 117 della Costituzione. Ora deciderà la Corte Costituzionale.
Ma intanto, uno ci prova. No?
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
MAI DISCUSSIONE E’ STATA PIU’ DEMENZIALE, I VITALIZI REALI SONO STATI GIA’ ABOLITI… PER DEMAGOGIA NESSUNO HA IL CORAGGIO DI DIRE CHE LA NORMA NON PUO’ ESSERE RETROATTIVA E QUINDI QUESTA E’ INCOSTITUZIONALE
La ripresa dei lavori in Senato, a inizio settembre, chiamato a esaminare il provvedimento sui vitalizi dei parlamentari, si preannuncia alquanto turbolenta.
E le turbolenze maggiori si registrano dentro il Pd.
Il senatore ed ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, apre il fronte: “Dicono che voterò no alla riforma. È riduttivo. Sarebbe meglio dire che ho già costruito la maggioranza parlamentare che affosserà la legge sui vitalizi”.
Netta la replica del presidente dei senatori dem, Luigi Zanda, interpellato dall’Adnkronos: “Insabbiarlo? Non se ne parla”.
Il capogruppo spiega che il testo, già approvato dalla Camera, sarà “esaminato attentamente”, ma ribadisce che il Pd è determinato ad andare avanti per portare a termine il percorso della legge Richetti.
Sposetti, però, non cede. Il senatore Pd, contattato telefonicamente dall’AGI, spiega che “con la legge approvata alla Camera è stata lesa la dignità del Parlamento, delle Istituzioni. Quello che succederà al momento del voto non lo so, io non vado a cercare i favorevoli e i contrari. Faccio la mia battaglia come ho sempre fatto”, aggiunge.
“So che sono molti ad essere contrari al provvedimento e che, come me, pensano che occorra difendere il Parlamento e chi ci lavora”.
Perchè, sottolinea ancora l’ex tesoriere dei Ds, “alla Camera” nel ddl Richetti, “non hanno tenuto conto del fatto che c’è la dignità del Parlamento e colpire retroattivamente solo chi ci lavora è colpire la politica”.
A tutto questo si aggiunge il dato tecnico di una legge “che è palesemente incostituzionale”.
Il percorso della legge a palazzo Madama si presenta difficile anche per la posizione di altri partiti, M5S in testa. Per l’abolizione dei vitalizi “abbiamo già tentato di utilizzare diversi strumenti ma solo con una norma costituzionale possiamo essere sicuri di realizzarlo”, sottolinea il deputato pentastellato Danilo Toninelli sul blog di Beppe Grillo.
“Anche gli ex parlamentari, come ogni altro lavoratore – prosegue Toninelli – dovranno ricevere una pensione commisurata ai contributi versati: niente di meno ma niente di più! Per arrivare a questo obiettivo di semplice equità abbiamo già tentato di utilizzare diversi strumenti ma solo con una norma costituzionale possiamo essere sicuri di realizzarlo.
Finalmente i grillini hanno capito che la legge Richetti è un tarocco incostituzionale.
Cerchiamo di spiegare:
1) I vitalizi in Italia sono stati già aboliti : i parlamentari che vanno in pensione riceveranno solo in base ai contributi versati, nulla di più
2) Qua si parla delle pensioni maturate negli decenni passati, dove c’era una parte contributiva e una figurativa. Ma una legge non può essere retroattiva.
3) Se passasse questo concetto due terzi dei pensonati italiani si vedrebbero ridurre l’assegno mensile del 40%, perchè anche loro hanno usufruito di un calcolo non solo contributivo ma anche figurativo, quindi sarebbe il caos.
Conclusione: per pura demagogia si stanno prendendo per i fondelli gli italiani , contendendosi la bandiera di una battaglia persa in partenza.
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
IL PARTITO: “DOMINIO SCADUTO, MANCANO I FONDI”… UN SITO DI E-COMMERCE HA PRESO IL POSTO DEL PD CON LO STESSO INDIRIZZO
Nei tempi dei social e di internet si dice che chi non è sul web non esiste. E il Pd valdostano è
sparito definitivamente da qualche settimana. Non, però, il “dominio” di Aruba che era stato del partito del sindaco Fulvio Centoz e dei consiglieri regionali Pierre Guichardaz e Paolo Crètier.
Il sito www.pdvda.it, però, ora vende scarpe e vestiti via internet con sconti anche del 60 per cento.
Ad acquisirlo alla scadenza, infatti, è stata un’azienda turca di vendite online che ha subito provveduto a cambiare il “core business” del sito, pur mantenendone l’indirizzo per procacciarsi nuovi clienti.
Non si tratta di una nuova mission dei Democratici, insomma, ma di uno spiacevole disguido, come spiegano i vertici del Pd.
“Il dipendente che si occupava del sito ha vinto un concorso e cambiato incarico – spiega la responsabile della comunicazione Simona Campo – Tra l’altro il nostro sito era in manutenzione da dicembre quando il sito era stato hackerato, tanto è vero che avevamo caricato sulla home page il simbolo dei lavori in corso aspettando i fondi per poterlo rinnovare. La comunicazione del dominio in scadenza deve essere arrivata via mail ma non è stata vista e così abbiamo perso il dominio che è subito stato riacquistato”.
E’ il secondo in pochi mesi, tuttavia, perchè già a gennaio era scaduto anche il dominio www.partitodemocratico-vda.it, subito registrato da un’azienda della California che ne ha fatto una piattaforma di e-commerce per la vendita di scarpe in saldo da uomo e da donna.
“In ogni caso ci stiamo già attivando per avere in poco tempo un sito provvisorio, poi in futuro cercheremo di creare una pagina Valle d’Aosta collegata al nostro sito nazionale” assicura Biagio Fresi, presidente del Pd valdostano.
Tutto, però, dipende dai fondi: che per adesso, spiegano al partito, da Roma non arrivano.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
DOPO LO SGOMBERO DI VIA CURTATONE DECINE DI RIFUGIATI IN REGOLA CON IL PERMESSO DI SOGGIORNO E DI FAMIGLIE ITALIANE DORMONO IN PIAZZA INDIPENDENZA, PERSINO L’ONU SI E’ DETTO PREOCCUPATO
In situazione di stallo. Dal 19 agosto scorso, quando in via Curtatone a Roma è stato sgomberato uno stabile occupato da centinaia di migranti resta alta nella Capitale la tensione legata alla ricollocazione dalle persone.
Sgomberati sabato all’alba dal palazzo di via Curtatone, nel centro di Roma, decine di immigrati hanno trascorso la quarta notte in strada e sono ancora accampati nei giardini di piazza Indipendenza, nei pressi dello stabile in cui vivevano.
Sul posto per controllare la situazione, la polizia. In mattinata in prefettura è stata convocata una riunione con il Prefetto di Roma, Paola Basilone, che ha convocato il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica a cui, oltre ai vertici delle Forze di Polizia, parteciperanno la Regione Lazio, la Città di Roma Capitale e i rappresentanti della Società proprietaria dell’immobile sgomberato, al fine di favorire l’individuazione di soluzioni alloggiative alternative per gli occupanti dell’immobile.
Sono per lo più eritrei ed etiopi, rifugiati e quindi in regola con il permesso di soggiorno, che dal 2013 hanno occupato uno stabile per mancanza di alternative. L’Onu esprime “preoccupazione”, il premio Nobel Zerai chiede “un’intervento urgente e una successiva radicale riforma dell’attuale sitema di accoglienza”.
Dal Comune di Roma replicano che “l’amministrazione capitolina ha terminato il censimento delle 107 persone in condizioni di fragilità che, in seguito allo sgombero avvenuto sabato 19 agosto, erano rimaste temporaneamente presso l’immobile privato situato in via Curtatone, nei pressi della stazione Termini. In base al decreto legge n.14/2017, nei casi di sgomberi di immobili privati occupati, i livelli assistenziali devono in ogni caso essere garantiti agli aventi diritto dagli Enti Locali e dalle Regioni. Nel complesso si auspica l’avvio di un confronto tra i diversi livelli istituzionali, coinvolgendo anche il governo, affinchè sia sempre garantita la presa in carico di fragilità , rifugiati e richiedenti asilo sulla base del proprio perimetro di competenza”.
Il solito rimpallo di responsalità .
ALTRO SGOMBERO
Dopo Palazzo Curtatone, è in atto un nuovo sgombero a piazza Indipendenza.
La piazza è stata chiusa e la polizia non permette a giornalisti e operatori di avvicinarsi. In zona da quattro notti era in scena un accampamento all’aperto a seguito dello sgombero del palazzo.
Nell’edificio di 32 mila metri quadrati, a pochi passi dalla Stazione Termini, abitavano circa un migliaio di persone, tra ‘storici’ e occasionali; molte le famiglie con bambini.
Dopo lo sgombero del 19 agosto, qualcuno era rientrato in attesa di una nuova sistemazione. Molti avevano invece dormito all’aperto.
Oggi la polizia ha cercato di sgomberare la piazza e il palazzo, ma chi era dentro ha inscenato una protesta.
(da “NextQuotidiano)
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
“TU CHE FAI IL TIFO PER IL TERREMOTO NON POTRAI MAI METTERE AL MONDO UN BAMBINO CON IL CORAGGIO CHE HO AVUTO IO”… “L’ISIS NON CI HA ANCORA ATTACCATO PERCHE’ FACCIAMO SCHIFO PURE A LEI”
Il terremoto che ha colpito Ischia ha messo in luce il volto più gretto dei social network. Mentre sull’Isola si scavava per salvare le vite delle persone intrappolate sotto le macerie, molti utenti in rete hanno esultato alla notizia della tragedia, invocando l’arrivo del Vesuvio a “completare l’opera”.
Gli insulti razzisti contro i napoletani hanno ricevuto la risposta più bella in un post diffuso via social.
“Mi Chiamo Ciro, ho 11 anni”, si legge nel testo di cui ormai è difficile rintracciare la paternità , “durante la scossa ho trascinato mio fratello piccolo sotto al letto, dopo ho battuto con una scopa contro le macerie per farmi sentire dai soccorritori. Ho atteso 16 ore prima di rivedere la luce. Sono stato coraggioso, sono stato forte. E tu che inciti il Vesuvio a lavarci col fuoco, che fai il tifo per il terremoto…tu non potrai mai mettere al mondo un bambino con il coraggio che ho avuto io”.
L’autore anonimo ha vestito i panni del bambino che ha salvato la vita al fratello di 7 anni, ha dato voce alla testimonianza più potente di speranza e forza, emersa dall’isola nelle ultime ore.
Ha risposto agli insulti pavidi di chi si cela dietro un nickname per esplicare i suoi più meschini pensieri, contrapponendo il coraggio di un bimbo di appena 11 anni.
Intanto su Twitter, molti utenti denunciano l’ipocrisia del social network, prendendo le distanze da chi utilizza quello stesso mezzo per veicolare parole razziste: “Gente che twitta cordoglio per Barcellona e il giorno dopo spera nell’eruzione del Vesuvio. Le macerie le avete in testa”.
E ancora: “Rallegrarsi del terremoto a Ischia e invocare il Vesuvio per Napoli: l’ISIS non ci ha ancora attaccato perchè facciano schifo anche a lei.”
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
IL BAMBINO ESTRATTO VIVO DALLE MACERIE DEL TERREMOTO DI ISCHIA AL VIGILE DEL FUOCO MARCO: “ANDREMO A MANGIARCI UNA PIZZA INSIEME”
“Il mio primo pensiero quando ho rivisto la luce è stato Dio. Allora davvero esiste, ho pensato”. 
Non ha più voce Ciro Marmolo, 11 anni, il “bambino eroe” dagli enormi occhioni neri, l’ultimo dei tre fratellini a essere estratto vivo dalle macerie della palazzina crollata in seguito al terremoto che ha devastato Casamicciola, sull’isola d’Ischia.
Ai microfoni di Tv Luna, Ciro si è lasciato andare a cuore aperto: “Quando ho saputo che il più piccolo dei miei fratelli stava bene mi sono fatto coraggio e ho detto: ‘ce la devo fare'”.
Ciro è ora ricoverato all’ospedale Rizzoli di Lacco Ameno.
Con lui, nella grande stanza colorata di giallo, arancione e verde, ci sono la mamma Alessia, incinta al quinto mese di una bimba, e i fratellini Pasquale, 7 mesi, e Mattias, 8 anni.
Dal canto suo, Alessia guarda i suoi figli e dice: “Ho capito che quella notte maledetta è intervenuta la mano di Dio a salvarci. Ho imparato ad apprezzare la vita”.
“Dove andremo? – ha chiesto Ciro – i nostri giochi, i nostri oggetti. Abbiamo perso tutto”, consapevole che il terremoto si è portato via le sue cose, le sue abitudini. Intanto, il piccolo eroe dice di voler guarire in fretta, di rimettersi completamente per tornare a essere un bambino come tutti gli altri: “Voglio tornare a giocare nel campetto fuori casa mia, stare con i miei amici, andare in spiaggia , correre come se non ci fosse un domani”.
Le ultime parole di Ciro sono rivolte a Marco de Felici, il vigile del fuoco del nucleo speciale Usar del Lazio: “Grazie che mi hai dato coraggio – ha detto Ciro – grazie per avermi regalato la targhetta. Andremo sicuramente a mangiarci la pizza insieme. Se non fosse stato per te, per voi, io sarei morto sicuramente”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
LA BASE DELL’ARMA NON E’ INTACCATA DALLE POLEMICHE, RESTA SEMPRE LA LORO DEDIZIONE E IL LORO IMPEGNO APPREZZATO DAI CITTADINI
È, ormai, da mesi che si inseguono notizie che vogliono coinvolti i vertici dell’Arma in vicende politico-giudiziarie che potremmo definire tendenzialmente ben note a tutti. E laddove qualcuno avesse maturato delle lacune conoscitive, l’articolo comparso qualche giorno fa sull’Espresso ha inteso colmarle, offrendone un certo tipo di riepilogo.
Per mia impostazione piuttosto tradizionalista, affiderei la risoluzione di tutte le problematiche citate alle figure preposte, che avranno modo di pronunciarsi nelle sedi opportune, anche se purtroppo mi rendo conto che ormai viviamo in totale controtendenza e anche il meno avvincente dei processi finisce per svolgersi in uno studio televisivo, sotto luminosi riflettori e nel pieno fervore mediatico, piuttosto che nel grigiore severo di un’aula di tribunale.
Il rischio, però, è che si diano in pasto all’opinione pubblica segmenti parziali di un castello che neppure la più informata delle fonti potrebbe conoscere integralmente, orientando su certe convinzioni piuttosto che sulla realtà consacrata dai dati di fatto di cui gli inquirenti possano disporre.
Ma tanto è evidente che ogni possibile invito alla prudenza vada inevitabilmente a impattare contro certi bisogni, quando addirittura non sono necessità diversamente motivate, di produrre lo scoop.
Comunque, in tutto questo credo che i vertici — a qualunque Amministrazione questi appartengano – siano nelle condizioni di difendersi adeguatamente nelle sedi e nelle modalità che riterranno opportune.
Ciò che, invece, mi preoccupa e mi fa male, mi mortifica e mi avvilisce, è il modo in cui potrebbe risentirne la base se il cittadino, approcciandosi a certe notizie senza una lettura analitica adeguata, proiettasse le criticità sull’intero Corpo.
Anche sui carabinieri che, in ogni periferia d’Italia, fanno del loro lavoro sacrifico e privazione, impegno e dedizione totali.
Quindi, ciò che mi piacerebbe sottolineare è che, al di là di tutto e da oltre due secoli a questa parte, i carabinieri sono ancora, e restano, quelli che abbiamo visto impolverati e sfiniti sulle macerie di Ischia, nel tentativo di salvare piccole vite rimaste intrappolate.
Sono e restano quelli che, prima di allora, hanno raggiunto per primi ogni sito colpito duramente da altre catastrofi, dai terremoti a quella di Rigopiano: loro c’erano sempre, dall’inizio finanche dopo che tutti gli altri erano andati via.
Le immagini di repertorio di tragedie del passato ce li riproducono identici a quelli odierni, con pari determinazione negli sguardi e la tenerezza e commozione quando veniva tratto in salvo qualcuno. O se ne dovevano chiudere gli occhi per sempre.
I carabinieri sono e restano anche quelli che — piaccia o no – multano o ritirano patenti quando sussistono possibili compromissioni all’incolumità altrui; che corrono a sirene spiegate quando c’è un’attivazione; che scambiano informazioni in cambio di rassicurazioni al cittadino durante il loro giro di quartiere.
E oltre ancora, i carabinieri sono e restano quelli proiettati nelle missioni all’estero, quelli che si addestrano duramente per compiti particolarissimi, quelli lanciati alla ricerca di latitanti o che affrontano la durezza di posti in cui l’antistato tenta di imporre le proprie leggi.
Sono e restano quelli che svolgono indagini complesse, e nel farlo sono spesso costretti a trascurare figli, famiglia e ogni sorta di personale necessità ; quelli dei reparti speciali o anche tutti coloro che assicurano il regolare svolgimento degli incontri sportivi. E molto, moltissimo altro ancora.
Questo solo per dire che la base, nel suo piglio genuino e nella sua vicinanza congenita al cittadino, non è affatto mutata, non è in alcun modo intaccata, e continua ogni giorno a fare quello che fa da sempre e che per sempre continuerà a fare.
Del resto, tutto ciò di cui parlano i media in questi mesi avviene a una distanza talmente considerevole da non poter avere nessun riflesso sull’impegno e sulla dedizione che contraddistingue i carabinieri comuni e che li rende particolarmente amati e apprezzati dalla gente per bene.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 22nd, 2017 Riccardo Fucile
VERTICI SOTTO INCHIESTA, LITIGI TRA UFFICIALI, RAPPORTI OPACHI CON LA POLITICA
Chiunque arriverà , «dovrà rimboccarsi le maniche. Perchè troverà macerie: erano decenni che
l’Arma dei Carabinieri non soffriva di una crisi così grave».
Il militare che lavora al Comando Generale di Roma forse esagera, ma non è l’unico a pensare che la Benemerita stia vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia recente.
Una crisi latente da tempo, esplosa con l’indagine Consip.
Uno scandalo che ha tramortito, in un domino di cui ancora non si vede la fine, tutti. Dal comandante generale Tullio Del Sette (indagato per favoreggiamento) ai capi di stato maggiore, ascoltati come testimoni; passando ai comandanti di reparti specializzati, accusati di depistaggio; e ai carabinieri iscritti nel registro per falso ideologico e materiale; per finire con la caduta di eroi simbolo dell’Arma come il colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come “Capitano Ultimo” per aver arrestato Totò Riina, allontanato su due piedi lo scorso mese da una delle nostre agenzie di intelligence perchè considerato improvvisamente «non più affidabile».
Leggendo le carte e le accuse dei magistrati – tutte ancora da provare – sembra che sul caso Consip l’Arma si sia spaccata a metà .
Con il vertice della piramide impegnato a rovinare attraverso fughe di notizie insistite un’indagine giudiziaria che rischiava di compromettere l’immagine del Giglio magico di Matteo Renzi, e la base – rappresentata dagli investigatori del Noe – concentrata al contrario a costruire prove false pur di inchiodare Tiziano Renzi, il padre del segretario del Pd.
Un cortocircuito mai visto nel Corpo, un disastro giudiziario e mediatico che ha indebolito ancor di più la posizione del numero uno Tullio De Sette, indagato dallo scorso dicembre a Roma per favoreggiamento e divulgazione di segreto istruttorio, con l’accusa di aver fatto trapelare a soggetti terzi (come l’ex presidente della Consip Luigi Ferrara) l’indagine sulla stazione appaltante dello Stato su cui stavano lavorando i pm di Napoli.
Per lo stesso reato sono iscritti anche il ministro Luca Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia: il comandante della Legione Toscana, è stato accusato di aver spifferato informazioni segrete sia da Luigi Marroni (l’ex ad di Consip ha detto che era stato anche Saltalamacchia, suo amico, a dirgli «che il mio cellulare era sotto controllo») sia dall’ex sindaco Pd di Rignano sull’Arno Daniele Lorenzini.
«Durante una cena a casa di Tiziano», ha specificato in una deposizione, «sentii Saltalamacchia» suggerire al papà dell’ex premier «di non frequentare un soggetto, di cui tuttavia non ho sentito il nome, perchè era oggetto di indagine».
Se gli ultimi mesi sono stati difficilissimi, va evidenziato che Del Sette, nato 66 anni fa in Umbria, a Bevagna, era inviso a pezzi dell’Arma anche prima dell’iscrizione nei registri della procura, e che fonti del Comando generale non negano come molti generali, davanti ai guai giudiziari del loro capo, non si siano certo stracciati le vesti.
Già : il comandante generale, arrivato al posto di Leonardo Gallitelli all’inizio del 2015, è infatti stato giudicato fin da subito “troppo” vicino alla politica: anche se la lunga carriera dell’Arma ne faceva un candidato autorevole, in molti non gli perdonavano (e non gli perdonano) i sette anni in cui è stato capo ufficio legislativo del ministero della Difesa, sotto governi sia di destra sia di sinistra; nè la scelta, nel 2014, di accettare la chiamata del ministro Roberta Pinotti, per diventarne capo di gabinetto. Non era mai accaduto prima che un carabiniere assumesse quell’incarico fiduciario.
A Del Sette viene poi contestato un carattere non facile.
Se Gallitelli, mente fredda e raffinata, ha puntato su una guida inclusiva e meritocratica, seppur giudicata da alcuni troppo “curiale”, Del Sette ha preferito un comando verticistico, che per i critici ha finito con l’essere divisivo.
«Del Sette è persona di grande valore, molto leale con le istituzioni. Ha lavorato bene con i ministri di ogni partito, come Martino, Parisi, anche con Ignazio La Russa. Molte delle leggi vigenti portano la sua “firma”, compreso l’accorpamento del Corpo forestale ai carabinieri», spiega chi lo stima e ha lavorato con lui al dicastero della Difesa.
«Cosa lo ha penalizzato negli ultimi tempi? Su Consip credo si sia trattato di un’ingenuità , e la sua posizione sarà archiviata. Al comando generale invece, non l’ha mai aiutato il suo carattere fumantino. È un uomo capace, che però si arrabbia facilmente. Soprattutto quando si convince che il suo interlocutore non rispetta le gerarchie e i ruoli che lui ha definito».
Del Sette viene definito sia dai suoi estimatori (che sono molti) sia dai suoi nemici (che sono ancor di più) un uomo schivo, persino timido, ma poco propenso alla mediazione.
Appena nominato dai renziani a numero uno dei carabinieri, ha deciso in effetti di spazzare via la vecchia nomenclatura costruita in sei anni dal suo predecessore, scegliendo di andare allo scontro frontale con alcuni generali fedelissimi di Gallitelli. Molto stimati, però, dalla base dell’Arma.
Così, se il Capo di Stato maggiore Ilio Ciceri è stato sostituto da Vincenzo Maruccia (anche lui sentito come testimone dai pm di Roma per la vicenda Consip), e il generale Marco Minicucci è stato sottoutilizzato, un altro pezzo da novanta come Alberto Mosca ha dovuto cedere la poltrona di comandante della Legione Toscana a uno dei pupilli di Del Sette, proprio Saltalamacchia, dovendosi accontentare del comando della Legione Allievi Carabinieri.
Clamorosa poi la scelta del colonnello Roberto Massi: l’ex comandante dei Ros considerato uno degli ufficiali più brillanti dell’Arma, e promosso da Gallitelli capo dell’ufficio legislativo nel 2014, dopo una breve convivenza con Del Sette ha preferito fare armi e bagagli e trasferirsi all’Anas nel 2016. All’ente nazionale per le strade Massi ricopre l’incarico di “responsabile della tutela aziendale”.
L’unico gallitelliano che è riuscito a stringere un patto di ferro con il comandante umbro è stato Claudio Domizi, ancora influente capo del personale del primo reparto.
«Le tensioni interne sono iniziate fin dal suo arrivo, ma sono peggiorate nel tempo. La crisi Consip le ha fatte solo esplodere», ragiona preoccupato un militare con le stellette, che considera i colleghi gallitelliani veri responsabili della spaccatura, perchè nostalgici e incapaci di accettare il nuovo corso.
Tutti, però, mettono sul banco degli imputati anche il sistema della rotazione obbligatoria degli ufficiali (che costringe pure i carabinieri più esperti e capaci a cambiare reparto dopo due anni) e l’assenza di una vera meritocrazia interna. «Qualche tempo fa a Reggio Calabria durante un giuramento a passare in rassegna i reparti, oltre agli ufficiali, è stato anche un appuntato del Cocer, il sindacato interno dei carabinieri a cui Del Sette si è molto appoggiato dall’inizio del suo mandato», racconta uno degli scontenti «Forse a voi civili sembra una sciocchezza, ma nell’Arma è una cosa inverosimile, che ha fatto accapponare moltissime divise».
Ottimi rapporti con Maria Elena Boschi e lo stesso Lotti, qualche incontro con l’imprenditore renziano Marco Carrai (tra cui una cena a casa del compagno di Mara Carfagna, Alessandro Ruben, che ama invitare mimetiche e stellette nel suo salotto), Del Sette ha dovuto gestire anche la patata bollente del colonnello Sergio De Caprio, “Ultimo”.
L’attivismo “anarchico” dell’ex vice comandante del Noe (che ha collaborato con il pm John Woodcock a quasi tutte le inchieste più delicate degli ultimi anni su politica e potere, da quelle sulle tangenti di Finmeccanica alla P4 di Luigi Bisignani, passando dalle tangenti della Lega Nord a quelle sulla Cpl Concordia) non è mai stato amato dai piani alti della Benemerita.
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è caduta proprio nel luglio del 2015, quando una delle intercettazioni del fascicolo sulla Cpl (una telefonata privata tra il generale della Finanza Michele Adinolfi e Matteo Renzi in cui il segretario del Pd definiva il suo predecessore Enrico Letta «un incapace») è finita in prima pagina sul “Fatto Quotidiano”.
Del Sette, dopo un mese di buriane politiche e polemiche infuocate, deciderà di firmare una circolare che toglie ai vicecomandanti dei reparti le funzioni di polizia giudiziaria. Una norma considerata da molti “contra personam”.
«Continuerete la lotta contro quella stessa criminalità , le lobby e i poteri forti che le sostengono e contro quei servi sciocchi che, abusando delle attribuzioni che gli sono state conferite, prevaricano e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere», polemizzò senza mezzi termini “Ultimo” in una lettera di saluto ai suoi uomini. Poi grazie alla mediazione dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Marco Minniti e del capo dell’Aise Alberto Manenti, De Caprio a fine 2016 viene distaccato ai servizi segreti. Per la precisione all’ufficio Affari interni, quello che controlla gli 007 italiani che righino dritto.
Se malumori e dissapori sono una costante di ogni struttura gerarchica, la crisi dell’Arma supera i livelli di guardia a inizio del 2017.
Alle indagini sulla fuga di notizie si aggiungono prima quelle sul capitano Gianpaolo Scafarto del Noe, accusato dai pm di Roma di aver falsificato le prove nell’informativa. Poi quelle al suo capo Alessandro Sessa, numero due del reparto, incolpato nientemeno per “depistaggio” per non aver detto la verità (questa l’ipotesi della procura) durante un’audizione con i magistrati. Infine il tentativo di ritrattazione dello scorso giugno di Luigi Ferrara, il manager Consip che aveva tirato in ballo Del Sette come colui che lo aveva messo sull’avviso in merito a un’indagine giudiziaria sull’imprenditore Alfredo Romeo e la stessa Consip: dopo un confuso interrogatorio, in cui probabilmente il manager ha cercato di proteggere proprio Del Sette, i pm hanno iscritto anche Ferrara nel registro degli indagati. Per falsa testimonianza.
La crisi strutturale del corpo “Nei Secoli Fedele” ha toccato nuove vette qualche giorno fa, quando i pm romani hanno scoperto che Scafarto mandava documenti riservati sull’inchiesta Consip a ufficiali ex Noe traslocati con “Ultimo” ai servizi segreti. L’ipotesi investigativa è che questi stessero ancora collaborando alle indagini su Consip portate avanti dagli ex colleghi. “Ultimo” e tutti i suoi uomini (De Caprio aveva portato con se due dozzine di fedelissimi, di cui la gran parte provenienti dal Noe) sono stati così allontanati dal nuovo incarico, e sono rientrati nell’Arma.
Un allontanamento avvenuto senza accuse formali da parte della magistratura, e senza una richiesta esplicita di Manenti.
È stato Marco Mancini, un alto funzionario del Dis (il dipartimento che coordina le agenzie d’intelligence) coinvolto in passato nel sequestro dell’imam Abu Omar a chiederne la testa. Dopo aver scoperto che Scafarto e gli investigatori del Noe, sempre nell’ambito dell’inchiesta Consip, lo avevano seguito e fotografato, mandando ai collaboratori di “Ultimo” all’Aise le risultanze dei loro appostamenti.
L’incarico di Del Sette terminerà il prossimo gennaio. Ed è probabile che il suo successore verrà nominato non dal governo Gentiloni, ma da quello che entrerà in carica dopo le elezioni politiche, previste per la prossima primavera. In pole position ci sono il numero uno del comando interregionale Ogaden Giovanni Nistri (romano, tre lauree, giornalista pubblicista, ex comandante del comando per la Tutela del patrimonio e direttore del Grande Progetto Pompei, che ha ottimi rapporti con il Pd) e il generale Riccardo Amato, numero uno della divisione Pastrengo ed esperto di antimafia, che gode dell’appoggio del Quirinale.
Subito dietro c’è Vincenzo Coppola (chiamato “il paracadutista”, una vita in prima linea nelle missioni di peacekeeping e da marzo promosso numero due dell’Arma), mentre il generale Ilio Ciceri e Riccardo Galletta, capo della Legione Sicilia, sembrano avere tutti i titoli necessari, ma meno chance.
Il primo, considerato il miglior uomo macchina possibile, sconta il peccato di essere considerato un gallitelliano, mentre il secondo – all’inverso – un uomo di Del Sette. A chiunque toccherà , risollevare l’Arma non sarà impresa facile.
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)
argomento: polizia | Commenta »