Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
DUE GLI SCENARI POSSIBILI
Il variopinto rifiorire di procedure da Prima Repubblica – dagli esploratori ai preincarichi – nei
prossimi giorni potrebbe far lievitare anche il più vintage degli scenari: l’ipotesi di un governo balneare.
Uno di quei governi messi lì per lasciar «decantare», per prendere un po’ di tempo, per traghettare il Palazzo da uno scenario all’altro.
In questo caso per portare il Parlamento verso elezioni anticipate. Nell’ovattato riserbo del Quirinale in questi ore si continua a monitorare l’intensità dei veti contrapposti e i segnali restano poco incoraggianti.
Ecco perchè, assieme alla speranza di dare un governo stabile al Paese, si stanno cominciando ad esaminare anche gli scenari che potrebbero determinarsi in caso di fallimento del mandato esplorativo affidato al presidente della Camera e degli incarichi che dovessero seguire.
E tra le ipotesi c’è anche quella che contempla la possibilità di elezioni in autunno.
In questi primi 55 giorni post-elettorali Sergio Mattarella si è trovato a fronteggiare scenari senza precedenti nella storia della Repubblica: in 72 anni mai era mancata una maggioranza in entrambe le Camere.
Mai era diventata così plausibile la possibilità di una legislatura sciolta nel giro di pochi mesi e senza aver potuto dare la fiducia ad un governo.
Tanto è vero che nelle ultime 48 ore nel Transatlantico i peones più ingenui e i parlamentari più esperti si ritrovano a condividere lo stesso destino: chiedersi quanto siano plausibili le prime date che circolano per le elezioni. C’è il «partito» del 23 settembre, quello del 30 settembre e quello dell’11 novembre.
Fantapolitica? Certamente non sono date che escono dal Quirinale, dove però stanno soppesando tutte le ipotesi su un eventuale tragitto per arrivare allo scioglimento anticipato.
Diversi scenari, ma senza aver optato per uno in particolare.
L’enigma irrisolto ruota attorno ad un bivio ricco di implicazioni politiche e costituzionali. Sarebbe opportuno approdare ad elezioni con un governo, quello Gentiloni, già da mesi in carica per l’ordinaria amministrazione e che vi resterebbe addirittura per tutta la legislatura senza avere una maggioranza?
Oppure si punta ad un governo che sia espressione della legislatura in corso anche se non dovesse ottenere la fiducia? Più opportuno Gentiloni o un «governo di nessuno»? Apparentemente interrogativi da legulei, in realtà questioni che potrebbero porsi nel giro di qualche giorno.
Nel cinquattaquattresimo giorno di post-elezioni, col Palazzo in attesa del risultato delle elezioni in Friuli Venezia Giulia, hanno proseguito a correre voci e boatos di segno opposto.
Al Quirinale quella di ieri è stata registrata come una giornata senza novità , i contatti informali non hanno fatto registrare avanzamenti e comunque al Colle di solito si prendono con le molle le voci di giornata.
E si preferiscono studiare precedenti e opportunità politiche. In questo caso – ecco il punto dolente – un precedente uguale a quello in corso non esiste: le legislature, anche le più corte, hanno espresso tutte governi gratificati dalla fiducia parlamentare.
Non è dato sapere se Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni sinora abbiano affrontato la questione ma negli ultimi giorni il tema sta diventando attuale.
In base ai precedenti, in caso di scioglimento anticipato, il Capo dello Stato ha davanti a sè due scenari possibili: far «gestire» le elezioni dal governo che attualmente è in carica per il disbrigo degli affari correnti, naturalmente dopo un avallo sostanziale da parte di tutte le forze politiche.
Oppure, formare un governo, farlo giurare (da quel momento è in carica) e fargli gestire le elezioni. Sia nel caso di fiducia accordata dal Parlamento, ma anche in caso di sfiducia, ipotesi da non scartare visto il clima di veti incrociati.
I precedenti raccontano che in due casi si è andati allo scioglimento anticipato delle Camere, sotto la guida di governi passati in Parlamento ma senza ottenerne la fiducia. Il caso più clamoroso risale al 1987. Amintore Fanfani, uno dei «cavalli di razza» democristiani, alla guida di un monocolore Dc, fu bocciato dal suo stesso partito ma restò in carica per 102 giorni, dei quali 56 pre-elettorali. Nel 1972 lo stesso destino era capitato a Giulio Andreotti, che rimase in carica dal 18 febbraio al 26 giugno. Precedenti tutti democristiani.
Ai quali aggiungere quello del primo governo balneare della storia repubblicana: lo formò Giovanni Leone nell’estate del 1963. Cinquantacinque anni fa. Seguirono poche altre repliche e sembrava che quegli esecutivi stagionali non dovessero più tornare. Nessuno avrebbe potuto immaginare che il primo Parlamento dominato da due forze anti-establishment potesse essere traghettato da un esecutivo balneare.
(da “La Stampa”)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
LA CAPOGRUPPO SPIEGA I PUNTI DI CONVERGENZA
Roberta Lombardi, capogruppo del MoVimento 5 Stelle in Regione Lazio, in un’intervista rilasciata ad Annalisa Cuzzocrea su Repubblica, spiega che il Lazio potrebbe costituire un modello di intesa tra Partito Democratico e MoVimento 5 Stelle:
Avete accusato il Pd di ogni nefandezza. Ammetterà che è difficile parlarsi.
«Un voto c’è stato, il Paese ha bisogno di cambiare e quindi, come noi a livello regionale abbiamo detto “non ci è piaciuto il risultato ma lo dobbiamo accettare”, la stessa cosa dovrebbe fare il Pd a livello nazionale. Se effettivamente ci sono dei temi su cui convergere».
Ci sono?
«Sulla carta sì. Il tema della lotta alla povertà ci accomuna. Ma certo il modo in cui lo abbiamo declinato noi, con il reddito di cittadinanza che sostiene i consumi e aiuta la riqualificazione in attesa di un nuovo lavoro, è molto diverso dal loro reddito di inclusione».
Solo quello?
«Sulla semplificazione della Pubblica Amministrazione, nel decretoMadia c’erano diversi spunti interessanti». Quali sono secondo lei le leggi irrinunciabili? «Reddito di cittadinanza, conflitto di interessi e anticorruzione».
Senza modifiche?
«Si possono trovare dei punti di mediazione, ma sono norme fondamentali per il Paese perchè si tratta di lottare contro mali endemici da cui tutto deriva».
Se il Pd proponesse un nome terzo per la premiership?
«Non so, dovranno essere i nazionali a trarre le conseguenze. Certo noi siamo gli unici che si sono presentati con un candidato premier e una squadra».
Crede a un ritorno di fiamma con Salvini?
«No. La Lega ha dimostrato un attaccamento a Berlusconi che ha dell’irragionevole».
Lei non avrebbe mai accettato un’intesa con il centrodestra?
«Sarei uscita dal Movimento se ci fossimo seduti al tavolo con Berlusconi. E a ogni sua parola mi convinco di aver ragione, come donna, prima che come persona».
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
LA LEGGE PROPOSTA DAI GRILLINI AVREBBE MESSO IN DIFFICOLTA’ MOLTI SUOI PARLAMENTARI
Nella passata legislatura il MoVimento 5 Stelle aveva presentato una proposta di legge sul conflitto
d’interessi.
La prima firma era quella di Fabiana Dadone, ma la proposta era stata sottoscritta anche da altri big pentastellati come l’attuale presidente della Camera Roberto Fico, il questore anziano Riccardo Fraccaro e il neo capogruppo al Senato Danilo Toninelli. La disciplina proposta dal Movimento 5 Stelle era rigida.
Chiunque aveva partecipazioni superiori al 5 per cento del capitale di una società doveva stare alla larga dai palazzi della politica, a meno che non avesse mollato la propria attività 300 giorni prima delle elezioni.
Nella lista nera figuravano anche i direttori e i vice direttori di testate giornalistiche nazionali.
La parte divertente della vicenda, spiega oggi Salvatore Dama su Libero, è che con quella legge molti parlamentari grillini non avrebbero potuto essere eletti:
Che fine ha fatto quella proposta di legge? Congiunta (e annacquata) in un testo base, è stata approvata alla Camera per poi far perdere le tracce di sè al Senato. E menomale. Perchè allora altro che Berlusconi ineleggibile, il quale manco si è candidato.
Sarebbe stato circa il 20 per cento dei parlamentari grillini a essere in conflitto di interessi. Il dato emerge dalle schede di Openpolis.
Secondo il sito il 19,5% dei portavoce del Movimento 5 Stelle ha incarichi societari, mentre il 20,23% ha partecipazioni societarie.
In particolare viene messo in rilievo il caso di Michele Gubitosa, eletto ad Avellino e socio di 4 aziende e con 8 diversi incarichi.
Non avrebbe avuto conflitti, invece, Emilio Carelli, al momento della candidatura il giornalista aveva già mollato da un bel po’ la direzione di SkyTg24.
Insomma, la legge grillina avrebbe messo in difficoltà molti parlamentari grillini. Chissà se Di Maio quando l’ha rilanciata nei giorni scorsi per fare arrabbiare Berlusconi se ne è accorto.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
“SOGNAVO IN SILENZIO L’ARTE DA UNA CANTINA OCCUPATA, MI IMBUCAVO SUI SET PER MANGIARE IL CESTINO”… “QUESTO FILM E’ UN UNIVERSO D’AMORE”
“Sognavo in silenzio l’arte da un cantina occupata e mi imbucavo sui set per mangiare il cestino. Ero un intruso”.
Marcello Fonte è il protagonista di Dogman, il fim di Matteo Garrone in concorso a Cannes, si racconta in questa video intervista esclusiva ad HuffPost.
E dice: “Oggi mi piace vivere nei film perchè la vita reale mi ha stancato, è troppo difficile. Garrone? È un artigiano, il primo spettatore. Abbiamo fatto un film che è un universo d’amore”.
Alla fine l’asino l’ha spiccato il volo, con un raglio liberatorio, con voce panciuta e un filo schizofrenica. Voce e sguardo puntati a un tanto così dalla telecamera, di striscio per non farsi rubare l’anima, almeno non tutta quanta.
La storia di Marcello Fonte, alias Asino, dal film che ha scritto sulla sua storia, ha un che di favola, di neorealismo ancora vivo, ci trovi dentro Umberto D. e Miracolo a Milano, Mamma Roma e Brutti sporchi e cattivi, ci trovi dentro Verga, Victor Hugo.
Oggi Marcello al telefono parlava di un vestito, uno smoking, non sapeva nemmeno pronunciarlo bene, smochi diceva, e com’era leggero mentre lo diceva. Lo smochi per Cannes, il tappeto rosso, il cinema quello grande, con le luci grandi, con gli schermi grandi.
A raccontare la storia di Marcello Fonte si rischia di sconfinare nella banalità ad ogni riga, ad ogni parola, immaginate che io adesso scriva: – Marcello sta per andare a Cannes, protagonista dell’ultimo film di uno dei pochi geni ancora vivi in Italia, Matteo Garrone, ma è rimasto quel bambino che giocava nella discarica in cui è cresciuto…-
Ma nel mentre l’ho scritto e nessuno se ne è accorto. Cresce davvero in una discarica in fondo alla Calabria, nel fondo della punta di uno stivale mai omogeneo, una infanzia che è già un film. Il bambino piccolo di statura e sempre sporco dello sporco di cui gli altri si liberano in discarica.
La solitudine è primaria, i giocattoli veri pochi, pochissimi e allora Marcello comincia ad inventare il suo mondo, lo costruisce mettendo insieme pezzi di vite d’altri e immaginazione sua, parla con Dio che però confonde spesso con il suo Io, un dio senza D, la D di Umberto probabilmente.
Quando racconta di quel bambino è bellissimo notare che lo fa in terza persona, con gli occhi leggermente lucidi, come se stesse raccontando un personaggio. Alterna i racconti Marcello, poichè la narrazione vuole alternanza, cambio di registro.
Quindi appena la tragedia comincia a diventare mono tono, racconta di quando è stato investito da una 112, non si ricorda bene il colore ma pare fosse arancione, per un pezzo di pizza con le olive, mentre attraversava la strada.
Ed è questa la seconda volta che Asino vola, sbalzato da quella macchina. Poi il coma, tre giorni, e poi resuscita, ma appena sveglio la prima cosa che dice è: voglio morire!
In una nota a piè di racconto aggiunge che l’investitore, preso dal panico e dal rimorso, propose alla madre come risarcimento la 112 arancione.
Il bambino nonostante tutto cresce, non troppo ma cresce, vuole fare il meccanico, costruire, ha sviluppato tecnica e capacità , sa riconoscere uno scarto da un rifiuto, ciò che può avere una nuova vita da ciò che andrebbe sepolto per sempre, come i ricordi che fanno male al cuore e alla testa.
Cresce col tamburo che suona nella banda al posto del flicorno che i genitori non sono riusciti a comprare, pure il tamburo se lo deve aggiustare da solo.
A Roma il fratello fa lo scenografo, lo raggiunge per uno spettacolo, serve un musicista di strada per tre giorni, quei tre giorni durano ancora oggi, vent’anni dopo.
Ma serve una sistemazione, e Marcello trova una cantina di 14 metri quadrati, senza alcun servizio, nè acqua nè luce. Senza bagno. Impara ad usare i giornali e le bottiglie di plastica, ma quelle da tè che hanno il boccaglio più largo.
Serve un lavoro, prima aiuto scenografo, attrezzista. Abituato a gestire i materiali, riesce bene, impara il mestiere, scopre l’avvitatore. Un oggetto del diavolo o di Dio non sa ancora decidere. Una vite può essere avvitata in due secondi e senza fatica, la cosa migliore che l’uomo abbia inventato, l’avvitatore, ce ne dovrebbe essere uno in ogni famiglia sostiene.
Mentre inchioda cantinelle sui set, una strana forza lo attira verso l’altro lato dell’occhio magico, sotto le luci calde e accecanti, si imbuca fra le comparse vere e riesce a farsi vestire per il film, così che il capo comparsa fa prima ad inserirlo che a cacciarlo. Fulminato sulla via di Cinecittà , la nuova vita di Marcello prende il volo, Asino vola per la terza volta.
I cestini del cinema gli consentono di vivere, le esperienze si accumulano, sempre piccole cose, ma sempre presente. Lavora per tre mesi in Gang of New York, convinto che il regista fosse Scozzese della Scozia e non Scorsese delle Americhe. Resosi conto dei suoi limiti, comincia a studiare, ha sempre preso tutto sul serio Marcello, specialmente il cinema.
Matteo Garrone ha colto nel segno di nuovo, non sbaglia un colpo, Dogman si preannuncia come l’ennesimo capolavoro di un artigianato d’arte vera, con un regista di un altro mondo e un attore di altri tempi.
Adesso Asino sta per volare di nuovo, verso Cannes. Quando chiude la telefonata con la tizia dello smochi, sembra un po’ dispiaciuto, ha realizzato che non potrà vestirsi con il giubbotto leopardato che aveva addosso quando ci siamo conosciuti. Secondo lui non avrebbe sfigurato sul Red Carpet.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
PROTAGONISTA UN 17ENNE IN UN ISTITUTO SUPERIORE DEL PISANO, SOSPESO E DENUNCIATO
E’ accaduto lo scorso febbraio, in un’aula di un istituto superiore del Pisano. Uno studente di
diciassette anni ha puntato una pistola alla fronte del suo professore per umiliarlo davanti alla classe, urlandogli di alzare le mani e abbassare la testa.
Solo dopo avrebbe detto che era un’arma giocattolo e che stava scherzando.
Il ragazzo è stato sospeso e indagato per violenza privata continuata, minacce e ingiuria. La “colpa” del professore, quella di averlo richiamato energicamente all’ordine.
Secondo quanto riportato da La Nazione, il nuovo atto di bullismo si sarebbe verificato nel gennaio scorso.
Ancora scosso, l’insegnante avrebbe quindi chiesto l’aiuto di una collega che si sarebbe incaricata di riferire la vicenda al preside.
A quel punto il 17enne avrebbe riempito di insulti anche lei, cercando di impedirle di entrare nell’ufficio del dirigente scolastico, parandosi davanti alla porta. Sui fatti procede la procura presso il tribunale dei minori di Firenze e indaga la polizia.
Per lo studente, assistito dall’avvocato Tiziana Mannocci e che secondo quanto appreso sarebbe già stato interrogato, potrebbe arrivare la richiesta di rinvio a giudizio.
Si tratta di un episodio grave, che rienta in un fenomeno che è andato ad intensificarsi negli ultimi anni. E’ recente il caso di Lucca e quello di Lecce. Nel primo uno studente minaccia il professore e gli intima anche di inginocchiarsi fra le risate della classe, nel secondo l’allievo ha preso a calci il prof e ha cercato di colpirlo con una sedia. In entrambi casi i ragazzi hanno chiesto poi scusa per il loro comportamento.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
IL NODO DI MAIO PREMIER E CHI GESTISCE LA TRATTATIVA
Obiettivo: sedersi al tavolo con i Cinquestelle ma senza umiliarsi, con una posizione di forza, con la delegazione giusta per trattare al meglio (cioè senza Maurizio Martina).
Matteo Renzi vuole giocarla fino in fondo questa partita: è la sua occasione per riabilitarsi in politica, di nuovo da leader dopo la sconfitta elettorale.
E allora oggi, archiviato il mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico, il segretario dimissionario del Pd tiene a freno la parte ortodossa tra i suoi, contrari al dialogo con i 5s. E si mette al lavoro per pianificare per bene la direzione Dem di giovedì prossimo. Domenica, dopo un lungo silenzio, torna in tv, da Fabio Fazio su Raiuno.
Oggi intanto è tornato a Roma dopo aver passato i giorni a cavallo della festività del 25 aprile a Firenze. Uno stop in libreria, a comprare testi che immortala e posta su Facebook: ‘Era di maggio, cronache di uno psicodramma’ di Mughini, ‘Con i piedi nel fango’ di Carofiglio, titoli che non a caso evocano la tormentata condizione del Pd e dei suoi dirigenti, a partire da Renzi stesso.
Poi è a pranzo con il tesoriere Francesco Bonifazi e il fedelissimo ex portavoce Filippo Sensi. Inizia una settimana di fuoco, quella più importante per il futuro politico del Pd.
“Se ci giochiamo male questa partita, non lo avremo più un futuro”, ci dice un dirigente Dem, mettendo l’accento “non tanto sul sì o sul no ai cinquestelle, ma sul come ci si arriva. Il punto non è cosa si fa alla fine, ma come si arriva a quel punto: forti o deboli?”.
Ecco spiegato il perchè delle parole grosse volate fino a ieri. Non è escluso che ritornino da qui a giovedì, se servirà allo scopo.
Cioè costruirsi una corazza per arrivare ‘armati’ al confronto con i pentastellati. Di certo, ora il Pd renziano sta soppesando tutte le mosse per potersi sedere al tavolo di confronto sul programma e sul governo con i cinquestelle da una condizione di forza. Spiega il Dem Ettore Rosato, vicepresidente della Camera: “Ci sono due precondizioni” nel confronto con i 5 Stelle, “la prima è quella che loro considerino chiuso il dialogo con la Lega e la seconda è che considerino la stagione delle riforme del Pd un elemento positivo per questo Paese. Se ciò non fosse per noi non sarebbe possibile fare un governo con chi considera quei 5 anni” in modo negativo e “vuole smontare le cose fatte dal centrosinistra”.
Ma questi sono i preamboli. Come pure la questione ‘Di Maio premier’: nel Pd e tra gli stessi renziani ci sono approcci diversi sul tema: c’è chi lo accetterebbe, chi invece è convinto che debba fare un passo indietro per aprire il dialogo. Il fatto è che a monte di tutto, ci sono altri problemi. Interni al Pd.
Il primo si chiama Maurizio Martina, il reggente. Nella cerchia del segretario dimissionario ormai hanno sciolto le riserve su di lui dopo un periodo di attenta osservazione: pollice verso, lo giudicano inadatto alla trattativa.
“Ieri dopo aver incontrato Fico – si sfoga un renziano — Martina ha esordito con un ‘Ci sono passi in avanti…’! Poi è uscito Di Maio a criticare l’operato dei governi Renzi e Gentiloni… Insomma il Pd ne è uscito umiliato! Non è così che si fa una trattativa. Lo dico per il bene del partito, non per una sua parte… Martina è capace di uscire dall’incontro con Di Maio dicendo che la Tav non si deve fare!”.
Battute al veleno. Insomma, il primo problema da risolvere è a chi affidare un confronto così delicato.
E’ escluso che sia Renzi stesso ad assumersi direttamente l’onere della trattativa, nonostante che nel partito più di qualcuno gli stia chiedendo di ritirare le dimissioni e tornare alla guida. “Non lo bruciamo così”, dicono i suoi.
“Non si può abdicare dall’essere un leader, Renzi è in campo senza se e senza ma. Ma non è nei suoi programmi tornare segretario: è nel programma di tanti nostri militanti, non di Renzi”, dice Rosato.
Problema aperto, ma giovedì il nodo dovrà essere sciolto se davvero si riuscirà ad approvare un documento che dà l’ok all’avvio del tavolo con i cinquestelle per verificare se esistono le condizioni per parlarsi. Di più non potrà esserci, per ora.
“Anche solo per tattica, non possiamo non sederci al tavolo con il M5s — ragiona un altro renziano — Nel 2013 i Cinquestelle si sono seduti al nostro tavolo, prima con Bersani, poi con Renzi. E’ finita come è finita, Renzi ha detto a Grillo ‘esci da questo blog!’, ma ci sono venuti. Dobbiamo farlo anche noi”.
Naturalmente per ora il punto è fare bella figura nel confronto con Di Maio, non è farci un governo insieme a ogni condizione. Ovvio. Anche perchè una volta partito il tavolo, la sua riuscita dipende anche dalle condizioni esterne. E cioè dal rapporto che ci sarà e se ci sarà tra Di Maio e Salvini dopo le elezioni in Friuli.
“E’ chiaro che se il M5s perde definitivamente la sponda leghista, perchè Salvini non strappa con Berlusconi, sono costretti a trattare solo con noi e possiamo ottenere di più”, sono i calcoli di casa Pd.
Salvini e Berlusconi per ora smentiscono prospettive di rottura. E il leader leghista oggi rinnova l’invito a Di Maio, ma soprattutto parla molto di voto anticipato prima dell’estate. “Bastano 15 giorni per fare una nuova legge elettorale” con una maggioranza Lega-M5s, dice.
Una cornice esterna che spinge il M5s spalle al muro, vero, ma non migliora la condizione del Pd, partito sconfitto che certo non punta al voto anticipato. Si incontreranno nel mezzo?
Su entrambi ci sono le pressioni del Quirinale. Sergio Mattarella di fatto aspetta la direzione del Pd prima della sua prossima mossa.
Soprattutto per i Dem sta diventando difficile reggere la pressione esterna e interna. Renzi dal canto suo comincia a mettere a fuoco l’occasione per rientrare in partita. Fino a qualche settimana fa, non aveva un ruolo in campo: ora sì, non lo molla facilmente, ma lo tiene solo a certe condizioni. Obiettivo: riabilitazione politica. Quella che la parte cosiddetta ‘dialogante’ del partito, da Martina a Franceschini, non vuole dargli. Ecco: il punto è che la trattativa-non-trattativa con il M5s si incrocia con lo scontro interno sul congresso, non un dettaglio.
Ma d’altronde, senza Renzi un accordo tra Pd e M5s è impossibile. Perchè se anche i renziani finissero in minoranza in direzione, se vincessero Martina e Franceschini, a Di Maio non converrebbe siglare un’intesa solo con loro, senza Renzi.
Si tradurrebbe in un “Gigino stai sereno”. A Enrico Letta, si sa come è finita.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
ANCHE LA RIFORMA DELLA LEGGE FORNERO SARA’ SMUSSATA… IL CAPO POLITICO DEL M5S EVITA DI ANDARE IN FRIULI PER NON ALZARE I TONI CON I DEM
La testa M5s non è al Friuli Venezia Giulia. Luigi Di Maio non ci ha messo piede nel giorno di
chiusura della campagna elettorale, non vede il successo e non può alzare i toni contro Debora Serracchiani essendo il governatore uscente del Pd.
Il cortocircuito sarebbe totale poichè in queste ore il capo politico grillino pensa solo al “contratto” di governo da siglare proprio con i dem.
Un contratto che potrebbe essere purificato dalle tante battaglie, come quelle contro il Jobs Act o la Buona scuola. In cambio però i pentastellati vogliono mettere per iscritto l’introduzione del reddito di cittadinanza, mentre i dem in queste ore insistono sull’ampliamento del reddito di inclusione.
Il punto di caduta è ancora da trovare. Ma la notizia è che la trattativa è partita.
Per sbrogliare la matassa non basterà quindi il consiglio dei saggi nominato dall’aspirante premier. La via maestra è una sola, sulla quale si ragiona negli uffici pentastellati: le divergenze non dovranno avere spazio.
I 5Stelle fanno già capire che, per arrivare alla chiusura del cerchio con Di Maio a palazzo Chigi, sono pronti a rivedere anche quelli che sono sempre stati i punti cardine delle loro battaglie nonchè dell’ultima campagna elettorale, compresa l’abolizione della legge Fornero.
Il tavolo deve ancora partire ma i primi messaggi sia da un lato sia dall’altro vengono già lanciati attraverso gli sherpa per capire, prima del via libera della Direzione dem del 3 maggio, i margini della trattativa e fino a che punto si è disposti a cedere.
Gli abboccamenti tra gli emissari si fanno strada. Nel contratto, al netto del fatto che ancora ci si deve sedere attorno al tavolo, con ogni probabilità non si parlerà per esempio di abolizione della riforma della Buona scuola.
“Metteremo giusto qualche ritocco”, viene spiegato da chi lavora per trovare una soluzione al complicato puzzle. E il Jobs Act? “Sarà impossibile chiedere la reintroduzione dell’articolo 18”.
Azzardo quest’ultimo speso nello sprint finale prima del voto del 4 marzo. Piuttosto si parlerà di taglio permanente del costo del lavoro a tempo indeterminato per dare più soldi in busta paga ai lavoratori e abbattere i costi per le imprese.
Rinunce e trattative, quindi.
“Siamo fiduciosi. Quello con i dem è un percorso serio”. Il capo politico va ripentendo queste parole per rassicurare il Movimento, la base in subbuglio e gli interlocutori. Questi ultimi sempre più propensi a sedersi al tavolo per iniziare una trattativa sul programma e sulla squadra di governo.
Danilo Toninelli, il capogruppo M5s a Palazzo Madama, scrive quando tanti parlamentari, che fanno seguito agli attivisti, avanzano dubbi sull’incompatibilità tra i due mondi: “Certamente con il Pd restano distanze e differenze ed è per questo che non proponiamo un’alleanza, ma un contratto vincolante per dare ai cittadini risposte concrete”. Poco cambia.
L’ammissione arriva dal deputato Andrea Colletti, voce che esce allo scoperto in queste ore di forti perplessità . “Io mi sento un pò male al pensiero di fare un contratto di governo con il Pd, sono onesto – sostiene – ed è quasi impossibile… diciamo che c’è il 20% di possibilità che questa interlocuzione vada a buon fine; e il 20% è una percentuale molto alta che fa capire la difficoltà di riuscire a concordare con questo partito che abbiamo combattuto in questi 5 anni”.
Poi avverte lo stato maggiore grillino che sta trattando in queste ore: “Non può essere un accordo al ribasso. Sappiamo che non possiamo ottenere 100 ma visti i risultati possiamo puntare al 70”.
A correggere il tiro ci pensa Alfonso Bonafede, aspirante ministro e sempre misurato nelle dichiarazioni: “Siamo gli unici che stanno cercando di costruire un dialogo finalizzato non più alle vecchie alleanze a cui siamo abituati, ma a qualcosa di nuovo: un contratto di governo”.
Il Pd, dopo che il segretario Maurizio Martina aveva lanciato le tre macroaree su cui intervenire, ovvero lavoro, povertà e famiglie, adesso fa trapelare più dettagli che rientrano sempre nei messaggi inviati al Pd per aprire una trattiva.
Chiederà che venga fatta una chiara scelta di campo europeista, per confermare l’Italia nel gruppo di testa dei paesi che vogliono una svolta politica e sociale di Bruxelles. Poi un atto d’impegno per rafforzare la democrazia rappresentativa, dando piena attuazione prima di tutto all’articolo 49 della Costituzione, quello sui partiti che non è mai stato regolamentato e attuato. Un tema su cui Pd e 5Stelle si sono scontrati duramente.
Per quanto riguarda l’agenda economica e sociale il Pd chiederà di non parlare di reddito di cittadinanza, ma di assegno universale per le famiglie con figli ed estensione del Reddito di inclusione voluto dai dem durante i governi passati.
Per i grillini sarà importante però rivendicare la vittoria su quello che è il principio chiave di tutta la politica pentastellati. Su tutto il resto sono pronti a cedere.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
MA ANCHE TRA GLI ELETTORI DEM IL 40% E’ FAVOREVOLE
Elettori M5s spaccati su possibile accordo di governo tra Luigi Di Maio e il partito dell’ex segretario Matteo Renzi.
La domanda rivolta a 300 persone che hanno votato per i grillini è secca: “Se M5s decidesse di fare il governo con il Pd, lei sarebbe d’accordo?”. Il 49% ha risposto di sì, il 51% di no.
Lo rivela un sondaggio realizzato il 27 aprile da Swg e commissionato da La7 che fa capire come la base pentastellata sia spaccata.
Stessa domanda, ma al contrario, è stata rivolta agli elettori Pd. In questo caso l’ipotesi viene bocciata: “Se il Pd dovesse fare il governo con M5s, lei sarebbe d’accordo?”. Il 40% ha detto di essere d’accordo mentre il 60% ha respinto l’idea di un esecutivo insieme.
Nel dettaglio, tra gli elettori M5s l’11% si è detto del tutto d’accordo, il 38% più tiepido ha detto solamente di essere d’accordo. Mentre il 29% è in disaccordo, il 22% del tutto in disaccordo.
Dall’altra parte del campo, quello dem, il 9% è del tutto d’accordo a un’intesa, mentre il 31% solo d’accordo. Infine il 27% in disaccordo e il 33% del tutto in disaccordo.
Va comunque sottolineato che i favorevoli sono in crescita anche considerando che si tratta di due partiti in polemica feroce da anni
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
“ASCOLTARE SEMPRE E COMUNQUE, NON COMPORTARSI COME FECERO I CINQUESTELLE CON BERSANI”
La ragione deve prevalere sul sentimento, sull’irritazione per una campagna elettorale condotta su
fronti opposti dove Pd e Cinquye stelle si sono combattuti aspramente.
“Comprendo bene le resistenze di chi si è sentito insultato e mandato a quel paese per anni – osserva Farinetti. Tuttavia occorre tenere conto della loro svolta. Proverei a buttare giù le 4 o 5 cose da fare di sicuro, di cui la prima una nuova legge elettorale, in 6/12 mesi. E poi si torna a votare con un sistema che assicuri la governabilità . Non credo sia possibile governare insieme per 5 anni, troppo diversi. I 5 stelle hanno compiuto una svolta epocale: dichiarano disponibilità al compromesso, a collaborare, a rinunciare a parte del proprio programma annunciato, a sentire le ragioni altrui”.
Farinetti fa il saggio e sul Pd chiosa:
“A forza di comportarsi per il bene del Paese e non del proprio partito prima o poi il Pd sarà compreso. La vita è un film a lieto fine… con in mezzo tante sconfitte”.
(da “Huffingtonpost”)
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