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IL GIOVANE A CUI HA CITOFONATO SALVINI DENUNCIA IL LEGHISTA E LA SIGNORA PER DIFFAMAZIONE: “COME SI SONO PERMESSI? NON SONO UNO SPACCIATORE E MIO PADRE SI SPACCA IL CULO A LAVORARE”

Gennaio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

“HO PRECEDENTI IN PASSATO MA ORA VADO A SCUOLA E MI SONO MESSO IN RIGA, NON E’ GIUSTO DIFFAMARCI: MIA MADRE HA 67 ANNI, MIO PADRE LAVORA CON UN CORRIERE”

Non era in casa, quando Matteo Salvini ha citofonato a casa dei suoi genitori, la sera di martedì 21 gennaio, chiedendo se in quella casa al primo piano ci fosse una centrale di spaccio del quartiere Pilastro di Bologna.
E ora vuole denunciare sia Salvini che la donna che ha portato il leader della Lega a diffamarlo in diretta Facebook. Perchè lui, il 17enne di origine tunisina accusato dal leader leghista non spaccia droga.
Non più,   in realtà , perchè ammette “sono pieno di precedenti, in passato ho fatto di tutto e di più”, ma ora “vado a scuola, sono un ragazzo normalissimo, non mi manca niente”
Abbiamo intercettato il ragazzo sotto casa dei genitori, sconvolti dal blitz di Salvini: “Mia madre ha 67 anni, mio padre si spacca il culo, se vai a casa trovi i vestiti di Bartolini — spiega il ragazzo a Fanpage.it — Lui ci è rimasto molto male”.   Difende anche il fratello, “che non fa queste cose, lui gioca a calcio”.
È anche per questo che il ragazzo ha deciso di sporgere denuncia   :“Io incontro questa signora qua dietro nel parcheggio — racconta — Lei ha il cane, io ho il cane, a volte ci incrociamo. Domani vado in procura e la denuncio per diffamazione”.
Seguendo le indicazioni di una residente della zona, il leader della Lega, Matteo Salvini, era andato a citofonare a casa di alcune persone ritenute “presunti spacciatori”. L’ha fatto in diretta su Facebook, facendo i nomi di queste persone e mostrando il palazzo in cui vivono.
Andando a chieder loro se è vero che spacciano e se può salire a casa loro. Salvini si trovava nella zona periferica del Pilastro a Bologna. Seguendo sempre le indicazioni della donna, ha suonato al citofono di una famiglia di origine tunisina su indicazione della signora

(da Fanpage)

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SALVINI AL CITOFONO HA USATO IL DOLORE DI UNA MADRE PER FARE PROPAGANDA

Gennaio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

SALVINI NON E’ LO STATO, E’ SOLO UN INDAGATO PER UN REATO ABERRANTE MOLTO PIU’ DELLO SPACCIO

Tutte le volte che la signora Biagini ha “chiesto” a Salvini di intervenire
Ieri sera Matteo Salvini ha fatto un blitz al quartiere Pilastro di Bologna. Lo ha fatto per “combattere” lo spaccio di droga andando a citofonare ad un presunto spacciatore, ovviamente tunisino, a chiedere «scusi ma lei spaccia?».
Il tutto senza uno straccio di prova, e soprattutto con un gran codazzo di giornalisti e telecamere a seguire le gesta epiche dell’ex ministro dell’Interno. Un’operazione di Polizia? No, solo propaganda.
Perchè il leader della Lega ne ha approfittato per ricordare che la sinistra vuole abolire i decreti sicurezza ma che invece ci vogliono più controlli e più telecamere. Eppure i decreti sicurezza sono ancora in vigore e il presunto spacciatore è ancora lì. Non sarà  mica che non funzionano? E perchè Salvini non ha fatto queste passeggiate per la sicurezza quando era al Viminale?
Ci è stato per quattordici mesi e non è riuscito a risolvere il problema, forse perchè troppo impegnato a far chiudere i negozi di cannabis light o a ordinare retate nelle scuole superiori.
Ad accompagnare Salvini e ad indicare il citofono del presunto spacciatore è stata , una signora 61enne residente in zona, che sostiene che in quell’appartamento viva una famiglia di spacciatori, tutti rigorosamente stranieri.
Ed è a loro che Salvini chiede di farlo entrare per “riabilitare il nome della famiglia” e dare una controllatina per assicurarsi che in casa non ci sia droga.
Oggi a Mattino Cinque Salvini fa sapere di «aver segnalato a chi di dovere che là  c’è chi spaccia droga» lamentandosi che «in Italia c’è una normativa tollerante con gli spacciatori».
Cosa questo c’entri con le elezioni in Emilia-Romagna, rimane un mistero, visto che le forze dell’ordine dipendono dal Viminale.
Ma Salvini continua e racconta che «babbo e figlio spacciano droga» specificando che «spacciare droga alla luce del sole significa vendere morte». Meglio farlo di nascosto quindi? A cosa servono le indagini di Polizia, le sentenze o la riforma del processo penale quando Salvini decide che sei uno spacciatore e ti dà  in pasto ai suoi quattro milioni di follower in diretta video?
Ed infatti a gennaio del 2019 la signora Biagini aveva “invitato” Salvini a venire al quartiere Pilastro. Lo aveva fatto scrivendo un messaggio in uno dei tanti gruppi non ufficiali dedicati al Capitano lamentandosi che Salvini al quartiere Pilastro di Bologna non ci andava.
È passato un anno e in qualche modo l’ex ministro dell’Interno è riuscito ad accogliere l’appello della signora. Ieri infatti ha specificato che alla donna «è morto un figlio per overdose» ed oggi a Canale 5 ha ribadito il concetto «quando una mamma mi chiede aiuto, una mamma che ha perso un figlio per droga, faccio il possibile mettendomi in prima linea».
Qualcuno potrebbe dire che in realtà  Salvini si sta approfittando del dolore di una madre che ha perso il figlio a causa della droga e che comprensibilmente vorrebbe che lo Stato intervenisse. Ma Salvini non è “lo Stato” e il suo intervento è poco più di una camomilla data ad un malato grave.
Eppure se si cerca bene è da parecchio tempo che la signora Biagini rivolge appelli a Salvini per chiedergli di intervenire nel quartiere. Ma quando lo faceva mentre Salvini era al Ministero dell’Interno, e poteva magari decidere di fare intervenire le forze dell’ordine, il nostro non andava a suonare citofoni e tanto meno si faceva vedere in zona.
Da parte sua la signora si è organizzata a modo suo, quando esce di notte con il cane si porta anche una pistola ad aria compressa. Chissà , forse se Salvini si fosse occupato del Pilastro quando era ministro ora la signora sarebbe più tranquilla e si sentirebbe più sicura.
Nel frattempo però mentre Salvini continua ad accusare dei privati cittadini senza prove, persone che al contrario di lui non possono sottrarsi ad un processo con un voto in Aula, il figlio del presunto spacciatore ha annunciato di voler denunciare il senatore della Lega e la signora Biagini.
In un’intervista a FanPage il diciassettenne (già , perchè è pure minorenne ma a Salvini poco importa) nega di essere uno spacciatore, ammette di aver precedenti di ogni tipo ma che ora va a scuola ed è un ragazzo normalissimo e soprattutto non spaccia.
Quanto alla sua famiglia «mia madre ha 67 anni, mio padre si spacca il culo, se vai a casa trovi i vestiti di Bartolini — ha spiegato a Fanpage.it — Lui ci è rimasto molto male».
Ha spiegato di conoscere la signora Biagini, quantomeno di vista: «io incontro questa signora qua dietro nel parcheggio. Lei ha il cane, io ho il cane, a volte ci incrociamo. Domani vado in procura e la denuncio per diffamazione».
E a differenza di Salvini nessuno si interesserà  di autorizzazioni a procedere. Questo è il dramma di farsi usare per la propaganda della Lega. Salvini incassa, i conti li pagano gli altri.

(da “NextQuotidiano”)

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IL PARLAMENTO TUNISINO INDIGNATO CON SALVINI: “VERGOGNA, CHIEDA SCUSA A QUELLA FAMIGLIA”

Gennaio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

LA CITOFONATA DEL SEQUESTRATORE DI PERSONE FA SCOPPIARE L’INCIDENTE DIPLOMATICO… E’ UNA INDECENZA CHE AGENTI DI POLIZIA DEBBANO SCORTARE UN INDAGATO PROVOCATORE NEI SUOI TOUR DI ISTIGAZIONE ALL’ODIO

Il deputato Sami Ben Abdelaali parla a nome dell’Assemblea di Tunisi: “Siamo sbalorditi, i rapporti internazionali fra Italia e Tunisia per fortuna vanno bel al di sopra degli incitamenti discriminatori del leader leghista”
“Siamo sbalorditi, la Tunisia non merita un trattamento del genere”. A nome del Parlamento tunisino, il deputato Sami Ben Abdelaali chiede a Matteo Salvini scuse ufficiali nei confronti della famiglia tunisina coinvolta nel “blitz” al quartiere Pilastro di Bologna.
Ieri, l’ex ministro dell’Interno in campagna elettorale in Emilia Romagna, ha inscenato un tour nella periferia bolognese citofonando –   mentre veniva ripreso dalla telecamere e circondato dalle forze dell’ordine –   a una famiglia tunisina di via Deledda su indicazione di alcuni residenti e chiedendo: “A casa sua si spaccia?”.
Dopo le contestazioni dei giovani del quartiere, del Pd e dello stesso sindaco di Bologna Merola, contro il leader leghista si è sollevata un’ondata di indignazione anche fra i deputati del Parlamento tunisino.
“In Tunisia quest’azione vergognosa di Salvini ha scatenato una grande protesta – spiega Sami Ben Abdelaali –   unita a manifestazioni di solidarietà  nei confronti della famiglia tunisina e del minore citati per nome dall’ex (per fortuna) ministro dell’Interno”.
“Siamo sbalorditi per l’attacco diffamatorio nei confronti di una famiglia di lavoratori, oltretutto sferrato da una persona che in Italia ha ricoperto incarichi di governo. Anche se un parente di questa famiglia ha avuto precedenti penali, questo non giustifica una tale campagna di odio. Chi sbaglia deve pagare, ma non possiamo tollerare il discredito sull’intera comunità  tunisina che è sana e lavoratrice”, aggiunge Abdelaali, ex presidente di un istituto bancario siciliano, residente a Palermo e sposato con una siciliana, eletto al Parlamento tunisino nelle liste dei tunisini all’estero.
“Trattare così nostri immigrati è una vergogna – conclude – difendo la dignità  e diritti dei nostri cittadini. Se ci fosse stato un problema si poteva segnalare alle autorità  competenti, senza alcun bisogno di messinscene a favore di telecamere. Salvini capisca che queste azioni per ottenere qualche voto in più non sono più di moda, i rapporti internazionali fra Italia e Tunisia vanno bel al di sopra dei suoi incitamenti discriminatori”.

(da agenzie)

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DI MAIO SI DIMETTE: “IL MIO COMPITO DI CAPO POLITICO FINISCE QUI”

Gennaio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

IN EFFETTI E’ RIUSCITO NELL’IMPRESA DI PORTARE SALVINI AL GOVERNO E RIDURRE I VOTI DI UN TERZO: NON ERA FACILE… QUATTRO GIORNI PRIMA DELLE REGIONALI PER TIRARSI FUORI DALLA DEBACLE ANNUNCIATA

«Il mio compito di capo politico finisce qui». Oggi pomeriggio, alle 17, al Tempio di Adriano Luigi Di Maio annuncia le sue dimissioni dalla guida del M5S.
Uno strappo totale. Molto di più del classico «passo di lato», come ormai si usa dire.
Il ministro degli Esteri lascerà  anche il ruolo di responsabile della delegazione grillina al governo. Al suo posto è molto probabile la promozione di Stefano Patuanelli, titolare dello Sviluppo Economico e in ottimi rapporti con il premier Giuseppe Conte. In alternativa si fa il nome di Alfonso Bonafede.
L’annuncio è atteso a margine della presentazione dei facilitatori regionali pentastellati, l’ultimo tassello della riforma del Movimento, votata lunedì su Rousseau.
Finisce così – almeno per ora – l’èra del leader Di Maio, iniziata il 30 settembre del 2017, a Italia 5 Stelle a Rimini. Un successo bulgaro – 30mila voti su 37mila – che segnò il passaggio dello scettro da Beppe Grillo a l’enfant prodige di Pomigliano. «Auguri: ora sono cavoli tuoi», fu la battuta del fondatore.
Che ora rimarrà  garante di un Movimento senza guida. Da statuto, il reggente del principale partito della maggioranza diventa Vito Crimi, attualmente sottosegretario all’Interno. «Vito lavorava in una cancelleria di un tribunale, dunque sarà  un ottimo burocrate», provavano a sdrammatizzare ieri i vertici di un M5S che ora si trova senza capo. Di Maio è «stanco delle pugnalate» dei ribelli, ma anche dell’atteggiamento dei «colonnelli» che stanno portando i pentastellati nell’alveo del centrosinistra.
Quel «perimetro riformista» che l’ex vicepremier ai tempi del governo gialloverde con Matteo Salvini proprio non riesce a digerire.
Di Maio ieri ha passato la giornata alla Farnesina con i collaboratori più stretti per limare, parola per parola, il suo messaggio «d’addio».
E soprattutto ha lanciato un messaggio in Emilia Romagna: ha disdetto qualsiasi appuntamento elettorale previsto nel fine settimana in vista delle regionali. Dietro la mossa d’anticipo dell’ormai ex capo politico c’è la volontà  di «non prendere altri schiaffi» domenica notte, quando le urne dei due appuntamenti regionali relegheranno il Movimento a percentuali intorno al 5%. «Io mi schierai per non presentarci, la rete decise altro, ma io non farò da parafulmine».
Prima dell’annuncio ufficiale nel pomeriggio, Di Maio ha convocato per le 10 i ministri e i sottosegretari M5S a Palazzo Chigi. Si consuma così una storia già  scritta e nell’aria da tempo. L’implosione del Movimento si innesta con la fuga dei parlamentari.

(da “il Messaggero”)

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L’ULTIMO TANGO PER DI MAIO?

Gennaio 21st, 2020 Riccardo Fucile

PASSO INDIETRO O PASSO DI LATO, SI RINCORRONO LE VOCI, NESSUNA SMENTITA UFFICIALE… LE DUE IPOTESI: ADDIO O APERTURA A UN GRAN CONSIGLIO

Una cessione di sovranità . In tempi e modi che rimangono al momento chiusi nella cassaforte della stella magica all’interno della quale si è chiuso in queste ore Luigi Di Maio.
Ma il passo per riacchiappare per la coda un Movimento che sta scappando e riacquistare autorevolezza è quello di mettere a disposizione la propria leadership. O quantomeno renderla condivisa.
È questa la voce che sempre con più insistenza circola nei Palazzi del governo e tra i capannelli dei deputati. E che il leader dovrebbe presentare ai suoi ministri nella riunione che ha convocato per domani alle 10 a Palazzo Chigi. Uno dei Facilitatori nazionali, chiuso per oltre quattro ore di riunione con il capo politico lunedì sera, trasecola: “È stato un incontro organizzativo assolutamente tranquillo. Abbiamo parlato in tutta calma, confrontandoci anche sugli stati generali”. Sensazioni su un passo indietro? “Nessuna”.
Eppure il salto qualitativo della vicenda è netto. Nessuno dello staff di Di Maio, a differenza di quanto successo negli scorsi giorni, smentisce seccamente, le risposte sono evasive. Un uomo che ha consuetudine con il ministro degli Esteri dice di non sapere, poi aggiunge: “Forse, se davvero ha preso questa decisione, lo fa sia per il bene del Movimento sia per rilanciarsi”.
Sono due le ipotesi in campo, come soluzione politica e come tempi.
La prima vede un passo indietro immediato tout court. Una resa sostanzialmente incondizionata che prevederebbe la transizione gestita da Vito Crimi, in qualità  di membro anziano del Comitato di garanzia M5s.
Un gesto per riabilitare un’immagine ammaccata, offrendo la contendibilità  della guida ai prossimi Stati generali. “Eppure Luigi — racconta chi gli ha parlato nei giorni scorsi — escludeva questa possibilità , diceva che non c’è nessuno in grado di raccogliere il testimone senza indebolire il Movimento”.
Di potenziali eredi, in realtà , se ne vedono diversi. O per lo meno il loro identikit è ben tracciato, da Chiara Appendino a Paola Taverna, passando per Stefano Patuanelli e l’ipotesi più radicale, quella di Alessandro Di Battista.
Tutti negano, tutti si scherniscono. Il solo ministro dello Sviluppo economico ha richiamato alla necessità  di una guida “più condivisa”.
E qui si innesta la seconda ipotesi di cui si sta ragionando. Ovvero l’apertura del comando, da qui ai prossimi Stati generali, a una sorta di Gran consiglio pentastellato che condivida distribuendo in parti uguali oneri e onori il bastone del comando. In quest’ottica si inquadrerebbero gli incontri avuti da Di Maio con la stessa Appendino e con Roberto Fico. E i contatti che assicurano costanti con Di Battista.
Nel board potrebbero entrare la stessa Taverna e Patuanelli, per il suo ruolo di pontiere con l’ala più critica del Senato.
Proprio oggi cinque esponenti grillini di Palazzo Madama hanno formalmente richiesto un’assemblea congiunta sugli Stati generali, mentre i direttivi delle due Camere erano impegnati a fare il punto sui temi da inserire nella verifica di governo del post elezioni regionali. Proprio negli stessi minuti in cui i deputati Nitti e Aprile comunicavano il loro addio, e facevano schizzare l’asticella dei fuoriusciti negli ultimi due mesi sopra l’incredibile soglia dei trenta.
Giorni non facili, anche per le sanzioni e le espulsioni che arriveranno tra domani e dopodomani (“I due fuoriusciti erano tra questi”, fanno sapere dalla war room pentastellata) e per lo schiaffone preso dalla giunta Raggi, bocciata due volte in aula sulla discarica di Monte Carnevale. Se passo indietro, completo o “mediato” sarà , la transizione si preannuncia tutt’altro che semplice.

(da “Huffingtonpost”)

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PERCHE’ IL CASO GREGORETTI E’ DIVERSO DA QUELLO DICIOTTI

Gennaio 21st, 2020 Riccardo Fucile

QUADRO NORMATIVO DIVERSO E TEMPI DIVERSI RISPETTO ALL’ENTRATA IN VIGORE DEL DECRETO SICUREZZA BIS

Il caso Gregoretti e il caso Diciotti, per il quale a Salvini è stato contestato l’identico reato di sequestro di persona, sono uguali?
No. Nella richiesta di autorizzazione a procedere inviata al Senato sono i giudici del tribunale dei ministri di Catania (gli stessi che si occuparono della Diciotti) a precisare le differenze.
Il quadro normativo in cui il comportamento contestato a Salvini fa riferimento è lo stesso in entrambi i casi ?
No. Quando la Gregoretti ha preso a bordo i migranti era appena entrato in vigore il decreto sicurezza-bis che esclude espressamente che il divieto di ingresso in acque italiane e di sbarco possa essere applicato a navi militari italiane che, in quanto tali, non possono essere considerate un pericolo per la sicurezza nazionale.
Le differenze tecniche delle due navi hanno un peso nella vicenda giudiziaria?
Sì, i giudici sottolineano come mentre la Diciotti è «un natante appositamente attrezzato per operazioni di soccorso in mare», la Gregoretti è «destinata all’attività  di vigilanza da pesca» e «la sua inadeguatezza ad ospitare un così elevato numero di migranti e le precarie condizioni di salute di alcuni sono state tempestivamente segnalate al Viminale». Che aveva l’obbligo di farli sbarcare subito.
Sia per la Diciotti sia per la Gregoretti toccava all’Italia concedere il porto sicuro visto che i soccorsi sono avvenuti nella Sar maltese?
I giudici rispondono nella richiesta di autorizzazione a procedere sottolineando la differenza. Nel caso della Diciotti ci fu una controversia tra Italia e Malta mentre nel caso della Gregoretti «è assolutamente pacifico che il coordinamento e la responsabilità  primaria dell’intera operazione, seppure avviata in acque Sar maltesi, siano stati assunti dallo Stato italiano su esplicita richiesta di quello maltese».
L’iter giudiziario delle due vicende è stato identico?
La Procura di Catania ha sempre chiesto l’archiviazione di Matteo Salvini indagato per sequestro di persona e in entrambi i casi il tribunale dei ministri (nella stessa composizione) ha invece chiesto l’autorizzazione a procedere. Per la Diciotti la giunta del Senato, con 16 voti favorevoli e 6 contrari, l’ha negata. Per la Gregoretti invece in giunta (con i voti della Lega) è prevalso (da regolamento) il sì al processo con un pareggio (5 a 5) e con l’astensione della maggioranza.

(da agenzie)

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L’ATTO DI CITAZIONE CONTRO SALVINI: “MIGRANTI DELLA GREGORETTI NON ERANO UN PERICOLO, SALVINI LI HA PRIVATI DELLA LIBERTA’ PERSONALE”

Gennaio 21st, 2020 Riccardo Fucile

“DECISIONI ILLEGITTIME ED EVIDENTI VIOLAZIONI”: ECCO LE ACCUSE CIRCOSTANZIATE DEL TRIBUNALE DEI MINISTRI DI CATANIA

Il voto della Giunta per le immunità  del Senato è stato solo il primo passaggio in merito alla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini.
La parola finale spetterà  all’Aula del Senato, verosimilmente intorno al 20 febbraio, data in cui i senatori si esprimeranno sulla richiesta dei giudici del Tribunale dei ministri di Catania.
Oggi il Corriere della Sera, con un pezzo a firma di Claudio Del Frate, diffonde alcuni passaggi importanti dell’atto di citazione contro il leader leghista inviato dai giudici al Senato e che costituirà  la base su cui i colleghi di Salvini prenderanno la decisione definitiva.
Per i giudici la responsabilità  delle decisioni sull’affare Gregoretti ricade esclusivamente su Matteo Salvini, anche considerando che nell’unica riunione del Consiglio dei ministri tenutasi in quei giorni non compare alcuna voce relativa ai 131 naufraghi tratti in salvo dalla nave militare italiana.
Nella lettura dei giudici, poi, le convenzioni internazionali (Unclos del 1974 e quella di Amburgo del 1979) imponevano al ministro dell’Interno di assegnare immediatamente un luogo sicuro di sbarco ai naufraghi, e su di esse non può imporsi alcuna norma del decreto sicurezza proprio perchè “l’obbligo di salvare vite in mare costituisce un preciso dovere degli Stati e prevale su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione […] Le convenzioni a cui l’Italia ha aderito costituiscono un limite alla potestà  legislativa dello Stato e in base agli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione non possono essere oggetto di deroga”.
L’autorizzazione a procedere dovrebbe dunque essere concessa poichè non si rileva alcun “interesse pubblico” nel vietare lo sbarco a 131 naufraghi, i quali non avrebbero potuto in alcun modo rappresentare un pericolo per l’Italia.
Inoltre, aggiungono i giudici, “la circostanza che le persone a bordo della Gregoretti fossero non solo naufraghi ma al contempo migranti non giustificava alcuna differenziazione di trattamento nella procedura di sbarco”, nè sussistono le condizioni per parlare di problemi di ordine pubblico, dato l’esiguo numero dei migranti e il fatto che contemporaneamente si stesse assistendo a numerosi sbarchi.
Infine, l’accusa di sequestro di persona sarebbe giustificata dal fatto che Salvini abbia compiuto un atto specifico “ponendo arbitrariamente il proprio veto (da parte del ministro, ndr) all’indicazione di un “place of safety” al competente dipartimento per le libertà  civili e per l’immigrazione […] determinando la forzosa permanente dei migranti a bordo dell’unità  navale Gregoretti con conseguente illegittima privazione della loro libertà  personale”.

(da Fanpage)

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GREGORETTI, CONTE RILANCIA: “SULLO SBARCO HA DECISO SOLO SALVINI, COME LUI STESSO RIVENDICAVA OGNI GIORNO”

Gennaio 21st, 2020 Riccardo Fucile

“SONO TUTTI ATTI DOCUMENTATI”… “LA PRESIDENZA HA SOLO LAVORATO PER LA RIDISTRIBUZIONE DEI MIGRANTI”

L’ex ministro dell’Interno ha «rivendicato pubblicamente» questa decisione. «Sono tutti fatti, anche documentali, che verranno valutati in sede parlamentare» ha spiegato il premier
«Ho chiarito per quanto mi riguarda il mio ruolo, non posso che ribadire che la Presidenza del Consiglio è stata senz’altro coinvolta come sempre nella redistribuzione dei migranti», così il premier Giuseppe Conte che a Firenze ha parlato del coinvolgimento del leader della Lega nel caso Gregoretti.
«Mi è stato chiesto, col mio staff diplomatico l’ho fatto sempre, di lavorare per la redistribuzione. Poi la decisione specifica, se sbarcare, in quale momento, in quale ora, era competenza del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che tra l’altro l’ha rivendicata pubblicamente. Sono tutti fatti, anche documentali, che verranno valutati senz’altro in sede parlamentare», ha concluso.
Proprio ieri, 20 gennaio, la Giunta delle immunità  del Senato ha espresso parere favorevole sull’autorizzazione a procedere per Matteo Salvini per il caso Gregoretti. Il premier Conte ha sin da subito sostenuto di essere stato estraneo alla decisione di non far sbarcare i migranti e di aver collaborato con il Viminale soltanto sulla redistribuzione dei migranti.

(da agenzie)

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POCHINI PER SALVINI: SU TRE MILIONI DI FANS APPENA 4.500 ADERISCONO AL DIGIUNO (SENZA FORNIRE PERALTRO PROVE) E TRA LORO MOLTI SONO I BURLONI

Gennaio 21st, 2020 Riccardo Fucile

E LA BESTIA RACCOGLIE DATI PER MANDARE MATERIALE PUBBLICITARIO

«Rischia la galera per aver difeso la Patria!». Certo, i toni non sono quelli del Vinci Salvini delle ultime elezioni europee ma lo schema alla base di #digiunopersalvini è esattamente lo stesso: gamification e profilazione.
Niente caffè, niente celebrazioni sui social. Questa volta l’unico premio è vedere comparire il proprio nome, o il proprio nickname, nella home page del sito dell’evento. Per partecipare bisogna compilare un form che richiede: nome, cognome, regione di residenza, provincia di residenza, comune di residenza e mail.
Se tutti questi campi non vengono compilati non si può partecipare, altri come numero di cellulare ed età  non sono obbligatori. Ovviamente bisogna dare il consenso per la privacy che spiega le finalità  del trattamento:
“I dati personali da Lei forniti, ai sensi di quanto previsto al punto che precede, sono pertanto necessari ai fini di:
1. gestire la raccolta firme per la campagna denominata “#digiunoperSalvini”;
2. all’invio di materiale illustrativo, di aggiornamento sulle novità , iniziative e attività  del Partito (materiale informativo e comunicazioni di promozione elettorale e politica, informazioni su manifestazioni, incontri, assemblee, dibattiti, conferenze, convegni e simili, pubblicazioni o altro, attraverso l’invio di posta tradizionale, posta elettronica, sms, mms o attraverso contatti telefonici) ed in generale a condividere proposte programmatiche di natura politica
3. ad assolvere a specifiche richieste da parte dell’interessato;
4. all’accertamento, esercizio e difesa dei diritti di LpSP in sede giudiziale e stragiudiziale.”
Sempre nell’informativa si legge anche per quanto verranno conservati i dati:
“con riferimento ai dati trattati per i quali è stato rilasciato il consenso con riferimento alla campagna denominata “#digiunoperSalvini” il termine di conservazione sarà  di mesi 1 dalla sottoscrizione”
Quindi, anche questa volta, il materiale raccolto diventerà  una preziosa fonte di informazioni per la comunicazione leghista, permettendo di tracciare meglio il proprio elettorato, soprattutto quello disposto a esprimere solidarietà  al concorso.
Nel form non è richiesto ovviamente di dimostrare in alcun modo che si digiuni davvero durante tutta la giornata. Il digiuno infatti è circoscritto a oggi, 21 gennaio.
Su Instagram l’hashtag #digiunopersalvini non sta circolando molto. Su Twitter c’è chi parla della campagna e chi decide di ribaltarla pubblicando solo foto di cibo.
Secondo i dati di Whois, un portale per capire l’origine dei domini sul web, digiunopersalvini.it è stato creato un giorno prima che la Giunta per le Immunità  si riunisse per decidere delle sorti dell’ex Ministro dell’Interno. La creazione risale infatti al 19 gennaio, alle 12.25 per la precisione.
La tempistica non è casuale. L’occhio degli strateghi leghisti guarda alle elezioni regionali del 26 gennaio, quelle in Calabria ma soprattutto quelle in Emilia Romagna. Mentre in Calabria il centrodestra sembra nettamente avanti, in Emilia Romagna è un testa a testa tra Stefano Bonaccini e Lucia Borgonzoni.
La campagna Digiuno Per Salvini potrebbe essere quindi l’ultimo tentativo per spostare voti dalla parte della Lega

(da “NextQuiotidiano“)

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