Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL SINDACO MEROLA APRE AL DIALOGO CON IL M5S
Il “rosso” dell’Emilia Romagna oggi è un colore sbiadito. La regione “a tinta unita”, un tempo cuore pulsante della sinistra italiana, non è più un monolite.
Il rosso si è mescolato al verde della Lega e soprattutto al giallo del Movimento 5 Stelle, primo partito anche in Emilia alle ultime elezioni politiche.
Il centrodestra è stato la prima coalizione, ma i grillini hanno staccato il Pd di un punto percentuale.
Nel Pd emiliano si è aperta una riflessione sul da farsi, su come comportarsi di fronte all’offerta grillina di andare al governo insieme.
Il Pd emiliano conta 42 mila iscritti, di cui circa 15 mila nella sola provincia di Bologna, tra le maggiori federazioni d’Italia. Un peso specifico considerevole nelle scelte del partito, che nella direzione del prossimo 3 maggio deciderà se sedersi al tavolo con Luigi Di Maio.
L’ala “dialogante” in questi giorni si sta allargando.
Al livello locale, quasi tutto lo stato maggiore del partito ufficialmente tace. L’unico a esporsi è stato il sindaco di Bologna, Virginio Merola, che due anni fa ha toccato con mano l’indebolimento della sinistra nella sua città . Merola è stato rieletto al ballottaggio sconfiggendo la leghista Lucia Borgonzoni, fedelissima di Matteo Salvini e oggi senatrice.
Durante le celebrazioni per il 25 aprile, il primo cittadino si è espresso in modo chiaro. Bisogna confrontarsi con i Cinque stelle “sui programmi e sulle cose da fare per il Paese mettendo da parte i nomi”.
Una linea opposta rispetto a quella enunciata subito dopo il voto, quando Merola aveva detto no a ipotetiche alleanze con i grillini.
A Bologna città c’è una contrapposizione di vecchia data tra il vertice del partito e il sindaco. Il numero uno del Pd è il deputato Francesco Critelli, che al congresso nazionale aveva sostenuto Andrea Orlando e oggi si è avvicinato a Renzi.
Sarebbe stato proprio l’ex segretario dem a chiedergli di candidarsi. Critelli non si è ancora pronunciato sull’ipotesi di scendere a patti con i grillini, ma chi conosce il Pd bolognese ritiene improbabile che Critelli si discosti dall'”Aventino” indicato da Renzi.
La componente renziana si è però spaccata subito dopo il voto. Un esempio è l’ex senatrice Francesca Puglisi, in rotta con il segretario dimissionario dopo le polemiche sull’eccessiva presenza di uomini nelle liste:
“I programmi sono senz’altro distanti, ma il Pd ha il dovere di andare a verificare se ci sono cose utili da fare per il Paese”. A Bologna si è schierata per l’apertura anche la prodiana Sandra Zampa, mentre la linea dell’opposizione è stata finora difesa dal deputato Andrea De Maria.
Molti militanti non si sono ancora fatti un’opinione: “Si dice sì o no sulla base di proposte concrete e chiare, in questo momento manca la chiarezza sul da farsi”, spiega la presidente della direzione cittadina, Giuliana Sabattini.
Il presidente della Regione Stefano Bonaccini non commenta l’ipotesi di alleanza con i Cinque Stelle. Ma in viale Aldo Moro, sede della Regione, si sussurra che l’amministrazione stia dando segnali di “scongelamento”.
La vice presidente Elisabetta Gualmini, tra le prime a sostenere la linea del dialogo, ha ripetuto che “a determinate condizioni” il dialogo con i grillini è possibile”.
I partiti rappresentati in consiglio regionale hanno letto con interesse le dichiarazioni rilasciate oggi da Raffaele Donini, già numero uno del Pd a Bologna e oggi assessore ai Trasporti. Donini, considerato un fedelissimo di Bonaccini, fa parte dell’area vicina a Maurizio Martina.
L’assessore ha sottolineato le forti contrapposizioni tra M5S e Pd, ma poi ha aggiunto: “Un governo al Paese bisognerà pur darlo perchè l’alternativa a questo scenario sono le elezioni anticipate, che potrebbero di nuovo non risolvere i problemi”. Il segretario regionale del Pd è Paolo Calvano, che proviene dal gruppo legato a Dario Franceschini, ferrarese.
Calvano ha affidato il suo pensiero a Facebook, ammettendo che il partito è combattuto sul da farsi. L’apertura, seppur timida, però arriva: “Siamo consapevoli che il nostro 18 per cento ci consentirebbe di condizionare ogni azione di governo che volesse portare l’Italia fuori dall’Europa, o che volesse riportare indietro le lancette sui vaccini, o che volesse inventare un reddito di cittadinanza”, anzichè rafforzare gli strumenti di sostegno già esistenti.
Nelle altre città sono in pochi a esporsi. A Reggio Emilia, città di Delrio, governa il Pd con Luca Vecchi, e nessuno scommette sul fatto che il sindaco si discosterà dalla linea renziana.
A Rimini e a Ravenna governano rispettivamente Andrea Gnassi e Michele De Pascale. Entrambi sono considerati vicini al presidente Bonaccini.
De Pascale nell’ultimo periodo ha però criticato il modo in cui Renzi ha gestito il Pd. Il sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli, è invece considerato piuttosto estraneo alla logica delle correnti. Oggi ha aperto al dialogo con i grillini, per evitare guai peggiori: “Prima dei calcoli di partito viene l’interesse del Paese. Non credo che un governo M5S-Lega sarebbe nell’interesse dell’Italia e nemmeno le elezioni anticipate”. Sugli amministratori pesa anche il timore che un accordo tra leghisti e grillini possa pesare sulle prossime elezioni nei Comuni.
In Emilia la maggiore città al voto è Imola: “Qui stiamo costruendo una coalizione di centrosinistra completamente alternativa rispetto al Movimento”, dice l’ex sindaco Daniele Manca, oggi senatore. Se eventuali trattative non saranno precedute da una seria discussione politica, aggiunge Manca, “si rischia di non tornare nelle nostre città , dove ci hanno votato per non far governare i 5 Stelle”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
SE DOVESSE ARRIVARE UN SI’ AL DIALOGO, ULTERIORE GIRO DI CONSULTAZIONI E UN PREINCARICO
Tutto torna nelle mani di Sergio Mattarella. Che a Pd e M5S concede un’altra settimana per
verificare se questo matrimonio a due si potrà celebrare o no.
Di fatto, c’è tempo fino alla direzione dem convocata il 3 maggio e, probabilmente, ad una parallela consultazione all’interno del movimento di Grillo.
Tocca ai due partiti dunque, sulla base dei segnali positivi di “dialogo avviato” portati al Colle dall’esploratore Fico, ricercare autonomamente le convergenze necessarie.
Il mandato esplorativo del presidente della Camera infatti si chiude qui, come ha sottolineato lui stesso, e non ci saranno tempi supplementari come in molti si aspettavano.
“Esito positivo” dai suoi colloqui, ha certificato infatti.
Dunque, è stata questa la valutazione di Mattarella, quanto basta per mettere direttamente i due partiti di fronte alle loro scelte e responsabilità . Insomma, per stanarli senza ulteriori passaggi o proroghe a Fico.
Ma, d’ altra parte, significa anche che sia pure dietro le quinte dovranno in questa settimana di stand-by far riferimento personalmente allo stesso Mattarella. Che sarà in fondo il vero regista di una pausa di riflessione concessa, e che si annuncia come decisiva.
Come una specie di terzo giro di consultazioni del Colle non esplicito.
Il Quirinale, dopo i due mandati esplorativi, si riprende la scena, e saranno i contatti informali e la moral suasion di Mattarella a far da baricentro. Con particolare attenzione nei confronti del Pd e dell’ala renziana che dovrà così nel caso assumersi il compito di dire no ad un’ipotesi di governo.
“Si è avviato il dialogo fra M5S e Pd – constata Fico – che avranno riunioni al loro interno per verificare questa possibilità “. L’esploratore, salito nel pomeriggio a riferire al presidente dopo i nuovi incontri della mattinata con Martina e Di Maio, parla di confronto aperto e avviato fra pd e m5s, della discussione interna in corso in entrambi i partiti, di come a suo avviso sia “importante e responsabile” che avvenga a partire da “temi e programmi” nell’interesse del paese.
Troppi otto giorni di pausa? Al colle si fa notare che Casellati fra incarico e ritorno a riferire ne ha avuti sei, e che adesso ci sarà di mezzo anche il ponte del 1 maggio.
Ma che succederà il 4 maggio, dopo la direzione del pd e la consultazione interna dei grillini? Se dovesse arrivare un sì, Mattarella potrebbe compiere un altro rapido giro ufficiale di consultazioni e poi anche affidare il preincarico.
Con una fumata nera, si chiuderebbe definitivamente anche questa strada per la maggioranza, dopo il fallimento dell’opzione centrodesta-grillini.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
GLI PSICOPATICI SOVRANISTI DEL “KI TI PAKA” HANNO GIA’ TROVATO CHI ACCUSARE DI TRAMARE PER IL GOVERNO GRILLINI-DEM
Che in certi ambienti di destra psicopatica sia abitudine agitare lo spauracchio dell’ebreo ungherese George Soros non è una novità .
Di volta in volta il magnate magiaro e fondatore della Open Society Foundation è accusato di sempre nuove nefandezze e di tramare alle spalle dei popoli sovrani.
Per Giorgia Meloni era Soros ad esempio a volere il referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia.
Secondo Matteo Salvini invece Soros finanzia le ONG “in combutta con gli scafisti”.
Ma il complotto di Soros non è un’esclusiva di alcuni.
Nel MoVimento 5 Stelle anche Danilo Toninelli e Beppe Grillo pensano che dietro le associazioni che prestano soccorso in mare ai migranti nel Mediterrano Centrale ci sia il terribile Soros.
Durante la campagna elettorale poi lo spauracchio del complotto demo-pluto-giudaico venne utilizzato per far credere che la Open Society Foundation aveva finanziato sia il M5S che la Lega. L’obiettivo era convincere gli elettori a votare per quei partiti sovranisti che non si erano fatti dare i soldi da Soros.
Come si potrà intuire il paradigma di Soros è un complotto estremamente duttile e versatile. Così facile da usare che vi si può ricorrere in ogni occasione.
Ad esempio diversi militanti leghisti o elettori della Lega Nord in questi giorni stanno sul chi vive perchè dopo il fallimento delle trattative tra Lega e MoVimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha aperto ad una possibile alleanza con il Partito Democratico. Un accordo di governo è ancora di là da venire ma questo è solo un dettaglio.
E chi ci può essere mai dietro la decisione di scaricare il Capitano Salvini, leader della coalizione che ha preso più voti, per tentare la strada di un governo con il Partito Demcratico?
Solo una persona, che più che una persona ormai è un complotto vivente: George Soros.
Il suo nome evoca immediatamente i più foschi presagi e il sospetto dello zampino del Nuovo Ordine Mondiale non è ancora del tutto escluso (però non si sa bene se i Rothschild e i Bilderberg sono della partita).
Il Governo M5S + PD non è altro che un “Governo Soros” (con l’aggravante come sempre di non essere eletto dal popolo). C’è già chi con molta fantasia ha trovato il simbolo del nuovo grande partito mondialista. Si chiamerà PD, ma si leggerà Pentastellati Democratici.
Il piano, spiegano alcuni utenti, è stato studiato a tavolino già diversi mesi fa e non farà altro che dar vita ad una nuova DC.
Certo, rimane da spiegare come mai la legge elettorale che ci ha portati a questa situazione sia frutto di un accordo tra Partito Democratico, Forza Italia e Lega Nord, che hanno votato il Rosatellum sia alla Camera che al Senato.
Se davvero Soros avesse voluto un governo con M5S e PD perchè la Lega ha votato il Rosatellum?
È necessario andare più a fondo, e trovare ad esempio l’immancabile zampino del gender e del relativismo etico.
Il programma dell’asse M5S è fatto — spiega un utente non conforme — di «assistenzialismo, immigrazione incontrollata, droga libera e follie gender». Il che messa così sembra quasi il Paradiso, ma non bisogna cedere alle tentazioni: «mai con i servi di Soros!».
C’è chi azzarda un’analisi più accurata, frutto di un’attenta lettura del programma elettorale del MoVimento 5 Stelle per quanto riguarda il tema più interessante per i leghisti: l’immigrazione.
Quello che ovviamente nessuno dice — spiega un utente — è che “a dettare la linea pro immigrazione del MoVimento sembra essere il magnate Soros” il quale è “fautore della sostituzione dei popoli e finanziatore delle ONG“.
Tutto nasce dal fatto che a curare alcune parti del programma sia stato l’avvocato di ASGI associazione di studi giuridici sull’immigrazione colpevole di essere finanziata dalla Open Society.
Resta da chiedersi come mai queste cose siano venute fuori solo ora, che il M5S ha scaricato la Lega e il centrodestra e non prima.
Ma saranno solo coincidenze.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
FLOP WEB E STARTUP DURATE UN GIORNO, OGGI SI DEFINISCE “CONSULENTE DELL’INNOVAZIONE”
Consulente economico, passepartout nei salotti che contano, esperto di tecnologie. E poi gentleman
elegantissimo, fine dicitore, sempre a portata di microfoni e telecamere, quando non è ospite (e succede spesso) dei talk show televisivi.
Ecco a voi Arturo Artom, che in queste settimane di pochi fatti e tante chiacchiere politiche è diventato una sorta di voce narrante dei programmi a Cinque stelle, quelli ad uso e consumo degli imprenditori, i piccoli specialmente.
Del resto, il suo rapporto con Davide Casaleggio è cordiale e strettissimo, come ha più volte garantito l’Artom medesimo. Un rapporto tramandato da Casaleggio senior a Casaleggio junior.
Oltre all’azienda e al ruolo di gestore ultimo del movimento grillino, il giovane Davide ha infatti ereditato dal padre Gianroberto anche i buoni consigli del facondo imprenditore che da anni percorre l’Italia per annunciare la buona novella dell’innovazione tecnologica.
Così, un paio di settimane fa, nessuno si è stupito nel vedere Artom aggirarsi nel parterre di Sum#02, la due giorni di dibattiti organizzata dalla Fondazione Gianroberto Casaleggio, impegnatissimo a distribuire buoni consigli e pacate considerazioni, sempre gentile, con un sorriso amichevole perennemente stampato in volto.
Chi lo conosce bene giura che non recita. È proprio fatto così, gli viene naturale. Come quando, qualche giorno fa, il consulente ad alta fedeltà grillina, ospite di un salotto televisivo, ha lasciato cadere un paio di parole sul viaggio in treno in compagnia di Roberto Fico.
Entrambi in seconda classe, ovviamente, in osservanza del galateo pauperista appena introdotto dal neoeletto presidente della Camera. È un copione sperimentato, ormai. Artom è ospite gradito del Frecciarossa a Cinque stelle in viaggio verso il potere. Televisione e giornali lo presentano come fedele interprete ed esegeta dell’impresario Casaleggio, anche se formalmente non ha nessun incarico nell’organigramma del Movimento.
A questo punto tornerebbe forse utile la classica citazione dal film “Ecce Bombo” di Nanni Moretti, quel «faccio cose, vedo gente» che ha scolpito nella roccia della memoria collettiva il disimpegnato affaccendarsi di chi riesce a stare a galla sempre e comunque, a prescindere dal curriculum e dai risultati.
Nel suo sito internet personale, così come nel profilo Linkedin reperibile in Rete, Artom elenca iniziative, attività e cariche che ne hanno scandito la carriera.
Arrivando ai giorni nostri si scopre però che la lista avrebbe bisogno urgente di un qualche aggiornamento.
La biografia ufficiale del promoter dei Cinque stelle racconta per esempio che «nel marzo del 2013 è entrato nel comitato scientifico di Ernst Young Italy», filiale dell’omonima multinazionale della consulenza.
Una permanenza breve, visto che quel comitato «non esiste più da qualche anno», come spiega un portavoce della società .
Nel curriculum pubblicato online si legge anche che Artom è il «fondatore del Forum della meritocrazia». Il suo nome però non compare più nel direttivo dell’associazione.
Poco male. Se non fosse che anche le banche dati della Camera di commercio associano il nome dell’imprenditore milanese, 52 anni compiuti a marzo, a una serie di iniziative che hanno avuto vita breve.
C’è Muvis, azienda nata nel 2005 per lanciare un innovativo modello di lampada comandata a distanza grazie a una tecnologia wifi.
Un’invenzione destinata a rivoluzionare l’industria illuminotecnica, pronosticava qualcuno, ma la società è finita in liquidazione nel giro di un paio di anni.
È arrivato ben presto al capolinea anche il sito “YourTrumanshow.com”, fondato da Artom nella Silicon Valley californiana. Obiettivo dichiarato: aprire una finestra sulla rete per un pubblico ansioso di raccontare la propria storia per immagini.
Col senno di poi si può dire che il modello di business pare simile a quello di social network come Instagram o Snapchat, destinati a un immenso successo. YourTrumanshow, invece, è rimasta al palo.
Nessuna sorpresa, allora, se la Artom Innovazione, la holding nata per gestire questi progetti, è diventata un guscio vuoto, con bilanci (l’ultimo depositato risale al 2008) da poche decine di migliaia di euro.
Peccato, perchè la carriera del futuro consulente dei Cinque stelle era partita sotto ben altri auspici. Un quarto di secolo fa, il giovane Artom, allora neppure trentenne, era andato alla carica di un bersaglio grosso, il più grosso in circolazione.
Telsystem, la sua aziendina di telecomunicazioni, aveva sfidato il monopolio di Telecom Italia, che all’epoca si chiamava ancora Sip.
Quando il gruppo pubblico cercò di bloccare l’iniziativa del concorrente, il confronto finì in tribunale e si concluse con la vittoria della neonata impresa privata, che venne autorizzata a fornire ai propri clienti un servizio telefonico riservato a gruppi chiusi di utenti, come per esempio le filiali di una stessa società con sede in città diverse.
Telsystem vinse, quindi, ma il risarcimento fissato dai giudici non bastò ad allungare la vita dell’azienda che nel 1996 era già finita in liquidazione con in pancia il denaro versato da Telecom Italia, circa 2,5 miliardi di lire, pari a poco più di 1,2 milioni di euro. «Non potevamo fare altro», dice Artom.
«Siamo stati fermi due anni in attesa del verdetto dei giudici e abbiamo perso il treno del mercato».
Le carte raccontano che l’operazione Telsystem era stata finanziata da un nutrito gruppo di soci, ma nessuno, a quanto pare, era disposto a scommettere ancora su quel progetto. Tutti, invece, si affrettarono a passare alla cassa per incamerare la loro quota del tesoretto aziendale.
Nell’elenco degli azionisti, alcuni schermati da fiduciarie, non compare il nome di Artom, il quale di lì a poco trovò un altro posto di lavoro, questa volta come dirigente di Omnitel, la neonata società di telefonia mobile.
Tempo alcuni mesi e il manager con la passione delle tlc era già approdato altrove. Viasat, la società metà Fiat e metà Telecom Italia nata per sviluppare la trasmissione dati tra utenti in movimento, gli offrì un posto da amministratore delegato. Durò poco anche lì, circa 18 mesi.
Arriviamo all’anno 2000, quando Artom pensò bene di cavalcare l’impazzimento generale per la cosiddetta New Economy, l’alba del mondo nuovo nel segno di Internet. Nasce così Netsystem, operatore che prometteva di combinare il satellite con la tecnologia Adsl. «Pochi mesi e ci quoteremo in Borsa», prometteva il fondatore e presidente già all’inizio del 2001. Lo sbarco sul listino fu poi rimandato a data da destinarsi, anche perchè nel frattempo l’esplosione della bolla tecnologica mandò a picco i listini
Netsystem proseguì per la sua strada, nano in un mondo di giganti. I sogni di gloria rimasero tali. Sogni, appunto, che andarono in frantumi nel giro di pochi anni. Nel 2007 il bilancio segnalava perdite per 26 milioni di euro su un giro d’affari di soli 3 milioni. Quanto basta per mandare al tappeto la società . Nel 2008 Artom lasciò l’azienda. Nel frattempo era riuscito a coinvolgere nell’iniziativa anche alcuni investitori che finirono per perdere il loro capitale.
La notizia del flop venne ignorata dai giornali, che invece continuavano a dar voce all’imprenditore pioniere di Internet, il Davide che aveva osato sfidare i colossi delle telecomunicazioni, forte soltanto delle sue intuizioni.
Un ritratto vincente. E infatti Artom vinceva: un campionissimo nella promozione di se stesso. Un uomo che piace alla gente che piace, per dirla con uno spot. «Mi sono reinventato come consulente strategico per le imprese», racconta il diretto interessato. «Con l’obiettivo di educare all’innovazione», spiega.
Per poi aggiungere, senza falsa modestia, che ormai è considerato «un punto di riferimento» da migliaia di imprenditori.
A partire dal 2007, negli anni in cui comincia la crisi finanziaria destinata ad affondare l’economia mondiale, era facile incrociare Artom ai convegni in cui i vip, o presunti tali, dibattono i problemi del mondo.
Al forum Ambrosetti di Cernobbio, per esempio. E anche a VeDrò, la convention estiva in Trentino promossa da Enrico Letta. «L’Italia diventi come la Apple, cioè design più tecnologie», questa la ricetta per il Paese consegnata da Artom all’uditorio di VeDrò nell’agosto del 2007. Perchè Steve Jobs, l’inventore del fenomeno Apple, genio assoluto del marketing dell’innovazione, è da sempre un modello e una fissazione per l’imprenditore reduce dalla disavventura di Netsystem.
Mentre si apre l’era dei social network, Artom si dedica anima e corpo a tessere una rete di relazioni ad alto livello. Il motore di tutto sono gli incontri che promuove nel salotto della sua residenza milanese ma anche altrove, sempre affollati di signore e signori del bel mondo all’ombra del Duomo. Le occasioni si moltiplicano. Ci sono le tartufate. E poi il Cenacolo, che vede il vip di turno raccontare la propria carriera a una platea di ospiti scelti.
Tra gli habituè di queste serate c’è il console statunitense a Milano Philip Reeker, che ha cambiato destinazione nel novembre dello scorso anno lasciandosi alle spalle un’infinità di foto in compagnia dell’amico Artom.
La svolta grillina dell’imprenditore social arriva nella primavera del 2013, all’indomani del primo successo elettorale dei Cinque stelle. L’incontro avviene nel segno di Confapri, il gruppo di imprenditori promosso da Massimo Colomban, l’industriale trevigiano che ha fatto fortuna con la Permasteelisa, azienda di costruzione poi ceduta a investitori stranieri.
Grazie alla mediazione di David Borrelli, destinato a sbarcare al Parlamento europeo nelle file del Movimento, la neonata associazione di Colomban apre le porte a Gianroberto Casaleggio, che sposa la causa degli artigiani e delle partite Iva in lotta contro lo Stato rapace.
Anche Artom si è messo in scia, promuovendo l’affettuoso abbraccio tra Confapri e il partito fondato da Grillo. È un’alleanza strategica, a tal punto che il fondatore di Permasteelisa a settembre 2016 è stato chiamato a Roma per fare l’assessore alle partecipazioni nella giunta di Virginia Raggi.
Colomban, insofferente per carattere alle mediazioni, l’estate scorsa ha abbandonato la capitale. Artom invece è ancora saldamente agganciato alla carovana dei Cinque stelle, che nel frattempo ha preso velocità .
In campagna elettorale Casaleggio junior ha fatto tappa nei salotti che contano, a Milano e anche a Roma, per promuovere tra imprenditori e finanzieri l’azienda di famiglia e il partito dell’aspirante premier Luigi Di Maio.
In queste occasioni è più volte spuntato il volto del consulente filo grillino, l’imprenditore che voleva essere Steve Jobs. E a modo suo ha finito per riuscirci, ma come attore, su un palcoscenico.
Al teatro Manzoni di Milano il 26 marzo scorso è andata in scena, per la serie “Incontri con la storia”, la rappresentazione di un finto processo al fondatore della Apple, con tanto di pubblico ministero e avvocati che lo difendevano dall’accusa di aver precipitato il mondo nell’alienazione da social network come effetto indotto dell’invenzione dell’i-Phone, il primo smartphone.
Alla fine del dibattito c’è stata anche una sentenza: imputato assolto. Applausi del folto pubblico. Artom, nei panni di Jobs, ha convinto tutti della sua innocenza. Per l’ennesima volta.
(da “L’Espresso”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
E NON SI DICA CHE IL M5S NON FA DIMINUIRE LA DISOCCUPAZIONE
Il 5 marzo, all’indomani delle elezioni politiche, l’ex Iena Dino Giarrusso scriveva su Facebook: «Sono sicuro di avere fatto la scelta più giusta della mia vita a licenziarmi da Le Iene e candidarmi con il MoVimento Cinquestelle, e gioisco per dei risultati straordinari, che segnano una svolta storica nel nostro paese».
Giarrusso purtroppo non è entrato in Parlamento perchè è stato candidato, senza paracadute, in un collegio a suo dire “impossibile da vincere” (dove però alle amministrative 2016 aveva stravinto).
In un altro post, quello in cui annunciava la sua candidatura, Giarrusso rimarcava il fatto di essere senza “paracadute”.
Vale a dire che era candidato solo all’uninominale senza essere anche inserito nel listino bloccato del proporzionale.
«Mi pesa certo sospendere il mio lavoro a Le iene— spiegava Giarrusso a fan ed elettori — ma contrariamente a ciò che pensavo poco meno di un mese fa, credo che questo sia esattamente il momento storico più giusto per spendersi in prima persona e sostenere l’unica forza politica che può davvero cambiare in meglio la vita di tutti noi». Il M5S non ha ancora inizato a governare ma qualcosa di buono l’ha già fatto.
Almeno per Giarrusso che dopo l’addio alle Iene ha già trovato un posto nello staff del MoVimento 5 Stelle in Regione Lazio.
Manca solo la firma sul contratto, che non arriverà fino a che il consiglio regionale avrà approvato il bilancio.
A chiamarlo i Regione è stata Roberta Lombardi, una che di spese per lo staff se ne intende (quando era deputata la Faraona spendeva oltre 6mila euro al mese per lo staff).
Giarrusso quindi continua ad operare per il bene del Paese, mantenendo le promesse fatte agli elettori. Non più tardi di un mese fa infatti il pentastellato ricordava di aver promesso ai cittadini che non sarebbe sparito dopo il 4 marzo, a prescindere dal risultato elettorale.
La sensazione è che il nuovo lavoro di Giarrusso sia un po’ quel paracadute che è mancato alle elezioni del 4 marzo, il muto soccorso tra trombati, lo definisce un commentatore.
E le Iene probabilmente parlerebbero del “candidato riciclato” che per pura coincidenza trova un posto da staffista in Regione.
Per carità , anche come candidato Giarrusso era un ripiego, visto che inizialmente gli era stato preferito l’Ammiraglio Rinaldo Veri, che però aveva il problemino di essere già in carica al consiglio Comunale di Ortona (per giunta con una lista del PD).
Senza dimenticare di quando aveva rinunciato alla corsa per le Parlamentarie che davano accesso ad un posto nel listino proporzionale. Ma alle Parlamentarie il risultato era incerto, meglio un posto fisso (senza paracadute à§a va sans dire) all’uninominale, decisamente più prestigioso.
Ci sarebbe poi anche la questione della trasparenza (uno dei valori che grazie al M5S, spiegava la ex Iena tempo fa, stavano iniziando a tornare di moda assieme all’onestà ), in questi giorni Giarrusso non ha mai fatto cenno al fatto di essere stato chiamato dalla Lombardi e di aver accettato l’incarico.
Nulla si sa nemmeno riguardo al — sicuramente rigido e trasparente — sistema di selezione adottato dal M5S in Regione.
La deputata PD Alessia Rotta lo definisce un paracadutato a 5 Stelle ma lui non ci sta: «Penso di averne uno adeguato per occuparmi di comunicazione. E non ho bisogno di aiutini per lavorare». Emblematico però che il primo incarico di lavoro arrivi proprio grazie al MoVimento 5 Stelle.
Giarrusso insiste «Io non sono uno che ha bisogno di spinte per lavorare, pensate che è uscito in 100 sale il mio film». Non dice però che il film che esce oggi non è “suo” (lo dice en passant in un commento) ma che lui è uno dei cinque sceneggiatori.
Del resto Giarrusso ha molte doti ma la modestia non è tra queste visto che all’indomani della sua candidatura disse che «all’uninominale ci sono personalità di altissimo livello e io sono una di queste».
E Giarrusso evita accuratamente di menzionare il fatto che il lavoro sul film è roba vecchia che risale a diverso tempo prima delle elezioni, addirittura a “qualche anno fa”, come ha scritto su Facebook.
Per fortuna che qualcuno gli ha offerto un posto di lavoro in Regione.
E speriamo che se la cavi meglio di quella sera ad Otto e Mezzo, dove riuscì nella non facile impresa di far fare bella figura ad uno come Alessandro Gozi.
Last but not least in Regione Giarrusso troverà Davide Barillari al quale ricordiamo che il nuovo addetto alla comunicazione del M5S ha detto in televisione: «non sono assolutamente contrario ai vaccini obbligatori e penso che bisogna tutelare la salute dei cittadini».
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI 30.000 EURO RICEVUTI PER LE REGIONALI DEL 2010, MASCHERATO DA UN FALSO SONDAGGIO
Una pena di 1 anno e 10 mesi di reclusione. 
Questa la richiesta della procura di Roma nei confronti dell’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, imputato con l’accusa di finanziamento illecito nell’ambito del processo «Accenture» che vede alla sbarra anche altre sette persone.
La vicenda ruota intorno un presunto finanziamento illecito di 30 mila euro ricevuto per le elezioni regionali del 2010 mascherato da un falso sondaggio.
Secondo il pm Mario Palazzi il finanziamento, scaturito da false fatture, sarebbe stata impiegato per incaricare una società specializzata ad effettuare il falso sondaggio e portare a termine l’operazione di «telemarketing politico» a favore del listino dell’ex presidente della Regione Lazio, Renata Polverini.
L’ex Governatrice, indagata in un primo momento, è poi uscita dall’inchiesta con richiesta di archiviazione.
Lo stesso pm Palazzi nell’udienza di oggi ha chiesto di condannare Giuseppe Verardi, ex manager della società di consulenza Accenture a 3 anni e 8 mesi di reclusione; e i funzionari della stessa azienda Francesco Gadaleta, Roberto Sciortino e Massimo Alfonsi a 3 anni.
L’indagine prese le mosse da una denuncia presentata da Accenture dopo la scoperta di un giro di false fatturazioni.
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
SOSTENITORI DEL PARTITO, EX CANDIDATI E “FIGLI DI”: ECCO PERCHE’ IN LIGURIA I LEGHISTI SONO VICINI A CHI ROVINA LE FAMIGLIE… TUTTI GLI UOMINI DI RIXI, SOTTO PROCESSO PER PECULATO
Perchè il centrodestra ligure sembra così poco attento al problema della ludopatia? Distrazione? Insensibilità al tema? No, si tratta di altro.
Dentro il principale partito della maggioranza, cioè la Lega Nord, i rapporti con il mondo delle slot sono cordiali e diretti. Fatti di nomi, cognomi, relazioni, voti.
E se è vero che il gioco d’azzardo distrugge e manda al lastrico numerose famiglie, allo stesso tempo sa anche (spesso) arricchire i gestori; o comunque tenere in piedi esercenti che grazie alle macchinette riescono a trovare fonti di guadagno ulteriori ed alternative.
Nei giorni scorsi è girata la foto di Flavio Di Muro, neo deputato e per anni capo di gabinetto della segreteria in Regione di Edoardo Rixi, sorridente e abbracciato a Raffaele Fasuolo della “Fun Seven” (20 dipendenti, una crescita annua del 30 per cento , una delle aziende italiane leader del settore del gioco; Fasuolo venne indagato per una evasione fiscale delle slot da due milioni di euro, ma il reato fu prescritto nel 2012).
Qualcuno ha storto la bocca, anche all’interno della stessa Lega, non Di Muro che ha genericamente parlato di normale relazione tra un esponente politico del territorio e un imprenditore.
Ma i rapporti tra lumbard e settore sono invece ben stretti.
Un anno fa l’allora assessore regionale al Commercio Rixi insieme al presidente Giovanni Toti andarono in Fiera ad un incontro della Federazione italiana tabaccai.
Lì promisero di non far entrare in vigore la legge regionale voluta dal centrosinistra nel 2012 e che poneva delle restrizioni alle macchinette: distanze minime da scuole e bancomat e il divieto di pubblicità ; in più si davano cinque anni di tempo agli esercenti – anni, non mesi – per adattarsi.
Le slot sì mangiano i soldi a parecchia gente, ma ai tabaccai interessa poco: in piena logica corporativa, a quegli introiti non ci vogliono certo rinunciare.
La parola data dal governatore è stata finora mantenuta. «Senza una proroga della legge regionale contro il gioco d’azzardo chiuderebbero tutte le aziende liguri del settore mettendo a rischio mille posti di lavoro diretti senza contare le tabaccherie e gli esercizi commerciali», fu il “grido di dolore” un anno fa del rappresentante dei gestori delle sale gioco liguri Marco Filippini in Consiglio regionale.
Filippini è il responsabile del settore per Confesercenti. E sa di quel che parla: oggi detiene il 25 per cento della Lge srl, capitale sociale di 100mila euro, 17 dipendenti, azienda che si occupa di “gestione e noleggio apparecchi da intrattenimento”, società in attività dal 2003.
L’amministratore unico dell’impresa si chiama Andrea Demartis; un altro socio (con il 25 per cento di quote) risponde al nome di Franco Demartis, coordinatore di Assogioco Genova; un terzo socio (altro 25 per cento) è Lino Demartis, militante della Lega Nord e candidato lo scorso anno al municipio Levante. Non eletto.
Il quale su Facebook se la prendeva con l’allora candidato sindaco del centrosinistra Gianni Crivello e con il Pd: «È contro le slot installate nei bar e nelle tabaccherie ignorando tutti gli altri giochi, forse perchè le slot nei bar sono gestite da piccoli imprenditori che operano sul territorio dando del lavoro a centinaia di persone e non da multinazionali del gioco…».
La retorica contro le multinazionali a difesa dello slot, sembra assurdo eppure. Comunque sia, la Lega da quelle parti dev’essere una passione che corre veloce come gettoni dentro una macchinetta.
Perchè anche il figlio di Filippini, Alessio, 25 anni, è nel Carroccio e anche lui tentò di candidarsi in Consiglio comunale.
«I nostri vicoli puliti sono il miglior biglietto da visita per i turisti in arrivo dai cinque continenti, ma lasciarlo in queste condizioni, sporco e degradato, è davvero uno spreco di risorse», ragionava in campagna elettorale.
Le malelingue raccontano di un investimento da migliaia di euro per cene e incontri elettorali per essere eletto a Tursi, purtroppo per lui invano.
Alla fine è risultato il primo dei non eletti, 198 preferenze.
Chi c’è invece a capo della Consulta sul gioco d’azzardo del Comune?
La leghista Francesca Corso, per anni impiegata nel gruppo in Regione del partito, quindi fedelissima di Rixi; l’obiettivo dell’organo permanente è, o sarebbe, quello di «rendere più incisiva l’azione a tutela dei cittadini in tema di azzardo».
Corso e Filippini hanno collaborato fianco a fianco durante la campagna elettorale dello scorso anno.
Su Facebook è facilmente reperibile la foto del ricevimento al Palazzo della torre («Antica residenza nobiliare sulla via Romana di Quarto, le stanze decorate con stucchi disegnano spazi privilegiati per accogliere sposi, incontri di rappresentanza ed eventi culturali», è scritto nella presentazione online del ristorante) con Marco Bucci e Rixi, in mezzo ci sono Filippini con il microfono in mano e la Corso accanto.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
MARTINA: “PASSI AVANTI MA RESTANO DIFFERENZE”… DI MAIO: “ANDIAMO OLTRE LE LOGICHE DI SCHIERAMENTO”
Luigi Di Maio chiede al Pd, ma anche al M5s, di fare un passo avanti per il bene del Paese. Senza
rinnegare distanze che, evidentemente, esistono.
Il leader pentastellato propone ai dem non un compromesso, ma un accordo di governo “al rialzo”. E se non si arriverà al risultato, non resterà che tornare alle urne. Con la personale certezza, sottolinea Di Maio, che il M5s crescerà ancora.
Questa la sintesi del pensiero del candidato premier del M5s dopo la seconda consultazione con il presidente della Camera Roberto Fico. A esprimere la posizione del Pd, due ore prima, era stato Martina: “Passi avanti importanti, ma restano differenze. Decideremo in direzione”.
“Dobbiamo abbandonare il vocabolario della prima e seconda Repubblica – esordisce Di Maio – e nella terza Repubblica non ci sono alleanze tra le forze politiche, che fanno un passo indietro. Abbiamo il 32 per cento. Non siamo autonomi e quindi stiamo cercando di portare a casa un buon contratto di governo al rialzo, non al ribasso”.
“Potevamo fare anche noi gli interessi di parte, potevamo fare come la Lega – spiega ancora il leader pentastellato -. Ma io non vedo l’ora di mettermi al lavoro” sui problemi dei giovani, degli anziani, delle famiglie e delle imprese, dice Di Maio. “Credo – insiste – che dal voto del 4 marzo siano uscite delle richieste sui problemi dei pensionati rispetto alla legge Fornero, i problemi del precariato rispetto alle leggi sul lavoro, problemi legati a insegnanti che devono fare mille chilometri per andare a lavorare, problemi sulle grandi opere inutili”.
Quindi, l’invito a fare un passo avanti, guardando non solo al Pd ma anche in “casa”. “Io capisco chi tra i nostri dice ‘mai col Pd’, come capisco chi tra gli elettori del Pd dice ‘mai con il M5s’. Ma qui non si è mai parlato di andare con qualcuno. Qui si sta parlando non di negare differenze anche profonde. Stiamo semplicemente cominciando a ragionare in un’ottica non di schieramento. E’ un’opportunità , questa diciottesima legislatura. Se si riescono a fare le cose bene, altrimenti si torna al voto. E se si torna al voto io sono convinto che il Movimento 5 stelle ne uscirà rafforzato”.
Poi una bella bordata a Silvio Berlusconi, che ieri, 25 aprile, nonostante i continui richiami di Matteo Salvini a finirla con gli insulti, ha paragonato l’ascesa del M5s agli occhi degli italiani a quella di Hitler per gli ebrei, un “pericolo per il Paese”.
Ed ecco la replica di Di Maio: “Bisogna mettere mano a questo continuo conflitto di interesse che c’è in Italia. Penso ad esempio al fatto che Berlusconi usando le sue tv continua a mandare velate minacce a Salvini”.
Un paio di ore prima, Fico e il Pd, atto secondo. Il presidente della Camera e la delegazione dem guidata dal reggente Maurizio Martina, si sono ritrovati questa mattina a 72 ore di distanza dal loro primo incontro.
Tre giorni in cui i vertici del Movimento e quelli del Pd hanno dovuto far fronte soprattutto ai reciproci malumori interni: militanti in rivolta, malumori tra i gruppi dirigenti, accordo sì, accordo no.
Per adesso, a prevalere nel Pd sembra essere la linea del dialogo: una convergenza che potrebbe, a quasi due mesi di distanza dalle elezioni, dare un governo al Paese. Ma le divisioni di fondo nel partito su una alleanza di governo con i 5Stelle restano. Sarà decisiva la direzione del Pd convocata per il 3 maggio.
“Ci sono stati passi avanti”, dice il reggente del Pd alla fine dell’incontro con Fico. Ancora: “In particolare rispetto ad una richiesta fondamentale che avevamo avanzato e ciò che si chiude definitivamente una fase, quella della trattativa tra M5s e Centrodestra”.
Poi parla del lavoro all’ordine del giorno nella prossima direzione del partito: “Abbiamo deciso di convocare la direzione nazionale Pd il 3 maggio prossimo per decidere se e come accedere a questo confronto con i 5s da comunità collettiva. Insieme discutiamo e poi insieme lavoriamo”.
Una chiosa arriva da Andrea Marcucci, capogruppo dem al Senato e vicino a Renzi: “Se il dialogo partisse, la nostra base sarebbe il programma in 100 punti del Pd”.
Centrale sarà il fattore tempo. I Cinque Stelle potrebbero chiedere a Mattarella di allungare il mandato esplorativo affidato al presidente della Camera per poter permettere al Pd di affrontare tutti i passaggi interni che consentano di arrivare a una decisione.
Tempo che i Cinque Stelle potrebbero utilizzare per una sorta di sondaggio lampo tra gli elettori che consenta di valutare, senza l’approssimazione fornita dalle reazioni social, l’indice di gradimento di un accordo di governo con gli ex avversari.
Un percorso che però potrebbe essere complicato proprio dai trascorsi tra i due partiti.
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
LA DIREZIONE DEL CENTRO SOCIALE DI FRASCATI HA DECISO DI SOSPENDERE PER UN MESE IL GIOCO DELLE CARTE… HA FATTO BENE, LA GENTE IMPARI A CIVILIZZARSI
Niente briscola per un mese al circolo per anziani di Frascati (Roma).
La direzione del centro sociale di via Matteotti ha infatti deciso di sospendere per tutto maggio le partite a carte a causa delle troppe parolacce e bestemmie durante il gioco. “Ripetute sollecitazioni indirizzate ai frequentatori del gioco delle carte, di attenersi ad un comportamento di civile convivenza, non hanno prodotto alcun risultato”, si legge nella nota diffusa dal Comitato di gestione.
“La situazione non è più sostenibile – prosegue la nota -. Pertanto a partire dal 1 maggio e per la durata di un mese il gioco di carte è sospeso”.
Secondo quanto riportato da Il Messaggero, nel centro si sarebbero formate due fazioni: la maggior parte degli anziani è favorevole alla scelta della direzione, mentre un ristretto numero di avventori non è disposto ad andare altrove per giocare a carte.
Bestemmiatori a casa propria o a casa altrui?
La radice di ignoranza è quella.
(da agenzie)
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