Giugno 23rd, 2020 Riccardo Fucile
IL VICEMINISTRO NEANCHE SI ERA ACCORTO CHE ERA LA MOBY ZAZA’, USATA PER ISOLARE I MIGRANTI SALVATI DALLA SEA WATCH
“Ho visto che c’è una nave ormeggiata, questo significa che arrivano turisti e che ci sono prospettive”. Il viceministro delle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri ieri ha confuso la Moby Zazà – cioè una nave usata per mettere in quarantena i migranti appena sbarcati – con una nave da crociera.
La nave sta ospitando 211 migranti che erano stati salvati dalla Sea Watch 3.
Cancelleri si trovava a Porto Empedocle per presentare dei progetti per un valore di 70 milioni di euro di investimenti, volti a potenziare ancora di più il porto e a renderlo meta proprio delle navi da crociera.
/da agenzie)
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Giugno 23rd, 2020 Riccardo Fucile
SOLO I BRACCIANTI ITALIANI AVEVANO DIRITTO A UN TAVOLO
Non è solo una questione di sfruttamento del lavoro agricolo, ma anche di razzismo. La
Procura di Paola, in provincia di Cosenza, ha scoperchiato l’ennesima storia italiana di caporalato e discriminazione: le vittime sono alcuni braccianti provenienti dal Bangladesh. Gli uomini erano sottoposti a turni massacranti e sottopagati.
I lavoratori agricoli erano costretti a mangiare per terra, a differenza dei colleghi italiani ai quali era concesso l’utilizzo di un tavolo. Arrivavano a lavorare fino a 26 ore di fila e la paga pattuita era di 1,50 euro l’ora.
Vessati da insulti e minacce, i bengalesi avevano a disposizione per vivere una struttura di 70 metri quadri, suddivisa in dieci appartamenti, con bagni rotti e condizioni igieniche inesistenti.
L’inchiesta è partita dalla denuncia di uno dei lavoratori. Il gip, su richiesta della Procura di Paola, ha disposto un’ordinanza di arresto domiciliare per cinque imprenditori italiani e due persone straniere. Gli indagati sono accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro di cittadini stranieri. L’azienda agricola di cui i cinque imprenditori erano soci è stata sequestrata.
(da Open)
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Giugno 23rd, 2020 Riccardo Fucile
SEQUESTRATI 250.000 EURO AL COGNATO DI MESSINA DENARO
I carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari emessa dal gip del Tribunale, su richiesta Dda, nei confronti di 10 indagati (9 in carcere e 1 ai domiciliari), accusati a vario titolo responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni aggravate, furto aggravato, violazione delle prescrizioni imposte dalle misure preventive.
L’operazione ‘Teneo’, portata a termine da un pool di magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca, rappresenta un nuovo colpo nei confronti del mandamento mafioso di Palermo di San Lorenzo e Tommaso Natale.
Finisce di nuovo in carcere Giulio Caporrimo, uscito dal carcere nel 2019 e che avrebbe ripreso il controllo del mandamenti.
L’indagine è la prosecuzione delle operazioni ‘Oscar’ (2011), ‘Apocalisse’ (2014) e ‘Talea’ (2017) che avevano portato in carcere capi e gregari del mandamento con Francesco Paolo Liga (figlio dello storico boss Salvatore Liga, detto “u Tatenuddu”), poi affiancato, a partire dalla sua scarcerazione avvenuta nell’ottobre 2015, da Giuseppe Biondino (figlio di Salvatore, l’autista di Totò Riina), arrestato di nuovo nel gennaio 2018.
L’operazione ‘Teneo’ prende il via dal controllo delle attività di Vincenzo Taormina, imprenditore del settore movimento terra, ritenuto particolarmente vicino a Francesco Paolo Liga reggente non sempre ben visto dagli affiliati.
Questi ultimi, secondo gli investigatori, riponevano grandi aspettative nella scarcerazione nel febbraio 2017 di Giulio Caporrimo e poi di Nunzio Serio e di altri affiliati arrestati nell’operazione ‘Oscar’.
I due erano venerati e ossequiati per la capacità di comando, il carisma e l’influenza nella dinamiche mafiose (“l’hai sentita la buona notizia? E’ uscito Giulio, è uscito”). Gli equilibri mafiosi si sarebbero così spostati immediatamente in favore dello stesso Giulio Caporrimo e di Nunzio Serio, con un evidente ridimensionamento di Francesco Paolo Liga, senza che questi venisse comunque esautorato.
La figura centrale dell’operazione antimafia condotta oggi a Palermo dai carabinieri è quella del boss Giulio Caporrino, tornato in carcere oggi per le terza volta in tre anni. La libertà d’azione del capomafia, in pratica, sarebbe durata solo 7 mesi perchè nel settembre 2017, dopo il primo arresto, era stato destinatario di un nuovo provvedimento restrittivo; da quel momento in poi, le redini del mandamento mafioso sarebbero state prese da Nunzio Serio, anche lui poi arrestato nel maggio 2018. Proprio in quel mese si sarebbe riunita per la prima volta dopo l’arresto di Salvatore Riina, la ricostituita commissione provinciale di cosa nostra palermitana, con la partecipazione di Calogero Lo Piccolo, nuovo rappresentante del mandamento di Tommaso Natale.
Ma anche lui fu poi arrestato nel gennaio 2019 nell’operazione “Cupola 2.0”, nel corso della quale finirono in carcere ben 6 capi mandamento, compreso Settimo Mineo che avrebbe dovuto assumere la carica di responsabile provinciale.
Nel corso delle indagini le telecamere e le microspie dei carabinieri immortalarono diversi incontri tra Caporrimo e Serio avvenuti, in alcune occasioni, anche al largo delle coste palermitane, sui rispettivi gommoni.
Uno spaccato anche pittoresco dei “costumi” mafiosi visto che le microspie registrarono che il primo si lamentava per la presenza delle moto d’acqua che scorrazzavano nei pressi di Sferracavallo.
Il capomafia raccontava di essere intervenuto personalmente nei confronti di alcuni di loro, originari dei quartieri di Brancaccio e di Pagliarelli, i quali, riconoscendolo, avevano tenuto un comportamento ossequioso tanto da essersi subito spostati sulla zona di Mondello perchè a Sferracavallo “c’era lo zio in porto”.
Gaspare Como, cognato del boss latitante Matteo Messina Denaro, ha avuto confiscati beni per un valore di 250 mila euro da parte della Dia di Trapani, oordinata dalla procura di Marsala. Como, commerciante di Castelvetrano, è il marito di Bice Maria Messina Denaro.
Già sorvegliato speciale di pubblica sicurezza, attualmente è detenuto per associazione a delinquere di tipo mafioso. La confisca segue la condanna definitiva di Como a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per trasferimento fraudolento di valori.
Per concorso nel medesimo reato sono stati condannati Gianvito Paladino (un anno e 6 mesi) e Bice Maria Messina Denaro. I beni sottoposti a confisca, già sequestrati dalla Dia nel 2013, sono un’attività commerciale di abbigliamento, un locale di circa 200 mq intestato a Valentina Como (sorella di Gaspare) e un’auto di grossa cilindrata. Gaspare Como, mentre scontava la misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, dopo aver espiato una lunga detenzione in carcere, aveva avviato una fiorente attività commerciale a Castelvetrano e continuato a fare investimenti in beni mobili e immobili, nonchè in aziende, intestando tutto a terze persone.
Ma si è arrivati al vero proprietario grazie all’esame delle movimentazioni bancarie degli indagati (sui cui conti operava esclusivamente il Como, apponendo anche firme false) e alle intercettazioni telefoniche sulle utenze delle aziende.
Nel 2018, è stato nuovamente sottoposto a sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, su proposta del direttore della Dia, e arrestato, insieme a Rosario Allegra (altro cognato di Matteo Messina Denaro, poi deceduto) e numerosi altri presunti affiliati a Cosa nostra, perchè ritenuto il reggente della famiglia mafiosa di Castelvetrano.
Vasta operazione antimafia della polizia a Catania con l’esecuzione di un’ordinanza cautelare in carcere per oltre 50 indagati del clan ‘Cappello-Bonaccorsi’. L’inchiesta della Procura Distrettuale etnea per la disarticolazione della cosca coinvolge anche mogli e figli dei boss. Nel blitz ‘Camaleonte’ sono impegnati centinaia di uomini della Polizia, con i reparti speciali e i nuclei investigativi, coordinati dalla Dda di Catania e dal Servizio centrale operativo. Sono in corso perquisizioni e sequestri di beni.
Sono complessivamente 52 le persone destinatarie del provvedimento restrittivo emesso dal Gip di Catania Sono 44 gli arresti in carcere e due ai domiciliari eseguiti da squadra mobile della Questura etnea e dal Servizio centrale operativo (Sco) della polizia.
Ad altre due persone è stato notificato l’obbligo di dimora nel comune di residenza. Ai vertici dell’organizzazione, che ha diverse ‘diramazioni territoriali’, la Dda di Catania colloca lo storico capomafia Salvatore Cappello, ergastolano e detenuto in regime di 41bis. Un’associazione mafiosa, accusa la Procura, dedita alla “commissione di delitti contro la persona, quali gli omicidi, perpetrati al fine di mantenere i rapporti di forza sul territorio, di tutelare i membri della consorteria, nonchè per espandere il proprio predominio criminale”. Il clan commetteva anche reati contro il patrimonio (rapine, furti ed estorsioni) e delitti connessi al traffico illecito di sostanze stupefacenti.
Tutto questo, ricostruisce la Procura distrettuale, per “acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, autorizzazioni e di appalti pubblici e per realizzare, comunque, profitti o vantaggi ingiusti”.
Una parte degli introiti della cosca arrivavano anche dalla gestione di ‘piazze di spaccio’ con l’acquisto, l’importazione e la vendita di cocaina e marijuana. Le indagini hanno preso avvio nel gennaio 2017 e rappresentano il proseguo dell’inchiesta su Sebastiano Sardo, esponente di vertice del gruppo mafioso, a capo di una ‘cellula’ interna dedita prevalentemente al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Si sono concluse nel gennaio 2019.
La squadra mobile di Catania e agenti dello Sco hanno anche eseguito il sequestro dell’intero patrimonio aziendale della società ‘Sc Logistica s.r.l.’ di Catania, e di conti correnti e depositi e rapporti finanziari intrattenuti da Mario Strano, accusato di dirigere il gruppo di Monte Po del clan, che era legato alla ‘famiglia’ Santapola-Ercolano e si era poi reso autonomo nel rione di ‘azione’ alleandosi organicamente al clan Cappello-Bonaccorsi
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2020 Riccardo Fucile
NEL MIRINO DELLA GDF ALMENO OTTO GARE
Tredici persone sono state arrestate dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della
Guardia di Finanza di Milano nell’ambito di un’inchiesta su presunte tangenti e appalti truccati. Tra gli arrestati figura Paolo Bellini, dirigente dell’Atm, responsabile degli impianti di segnalamento e automazione delle linee metropolitane.
Al centro dell’inchiesta ci sono 8 appalti da 150 milioni di euro. Trenta persone fisiche e otto società indagate. Tra gli arrestati due manager di Alstom Ferroviaria e uno di Siemens Mobility. A Bellini vengono contestate presunte tangenti per 125mila euro tra il 2018 e il 2019.
Tra i 13 arrestati (12 in carcere e uno ai domiciliari) ci sono oltre a Bellini, dirigente Atm (società municipalizzata del Comune di Milano) e ritenuto pubblico ufficiale, imprenditori e manager. Indagate e perquisite otto società tra cui Siemens Mobility, Alstom Ferroviaria, Ceit e Engineering Informatica.
Tra gli appalti al centro dell’inchiesta, condotta dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf di Milano, uno sulla manutenzione di impianti di telecomunicazione della linea 5 della metropolitana milanese e quello sui sistemi di segnalazione automatica della Linea 2.
Bellini, secondo l’accusa, avrebbe incassato o pattuito presunte mazzette per 125mila euro tra ottobre del 2018 e luglio del 2019. Perquisizioni sono in corso anche in Atm. L’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e dal pm Giovanni Polizzi ha portato all’ordinanza cautelare firmata dal gip Lorenza Pasquinelli.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2020 Riccardo Fucile
L’ACCORDO SULLE REGIONALI SEGNA IL DECLINO DEL LEADER DELLA LEGA… NON HA UNA CAMPAGNA DA FARE NE’ UNA EVENTUALE VITTORIA DA FESTEGGIARE… E I NOMI CERTIFICANO IL SUO FALLIMENTO AL SUD
È la fine del centrodestra dei “pieni poteri” e del “citofono”, simbolo della caccia all’uomo che risultò fatale per Salvini alle elezioni dell’Emilia-Romagna: l’idea di un uomo solo al comando, in grado di imporre agli altri qualunque candidato perchè in fondo si vota per lui, insomma, il plebiscito populista, sognando la spallata al governo.
Ecco, l’accordo raggiunto dal centrodestra per l’election day di settembre chiude questa fase. E segna un altro tratto del declino di Salvini, perchè, anche in caso di vittoria del centrodestra, non sarebbe una “sua” vittoria, ma al massimo dei suoi alleati e dunque “anche sua”.
Insomma, è cambiato lo schema. Anche con la fantasia più fervida è complicato immaginare il leader della Lega impegnato, con lo stessa passione profusa al Pilastro, in una campagna elettorale al fianco di Raffaele Fitto in Puglia o di Stefano Caldoro in Campania, candidati che non voleva ma che, alla fine, ha dovuto accettare, altro segno che i rapporti di forza sono cambiati.
Se dovesse vincere Fitto, i titoli del 21 settembre saranno sul suo “grande ritorno” con le foto della Meloni accanto, quelli su Zaia, senza foto di altri, registreranno un prevedibile plebiscito, col corollario di deduzioni sulla sua leadership, in verità già iniziate: l’altro volto della Lega, la Lega pragmatica contrapposta alla Lega sovranista, di governo, attenta alle ragioni dei produttori e del Nord eccetera eccetera. Nessuno titolerà “ha vinto Salvini”.
È per questo che, fino alla fine, il leader della Lega ha provato a impossessarsi di una regione del Sud, nella consapevolezza che un’elezione siffatta non rappresenta nè una rivincita politica nè una battaglia in grado di coinvolgerlo “moralmente”.
Nè la Toscana, dove sarà candidata la Susanna Ceccardi può essere un palcoscenico sostitutivo essendo, a meno di eventi clamorosi, la cronaca di una sconfitta annunciata. Con un occhio agli equilibri interni questo assetto di candidature è una vittoria di Giorgia Meloni, che candida Francesco Acquaroli nelle Marche e Fitto in Puglia, pretendendo quel rispetto degli accordi siglati ai tempi proprio dell’Emilia.
Allora, Salvini pur di avere la Bergonzoni sognando la spallata, promise che dalle Marche in giù non avrebbe avuto pretese. Adamantino esempio di come si può rimanere vittima delle proprie macchinazioni.
La questione più di fondo, che non riguarda il potere interno, però è altra.
Caldoro è alla sua terza candidatura. Nel 2010 fu eletto presidente, proprio contro De Luca, alla guida di una coalizione trainata dal Pdl, senza la Lega che a quei tempi non si presentava al Sud. Nel 2015, sempre contro De Luca, perse. Ora la terza, sfida simbolo di una inamovibilità del potere del Mezzogiorno e della tendenza feudale delle leadership locali.
Fitto, già governatore in quota Forza Italia nel 2010, perse con Vendola nel 2005, ma ha mantenuto sempre un forte radicamento. Il suo ritorno non è una novità , ma è già una vittoria morale: pressochè cacciato da Berlusconi quando ne sfidò la monarchia, osteggiato da Salvini che ha provato financo a candidare uno dei tanti giovami che Fitto, come si suol dire, ha fatto crescere, adesso i sondaggi che indicano che è una candidatura che può vincere.
Parliamoci chiaro, i nomi certificano un gigantesco problema di classe dirigente di Salvini al Sud, che è mancato lì dove la Lega sovranista e nazionale aveva scommesso. In Calabria non ha sfondato, anzi perse dieci punti rispetto alle Europee risultando il terzo partito, in Campania, di fronte all’afflusso di personaggi chiacchierati legati al mondo che fu di Nicola Cosentino ha dovuto spedire come commissario l’ex sottosegretario all’Interno Nicola Molteni e non ha inciso nella scelta del candidato, in Puglia lo stesso ceto politico buono per tutte le stagioni, dopo aver occhieggiato alla Lega, si è schierato con Fitto quando ha capito che può vincere.
Per Roma non c’è una sola idea, mentre il mondo che conta — le imprese, le professioni, il mondo del civismo – già punta sul Pd dopo gli anni del disastro Raggi. Quello che emerge è il limite dello schema populista e del “partito del leader”, che prescinde dal tema della selezione e della costruzione della classe dirigente.
Il che vale a livello locale, col ritorno di figure già note di altri partiti ma anche al livello nazionale.
Non è questione all’ordine del giorno, perchè non si vota per le politiche, ma semmai dovesse accadere anche in questo caso un blocco politico che esprime il 40 per cento e passa di consensi non ha una squadra pronta a governare il paese, come accadde, ad esempio nel 2008: da Tremonti a Maroni, da Sacconi a Frattini a Ronchi.
Più volte in questi anni il Sud, il cui voto è diventato volatile dopo la fine della grande spesa pubblica e, con essa, di una rete di consenso organizzato, è stato anticipatore di fenomeni e linee di tendenza nazionali.
Nel Sud partì e poi declinò il renzismo, nel Sud iniziò prima l’onda e poi la risacca dei Cinque stelle, nel Sud, dopo la valanga alle europee e alle amministrative dello scorso anno, sembra già essersi arrestata l’espansione leghista, intesa come plebiscito.
Forse sta anche qui la ragione di queste candidature, nel venir meno di una certa forza d’urto. Se uno non ha candidati forti, non ha neanche la forza di imporli.
(da “Huffingtronpost”)
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Giugno 22nd, 2020 Riccardo Fucile
LA SQUALLIDA PASSERELLA CHE HA INDIGNATO LA CITTA’… E’ ORA DI FINIRLA DI SPECULARE SU MORTI INNOCENTI … SU QUEL PONTE VOGLIAMO SOLO MATTARELLA, RENZO PIANO E GLI OPERAI CHE L’HANNO COSTRUITO
La buona notizia è che il Ponte Genova-San Giorgio, ex Morandi, è quasi finito. Tra circa
un mese sarà inaugurato (per la ventesima cerimonia) con le autorità e sarà finalmente aperto al traffico.
Si spera in una celebrazione sobria, senza troppi lustrini e fanfare, come si conviene al carattere dei genovesi e al rispetto dovuto ai familiari delle vittime. La cattiva notizia è la politica, che non si fa scrupolo di nulla e utilizza qualsiasi cosa per alimentare la campagna elettorale.
Se già c’era da storcere il naso per l’attraversamento del ponte da parte di Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild (che almeno ha l’esimente di averlo costruito in tempi normali e senza incidenti), decisamente fuori luogo ci sembra la passerella elettorale e relativo comizietto offerto dal governatore Toti, dal sindaco Bucci e dal leader della Lega Matteo Salvini.
Quel video girato sopra il ponte, con il caschetto giallo, la pettorina di “Webuild”, il tricolore e gli attacchi alla Cgil, Salvini francamente se lo poteva risparmiare.
A che titolo è salito lì sopra e chi lo ha permesso?
Il ponte San Giorgio appartiene a tutti i genovesi e, lo diciamo a bassa voce, a tutti gli italiani: di destra, di centro e di sinistra.
Anche per rispetto a quelle 43 vittime, andrebbe protetto dalle speculazioni politiche. Lasciamo che a inaugurarlo sia il presidente della Repubblica, Renzo Piano e gli operai che lo hanno costruito
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2020 Riccardo Fucile
SE L’ITALIA NON FOSSE IL PAESE DOVE DILAGA LA CORRUZIONE POLITICA E LA MALAVITA ORGANIZZATA NON CI SAREBBE STATO BISOGNO DI UN CODICE DEGLI APPALTI E SEVERI CONTROLLI CONTRO LE INFILTRAZIONI MAFIOSE
Tempo di elezioni regionali, tempo di grande teatro. Il palcoscenico è Genova, dove il leader del Carroccio è arrivato e si è fatto intervistare, vestito da operaio, sul nuovo ponte.
Qui ha liquidato il codice degli Appalti: «Il modello Genova significa rialzarsi senza ritardi, sarebbe una follia rimanere ostaggio della burocrazia, aggiungendo «voglio gru e cantieri dappertutto sbloccando il codice degli appalti, il codice degli appalti è una boiata pazzesca».
Come ha ricordato, ex presidente dell’Autorità Nazionale anti-corruzione Raffaele Cantone, il codice degli appalti fu varato nel 2016 per rispondere a una normativa comunitaria e minimizzare gli episodi di corruzione.
«Non credo di sbagliare nel dire che quanto accaduto su quel testo non ha molti precedenti nella storia del nostro Paese: adottato con grandi auspici e senza nemmeno particolari contrarietà , da un giorno all’altro — afferma — è diventato figlio di nessuno e soprattutto si è trasformato nella causa di gran parte dei problemi del settore e non solo. E’ innegabile che da quell’articolato sono derivate delle criticità , ma ciò è dovuto soprattutto al fatto che è stato attuato solo in parte, mentre i suoi aspetti più qualificanti (la riduzione delle stazioni appaltanti, i commissari di gara estratti a sorte, il rating d’impresa) sono rimasti sulla carta» aveva dichiarato Cantone nel 2019.
Ora il testo entra a far parte ufficialmente della campagna elettorale permanente del Salvini, oggi versione operaio.
La ‘ndrangheta festeggia
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2020 Riccardo Fucile
ACQUAROLI ERA PRESENTE AD ACQUASANTA TERME ALLA FESTA PER IL VENTENNIO MA POI DISSE CHE ERA “PASSATO SOLO PER SALUTARE”… CI FOSSE MAI UNO CHE NON RINNEGHI PER CONVENIENZA LE PROPRIE IDEE
“Sollevato? Piuttosto mi sento ancora di più responsabilizzato”: queste sono le prime
parole dette all’ANSA da Francesco Aquaroli, deputato di Fratelli d’Italia, indicato come candidato presidente della Regione Marche per il centrodestra nell’accordo raggiunto dai leader nazionali, dopo mesi di incertezza.
Giorgia Meloni aveva indicato il suo nome, già lo scorso novembre, e ha continuato a sostenerlo senza cedimenti.
Quarantacinque anni, consigliere regionale del Pdl e poi di Fratelli d’Italia dal 2010 al 2014 e in seguito sindaco della sua città , Potenza Picena (Macerata) fino all’elezione alla Camera nel 2018, Acquaroli è però tornato di recente alla ribalta per un episodio
Ovvero per la festa dedicata al Ventennio ad Acquasanta Terme cui hanno preso parte (ma sono solo passati “a salutare”) due esponenti di Fratelli d’Italia: il sindaco di Ascoli Piceno Marco Fioravanti e, appunto, proprio l’allora “semplice” deputato marchigiano Francesco Acquaroli.
La cena è stata organizzata il giorno dell’anniversario della marcia su Roma. Sulle tavole c’erano menù con fasci littori e foto del Duce ed altri riferimenti al fascismo accostati a quello del partito di Giorgia Meloni.
Alla fine a prendersi la responsabilità per l’accaduto era stato il segretario provinciale Fdi di Ascoli Piceno Luigi Capriotti che in una nota chiede scusa e si assume “tutte le responsabilità in merito alla vicenda della cena ad Acquasanta Terme”.
E venne così fuori che la cena era in realtà un’assemblea di Fratelli d’Italia organizzata da Capriotti “per parlare, insieme ad alcuni militanti del partito, dei principali problemi del nostro territorio, con un’attenzione particolare alla questione relativa alla ricostruzione post sisma”.
Insomma, era tutto un equivoco. Come al solito, come sempre.
Com’è che diceva Ezra Pound? “Se un uomo non ha il coraggio di combattere per le sue idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui”
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 22nd, 2020 Riccardo Fucile
OGNI PUNTO TAGLIATO COSTA 4,5 MILIARDI, SERVONO ALMENO 3 PUNTI
L’Italia tira la cinghia e, dopo la pandemia da Coronavirus, smette di fare shopping. Per far riaprire davvero il Paese, il premier Giuseppe Conte sta studiando una riduzione sull’Iva, che è l’imposta sui consumi, ha confermato lui stesso oggi pomeriggio, 22 giugno, nel corso del forum on line organizzato dal sito de Il Fatto Quotidiano.
Magari una taglio selettivo a sostegno dei settori più colpiti dalla pandemia: ristorazione, spettacolo, turismo.
Quanto vale l’ex Ige
Meno tasse sui consumi per incentivare i consumi? Funzionerà ? L’Iva in Italia è stata introdotta nel 1968, prima c’era l’Ige, e da allora tiene banco nel dibattito politico. L’imposta sul valore aggiunto porta nelle casse dello Stato più di centoquaranta miliardi di euro, quasi un quarto delle entrate tributarie.
Un bel gruzzolo ma che potrebbe valere molto di più, se 30 miliardi di Iva non finissero ogni anno divorati nelle mille bocche dell’evasione fiscale.
Tant’è che dopo anni trascorsi nel tentativo di disinnescare o perlomeno rinviare la miccia delle clausole di salvaguardia Iva (che sarebbe dovuta aumentare qualora non fossero stata centrati gli obiettivi di finanza pubblica), oggi il governo intende ridurre la tassa di «un po’» e «per un po’». Per cercare di risollevare i consumi. E così far ripartire un paese bloccato, fermo alla quarantena dei consumi.
La maggioranza si è già spaccata sulla misura e le opposizioni invece sono compatte nel dirsi contrarie (come sempre a tutto)
Lo stesso premier ammette che il taglio dell’Iva è «molto costoso». Ogni punto in meno di Iva costerebbe almeno 4,5 miliardi di gettito fiscale. Non proprio bruscolini. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco frena, sollevando più di un dubbio: «Serve una riforma complessiva e non una visione imposta per imposta», anche perchè i fondi europei che avremo a disposizione «andranno spesi bene e non in mille rivoli».
Come potrebbe funzionare
Chi sostiene l’idea di un alleggerimento dell’Iva, come Unimpresa, suggerisce un taglio di almeno tre punti, con l’aliquota sotto il 20%, e sostiene che lo stimolo finanziario e insieme psicologico riavvierebbe la macchina dei consumi portando quindi più gettito.
Dello stesso avviso è Bernardo Bertoldi, docente di economia all’Università di Torino: «La crisi che stiamo vedendo arrivare — dice l’economista — non è un terremoto finanziario come quello che si è verificato nel 2008 ma è come un’onda i cui effetti saranno chiari non prima di settembre».
«Un taglio dell’Iva — continua Bertoldi — può servire a incentivare i consumi ma dovrebbe essere netto, per almeno due o tre punti percentuali. E dovrebbe essere compreso in un tempo ben limitato. Non dimentichiamo che il nostro debito continua a crescere ed è sostenibile solo perchè la Bce compra i nostri titoli. Non lo farà per sempre».
(da agenzie)
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