Luglio 26th, 2019 Riccardo Fucile
INVECE DI PIAGNUCOLARE, AFFITTATEVI E PAGATE UNA SALA D’HOTEL, L’UNIVERSITA’ APPLICA IL REGOLAMENTO INTERNO, LE SALE LE DANNO A CHI GLI PARE, LA PACCHIA E’ FINITA
L’Università di Londra ha deciso di annullare la presentazione del libro-intervista pubblicato dall’editore Altaforte in cui il leader della Lega Matteo Salvini si racconta alla giornalista Chiara Giannini.
“Contrasta con politica antidiscriminazione”, così ha commentato una portavoce della London Metropolitan University di Londra.
La presentazione del libro era prevista per giovedì pomeriggio alle 18 ma poco prima dell’inizio è arrivato il no dell’Ateneo londinese.
È la seconda volta che l’editore Altaforte viene escluso da eventi culturali. A febbraio scorso il Salone del Libro di Torino l’aveva espulsa dalla manifestazione dopo la protesta di scrittori e intellettuali.
Per motivi politici molti autori si erano rifiutati di partecipare al Salone se fosse stata presente anche Altaforte. L’editore è infatti considerato vicino al movimento di estrema destra di CasaPound.
L’autrice del libro dopo aver appreso la notizia ha espresso ad Adnkronos tutto il suo disappunto: “I ragazzi della Lega nel mondo e dell’associazione locale di ragazzi italiani ‘The Vortex Londinium’ avevano organizzato la presentazione del libro per oggi in una sala della London Metropolitan University di Londra alla presenza mia e dell’editore Francesco Polacchi.
“Sembrava tutto a posto fino a due ore fa, quando una manager dell’università è venuta a dirci che non possiamo presentare il libro perchè sostiene che, in base al loro regolamento, non si può presentare un libro che può danneggiare il buon nome dell’università ”.
Inutile lamentarsi, affittatevi e pagate una sala d’albergo, come fanno in tanti.
L’università ha pienamento diritto a concedere o negare una propria sala a chi gli pare, i regolamenti esistono apposta
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2019 Riccardo Fucile
LA POTENZA DELLA TENEREZZA DILAGA SUI SOCIAL
L’abbraccio è la cosa più vecchia del mondo. Non importa verso chi è rivolto. 
È un linguaggio universale che unisce in maniera ideale Campoli del Monte Taburnio — un piccolo centro di circa mille anime in provincia di Benevento — e chissà quale altro stato dell’Africa sub-sahariana.
Nei giorni scorsi è diventata molto virale una fotografia pubblicata nel gruppo blindato «Sei di Campoli se…».
Un gruppo che conta soltanto 800 membri, al quale si può accedere esclusivamente se si risponde a delle domande ben precise sul borgo del Sannio. Non soltanto storia comune, ma anche tradizioni popolari e quei messaggi codificati che solo chi appartiene a quelle poche case tra vigneti e oliveti possono conoscere.
«Un pomeriggio qualunque abbascio a chiazzà³lla — si legge nel post -. Da sinistra: Zì Nicolina, Zì Vicenza e Zì Maria fanno da nonne ai piccoli che vivono nel centro accoglienza situato vicino alle loro abitazioni».
Zì Nicolina, Zì Vincenza e Zì Maria trasmettono il loro potentissimo messaggio. Donano un po’ di affetto a tre bambini, ospiti del vicino centro di accoglienza. Uno di loro dorme beatamente (quello in braccio a Zì Maria), mentre invece gli altri due sgranano gli occhi — un po’ perplessi in verità — e si scambiano uno sguardo immortalato dallo scatto della macchina fotografica.
La foto è diventata un fenomeno del web: è stata condivisa da tantissime persone sui social network ed è diventata notizia anche per i principali media nazionali.
Non sono mancate le critiche — e come potrebbero mancare in questo feroce mondo dei social network, dove anche l’immagine più innocente diventa il bersaglio degli haters -, ma in generale c’è stata una vera e propria mobilitazione che inneggia alle nonne di Campoli. Diventate, loro malgrado, simbolo di un qualcosa che — forse — non conoscono nemmeno.
Perchè loro, di certo, sanno poco dell’odio che si consuma sul web nei confronti dei migranti, delle persone che sbarcano in Italia e che vengono ospitate nei centri di accoglienza.
Loro fanno solo quello che è spontaneo e naturale: quando un essere umano più grande vede un essere umano più piccolo, lo abbraccia. Semplicemente.
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2019 Riccardo Fucile
PER ESSERE SALITI A BORDO DELLA SEA WATCH IL 26 GENNAIO, MULTATI DI 2.000 EURO… CHIESTO L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA, E’ UN ATTO ARBITRARIO E INTIMIDATORIO… ANDREBBE DENUNCIATO CHI LO HA EMESSO
Dopo essere stati multati per essere saliti a bordo della Sea Watch 3 lo scorso 26 gennaio, tre deputati — Nicola Fratoianni (Si), Riccardo Magi (+Europa) e Stefania Prestigiacomo (Fi) — si sono rivolti al presidente della Camera avendo esercitato la loro funzione di sindacato ispettivo, una prerogativa costituzionale.
Siamo alle intimidazioni: i parlamentari che sono saliti a bordo della Sea Watch 3 lo scorso 26 gennaio sono stati multati (per 2mila euro).
Nicola Fratoianni, Riccardo Magi e Stefania Prestigiacomo hanno ora chiesto alla Camera di potersi avvalere dell’immunità parlamentare essendo saliti a bordo, in quell’occasione, proprio in qualità di deputati.
“Multati per il reato di solidarietà ”, afferma Fratoianni, leader di Sinistra italiana: “Di questo non posso che essere fiero. Ma la questione è un’altra. Siamo stati multati nell’esercizio delle nostre prerogative costituzionali. E cioè mentre stavamo effettuando una missione ispettiva”.
Fratoianni si trovava a bordo della Sea Watch, insieme agli altri due parlamentari, quando l’imbarcazione è stata bloccata dalle autorità italiane davanti a Siracusa. Fratoianni spiega ancora: “Per questo ci siamo rivolti al presidente della Camera dei deputati Fico e alla Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio. Si tratta di garantire la tutela di una prerogativa molto importante”.
È stata Stefania Prestigiacomo, parlamentare di Forza Italia, a spiegare di essersi rivolti al presidente Fico dopo aver ricevuto notizia della multa:
“I deputati multati per essere saliti sulla Sea Watch a gennaio scorso con l’obiettivo di verificare lo stato di salute dei 47 migranti a bordo hanno chiesto al presidente della Camera Roberto Fico di ricorrere alla Giunta per le autorizzazioni della Camera, con l’obiettivo di far valere l’immunità alla luce dell’insindacabilità dell’attività ispettiva svolta. La vicenda è sempre la stessa — dice all’Adnkronos — noi stiamo stati multati perchè la Capitaneria di Porto ci ha contestato, con dei verbali, una serie di violazioni commesse. Noi ci stiamo opponendo perchè riteniamo di non aver commesso alcuna violazione, ma soprattutto di aver esercitato le nostre prerogative da parlamentari”.
Parla anche il terzo deputato, Riccardo Magi, di +Europa. Con l’Adnkronos commenta: “Il presidente Fico ha rimandato la questione alla Giunta per le autorizzazioni della Camera, che ci ha chiesto di inviare tutta la documentazione, come i verbali delle sanzioni, e le nostre argomentazioni a supporto del fatto che quella attività rientra in un atto di sindacato ispettivo dei parlamentari”.
L’obiettivo dell’iniziativa di Magi e degli altri due deputati è quella di “ribadire l’insindacabilità dell’attività ispettiva dei parlamentari, soprattutto se siamo di fronte a casi di prolungata restrizione di persone senza l’autorizzazione di un giudice, quindi di fronte a ipotesi di trattamenti inumani e degradanti e violazione dei diritti fondamentali”.
Il deputato di +Europa conclude: “Siamo saliti sulla nave per esercitare la nostra funzione di sindacato ispettivo, che è una prerogativa parlamentare, e prima di sbarcare ci è stata fatta una visita medica. Al grave abuso commesso da chi ha trattenuto per giorni sulla Sea Watch 47 persone, già provate dalla detenzione nei lager libici e dalla traversata, e l’equipaggio, se ne aggiunge uno ulteriore, piccolo e gratuito, al quale intendo oppormi in ogni sede”.
(da”Fanpage”)
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Luglio 26th, 2019 Riccardo Fucile
MANIFESTO’ AI CANCELLI DI ITALPIZZA… “IL FOGLIO DI VIA NON E’ UNO STRUMENTO PER COLPIRE SOGGETTI PER MOTIVI POLITICI”
L’ordine della questura era stato perentorio: per due anni non poteva mettere piede a
Modena. Un foglio di via nei confronti di una sindacalista del Si Cobas che tra novembre e dicembre 2018 era stata protagonista di manifestazioni sfociate “in vera e propria violenza” contro la polizia davanti ai cancelli di Italpizza, colosso dell’alimentazione al centro di una dura vertenza sulle condizioni di lavoro degli operai.
Ma i giudici del Tar di Bologna, dopo il ricorso della donna, hanno annullato il provvedimento e condannato il ministero dell’Interno a pagare 2 mila euro di spese.
Perchè l’appartenere “a movimenti sindacali particolarmente attivi sul piano delle manifestazioni a difesa dei lavoratori”, che a volte possono diventare violente, non può “automaticamente” etichettare una persona come “pericolosa per l’ordine pubblico”. Che è, appunto, uno dei presupposti per ricevere il foglio di via.
La sentenza del Tar ricostruisce i mesi caldi di fine 2018.
La sindacalista, difesa dall’avvocata Marina Prosperi, è una dirigente del Si Cobas, fra le protagoniste della battaglia contro il colosso della pizza congelata.
Le accuse, nei suoi confronti, sono diverse: ha indetto numerose manifestazioni non autorizzate davanti ai cancelli, “nel corso delle quali i partecipanti avrebbero attuato un blocco merci” fermando i camion.
Durante i presìdi, “si sarebbe creato un clima di tensione con le forze di polizia che in alcuni casi sarebbe sfociata in vera e propria violenza” contro gli agenti. Con un ruolo attivo della sindacalista, “che bloccava il traffico” e spingeva “energicamente” i poliziotti.
Per questi motivi la dirigente è indagata per resistenza a pubblico ufficiale e violenza privata. Alle spalle ha altre denunce. Il 3 maggio, il questore di Modena decide: foglio via, vietato l’ingresso in città per due anni “salvo specifica e preventiva autorizzazione”.
Cominciano, a questo punto, le contestazioni dei giudici del Tar. Dai precedenti penali che non possono essere considerati validi come motivazione perchè sono ancora in fase di giudizio (oltre a una “irrilevante” condanna per omicidio colposo) ai criteri che devono essere rispettati per infliggere un foglio di via, come quello di essere una “persona socialmente pericolosa”.
Vale la pena leggere per intero un passaggio: la sindacalista in questione “svolge il suo compito di rappresentate sindacale e se talvolta nel corso di manifestazioni a tutela dei lavoratori la sua condotta sia uscita o dovesse uscire dai canoni di legalità , sarà denunciata per la sua condotta”, senza però dover subire misure di prevenzione.
Che devono essere irrogate “a persone che vivono abitualmente di reati e la cui presenza in un certo territorio è l’occasione per commetterli”. Nessuna giustificazione delle violenze, beninteso, solo una valutazione degli strumenti più adatti.
Il foglio di via “non è uno strumento per colpire soggetti che, per motivi politici o sindacali, possono talvolta assumere atteggiamenti oppositivi con le forze dell’ordine”. Infine, non è stato valutato che le proteste “cui ha partecipato la ricorrente sono espressione della libertà di partecipare a manifestazioni sindacali”.
Per Marina Prosperi, legale della dirigente Si Cobas, “è un evidente segnale nei confronti della questura, che ha avviato altri dieci procedimenti simili. Tra l’altro in quelle situazioni di protesta il sindacato aveva ragione perchè contrastava un esercizio del potere datoriale discriminatorio e al limite della mortificazione dei dipendenti”.
Il Tar (presidente Giuseppe Di Nunzio, consigliere Umberto Giovannini, consigliere estensore Ugo De Carlo) ha dunque accolto il suo ricorso, annullato il foglio di via e condannato il ministero dell’Interno a liquidare 2 mila euro di spese.
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2019 Riccardo Fucile
QUATTRO AGGRESSIONI E NOVE FERITI IN DIECI GIORNI, UN MORTO A MARZO: E NESSUN ARRESTO
13 luglio 2019. Un piccolo gruppo di braccianti agricoli sta attraversando la statale di Foggia est in bici per raggiungere i campi di lavoro. Nel mezzo del viaggio, alcuni di loro vengono colpiti alla testa da una raffica di sassi lanciati da un’auto.
Due giorni dopo succede la stessa cosa: altri braccianti salgono sulle proprie bici per arrivare nelle campagne e due di loro vengono feriti al cranio mentre attraversano la statale.
Il 17 luglio c’è ancora un altro episodio. Nella stessa zona, un ragazzo che abita in centro va a riprendere il proprio motorino nella periferia della città . Sale sul mezzo e attraversa la statale diretto verso i campi da lavoro. Un’auto lo raggiunge, gli si avvicina e lo sperona. Il ragazzo cade, sbatte la testa e perde un dente. Nello stato confusionale riesce a sentire i rumori dell’aggressore che colpisce il suo motorino.
Il 23 luglio, altre 3 persone in bicicletta stanno andando per conto loro sulla statale. Nel giro di un istante vengono colpite alla testa da alcuni oggetti non definiti lanciati da un’auto in corsa. Uno di loro, un gambiano di 22 anni, viene colpito con più forza e, cadendo, perde i sensi. All’ospedale di San Giovanni Rotondo dov’è ricoverato, gli diagnosticano un’orbita e uno zigomo fratturati.
«Avviene sempre più o meno all’alba: iniziamo a pensare che ci sia qualcuno che mette la sveglia per aggredirli». A parlare a Open è Alessandro Verona, responsabile del progetto Capitanata di Intersos, un’organizzazione no profit che si occupa di assistenza medica. Sono loro ad aver prestato la prima assistenza ai ragazzi rimasti feriti nelle aggressioni.
A partire dal 2018, Intersos ha iniziato a operare nella provincia foggiana per fornire assistenza socio-sanitaria informale ai migranti che lavorano nell’area.
«Qui a Foggia entrano in gioco due fattori» spiega Verona. «Da una parte c’è una presenza non piccola di lavoratori stranieri che stagionalmente arrivano per lavorare nei campi». Presenza testimoniata solo parzialmente dai centinaia di migranti che ogni estate arrivano in Puglia, come aveva raccontato a Open Giovanni Mininni di Flai Cgil.
«Dall’altra, queste persone vivono in condizioni di grandissima fragilità », continua Verona. «Chi vuole offendere e minacciare si sente molto meno in pericolo nel farlo che se colpisse altre categorie».
I carabinieri sono riusciti a recuperare le immagini delle aggressioni del 15 luglio grazie ad alcune telecamere presenti nella zona. Ma mentre le indagini proseguono, altri braccianti vengono aggrediti appena una settimana dopo.
La difficile routine dei braccianti è spesso raccontata attraverso le cronache dai ghetti, come quelle del Borgo Mezzanone, sgomberato l’ultima volta l’11 luglio di quest’anno.
Ma gli aggressori non si selezionano le vittime in base al luogo di residenza: come racconta Verona, tutte le persone colpite vivono in luoghi diversi dell’area, siano i ghetti della Capitanata o normalissime case in affitto.
Persone che spesso si muovono con i propri mezzi per andare a lavoro, senza ricorrere ai pericolosi mezzi di fortuna usati dai caporali nei loro viaggi verso i campi.
«Negli ultimi dieci giorni la situazione è diventata critica», continua Verona, che parla di veri e propri tentativi di omicidio. I braccianti stessi, assistiti nelle strutture di Intersos, hanno raccontato di un’escalation di violenze da giugno del 2018 fino a quelle di pochi giorni fa.
«La situazione è peggiorata, ci raccontano. E non si tratta di qualche episodio isolato: siamo davanti a una catena di aggressioni che scaturisce dall’aumento delle tensioni a livello nazionale, non solo locale».
I medici e i mediatori di Intersos mantengono contatti continui con i migranti che soccorrono (in gran numero subsahariani) e, insieme all’associazione Asgi, tentano di fornirgli un’assistenza a tutto tondo. Sono loro che hanno accompagnato molti degli aggrediti in questi giorni a sporgere denuncia: «Da parte loro c’è un senso di enorme ingiustizia. Non sappiamo fino a che punto queste violenze possano condizionare le reazioni di questi lavoratori».
Il 28 marzo scorso, un ghanese di più di 50 anni, Daniel Nyarko, stava tornando nella masseria nell’area di Borgo Mezzanone dove lavorava come cuoco. Aveva fatto la spesa e stava percorrendo la strada in bici. Daniel è stato ucciso a colpi di pistola da un aggressore ancora ignoto: «A oggi non sappiamo nè chi sia stato, nè quale sia l’arma usata. La sensazione di impotenza è ai massimi storici».
(da Open)
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Luglio 26th, 2019 Riccardo Fucile
COS’E’ “IL CAVALLO DI RITORNO”, IL TIPO DI ESTORSIONE POSTO IN ESSERE DAI DUE CRIMINALI… PERCHE’ I DUE CARFABINIERI NON HANNO AVUTO COPERTURA DI ALTRI MILITARI, SE SI TRATTAVA DI UNA TRAPPOLA?
Soldi in cambio della restituzione di qualcosa che è stato rubato: ecco cos’è il cavallo di
ritorno. Una pratica ovviamente illegale, tecnicamente un’estorsione che viene messa in pratica dai ladri o da chi è venuto in possesso di qualcosa che è stato rubato – una borsa, un cellulare, uno scooter, un’auto – e si mette in contatto con il proprietario per ottenere denaro in cambio della restituzione dell’oggetto.
È per questo tipo di estorsione che Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso a Roma, stava intervenendo nel quartiere Prati. Un termine gergale che anche i carabinieri utilizzano per definire la situazione in cui il militare si è trovato.
Cerciello Rega e il suo collega stavano facendo un controllo su due soggetti che trasportavano una borsa sospetta, probabilmente rubata poco prima a una donna. Secondo una primissima ricostruzione la donna avrebbe chiamato il suo cellulare e preso accordi con i ladri per riavere la borsa ma all’incontro si sarebbero invece presentati i militari, avvisati dalla vittima. A quel punto sono stati aggrediti.
Resta lo sconcerto, se si trattava di una “trappola”, come i due carabinieri abbiano agito senza copertura di altri militari appostati e pronti a intervenire come sarebbe logico in operazioni di questo genere.
È successo poco dopo le tre del mattino, in via Pietro Cossa, quartiere Prati, pieno centro cittadino.
Mario Cerciello Rega, vice brigadiere di circa 35 anni, sposato da circa un mese, durante il servizio in borghese stava facendo un controllo su due persone che trasportavano una borsa sospetta, probabilmente rubata poco prima a una donna. Secondo una primissima ricostruzione la donna avrebbe chiamato il suo cellulare e preso accordi con i ladri per riavere la borsa, un “cavallo di ritorno”, ma all’incontro si sarebbero invece presentati i militari, avvisati dalla vittima. Il vice brigadiere sarebbe stato ucciso per cento euro, quelli chiesti dai due per restituire la borsa
Quando i militari li hanno bloccati, uno dei due ha estratto un coltello e ha pugnalato il vice brigadiere con otto coltellate, una delle quali sferrata all’altezza del cuore, un’altra alla schiena. L’uomo è stato portato d’urgenza all’ospedale Santo Spirito dove è morto, dopo un drammatico tentativo di rianimazione. L’altro carabiniere è rimasto lievemente ferito nella colluttazione.
I due sospettati, forse di origine nordafricana, sono adesso in fuga. Secondo le prime ricostruzioni si tratterebbe di due uomini alti circa 1 metro e ottanta. Uno dei due uomini è biondo, con i capelli mesciati, indossa un paio di jeans e una camicia a scacchi; l’altro ha un vistoso tatuaggio sul braccio destro. Elementi che potrebbero comportare ulteriori approfondimenti per stabilire la loro identità e provenienza. La procura ha aperto un’inchiesta per omicidio.
(da agenzie)
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