Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA PIAZZATO MICROCAMERE ANCHE NEGLI ALLOGGI E SOTTRATTO BIANCHERIA INTIMA E FILE SUI LORO COMPUTER
Sembra la scena di un film di Alvaro Vitali: il maresciallo-Pierino è stato sorpreso mentre spiava le soldatesse negli spogliatoi.
Ma non siamo al cinema e non c’è nulla di divertente.
Il maresciallo dell’Esercito è stato citato in giudizio con l’accusa di aver piazzato delle microcamere nascoste in due spogliatoi di una palazzina adibita al personale militare femminile e di averne piazzate un paio anche nei singoli alloggi delle soldatesse.
I fatti sono accaduti in una caserma del nord Italia e a rivelarlo è GrNet.it, il sito web su Sicurezza e Difesa.
Sarebbero 23 le vittime del maresciallo: soldatesse che solo con l’avvio del procedimento penale hanno saputo che erano state spiate in caserma.
Ora alcune di loro sono passate ad altri corpi dell’esercito e della polizia. Il maresciallo è accusato anche di aver sottratto dagli alloggi di tre soldatesse – nei quali si introduceva clandestinamente – la loro biancheria intima.
Non contento, secondo l’accusa, il militare avrebbe spiato anche i tablet, i computer e gli smartphone delle vittime rubando file e contenuti che si riferivano alla loro sfera privata. Ora dovrà presentarsi davanti ai giudici. La prima udienza sarà il 4 ottobre prossimo.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
VERSO IL PROCESSO UN FUNZIONARIO E DUE SOTTUFFICIALI, CONTESTATO IL REATO DI CALUNNIA
Prima degli interrogatori, suggerivano le dichiarazioni. Dopo, le aggiustavano. 
Un funzionario di polizia e due sottufficiali – simboli dell’antimafia in terra di Sicilia – sono accusati di aver costruito ad arte il pentito fantoccio Vincenzo Scarantino, la gola profonda che prometteva di svelare tutti i segreti della strage in cui morirono il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta.
La procura di Caltanissetta ha chiuso l’indagine sul colossale depistaggio che ha tenuto lontana la verità per tanti anni e si appresta a chiedere un processo per il dottore Mario Bo, oggi in servizio a Gorizia, per l’ispettore Fabrizio Mattei e per Michele Ribaudo (all’epoca era agente scelto).
E’ la prima volta che uomini delle istituzioni vengono messi sul banco degli imputati per i misteri che ancora avvolgono le indagini sulla strage di via d’Amelio, avvenuta a Palermo il 19 luglio 1992.
L’anno scorso, era stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a lanciare un appello per la verità : «Troppe sono state le incertezze e gli errori – aveva detto al Csm — e tanti gli interrogativi sul percorso per assicurare la giusta condanna ai responsabili di quel delitto». Parole che raccoglievano l’amarezza dei figli del giudice Paolo.
«Sono stati buttati via 25 anni a costruire falsi pentiti con lusinghe e con torture», ha detto Fiammetta Borsellino davanti alla commissione parlamentare antimafia. «Ci vorrebbe un pentito nelle istituzioni». Ma nessuno ancora ha infranto il muro dell’omertà . I magistrati non si sono arresi.
La procura di Caltanissetta, oggi diretta da Amedeo Bertone, ha fatto un lavoro certosino in questi anni.
Prima, ha svelato il grande imbroglio, scagionando nove innocenti, grazie alle rivelazioni del pentito (vero) Gaspare Spatuzza, lui e non Scarantino aveva rubato la Fiat 126 trasformata in autobomba.
Poi, è stato istruito il processo ai veri esecutori della strage (i mandanti di mafia erano già stati individuati).
Adesso, si apre il capitolo del depistaggio di Stato. I tre poliziotti sono accusati di calunnia dal sostituto procuratore Stefano Luciani e dai procuratori aggiunti Gabriele Paci e Lia Sava. E ci sarebbe stato anche un altro imputato nella lista, ma è deceduto nel 2002: è l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, che coordinava il gruppo di indagine “Falcone-Borsellino” sulle stragi del 1992.
In un primo tempo, era stata invece archiviata la posizione di Bo e di altri due funzionari, Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera. Ma le indagini sono andate avanti. «Chiederemo una nuova audizione – dice l’avvocato Nino Caleca, che assiste Mario Bo – ribadiremo quanto già detto al primo giudice, che aveva archiviato. E solleciteremo una nuova archiviazione».
I VERBALI AGGIUSTATI
«Mi davano i verbali con degli appunti scritti a penna», ha raccontato Scarantino. «Mi facevano studiare anche il libro di Buscetta, che spiegava le regole dell’affiliazione a Cosa nostra e altri argomenti che non conoscevo». Dopo gli interrogatori con i magistrati, i tre poliziotti tornavano dal falso pentito, per fare il punto sulle contraddizioni emerse nei verbali. Erano sempre tante. Venivano corrette nelle successive audizioni.
«Nessuno cercava conferme alle mie parole — ha accusato ancora Scarantino — bastava che facessi i nomi. Mi veniva detto: “Tu dichiara questo e stai tranquillo”. E se c’erano dei dubbi sulle cose da dire ai pm, sarebbe bastato chiedere di andare in bagno. Lì, avrebbe trovato i poliziotti a suggerire. In un altro caso, Bo sarebbe intervenuto con modi sbrigativi quando Scarantino annunciò la sua ritrattazione con un’intervista a Studio Aperto: nel giro di poche ore, il pentito fu convinto a ritrattare la ritrattazione. I tre indagati si difendono, negano qualsiasi pressione e fanno capire che era il superpoliziotto La Barbera l’unico vero dominus dell’indagine Scarantino.
I MISTERI CHE RESTANO
Ma davvero la spaventosa macchina delle menzogne fu solo iniziativa dell’ex capo della squadra mobile La Barbera e di alcuni suoi fedelissimi? Davanti alla commissione antimafia Fiammetta Borsellino ha chiesto che si faccia luce anche sui magistrati che si occuparono del caso. Durante il nuovo processo Borsellino, il quater, il pentito Scarantino ha chiamato in causa l’allora sostituto procuratore Anna Palma, ma sono rimaste accuse generiche, che non hanno portato all’apertura di un fascicolo (competente è la procura di Catania).
Un’altra questione: cosa avrebbe spinto validi investigatori a mettere in piedi questa grande messinscena? L’ipotesi dell’inchiesta di Caltanissetta è che La Barbera sia stato spinto da una smodata ansia di trovare un colpevole a tutti i costi.
Ma la strage Borsellino è ancora un buco nero: non sappiamo chi rubò l’agenda rossa del giudice nell’inferno di via d’Amelio; e neanche Spatuzza conosce il nome del misterioso uomo che il giorno prima della strage caricò la 126 di esplosivo, nel garage di via Villasevaglios 17, poco distante dal luogo dell’attentato.
Si continua a indagare. I pm di Caltanissetta stanno cercando di dare un nome anche a un altro uomo del mistero, «l’amico che mi ha tradito», confidò in lacrime Paolo Borsellino ai suoi giovani colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa. Era l’inizio di luglio.
C’è poi il mistero del dialogo fra il pentito Santino Di Matteo e la moglie, avvenuto dopo il rapimento del figlio, il piccolo Giuseppe, poi strangolato e sciolto nell’acido. Era il dicembre 1993. La donna parlò di «qualcuno della polizia» che era «infiltrato». Faceva riferimento alla strage Borsellino, disse che aveva paura. Chi era l’infiltrato? E perchè il capo della Mobile Arnaldo La Barbera era anche a libro paga dei servizi segreti? Anche questo hanno scoperto i magistrati di Caltanissetta.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
MIGLIAIA DI PERSONE AI FUNERALI DEL DIFENSORE DELLA FIORENTINA
“La morte di Davide ci richiama a maggiore umiltà , a tanta gratitudine, a quel senso del limite che spesso manca in questo tempo di superbia. La responsabilità , la semplicità e la modestia lo rendevano a tutti così caro”.
Così il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, durante l’omelia funebre del calciatore della Fiorentina Davide Astori.
Un lungo applauso e lacrime di tantissimi tifosi ha salutato il passaggio del feretro di Davide Astori davanti allo stadio Franchi di Firenze.
Il carro funebre, scortato da due motociclisti della polizia e quattro della polizia municipale, è passato lentamente davanti allo stadio e tra i presenti in tanti hanno voluto toccare l’auto come per dare una carezza ad Astori.
“Siamo qui a pregare per Davide, in questa basilica che l’Italia ha voluto fosse il sacrario degli uomini più illustri che l’hanno onorata, e che custodisce le virtù più alte del nostro popolo”, ha affermato il cardinale Betori, aprendo la cerimonia funebre di Astori. “Queste virtù noi riconosciamo in Davide – ha aggiunto – e per questo lo salutiamo in questo luogo”.
Grande affetto e lunghi applausi da parte delle migliaia di persone che affollano piazza Santa Croce sono stati tributati all’arrivo di una delegazione della Juventus. Tra i primi ad entrare dall’ingresso laterale della basilica: l’allenatore Allegri, il portiere e capitano Buffon, Chiellini e Rugani.
(da agenzie)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
GUERRA AI POVERI CHE CERCANO DI CHE VIVERE NEI BIDONI DELLA IMMONDIZIA A GENOVA… IL COMUNE SI INVENTA PERSINO IL DASPO COME FOSSERO TEPPISTI… LO STESSO GIORNO I COMPAGNI DI MERENDE TOTI, SALVINI E IL SOTTO PROCESSO PER PECULATO RIXI SI INGOZZANO A PORTOFINO
Sarebbe facile giocare sui termini e, pur in un mondo alla rovescia, chiedersi cosa sia più
indecoroso: essere costretti dalla povertà a frugare nei bidoni della spazzatura alla ricerca di cibo e qualche oggetto o capo di abbigliamento da rivendere ai mercatini dell’usato o multare questi esseri umani in difficoltà di 200 euro perchè osano ricordarci che non esistono solo persone benestanti o soggetti che grazie alla politica hanno finalmente trovato uno stipendio da 10.000 euro al mese?
Chi sono i veri rifiuti umani?
Se in una città come Genova sono stati quantificati in circa 3.000 i “cercatori di rifiuti”, vuol dire che siamo davanti a un allarme sociale non indifferente.
Il “cercatore di rifiuti” agisce per lo più da solo e parte dalle zone più povere della città verso
quelle più ricche: “Si riconoscono perchè hanno grandi zaini, visibilmente vuoti sulle spalle ma non sono solo migranti, anzi, ci sono molti italiani: prendono l’autobus e si dirigono nei quartieri residenziali. Tornano soltanto quando lo zaino è pieno».
Nel delirio xenofobo della giunta leghista si è pensato di risolvere il problema non solo con una multa a chi non ha neanche i soldi per pagarla, ma a un esilarante “Daspo urbano” che prevede anche “un allontanamento di 48 ore per chi non rispetta il decoro”.
E qui ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate: ha senso un Daspo per lo stadio, ma se uno risiede a Genova come fai a obbligarlo ad allontanarsi dalla sua abitazione?
Per non parlare che i cassonetti sotto osservazione sono soprattutto quelli sotto casa dell’assessore leghista alla sicurezza, il che è ancora più esilarante: non frugate nella rumenta di Garassino, magari ci trovate un resto di kebab e gli rovinate la carriera.
La lotta ai poveri, ecco in cosa si sta specializzando la giunta becerodestra, mentre si riempiono le mense della Caritas genovese dei nuovi poveri, italiani e stranieri, giovani e anziani.
E nello stesso giorno in cui viene annunciato questo ennesimo sconcio, le agenzie riportano le foto del ricco pranzo a Portofino di Toti e Salvini, con relativi compagni di merende, compreso il neoparlamentare leghista sotto processo per peculato.
Che bel quadretto educativo, vale più di tutte le balle che i sovranisti ci raccontano in Tv.
Chi si ingozza non solo rivendica il diritto all’ingrasso, ma vuole impedire a chi si accontenterebbe di qualche avanzo, persino di raccoglierlo tra i rifiuti.
A quando i vagoni piombati per allontanare dalla vista la “percezione di povertà ” che impedisce la digestione ai potenti?
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
PREOCCUPATO PER LA SVOLTA NEL PD CHE DICE NO ALL’INTESA, CRESCE IL RISCHIO DI ANDARE A SBATTERE
Chiuso nel suo ufficio tutto il pomeriggio a seguire il flusso delle agenzie di stampa, ad osservare
con attenzione il dibattito interno agli altri partiti, a programmare nel dettaglio i prossimi passaggi.
Luigi Di Maio studia da premier, ma la sua è una lunga attesa, a tratti anche ansiosa con una voglia sempre più forte di entrare a Palazzo Chigi. “Siamo pronti a parlare con tutti, anche con la Lega. Con chi vorrà sedersi al tavolo con noi e discutere di programma”, trapela a tarda sera da chi ha trascorso la giornata, e l’intera campagna elettorale, con il candidato premier.
In una parola sola, i pentastellati adesso sono pronti a “trattare”. A trattare per far sì che Di Maio diventi presidente del Consiglio, unico punto su cui non esistono passi indietro, nel rispetto ovviamente del programma grillino, ma aperti ad ascoltare le proposte che arriveranno dagli altri partiti.
Il candidato premier vuole essere nelle Istituzioni, vuole farne parte a tal punto che in occasione della festa della donna parteciperà alle celebrazioni al Quirinale, insieme agli altri leader dei partiti, nel luogo chiave dove sarà affidato l’incarico per formare il nuovo governo.
Quando su Facebook, Andrea Orlando scrive che “il 90% del gruppo dirigente del Pd è contrario ad un’alleanza con il M5S” tra i grillini cresce la preoccupazione di ritrovarsi davanti una strada sbarrata. “Sarà vero? Non sarà vero?”, ci si chiede nelle stanze del primo piano di questo palazzo nel cuore di Roma dove è riunito lo stato maggiore.
Si ragiona quindi su tutti i possibili scenari. A un certo punto entra Riccardo Fraccaro, braccio destro di Di Maio e candidato al dicastero per i Rapporti con il Parlamento: “Fino a lunedì non succederà nulla. Bisogna aspettare”.
Lunedì è infatti il giorno in cui si riunirà la Direzione Pd e “se Matteo Renzi si dimetterà davvero — è la convinzione degli M5s — inizierà tutta un’altra partita. Per noi l’importante è che non ci sia lui”.
Ma le parole di Andrea Orlando hanno un forte peso, ecco quindi che si torna a pensare alla Lega, che poco prima a sua volta si è detta pronta al dialogo con tutti. Il problema però, sotto gli occhi dei 5Stelle, è che sia Di Maio sia Salvini si candidato ad essere premier.
Uno stallo, dunque, ma M5s rivendica di avere più parlamentari oltrechè a più consenso nel Paese. Tra i grillini c’è chi si spinge a dire che si possono anche concedere agli alleati alcuni dicasteri o addirittura, ipotesi estrema, anche la vicepresidenza del consiglio con un accordo di programma.
Mentre, viene precisato, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato “non è detto che venga fatta in ottica governo”.
Si ragiona su tutto e non si esclude alcuna strada. “È ovvio però che per noi la soluzione migliore resta un appoggio esterno”, viene sottolineato da più fonti grilline. Qualcuno ricorda anche il caso del governo Andreotti del ’76 chiamato della “non fiducia”. Era un governo di solidarietà nazionale, durato due anni e nato grazie all’astensione del Partito comunista italiano di Enrico Berlinguer durante la votazione in Parlamento.
E se è vero che più volte Di Maio è stato paragonato a un politico della prima Repubblica e ora si muove con passo tattico, è anche vero che quella era tutta un’altra storia.
Il comitato M5s è un via vai di persone, parlamentari riconfermati e nuovi, collaboratori, sale le scale anche il potenziale ministro all’Interno Paola Giannetakis. Si vede Nicola Morra confermato senatore in Calabria dove i 5Stelle hanno raggiunto percentuali da capogiro.
Era considerato, insieme a Roberto Fico, anima critica del Movimento ma adesso, Di Maio lo sa bene, i gruppi vanno blindati, devono essere compatti e anche su questo il capo politico si muove con cura.
Si vede Giulia Grillo, poi arriva Danilo Toninelli, da molti dato come possibile presidente del Senato. Ci sono anche la senatrice Laura Bitocci, e i neoeletti Emilio Carelli e Primo Di Nicola. La scelta dei capigruppo di Camera e Senato spetterà al capo politico e sarà ratificata dai gruppi parlamentari.
Si discute anche di questo nelle stanze del comitato, dove Di Maio ha il suo ufficio da cui osserva i movimenti degli altri stando attento a un creare scossoni interni e far digerire un’eventuale alleanza che lo porti a Palazzo Chigi.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
ORFINI HA LA MISSIVA, SARA’ PORTATA IN DIREZIONE PD LUNEDI’… MARTINA SARA’ IL TRAGHETTATORE FINO ALL’ASSEMBLEA DI APRILE… POI O SI ELEGGE IL NUOVO SEGRETARIO O CONGRESSO CON PRIMARIE
Il dado ormai è tratto. Senza se e senza ma, senza finte e senza indugi.
Lunedì la direzione del Pd prenderà atto delle dimissioni di Matteo Renzi da segretario e aprirà il percorso verso l’assemblea nazionale straordinaria di aprile, tendenzialmente dopo le consultazioni sul governo da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il passo indietro formale, spiegano dal quartier generale del segretario, è già stato presentato: c’è una lettera scritta lunedì scorso in cui Renzi si dimette, all’indomani della debacle elettorale.
In direzione la leggerà il presidente Matteo Orfini. “Lunedì le mie dimissioni saranno esecutive”, dice Renzi ai suoi.
Non era sembrato così chiaro nella conferenza stampa di lunedì scorso al Nazareno. Tanto che ancora oggi il capogruppo uscente al Senato Luigi Zanda, insieme all’area di maggioranza che si ritrova nelle sue posizioni — a cominciare dal premier Paolo Gentiloni — più le minoranze, chiedevano un passo formale da parte di Renzi.
Ad ogni modo, lunedì ci sarà .
Il pressing ha avuto effetto sul segretario dimissionario, che oggi è rimasto nella sua Firenze, visita a Palazzo Vecchio, la sua antica ‘casa politica’ di quando era sindaco. Ci è andato per un saluto con l’attuale primo cittadino Dario Nardella, un confronto sul da-farsi.
Sarà Maurizio Martina, il vicesegretario, il traghettatore del partito fino all’assemblea di aprile.
Ordine del giorno dell’assemblea: le dimissioni del segretario e provvedimenti conseguenti.
Vale a dire: sarà l’assemblea a decidere se andare a congresso, con la decadenza di tutti gli organi del partito e primarie per la nuova leadership; oppure se eleggere in quella stessa sede un nuovo segretario, come avvenne nel 2009 per Franceschini, dopo Veltroni, e nel 2013 per Epifani, dopo Bersani. In questo caso, cambierebbe solo la segreteria nazionale, ma l’assemblea e la direzione rimarrebbero nella stessa composizione attuale. E anche il tesoriere resterebbe il renziano Francesco Bonifazi.
Troppo presto per sapere come andrà in assemblea.
Prima si gestiranno i passaggi cruciali di inizio legislatura: l’elezione dei capigruppo, cioè coloro che con Martina saliranno al Colle per le consultazioni.
Quindi l’elezione dei presidenti delle due Camere, terreno fertile di abboccamenti tra minoranze Dem e cinquestelle, secondo i renziani che restano sospettosi su tutta la fila di dirigenti Dem che in queste ore sta giurando di voler mantenere il Pd all’opposizione di un eventuale governo del M5s. Da Franceschini a Zanda agli stessi orlandiani.
Ufficialmente solo l’area Emiliano e Sergio Chiamparino hanno aperto al dialogo con i pentastellati. Ettore Rosato, capogruppo uscente alla Camera, parla aperta del tentativo del M5s di dividere il Pd, parlando con i “singoli parlamentari: i cinquestelle dimostrano tutta la loro povertà politica”.
Andrà come andrà , ma da lunedì si chiude una fase e se ne apre un’altra in un Pd uscito con le ossa rotte dal voto.
In queste ore, lo stesso Martina insieme a Lorenzo Guerini e Graziano Delrio hanno lavorato per cercare di salvare il salvabile: calmare i toni ed evitare la conta in direzione.
Lo stesso Andrea Orlando, che oggi ha riunito i suoi alla Camera, ha preparato un documento che chiedeva le dimissioni formali di Renzi e una gestione collegiale ma l’avrebbe portato in direzione qualora non si fosse trovato un accordo.
Un mezzo accordo ora c’è. Renzi va via. Anche se questo non implica lo scioglimento della sua area nel Pd. Resta da capire il peso che avrà tra i nuovi eletti che in gran parte si è scelto da solo e che voteranno i nuovi capigruppo.
Come giurano i suoi, quelli che gli sono rimasti fedeli: “Renzi se ne va, ma questo non significa che non conterà più nulla nel Pd”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
SI PONE AL CENTRO DELLA SCENA E RACCOGLIE QUELLO CHE ARRIVA
“Un po’ democristiani, un po’ di destra e un po’ di sinistra”. 
La rappresentazione data da Beppe Grillo del movimento è perfetta, il suo dna è interclassista: si pone al centro della scena e raccoglie le istanze più sentite dei diversi ceti sociali. Non ideologia ma programma. Non bla bla ma cose concrete da fare.
È l’ora giusta di interrogarci su quel “po’”, il troncamento della parola poco.
Esistono diverse idee di società , e sono legate alla natura degli uomini e ai loro propositi. Ed esistono diverse idee di governo, che subiscono il condizionamento di quelle scelte.
Non ce n’è una che sia neutra.
Se diciamo che siamo contro il governo delle èlite, dei pochi, è perchè riteniamo che le loro scelte sia state a favore dei pochi e a danno dei molti. È un giudizio di valore, quindi.
È probabile, per fare un altro esempio, che la politica di Trump non danneggi i ricchi. È meno probabile che aiuti i poveri se non nella misura del ricasco generale ma indeterminato nel tempo, di una ricchezza che si espande a tal punto che come la pioggia finirà per bagnare tutti.
Se io sono a favore della tassazione progressiva, chi più ha più dà , perchè ritengo che la distribuzione della ricchezza debba favorire i ceti più svantaggiati, aumentare loro le tutele.
Ma se aumento le tutele ai più deboli, le riduco a coloro che stanno meglio nella convinzione che essi hanno sostanza economica per difendere il proprio status.
Se invece sono a favore della flat tax, percentuale lineare fissa, aiuto maggiormente chi più ha. Elementare Watson.
E se sono dei Cinquestelle? Qui ci viene in aiuto Beppe Grillo col suo po’, troncamento di poco.
Con una mano aiuto i più poveri, a cui concedo il reddito di cittadinanza, con l’altra però agevolo anche coloro che stanno meglio, riducendo le tasse più ingiuste, “tartassando” di meno.
E un po’ aiuto coloro che vanno in pensione, riformando la legge Fornero, un po’ aiuto i giovani a trovare lavoro, riducendo gli sprechi.
La teoria del po’ è infinita ma cozza, ahimè, contro il principio di realtà .
Lo spreco non è solo ruberia, corruzione. Quella è illegalità .
Lo spreco è anche lavoro improduttivo, finanziamenti senza coperture, tasse inevase.
Siamo certi che tutti i tartassati siano degli angioletti? Secondo me, no.
Siamo certi che tutti gli evasori siano con l’acqua alla gola? Secondo me, no.
Siamo certi infine che tutti i lavoratori lavorino, producano? Anche in questo caso avrei dei dubbi.
Dunque essere un partito un po’ di tutti, che distribuisce un po’ a tutti, che tiene un po’ per il ricco e un po’ per il povero, che aiuta un po’ il pensionato e un po’ il disoccupato rischia, malgrado le ottime intenzioni, di dare un po’ a chi merita e un po’ a chi no, di trasformare il furbo in bisognoso, e di giustificare anche le nostre cattive pratiche, ritenendole figlie del bisogno quando non lo sono e fondando così — magari senza volerlo — la categoria del privilegio, che è il cardine della società diseguale contro cui si era deciso di lottare.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
PER EVITARE FUGHE DI NOTIZIE MEGLIO STARE ZITTI
Un ritorno alle origini. Venerdì più di trecento tra deputati e senatori convergeranno a Roma, e si riuniranno in un hotel della zona Parioli. E si assisterà a un amarcord. Troupe all’assalto degli onorevoli, cronisti che proveranno a intrufolarsi in stanze proibite, comunicazione che proverà a tappare falle e buchi.
La giornata del Movimento 5 stelle sarà un amarcord delle prime, lunghe settimane della scorsa legislatura, partita nel 2013.
Ma lo scopo della riunione del gruppo parlamentare al gran completo è esattamente quello: disinnescare sul nascere tutti quei meccanismi che cinque anni fa non hanno funzionato (“i paradossi”, vengono prudentemente definiti, che hanno sovente creato ilarità ) e rodare la macchina prima che parta.
Con il sacrificio di quello che si spera sarà un unico giorno di vero delirio.
I funzionari del gruppo parlamentare stanno smaltendo un’enorme mole di lavoro. Uscenti e neoeletti vengono contattati uno a uno, ricevono istruzioni sul dove e quando, le prime consegne di massima.
A differenza del passato, i 5 stelle possono contare su uno zoccolo duro che è stato riconfermato e ha vissuto sulla propria pelle le storture del passato.
Gli uomini più vicini a Luigi Di Maio stanno coordinando il lavoro. Sono Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro ma soprattutto Danilo Toninelli a interfacciarsi con gli uffici. Non è strano, soprattutto quest’ultimo è un profondo conoscitore dei meccanismi del Palazzo.
Tutto verrà preparato al millimetro. Almeno nelle intenzioni.
E non è escluso che per tamponare caos e fuga di notizie vengano organizzati punti stampa per aggiornare la stampa. L’incontro sarà organizzativo. “Un tutorial”, viene definito.
Si parlerà della burocrazia d’ingresso, dei regolamenti parlamentari, si inizierà a fare un primo censimento sulle Commissioni.
E verranno date regole d’ingaggio per rapportarsi con i giornalisti, che prevedono, nella prima fase, un suggerimento di evitare qualunque contatto per non incappare nella più classica delle bucce di banana.
I temi politici più scottanti faranno parte dei conciliaboli, sia del vertice sia dei soldati semplici, ma non rientrano nell’ordine del giorno.
Perchè non è ancora il momento di dare in pasto agli oltre duecento deputati nuovi — e che in definitiva non si possono conoscere uno ad uno — informazioni sensibili. Vedersele bruciate da giornali e televisioni sarebbe un attimo.
Certo è che il nuovo frame in cui si è innestato il Movimento, sempre più partito che combriccola di “splendidi ragazzi” (cit.) con il mandato di aprire la scatoletta di tonno, non lascerà le cose inalterate.
A partire dall’elezione dei capigruppo e dalla designazione delle cariche più importanti. I candidati alle presidenze delle Camere, ma anche i vicepresidenti, i questori e coloro che potrebbero guidare le Commissioni, in virtù dei rapporti di forza in Parlamento.
Il metodo assembleare non verrà abbandonato, ma viene messo in soffitta l’antico (eppure eravamo appena un lustro fa) metodo della graticola, secondo il quale le autocandidature dei singoli venivano votate dopo in botta e risposta atto a verificarne competenze e adeguatezza del ruolo.
Oggi c’è un capo politico che guida, che si è presentato al paese come leader e candidato premier, da cui passano tutte le decisioni e gli snodi cruciali del Movimento.
Sarà lui a indirizzare le scelte del gruppo parlamentare.
2013 addio.
(da “la Repubblica”)
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Marzo 7th, 2018 Riccardo Fucile
CI SONO ILLUSTRI ESEMPI IN EUROPA: BELGIO, SPAGNA, GERMANIA
La domanda che tutti si fanno è: l’Italia avrà un governo? Al momento la risposta sembra essere
negativa. Almeno nell’immediato.
Perchè le urne ci hanno regalato, in maniera non del tutto dissimile da cinque anni fa, una situazione dalla quale non è emersa alcuna maggioranza.
L’unica differenza sembra essere per il momento il fatto che il Partito Democratico non ha intenzione di andare al governo con il MoVimento 5 Stelle (qualsiasi cosa significhi)
Ma avere un governo è davvero necessario?
Del resto è giusto che siano il primo partito e la coalizione che ha preso più voti a farsi carico dell’onore e dell’onere di trovare una soluzione.
Altre soluzioni finirebbero per farci rivivere l’incubo di una legislatura accompagnata dal coro greco del “governo non eletto dal Popolo”.
Non sarà facile, ma “per il bene del Paese” c’è già chi è disposto ad immolarsi e ad andare a governare.
Ma è davvero una buona idea? Intendiamoci: l’eventualità che prima o poi venga nominato un Presidente del Consiglio e che si formi un governo è contemplata addirittura dalla nostra Costituzione.
Si tratta, verrebbe da dire, di un male necessario per tutte le forze politiche in campo che invece preferirebbero in questo frangente stare all’opposizione e lasciare “gli altri” a sporcarsi le mani.
Ecco quindi l’atroce dilemma.
È meglio governare una situazione che tutti sanno essere ingovernabile o godersi il delicato equilibrio dello status quo?
La domanda non è peregrina, soprattutto per il M5S che sogna fantomatici appoggi esterni che non vadano a modificare la lista dei supercompetenti (bastonati alle urne) e che è senza dubbio quello meno avvezzo e propenso a “inciuci” e alleanze.
Un governo del resto, c’è già . O meglio: c’è ancora.
È l’esecutivo di Paolo Gentiloni che rimarrà in carica per disbrigare gli affari correnti e nulla più.
Non potrà varare leggi per ridurre la pressione fiscale, abolire la Legge Fornero, ripristinare l’Articolo 18 o introdurre il reddito di cittadinanza ma in fondo non potrebbe farlo nemmeno un governo votato dall’attuale Parlamento dove non c’è nessuna maggioranza per poter fare tutte queste cose (e lasciamo perdere il fatto che siano quasi antitetiche).
Non serve invocare la teoria della mano invisibile e sperare invano che il mercato si regoli da sè.
Ma c’è da dire che su quel versante un governo nazionale ha poche possibilità di operare in maniera incisiva. Di regole e leggi ce ne sono abbastanza, è sufficiente applicarle e farle applicare. E quello non è compito del Presidente del Consiglio. Semplicemente è possibile per un Paese sopravvivere senza un governo. È già successo anche ai nostri vicini della casa comune europea.
Quello del Belgio è il caso più famoso visto che il Paese si è trovato “senza governo” per 523 giorni (18 mesi).
Qualcuno ha addirittura sostenuto che il Belgio abbia prosperato in assenza di un esecutivo. Non è così. Il Belgio ha attraversato la sua lunga crisi politica tra il 2010 e il 2011 (ma l’instabilità si è protratta sostanzialmente fino al 2014). Non proprio un periodo economicamente felice per l’Eurozona, con conseguente calo dei rendimenti dei titoli di stato che come sappiamo è un indicatore di una situazione di sfiducia dei mercati.
Senza contare che — come scriveva Mario Seminerio su Phastidio — “l’economia belga è pesantemente dipendente dal commercio estero; segnatamente dall’economia europea e, ancora più segnatamente, da quella tedesca”.
Chi invece è estremamente fiducioso nella capacità taumaturgiche dell’assenza di un esecutivo preferirà senz’altro citare il caso della Germania.
I tedeschi sono in attesa della formazione del nuovo governo Merkel (che sarà in coalizione con i socialdemocratici) dal 24 settembre 2017. Non senza provarle tutte, a partire dall’ipotesi di coalizione “Giamaica”.
Ma al di là del fatto che poi in Germania un governo è saltato fuori e che non durerà il tempo di “rifare una legge elettorale” come prospettano alcuni qui in Italia davvero vogliamo paragonare la situazione tedesca a quella Italiana?
La Germania non ha subito alcun contraccolpo dall’assenza di un governo perchè il lavoro era già stato impostato dal precedente.
C’è poi l’Olanda, 208 giorni senza un governo, ma eravamo già nel 2017 e in tutta Europa spiravano i venti della ripresa. E per inciso l’incertezza olandese era mitigata dal fatto che se non altro si sapeva che il VVD di Mark Rutte avrebbe avuto il compito di trovare la quadra, garantendo una certa continuità visto che Rutte era il premier uscente (proprio come in Germania).
Chi volesse cercare un popolo e una nazione più “vicini” culturalmente agli italiani e all’Italia parlerà allora di Spagna.
Anche i nostri cugini iberici sono rimasti — tra il 2015 e il 2016 — a lungo senza un governo: ben dieci mesi.
La Spagna però, vi diranno, va a gonfie vele con un PIL in vigorosa crescita. Al solito non c’è alcuna correlazione tra l’assenza di un governo e la crescita economica.
Non solo perchè la ripresa spagnola è iniziata prima della crisi di governo, sostanzialmente grazie alle riforme del mercato del lavoro varate nel 2012 dall’attuale
La ripresa spagnola, che pure c’è e c’è stata, è dovuta ad altri fattori.
Uno su tutti il fatto che si era “seminato bene” e che la congiuntura economica era favorevole.
In soldoni, si può anche stare senza governo per un po’ a patto però di non essere sull’orlo di una crisi. Il fatto che ci sia qualcuno oggi che propone una situazione del genere come “la soluzione” ai problemi del Paese è quasi più preoccupante del fatto che le due principali formazioni politiche (M5S e Centrodestra) non abbiano alcuna intenzione di fare quello per cui gli italiani li hanno mandati in Parlamento: governare. Perchè uno Stato può anche stare senza governo ma i partiti politici non dovrebbero avere la possibilità di non governare, quando possono farlo.
(da “NextQuotidiano”)
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