Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
ALFIO BAFFA POTRA’ TRANQUILLAMENTE CONTINUARE A FUMARE IL SIGARO E SORSEGGIARE IL RUM IN VASCA
Aveva fatto discutere il suo video in vasca da bagno, con tanto di sigaro in bocca e di bicchiere di
rum (nonostante la ‘caduta di stile’ della plastica al posto del vetro). Alfio Baffa, il leghista che aveva mandato un saluto al gruppo WhatsApp ‘Revenge Porn’, non ha superato lo scoglio delle elezioni regionali in Calabria, non riuscendo nell’impresa dell’elezione.
La domanda è: quanto ha pesato (in termini di consensi) il video diventato virale a livello nazionale?
Alfio Baffa non rientra tra i candidati eletti in consiglio regionale. La Lega, seconda forza della coalizione di centrodestra dopo Forza Italia, è riuscita a strappare soltanto 5 consiglieri. Nulla da fare per il giovane di Corigliano Calabro, che puntava all’elezione nella circoscrizione Nord e che ha ottenuto soltanto 510 preferenze.
Avrebbe avuto bisogno di un consenso molto più ampio, se si considera che i suoi colleghi della Lega che sono stati eletti in consiglio regionale hanno ottenuto risultati a quattro cifre.
E non sono bastate neanche le fotografie e i video con Matteo Salvini, negli ultimi giorni della campagna elettorale. Alfio Baffa era stato già ‘assolto’ dal leader leghista, che aveva affermato che nel suo video non ci fosse nulla di sbagliato e che non sarebbe andato di certo a sindacare sui gusti sessuali delle persone. Come se il revenge porn potesse essere derubricato a ‘gusto sessuale’.
Secondo il sito LaC News 24, la compagine leghista nel consiglio regionale della Calabria potrebbe essere formata da Pietro Molinaro, Gaetano Salvatore, Filippo Mancuso, Tilde Minasi e Luigi Novello che risultano tra i più votati del Carroccio.
Ma per Alfio Baffa non c’è stato nulla da fare. Il suo quarto d’ora di celebrità si è concluso nel momento esatto in cui l’elettore medio ha swippato sulla Instagram Stories successiva a quella del suo video in vasca da bagno.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA DETERMINAZIONE DELLA PENSIONATA TORINESE VITTIMA DELLA SCRITTA SUL SUO PIANEROTTOLO
“Non la voglio cancellare, è una testimonianza di un atto incivile, ignorante e razzista”.
A parlare è Maria Bigliani, 65 anni, pensionata, con una vita passata negli uffici tecnici del verde pubblico di Palazzo Civico di Torino. “Ieri sera ho avuto anche l’onore di ricevere la telefonata della sindaca Appendino che mi ha espresso solidarietà sua e di tutta la città “.
Maria sta facendo colazione, i tecnici mandati dalla prima cittadina stanno verificando con l’assessore comunale Alberto Unia come cancellare quelle tre parole che non sporcano solo un muro ma la memoria di Torino. “Crepa sporca ebrea”, scritto con un pennarello nero sul muro del pianerottolo.
Se ne è accorta ieri mattina, proprio nel Giorno della Memoria, quando è uscita dalla sua abitazione dove vive con il compagno conosciuto 5 anni fa durante l’Hanukkah, la festa ebraica della consacrazione del tempio. “Ho visto la scritta, sono andata subito al commissariato di via Bologna per denunciare il fatto e mi hanno detto di rivolgermi alla Digos, sono stati loro ieri a raccogliere la mia denuncia in Questura. Ho capito che la scritta era rivolta a me perchè credo di essere l’unica con un’origine ebrea qui nel palazzo”.
Sua madre, Ines Ghiron Bigliani, era una staffetta partigiana “ha combattuto molto fortemente contro fascismo e razzismo e questa scritta ora per me rappresenta un motivo di orgoglio nella sua brutalità . Non mi era mai successo un gesto così forte, solo una volta sul lavoro un collega mi riempì di frasi ingiuriose dopo aver saputo delle mie origini e mi disse “Sei molto fortunata a essere viva, perchè tua madre doveva essere cancellata””.
In quel caso Maria scelse di non denunciare ma ne parlò con il suo dirigente e i colleghi. “Da quel momento non ci sono stati altri episodi fino a oggi, posso sospettare di qualcuno ma sono solo sospetti”.
Sul caso gli agenti della Digos, coordinati dal dirigente Carlo Ambra, stanno indagando raccogliendo le testimonianze per risalire ai colpevoli di quella scritta. “Ma per ora non ho fretta di cancellarla, è pur sempre una testimonianza”.
Intanto oggi alle 13,30, proprio nei pressi della sua abitazione davanti alla chiesa della Gran Madre ci sarà un presidio di solidarietà .
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
AUMENTANO LE PARTENZE A CAUSA DELLA GUERRA, CENTINAIA DI ESSERI UMANI IN FUGA DAI LAGER LIBICI…LA GUARDIA COSTIERA LIBICA ORA SOSTIENE DI NON AVER MEZZI DI SOCCORSO (E NOI GLI ABBIAMO REGALATO LE MOTOVEDETTE E MILIONI DI EURO CHE SI SONO FOTTUTI)
Centinaia di persone in fuga dai centri di detenzione libici, quindici barche con 900 migranti a
bordo soccorse in 72ore dalle navi umanitarie e dalla marina maltese mentre la guardia costiera libica si limita a rilanciare gli Sos sostenendo di non avere mezzi a disposizione.
L’ultimo salvataggio all’alba di oggi dalla Open Arms, tornata nel Mediterraneo nonostante la nave in precarie condizioni, a dare manforte alle altre dud Ong presenti, la Ocean Viking di Sos Mediterranee e Msf e la Alan Kurdi della tedesca Sea eye che fannola spola da sud a nord con interventi multipli.
Centodue stamattina e 56 ieri sera i migranti salvati da Open Arms. E adesso sono 643 i migranti a bordo delle tre Ong, 407 (quelli sulla Ocean Viking) dovrebbero sbarcare a Taranto dove la nave si sta dirigendo dopo aver avuto l’autorizzazione del Viminale.
Una situazione di estrema criticità che riapre molti interrogativi alla vigilia della riconferma degli accordi tra Italia e Libia senza nessuna delle modifiche che erano state annunciate dal governo italiano come condizione per il proseguo del patto
Alla ripresa massiccia di partenze dalle coste libiche negli ultimi giorni ha fatto da contraltare una quasi totale assenza di motovedette della guardia costiera libica e le ripetute richieste di soccorso di imbarcazioni in difficoltà diffuse attraverso il centralino Alarm phone ai centri di ricerca e soccorso di Tripoli e talvolta anche di Malta nelle zone Sar libica e maltese sono rimaste inascoltate.
Solo le navi Ong hanno risposto alle chiamate salvando la vita a oltre 600 persone che adesso a bordo delle tre navi, ancora in acque internazionali, aspettano di sapere dove poter sbarcare. “Nel Mediterraneo in questo fine settimana centinaia di persone sono sopravvissute solo grazie all’intervento delle navi umanitarie. E’ evidente ilvuoto spaventoso di capacita’ di ricerca e soccorso” , dice Carlotta Sami portavoce dell’Unhcr.
Fino ad ora l’unico porto concesso è stato quello di Taranto, ancora in attesa di risposta la Alan Kurdi e la Open Arms mentre la commissione europea lavora sulla ricollocazione dei migranti.
E domenica prossimo, nel silenzio più assoluto sulle annunciate modifiche agli accordi Italia-Libia che avrebbero dovuto essere la condizione per la continuità dell’impegno italiano, il memorandum verrà rinnovato per i prossimi tre anni.
Con l’Italia che continuerà a fornire uomini, mezzi e soldi alla guardia costiera libica per riportare i migranti in un Paese in guerra nei centri di detenzione dove le agenzie delle Nazioni Unite non sono in grado di garantire il rispetto dei diritti umani.
(da agenzie)
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Gennaio 27th, 2020 Riccardo Fucile
SI ALZANO I MUGUGNI INTERNI MENTRE LA MELONI PASSA ALL’INCASSO PER LE PROSSIME REGIONALI
Da domani non basteranno le citofonate ma serviranno i contenuti per riempire la lunga traversata nel deserto che attende Matteo Salvini.
E non basterà nemmeno l’onnipotenza da leader monarchico della coalizione che pone veti sui candidati altrui, cerca di imporre profili marcatamente leghisti e oscura gli alleati di sempre.
Ecco, il dato politico della tornata elettorale di ieri ci consegna un re leghista, ridimensionato, ammaccato, senza più la corona.
Che non solo è stato sconfitto in quella che aveva definito la partita della vita, vale a dire l’Emilia Romagna, ma ora è messo sotto processo dagli storici compagni di coalizione, Fratelli d’Italia e Forza Italia.
Non a caso la pasionaria Giorgia Meloni avverte: “Ora si dia l’idea di squadra”. Che è un modo per ridiscutere tutte le candidature delle regionali della primavera prossima, dalla Toscana alla Puglia, dalla Campania alle Marche.
Eccezion fatta, per Liguria e Veneto dove il centrodestra schiererà gli uscenti Giovanni Toti e Luca Zaia.
Sia come sia, è vero che il Capitano leghista, in una surreale conferenza stampa di circa sessanta minuti, dissimula, rispolvera l’importanza del gruppo e della coalizione e porge l’altra guancia quando appunto sottolinea che “mi sono alzato soddisfatto, abbiamo fatto quello che è stato possibile”. Perchè l’Emilia Romagna è la regione rossa per antonomasia, ed è già un risultato essersela giocata al fotofinish. Come dire, una sconfitta ci può stare, anche perchè “siamo alla ottava vittoria su nove”.
Un attimo dopo però l’ex ministro dell’Interno ritorna in sè e si proietta già in campagna elettorale, puntando tutte le fiches sulla tornata della primavera prossima quando si voterà in sei regioni.
Ma se questa è la superficie di un racconto, la dichiarazione ufficiale da diffondere alla stampa, poi c’è la realtà con cui scontrarsi.
E ora, appunto? Può essere ancora una volta il terreno della campagna elettorale la strategia di questo leader che gioca da solo, che oscura la sua candidata governatrice, che accentra tutto su di sè, e che si immagina presto, molto presto Palazzo Chigi?
A via Bellerio, manco a dirlo, ufficialmente sono tutti con l’ex ministro dell’interno e nessuno osa pubblicamente mettere in discussione una leadership che ha consentito al fu Carroccio di veleggiare ora al 30 per cento di media nazionale. Trattasi di un partito leninista.
Poi però ci sono i mugugni, i punti sulle i, che vengono a galla una volta che ci si ritrova davanti alla prima sconfitta vera, definitiva. E all’errore di aver reso il match emilian-romagnolo un referendum su sè stesso.
Eccolo allora il fronte interno. Quando i taccuini si chiudono alcuni uomini vicini a Giancarlo Giorgetti confidano che occorrerebbe aprire una riflessione per gli errori commessi nel corso di questo ultimo mese e mezzo.
Dal citofono alla drammatizzazione sul caso Gregoretti. Una propaganda che ha spaventato l’elettorato moderato dell’Emilia Romagna
Eppure c’è chi assicura che la resa dei conti si celebrerà al consiglio federale di venerdì quando qualcuno proverà a sollevare il polverone, cercando di far riflettere un leader abile a non passare la palla e a prendere qualsiasi decisione confrontandosi con la famosa Bestia di Luca Morisi.
Ad esempio, i nodi su cui ragionano alcuni fedelissimi dell’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio rimandano non solo alla debolezza di una candidata, Lucia Borgonzoni, “attorno alla quale bisognava almeno mettere in piedi una squadra più forte”, ma soprattutto alla selezione della classe dirigente.
“Ad oggi la Lega non è strutturata per andare oltre il 34 per cento, ma con il 34 per cento non si va da nessuna parte perchè si governa con il 50 per cento più”.
E per arrivare a quel numero non solo è necessario riconsiderare gli snobbati alleati Meloni e Berlusconi, che gli hanno consentito di vincere un’altra regione, la Calabria. Dove primeggia appunto Jole Santelli, la fedelissima del Cavaliere, grazie al traino di una ritrovata Forza Italia e a una serie di liste civiche di stampo moderato.
Stando alle osservazioni che giungono da alcuni leghisti, “Matteo dovrebbe fermarsi, coinvolgere il gruppo dirigente nelle decisioni, abbassare i toni per intercettare quel mondo di centro che oggi ci manda e ci è mancato alle regionali in Emilia Romagna”. In sintesi, parlare ai moderati.
Da qui in avanti se la dovrà vedere con un fronte interno che parla sottovoce ma comincia a rumoreggiare e con un fronte esterno, coalizionale, ringalluzzito dalla performance calabrese.
“Il modello è quello calabro”, spiega Ignazio Larussa, fedelissimo della pasionaria di Fratelli d’Italia. “A sua tempo Giorgia aveva fatto delle obiezioni sulla Borgonzoni”.
E allora qual è la strategia per provare a vincere le sei regioni che torneranno al voto in primavera? Di certo, gli alleati chiedono di sedersi al tavolo e discutere ogni singolo candidato.
Non ci saranno più profili imposti da via Bellerio. D’altro canto, insiste Larussa, “resta il dubbio nel caso dell’Emilia Romagna che con una campagna elettorale meno esposta a livello del binomio candidato/partito di appartenenza e di certe esternazioni forse il trend sarebbe stato diverso. Non recrimino sul passato, ci serva da valutazione del futuro”.
Insomma, gli alleati oggi battono i pugni. Non accettano la monarchia salviniana. Ma ora tocca solo comprendere se l’ex ministro dell’Interno ha imparato la lezione, o se continuerà a ballare da solo. Questa volta, però, senza più la corona.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 27th, 2020 Riccardo Fucile
IL PREMIER CONFIDA: “IN EMILIA AVREI FATTO VOTO DISGIUNTO”… MA IL M5S E’ ALLO SBANDO
“Il bipolarismo fra Lega e 5 stelle è finito. Da alleato mi auguro ne prendano atto”, dice Nicola
Zingaretti.
“Dobbiamo rinforzare un ampio fronte progressista. Auspico un’area innovatrice dove trovi spazio anche il Movimento”, commenta Giuseppe Conte.
Se tra le due affermazioni trovate consonanze e affinità è perchè ce ne sono. Il segretario del partito democratico e il presidente del Consiglio preparano armi e bagagli per entrare nella fase 2 del governo.
Una corrispondenza di politici sensi che arriva al suo apice quando il premier risponde alla domanda di Lilli Gruber su come avrebbe votato in Emilia Romagna: “Mi sarei affidato al voto disgiunto”. Poi aggiunge di corsa: “Ma non dico quale”.
Senza voler fare all’avvocato del popolo un processo alle intenzioni, il solo voto disgiunto di cui si è parlato e che ha preso una certa consistenza nelle urne è quello di coloro i quali hanno votato la lista M5s e come presidente il democratico Stefano Bonaccini. L’equazione è presto fatta.
I due consoli marciano spediti verso un cronoprogramma che, idealmente, li accompagnerà per i prossimi tre anni.
Ma devono fare i conti con un avversario temibile: la crisi del Movimento. I 5 stelle si trovano al cospetto di uno dei guadi più pericolosi della loro pur breve vita senza una guida.
Luigi Di Maio si è trincerato dietro un rumorosissimo “no comment”. “Ha provato in tutti i modi a dire che non si doveva correre”, dice un parlamentare a lui molto vicino. E aggiunge: “Ha fatto poi ben presente che a seguito di questa decisione le responsabilità sarebbero state di tutti”.
L’interim è assunto da Vito Crimi, che i suoi definiscono “un perfetto uomo macchina”, ma non è di certo lui alla guida.
Le due anime della creatura di Beppe Grillo sono lacerate tra chi vorrebbe dare seguito alle parole di Conte, e iniziare un percorso di avvicinamento all’area riformista, e chi continua a perseguire la via dell’isolazionismo come tattica e strategia, dal ministro degli Esteri ad Alessandro di Battista, con tutte le sfumature del caso.
Un guado dal quale non si sa quando si potrà uscire, visto che gli stessi Stati generali sono a rischio, con un probabile slittamento di alcune settimane, a dopo il referendum sul taglio dei parlamentari fissato per il 29 marzo.
Una situazione confusa e limacciosa, dalla quale Conte in tandem con Zingaretti cercano di uscire ancor prima di esservi entrati.
Il vicesegretario Dem Andrea Orlando ha chiesto un “riequilibrio” dell’agenda di governo alla luce dei risultati elettorali. Un modus operandi che al presidente del Consiglio non piace. “Conte sta lavorando sui temi da mettere al centro da ben prima di Natale — spiegano dal suo staff — Per lui non ci sono proposte del Pd o proposte M5s. Tutti gli spunti interessanti e le idee valide troveranno terreno fertile”.
Il premier ai suoi interlocutori parla della “necessità di un nuovo slancio”, in pubblico spiega che “non bisogna essere ingenerosi con i 5 stelle”.
La verità è che in questo tempo di sede vacante il premier vuole cogliere l’opportunità da un lato di inchiodarsi sulle spalline i galloni di trait d’union fra il mondo pentastellato e quello del centrosinistra, operazione per la quale in passato è già stato oggetto delle critiche dei fedelissimi dell’allora capo politico:
“Solo in quel ruolo ha una minima probabilità di futuro politico”. Dall’altro pensa a un’accelerazione sulle cose da fare come miglior viatico possibile per superare questa fase piena di insidie.
Ancora le modalità del tagliando non sono state definite. Si partirà con tutta probabilità la settimana prossima, con uno o più incontri tra i vertici e, forse, a seguire alcuni tavoli tematici.
Operazione sulla quale il capo del governo trova sponda fertile in Zingaretti. L’approccio del segretario del Pd è cauto e punta a lavorare ai fianchi l’alleato. Al centro i temi del lavoro, dell’equità sociale, della distribuzione della ricchezza.
Il Nazareno non ha nessuna intenzione di piantare le rivendicazioni sui decreti sicurezza, sullo ius soli o sulla prescrizione in faccia all’alleato.
Vuole arrivarci, sì, ma attraverso quella politica dei piccoli passi che ha condotto fino al post regionali, fino a una situazione per la quale l’opzione progressista è diventata non solo digeribile, ma anzi auspicabile per un buon pezzo dei 5 stelle.
Un bacino che Zingaretti punta ad ampliare per stabilizzare il nuovo ma vecchi quadro bipolare tra destra e sinistra.
Crimi ha già risposto “picche”, usando la più consueta (e un po’ logora) argomentazione dei pentastellati: “Parliamo di temi, non della nostra collocazione”. Difficile nascondersi dietro un dito. Di questo si sta parlando.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 27th, 2020 Riccardo Fucile
QUELLI CHE SONO PASSATI DA “SALVINI GENIO” A “SALVINI CHE NON CAPISCE LA GENTE” NELL’ARCO DI UNA NOTTE: “ECCESSI DI PROPAGANDA CHE SUPERANO IL BUON SENSO”
Emilia-Romagna il giorno dopo.
Il titolo del film che i sovranisti si apprestavano a vedere probabilmente suonava più come Emilia-Romagna Anno Zero, intendendo come il primo anno della liberazione della regione rossa dal governo dei sinistri e dei comunisti dopo settant’anni.
È finita con diversi sovranisti di grido e di fama costretti a poderose marce indietro, giustificazioni, spiegazioni e curiose analisi della sconfitta.
Partiamo da Annalisa Chirico, la giornalista del Foglio è stata una delle grandi sostenitrici di Matteo Salvini di questi ultimi mesi. È la stessa Annalisa Chirico che in un intervento a L’Aria che Tira sostanzialmente paragonava Salvini a Marco Biagi (perchè deve girare con la scorta), e lodava la scelta di Lucia Borgonzoni di parlare di “ospedali aperti anche di notte modello Veneto”.
L’avevamo lasciata a rispondere a Fabio Volo per spiegare che Salvini «avrebbe citofonato tale e quale pure a un camorrista. Lui fa così».
Ma ha citofonato solo ad un ragazzino al Pilastro che per la Chirico è «un quartiere abbandonato dallo Stato», non a camorristi o ‘ndranghetisti. E sì che in Calabria ci è andato spesso in questi mesi.
Inutile poi far notare che il messaggio non è «la signora disperata che ha perso un figlio per overdose» (perchè malato di Sla) ma la gogna contro una famiglia di “tunisini”.
La troviamo oggi a promuovere il suo ultimo libro e a spiegarci che «a Bibbiano, al Papeete e al Pilastro la Lega perde. Gli eccessi di propaganda che superano il senso comune e talvolta il buon senso non premiano mai. La gente vuole essere rassicurata, non esasperata».
Proprio lei che lodava Salvini parlando del fatto che il capo del Carroccio “ha un rapporto quasi carnale con la folla” e apprezzava il suo essere «autentico, la gente percepisce il suo essere vero, sincero, genuino».
Altre signore del sovranismo televisivo invece oggi tacciono.
È il caso dell’ex giornalista RAI Maria Giovanna Maglie che il giorno prima del voto scriveva che il voto in Emilia-Romagna era «la madre di tutte le battaglie e non una elezione regionale qualunque da ascrivere fingendo disinvoltura nell’elenco ormai lunghissimo delle perdite del centro-sinistra» rivendicando il suo ruolo profetico nell’indicare nel voto di ieri la prova cruciale per il governo nato a settembre «a dispetto dell’ articolo 1 della Costituzione».
Prima di salutare i suoi lettori “a lunedì” la Maglie indicava un lungo elenco di soprusi dei poteri forti contro il Popolo, dalla pronuncia della Cassazione sull’arresto di Carola Rackete alla sentenza della Corte Costituzionale sul quesito del referendum per la legge elettorale promosso dalla Lega (e scritto da Calderoli) passando per le Sardine «il movimento clonato dall’alto a suon di milioni di euro come non accadeva dai tempi del minculpop o dai tempi dei progetti maoisti di pianificazione della società cosiddetta civile».
I presagi, i segni del cielo, tutto congiurava per una vittoria di Lucia Borgonzoni. Oggi è lunedì e stiamo raccontando di quella di Stefano Bonaccini.
Il professor Marco Gervasoni, già autore su Libero, ci spiega invece che è inutile prendersela con Lucia Borgonzoni per aver perso: «come se non sapessimo che il centro destra poteva candidare anche Roosevelt, lo stesso la sinistra avrebbe fatto di tutto per non farlo vincere».
Ora a parte che Roosevelt — tra le altre cose — fu quello che alzò le tasse ai ricchi mentre Salvini e la Lega sono quelli che vogliono ridurle, è curioso che si accusi il centro sinistra di aver fatto di tutto per non perdere.
Cosa doveva fare Bonaccini, arrendersi alla candidatura della Borgonzoni e sventolare bandiera bianca? Fino a prova contraria a far vincere Bonaccini sono stati gli elettori, se qualcuno sa di brogli o altro forse è meglio andare a denunciare in Procura.
C’è poi il complotto. Perchè ad un certo punto dello spoglio ieri notte i dati sui risultati pubblicati sul sito del Ministero e quelli dati in televisione non combaciavano. La differenza ovviamente è che il Ministero pubblica i dati certi mentre le televisioni, anche per ragioni di spettacolo, si affidano alle proiezioni statistiche sui dati fino a quel momento raccolti in alcuni seggi “campione” ma non ancora comunicati al Viminale e quindi resi pubblici.
C’è anche quello che guardando i risultati ufficiali, che riguardavano poche sezioni in alcune province, ha festeggiato con un certo anticipo. È il caso del senatore Alberto Bagnai che ieri notte a mezzanotte e mezzo ha cinguettato “OPS”. Ma perchè ha scritto OPS? Forse perchè i “dati veri” e quelli delle proiezioni non dicevano la stessa cosa (segnatamente i primi davano in vantaggio la Borgonzoni)? Giammai. Come ha spiegato poco fa quell’OPS in realtà era un tweet «dedicato all’ingresso di un vecchio amico di Goofynomics».
Perchè tutti quando un amico entra da qualche parte lo salutiamo esattamente così: OPS. Alcuni esempi sono “OPS come stai? Da quanto tempo!” oppure “OPS vecchio amico mio, bentrovato!”.
Solo un caso che poco prima Bagnai avesse condiviso un tweet che metteva in risalto la “discrepanza” su quanto veniva detto in quei momenti in televisioni e sembrava avessero vinto sia Bonaccini che la Lega.
Ma il nostro si è ripreso subito retwittando un post in cui si rosicava per la vittoria di Bonaccini (ormai un dato di fatto) dicendo che «aveva solo l’appoggio dei media, del Governo, dei preti, di uno degli avversari e di un “movimento spontaneo” che sarà costato milioni».
Manca qualcosa? Certo: il voto di quei 1.195.742 elettori che in base alle regole di quella cosa chiamata democrazia con il loro appoggio hanno fatto vincere Bonaccini.
Il caso più curioso è senz’altro quello di Giorgio La Porta, assistente dell’europarlamentare leghista Antonio Rinaldi che oggi con un certo orgoglio rivendica un successo personale: «Qual’è la prima cosa che fa Bonaccini da nuovo presidente della Regione? Viene sul mio Twitter a ‘salutarmi’».
A parte che qual è si scrive senza apostrofo è vero: Bonaccini ha risposto così ad un tweet di La Porta «Buongiorno. Sono il Presidente della @RegioneER Un consiglio: sia più prudente nelle previsioni. Per evitare brutte figure. Ci vedremo presto a Bruxelles. In ogni caso, buon lavoro» il quale nei giorni scorsi (come tutti i sostenitori del centrodestra) aveva previsto una vittoria a valanga della Borgonzoni.
C’è da dire che quello non è l’unico sassolino che Bonaccini si è tolto dalle scarpe via Twitter e il povero La Porta non è stato nemmeno il primo. Questa mattina alle 4 Bonaccini ha sfottuto l’account Grande Cocomero che preannunciava una vittoria leghista. Altre “vittime” della fury del Presidente: la giornalista Silvia Sciorilli Borelli e altri selezionati fortunati vincitori della lotteria dei tweet.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 27th, 2020 Riccardo Fucile
SI E’ RIVELATA UN BOOMERANG: AL PILASTRO IL PD AUMENTA I CONSENSI, LA LEGA PERDE TRE PUNTI E MOLTI ITALO-TUNISINI INCAZZATI SONO ANDATI A VOTARE
La mattina dopo il voto in Emilia-Romagna e Calabria deve essere stato un momento di riflessione
per la Lega. Metabolizzare la dèbà¢cle in entrambe le regioni sarà sembrato al segretario Matteo Salvini un processo scomodo ma quanto mai necessario.
Perchè l’esame di realtà avrà toccato sia la sconfitta al Nord, dove il governatore uscente Stefano Bonaccini è stato riconfermato alla guida della sua Emilia-Romagna, con un ampio scarto di voti, più di quanto i dem potessero sperare.
Ma l’amara verità è che anche in Calabria, pur potendo festeggiare insieme all’azzurra Jole Santelli, che si è presa la vittoria senza problemi, la Lega non poteva fare a meno di Forza Italia, che ha condotto il centrodestra verso il trionfo.
Eppure doveva essere sembrata una buona idea forzare la mano e compiere un gesto dimostrativo che ha pericolosamente ricordato modalità da ‘rappresaglia’ dei regimi totalitari.
Qualcuno, come il giurista Gustavo Zagrebelsky, ha anche azzardato un parallelismo, purtroppo fin troppo calzante, con la tragica notte dei cristalli, che sfociò nel pogrom contro gli ebrei nella Germania del 1938.
Stiamo parlando naturalmente del tentativo di incursione di Salvini al quartiere Pilastro, periferia di Bologna, nell’abitazione di una famiglia di tunisini, indicata all’ex ministro — da una comune cittadina — come il ‘covo’ degli spacciatori di zona.
Le circostanze che hanno condotto Salvini a voler verificare di persona la presenza di eventuali pusher nella palazzina sono poco chiare. Quel che è certo è che nel farlo Salvini, non soltanto potrebbe aver commesso una serie di reati, come vi abbiamo spiegato qui, ma ha esposto alla gogna un minorenne, stando ben attento a sottolinearne la nazionalità , sulla base di semplici dicerie, e di fatto sostituendosi alle forze dell’ordine.
Un episodio gravissimo che rischia di portare anche conseguenze a eventuali indagini sullo spaccio in zona, oltre a compromettere irrimediabilmente la reputazione del giovane.
Ma i cittadini questa volta non gliel’hanno perdonata.
Proprio nella zona infatti la gente si è ribellata alla retorica razzista e al sostanziale disinteresse di Salvini verso le più banali regole del vivere in comunità : i ‘pilastrini’, come vengono chiamati gli abitanti del quartiere, hanno votato in massa per il Pd e Stefano Bonaccini e tolto alla Lega preferenze, rispetto alle Europee.
Il Pd ha agganciato e superato le percentuali delle ultime Europee passando dal 40% al 42-43%. Stefano Bonaccini qui è arrivato al 54%.
Il centrodestra si è fermato al 35%, con la Lega che ha perso dai 2 ai 3 punti passando dal 27% delle Europee al 24-25%, nonostante abbiano votato più persone.
FdI, nonostante i voti portati dal candidato Marco Lisei, consigliere comunale, che li ha tolti a FI, è rimasto stabile al 4-5%”.
Il blitz di Salvini si è rivelato insomma un boomerang per Salvini, e ha portato alle urne molti cittadini italiani di origine tunisina che forse non sarebbero andati a votare.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 27th, 2020 Riccardo Fucile
DA PRIMO A TERZO PARTITO, DAL 22.6% DI UN ANNO FA AL 12,2%
Ieri Matteo Salvini, che evidentemente aveva voglia di andare a letto presto, è intervenuto per primo a commentare i risultati elettorali in Emilia-Romagna e in Calabria vantandosi del grande risultato ottenuto dalla Lega nelle due regioni: “Siamo il primo partito”.
Non era vero. In Emilia-Romagna, quando gli scrutini non sono ancora completati, il PD è avanti rispetto alla Lega.
Ma soprattutto in Calabria il Carroccio è crollato rispetto alle elezioni europee di otto mesi fa (!).
Dopo le politiche 2018 in cui aveva raccolto il 5,6%, nella regione la Lega era arrivata al 22,6% alle Europee del 2019. Oggi, quando lo scrutinio è ancora da completare, la Lega è al 12,3% e ha quasi dimezzato i suoi voti rispetto a otto mesi fa. Non solo: per ora è addirittura sopravanzata da Forza Italia, che sta sopra al Carroccio per qualche punto decimale.
La candidata di Berlusconi Jole Santelli supera il 50% dei voti e non è un caso che nella regione, a differenza che in Emilia, Salvini non abbia fatto show con i citofoni in favore di telecamere: è evidente che il popolo del centrodestra ha espresso una preferenza precisa e specifica.
(da agenzie)
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Gennaio 27th, 2020 Riccardo Fucile
SPOPOLA SU TWITTER UNA FOTO DELLA MELONI DAVANTI AL CARTELLO DI BIBBIANO DA DOVE LEI AVEVA DETTO CHE SAREBBE STATA L’ULTIMA AD ANDARSENE
“Il voto a Bibbiano? Non ne dubitavo, sta in provincia di Reggio Emilia, una provincia rossa. Ma
sono stata la prima ad andare e sarò l’ultima ad andare via”.
Non ne dubitava Giorgia Meloni. Eppure, su Bibbiano lei e Salvini ci hanno costruito un’intera campagna elettorale. Hanno fatto gli avvoltoi su una storia dolorosa, hanno messo un intero paese sul loro altare sacrificale e nonostante tutto hanno perso.
Oggi per gli avversari è il giorno della rivalsa e sfottono chi sperava di ‘prendersi l’Emilia-Romagna’. E lo fanno su internet, dove spopola una Giorgia Meloni con un cartello in mano: “Nun è che me venite a riprendere?” chiede la paladina di Bibbiano. Che di Bibbiano, checchè ne dica, non vorrà più sentire parlare.
(da agenzie)
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