Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile
CORI “ODIO LA LEGA” E CARTELLI CONTRO I LEGHISTI, MA ERANO 300.000 E NESSUNO DELLA DIGOS E’ INTERVENUTO IN QUESTO CASO
Il coro “Odio la Lega” e un ‘santino’ con una madonna in trono che schiaccia sotto il piede il volto del ministro dell’Interno Matteo Salvini; su un cartello il vicepremier è raffigurato truccatissimo, mentre su un carro il logo della Lega è tramutato in ‘Lega Pop – prima le italiane’.
Madrina della manifestazione quest’anno è Porpora Marcasciano, fondatrice del Mit, Movimento identità transessuale, volto storico del movimento italiano.
‘L’omofobia è maschilismo’ si legge su un cartello, mentre arriva il carro del Muccassassina, con i suoi animatori scatenati.
Un carro è allestito a mo’ di nave, carica di ‘marinaretti’ e ‘marinarette’ che lanciano lustrini sulla folla. Ovunque le bandierine arcobaleno, in particolare in mano a giovani e giovanissimi. ‘La mia libertà protegge la tua’ si legge in altri cartelli. C’è anche il carro dell’ambasciata britannica, con l’Union Jack riproposto con i colori rainbow, un Big Ben e le effigi di David Bowie, Elton John, Freddie Mercury e Amy Winehouse, icone rock della comunità lgbt.
“L’attacco alle famiglie arcobaleno è stato fin da subito, con il ministro Fontana, con il decreto sul ripristino di ‘mamma e papà ‘ sui documenti… Sicuramente c’è la volontà di cancellarci” afferma il presidente delle Famiglie arcobaleno Gianfranco Goretti. “Noi non chiediamo diritti ma doveri – ha aggiunto – i nostri bambini non hanno riconoscimento, noi invece vogliamo essere inchiodati alle nostre responsabilità genitoriali”.
“Questo è un Pride speciale, a 50 anni dai fatti di Stonewall che è stata la scintilla della rivoluzione del movimento, e a 25 anni dal primo grande Pride moderno e unitario a Roma. ‘Nostra la storia, nostre le lotte’” dichiara il portavoce del Roma Pride e presidente del Circolo Mario Mieli Sebastiano Secci.
“Proprio perchè vogliamo partire da quei momenti fondamentali della nostra storia ma non possiamo prenderci il lusso di spegnere solo le candeline – ha aggiunto – dobbiamo continuare a lottare in prima linea perchè i tempi che abbiamo davanti sono sempre più scuri: giornalisti presi di mira da politici al governo, insegnanti sospese e reintegrate in maniera arbitraria, esseri umani sequestrati nelle navi e intanto il movimento lgbt è sempre più bersaglio di odio e violenza. I nostri figli e le nostre figlie vengono dichiarati inesistenti e dunque c’è ancora tanto da fare. Oggi lo facciamo intrecciando le nostre lotte con il movimento transfemminista, con i migranti, con i lavoratori, con gli studenti, con i disabili intrecciando le lotte con chiunque combatta ogni giorno per costruire una società migliore”.
(da agenzie)
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Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile
E SONO ANCORA MILITARI DI “STRADE SICURE”, PENSATE IN CHE MANI SIAMO FINITI … QUESTI DOVREBBERO GARANTIRE LA SICUREZZA? CORTE MARZIALE. ALTRO CHE SCUSE
Un 29enne ghanese, cameriere in un bar pizzeria davanti alla stazione di Bologna, è stato
aggredito e offeso con insulti razzisti da cinque militari dell’Esercito, fuori servizio.
La Polizia è intervenuta e ha identificato i presenti. Nessuno risulta denunciato ma accertamenti sono in corso.
Il 29enne li aveva rimproverati perchè ubriachi e molesti. ‘Negro di m…, vieni qua che ti spacco una bottiglia in testa’, gli hanno detto. C’è stata una colluttazione e il cameriere è rimasto lievemente ferito.
L’episodio è avvenuto intorno alle due della scorsa notte in un locale dove il giovane, in Italia da circa 15 anni, lavora da tempo. È stato lui a chiamare la Polizia.
Nella colluttazione il bancone in vetro è andato in frantumi e il cameriere è stato leggermente ferito da una scheggia, oltre che da un pugno e da un colpo alla schiena con una sedia che gli è stata lanciata addosso.
L’aggressione, secondo il racconto del 29enne, sarebbe cominciata dopo il suo invito ai cinque a ‘comportarsi bene’ perchè i militari, in città per il progetto ‘Strade sicure’, erano ubriachi e stavano disturbando gli altri clienti, parlando ad alta voce e mettendo i piedi sui tavolini. Inoltre si erano rivolti in modo sgarbato a un suo collega.
A quel punto sarebbero partiti gli insulti. In due gli avrebbero lanciato addosso una sedia e, quando il cameriere ha provato a difendersi impugnando un attrezzo per tagliare le pizze, un militare avrebbe infranto con un pugno il bancone in vetro.
I cinque soldati, che hanno fra i 25 e i 34 anni, erano in borghese e la Polizia li ha rintracciati poco lontano dal locale. Il cameriere, uscito in mattinata dal pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna dove è stato portato in ambulanza e ha passato la notte per essere medicato, ha spiegato di non avere deciso se fare denuncia contro chi lo ha aggredito.
Anche i gestori del bar pizzeria stanno ancora valutando se procedere per il danneggiamento del bancone, vista l’intenzione che sarebbe stata manifestata dai militari di andare a scusarsi e ripagare il danno.
(da agenzie)
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Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile
“CI HANNO DETTO CHE HANNO UNA DIRETTIVA PER CUI NON SI POSSONO CRITICARE I DUE MINISTRI”… I PARTITI DI SINISTRA, INVECE CHE PROTESTARE, FACCIANO UNA COSA: DENUNCINO IL QUESTORE E CHI HA DATO LA DIRETTIVA
“Era evidente: gli agenti avevano la direttiva di bloccare qualsiasi striscione con riferimenti ai due ministri”. Simone Selvaggio, responsabile formazione Uil Fpl, aveva in mano lo striscione che raffigurava Di Maio e Salvini. E per questo è stato fermato dagli agenti della Digos durante il grande corteo romano del pubblico impiego.
Il racconto del sindacalista: “Stavamo sulla balconata del Pincio, lo volevamo srotolare lì per farlo vedere bene. Ma sono arrivati subito due agenti di polizia per dirci che lì poteva cadere e fare male a qualcuno”.
All’inizio dunque era una questione di sicurezza: gli agenti non avevano ancora visto cosa raffigurava lo striscione tenuto da Simone con altri sei sindacalisti.
“Appena gli agenti ci hanno detto di non esporlo, abbiamo detto che non c’era problema e che lo avremmo srotolato nel corteo. E così abbiamo fatto. Siamo scesi lungo la salita del Pincio per andare in piazza del Popolo e abbiamo aperto lo striscione. A quel punto sono subito arrivati gli agenti della Digos in borghese che erano a capo del corteo. Hanno visto lo striscione, lo hanno fotografato e si sono avvicinati per intimarci di chiuderlo: hanno detto che non potevamo esporlo perchè raffigurava i due ministri e loro avevano la direttiva secondo cui non si possono esporre striscioni che facciano riferimento ai due ministri. Abbiamo ribattuto dicendo che non era offensivo ma ironico, loro hanno concordato ma avevano una direttiva da rispettare. A un certo punto ce lo stavano togliendo dalle mani con la forza, ma lo abbiamo chiuso noi. Da allora ci hanno seguito fisicamente e sorvegliato a vista fino a Piazza del Popolo affinchè non esponessimo lo striscione. In piazza ci hanno chiesto di portarlo via con il furgone e sono rimasti sempre nelle vicinanze”.
Poco lontano c’è Michelangelo Librandi, segretario generale Uil Fpl: “Non c’è stata tensione, ci mancherebbe. Gli agenti facevano il loro lavoro, hanno disposizioni da rispettare. Ma posso capire al Pincio per sicurezza, ma vietare di esporre lo striscione in piazza è troppo”.
A questo punto interviene la Questura con una nota ufficiale ma il tappulllo è peggiore del buco: “Questa mattina – precisa il comunicato- personale impiegato nel servizio di ordine pubblico…ha esortato alcuni manifestanti, appartenenti al sindacato della Uil, a rimuovere uno striscione posto su una parete di interesse storico culturale nei pressi del Pincio. Nessuna valutazione è stata fatta circa l’aspetto contenutistico ma si è ritenuto che lo striscione fosse lesivo del decoro paesaggistico”.
Peccato che il divieto di esporre lo striscione non riguardasse solo il Pincio, ma sia stato intimato anche di fronte al tentativo di srotorarlo per strada .
Ma la Questura si vergogna a dire che esiste una direttiva che vieta di esporre striscioni contro Salvini e Di Maio?
Perchè i casi sono due: o la direttiva non esiste e vanno denunciati e sospesi i funzionari della Digos che hanno compiuto un abuso d’ufficio, o esiste e allora va denunciato chi lo ha stilato, perchè non esiste nella norma vigente che vengano sequestrati striscioni satirici che non contengono ingiurie verso i politici.
Certi metodi sono in vigore solo nei regimi dittatoriali, tanto per capirci
La vicenda dello striscione bloccato ha subito innescato polemiche politiche. “Spero che la vicenda dello striscione ‘vietatò alla manifestazione di oggi non sia vera o frutto di un equivoco, altrimenti sarebbe un fatto gravissimo da chiarire con estrema urgenza”, scrive su Twitter l’ex ministro della Giustizia dem Andrea Orlando.
La sua compagna di partito Anna Ascani si rivolge direttamente a Giuseppe Conte. “Se fosse vero che la Digos ha vietato alla Uil di esporre uno striscione ironico su Salvini e Di Maio, saremmo di fronte ad una vera e propria prova di regime. Il presidente del Consiglio Conte chiarisca subito. Le forze dell’ordine non possono essere utilizzate in questo modo”, scrive su Twitter la deputata del Pd.
Insorgono anche Nicola Fratoianni, di Sinistra Italiani e altri dem come i deputati Emanuele Fiano e Andrea De maria e il capogruppo al Senato Andrea Marcucci.
Tutti vogliono che il governo chiarisca cosa sia successo a Piazza del Popolo.
Invece che tante chiacchiere, farebbero bene a sporgere regolare denuncia in modo che la Magistratura compia gli opportuni accertamente .
Chi ha sbagliato a casa, senza se e senza ma.
(da agenzie)
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Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile
CONTE ARRETRA MA E’ SEMPRE PIUI’ APPREZZATO DI SALVINI
Le tensioni all’interno della maggioranza perdurano anche dopo il voto europeo,
contrariamente alle aspettative degli elettori che si aspettavano fossero destinate a rientrare dopo le schermaglie preelettorali.
La conferenza stampa indetta lunedì scorso dal premier Conte, che ha minacciato di dimettersi qualora non cessino le ostilità , ha reso esplicito uno scontro che rischia di paralizzare il governo disattendendo gli impegni presi nel contratto.
Non stupisce quindi che rispetto a gennaio si sia dimezzata la quota di italiani convinti che il governo sia coeso: oggi solo un italiano su quattro (26%) la pensa così, contro il 51% registrato a fine gennaio e il 41% a marzo.
E, a conferma del ridotto grado di intesa, registriamo opinioni diametralmente opposte tra gli elettori delle due forze della maggioranza.
Lo scenario emerso dopo le Europee e le Amministrative fa segnare un calo più o meno netto dei principali indici di gradimento rispetto a un mese fa, a partire dal governo che perde quattro punti, attestandosi a 52.
Il premier Conte perde 6 punti e viene raggiunto a quota 53 da Salvini, che pure perde 2 punti. A seguire il vicepremier Di Maio (indice 32), in flessione di 5 punti.
Nonostante il calo di 8 punti a un anno dall’insediamento, il governo Conte si mantiene su un livello piuttosto elevato di apprezzamenti se confrontato con i 6 esecutivi che l’hanno preceduto, collocandosi al secondo posto dopo Berlusconi (56) e a pari merito con Monti (52).
Nell’arco di 12 mesi (o meno, nel caso del governo Letta rimasto in carica circa 10 mesi) tutti gli esecutivi hanno fatto registrare una flessione, con l’unica eccezione del governo Gentiloni.
Una flessione più accentuata per i governi Prodi (-19), Renzi (-19) e Letta (-20) e sostanzialmente in linea con l’attuale governo per i governi Berlusconi (-7) e Monti (-9).
Passando ai singoli ministri, come più volte ricordato i giudizi sono influenzati dal diverso livello di notorietà (si va da Toninelli e Tria conosciuti da tre italiani su quattro a Fraccaro e Stefani, da meno di uno su due), dalla visibilità mediatica e dall’importanza attribuita al dicastero di cui sono titolari.
La ministra Bongiorno si conferma al primo posto nella graduatoria di gradimento (indice 41 in crescita di 2 punti rispetto a marzo) e precede Tria (indice 36, +1) e Centinaio (28, -1).
Tutti gli altri ministri fanno registrare un indice compreso tra 25 e 20 e un trend in prevalenza negativo, in particolare per i ministri Moavero Milanesi e Toninelli e il sottosegretario Giorgetti, tutti in calo di 7 punti.
In controtendenza la ministra Stefani (+3) e i ministri Bussetti, Bonisoli e Fontana, sostanzialmente stabili sui valori di marzo.
In conclusione, dal sondaggio odierno emergono con nettezza due aspetti: una generalizzata flessione del gradimento dell’operato delle diverse personalità politiche e una decisa frammentazione dei consensi
Lo scenario appare complesso: il clima sociale, influenzato dai dati economici e occupazionali, è caratterizzato da una forte preoccupazione e la scarsa coesione tra gli alleati solitamente viene vissuta dai cittadini come elemento di distrazione del governo rispetto alle priorità del Paese.
La preparazione della legge di Bilancio, gli impegni assunti in sede europea e il rischio di procedura di infrazione per eccesso di debito evocata dall’Ue metteranno a dura prova il governo e i leader della maggioranza nelle prossime settimane. E viene spontaneo chiedersi se, nell’epoca della rincorsa del consenso e della democrazia dei selfie, qualcuno abbia il coraggio di affrontare l’impopolarità di misure che possano contribuire a migliorare i nostri conti pubblici.
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile
AL G20 IN GIAPPONE TUTTI PREOCCUPATI PER L’ULTIMA USCITA CIATRONESCA DELLA LEGA
Dall’altra parte del globo piomba su Roma la chiusura del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a qualsiasi discussione sui minibot, titoli propositi dalla Lega per pagare i debiti arretrati della Pubblica amministrazione.
Tria chiude la porta ai minibot
“Questa è una cosa che sta nel loro programma: il ministero dell’Economia ha girato un parere negativo”, ha detto Tria a margine del G20 finanziario di Fukuoka. Quindi ha ripreso per filo e per segno la secca critica di Mario Draghi: “Penso che in un’interpretazione, quella del debito, non servono – ha detto Tria – Nell’altra (che siano una valuta alternativa, ndr), ovviamente, si fanno i trattati e quindi non possono essere fatti”, ha aggiunto.
Parlando a valle dell’ultima riunione della Bce, infatti, il governatore aveva detto laconico: “O sono valuta, e quindi sono illegali, oppure sono debito, e dunque lo stock del debito sale”.
Un piccolo dettaglio che un Paese come il nostro, a un passo dall’infrazione europea perchè il debito non scende, difficilmente può farsi sfuggire. Parole che però non hanno fermato le dichiarazioni di fonte leghista, con il sottosegretario a Palazzo Chigi Giorgetti tornato a difendere lo strumento come una “soluzione possibile”.
La “questione Italia” si aggira tra i tavoli del vertice G20 finanziario di Fukuoka, che affronta temi mondiali ma riserva anche ‘attenzione’ verso il Belpaese, presente, oltre che con Tria, con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco.
I veri temi sul tappeto saranno le tensioni commerciali polarizzate su Usa e Cina e i loro riflessi sull’economia mondiale, insieme a dossier corposi come la tassazione dei giganti del web e l’uso improprio di cryptovalute, incluso il rischio riciclaggio, e di altre tecnologie avanzate.
Ma dopo i rilievi mossi dalla Commissione Ue per l’eccesso di debito e sulle mosse del ministro dell’Economia in risposta a Bruxelles, non è certo peregrino immaginare di cosa possa parlare Tria nel suo pranzo europeo con il presidente dell’Eurogruppo Centeno e i colleghi dei principali Paesi Ue, o ancora nel bilaterale con Moscovici.
La Banca d’Italia, alla vigilia del vertice, ha tagliato le proprie stime del Pil nazionale per gli anni 2019-2021 (rispettivamente, allo 0,3%, allo 0,7% e allo 0,9%). Il governo Conte vuole la trattativa con Bruxelles e calmierare gli eccessi dei suoi vicepremier, anche perchè corre il tempo verso la riunione di martedì del comitato economico e finanziario (gli sherpa di Eurogruppo ed Ecofin) che si troverà sul tavolo le conclusioni dei tecnici in cui, confermando l’orientamento della Commissione, si chiede di raccomandare l’avvio della procedura.
(da agenzie)
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Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile
I SOLITI PSICOPATICI NON SOPPORTANO CHE IN NAZIONALE CI SIA UNA RAGAZZA NATA A TRIESTE DA MADRE TRIESTINA E PADRE CONGOLESE
Sara Gama è la capitana della nazionale femminile di calcio oltre che della Juventus. L’Italia è
pronta a giocare i mondiali del 2019 in Francia ma purtroppo c’è un problema: il nutrito gruppo di patridioti che la insulta perchè ha la pelle di colore nero.
Si possono trovare molti esempi degli insulti rivolti a Sara Gama nei commenti ai post di presentazioni sulle pagine ufficiali, a dimostrazione dell’effetto Dunning Kruger, visto che c’è chi è tanto fesso da lamentarsi perchè la capitana è al centro della presentazione delle foto (come sono, di solito, tutti i capitani di tutte le squadre di qualsiasi sport del mondo).
Ovviamente ogni tanto compaiono pure i soliti analfabeta funzionali che parlano di “composizione della foto discutibile”, quando l’unica cosa discutibile è il fatto che niente sanno e zero capiscono e che abbiano diritto di parola su un social network in rappresentanza della XIII legione, come disse Umberto Eco.
Ma sarebbe in qualche modo razzista dire che su Facebook ci sono i patridioti. Perchè i patridioti pullulano anche su Twitter, come dimostra il povero Furio, anche lui totalmente digiuno delle prassi delle photo opportunity e pronto a lamentarsi del Piano Kalergi che sta tutto nella sua testolina.
Giova ricordare al nutrito popolo di sommelier dell’africanismo che Sara Gama è nata a Trieste nel 1989 (sua madre è triestina, suo padre è congolese). Ma questo è soltanto un dettaglio, perchè il problema non è dove è nata lei, ma perchè hanno diritto di parola loro.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile
OFFERTA LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO EUROPEO CHE PER PRASSI DEVE ESSERE ASSEGNATA A UN EX PREMIER… IL GOVERNO DICE NO E CHIEDE GLI AFFARI ECONOMICI, LA RISPOSTA E’ RAGGELANTE: “NON SI PUO’ ASSEGNARE CERTO A UN PAESE SOTTO PROCEDURA DI INFRAZIONE”
Claudio Tito su Repubblica racconta oggi un retroscena che riguarda le trattative per le poltrone europee dopo le elezioni.
Trattative di cui l’Italia non è parte anche perchè il governo Lega-M5S ha detto no all’unica offerta che le è stata fatta:
Non potendo reclamare le tre posizioni occupate fino ad ora, la Germania e la Francia hanno sottoposto ufficiosamente alla nostra diplomazia l’idea di riservarci la presidenza del Consiglio europeo. Una buona soluzione, solo in teoria. Perchè quel presidente, eletto a maggioranza qualificata e non all’unanimità dallo stesso Consiglio europeo, è normalmente un ex capo di governo.
Quindi andando a ritroso per l’Italia e limitando l’elenco agli ultimi quattro premier, la scelta dovrebbe ricadere su: Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, Enrico Letta o Mario Monti.
Tre esponenti del Pd e il “tecnico” di certo inviso alla coalizione gialloverde. E come è stato in passato, le diplomazie europee e le Cancellerie francese e tedesca non hanno nascosto i loro apprezzamenti nei confronti di Letta, per il ruolo defilato politicamente che si è ritagliato negli ultimi cinque anni e anche per la appartenenza alla famiglia del Socialismo europeo, che così sarebbe rappresentata ai vertici delle Istituzioni di
Ma, come prevedibile, il governo italiano ha sostanzialmente bloccato sul nascere la trattativa:
Non intende dare il placet, per una funzione così importante, a un ex capo del governo di centrosinistra. Anche se si trattasse dell’unica opportunità di rimanere nel cuore decisionale dell’Europa. Una scelta che in passato altri partner Ue hanno invece compiuto privilegiando il sistema-Paese agli interessi di partito. Non solo.
Di fronte all’assenza di un’alternativa, l’Italia ha messo sul tavolo della discussione una controproposta che riguarda la composizione della prossima Commissione.
Ossia la richiesta — motivata dalla circostanza di perdere appunto tutti gli incarichi principali — di garantire al nostro Paese l’importante portafoglio degli Affari economici, quello al momento detenuto dal francese Pierre Moscovici.
Ma su questa ipotesi si è già incrinato il castello di supposizioni costruito a Roma.
Perchè la prima e spiazzante risposta è stata: «Come si può attribuire quella delega a un Paese sotto procedura d’infrazione per debito eccessivo?».
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile
L’ANTICIPO PROMESSO SULLA LIQUIDAZIONE NON C’E’, MANCA L’ACCORDO QUADRO TRA QUATTRO MINISTERI, SE NE SONO DIMENTICATI
224 mila dipendenti pubblici che potrebbero andare in pensione quest’anno con quota 100,
ma per loro, nonostante le promesse del governo, c’è ancora il problema delle liquidazioni del TFS. L’esecutivo a gennaio aveva promesso di farsi carico della vicenda escogitando un meccanismo di anticipo da concordare con le banche sul quale i lavoratori avrebbero dovuto comunque pagare gli interessi.
Nella legge 26 istitutiva del reddito di cittadinanza e quota 100 c’è una norma (articoli 23 e 24) che consente al dipendente pubblico di richiedere un prestito bancario fino a 45 mila euro per incassare subito la liquidazione — il Tfs, trattamento di fine servizio — senza aspettare fino a due anni, come accade oggi a differenza del Tfr erogato subito ai privati.
Il prestito, garantito dallo Stato, ha un tasso di favore (l’ipotesi è del 2,45%). E viene ripagato con lo stesso Tfs, nel momento in cui si rende disponibile.
Il governo ha pure previsto uno sgravio fiscale, crescente all’aumentare degli anni di attesa per il Tfs, dall’1,5 al 7,5%. Le minori tasse sulla liquidazione servono a compensare il costo degli interessi.
Ma, spiega oggi Repubblica, qualcuno ha dimenticato qualcosa:
L’accordo quadro tra ministeri — Economia, Lavoro, Pubblica amministrazione — e l’Abi — l’associazione delle banche — non c’è. Doveva arrivare entro il 30 maggio, a 60 giorni dall’entrata in vigore della legge 26. E invece niente. Non vi è traccia neppure del dpcm — decreto del presidente del Consiglio — con le modalità di attuazione del prestito. Nè della convenzione tra Inps e ministeri per la gestione del fondo statale di garanzia, dotazione iniziale di 75 milioni.
Senza i tre provvedimenti, i dipendenti pubblici che andranno in pensione dal primo agosto in poi grazie a quota 100 — ancor più numerosi gli insegnanti dal primo settembre — resteranno all’asciutto.
Eppure molti tra loro hanno deciso di anticipare l’uscita, sfruttando la nuova finestra con almeno 62 anni e 38 di contributi, proprio sulla base di quella promessa: avere subito almeno 45 mila euro (la liquidazione è in media più alta).
Tra l’altro, per un “quotista” l’attesa del Tfs può essere insopportabile: fino a 7 anni, se si sommano ai 2 anni canonici i 5 massimi di distanza tra i 62 anni e i 67 anni del requisito Fornero.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile
L’AGGRESSIONE OMOFOBA A DUE RAGAZZE A LONDRA E’ UN SEGNALE DEL CLIMA DI ODIO E INTOLLERANZA CHE STA DISTRUGGENDO LA NOSTRA SOCIETA’
Quello che è capitato a Melania e Chris dimostra che non esiste un luogo sicuro per rifugiarsi dall’odio, dalla violenza sessista, dall’omofobia. Londra, la city moderna, quella che anticipa le mode.
Londra sweet, Londra cool. Londra, melting pot di culture, orgogliosa protagonista di un’identità che valorizza le diversità .
E poi dentro uno dei suoi simboli più famosi al mondo, i bus a due piani che la percorrono in lungo e in largo, l’amara resa al branco violento, che non le risparmia di insulti e di botte.
Dovevano baciarsi per il loro divertimento, come le bestie ammaestrate al circo, come qualcosa di esotico al quale assistere, per ridere, forse magari pure per eccitarsi.
Londra 2019, e la foto di due ragazze che sanguinano ancora sedute sopra quel bus. È tanta la rabbia, di chi sa benissimo quanto sia ancora lunga la battaglia che deve disarmare l’ignoranza.
Lo sappiamo in tanti, ma non ancora abbastanza, perchè capita troppo spesso di sentirli quelli del “ma che bisogno avete ancora di fare i Pride” o “ ma che noi etero scendiamo in piazza per sbandierare il nostro orientamento sessuale?”
Non sanno, fingono di non sapere, minimizzano, si girano dall’altra parte e contribuiscono a non proteggere tutte le Melania e Chris che “osano” farsi riconoscere, tutte quelle che arrivano fino all’incredibile “oltraggio” di scambiarsi qualche gesto d’affetto in pubblico.
Si, i Pride oggi non sono solo importanti, sono necessari.
È il momento dove una comunità ritrova sè stessa aprendosi all’incontro con chi condivide i principi di libertà , autodeterminazione, laicità . Sono l’occasione per rivendicare l’orgoglio di quello che si è, la forza di quello che si deve pretendere.
Domani a Roma e per tutto giugno in molte altre città italiane, fino a New York che quest’anno festeggia i 50 anni dai moti di Stonewall, il bar dove ci fu il primo atto di rivolta della comunità LGBT, contro i soprusi.
C’erano molti tacchi branditi nella notte del 28 giugno 1969 per le strade di Manhattan. Con le persone transessuali a guidare il bisogno e il diritto a una vita sociale pubblica e non nascosta all’occhio bigotto e pieno di fobie.
Domani a Roma ballate, cantate, baciatevi, urlate il bisogno di giustizia anche per quel sangue sui visi di Melania e Chris. Il loro sangue è il nostro sangue, il loro dolore è il nostro dolore.
E se la preoccupazione di qualcuno è che i Pride non sono abbastanza sobri cominciate a fare i conti con il fatto che presto smetteremo d’essere così tolleranti con gli intolleranti.
Luca Paladini
I Sentinelli di Milano
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