Marzo 23rd, 2018 Riccardo Fucile
“RISPETTARE LA VOLONTA’ DEGLI ELETTORI”… “PD SPINTO ALL’OPPOSIZIONE, BOCCIATA L’AUTOESALTAZIONE DEI RISULTATI DEGLI ULTIMI GOVERNI”
“Il nostro punto di riferimento non possono che essere le espressioni della volontà popolare che sono scaturite dal voto” che ha prodotto “un balzo in avanti clamoroso” del Movimento 5 Stelle e della coalizione di centrodestra, “candidati oggi a governare il paese”, e “una pesante sconfitta” per il Pd, “spinto all’opposizione”.
Il voto del 4 marzo dimostra “quanto poco avesse convinto l’autoesaltazione dei risultati ottenuti negli ultimi anni da governi e partiti di maggioranza”.
Con queste parole Giorgio Napolitano apre la XVIII legislatura, presiedendo l’Aula del Senato chiamata oggi ad eleggere il nuovo presidente.
“Di certo per aprire, nell’attuale scenario, nuove prospettive al Paese sono insieme essenziali il rispetto della volontà popolare e il rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica, al quale rivolgo a nome di voi tutti l’espressione calorosa della nostra stima e fiducia”.
Il presidente emerito della Repubblica ha sottolineato il “forte mutamento dei rapporti fra gli italiani e la politica, quale si era venuta caratterizzando da un po’ di anni a questa parte. Si è trattato di un voto che non solo ha travolto certezze e aspettative di forze politiche radicate nel tempo nell’assetto istituzionale e di governo del paese. Ha messo in questione tradizioni, visioni, sensibilità che erano a lungo prevalse. Gli elettori — ha proseguito l’ex capo dello Stato – hanno premiato straordinariamente le formazioni politiche di radicale contestazione e rottura rispetto al passato”. Una contestazione scaturita da “diseguaglianze, ingiustizie, arretramenti di vasti ceti” e anche dal “senso di un cronico, intollerabile squilibrio fra nord e sud, tale da generale una dilagante ribellione nelle regioni meridionali. Sono stati condannati in blocco – anche per i troppi esempi da essi dati di clientelismo e corruzione – i circoli dirigenti e i gruppi da tempo stancamente governanti in quelle Regioni”,
Dinanzi all’assenza di una maggioranza chiara, Napolitano dice che “occorre corrispondere alle scelte del corpo elettorale e delineare la strada per il prossimo futuro del Paese. Alcuni elementi possono concorrere ad allargare l’orizzonte. Si tratta di far leva sull’interesse generale dell’Italia, che poggia nel senso che non può mancare di un comune destino italiano ed europeo”.
Proprio sull’Europa, Napolitano segnala che “a parte larga di elettori l’Europa è parsa più un insieme di costruzioni che di idealità e possibilità “, ma “resta il solo ancoraggio per un’Italia che voglia contare nel mondo globale”.
Napolitano ha poi lanciato un messaggio affinchè al centro dell’azione di tutti i partiti ci sia la “nonviolenza. Occorre scongiurarla in tutte le sue motivazioni e forme. Sappiamo dove possono condurre le spirali di violenza, non dimentichiamo gli anni 70, abbiamo appena ricordato Via Fani e la barbara uccisione di Aldo Moro”.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2018 Riccardo Fucile
IL MURALES PROVOCAZIONE DELL’ARTISTA INTERNAZIONALE TVBOY.. IN UN ALTRO GIORGIA MELONI CON IL BRACCIO UN PICCOLO PROFUGO
Matteo Salvini stringe tra le mani il volto sorridente di Luigi Di Maio. Lui, in punta di piedi, cede
all’abbraccio e lo bacia.
Sullo sfondo un cuore rosso suggella l’intesa tra i due vincitori di queste ultime elezioni: da una parte il segretario leghista — cravatta verde e bandiera anti-Europa sul petto — dall’altra il leader del Movimento, con le cinque stelle cucite sul braccio.
L’opera si chiama “Amor populi” ed è comparsa nella notte sui muri della capitale, assieme ad altri due murales dedicati a Giorgia Meloni e a Francesco Totti.
A firmarli Tvboy, al secolo Salvatore Benintende, 37enne street artist di fama internazionale ed esponente dell’arte NeoPop.
L’artista — che vive a Barcellona ed è noto in tutto il mondo per una serie di opere provocatorie come il bacio tra il Papa e Trump e i murales contro l’inquinamento firmati con Greenpeace — è tornato a incollare i suoi disegni sui muri in tre punti non casuali di Roma.
Salvini e Di Maio flirtano in un angolo di piazza Capranica, proprio a metà strada tra Montecitorio e palazzo Madama, dove oggi inizieranno le votazioni per eleggere i successori di Laura Boldrini e Pietro Grasso.
Tvboy anche questa volta ha voluto essere ironico e dissacrante, prendendo di mira i politici del momento e i miti contemporanei. “Mi sono immaginato Salvini e Di Maio mentre si incrociano per le strade di Roma”, spiega Tvboy ad HuffPost.
L’ultimo disegno è per Giorgia Meloni che, in via dei Pianellari, a pochi passi dal Tevere, veste i panni della volontaria umanitaria.
La fiamma tricolore sul petto e vicino la borsa di Save the Children. In braccio un piccolo profugo che appoggia dolcemente la testa sulla spalla di una Meloni sorridente e compiaciuta.
Così si conclude l’ultimo blitz di Tvboy, che continua la serie dei “baci impossibili” come quelli tra Berlusconi e Renzi a Milano e tra Messi e Ronaldo a Barcellona. “Impossibili? Non così tanto. Gli opposti si attraggono”, spiega l’artista ad HuffPost.
E poi “l’arte può immaginare situazioni irreali”. Come Giorgia Meloni che abbandona i suoi slogan e le sue ideologie per dedicarsi ai profughi. “Ve la immaginereste?”.
Opere surreali e al limite dell’assurdo, con una buona dose d’ironia. Perchè la provocazione, dice l’artista, “è un modo per suscitare una riflessione su alcuni temi”. Senza dare però una risposta. “L’arte non ha questo compito”, tiene a precisare TvBoy. “L’interpretazione è solo nell’occhio di chi guarda”.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
IL GRANDE STATISTA PALLIDO COME UN CENCIO, VATTI A FIDARE DEI FUORICORSO… NON HA ANCORA CAPITO CHE CON IL 32% E LA SPOCCHIA NON VAI DA NESSUN PARTE
Il Movimento 5 Stelle si ritrova spiazzato. “La Lega ci ha traditi”, l’aria che tira è pessima. Almeno
questa è la sensazione odierna dopo l’incontro tra i capigruppo grillini e i rappresentanti degli altri partiti.
È con il Carroccio infatti che, fino a mercoledì mattina, Luigi Di Maio riteneva di aver chiuso un accordo per spartirsi le presidenze di Camera e Senato. Ma la proposta unitaria del centrodestra e l’insistenza con cui Forza Italia, con l’appoggio del Carroccio, sostiene il nome di Paolo Romani alla presidenza di Palazzo Madama ha mandato in tilt i pentastellati e l’alta tensione di queste ore si è riversata durante l’incontro con gli altri partiti. Tuttavia un punto fermo c’è: “Con Silvio Berlusconi non parliamo”, va ripetendo il capogruppo Danilo Toninelli reduce dal confronto dove .
Emissario perchè la strategia è stata decisa nelle oltre due ore di vertice nel quartier generale grillino tra Di Maio e i suoi fedelissimi. È qui che i 5Stelle hanno fatto i conti con un asse, quello M5s-Lega sulle presidenze delle Camere, che non c’è più.
Il volto di Luigi Di Maio tradisce nervosismo. “Come facciamo a dare i nostri voti a un candidato di Forza Italia?”, è il tormento.
Di Maio quindi prende l’iniziativa e chiede un nuovo incontro, ma non tra i leader come vorrebbe Silvio Berlusconi, bensì tra i capigruppo per portare tutti una rosa di nomi. Detto, fatto.
Alle 20 nella sala Tatarella di Montecitorio, in uso a M5s, si vedono Danilo Toninelli e Giulia Grillo per il Movimento, Fedriga e Centinaio per la Lega, Brunetta e Romani per Forza Italia, Pietro Grasso per Leu, Guerini e Martina per il Pd e Crosetto e Rampelli per Fratelli d’Italia. Un’ora e si finisce con un nulla di fatto. Nessuno si sposta dalle sue posizioni, Forza Italia chiede ai grillini di incontrare Berlusconi, loro rispondono picche e accusano il colpo.
Da Viterbo Matteo Salvini butta giù l’asso: “Domani sicuramente il centrodestra voterà compatto. Nomi e cognomi non ne faccio, però voteremo compatti”.
Una frase a effetto che colpisce al cuore M5s che fino a 48 ore fa vedeva un accordo con il Carroccio per convergere su un loro nome e invece è spuntato quello di Paolo Romani. “Non lo accettiamo poichè indagato per peculato”, dicono i grillini.
In realtà per loro è indigeribile qualsiasi nome che abbia come sigla di riferimento quella di Forza Italia.
Tuttavia si può discutere, purchè a discutere sia Matteo Salvini e non Silvio Berlusconi: “Non ci sarà un Nazaremo bis. Il leader del centrodestra è Salvini, non Berlusconi”.
Ma poi Salvini corregge il tiro: “Per rispetto del voto degli italiani, ribadisco la nostra disponibilità a riconoscere ai 5 stelle la presidenza di una delle due Camere”. E poi sottolinea: “Invitiamo tutti i gruppi presenti in Parlamento a essere responsabili e a scegliere nel nome della più ampia partecipazione”.
Un invito che appare essere rivolto anche a Forza Italia, a favore dunque dei 5Stelle con il cui leader Salvini sostiene di sentirci spesso: “Più che con mia mamma”. Ma battute a parte Di Maio non si aspettava un cambio di rotta così repentino in nome dell’alleanza con Forza Italia.
Dunque i 5Stelle accettano un presidente del Senato basta che non sia di Forza Italia e nello specifico Paolo Romani. In caso di nuovi nomi ne vogliono parlare con il leader del Carroccio e non con quello degli azzurri.
Tutto ciò è stato deciso dal capo politico che ha trascorso la sua giornata con il fedelissimo Pietro Dettori. Facce tirate, pochissime parole. Poco dopo nella sede del comitato elettorale è sopraggiunto Roberto Fico, il cui nome circola per ricoprire la poltrona della terza carica dello Stato. E’ su di lui che M5s punterà dal secondo giorno. Venerdì invece scheda bianca. Nell’attesa si prevede: “Romani al Senato sbatterà da solo e a quel punto con la Lega si riaprirà tutto”, è la speranza nelle stanze del comitato.
Al vertice c’è anche Alessandro Di Battista, jeans e casco in mano, “non dico nulla, non dico nulla”, percorre di corsa le scale e sparisce. Negli uffici ci sono già Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, Alfonso Bonafede e Vincenzo Spadafora.
Al termine vanno a mangiare una pizza. Prezzi popolari da “Anni cinquanta”. Fraccaro beve birra. Di Maio solo acqua e guarda compulsivamente il cellulare. Aspetta notizie del vertice. Andato male.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
IL CAV RIGUADAGNA LA SCENA E IMPONE LA SUA LINEA ANCHE A SALVINI.. FA CHIAMARE DI MAIO MA IL GRILLINO NON GLI RISPONDE…SCHEDA BIANCA PER PROTEGGERE ROMANI, MA CHI NE ESCE MALCONCIO E’ DI MAIO
C’è un momento in cui è saltato ogni schema. O meglio la ricerca di un candidato condiviso. Ed è iniziata la grande forzatura su Paolo Romani.
È stato quando mercoledì sera, a palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi ha alzato la cornetta e ha chiamato la Batteria, dunque non un contatto diretto, segno che non aveva neanche il numero: “Mi cercate Luigi Di Maio, per favore?”.
L’altro, raggiunto dall’operatore, non si rende disponibile al colloquio. Non prende la telefonata.
Ed è al quel punto che quel che gran seduttore del Cavaliere, dopo il tentativo privato, ci prova sfacciatamente in pubblico, chiedendo un incontro tra i leader.
Ventiquattrore dopo, in un ufficio della Camera, si incontrano i capigruppo di tutti i partiti, al termine di una giornata confusa, segnata dal no di Di Maio a Romani e dalla richiesta di un incontro per cercare, ancora una volta, soluzioni condivise.
E quelli di Forza Italia, senza tanti distinguo da parte dei pari grado leghisti, ribadiscono la stessa richiesta: “Di presidenze si parla con Silvio Berlusconi”.
Una condizione, per il leader dei Cinque Stelle, semplicemente indigeribile.
Perchè è evidente che Di Maio non potrà mai accettare una stretta di mano col Caimano, come Renzi ai tempi della “profonda sintonia” sul Nazareno.
Ed è bastata solo l’ipotesi di un flirt a creare pressione della sua opinione pubblica e degli intellettuali vicini (leggete ad esempio Paolo Flores D’Arcais).
Questo Berlusconi lo sa bene e il gioco è proprio questo: nella sua puntigliosa richiesta di un gesto, diciamo così, d’attenzione, c’è la volontà di rompere con i Cinque Stelle, di rompere al tempo stesso quel gioco di sponda di Salvini con Di Maio, stabilendo una interlocuzione col Pd.
E non è un caso che se al Senato Romani non ha l’ostilità del Pd, l’altro candidato alla Camera, il leghista Giancarlo Giorgetti è un altro molto stimato dal Pd.
Due nomi, insomma, con cui si rompe coi Cinque Stelle.
In altri tempi, in una situazione del genere — un Parlamento senza alcun vincitore, un complesso iter per la formazione del governo — si sarebbe cercata una soluzione condivisa.
Stavolta, al momento lo schema è: incasso il mio candidato al Senato, a maggioranza e anche forzando, e poi si vede il resto. Romani o morte.
C’è un dettaglio, ma neanche tanto, che svela il senso dell’operazione.
Quando si riuniscono i gruppi di Forza Italia, il capogruppo e candidato allo scranno più alto di Palazzo Madama, annuncia che, nelle due votazioni previste per venerdì, si vota “scheda bianca”. E lo stesso faranno gli alleati di centrodestra.
Segno che non c’è un accordo, questo è chiaro, ma non solo. È la mossa per “non bruciare” il candidato del centrodestra.
Il ragionamento è questo: alle prime due votazioni serve la maggioranza assoluta, e non ce la fa, dunque meglio non spendere il nome; alla terza, dove serve la maggioranza dei presenti, si candida e, secondo il pallottoliere, può prendere 137-139 voti; alla quarta, quando c’è il ballottaggio, arriva primo.
Questo lo schema. Costringendo Salvini a sostenerlo.
E qui veniamo al cuore della questione. Perchè è vero che Salvini è contrariato, anche dispiaciuto per come stanno andando le cose e nel corso della giornata ha dato più di un segnale di insofferenza parlando di una trattativa “azzerata” e mantenendo un dialogo aperto con Di Maio.
E nel corso del vertice a palazzo Grazioli ha chiesto di valutare nomi alternativi di Forza Italia capaci di allargare verso i Cinque Stelle, che aspettano solo un nome diverso da Romani per chiudere un accordo su entrambe le camere.
Però il punto strutturale è che il leader della Lega può “spingere” ma non può e non vuole rompere la coalizione, perchè il patto politico di fondo con Forza Italia regge. Sarà indicato come premier alle consultazioni, presentandosi in tal modo come il leader del centrodestra.
E se vuole fare questo giro è costretto a tenere unito il centrodestra. E infatti, al netto di tutti i dispiaceri, dichiara che il centrodestra “voterà compatto”.
In fondo il capogruppo uscente è sì figura che fa saltare l’interlocuzione con i Cinque stelle ma è anche un esponente di spicco di quel blocco nordista di Forza Italia, come il governatore della Liguria Giovanni Toti che ha già in Salvini se non il leader naturale quantomeno una naturalità di percorso comune, in prospettiva.
La presidenza del Senato non è solo questione di regolamenti e indirizzo dei processi legislativi, è un ruolo politico di rilievo tout court.
E il “cedimento” di Salvini presenta dei vantaggi in termini di consolidamento di questa cintura nordista dal Friuli alla Liguria e in un Parlamento dove gli eletti sopra il Po.
Ricapitolando, in sintesi, le ultime 24 ore che hanno fatto saltare tutti gli schemi.
La mossa di Berlusconi brucia il dialogo con i Cinque stelle, prefigurando una forzatura e un percorso che, sulla carta, tutela il candidato di Forza Italia.
Salvini spinge per cambiare cavallo ma non può permettersi una clamorosa rottura. Domani scheda bianca, per non bruciare nessuno.
Al momento di bruciato ci sono solo i ponti coi Cinque Stelle.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
DI MAIO NON VUOLE VEDERE BERLUSCONI, IL CENTRODESTRA REPLICA: INCONTRO CON I LEADER O TICKET ROMANI-GIORGETTI … PD: “FANNO IL GIOCO DEI VETI E CONTROVETI E BLOCCANO TUTTO”
Ancora stallo sulle presidenze delle Camere. 
Il vertice tra i capigruppo, a Montecitorio, si è risolto con un nulla di fatto. “Non accettano di parlare dei nomi delle presidenze con il leader di Forza Italia, abbiamo fatto per un’ora questa domanda e loro ci hanno risposto di voler derubricare la cosa al tavolo dei capigruppo”, ha affermato Paolo Romani al termine della riunione.
Linea confermata dai vertici del Movimento 5 Stelle che, secondo quanto si apprende, sono disposti a parlare solo con Salvini e non con il Cavaliere.
“I nomi usciranno solo se ci sarà un incontro tra i leader altrimenti il centrodestra andrà con Romani al Senato e Giorgetti alla Camera”, è la linea di Forza Italia secondo quanto si apprende.
Il capogruppo di Fratelli d’Italia, Ignazio La Russa, ha dichiarato: “Incidentalmente la Lega ha fatto il nome di Romani, ma il Movimento 5 Stelle ha ribadito la sua preclusione verso persone sotto processo”.
Salvini ha annunciato che domani, quando prenderanno il via le votazioni per le presidenze, il centrodestra voterà “compatto”.
Il Pd, attraverso il reggente Maurizio Martina, ha spiegato come è andata: “Noi speravamo in un salto di qualità che purtroppo non c’è stato eppure il Pd è sempre stato propositivo. Il gioco dei veti e dei controveti ha bloccato tutto”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
“FECE PRESSIONI PERCHE’ VENISSERO AUTORIZZATE LE SPESE DI VIAGGIO A TOKYO DELLA PATURZO, CON LA QUALE ERA LEGATO DA UNA RELAZIONE AFFETTIVA”
A due anni e 4 mesi dall’apertura della prima udienza il procuratore aggiunto Eugenio Fusco è riuscito a iniziare la requisitoria nel processo in cui è imputato l’ex governatore della Lombardia Roberto Maroni e a chiedere una pena.
L’accusa ha chiesto due anni e mezzo. L’ex segretario della Lega Nord è a giudizio per le ipotizzate pressioni per far ottenere un contratto di lavoro e un viaggio a Tokyo a sue due ex collaboratrici dell’epoca in cui era ministro dell’Interno, Mara Carluccio e Maria Grazia Paturzo.
“La presenza di Maria Grazia Paturzo nella delegazione del viaggio a Tokyo era dettata esclusivamente dalla relazione affettiva” con Roberto Maroni ed è “in questo contesto che si inserisce la condotta di Maroni affinchè la società Expo si accollasse le spese“.
Il leghista Maroni rinunciò poi al viaggio in Giappone e al suo posto andò l’allora vicepresidente della Lombardia, Mario Mantovani. La Paturzo a quel punto, ha proseguito il pm, “scomparve” e non partecipò alla missione.
Secondo l’accusa fu “una pressione, una induzione indebita” e non una “sollecitazione” perchè sarebbe stato lui a chiedere a Giacomo Ciriello, capo della sua segreteria politica, “di insistere” per ottenere da Christian Malangone, ex dg di Expo e “braccio destro” dell’allora commissario Beppe Sala, “la promessa” affinchè venissero autorizzate le spese del viaggio a Tokyo per Maria Grazia Paturzo, sua ex collaboratrice ai tempi del Viminale, nel 2014 temporary manager a Expo e con la quale era “legato da una relazione affettiva”.
Malangone condannato in primo grado è stato poi assolto in appello. Verdetto che il pubblico ministero ha cercato di smontare. Peri Ciriello l’accusa ha invece chiesto 2 anni e 2 mesi.
Imputati con Maroni anche Ciriello, Andrea Gibelli ex segretario generale del Pirellone e Mara Carluccio, l’altra ex collaboratrice di Maroni ai tempi del suo incarico di Ministro dell’Interno.
Per il pm, sulla base degli sms e WhatsApp scambiati tra i protagonisti della vicenda tra il 27 e il 29 maggio 2014, “ricorrono i requisiti fissati dalle Sezioni Unite della Cassazione per dire che ci troviamo di fronte a una induzione indebita: c’è reiterazione, insistenza, perentorietà e carattere ultimativo“.
Inoltre, ha aggiunto “la condotta di Ciriello è diretta conseguenza delle insistenze di Maroni che gli chiede di insistere con Expo”. Quanto alla prospettazione del vantaggio indebito, “anche potenziale”, Fusco ha sostenuto che per Malangone, che di lì a poco “si sarebbe ritrovato a ricercare un nuovo posto di lavoro (Expo spa si è sciolta dopo l’Esposizione Universale, ndr), la benevolenza del Presidente Maroni contava tanto”.
Infine il pm Fusco ha voluto dare qualche “nota di colore”.
Ricordando la telefonata in cui Maroni ha spiegato a Sala di aver rinunciato alla missione a Tokyo perchè era troppo lontano e incompatibile con la sua agenda ha affermato: “Tutte balle”.
E rivolgendosi alle difese ha ribadito che il cambio improvviso di programma era dovuto al “malessere” di Isabella Votino, la sua portavoce, che non vedeva di buon occhio la Paturzo.
E ancora ha ricordato che quando Ciriello, si accinge a organizzare la trasferta del Presidente lombardo a Berna, telefona in ambasciata per sapere se è diponibile un “palco per un discorso di Maroni, si sente rispondere: ‘Ma qui non abbiamo nemmeno un microfono’”.
Per Gibelli l’accusa ha chiesto un anno di reclusione e 800 euro di multa, mentre per Mara Carluccio la proposta è di 10 mesi e 800 euro di multa.
Il pubblico ministero, prima di concludere la requisitoria, ha spiegato che l’indagine è stata “in presa diretta”, cioè “che tutto quello che è avvenuto si è appreso dalle telefonate a cui poi sono stati trovati riscontri”.
Il pm Fusco ha inoltre tenuto a sottolineare che Maria Grazia Paturzo e Mara Carluccio “in tutta questa storia non si sono mai mosse e sono rimaste sempre a Roma, in piazza del Gesù”, dove ha sede l’ufficio di rappresentazione di Regione Lombardia, “andando in ufficio quando volevano, prima o dopo i loro contratti. Questo credo sia una grande anomalia — ha sottolineato — così come l’eccessiva rapidità nelle procedure di assunzione per entrambe”.
Per tutti gli imputati, il pm Fusco ha comunque chiesto le attenuanti generiche.
Il procuratore aggiunto, inoltre, ha chiesto alla Corte di inviare in Procura gli atti relativi alle testimonianze di Isabella Votino, Mara Carluccio, Maria Grazia Paturzo e dell’avvocato Cristina Rossello per valutare se, testimoniando nel corso del processo, abbiano commesso falsa testimonianza.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
ECCO LE CARRIERE DEGLI POLIZIOTTI DELLA MACELLERIA DELLA DIAZ
Un superpoliziotto che dall’Fbi italiano finì ai domiciliari, nell’interregno ha fatto il consulente
del gigante pubblico Finmneccanica ed è tornato nel gotha dell’investigazione.
L’uomo che fece portare le (false) molotov alla scuola Diaz, divenuto di recente numero uno del dipartimento che controlla la sicurezza sulle autostrade.
E uno dei più famosi inquirenti degli ultimi vent’anni, andato in pensione e però rimasto in contatto con l’intelligence.
Quando il magistrato Enrico Zucca ribadisce che «chi coprì i torturatori del G8 di Genova è ai vertici della polizia» ha in testa tre nomi .
Mentre se s’incrociano attualità e storia molto contemporanea se ne possono ripescare altrettanti: personaggi che nel clou dei processi sono stati promossi a ruoli di primo piano, ricoperti a lungo da condannati.
Proviamo a fissare qualche paletto.
È del settembre scorso la nomina di Gilberto Caldarozzi a vicario della Dia, la Direzione investigativa antimafia, di fatto il leader operativo che ha il polso delle inchieste più delicate.
Protagonista della caccia a svariati latitanti, è tecnicamente un pregiudicato per falso: la Cassazione fissò una pena a 3 anni e 8 mesi poichè aveva firmato in larga compagnia il verbale di perquisizione in cui si dichiarava che dalla scuola dove dormivano i noglobal, poi manganellati durante l’irruzione degli agenti, spuntarono due bottiglie incendiarie.
Le stesse che furono esibite la mattina successiva nel corso d’una conferenza stampa, sebbene gli ordigni fossero stati in realtà introdotti dagli uomini in divisa.
Sempre Caldarozzi, quando il verdetto divenne definitivo il 5 luglio 2012 (finì brevemente agli arresti nei mesi successivi) era il capo del Servizio centrale operativo. Sospeso durante l’interdizione dai pubblici uffici, scaduta nel luglio 2017, era stato ingaggiato da Finmeccanica nel momento in cui presidente era Gianni De Gennaro, ovvero il capo della polizia ai tempi del G8.
A dicembre 2017 risale invece il nuovo incarico di Pietro Troiani: comandante del centro operativo della Polstrada a Roma, il più importante d’Italia.
Troiani, secondo le carte del caso Diaz, è l’uomo che nella notte del 22 luglio 2001 ordinò a un assistente di trasportare nell’istituto le bombe trovate il giorno prima in tutt’altra parte della città , e custodite su un furgone senza che ne fosse stato registrato il rinvenimento: ha preso 3 anni.
Sull’affaire Caldarozzi – Troiani il Viminale aveva ribadito che non si trattava di avanzamenti, ma di posti assegnati in base al grado e alle professionalità dei funzionari al momento della sospensione.
Figura particolare è quella di Francesco Gratteri, il più noto fra i condannati per il verbale fasullo.
Fra il 2001 e il 2012 (data della sentenza definitiva) diviene prima capo dell’Antiterrorismo, poi questore di Bari e, con il grado di prefetto, coordinatore del Dac, la divisione centrale anticrimine.
È a un certo punto il numero tre della polizia italiana, e corona con successo indagini cruciali rimanendo in sella nonostante il verdetto sfavorevole. Va in pensione poco dopo il pronunciamento della Cassazione e nei mesi scorsi il Ministero dell’Interno aveva preferito non rispondere su successive collaborazioni con i servizi segreti, per comprensibili ragioni di riservatezza.
Nell’intervallo fra secondo e terzo grado avevano ottenuto promozioni altri condannati per le prove truccate sul blitz: Giovanni Luperi (divenuto capo-analista dei nostri 007 interni e a riposo post-Cassazione), Spartaco Mortola (scelto come questore vicario a Torino e rientrato nei ranghi, con mansione differente, terminata l’interdizione dai pubblici uffici), Vincenzo Canterini, nominato questore già dal 2007, mai sospeso e andato in quiescenza dopo la dichiarazione di colpevolezza della Suprema Corte.
(da “il Secolo XIX”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
ALTRO CHE SCELTA “GREEN”, E’ UNO SCEMPIO DEL PATRIMONIO ARBOREO DELLA CAPITALE
Governare è un’impresa difficile, amministrare una città come Roma — con tutti i guai, i problemi e i disastri — può essere un’impresa impossibile.
Soprattutto se durante la campagna elettorale (due anni fa, come passa il tempo) si è promesso proprio l’impossibile e gli elettori ci hanno creduto.
Si dirà che in fondo tutti i partiti promettono mari e monti (e anche qualcosa di più) pur di andare al governo. Ma loro — quelli del MoVimento 5 Stelle — sono diversi.
A loro interessa cambiare le cose, per il meglio.
Succede però che i metodi adottati per il cambiamento siano gli stessi del passato. Ad esempio le capitozzature.
Ecco quindi che ogni giorno un assessore, un consigliere comunale o un presidente di Municipio del MoVimento 5 Stelle si alza e sa che dovrà postare su Facebook almeno un successo della sfavillante nuova Amministrazione guidata da Virginia Raggi.
Ieri è toccato al consigliere capitolino Daniele Diaco immolarsi sull’altare delle critiche a mezzo Facebook dei cittadini infuriati.
Scrive Diaco in un post che il M5S sta rendendo Roma “una città sempre più green e decorosa”.
A dimostrarlo “gli interventi quotidiani e puntuali realizzati dal Servizio Giardini”. L’attenzione del Comune sul verde cittadini — conclude il consigliere pentastellato — “resta alta, a tutela dei diritti dei romani a una città pulita e degna di essere vissuta”.
A corredo del post Diaco carica due foto di Piazzale Dunant che dimostrano che il Comune ha davvero preso a cuore il tema delle alberature.
Il problema è che — dopo le polemiche per le decine di alberi caduti nelle scorse settimane — il Servizio Giardini sembra aver voluto adottare una soluzione piuttosto radicale per evitare la caduta dei rami ed “alleggerire” l’albero: la capitozzatura.
Si tratta di una tecnica di potatura delle chiome degli alberi che la SIA, la Società Italiana di Arboricoltura, definisce come la più dannosa perchè indebolisce gli alberi rendendoli più pericolosi nel tempo.
Il Comune di Roma non è certo l’unico comune italiano a ricorrere alla capitozzatura per risolvere rapidamente il problema delle alberature.
Roma però è uno dei comuni amministrati dai 5 Stelle, quel partito politico che nel corso degli anni ha sostenuto di sapere come dovevano essere svolti correttamente tutti i lavori pubblici: dall’asfaltatura delle strade alla pulizia delle caditoie passando ovviamente per la cura e la gestione del verde pubblico.
Non è certo una novità che le persone che hanno a cuore l’ambiente siano fortemente contrarie alla capitozzatura. Inoltre questa tecnica è stata utilizzata in passato dalle contestatissime precedenti amministrazioni.
Non sorprende quindi che molti cittadini infuriati si siano riversati sulla pagina del povero consigliere Diaco per rinfacciare il fatto che capitozzare le piante non sia proprio una scelta “green”.
C’è chi parla di scempio del patrimonio arboreo (cose che succedono quando si rimanda a lungo un bando) e chi invece va dritto al punto dicendo che il Comune a 5 Stelle sta facendo la stessa cosa che faceva Marino e che il M5S contestava.
Altri cittadini parlano di tagli ingiustificati e abbattimenti preventivi fatti forse per paura ed evitare la caduta degli alberi e le conseguenti polemiche.
Meglio tagliare che imbarcarsi in un delicato lavoro di censimento e alleggerimento delle chiome. I risultati devono essere visibili, possibilmente subito, per mettere a tacere le voci di coloro che dicono che in due anni di governo la Raggi non ha fatto nulla.
Forse il Comune potrebbe fare di più, in nome della trasparenza, per spiegare la ratio di certi interventi così radicali. Almeno in questo modo i cittadini potrebbero capire se i lavori sono stati fatti bene o meno. Ma la partecipazione evidentemente serve solo quando fa comodo.
Mettere la foto di una capitozzatura non sembra essere stata una buona idea per fare buona pubblicità sulla qualità dell’operato, commenta garbatamente un utente.
Altri invece sono decisamente più infuriati, anzi: disgustati.
C’è chi si lamenta della lentezza dei lavori di potatura, che procedono a singhiozzo e lasciano rami e ramaglie a terra per settimane. Così non va, commenta un cittadino che sembra essere un elettore del MoVimento sull’orlo della delusione (ma che non vuole cedere).
Ad esempio il Comune avrebbe potuto spiegare, magari con incontri pubblici, che certi alberi (come ad esempio i pini marittimi) sono di delicata gestione e non sono adatti ad una città .
Sicuramente ci sarebbe stato chi avrebbe contestato la scelta di abbatterli ma la decisione non sarebbe stata calata dall’alto.
Naturalmente però per organizzare cose del genere serve programmazione, una cosa che a Roma manca oggi come è mancata in passato.
In perfetta continuità ideale e materiale con le amministrazioni precedenti.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
L’HASHTAG #ESPLOSIONI TREND TOPIC SU TWITTER, TRA IRONIE E FAKE NEWS
I primi a dare notizia dei due forti boati in Lombardia provocati da una coppia di caccia
dell’Aeronautica militare decollati per intercettare un Boeing 777 di Air France sono stati i social network.
Tra le 11.20 e mezzogiorno Facebook e Twitter sono stati invasi dalle segnalazioni degli utenti che si interrogavano su due forti “esplosioni”.
Una vera e propria psicosi, che ha fatto entrare l’hashtag #esplosioni tra i trend topic della giornata.
C’è chi ha pensato a una bomba, chi al terremoto: “La prima esplosione, fortissima, con forte spostamento d’aria, la seconda, dopo 10″, meno forte… però confermo di aver sentito il rumore prolungato” scrive qualcuno, “Aiutooooo ci sono stati due botti forti ke mi è tremato il negozio paura” scrive un altro utente su un gruppo Facebook cittadino e subito sotto compaiono decine di commenti. “Quasi mi veniva un infarto” dice Mario 17. “Ho chiamato a scuola di mia figlia e mi hanno detto che li hanno fatti uscire in cortile” risponde un altro.
Insomma, nel giro di pochi minuti il panico da “attentato” si è diffuso per tutta la Lombardia, amplificato anche dai passaparola su Whatsapp.
Centralini intasati di telefonate, evacuate scuole e tribunale di Bergamo. La paura si era diffusa in un raggio di circa 50 km.
E’ stata un’emergenza vera e non una manovra incauta quella che ha messo in allarme mezza Lombardia, questa mattina intorno alle 11.30 quando due caccia F-2000 “Eurofighter” dell’Aeronautica militare hanno rotto il muro del suono provocando un boato avvertito in un raggio di 50 chilometri in Lombardia.
I caccia erano decollati dalla base di Istrana (Treviso), sede del 51esimo Stormo. Il loro comando era in allarme per un Boeing 777 dell’Air France che, partito dall’Isola della Reunion e diretto a Parigi, non rispondeva al contatto radio con l’Agenzia italiana del traffico aereo.
Il velivolo sembrava dirigersi verso Milano o Torino e, come prevedono le procedure militari, il responsabile delle operazioni ha ordinato ai piloti di superare la barriera del suono e affiancare l’Air France che, a quel punto, ha ripreso i contatti radio facendo immediatamente cessare la paura generale di un dirottamento in corso.
Il bang per quella manovra supersonica assomigliava al rumore di un’esplosione e aveva spaventato mezza Lombardia.
Si era udito a Como e in Brianza, a Saronno, ma anche a Brughiero e a Cantù, ad Agrate, Biassono, Verderio, nei comuni sul Seveso e sull’Adda. A Bergamo, addirittura, alcune scuole erano state evacuate così come il tribunale. In procura, addirrittura, si è staccato il vetro di un rosone all’ingresso, fortunamente nessuno è rimasto ferito. E anche a Milano le segnalazioni erano state tantissime.
I casi in cui caccia si alzano in volo su allarme per intercettare velivoli sospetti non sono rari, come ha spiegato l’Arenautica militare. I “decolli su allarme”, i cosiddetti “scramble”, nella quasi totalità dei casi avvengono quando voli di linea perdono il contatto radio con gli enti del traffico aereo, come avvenuto oggi con il Boeing
L’Aeronautica militare assicura “la sorveglianza dello spazio aereo nazionale 365 giorni all’anno, 24 ore su 24, con un sistema di difesa integrato, fin dal tempo di pace, con quello degli altri paesi appartenenti alla Nato”.
Per ridurre al minimo i tempi d’intervento, legati alla particolare situazione di necessità i velivoli militari superano la barriera del suono causando veri e propri boati come quelli di oggi.
(da agenzie)
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