Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
L’ESCALATION (E LA TRISTE FINE) DI UN CAZZARO
Salvini 1: «Quello italiano è uno Stato di m…».
Salvini 2: «Fornero, la cambieremo la tua legge infame, e vaffan…».
Salvini 3: «Bruxelles è il Quarto Reich. Sono nazisti. Una presa per il c…».
Salvini 4: «Napoli m… Napoli colera».
Salvini 5: «Per i bastardi ci vuole la castrazione chimica».
Salvini 6: «Quello di Monti è un governo fascista come neanche nel Ventennio». Salvini 7: «Chi è al governo è un imbecille».
Salvini 8: «Alfano, sei un personaggio inutile e incapace, cretino che non sei altro». Salvini 9: «Manuel Valls? Uno scemo. È tutto scemo».
Salvini 10: «Quest’Italia mi fa schifo».
Salvini 11: «Sto leggendo delle dichiarazioni di Mattarella e mi incazzo come un bufalo».
Salvini 12: «Renzi ha le mani sporche di sangue».
Salvini 13: «Prodi ci ha portato in una moneta criminale che ha fatto morti e feriti». Salvini 14: «I clandestini devono andare a casa a calci in culo».
Salvini 15: «La Corte di Strasburgo ha rotto le palle».
Salvini 16: «Napolitano ha rotto le palle, va arrestato».
Salvini 17. «Non rompeteci i c… con i diritti umani».
Salvini 18: «Della riforma costituzionale me ne fotto».
Salvini 19: «Unione europea ipocrita, governo schifoso».
Salvini 20: «Quell’infame di Renzi».
Salvini 21: «Renzi è un fesso».
Salvini 22: «Di Maio è un ignorante e un incompetente ineguagliabile. Fa soltanto cabaret».
Salvini 23: «Umiltà , coerenza, ascolto e buon senso. Per governare occorrono queste doti, con l’arroganza e l’egoismo non si costruisce nulla».
(da “La Stampa“)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
ADDIO A OPEN CHE FINANZIAVA LA LEOPOLDA
Matteo Renzi chiude la Fondazione Open. 
Claudio Bozza sul Corriere della Sera racconta che l’ex segretario del Partito Democratico ha deciso di far calare il sipario sull’ente che ha organizzato le edizioni della Leopolda:
La svolta sarà ufficializzata a breve dal consiglio di amministrazione, presieduto dall’avvocato Alberto Bianchi e composto da Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai. Il forziere e braccio operativo di Renzi era stato costruito nel 2012 sotto il nome di Big bang, per avere a disposizione un contenitore che, giuridicamente, potesse ricevere le donazioni dei finanziatori privati.
In questi sei anni, la parabola politica dell’ex premier è stata un fulmine: dalla rapida ascesa, all’incredibile discesa dopo la batosta al referendum costituzionale.
Specie nella fase della scalata non è mancato il sostegno di economico di imprenditori più o meno potenti, ma anche di semplici cittadini.
Dalle maxi donazioni come quelle del finanziere Davide Serra (quasi 300 mila euro in tutto tra lui e la moglie), della British american tobacco (110 mila euro) o dell’armatore Vincenzo Onorato (oltre 150 mila euro), assieme ai microbonifici via Paypal, la fondazione Open ha raccolto in sei anni circa 6,7 milioni di euro.
Una cifra ingente, investita soprattutto per organizzare sette edizioni della Leopolda e la fase iniziale della rottamazione, quando l’interesse di molti importanti finanziatori aveva bruscamente virato verso l’allora sindaco di Firenze.
Per il quotidiano c’è la possibilità che adesso Renzi possa pensare di fondare un nuovo partito:
Ma perchè l’ex premier ha deciso di chiudere la cassaforte? Le dimissioni da segretario del Pd hanno fatto calare il sipario. E adesso? Renzi rimarrà davvero dietro le quinte con i galloni di semplice senatore? Oppure, come si sussurra da più parti, ha chiuso una pagina per aprirne un’altra, magari con un nuovo partito a tempo debito?
(da “NextQuotidiano“)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
IL RIDICOLO DASPO URBANO E I CLOCHARD PORTATI DI FORZA IN OSPEDALE, SIAMO AL DELIRIO … I SANITARI: “NON C’ERA MOTIVO PER CONDURLI IN OSPEDALE, IMMEDIATAMENTE DIMESSI”
«Chi vive per strada è povero. Non è un criminale nè un malato».
La stoccata della Comunità di Sant’Egidio arriva al termine della prima giornata di applicazione, in città , delle misure anti degrado adottate dal Comune. Il cosiddetto Daspo urbano.
Lo scontro si è acceso su un intervento dei vigili del nucleo Centro Storico, quelli impegnati in prima linea nel monitoraggio anti degrado nelle zone della città considerate di interesse turistico, o degne di tutela per la presenza di scuole, musei o verde pubblico.
Succede tra via dei Cebà e largo delle Fucine, a Piccapietra. La pattuglia si imbatte in due clochard. Hanno entrambi 50 anni, quello che accade indigna Sant’Egidio e preoccupa l’ospedale Galliera.
In nome del decoro, gli agenti, si avvicinano ai due, non scatta nessun provvedimento di”espulsione” e nemmeno viene data loro una sanzione.
Ma i vigili chiamano un’ambulanza e li fanno accompagnare all’ospedale. Perchè? «Abbiamo ricevuto diverse segnalazioni da parte dei commercianti di Piccapietra sulla difficile convivenza con i clochard che si accampano notte e giorno in zona – ha spiegato l’assessore alla Sicurezza Stefano Garassino – si tratta comunque del salotto della città , non può essere anche un accampamento di senzatetto».
Entrambi i clochard vengono visitati, poi dimessi in pochi minuti.
Intanto lo scontro si accende, con la direzione sanitaria del Galliera che annuncia verifiche. «Sappiamo che due persone sono state accompagnate al pronto soccorso – ha detto Giuliano Lo Pinto, direttore sanitario del Galliera – Le loro condizioni non sembravano però giustificare l’accompagnamento in ospedale. Domani (oggi per chi legge, ndr) cercheremo di capire quanto accaduto, in caso chiederemo spiegazioni». Più dura la reazione della Comunità di Sant’Egidio. «I dormitori aperti durante l’inverno hanno chiuso lo scorso 31 marzo. Non ci sono bagni pubblici nè spogliatoi. Anche a chi vive per strada, che è povero e non malato, piacerebbe avere maggior decoro. Mandare via i poveri non è però la soluzione».
E’ l’ultimo capitolo (per ora) della gestione delirante della “sicurezza” della becerodestra leghista in città .
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
ERANO UNO SPRECO INSENSATO FINO A IERI, MA OGGI VIA LIBERA AL GRUPPO DI LEU DA PARTE DI FICO
Sembra ieri, e invece era appena il 29 marzo del 2013 quando sull’allora blog di Beppe Grillo il
MoVimento 5 Stelle bollava come uno spreco insensato la costituzione di un gruppo parlamentare in deroga ai regolamenti della Camera. All’epoca firmava il post l’onorevole Roberto Fico, oggi presidente della Camera:
Il regolamento della Camera ci dice che un gruppo di deputati inferiore al numero di 20 non può formare un gruppo parlamentare autonomo ma deve andare a comporre il gruppo misto. I componenti di “Fratelli d’Italia” sono 9. Durante la riunione dell’ufficio di presidenza il MoVimento 5 Stelle ha chiesto quanto costa la costituzione di questo gruppo, la risposta del questore è stata questa: “400.000 euro all’anno in più”. Dato che la costituzione di questo nuovo gruppo parlamentare aveva bisogno del voto dell’ufficio di presidenza andando in deroga al regolamento si è proceduto al voto.
Tutti i partiti, tutti, dal Pd al Pdl hanno votato a favore. Il M5S ha votato contro. Il risultato è che in deroga al regolamento della camera dei deputati si forma un nuovo gruppo parlamentare denominato “Fratelli d’Italia” composto da 9 deputati e che ci costerà 400.000 euro all’anno in più. Soprattutto in questo periodo ci sembra una spesa davvero inutile e assurda, degna della casta, lo abbiamo detto in tutti i modi durante la riunione di presidenza, ma niente!
O tempora! O mores!
Ieri invece l’Ufficio di presidenza di Montecitorio, proprio nella Camera oggi presieduta da Roberto Fico, ha dato il via libera a Liberi e uguali di costituire un gruppo autonomo.
LEU aveva chiesto la deroga, essendo solo in 14 deputati, mentre per regolamento ne servono almeno 20.
Fino ad oggi Leu era una componente del gruppo Misto.
L’Ufficio di presidenza ha concesso la deroga e quindi, d’ora in avanti, LEU sarà gruppo parlamentare a sè. Il voto è stato all’unanimità .
Quindi anche il MoVimento 5 Stelle ha dato l’ok.
D’altro canto, cosa volete che siano 400mila euro all’anno?
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
GIOVEDI’ SERA IN UN ALBERGO MILANESE CI SARANNO LA SARDONE, IL SINDACO DI SESTO DI STEFANO, IL LAZIALE PALOZZI E L’ASSESSORA VENETA DONAZZAN… TIRA LE FILA TOTI, MA SI GUARDA BENE DAL METTERCI LA FACCIA
«Forza Italia è pronta a fare una riflessione sui tanti voti persi?». Se lo chiede, lasciando la risposta aperta, Elena Donazzan. Lei è l’assessore al lavoro di Luca Zaia in Veneto, premiata alle ultime regionali da un diluvio di preferenze (oltre 22 mila) e tra i protagonisti della sollevazione dentro il partito azzurro.
Una sommossa che era incominciata, all’indomani delle elezioni, come un gruppo su Whatsapp tra i dissidenti.
Ora, però, gli azzurri arrabbiati cercano di fare rete, ragionare sul momento che vive il partito, darsi degli obiettivi.
Giovedì sera si incontreranno in un albergo milanese la consigliera regionale Silvia Sardone, il sindaco di Sesto San Giovanni Roberto Di Stefano,suo marito, l’ex consigliere lombardo Vittorio Pesato, il neo vicepresidente del consiglio regionale del Lazio Adriano Palozzi, oltre alla stessa Donazzan.
Chi non ci sarà , però, è Giovanni Toti. Il governatore ligure, a cui guardano molti dei malcontenti azzurri, nei giorni scorsi era intervenuto per dire: «In Forza Italia c’è poco spazio per il dibattito interno».
A dispetto delle sue perplessità sull’attuale gestione del partito, Toti però per il momento si limita ad osservare: «Condivido molte delle critiche e delle posizioni espresse dai miei colleghi. Però, io credo che al momento sia il caso di non lanciarsi in fughe in avanti che non si sa bene dove vadano a parare».
Alla fronda, aveva fatto da detonatore il caso di Silvia Sardone: consigliera comunale di Milano, oltre 11 mila preferenze alle regionali lombarde, era stata esclusa a sorpresa dalla giunta guidata dal leghista Attilio Fontana.
Oggi spiega che quello di giovedì sarà «un incontro tra persone che lavorano sul territorio e che fanno fatica a riconoscersi nel partito in cui hanno sempre militato». Perchè «ormai il merito sta trasformandosi in demerito, i nomi sono sempre calati dall’alto e primarie e congressi sembrano parolacce».
Primarie e congressi, però, Forza Italia non ne ha mai fatti: «Ma oggi in Lombardia il partito è al 14%. Quando era al 30, forse il problema si sentiva meno».
La pensa in modo simile anche Donazzan: «La Lombardia era la cassaforte di Forza Italia. Noi non vogliamo buttare via il patrimonio costruito in questi anni, non vogliamo andarcene. Ma vorremmo ragionare su come tornare a vincere». Per Vittorio Pesato, il problema sono state anche le liste elettorali: «Non sono sicuro che siano dipese in tutto e per tutto da Silvio Berlusconi». Ma neanche soltanto quelle: «Purtroppo, abbiamo smesso di parlare al nostro elettorato di riferimento, anche gli imprenditori guardano altrove».
Adriano Palozzi non drammatizza: «Perchè ci si stupisce che dentro un partito ci si parli? Credo che il nostro apporto sia un valore per Forza Italia, visto che siamo coloro che hanno conquistato piu consensi in Lazio, Veneto e Lombardia. Ecco, noi vogliamo continuare ad essere una valore per il nostro partito»
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
NON CI SONO SOLDI PER DAR CORSO AL PROGETTO DA 6 MILIARDI DOPO TANTI INTERVENTI PARZIALI E INUTILI
Scusate, ci siamo sbagliati. 
Il Veneto non avrà nessun sistema metropolitano di superficie in grado di collegare città economicamente di primo piano nel sistema produttivo italiano come Mestre, Padova, Vicenza e Treviso.
Il trasporto pubblico targato Regione alza bandiera bianca. Non ci sarà nessun orario cadenzato con treni ogni quarto d’ora. E neppure l’integrazione tra i convogli su rotaia, gli autobus e i parcheggi. I pendolari continueranno a prediligere l’auto e questo lembo iper-produttivo della pianura Padana continuerà ad avere gli stessi tassi di inquinamento.
Il de profundis di un progetto che è nato trent’anni fa e che da allora è stato accompagnato da innumerevoli dichiarazioni dei politici di turno, è stato cantato in consiglio regionale dall’assessore ai trasporti Elisa De Berti.
Non ci sono soldi per dar corso al progetto esecutivo del costo di quasi 6 miliardi di euro, bisogna accontentarsi del miliardo speso finora, per interventi parziali, alcuni dei quali inutili.
E così il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale, contraddistinto dall’acronimo Sfmr, finisce su un binario morto. Ciò che ne rimane, passa alla società Rfi, delle Ferrovie dello Stato, che (anche con un finanziamento della Regione) raddoppierà la Maerne-Castelfranco, costruirà un ponte sul Brenta e realizzerà altri interventi. Ma l’autonomia trasportistica veneta si è rivelata un libro dei sogni che ora viene chiuso.
L’avevano aperto nel 1988 il presidente veneto Carlo Bernini, democristiano doroteo (la cui carriera politica fu spazzata via da Tangentopoli), le Ferrovie dello Stato e il ministero dei Trasporti.
Aveva cominciato a sfogliarlo il successore di Bernini nel frattempo diventato ministro, quel Gianfranco Cremonese arrestato per mazzette nel ’92, che aveva inserito Sfmr nel piano regionale dei trasporti.
Il progetto esecutivo fu approvato nel 1999, quando governatore era diventato Giancarlo Galan (vittima illustre dello scandalo Mose), che nel 2009, quasi alla fine del suo regno in laguna, aveva benedetto l’acquisto di 24 treni Stadler Rail.
A causa di un ricorso al Tar il contratto fu poi siglato nel 2010, quando a Palazzo Balbi si era insediato il governatore leghista Luca Zaia.
Da allora sono trascorsi altri otto anni, ma del servizio di metropolitana di superficie neanche l’ombra.
Il costo preventivato era di 5,9 miliardi di euro. Ma come è stato speso il miliardo? Per realizzare sottopassi ferroviari, per eliminare passaggi a livello (66 sui 407 previsti), per realizzare nuovi parcheggi e nuove stazioni (9 su un totale di 37 indicate nel progetto), per acquistare i treni (solo 24 su un parco convogli preventivato di 120) e per adeguare le fermate (22 su 162).
In questo lungo arco di tempo le tratte ferroviarie vere e proprie sono state pochine. La principale è costituita dal raddoppio della pur strategica Mestre-Padova. C’è poi il doppio binario su un tratto della Padova-Castelfranco, oltre all’elettrificazione della linea Mira Buse-Mestre. Un quadro desolante.
L’assessore De Berti ha spiegato che servono 300 milioni per fare il nuovo piano della mobilità regionale. Che la fase 1 e 2 di Sfmr restano incomplete, mentre restano sulla carta (e lo resteranno per sempre) le fasi 3 e 4. In una parola, “procederemo con la politica del buonsenso”, il che significa accantonamento del progetto e politica dei piccoli passi.
“Il metrò del Veneto è stato ideato 30 anni fa, quando le risorse pubbliche erano illimitate, i 6 miliardi sono figli della Prima Repubblica. Se arriviamo con 28 anni di ritardo la colpa non è mia, nè di Zaia, ma dei tagli della finanza pubblica. Ora è giusto voltare pagina”.
Ha avuto buon gioco il capogruppo Pd, Stefano Fracasso, a girare il coltello nella piaga: “Qual è la strategia? Siamo una regione con tre aeroporti e un porto, ma senza un progetto per collegarli alla rete ferroviaria.
De Berti certifica il fallimento di una visione, la Lega non ha mai creduto nell’Sfmr e non le è mai interessato il progetto di integrazione metropolitana”.
Anzi, in questi anni un contenzioso con la società di progettazione Net Engeneering è rimasto a languire, finchè è stato raggiunto il compromesso di concedere alla società una fetta di progetti futuri per quasi 33 milioni di euro (Iva compresa), per sanare il debito passato. E se Zaia ha sottoscritto un accordo con Trenitalia per nuovi convogli, i 619 milioni di investimenti verranno spalmati da qui al 2032. Tre lustri.
“Serviva spendere 1 miliardo di euro per non mettere sui binari neppure un treno? E’ un altro fallimento della Regione”, ha chiesto il segretario regionale del Pd, Alessandro Bisato.
La maggioranza di centro-destra a trazione leghista non ha risposto. O meglio, il presidente della commissione Trasporti, Francesco Calzavara, della Lista Zaia, ha detto: “Il progetto Sfmr aveva visione ed è ancora attuale. Ma dove li troviamo questi sei miliardi? È stato avventato far credere che in pochi anni sarebbe stato realizzato”.
Ma chi l’ha fatto credere e chi ha marciato su un progetto che non sarà mai realizzato? Se lo sta chiedendo anche la Procura veneziana della Corte dei Conti che ha aperto un’inchiesta.
Quando la notizia è finita sui giornali, l’assessore De Biasi si è affrettata a dichiarare: “Abbiamo inviato gli atti alla Corte dei conti, come è consuetudine e prassi della Regione, nelle more dell’accordo con Engineering”.
La ricerca di responsabilità per i giudici contabili sarà molto ardua. Perchè i trent’anni del progetto Sfmr raccolgono la storia della politica veneta, nella sua evoluzione dal potere democristiano a quello di Forza Italia e, infine, a quello della Lega Nord-Liga Veneta.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
L’AUTORE DEI MESSAGGI MINATORI CHE PROMETTEVANO DI “FARLA PAGARE CARA” AL GIORNALISTA SAREBBE UN FUNZIONARIO LEGISLATIVO DEL M5S ALLA CAMERA CHE HA UTILIZZATO UN ACCOUNT FAKE
La settimana scorsa il conduttore di Report Sigfrido Ranucci era stato minacciato via Facebook durante la messa in onda di un servizio dedicato al Transumanesimo.
Le minacce provenivano da un account che sembrava legato al gruppo Facebook “Transumanisti a 5 Stelle” e che aveva come avatar il simbolo del partito di Beppe Grillo.
Ieri Ranucci ha rivelato qualcosa di più circa l’identità dell’anonimo attivista a 5 Stelle che si era molto arrabbiato per il contenuto del servizio sul Transumanesimo.
Durante la puntata di ieri di Report, dopo l’anteprima dedicata ai “furbetti del cartellino” Ranucci ha voluto parlare dei “furbetti del Web” e di Marcello Iuvenile, ovvero l’account che aveva scritto che avrebbe “distrutto Ranucci come giornalista” annunciando la fine della carriera del giornalista di RaiTre.
In una serie di post infuocati nei quali contestava il modo con cui Report aveva affrontato l’argomento del Transumanesimo il signor Iuvenile se la prendeva con il PD e con i giornalisti ancora “asserviti al vecchio governo”.
Ranucci è tornato ieri sulla questione spiegando che il profilo di “Marcello Iuvenile” era stato chiuso e che gli altri utenti di avevano immediatamente preso le distanze dal contenuto dei messaggi di minaccia.
Secondo altri utenti l’account di “Marcello Iuvenile” sarebbe però un fake e non corrisponderebbe ad una identità reale.
Il conduttore di Report ha anche rivelato di aver ricevuto informazioni da parte di altri utenti che sostengono che dietro il presunto account fake di Marcello Iuvenile si nasconderebbe in realtà un funzionario legislativo del Movimento Cinque Stelle alla Camera.
Ranucci dice di non sapere se l’informazione è vera o se invece l’account è stato “arbitrariamente usato da qualcun altro”.
L’invito che rivolge ad “alias Marcello Iuvenile” è quello di andare a fare le sue critiche (ma non le minacce) direttamente in trasmissione senza però nascondersi dietro un nome falso.
Già il giorno successivo alla pubblicazione dei messaggi minatori Ranucci aveva dichiarato a RaiNews che a preoccuparlo non era il contenuto dei post quando il fatto che provenissero da un «sedicente attivista del Movimento cinque stelle che evoca delle epurazioni, lo fa a nome del Movimento».
Il giornalista di Report aveva quindi rivolto una domanda a Luigi Di Maio: «Su questo aspetto mi piacerebbe conoscere la posizione di Di Maio, perchè se si appresta ad avere un ruolo istituzionale sarebbe interessante capire qual è la sua idea di libertà di stampa di fronte a una minaccia di questo tipo».
Se davvero “alias Marcello Iuvenile” è un funzionario legislativo del M5S alla Camera allora la richiesta di spiegazioni a Di Maio potrebbe avere un significato profondamente diverso.
Perchè se il Capo Politico del M5S non è tenuto a rispondere del comportamento di un singolo, presunto, attivista la questione cambia se quell’attivista è in realtà un funzionario legislativo del partito.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 9th, 2018 Riccardo Fucile
ALLE POLITICHE IL M5S AVEVA OTTENUTO IL 45% DEI VOTI, VIETATO PERDERE
L’ombelico politico in questa fase si chiama Molise, periferia della politica italiana divenuta
improvvisamente centrale.
Da un palco montato in piazza del Duomo a Termoli, davanti a duecento persone e con un leggero vento primaverile che soffia dal mare, Luigi Di Maio inizia la campagna: “Sarà la prima Regione in assoluto con un nostro presidente, Andrea Greco. Vinciamo e torno qui da premier”.
È in questa Regione del centro Italia che i possibili alleati, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, pesano la propria forza.
Chi tra i due vincerà il 22 aprile, così come la settimana dopo in Friuli Venezia Giulia, metterà gli eventuali successi sul piatto della trattativa per la formazione del nuovo governo.
L’importanza è tale che il capo politico grillino, nel mezzo dello scontro con il leader leghista, il più aspro che sia andato in scena tra i due, arriva nella cittadina in provincia di Campobasso, centro produttivo di rilevanza, per tirare la volata al candidato presidente.
Ma la testa, e anche gran parte del suo discorso, è rivolta a Palazzo Chigi: “Non ha senso fare il presidente del Consiglio per tirare a campare. Ho detto a Salvini di scegliere tra il cambiamento e Berlusconi”, afferma convinto all’ora del tramonto.
E ribadisce mentre sventolano le bandiere M5s e si fa buio: “Noi stiamo chiedendo che la presidenza del Consiglio dei ministri vada al Movimento perchè noi possiamo garantirvi che il contratto si realizzerà “.
Anche qui, in una piazza piena di famiglie e in un’atmosfera insieme paesana e militante, piomba il grande nodo da sciogliere che si chiama Silvio Berlusconi: “Non faremo mai un governo con lui dentro”, garantisce Di Maio tra gli incitamenti dei partecipanti.
Il possibile partner di governo a cui fa invece riferimento è Salvini, con cui già il Movimento ha eletto gli uffici di presidenza di Camera e Senato. Ma la contraddizione, in questa fase in cui la formazione del governo si intreccia con le elezioni regionali, è sintetizzata in un urlo che arriva dalla piazza rivolto al centrodestra: “Imbroglioni”.
Il candidato grillino alla presidenza, giovane 32enne che lavora con il gruppo M5s in regione, si ferma un attimo e dice un po’ a disagio: “Non entro nel merito”.
A questo punto le vittorie alle regionali sono prove elettorali che agli occhi dei leader servono a dimostrare, dopo i risultati del 4 marzo, quanto slancio abbia il centrodestra e quanto ne abbia il Movimento 5 Stelle per poter dire, secondo la loro idea: “A Palazzo Chigi vado io”.
In fondo lo stesso Salvini una settimana fa ha detto: “Il Capo dello Stato durante le consultazioni non può non tener conto di chi vincerà le elezioni regionali”.
E non a caso Di Maio si fermerà in Molise due giorni, poi arriverà Salvini.
È un reciproco tallonamento, paese per paese. Poi la stessa scena si ripeterà in Friuli Venezia Giulia.
Nella regione del centro Italia, i 5 Stelle alle elezioni politiche hanno sfiorato il 45%. La speranza in casa 5 Stelle è conquistare adesso il primo presidente di Regione in assoluto, ma la paura di non farcela non manca davanti agli avversari che schierano “l’armata di portatori di interessi candidando 180 persone in dieci liste contro le nostre 20”, dice il candidato Andrea Greco.
Nella regione del Nord invece è in vantaggio la Lega con il suo candidato Massimiliano Fedriga che culla concreti sogni di vittoria.
Da Roma sono in arrivo in Molise da qui fino al 22 numerosissimi parlamentari 5 Stelle da big a neo eletti. Di Maio ha detto a tutti loro: “Dobbiamo essere massicciamente presenti in Molise”, dove il centrodestra è in partita e al suo interno si gioca una competizione tra Forza Italia e Lega che peserà sulla trattativa con M5s per il governo.
Se il Carroccio avrà un’affermazione forte Berlusconi sarà più debole nella sua strategia di condizionamento del dialogo tra Salvini e Di Maio.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 9th, 2018 Riccardo Fucile
NESSUN PASSO IN AVANTI, SI PROCEDE CON ACCUSE RECIPROCHE, NESSUNO VUOLE UN INCARICO PER IL TIMORE-CERTEZZA DI ANDARE A SBATTERE
La pausa di riflessione del weekend, seguìta al primo giro di consultazioni dei partiti con Sergio Mattarella, non produce passi in avanti.
Buio pesto sul ‘governo che verrà ‘, mentre inizia la settimana del secondo giro di consultazioni. Tutto fermo, tanto che dal Colle ancora non hanno decidono quando inizia questo secondo round e non escludono di convocare i leader solo venerdì e sabato e non giovedì e venerdì come ipotizzato inizialmente.
Sulla crisi istituzionale piomba anche la campagna elettorale per le regionali: oggi Matteo Salvini si è concentrato sulla corsa elettorale in Friuli (al voto il 29 aprile), Luigi Di Maio ha fatto lo stesso in Molise (al voto il 22 aprile). Il puzzle è complicato, anche dal punto di vista del Colle.
Salvini in Friuli, Di Maio in Molise: distanza fisica e verbale.
Oggi il leader leghista e il pentastellato si sono solo scontrati: si appanna l’idea di vedersi prima di risalire al Colle. Lo chiede Salvini, con forza: “Abbiamo il 51 per cento di possibilità di farcela”. Ma da casa cinquestelle oggi è il giorno del no: “Zero per cento se c’è anche Berlusconi”, non ci sono le condizioni per un incontro.
Salvini insiste sulla formula dell’accordo con tutto il centrodestra, vuole evitare che si realizzi l’alternativa proposta da Giorgia Meloni: farsi dare un pre-incarico come coalizione e cercare i voti in Parlamento.
Antonio Tajani addirittura dice che Di Maio dovrebbe chiedere “scusa” per tutte le offese di questi anni a Silvio Berlusconi. Come chiedere la luna. Nulla da fare: mentre incombe il secondo giro di consultazioni al Quirinale, le posizioni si allontanano invece di avvicinarsi.
Di Maio aspetta risposte anche dall’altro ‘forno’ attrezzato in questa crisi istituzionale: quello col Pd. O meglio: con i non-renziani del Pd.
Il fronte pro-dialogo – da Franceschini a Martina – si è rafforzato in questi ultimi giorni e domani si farà sentire nell’assemblea dei gruppi parlamentari. Ma oggi anche il mite Graziano Delrio ferma tutto: “Non c’è nessuna possibilità di un governo M5S-Pd. Le distanze sono talmente tante e profonde che sarebbe difficile immaginare il contrario”.
Il ministro parla a ‘Otto e mezzo’ dopo un incontro con Renzi nel suo ufficio di Palazzo Giustiniani. Lì l’ex segretario ha dato la linea – per lo meno la sua – in vista della riunione di domani, nonchè dell’assemblea nazionale che il 21 aprile deciderà la futura leadership del partito (Martina) oppure avvierà il congresso con le primarie (Richetti è già in pista per questa ipotesi).
Ogni giorno i più ortodossi tra i renziani vanno a caccia di motivi per dire no ad un accordo con i pentastellati. E anche oggi lo trovano nelle parole del capogruppo M5s al Senato Danilo Toninelli: “Penso che il Pd nei prossimi giorni cambi idea perchè gli stiamo dando un’importante possibilità di riscattarsi per i fallimenti degli ultimi anni”. Apriti cielo. “Ha già un modello per l’abjura?”, gli risponde l’omologo renziano Andrea Marcucci. “Questo sarebbe confronto. Lessico da Inquisizione modello Torquemada: parlamento italiano nel 2018 o caccia agli eretici in Spagna nel 500?”, twitta il renziano Michele Anzaldi.
Ecco, ma ciò non toglie che domani l’assemblea Dem potrebbe prendere una decisione sull’incontro proposto da Di Maio a Martina prima del secondo giro di consultazioni. “Non dobbiamo andarci: sarebbe un incontro finto, ci direbbe sì a tutto pur di andare a Palazzo Chigi – ci dice una fonte renziana – L’unica cosa su cui Di Maio potrebbe dirci di no è se gli chiediamo di mollare sulla premiership…”.
E questa è la carta che potrebbe complicare ulteriormente le cose anche tra cinquestelle e Pd: perchè chiedere il passo indietro di Di Maio è un’opzione che si fa strada anche tra i dialoganti del Pd, che restano comunque frenati dai renziani.
Nessuna schiarita sul governo. I bookmaker di palazzo scommettono che anche questa settimana passerà inutilmente e forse tutto il mese di aprile non darà frutto.
(da “Huffingtonpost”)
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