Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile
CATENO DE LUCA PASSA CON IL 65% DEI VOTI, ERA TRA GLI IMPRESENTABILI DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA
Alla fine ce l’ha fatta.
Con il 65% dei voti, Cateno De Luca ha vinto il ballottaggio contro Placido Bramanti ed è il nuovo sindaco di Messina.
Il primo atto dell’esponente dell’Udc è stato depositare un mazzo di fiori ai piedi della Madonna in piazza Immacolata di marmo. Poi le prime parole di ringraziamento ai cittadini: “Voglio essere il sindaco di tutti. Iniziare una rivoluzione può essere facile, il difficile è portarla avanti. Ed è quello che noi ci impegneremo a fare”.
Cateno De Luca era già noto per le sue rivoluzioni oltre che alla politica anche alle cronache giudiziarie.
Nel 2007, il neosindaco di Messina inscenò uno spogliarello nella sala stampa dell’Assemblea regionale siciliana per protestare contro la decisione dell’allora presidente, Gianfranco Miccichè, di estrometterlo dalla commissione bilancio.
Per l’occasione pensò di indossare una coppola nera in testa, un Pinocchio in una mano e una Bibbia nell’altra: De Luca venne immortalato a petto nudo e una bandiera della Sicilia utilizzata come pareo.
Oltre agli spogliarelli, De Luca è noto anche per le sue vicende giudiziarie, iniziate nel 2011 quando era sindaco di Fiumedinisi, carica che ricopriva dal 2003.
Allora, come ricorda il Corriere della Sera, finì in manette con il fratello Tindaro, funzionario del comune e presidente della Commissione edilizia, per il cosiddetto “sacco di Fiumedinisi”.
Venne accusato di abuso d’ufficio, falso e tentata concussione per aver gestito gli appalti per la costruzione di un albergo, 16 villette e un muro di contenimento del torrente Fiumedinisi così da favorire le imprese edilizie della sua famiglia. Per lui erano stati chiesti cinque anni di carcere.
Nel novembre del 2017, pochi giorni prima dell’assoluzione e in concomitanza con l’annuncio della sua candidatura a sindaco di Messina, De Luca venne nuovamente arrestato per evasione fiscale.
Il suo nome era, secondo la Commissione antimafia, tra gli “impresentabili” del centrodestra. De Luca tornò in libertà dopo la revoca degli arresti domiciliari, sostituita con una misura interdittiva del divieto di ricoprire ruoli apicali negli enti coinvolti nell’inchiesta.
De Luca è stato anche sindaco di Santa Teresa di Riva dal 2012 al 2017. In totale, il nuovo sindaco di Messina è stato coinvolto in 16 inchieste e in altrettanti proscioglimenti.
Rimane aperta quella in cui è accusato di evasione fiscale.
(da “Globalist”)
argomento: elezioni | Commenta »
Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile
IL GARANTE SCRIVE AL COMANDANTE DELLA GUARDIA COSTIERA ITALIANA PER CONOSCERE CHI HA IMPARTITO UN ORDINE CHE PRIVA DELLA LIBERTA’ PERSONALE CHI SI TROVA SULLA NAVE… ORA L’AMMIRAGLIO PETTORINO RISCHIA DI ESSERE INDAGATO PER IL DELIRIO DI UN GOVERNO XENOFOBO
Una motovedetta della Guardia di Costiera ha trasferito nel tardo pomeriggio di ieri acqua, succhi di
frutta e altri alimenti di prima necessità oltre a 100 paia di ciabatte per i 108 migranti che si trovano a bordo del cargo Alexander Maersk, battente bandiera danese, ferma da venerdì sera al largo del porto di Pozzallo e in attesa di essere autorizzata ad attraccare.
Bocche cucite in Capitaneria e in prefettura sul destino della nave.
Intanto la donna incinta e la bambina di 8 anni trasferiti sulla terraferma ieri in emergenza stanno meglio e sono attualmente ospiti nell’hotspot di Pozzallo. Il padre della bimba e il figlio maschio di 4 anni sono rimasti invece a bordo della Maersk.
Ieri vi è stata un’evacuazione medica per due migranti: una donna incinta all’ottavo mese di gravidanza e una bambina di 8 anni disidratata e con gastroenterite.
Insieme a loro due sono stati portati a terra la figlia minorenne della donna e la madre e il fratello della bambina.
Stamattina il sindaco di Pozzallo Roberto Ammatuna ha fatto un appello a Salvini per chiedere di far sbarcare i naufraghi: “E’ l’intera città di Pozzallo che chiede un gesto di umanità nei confronti di chi sta soffrendo. La popolazione di Pozzallo è additata da tutti come modello di accoglienza, è sempre stata e rimane della parte della legalità ma al contempo davanti ai patimenti di tante donne e bambini non riesce a rimanere inerte ed insensibile”.
Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, ha scritto una lettera al Comandante generale della Guardia Costiera, Ammiraglio Giovanni Pettorino, con cui chiede “urgenti informazioni sugli ordini impartiti relativamente alla impossibilità di approdo della nave container”, visto che chi si trova sulla nave “si trova di fatto privato della libertà personale”.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile
INCONTRO TRA SPECIALISTI IN RESPINGIMENTI … A SALVINI LO SPOTTONE VA DI TRAVERSO
“Centri di accoglienza” da costruire nel sud della Libia e aiuti “tecnici ed economici” per mettere Tripoli nelle condizioni di controllare il flussi migratori.
Si snoda attraverso queste due direttrici la proposta avanza da Matteo Salvini al governo libico presieduto da Fayez Al Sarraj.
Il ministro dell’Interno è volato questa mattina a Tripoli, dove ha incontrato l’omologo Abdulsalam Ashour e il vicepresidente del Consiglio presidenziale Ahmed Maitig.
Il capo del Viminale aveva anticipato la proposta via Twitter, poco dopo l’atterraggio nella capitale libica: “Hotspots dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perchè i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia”.
Poi l’ha ribadita durante l’incontro con il ministro dell’Interno Abdulsalam Ashour e durante la conferenza stampa congiunta con il vicepremier libico Ahmed Maitig.
“Giovedì a Bruxelles sosterremo di comune accordo che i centri di accoglienza e identificazione vanno costruiti a sud della Libia per aiutare a bloccare l’immigrazione che stiamo subendo entrambi”, ha annunciato alcune ore più tardi annunciato parlando davanti alle telecamere al fianco del numero due del governo Al Sarraj.
Che ha subito stoppato la proposta sui centri di identificazione: “Rifiutiamo categoricamente la presenza di qualsiasi campo per i migranti in Libia: non è consentito dalla legge libica”.
Il problema nascerebbe se la gestione dei centri venisse affidata a personale non libico, perchè ciò costituirebbe una violazione palese della sovranità nazionale.
I libici gli attuali campi di concentramento li gestiscono in proprio con annessi tangenti e abusi, non vogliono ingerenze.
Se ci fosse una centro di accoglimento gestito da organismi umanitari verrebbe meno una fonte di reddito per una pletora di funzionari corrotti.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile
QUELLO CHE L’ITALIA E L’EUROPA NON FANNO DOVREBBE FARLO DA SOLA LA LIBIA
Continua il periodo di massima concentrazione per Danilo Toninelli. Il ministro dei Trasporti e delle
Infrastrutture, in prima linea per contrastare gli sbarchi di migranti sulle nostre coste ha cinguettato questa mattina la sua soluzione per fermare il traffico di gommoni nel Mediterraneo Centrale.
Il ministro a 5 Stelle detta la linea: è necessario coinvolgere la Libia nei salvataggi dei migranti. Migranti tra i quali ci sono anche possibili rifugiati e richiedenti asilo (ad esempio nel 2018 la seconda nazionalità dichiarata al momento dello sbarco è quella eritrea)
Non si esporta più nemmeno la democrazia, si “rafforza”
Insomma per Danilo Toninelli è naturale che, poco a poco, la Libia torni a prendere il controllo dei salvataggi in mare. Il problema è che al momento non esiste uno stato libico unitario, una cosa che di sicuro complicherebbe la situazione per chiunque. Soprattutto per chi nel programma elettorale scriveva che «la politica estera del Movimento 5 Stelle si basa sul rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, la sovranità , l’integrità territoriale e sul principio di non ingerenza negli affari interni dei singoli Paesi​».
Ed ecco infatti che Toninelli scrive che il governo rafforzerà «stato di diritto e democrazia a Tripoli». Il tutto si immagina in perfetto ossequio al principio di non ingerenza e di autodeterminazione dei popoli.
Lo stesso che ha guidato i vari esportatori di democrazia tanto criticati dal M5S negli anni scorsi. Addirittura in una prima bozza del programma Esteri del MoVimento si parlava della Libia dicendo che «il caos che regna in Libia dimostra, senza nessuna possibilità di smentita, che l’unilateralismo dell’intervento umanitario è definitivamente fallito» e si criticava esplicitamente «la teoria della “esportazione della democrazia” varata nel 1989» e basata su «una presunta “superiorità morale”, alcuni stati hanno il diritto di intervenire rimuovendo capi di stato di Paesi stranieri». Per fortuna che c’è il M5S che dichiarava con orgoglio di ripudiare «ogni forma di colonialismo, neocolonialismo e/o ingerenza straniera».
Oggi il ministro usa il termine “rafforzare stato di diritto e democrazia”, ma il significato è lo stesso. Con buona pace dell’autodeterminazione e la possibilità per i libici di scegliere un governo. Ma c’è di più.
Perchè Toninelli ritiene che tutto questo sia necessario a non “far più partire i barconi della morte”. Come se a bordo di quei barconi ci fossero principalmente cittadini libici in fuga da un paese sull’orlo della catastrofe.
Ma non è così, perchè i dati del Ministero dell’Interno fanno capire in modo chiaro che i libici non tentano più di venire in Italia a bordo dei gommoni. Sono i cittadini di altri paesi che transitano attraverso la Libia per raggiungere l’Europa.
La Libia è solo l’ultima tappa di un viaggio di mesi (se non anno) e lungo migliaia di chilometri attraverso il continente africano o la penisola arabica.
Così come il Niger la Libia è un paese di transito e non la fonte di provenienza dei migranti. Rafforzare la democrazia e lo stato di diritto in Libia è solo un modo molto gentile per dire che con un governo “stabile” che faccia gli interessi europei (e quindi non quelli nazionali “sovrani”) l’Europa e l’Italia potranno tirare un sospiro di sollievo e dimenticarsi dei barconi.
In sostanza Toninelli sta chiedendo ad un paese che deve ancora uscire dalla guerra civile di fare quello che una democrazia compiuta e realizzata (e ora che c’è l’avvocato del popolo possiamo dirlo senza tema di smentita) nonchè uno dei sette paesi più industrializzati del mondo non riesce a fare: farsi carico dell’accoglienza di qualche centinaio di migliaia di disperati.
Siano essi migranti economici o rifugiati.
Non riesce a farlo l’Italia, non riescono a farlo i 27 paesi dell’Unione Europea ma la Libia invece potrà farlo. È ottimista Toninelli.
Ma non racconta cosa significa lasciare i migranti in balia dei libici come abbiamo fatto fino alla caduta del regime di Gheddafi (non serve essere una democrazia del resto per fare il lavoro sporco per noi).
In Libia ci sono veri e propri campi di concentramento dove le donne vengono violentate e stuprate, mercati di schiavi dove gli uomini diventano merce.
E sotto la Libia, a Sud, ci sono stati dove sono in corso conflitti armati e attacchi dei terroristi islamici. Non ci sono solo Siria, Iraq e Afghanistan nei paesi da dove si scappa dalla guerra o dalle persecuzioni. Anche in Africa ci sono guerre.
Chiudere tutti i migranti in Libia, senza fornire alcuna soluzione a lungo termine avrà due effetti: sottoporre i migranti a nuove e ripetute sofferenze e destabilizzare ulteriormente la Libia.
Del resto se poco più di centomila persone hanno creato un’emergenza in un paese come l’Italia che cosa mai potrà andare storto in Libia?
(da “NextQuotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »
Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile
TUTTE LE BALLE E LE CONTRADDIZIONI DEI DIECI PUNTI DELLA PROPOSTA DEL GOVERNO
Il presidente del Consiglio e avvocato del popolo italiano Giuseppe Conte ieri era a Bruxelles al vertice europeo sui migranti. Il suo primo impegno ufficiale in compagnia degli altri leader dell’Unione Europea.
Nell’occasione il premier ha presentato l’European Multilevel Strategy for Migration. Ovvero la proposta del governo italiano per risolvere l’emergenza dei migranti.
Dieci punti dieci dove l’Italia prova a dettare la linea sulla gestione delle migrazioni provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente.
Quando Conte e Salvini dicevano no alla proposta di superare Dublino
Giuseppe Conte ha dichiarato al termine del vertice informale che la proposta italiana mira a superare il regolamento di Dublino, proprio come scritto nel famoso contratto di governo di Lega e M5S.
Non dice però che il punto centrale della strategia presentata dall’Italia era già contenuto nella proposta avanzata dall’Europarlamento e bocciata — tra gli altri — proprio dal nostro Paese.
Il Parlamento Europeo aveva proposto di mettere fine ad uno dei più contestati principi dell’attuale trattato, quello secondo il quale lo stato membro di primo approdo (come spesso è il caso dell’Italia) è l’unico responsabile della gestione delle domande di asilo e dell’eventuale accoglienza dei rifugiati.
Viene a cadere quindi il principio fondamentale (fino ad ora) del paese di “primo ingresso”.
Il nuovo sistema bocciato da Lega e dal governo prevedeva inoltre il ricollocamento automatico di tutti i richiedenti asilo verso gli stati membri in base ad un sistema di quote calcolato sul PIL del paese di destinazione.
Le quote dovevano essere permanenti, ovvero non ci sarebbe stato bisogno di una situazione di crisi (come quella degli scorsi anni) per avviare il programma di “redistribuzione” delle domande di accoglienza.
Non è un caso che ieri Conte abbia detto che la sua proposta andava nella direzione di superare la “logica emergenziale” della gestione delle migrazioni.
Al punto cinque si legge che l’Italia chiede di superare il criterio del Paese di primo arrivo.
Eppure, come ricordava su Facebook l’eurodeputata italiana Elly Schlein «la Lega non ha MAI partecipato a nessuna delle 22 riunioni di negoziato che abbiamo svolto nel corso di due anni sulla riforma di Dublino» ed anzi si è astenuta proprio sul superamento del criterio del Paese di primo approdo; i 5 Stelle invece hanno votato contro.
Al punto sette Conte propone invece di distribuire la presa in carico delle richieste d’asilo tra tutti i paesi europei; proprio come nella bozza di modifica approvata dall’Europarlamento.
Che dire invece della proposta di considerare le frontiere italiane frontiere europee? La gestione delle frontiere è una delle poche materie sulla quale gli Stati membri sono ancora sovrani. Non sarà mica che il governo Conte-Salvini-Di Maio è più europeista di gente come Emma Bonino?
Il vice primo ministro di Tripoli dice che il Libia non si possono fare gli hotspot
Ci sono poi alcuni aspetti quantomeno controversi.
Al primo punto il governo italiano propone di intensificare gli accordi con i paesi da cui provengono o transitano i migranti indicando la Libia come esempio di collaborazione grazie al quale sono state ridotte le partenze dell’80% nel 2018. Innanzitutto il governo Conte ammette ufficialmente — e del resto i dati del Viminale lo confermano da mesi — che l’emergenza migranti non c’è più.
Poi però ribadisce che l’unico modo è affidarsi al metodo libico, che per chi non lo sapesse prevede la costruzione di campi di detenzione dove i migranti vengono seviziati, le donne stuprate, gli uomini venduti come schiavi e (da dove a volte si può uscire pagando una comoda tangente). Al tempo stesso al punto sette si scrive che l’Europa deve contrastare la tratta degli esseri umani.
Allora sarebbe opportuno smettere di accusare le Ong di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e concentrasi su figure come Abd al Rahman al-Milad, comandante regionale della guardia costiera libica di Zawiya, considerato dall’ONU uno dei leader di un’organizzazione criminale dedita al traffico di esseri umani.
Non ultimo Conte omette di ricordare che al momento non esiste uno stato libico unitario.
Per quanto la creazione di hotspot in Libia la smentita arriva direttamente dal vice primo ministro di Tripoli Ahmed Maitig che in un’intervista a Repubblica ha detto che «Non è possibile l’identificazione da parte di autorità straniere in Libia perchè è contro la nostra legge: per noi sono solo migranti illegali».
La balla del 7% dei migranti che sono rifiugiati
Conte, come già Salvini al Senato, scrive che «solo il 7% dei migranti sono rifugiati». Per Salvini questa era la dimostrazione che c’è «una maggioranza assoluta delle domande che viene respinta perchè non ha fondamento».
Su Twitter Tom Nuttal ha voluto mostrare che i dati forniti da Conte sono sbagliati perchè la percentuale di rifugiati — stando ai dati di UNHCR — sarebbe maggiore. Ma non è a quei dati che si riferiva il nostro presidente del Consiglio.
Conte si riferisce alle domande d’asilo che vengono accolte. Ed è vero che mediamente solo il 7% delle richieste d’asilo viene accolta. Ma è anche vero che ad un altro 4% viene concesso lo status di protezione sussidiaria. Una persona che gode della protezione sussidiaria ha visto riconosciuto il pericolo di vita o di persecuzione qualora dovesse tornare al paese d’origine e ottiene un permesso di soggiorno rinnovabile della durata di 5 anni, l’accesso alle strutture sanitarie e all’istruzione scolastica, insomma diventa un immigrato regolare e può lavorare.
Un altro 30% (circa) ottiene il riconoscimento della protezione umanitaria che viene concesso per «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano», dura un massimo di due anni (rinnovabile) e dal momento che consente di poter lavorare nel nostro paese può essere anche convertito in permesso di soggiorno per lavoro.
Nel complesso nei primi cinque mesi del 2018 sono state 15540 (su 40 mila) le persone che hanno ottenuto il riconoscimento di uno di questi tre status; il 38% del totale delle domande esaminate.
Quindi non 7 su 100 come ha detto Salvini.
Non bisogna poi dimenticare che nel computo non sono inseriti i casi che sono ancora in attesa di una decisione. Secondo l’European Asylum Support Office (EASO) in tutta Europa ci sono circa 400 mila domande d’asilo ancora pendenti, naturalmente non tutte sono state presentate in Italia.
Perchè anche la proposta di contrastare i movimenti secondari dei rifugiati non ha senso
Nel corso del 2017 a fronte di 81.527 domande esaminate il 42% delle richieste è stato accolto in varie forme.
Vale la pena ricordare che contrariamente a quanto si possa pensare non è vero che tutti quelli che sbarcano in Italia chiedono automaticamente di poter accedere ai meccanismi di protezione; nel 2017 sono arrivati 119.369 migranti. Salvini ha detto che l’Italia è uno dei paesi più accoglienti, anche qui i dati lo smentiscono.
Altra informazione interessante, non tutti quelli che fanno richiesta d’asilo devono per forza provenire da paesi come Siria o Iraq dove “c’è la guerra”.
C’è anche chi viene dal Venezuela (un paese dove secondo il M5S va tutto bene) o dalla Georgia. Stando alla proposta del governo italiano chi, come i paesi “amici” del gruppo di Visegrad, non vuole accogliere la sua quota di rifugiati potrà continuare farlo facendosi carico di “adeguate contromisure finanziarie”. Insomma, basta pagare.
Anche il punto nove, quello che vorrebbe contrastare i “movimenti secondari” dei rifugiati all’interno della UE è problematico.
Chi ottiene lo status di rifugiato ha un permesso di soggiorno che gli consente — come tutti i permessi di soggiorno consente di circolare liberamente all’interno dell’area Schengen.
Intervenire su questo punto molto delicato significa dire che i rifugiati non hanno gli stessi diritti degli altri immigrati regolari, cosa che attualmente non è vera.
Per i migranti economici invece Conte propone di ricorrere al sistema delle quote. In Italia il problema si chiama decreto flussi ed è quello stabilito dalla Legge Bossi-Fini. Giusto per dare un’idea delle cifre: per il 2018 il nostro Paese ha aperto le porte a 30.850 lavoratori non comunitari. Di questi 12.850 lavoratori autonomi e subordinati non stagionali e 18.000 lavoratori stagionali.
(da “NextQuotidiano“)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile
CHI HA DATO ORDINE ALLA GUARDIA COSTIERA ITALIANA DI VIOLARE LA CONVENZIONE DI AMBURGO NE RISPONDERA’
Nel Mediterraneo continua l’odissea dei 300 migranti bloccati sulla Lifeline e sul cargo Alexander
Maersk.
Al quinto giorno di fermo in mare, con le condizioni meteo in peggioramento, la situazione a bordo della Lifeline comincia a farsi estremamente difficile.
Il rappresentante dell’Ong tedesca Lifeline, Axel Steier, ha detto stamattina ai media francesi di voler chiedere di sbarcare in Francia.
La nave bloccata potrebbe perciò ricominciare la navigazione verso Nord. Una richiesta di sbarco è stata mandata anche alla Spagna. “Ma – spiega Steier – nessuna risposta per ora”.
Il capitano Claus Peter Reisch fa il punto della situazione. A bordo, tra i 219 migranti, ci sono anche 44 donne e 4 bambini piccoli, due dei quali sotto i due anni, e 77 minori non accompagnati.
A bordo della piccola nave umanitaria, tarata per ospitare solo 50 persone, ogni spazio è occupato. Anche questa notte la maggior parte delle persone ha dormito all’aperto, addossati gli uni agli altri, seduti spalle a spalle dividendo le coperte termiche.
Non c’è modo neanche di preparare pasti caldi per tutti. La nave si trova a 25 miglia da Malta in attesa di una soluzione che non arriva.
Situazione di stallo anche a Pozzallo dove il cargo danese Alexander Maersk ha passato la sua terza notte in rada dopo essere stato indirizzato al porto siciliano dalla sala operativa della Guardia costiera di Roma che 24 ore prima gli aveva ordinato di soccorrere 113 persone a bordo di un gommone alla deriva.
Le navi ong Aquarius e Open Arms, ieri escluse dalla Guardia costiera italiana dai soccorsi di sette gommoni alla deriva, continuano il pattugliamento. Da bordo della Aquarius è stata scattata la foto di una motovedetta della Guardia costiera libica stracarica di migranti riportati nei lager libici grazie a Salvini e Toninelli.
Ieri, dopo che la sala operativa di Roma si è sfilata dai soccorsi secondo le nuove direttive imposte dal governo, sono state 820 le persone intercettate dai libici e riportate indietro. “Il più grande respingimento della storia del Mediterraneo”, lo ha definito il fondatore della Proactiva Open Arms Oscar Camps.
Sul lavoro della Guardia Costiera interviene oggi con un post su Facebook il ministro delle Infrastrutture Toninelli: “Nessuno può permettersi di accusare un corpo valoroso come la Guardia Costiera di voltarsi dall’altra parte o di non voler salvare vite umane. I suoi uomini hanno messo in sicurezza circa 600mila persone soltanto negli ultimi quattro anni”.
Infatti nessuno accusa la Guardia Costiera (che peraltto ne risponderà ) accusa chi ha dato un ordine illecito, ovvero lui .
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile
CONTINUANO LE INDAGINI DELLA PROCURA DI GENOVA CHE RIGUARDANO ANCHE LE GESTIONI MARONI E SALVINI
Oggi Repubblica riepiloga in un articolo di Marco Lignana la storia dei milioni della Lega spariti nel nulla: una vicenda che comincia due mesi dopo le condanne a Bossi e Belsito nell’estate del 2017:
Il tribunale di Genova, su richiesta del pubblico ministero Paola Calleri, autorizza il sequestro dei 49 milioni. Ma i magistrati scoprono ben presto che il piatto piange. Nelle casse del Carroccio trovano soltanto 3 milioni e poco più. Bisogna scovarne altri 46. La procura cerca allora altre strade.
Dopo una serie di ricorsi e controricorsi, la Corte di Cassazione autorizza il sequestro dei soldi che entreranno in futuro sui conti leghisti, fino a raggiungere i 46 milioni mancanti.
Proprio in questi giorni sono attese le motivazioni della sentenza della Suprema Corte che fissano le linee guida a cui dovrà attenersi la procura. Nel frattempo, i magistrati compiono un’altra mossa.
Non trovando soldi nei conti del partito, li vanno a chiedere personalmente ai condannati Bossi, Belsito, Aldovisi, Sanavio e Turci.
Così è uno dei tre ex revisori, Stefano Aldovisi, a segnare la svolta nella vicenda. Lo scorso 28 dicembre presenta un esposto alla procura genovese in cui, in sostanza, dice: «Voi mi chiedete soldi che non ho, ma guardate questi documenti»
I fogli allegati partono da un articolo dell’Espresso del novembre 2015, che racconta una serie di iniziative finanziarie compiute dalla nuova Lega dopo il crollo dell’impero di Bossi, sia nel periodo di leadership di Maroni sia in quello di Salvini. Movimenti per spostare il denaro dai conti correnti una volta scoppiati i guai giudiziari del partito, che guardano anche all’estero.
Dall’esposto nasce a gennaio l’apertura di un’inchiesta per riciclaggio. Alcuni movimenti, secondo quanto trapela, sono stati ricostruiti:
Nel 2016 dieci milioni partono da un conto di “transito” della banca Sparkasse di Bolzano, uno degli istituti scelti dai vertici leghisti, in direzione del Lussemburgo per approdare sul conto di Pharus Management, fondo di investimento collettivo con sede nel granducato. Poco meno di due anni dopo, nel gennaio del 2018, tre di quei milioni compiono il percorso inverso per rientrare nei depositi della banca.
Secondo Gerhard Brandstaetter, presidente di Sparkasse, movimenti che con la Lega non c’entrano nulla. Di opposto parere la procura. Che mentre chiede una rogatoria al Lussemburgo, dieci giorni fa invia a Bolzano la Guardia di finanza di Genova: i militari vanno dritti nel palazzo di Sparkasse di via Cassa di Risparmio.
Altre perquisizioni scattano nella filiale di Milano dove, fino al 2014, la Lega era titolare di un conto, ma pure negli uffici e nelle case di alcuni dirigenti.
Il materiale sequestrato, sperano gli investigatori, potrà chiarire molto almeno su una parte dei 46 milioni che la Lega ha fatto sparire.
(da “NextQuotidiano“)
argomento: Giustizia | Commenta »
Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile
I RISULTATI SONO MODESTI, TRA IL 4% E IL 7%… TROPPO POCO PER TENTARE L’IMPRESA ISOLATA
Matteo Renzi avrebbe commissionato un sondaggio segreto per sapere quanto peserebbe
elettoralmente un suo partito nel caso in ci abbandonasse il Partito Democratico.
I risultati non sono stati esaltanti:
Solo che su questo progetto si è abbattuta una doccia fredda che lo ha per il momento gelato in culla: i numeri. Diverse settimane fa, mentre il Pd si attorcigliava nello scontro post-voto e l’Assemblea nazionale decideva di non decidere nulla per evitare rotture, Renzi ha fatto testare la sua idea da due istituti di sondaggi, Swg e Emg di Fabrizio Masia.
È andata «piuttosto male», come ha detto lo stesso Renzi ai suoi: una delle due analisi collocava il potenziale partito renzian-macroniano al 4%, appena sopra il quorum, l’altra dava qualche punto in più, ma poca roba.
Il problema, hanno spiegato gli analisti, è che un eventuale «partito di Renzi», in questa fase, sconta pesantemente la crisi di fiducia che investe l’ex premier sconfitto: nell’ultima rilevazione di Nando Pagnoncelli sui leader, pochi giorni fa, Matteo Renzi si colloca all’ottavo posto, con il 12,3% di voti positivi. Prima di lui c’è Silvio Berlusconi(14,8%) e persino Maurizio Martina (15,2%), mentre Paolo Gentiloni svetta in testa alla classifica Pd con il 34,8%.
Il marchio della sconfitta, che grava su Renzi dall’ormai lontano 4 dicembre 2017, quando i No travolsero nel referendum il progetto di innovazione costituzionale su cui aveva investito il proprio patrimonio politico, si ripercuoterebbe su una nuova impresa politica che venisse individuata come renziana.
Così, per ora, ogni progetto resta nel cassetto e Renzi è tornato ad occuparsi del Pd. Che per ora è sospeso nel limbo,senza un leader riconosciuto.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Renzi | Commenta »
Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile
CON IL 52% DIVENTA SINDACO CONTRO TUTTO IL CENTRODESTRA
Cala l’affluenza ai ballottaggi in Liguria e a Imperia per la prima volta il modello Toti subisce una battuta d’arresto.
Nonostante l’artiglieria messa in campo a Imperia dal governatore della Liguria, l’ex ministro, già due volte sindaco, ha vinto il ballottaggio con il 52,05% dei voti, contro il 47,95% di Lanteri.
“Ho vinto da solo contro il resto del mondo – ha detto Scajola – da una parte c’ero io con il mio progetto civico basato sul concetto di comunità e sulla soluzione dei problemi della gente, dall’altra centrosinistra, centrodestra e i grillini”.
A 70 anni così l’ex ministro dell’Interno e delle Infrastrutture, uno dei padri di Forza Italia, si riprende Imperia. Era stato primo cittadino dal 1980 al 1982 e dal 1990 al 1995. Nella sfida tutta interna al centrodestra ha superato l’architetto Luca Lanteri, una volta suo delfino, l’uomo del Modello Toti. Scajola, che ha corso anche contro il nipote Marco, assessore regionale e sostenitore di Lanteri, ha portato avanti una candidatura fuori dai partiti ed ha vinto con il sostegno di quattro liste civiche. “Non c’è più il centrodestra _ ha detto _ esiste un governo Lega 5Stelle che non farà bene al Paese. Io ho unito il civismo di vari orientamenti. Imperia può essere esempio per il paese”.
In pesante calo l’affluenza: meno di un elettore su due si è recato alle urne a Imperia per decidere il “derby” del centrodestra. Nel capoluogo di provincia ligure l’affluenza al ballottaggio si è fermata al 48,31%. Al primo turno aveva votato il 62,79% degli aventi diritto.
(da agenzie)
argomento: elezioni | Commenta »