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250 BRACCIANTI DAL MAROCCO ALL’ABRUZZO IN AEREO PER SALVARE IL RACCOLTO: “INSOSTITUBILI, DA NOI NON C’E’ MANODOPERA QUALIFICATA”

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

DA 30 ANNI NEL DISTRETTO AGRICOLO DEL FUCINO SONO FONDAMENTALI I FLUSSI DEGLI STAGIONALI STRANIERI

Senza la manodopera specializzata proveniente in particolare dal Marocco, bloccata dal lockdowm, il distretto agricolo del Fucino è andato in forte difficoltà . Qui si coltivano patate, finocchi e spinaci e da almeno tre decenni i flussi di lavoratori stagionali dall’estero sono fondamentali per questo comparto produttivo.
In tutto sono 250 i braccianti arrivati regolarmente a bordo di due aerei, con un “corridoio verde” organizzato per andare a lavorare nei campi della zona.
Siamo in Abruzzo, nella zona del Fucino, dove un intero distretto agricolo è andato sofferenza per il mancato arrivo dei lavoratori stagionali provenienti da paesi extracomunitari, che qui garantiscono la mano d’opera specializzata nella stagione della raccolta, a causa dell’epidemia di coronavirus che ha fermato i flussi di lavoratori regolari in arrivo.
Sono ormai almeno tre decenni nel Fucino, dove l’agricoltura è caratterizzata dalla coltivazione di spinaci, patate e finocchi da parte di aziende di piccole e medie dimensioni, va avanti con l’apporto fondamentale dei lavoratori stagionali, in particolare dal Marocco.
Ieri all’aeroporto di Pescara sono scesi i primi 125 stagionali atterrati con un volo charter partito da Casablanca. Altrettanti ne arriveranno oggi.
Un “corridoio verde” come è stato ribattezzato, attivato da Confagricoltura Abruzzo con la collaborazione dell’ambasciata italiana a Rabat.
La maggior parte dei lavoratori scesi non era la prima volta che veniva a lavorare qua, tanto da diventare nel tempo una parte essenziale del tessuto produttivo.
“Sono trent’anni che vengo qua. Lavoro tutti i giorni per 1000/1200 euro al mese nella raccolta degli spinaci, ormai è la mia seconda casa”, racconta uno di loro.
C’è chi torna anche da meno tempo, ma conoscono tutti perfettamente il lavoro che stanno andando a svolgere. Un lavoro stagionale i cui flussi si sono ormai stabilizzati, con un rapporto di fiducia tra imprese e braccianti, che sanno esattamente a chi affidarsi.
Un’emergenza quella del lavoro agricolo che ha portato il governo a introdurre una regolarizzazione a tempo dei lavoratori impegnati nelle campagne.
Una sanatoria da molti ritenuta insufficiente e parziale, tanto che ieri i braccianti organizzati dall’Unione Sindacale di Base hanno scioperato, dando vita a manifestazioni la più importante delle quali nel Foggiano.
A differenza che altrove qua la percentuale di lavoro nero nei campi è bassissima e da tempo si è trovato un equilibrio tra la domanda e l’offerta di lavoro, con un fenomeno come quello del capolarato che, seppur grave, rimane marginale rispetto ad altri distretti agricoli dello stesso Abruzzo.
Quando gli ingressi si sono fermati a causa del lockdown hanno provato a trovare mano d’opera specializzata sul territorio, ma hanno incontrato grosse difficoltà .
“Il lavoro è andato molto a rilento perchè non avevo mano d’opera, solo due persone residenti in Italia — spiega Marco, un agricoltore della zona — Per la semina della patata ho dovuto far venire mia moglie ed altri parenti. Poi ai primi di maggio ho cominciato a raccogliere lo spinacio e ho avuto di nuovo problemi con la mano d’opera, ho preso diversi lavoratori ma non erano specializzati, e visto che la raccolta è per lo più meccanizzata non è stato semplice”.
I duecentocinquanta braccianti agricoli sbaracati osserveranno un periodo di quarantena, poi potranno cominciare a lavorare.
E a chi, come il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova, ha proposto l’utilizzo dei percettori del reddito di cittadinanza nei campi, risponde indirettamente Stefano Fabrizi di Confagricoltura Abruzzo, spiegando che non basta prendere qualcuno e metterlo a lavorare tra trattori e raccolti da un giorno all’altro: “Sul nostro territorio mancano 3000/3500 lavoratori, questa è veramente una piccola aliquota. Le nostre aziende hanno assunto un centinaio di lavoratori, quasi tutti italiani, non c’è ovviamente nessun discrimine. Soltanto che occorre anche chi a questi italiani gli insegni la pratica. Speriamo che questa operazione possa funzionare perchè siamo convinti che bisogna in qualche modo vincere la resistenza da parte degli italiani di andare a lavorare in campagna, perchè non c’è nulla di disdicevole”.
“Perchè importiamo mando d’opera dall’estero? Perchè sono persone valide che conoscono il lavoro”, gli fa eco un altro piccolo imprenditore.

(da Fanpage)

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INTERVISTA A DON CIOTTI: “LA MAFIA SI COMBATTE ANCHE CON LA REGOLARIZZAZIONE DEI MIGRANTI”

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

“LA DIGNITA’ DELLA PERSONA NON E’ UN VALORE “STAGIONALE” RIDUCIBILE A LOGICHE DI MERCATO, E’ IL FONDAMENTO DELLA DEMOCRAZIA”

“La regolarizzazione dei migranti è uno strumento essenziale per combattere le mafie e tutte quelle connesse forme di corruzione e illegalità “. Alla vigilia dell’anniversario del 23 maggio e della Strage di Capaci, in cui Giovanni Falcone perse la vita in un attentato mafioso, Don Luigi Ciotti torna a parlare dopo il lockdown.
Da qualche giorno è in libreria “L’amore non basta” (Giunti), volume in cui il sacerdote fondatore del “Gruppo Abele” e di “Libera”, due realtà  che da molti anni fanno parte della storia migliore di questo paese, racconta la sua esperienza biografica e il suo impegno sociale, attraverso la fede.
Con l’aiuto di Cecilia Moltoni, che lo ha seguito negli ultimi anni nelle sue iniziative, “L’amore non basta” non è specificatamente un romanzo nè una biografia, bensì la storia vivida, talvolta riservata, sempre appassionata e sempre sincera di un uomo che lotta “nel nome di tutti”.
Come ha vissuto il lockdown e come sta vivendo il distanziamento fisico?
Ovviamente con fatica, tanto più che la mia vita è una storia tutta scandita e costruita sui concetti di prossimità , incontro e relazione. Ho quindi cercato — come tanti immagino — di fare di necessità  virtù, alimentando sia pure a distanza il sentimento della relazione e della prossimità . Cosa più facile se gli “altri” li riconosci dentro di te e non solo fuori, davanti e attorno a te. Il mio “io” si è sempre espresso e manifestato all’interno di un “noi”, come credo si evinca anche dal libro, una “autobiografia collettiva”.
“L’amore non basta” è un atto d’amore verso un ideale di giustizia sociale. Quando la pandemia sarà  passata, resteranno nuove e più profonde ingiustizie. Da cosa dovremo ripartire?
Infatti l’amore è declinato nel libro come sentimento inseparabile dall’empatia, dalla capacità  di mettersi nella pelle e nei panni degli altri, premessa dell’impegno sociale. Passata la pandemia la prima cosa a cui dovremo resistere è la tentazione di ritornare a una normalità  che era già  malata ben prima dell’arrivo del virus. Le attuali ingiustizie hanno una storia lunga e remota, che affonda le radici nel collasso etico e politico di una società  — non solo la nostra — che ha tradito l’idea di uguaglianza, di diritto, di bene comune. Una società  disgregata da un’economia selettiva che, con la complicità  di gran parte della politica, ha posto il profitto come valore guida permettendo monopoli e abnormi concentrazioni di potere e ricchezza.   Il risultato è sotto gli occhi di tutti: beni comuni trasformati in beni di consumo e di mercato, e distanze sempre maggiori tra una minoranza di super ricchi e masse di poveri, disoccupati, sfruttati, comunque disperati. La ripartenza richiede allora un nuovo paradigma politico, economico ma innanzitutto sociale e culturale. Bisogna ripensare il concetto di libertà , corrotto dal “liberismo” imperante e irresponsabile. E anche il concetto di limite, senza il quale la libertà  diventa abuso, prevaricazione, sfruttamento indiscriminato delle risorse, come dimostra la distruzione ecologica, lo scempio che è stato fatto del nostro pianeta.
Il volume è anche una sorta di storia del nostro Paese dalla prospettiva degli esclusi, degli invisibili. Un compendio di fragilità  che ci restituisce la vera essenza di cui siamo fatti: siamo fragili e poco o nulla possiamo. Possiamo però rimediare all’ingiustizia. In questo, quanto è importante per lei ancora la fede?
La nostra fragilità  non è contingente perchè fragile è la condizione umana. Ma proprio la coscienza di questa fragilità  può essere il nostro punto di forza. Se gli esseri umani non si fossero riconosciuti nel corso delle epoche come fragili, come mortali, non credo che si sarebbero organizzati in gruppi, comunità  e infine società  dove al limite di uno può sopperire la forza e la capacità  dell’altro. E dove la stessa morte è meno angosciante nella consapevolezza che la memoria di chi se ne va è custodita dall’affetto e dall’impegno di chi rimane. Sono la condivisione e la corresponsabilità  le basi per lottare contro l’ingiustizia e per costruire giustizia. Quanto alla fede, per me è importante, essenziale proprio come spinta a saldare il Cielo e la Terra, il verticale e l’orizzontale, la spiritualità  e la storia. Il credere in un al di là  di giustizia, misericordia e amore e l’impegno per costruire già  a partire da questo mondo le condizioni per cui ogni persona sia riconosciuta nella sua dignità , libertà , diversità .
Da responsabile del Gruppo Abele e Libera, che clima avverte nel Paese? Come può il variegato mondo del terzo settore, del volontariato e dell’azione sociale tornare a incidere sull’agenda della politica?
Innanzitutto ricostruendosi anch’esso come “noi” cioè unità  nella diversità , perchè come giustamente dici è un mondo variegato, differente per competenze, storie, riferimenti culturali, ma che dovrebbe condividere un medesimo orizzonte d’impegno: la giustizia sociale e la democrazia, cioè la dignità  e la libertà  delle persone. Come altrove anche nei nostri mondi ci sono state chiusure, egoismi, personalismi e questo ha giocoforza ridotto il nostro peso politico. Da sempre dico che l’azione sociale non è cosa per “navigatori solitari”: i problemi sociali sono di tale portata che li si può affrontare solo lottando e costruendo insieme. “Camminare insieme” è del resto il titolo profetico di una Lettera pastorale di un grande uomo di Chiesa che mi è stato “padre” e maestro. Padre — così voleva essere chiamato — Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977.
Cosa risponde a coloro che, nel dibattito mercantile sulla regolarizzazione dei migranti-braccianti, parla di favore alle mafie con la regolarizzazione di queste persone?
Rispondo che la regolarizzazione è uno strumento essenziale per combattere le mafie e tutte quelle connesse forme di corruzione e illegalità  che traggono profitto proprio dal mercato nero, dalle zone grigie, dalle commistioni di legale e illegale. Sono dunque obiezioni di chi non sa o finge di non sapere. Quanto alla regolarizzazione dei lavoratori del comparto agricolo e della cura della persona è certo un inizio, un primo passo a cui devono però seguire altri passi per potersi definire una “svolta”. Alcune misure sono ancora insufficienti per estensione e durata. La dignità  della persona non è un valore “stagionale”, riducibile a logiche o convenienze di mercato. È l’essenza di una vita libera e responsabile, ed è il fondamento della democrazia.

(da Fanpage)

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ASSURDO: LO STATO DEVE SCHIERARE PIU’ DI MILLE AGENTI A ROMA PER CONTROLLARE LA MOVIDA NEL FINE SETTIMANA

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

QUANTO COSTA AGLI ITALIANI DOVER CONTENERE UNA MINORANZA DI COGLIONI CHE NON RISPETTANO LE NORME SU ASSEMBRAMENTI E OBBLIGO DI MASCHERINA?

La ‘movida’ è bandita, lo ha detto anche Conte: non è questo il tempo di uscire a divertirsi, ma di essere prudenti e sperare che vada tutto bene.
Le immagini delle persone in strada, spesso senza mascherina, preoccupano non poco gli scienziati e Roma si regola di conseguenza.
La Capitale rafforza i controlli nelle zone della movida per il primo week end post lockdown. Saranno impiegati nel fine settimana circa mille agenti delle forze dell’ordine nei luoghi della movida capitolina per evitare assembramenti e verificare il rispetto delle norme anti-Covid.
Sotto la lente già  da stasera da San Lorenzo a Trastevere, da Ponte Milvio a Campo de’ Fiori, dal Pigneto a Testaccio. Pronto il piano di sicurezza della Questura per il weekend che prevede controlli anche sul litorale, nelle zone dei laghi e dei parchi.
Quanto costa ai contribuenti italiani pagare gli straordinari alle forze dell’ordine per contenere una minoranza di imbecilli che non rispetta le norme su assembramenti, distanze e obbligo di mascherina?
Pare inevitabile: come allarghi le maglie, gli ignoranti ne approfittano, così l’epidemia torna a diffondersi.

(da agenzie)

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ZANGRILLO: “L’OSPEDALE IN FIERA? INUTILE, ME NE ANDAI VIA SBATTENDO LA PORTA”

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

IL PRIMARIO DI RIANIMAZIONE DEL SAN RAFFAELE: “UNA RIANIMAZIONE NON PUO’ ESSERE SVINCOLATA DA UNA STRUTTURA OSPEDALIERA”

Questa volta sta ben attento a non farsi sfuggire neppure una parola contro l’ospedale alla Fiera di Milano, 21 milioni per 21 pazienti.
Alberto Zangrillo, primario di Anestesia e rianimazione al San Raffaele di Milano, non vuole fare polemiche: “Basta critiche. Voglio essere propositivo, voglio indicare una via”.
Ma in Regione si ricordano bene quando se ne andò sbattendo la porta, durante una delle prime riunioni sull’ospedale per le terapie intensive da impiantare in Fiera. Un’operazione inutile, disse al presidente Attilio Fontana e all’assessore Giulio Gallera: perchè prevedeva che quando la struttura sarebbe stata pronta, la curva di ricoveri in terapia intensiva sarebbe stata in calo, e così è stato; e perchè riteneva, e continua a ritenere, che “una rianimazione non possa essere svincolata, anche in termini di spazi, da una struttura ospedaliera”.
Non gli hanno dato retta. L’ospedale in Fiera era lo spot da esibire in mancanza di tutto il resto: tracciamento, medicina territoriale, protezioni per medici e infermieri, tamponi, test sierologici. Oggi, volendo “essere propositivo”, il professor Zangrillo comincia non andandoci giù leggero: “Sono in completo disaccordo con chi mette al primo posto, negli interventi per adeguare il servizio sanitario, il rafforzamento delle terapie intensive. Lo ripeto: fa di più un infermiere ben preparato che cento ventilatori da terapia intensiva. Bisogna rafforzare invece i presidi medici territoriali”.
Zangrillo snocciola qualche cifra: “In Italia abbiamo 8,8 posti di terapia intensiva ogni 100 mila abitanti. In Germania sono 24, anche se loro contano pure le terapie sub-intensive. Per adeguarci ci vogliono molti soldi e tempo. Ma subito possiamo e dobbiamo fare un’altra cosa: migliorare quello che già  c’è. La terapia intensiva è l’ultima opzione. Prima si deve intervenire sul processo di presa in cura del paziente, prima di essere costretti alla terapia intensiva. Bisogna intervenire tempestivamente innanzitutto nell’assistenza domiciliare, che nella prima fase della pandemia da Cavid-19 non c’è quasi stata. Poi si deve intervenire, sempre con tempestività , nella fase ospedaliera, quando questa è necessaria: in questi mesi molti pazienti arrivavano in ospedale troppo tardi. Infine c’è la terapia intensiva: è l’ultima fase”.
Poi Zangrillo prova a fare una previsione: “Sono sicuro che tra 10, 15 giorni sul carro di coloro che sostengono che il virus stia diventando meno cattivo ci saranno solo posti in piedi”.
E se invece ci sarà  una nuova ondata di contagi? “Dobbiamo sperare che non accada, ma farci trovare pronti se accadrà ”

(da agenzie)

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“IL PROFITTO PRIMA DELLA SALUTE, COSI’ IL SISTEMA LOMBARDIA E’ CROLLATO”

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO DEL SINDACATO USB: “SUI MALATI TRASFERITI NELLE CASE DI RIPOSO IL MASSIMO DELLA STUPIDITA'”

“Sicuramente c’è stata un’impreparazione sul piano politico: 13 mila morti nelle rsa lombarde, è vero che nelle Rsa di tutto il mondo c’è stato il maggior numero di morti, ma un numero come quello della Lombardia non ha paragoni in nessuna parte del mondo”. Pietro Cusimano, rappresentante legale Usb (Unione sindacati di base) per la Lombardia e dipendente dell’asp “Golgi Redaelli”, sottolinea quelli che sono stati, a suo parere, gli errori commessi nella gestione del virus in Lombardia.
“Sicuramente c’è stata impreparazione sul piano politico. Credo che sia risultato evidente a tutti. Si è partiti immediatamente con le difficoltà  che ricordiamo tutti legate alla mancanza di dispositivi sanitari. Così i sanitari sono diventati i vettori del contagio all’interno degli ospedali. Peggio ancora è andata alle Rsa, lasciate al margine anche perchè il sistema lombardo è assolutamente fuori controllo, in mano a soggetti privati che fanno della speculazione il centro della loro attività “.
Secondo Cusimano, le cause del disastro in Lombardia sono quindi da ricercare nelle politiche di privatizzazione che hanno caratterizzato la sanità  lombarda negli ultimi vent’anni: “Mettendo al centro dell’agire non la salute, ma il profitto e i guadagni, è chiaro che il sistema è crollato”.
Ancora più duro il giudizio sulla delibera di regione Lombardia dell’8 marzo, che invitava le Rsa ad ospitare i pazienti contagiati che non riuscivano a trovare più posto negli ospedali: “Questo è stato il capolavoro di stupidità  di un’amministrazione che non si è mai dimostrata all’altezza della situazione. È un sistema che si avvita su se stesso, il sistema delle nomine politiche”, ha detto il sindacalista, “così è stato innalzato il numero dei decessi”.

(da Fanpage)

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SONDAGGIO FOX NEWS: BIDEN IN VANTAGGIO DI 8 PUNTI SU TRUMP

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

IL CANDIDATO DEMOCRATICO AUMENTA IL VANTAGGIO

Il candidato democratico riscuote, in particolare, ampi consensi tra indipendenti, elettori over 65, donne e neri rispetto al presidente uscente. E viene considerato il leader più adatto a fronteggiare la pandemia o a trattare con Pechino
L’ex vicepresidente Joe Biden sarebbe in vantaggio di 8 punti rispetto al presidente uscende Donald Trump, secondo un nuovo sondaggio di Fox News. Il candidato democratico alla Casa Bianca avrebbe, in particolare, ampi margini tra indipendenti e gli elettori over 65 che hanno rotto per Trump nel 2016.
Il sondaggio diffuso ieri è stato condotto tra 1.207 elettori registrati a livello nazionale tra il 17 e il 20 maggio e ha un margine di errore di 2,5 punti. Assegna a Biden il 48% delle preferenze e a Trump il 40%, con un 11% di indecisi o a favore di altri candidati.
Solo un mese fa, lo stesso sondaggio dava i due rivali testa a testa al 42%.
Il vantaggio di Joe Biden si dilaterebbe a 17 punti tra gli elettori di età  pari o superiore ai 65 anni e di 13 punti tra gli indipendenti. Alle presidenziali 2016, invece, secondo gli exit poll, Trump aveva avuto il 7% di consensi in più tra gli elettori over 65 rispetto alla rivale democratica Hillary Clinton e il 4% in più tra gli indipendenti.
Tra gli elettori che si definiscono “estremamente motivati” a votare il prossimo novembre, Biden riscuote il 53% di consensi contro il 41% di Trump: un segno rassicurante per i democratici che temono che il candidato Trump non riscuota entusiasmi. Anzi, il 69% dei sostenitori di Biden si definisce come “estremamente motivato” contro il 61% di sostenitori di Trump.
Anche il divario di genere è considerevole con Biden in testa di 20 punti percentuali tra le donne e Trump di 7 punti tra gli uomini. Se Trump guida tra gli elettori bianchi rurarli di ben 30 punti, Biden invece ha un vantaggio di 64 punti tra gli elettori neri.
Gli elettori preferiscono Biden a Trump sia nella gestione della pandemia e dell’assistenza sanitaria, sia per la capacità  di trattare con la Cina.

(da agenzie)

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LA CATTURA TAROCCATA DELL’IMPROBABILE CALIFFO DELL’ISIS: COME SIAMO CADUTI IN BASSO…

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

LA CATTURA IN REALTA’ E’ AVVENUTA UN ANNO FA E AD OPERA DELLE FORZE CURDE-SIRIANE

Signore e signori, benvenuti alla “saga della bufala”, seconda parte: quella di chi ha arrestato il candidato a “califfo”.
Sarebbero state le Forze democratiche siriane (Fds) a maggioranza curda e non l’esercito iracheno ad arrestare Abd Nasser Qardash, considerato come un possibile successore di Abu Bakr al-Baghdadi alla guida dello Stato Islamico (Isis).
Lo scrive su Twitter Rita Katz, direttrice di Site, affermando che ”le recenti notizie sull’arresto del comandante dell’Isis Abd Nasser Qardash sono, nella migliore delle ipotesi, fuorvianti. Le autorità  irachene non hanno arrestato Qardash. Il suo arresto è avvenuto più di un anno fa da parte delle Fds nella battaglia di Baghuz Fawqani in Siria prima della morte di al-Baghdadi” a ottobre dello scorso anno.
La saga delle bufale
Capito? Dopo l’intervista a un capo di al-Shabaab morto sei anni fa, ecco il pretendente califfo dell’Isis arrestato un anno fa, neanche dall’esercito iracheno ma da una milizia siriana, a maggioranza curda… ”Quello che è successo nell’ultimo giorno è stata la consegna di Qardash al governo dell’Iraq da parte delle Fds. Le immagini di un uomo bendato e in tuta da prigioniero sono state poi diffuse dai media iracheni, con le autorità  che hanno parlato di una grande vittoria contro l’Isis”, ha aggiunto Katz.
Una patacca esibita per dimostrare di essere utili nella lotta al terrorismo jihadista. Apriti cielo! Tutti i media nazionali   che avevano sparato in mattina la notizia della cattura, nientepopodimenochè, dell’”erede di al-Baghdadi” dover rimettere mano ai pezzi per correggere la fake-patacca. Nota bene: media nazionali. E qui, signora mia, cadiamo proprio in basso, ma molto in basso.
Mercoledì sera molti siti di news e giornali italiani, tra cui Repubblica, il Corriere e la Stampa, hanno dato grande evidenza alla notizia della cattura o dell’arresto di uno dei principali leader dello Stato islamico, identificato come Abdul Nasser al Qardash e descritto come possibile successore di Abu Bakr al-Baghdadi, capo dell’organizzazione morto nell’ottobre 2019 durante un raid statunitense nel nordovest della Siria (i giornali non hanno identificato tutti Abdul Nasser al Qardash nello stesso modo: Repubblica lo ha descritto come «candidato alla successione», mentre la Stampa ha sostenuto, addirittura, che fosse già  il “nuovo capo” dell’Isis).
Sulla notizia — che non è stata pubblicata da alcun grande giornale internazionale e che non è stata confermata da alcuna fonte affidabile — ci sono però parecchi dubbi: l’uomo citato, Abdul Nasser al Qardash, sembra sia stato arrestato lo scorso anno dalle Forze Democratiche Siriane, coalizione anti-Isis di arabi e curdi, e sia stato poi consegnato negli ultimi giorni alle forze irachene.
L’uomo considerato da mesi l’attuale capo dell’Isis non è Abdul Nasser al Qardash:   si chiama   Amir Mohammed Abdul Rahman al Mawli al Salbi, ed è un iracheno di etnia turcomanna.
Abdul Nasser al Qardash e Amir Mohammed Abdul Rahman al Mawli al Salbi sono quindi due persone diverse: il primo, in arresto da prima dell’uccisione di Baghdadi, era membro del comitato esecutivo dell’Isis, cioè il suo organo politico più importante, ma non è mai arrivato a essere il leader del gruppo.
Il secondo, il cui vero nome è stato rivelato e poi confermato   dal giornalista del Guardian Martin Chulov, era diventato capo dell’organizzazione subito dopo l’uccisione di Baghdadi, e al momento non ci sono notizie che non lo sia più.
Alcuni analisti che da anni seguono le vicende dell’Isis, e sanno dunque di cosa scrivono,   e che provano a ricostruire la struttura della sua leadership hanno chiarito quali siano le informazioni disponibili finora sull’intera vicenda.
Nibras Kazimi, analista che si occupa di terrorismo e Medio Oriente,   ha rimarcato   che Abdul Nasser al Qardash, l’uomo protagonista degli articoli sulla stampa italiana, è stato semplicemente trasferito due settimane fa dalle Forze Democratiche Siriane (Sdf)   la coalizione anti-Isis composta da curdi e arabi, agli iracheni, anche se non è chiaro per quale ragione.
Questa informazione è stata confermata anche da un altro analista e consulente del governo iracheno, Husham al Hashimi, che martedì aveva twittato di avere intervistato proprio Abdul Nasser al Qardash, specificando che prima dell’arresto era un leader dello Stato islamico   molto attivo in Siria, e che di recente è arrivato in Iraq dopo essere stato trasferito da una prigione siriana.
I servizi taroccano
“L’arresto è arrivato dopo un’accurata intelligence”, affermava, in mattinata,   una dichiarazione del servizio di intelligence nazionale iracheno, riportata da al Arabiya. L’operazione che ha portato alla cattura di al-Qirdash, nota peraltro l’emittente tv panaraba nel suo sito, arriva un mese dopo che Mustafa al-Kadhimi, ex capo dell’intelligence irachena, è diventato primo ministro del Paese.
Insomma, una medaglia, e che medaglia, di cui il fresco premier iracheno si poteva far vanto. Peccato che quella medaglia era di latta.
Il 31 ottobre scorso il Consiglio della Shura dell’Isis, nel confermare la morte di al-Baghdadi aveva anche annunciato immediatamente il nome del suo successore, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi. “Il Consiglio della Shura si è incontrato immediatamente dopo la conferma del martirio di al Baghdadi e gli anziani dei santi guerrieri sono stati d’accordo” con la nuova nomina, aveva allora detto allora un portavoce, in un audio di circa 8 minuti targato al Furqan, l’organo ufficiale di informazione dell’organizzazione terroristica.
Il nuovo califfo, aveva detto, è   Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi (il cui nome viene traslitterato in molti modi diversi, senza contare gli alias), chiedendo per suo conto la fedeltà    dei jihadisti. Dello stesso al Qurashi, si è   poi parlato di nuovo ai primi di maggio, quando erano già    iniziate a circolare voci sulla sua cattura. L’uomo è originario della città    irachena nord-occidentale di Tell Afar, secondo fonti d’intelligence irachena citate dai media panarabi, e prima dell’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 serviva nell’esercito di Saddam Hussein. Ma anche dalla sua annunciata nomina, è di fatto rimasto dietro le quinte. E oggi il mistero si infittisce: l’annuncio dei servizi iracheni parla, in apparenza, di un’altra persona, che però non avrebbe ancora preso il controllo dell’organizzazione.
Insomma, un caso di omonimia, di sbagliata traslitterazione, e poi che vuoi che sia, in Italia poi si bevono ormai tutto. Basta spararla grossa, tanto poi c’è sempre tempo per   fare una correzione. E poi dicono che i giornali non si vendono più.

(da Globalist)

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SALVINI DA QUATTRO MESI NON DA’ L’INCARICO INTERNO AL PARTITO SULL’ECONOMIA PER NON SCONTENTARE NESSUNO

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

SU EUROPA ED EURO SEGUIRE LA LINEA DI BAGNAI O DI GIORGETTI? IL CAPITONE PAVIDO NON ASSEGNA LA DELEGA A NESSUNO PER CONTINUARE L’AMBIGUITA’ DELLA LEGA

Il nord attende le risposte del governo. Ed è quello stesso nord che aspetta di conoscere quale sia la proposta economica della Lega.
Sperare in Giancarlo Giorgetti o ancora una volta deludersi con l’euroscettico Alberto Bagnai? Sposare il Recovery Fund benedetto dall’asse franco-tedesco che potrebbe consentire al Belpaese di ottenere 100 miliardi a fondo perduto o continuare a bombardare a colpi di tweet la tecnocrazia “brutta e cattiva” di Bruxelles?
Il dilemma è sospeso da settimane, da quel famoso 31 gennaio quando Matteo Salvini convoca il consiglio federale all’indomani della sconfitta in Emilia Romagna.
Ordine del giorno: analisi del risultato elettorale e riorganizzazione del partito. Ecco, quel pomeriggio a via Bellerio il Capitano leghista assegna sì una serie di deleghe, gli Esteri a Giancarlo Giorgetti, la Cultura a Lucia Borgonzoni, i Trasporti a Edoardo Rixi, l’Ambiente a Vannia Gava, la Salute a Luca Colletto, ex assessore di Luca Zaia, non un dettaglio di poco conto.
E l’economia? Se ne dimentica? Nessuna risposta.
La scelta del Dipartimento economico diventa simbolicamente più importante di qualsiasi altra scelta. Perchè in base al profilo selezionato si comprenderà  la strategia leghista. Borghi e Bagnai saranno confermati?
“Non puoi essere ambiguo sull’Europa, sulla moneta unica, altrimenti non sarai mai accettato dalle cancellerie e non sarai credibile”, è il consiglio dell’ala giorgettiana.
Sta tutto lì il braccio di ferro fra la Lega di lotta e la Lega di governo, fra l’istinto populista di Salvini e il pragmatismo di Giorgetti.
Quel dì Salvini decide di non decidere. “Entro dieci giorni completeremo la squadra”, assicurando il leader di via Bellerio dissimulando qualsiasi tensione interna. Passano dieci giorni ma non si vede uno straccio di nomina sulla casella economica.
Scoppia il caso all’interno dei corridoi di via Bellerio. L’idea iniziale è di ridimensionare l’ala No Euro, di confinarla in un angolo. Erano i giorni in cui Salvini sembrava volesse puntare sul governo di unità  nazionale, lanciava segnali di distensione al Quirinale. Sembrava insomma che avesse deciso di abbandonare la linea aggressiva ed euroscettica.
Eppure sembra mancargli il coraggio. Prende tempo, cincischia.
“Non dà  l’incarico per non scontentare nessuno”, mormorano. Basta rivedere le sue conferenze stampe fra febbraio e marzo, dove al suo fianco si materializzano felicemente le anime economiche più disperate.
Un esempio? Al tavolo Bagnai e Borghi ma anche Massimo Garavaglia e Massimo Bitonci. C’è da dire che in questo ultimo periodo a farsi notare di più è stato Bagnai. Ma la ragione, raccontano, è molto semplice: “Quando è scoppiata la pandemia era l’unico dei responsabili economici a trovarsi nella Capitale”.
Il professore fiorentino, che ancora oggi gli spin indicano come “responsabile economico”, è stato delegato a condurre tutte le trattative con il governo sul Cura Italia.
Questo ha fatto sembrare Bagnai, il solo responsabile economico. In verità  non è così. “La nomina non è stata formalizzata”, ammette un alto dirigente che conosce il dossier e che dice ad HuffPost che “servirà  un altro consiglio federale”.
Ed è come se Salvini volesse tenere aperte tutte le porte. Ai no Euro ma anche a quei “responsabili”, cui guardano gli imprenditori del nord, e che giorno dopo giorno non solo prendono consistenza ma potrebbe avere le carte per spodestare l’ex ministro dell’Interno che nel frattempo ha dilapidato in poche settimane otto punti percentuali nei sondaggi.
Da qui si torna al punto di partenza. Raccontano che in queste ore un leghista di alto rango ha sollevato la questione: “Come è finita con il dipartimento economico?”.
Silenzio, bocche cucite. I malumori sono tanti.
Ecco perchè il punto di caduta pare essere quello di spacchettare il dipartimento economico: Bagnai (Finanze), Garavaglia (Tesoro) e Guidesi (Attività  produttive, una sorta di Sviluppo economico).
Quando? Non è dato sapere. Fatto sta che è una strategia per coprirsi da più parti. Tenendo il professore di Firenze si strizza l’occhio all’elettorato più inferocito che gli contende la Meloni.
Ma piazzando Garavaglia e Guidesi, definiti “giorgettiani”, riequilibra i pesi e dà  alla Lega un volto più sobrio in economia. Non a caso basta rileggere le dichiarazioni di Bagnai e Garavaglia sul Recovery Fund.
Il primo ha sparato ad alzo zero: “In estrema sintesi non è chiaro nè quanto riceveremmo nè come saremo obbligati a spendere le somme ricevute. Unica dato certo: l’aumento del nostro già  cospicuo contributo netto al bilancio dell’Ue, in cambio dell’esclusione del nostro Paese dai tavoli in cui si decide il futuro di un progetto da noi finanziato”.
Il tono muta quando sul tema interviene Garavaglia, per anni considerato il “ministro ombra delle partite Iva”. Ecco, il già  sindaco di Marcallo con Casone, doppia laurea di cui una alla Bocconi, si mostra aperturista davanti alle telecamere di SkyTg24.
Mercoledì, ospite assieme a Carlo Calenda, l’ex sottosegretario all’Economia del governo Conte-1 ha risposto così: “Recovery Fund? Per amor di Dio, se ci arrivassero 100 miliardi a fondo perduto andrebbe benissimo”.

(da “Huffingtonpost”)

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BERLUSCONI: “IL MES? SOLDI PRATICAMENTE GRATIS, OCCORRE ACCETTARE”

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

“OPPORSI E’ SOLO UN NO CONTRO L’EUROPA”

“Il Mes? Non riesco a capire questa discussione. E’ davvero incredibile, ci sono interessi allo 0,1% e senza condizioni. Sembra fatto apposta per noi. Abbiamo un bisogno drammatico di risorse da mettere nel sistema economico, soldi praticamente gratis. Si tratta di un atto di solidarietà  dell’Europa”.
Silvio Berlusconi a ‘Mattino 5′ prende posizione a proposito del meccanismo europeo di stabilità . “E’ così conveniente – spiega – che dovremmo assolutamente accettare. Opporsi è un no anti-europeo”.
“Noi quindi dovremmo accettarlo – aggiunge il leader di Forza Italia – perchè ci consentirebbe di realizzare nuovi ospedali, rimettere in sesto quelli esistenti, costruire case di riposo per gli anziani, i reparti sanitari nelle carceri, sovvenzionare la ricerca, formare e pagare meglio medici e personale sanitario. Quindi il Mes è così conveniente che noi non dovremmo avere dubbi nell’accettarlo”.
“Chi dice no – sottolinea Berlusconi – ha una posizione incomprensibile, autolesionista e strumentale in chiave anti europea. Dai grillini non mi stupisce affatto”.
Ma anche Fdi e Lega combattono il Mes, mentre Fi non ha dubbi sull’utilità  dello strumento.
“La nostra posizione e la nostra cultura nei confronti dell’Europa – ha risposto Berlusconi – sono diverse da quelle dei nostri alleati, agli alleati ci lega un buon programma per il governo dell’Italia che è stato scritto in gran parte da noi e ci lega il consenso che tanti italiani ci danno”.
“Ma le radici di Fi – sottolinea – affondano nella visione liberale e cristiana sulle quali si basava il sogno dei padri fondatori dell’Europa, il sogno di un’Europa unita, grande, libera e forte”.
“In Italia e nell’ambito del centrodestra – ha concluso Berlusconi – Fi rappresenta questa anima, la politica e i valori dell’Occidente. La Ue è l’unica possibilità  che abbiamo di esercitare un ruolo del mondo. L’offensiva dell’imperialismo comunista cinese, che dobbiamo davvero temere, sarà  ancora più pericolosa perchè la Cina è stato il primo Paese ad esserne colpito ma anche il primo a essersi ripreso mentre i Paesi del mondo libero potrebbero rimanere ancora in una condizione di debolezza”.

(da agenzie)

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