Giugno 4th, 2018 Riccardo Fucile
SALVINI MESSO ALLE STRETTE DALL’ASSEMBLEA DEGLI IMPRENDITORI DI VARESE, CONTRARI A INIZIATIVE CHE DANNEGGIANO I LORO INTERESSI… POI LA TELEFONATA TRA DRAGHI E GIORGETTI
I giornali raccontano che il vecchio saggio Roberto Maroni, ex barbaro sognante di grande esperienza nelle navigazioni della politica nazionale, abbia suggerito la strada al giovane Matteo Salvini: «Lascia stare l’euro, ti conviene».
E questo non solo e non tanto perchè sull’uscita dall’euro i sondaggi danno una risposta unica ed univoca e dicono che gli italiani non sono a favore dell’uscita dalla moneta unica e persino chi vota Salvini non è del tutto convinto, ma perchè dal lato delle imprese la ricetta di usare la svalutazione competitiva della moneta, tornando sostanzialmente al periodo in cui la competitività del sistema Italia era data dal prezzo, non è più tanto valida proprio a causa della crisi.
Spiega oggi Dario Di Vico sul Corriere della Sera:
Molte cose sono cambiate in questi anni e la Grande Crisi ha ridisegnato la piramide delle imprese italiane che oggi somiglia a un trapezio. Non c’è più un vertice fatto di molte grandi imprese e il lato superiore è rappresentato dalle multinazionali tascabili che si sono ristrutturate (in corsa) dal punto di vista dei costi, si sono allungate adottando lo schema delle filiere e hanno così recuperato molti gradi di flessibilità .
Tutto ciò è stato speso per «salire di gamma», come si dice in gergo, ovvero per conquistare una posizione competitiva centrata sulla qualità del prodotto.
E meno interessata quindi alla vecchia svalutazione competitiva. In più nel Nord si è estesa, grazie alle catene del valore, l’integrazione di una buona fetta del nostro sistema delle imprese con l’industria tedesca e la stessa adozione del format 4.0 – inventato da loro – ha ancor di più stretto i legami.
Da qui la totale freddezza degli imprenditori nei confronti dell’ipotesi salviniana di uscita dall’euro e le reazioni negative che si sono avute nel test dell’assemblea confindustriale di Varese di sette giorni fa.
Insomma, il tessuto di piccoli imprenditori che per anni hanno costituito il serbatoio di voti più interessante per la Lega e ha anche resistito ai disastri di Bossi & Co. segue Salvini nel suo progetto di italianizzazione della Lega, ma avrebbe qualche (?) difficoltà nel portare fino in fondo la strategia che nemmeno un anno fa Giancarlo Giorgetti e Claudio Borghi disegnavano per l’Italia e per l’Europa:
Gli altri Stati Europei sono partner naturali e fondamentali per l’Italia ma l’Unione Europea dopo Maastricht è diventata un mostro che danneggia tutti e soprattutto noi. Quindi noi vogliamo riscrivere tutti i trattati con l’obiettivo di tornare allo status di cooperazione pre-Maastricht che ha imposto moneta, parametri inventati di finanza pubblica e che col fiscal compact è diventato ancora più assurdo. Pensiamo che uno smantellamento controllato e concordato di Euro e trattati capestro sia nell’interesse di tutti. Se però dovessero dirci di no, non ci faremo umiliare come invece capita al Pd in ogni situazione, vedi beffa dei migranti.
Proprio nell’ottica di questa ritirata strategica autorevoli esponenti della Lega oggi disegnano una strategia in cui l’uscita dall’euro non è più necessaria perchè oggi la priorità è la crescita e con la crescita non ci sarà bisogno dell’Italexit.
D’altro canto un retroscena della vicenda che ha portato la Lega e il MoVimento 5 Stelle al governo del paese racconta come è avvenuto il cambio di strategia che ha fatto arrivare Salvini al Viminale. Il protagonista è proprio quel Giorgetti che qualche tempo fa sull’euro sosteneva tutt’altro:
Mercoledì sera, per esempio, la sera che ha cambiato il corso della legislatura, è entrato nella stanza dove c’era lo stato maggiore leghista ed è stato netto. «Ho parlato con il demonio», ha esordito sorridendo. Poi si è fatto serio: «Il governo va fatto, troviamo una soluzione su Savona e chiudiamo». «Chi è il demonio?», gli è stato chiesto. «È un italiano che non sta in Italia. È un mio amico».
Di amici Giorgetti ne ha tantissimi, una rete di relazioni che coltiva con riservatezza. Maroni, negli anni in cui era al Viminale, si rivolse a lui per conoscere Draghi, che all’epoca stava a Bankitalia. Alla fine del colloquio il titolare dell’Interno volle capire: «Ma gli dai del tu?». E l’altro: «Certo, è un mio amico». Insieme ad altre centinaia di amici, che stanno ai vertici dei maggiori istituti di credito, delle potenti fondazioni bancarie, delle maggiori aziende pubbliche e private.
Nei giorni scorsi anche Augusto Minzolini sul Giornale aveva raccontato che Berlusconi nei giorni caldi ha telefonato a Draghi che gli ha prospettato un quadro drammatico per i titoli a breve. Se lo spread va su — gli ha spiegato — e le agenzie abbassano il rating dell’ Italia, la BCE non può comprare i titoli italiani. Ecco perchè oggi l’Italexit rimarrà forse nelle brame di qualcuno ma è una carta che Salvini ha rinunciato a giocare sul tavolo della sostenibilità economica e finanziaria dei programmi di governo.
Almeno finchè non si arriverà a un punto di rottura e bisognerà addossare a qualcuno la colpa.
(da “NextQuotidiano“)
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Giugno 4th, 2018 Riccardo Fucile
IL 55% VUOLE RESTARE IN EUROPA, SOLO IL 25% VUOLE ANDARSENE, IL 20% NON E’ INTERESSATO … GRAZIE A SAVONA SONO AUMENTATI COLORO CHE VOGLIONO RESTARE NELLA UE
Gli euroscettici sono tanti ma gli italiani non vogliono uscire dall’euro. 
I risultati di un sondaggio di IPSOS illustrati oggi dal Corriere della Sera in un articolo a firma di Dario Di Vico dicono la fiducia nei confronti dell’Unione Europea è in robusto e costante calo dal 2011, ovvero dalla caduta del governo Berlusconi dopo la lettera della Banca Centrale Europea, ma nel frattempo la percentuale di coloro che voterebbero per restare nell’euro in caso di referendum sulla moneta unica è robustamente più alta di quelli che voterebbero per l’uscita.
Ancora più significativo è che la rilevazione di maggio 2018 vede in aumento quelli che vogliono restare nell’euro rispetto a una valutazione fatta nel febbraio 2017. Insomma, i Giorni dell’Ira per il caso Savona, che hanno prepotentemente riportato l’argomento in prima pagina, hanno portato gli italiani a schierarsi ancora più a favore della moneta unica.
L’uscita dall’euro non è apprezzata dall’elettorato italiano e, cosa ancora più significativa, non registra significative percentuali di vantaggio tra gli elettori del MoVimento 5 Stelle e della Lega visto che solo questi ultimi sono in maggioranza (risicata) nel partito: i grillini sono in maggioranza a favore dell’Unione Europea. L’uscita dall’euro ad oggi rimane quindi per l’Italia, così come per la Francia, un’opzione elettorale che infiamma molti animi e consente di guadagnare voti ma è invisa dalla maggioranza del paese.
Questa situazione ha portato a una sconfitta rovinosa per Marine Le Pen in Francia, con il Front National che ha dovuto passare la campagna del ballottaggio a spiegare di non essere tanto noeuro e i mesi successivi a mollare l’argomento.
In Italia la Lega ha parlato di uscita dall’euro in campagna elettorale e successivamente, dopo lo scoppio della bolla dello spread, si è precipitata a precisare che nel programma M5S-Lega non c’è in programma nessun abbandono della moneta unica.
Con il tempo l’argomento tornerà sul tavolo dell’attualità e quando si scoprirà che è difficile riformare l’UE senza l’accordo con gli altri paesi si capirà meglio se quella dell’euro è una issue da giocarsi soltanto in campagna elettorale o qualcosa di più serio.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 4th, 2018 Riccardo Fucile
IN 5 ANNI OPERATI GIA’ TAGLI PER 32 MILIARDI UTILIZZATI PER FAR QUADRARE I CONTI… CHI PENSA ANCORA DI MUNGERE QUATTRINI TAGLIANDO SERVIZI VI RACCONTA DELLE BALLE
32 miliardi di risorse nella spesa pubblica tagliate dalla spending review in cinque anni, ovvero nel periodo 2014-2018.
Ma, racconta oggi il Sole 24 Ore che fa i conti in tasca a Carlo Cottarelli e a Yoram Gutgeld, quasi tutti i risparmi sono stati utilizzati per coprire misure espansive come il bonus degli 80 euro e quelle sul lavoro o come concorso indiretto alla riduzione del deficit. .
Introdotta in Italia nel 2007 dall’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, la spending review è tornata d’attualità a partire dal 2012 con il governo Monti e ha raggiunto il suo apice nel periodo che è andato dal 2014 al 2018.
A partire dal 2015 però ogni risorsa è stata successivamente impiegata in una serie di provvedimenti, in primis per far quadrare i conti della Legge di Stabilità negli ultimi tre anni.
L’ultima relazione presentata nell’estate del 2017 dal commissario Gutgeld sottolinea che «la revisione della spesa ha creato circa due terzi delle risorse messe a disposizione per il conseguimento di tre importanti obiettivi: il risanamento dei conti pubblici; la riduzione della pressione fiscale; il finanziamento dei servizi pubblici essenziali».
Su quest’ultimo versante è stato indirizzato il grosso delle risorse recuperate con la spending: 12,7 miliardi per prestazioni previdenziali e assistenziali.
Fino al 2017 altri 3,7 miliardi sono stati destinati alla sanità , 3,4 miliardi sono stati inquadrati come spesa per migranti, tre miliardi hanno preso la via della scuola e un miliardo quella della sicurezza.
Il piatto dei conti quindi piange, considerando che il MoVimento 5 Stelle in più occasioni ha indicato la spending review come una delle risorse per trovare le coperture delle mirabolanti spese previste dai programmi elettorali e dal contratto con la Lega.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 4th, 2018 Riccardo Fucile
LASCIAMOLI LAVORARE
Trovo che il fuoco di sbarramento nei confronti del Governo Conte sia chiaramente
pretestuoso: in fondo il Governo Conte non ha ancora fatto niente e anche questi strilli sul presunto allarme fascista rasentano il grottesco.
Per caso saltano per aria direttori di giornali perchè non vogliono indossare felpe con scritto Napoli?
Il giorno in cui il governo del cambiamento minaccerà il presidente della Repubblica, insedierà uno sconosciuto tecnico a Palazzo Chigi senza la benchè minima legittimazione, creerà un clima ideale per il tiro a segno verso gli extracomunitari, attaccherà i diritti delle donne per vedere l’effetto che fa, tenterà di spacciare condoni chiamandoli pace fiscale, minaccerà di occupare militarmente la Rai grazie alle leggi volute dal Pd, disattenderà promesse solenni contraddicendosi a nastro, porterà alla guida dell’esercito gente che insegna nelle scuole di Putin, piazzerà incompetenti acrobatici in ministeri chiave, affiderà il ministero della famiglia a un ultrà del Verona, “la mia squadra fatta a svastica”, allora si potrà anche fare le pulci a Conte. Prima, lasciamoli lavorare
(da “La Repubblica”)
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