Destra di Popolo.net

LA PIU’ VIOLENTA CAMPAGNA CONTRO TRUMP E’ FIRMATA DAI REPUBBLICANI

Luglio 25th, 2020 Riccardo Fucile

COS’E’ IL LINCOLN PROJECT E LO SLOGAN “O TRUMP O L’AMERICA”

O Trump o l’America. Questo è il motto di una delle più violente e dirette campagne di comunicazione che sia mai stata mossa contro un presidente degli Stati Uniti.
Ed è sorprendente il fatto che quelle parole non provengano dagli avversari che tutti ci aspetteremmo, cioè il Partito Democratico e il suo candidato alle presidenziali, Joe Biden. In questa campagna, resa molto animata dalle proteste del movimento Black Lives Matters e dal Coronavirus, il vero nemico di Trump sono gli stessi repubblicani. O almeno quelli riuniti nel Lincoln Project, la cui missione apertamente dichiarata è liberarsi del trumpismo.
Politici, strateghi, esperti di comunicazione politica, giornalisti, ricercatori, esponenti del mondo accademico accomunati da due caratteristiche: sono repubblicani e giudicano il loro attuale presidente un pericolo. Si tratta di una vera e propria azione persecutoria, più che una contro-campagna elettorale sembra di assistere al tentativo di minare la stabilità  psicologica di Trump spingendolo a qualche passo falso sul piano politico e comunicativo. Una continua e costante provocazione che passa per YouTube, i social network e la televisione.
Una strategia di comunicazione diretta, forte, incentrata su un unico obiettivo: indicare come il modus operandi dell’attuale inquilino della Casa Bianca non abbia nulla a che vedere con il mondo e i valori del partito e dimostrare come sia il peggior presidente di sempre per gli Stati Uniti. L’approccio conferma l’intento quasi persecutorio: i video, che hanno la stessa durata media degli spot elettorali, vengono trasmessi esclusivamente nelle città  in cui si trova Trump, nel momento in cui è presente sul posto (in genere Washington nei giorni feriali, Virginia o Florida nei festivi), sui canali televisivi che il presidente segue con maggiore assiduità  e nelle fasce orarie in cui sono in onda le sue trasmissioni preferite.
Sono video su Trump, pensati per Trump. E sono costruiti come attacchi diretti al presidente richiamando quei valori repubblicani di cui non sarebbe più portavoce e infuocando il dibattito intorno a più macroaree, a cominciare dall’emergenza Covid. Pensiamo alle ormai celebri dichiarazioni del presidente sul numero di tamponi: più ne faremo, più casi troveremo. Quelle parole sono state oggetto di uno spot molto crudo del Lincoln Project, in cui Trump è accusato di essere un incosciente.
Viene così lanciato un hashtag diventato poi virale, #AmericaOrTrump. Nulla è lasciato al caso, tutto è studiato nei minimi dettagli. Trump ripete le parole “slow the testing down, please!”, creando una contrapposizione, sul piano sia visivo sia descrittivo, con le immagini che scorrono. La voce narrante racconta le conseguenze del negazionismo trumpiano sulle vite di migliaia di cittadini americani.
Dalla presenza di un nuovo hashtag alla durata da trailer (solo ventiquattro secondi), lo spot successivo comincia con una ripresa su sette sacchi per cadaveri di colore bianco. In sottofondo la voce del presidente Trump mentre, in una conferenza stampa di febbraio, dichiara che i casi di Coronavirus presto sarebbero stati vicini allo zero. Le parole “close to zero” rimbombano diverse volte con la voce che diviene sempre più distorta, mentre l’inquadratura si allarga al punto da rivelare una bandiera americana composta da un numero elevatissimo di sacchi. Le ultime parole sono una sentenza, “100.000 dead Americans. One wrong president”. Lo spot si chiude con il fischio del vento in un sottofondo, quasi a ricordarci un cimitero.
Il medesimo concetto viene ribadito con toni e immagini ancor più forti in un altro spot: il presidente ha ormai costruito il proprio muro, fatto non di mattoni, ma di bare. Anche in questo caso l’atmosfera è spettrale. Non si sentono voci, solo il silenzio tanto assordante quanto eloquente di una strada deserta. Le immagini e il testo che scorrono rendono il video una vera e propria spada di Damocle sulla testa di Trump, un’accusa esplicita di aver lasciato morire 140.000 connazionali.
E ancora, conoscendo quanto Trump sia ossessionato dalla fedeltà  del proprio staff e dei propri familiari, e quanto sia terrorizzato dalle fughe di notizie, uno degli ultimi spot è stato interamente costruito per una sola persona: Trump, appunto. L’obiettivo è chiaro, costruire un pavimento fatto di cristallo pronto a crollare.
E non è da escludere che il rimpiazzo del campaign manager, Brad Pascale, non sia che una prima crepa ben visibile sotto i piedi del presidente. Negli ultimi giorni la quantità  di video e spot ormai virali del Lincoln Project è aumentata notevolmente. Gli attacchi a Trump, così come i toni, sono sempre più feroci, segno di come la partita sia diventata davvero infuocata. I contenuti variano, attingono alla stretta attualità  (si pensi allo spot che rende onore a John Lewis) e ampliano il bacino delle persone prese di mira, attaccando pedine per arrivare, in maniera trasversale, al re.*È difficile prevedere quanto le azioni del Lincoln Project stiano influendo e influiranno sull’esito della campagna elettorale. Una cosa è certa: la risposta dell’inquilino dello Studio Ovale non si è fatta attendere. Ha definito i fondatori del movimento “rinos”, dipingendoli come elitari che pensano ai suoi sostenitori come a esseri deplorevoli. Il punto però è un altro: l’unico a essere definito deplorevole dal Lincoln Project è lo stesso Trump. Nessuna parola contro i suoi sostenitori che restano pur sempre dei repubblicani. Insomma ancora una volta Trump esagera, ed esagerando sembra sbagliare bersaglio.

(da TPI)

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QUEI 13 MILIONI AVANZATI DAL PONTE DI GENOVA E MAI EROGATI: LA CORTE DEI CONTI METTE TOTI NEI GUAI

Luglio 25th, 2020 Riccardo Fucile

ERANO FONDI DESTINATI AL SOSTEGNO AL REDDITO: “CI SONO DECINE DI COMMERCIANTI CHE NON HANNO RICEVUTO UN EURO”… SANSA: “TOTI SPIEGHI DOVE SONO FINITI I SOLDI”

“Preoccupazione” della Corte dei Conti per la mancata erogazione di 13 milioni di euro destinati al sostegno al reddito, cifra avanzata dai 235 milioni di euro arrivati a Genova dopo il crollo del Ponte Morandi finalizzati al sostegno alle aziende in difficoltà .
Lo scrive il Secolo XIX.
A fronte di oltre 13 milioni avanzati, ci sarebbero decine di commercianti e negozianti di Certosa e Sampierdarena, le zone più colpite dalla crisi post crollo, che non hanno avuto un euro perchè esclusi dai criteri di assegnazione.
Secondo Massimiliano Braibanti, presidente del Comitato Zona Arancione, che risponde a una domanda sui fondi del Decreto Genova distribuiti per l’emergenza “Hanno sbagliato tutto, hanno dato i soldi a caso. A Certosa e Sampierdarena ci sono decine di negozianti e commercianti che non hanno ricevuto un euro. Molti hanno chiuso. Non siamo contrari a allargare gli aiuti – ha detto rispondendo alla domanda sull’ipotesi che quei 13 mln possano essere destinati agli aiuti post-Covid in tutta la Liguria – prima però dev’essere aiutato chi è rimasto qui. Chi è rimasto indietro”.
“Ci sono casi che purtroppo sono rimasti fuori dai criteri decisi dal governo – ha detto il governatore Giovanni Toti in un’intervista al Secolo XIX -. Senza un cambiamento normativo è impossibile saldare chi non ha chiuso o chi non rientra nelle forme societarie previste”.
Spiegazioni che non bastano allo sfidante alle prossime regionali, Ferruccio Sansa. “Se il presidente Toti aveva dribblato la procura della Corte dei Conti che gli contestava di non aver speso tutti i soldi per gli aiuti del post Morandi che il governo gli aveva affidato, ora cosa si inventerà  di fronte all’inchiesta del Secolo XIX che rivela il volto più oscuro della gestione dei fondi nazionali?” scrive in una nota Sansa.
“Con meccanismi di difficile comprensione, invece di premiare commercianti e artigiani piegati dall’isolamento dovuto al crollo la Regione ha arricchito chi forse non se lo meritava. Toti, ora basta dribbling, spieghi dove sono finiti i soldi”

(da agenzie)

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RISORSE, TEMPI, COSTI E CONTROLLI: COSA CAMBIA TRA RECOVERY FUND E MES

Luglio 25th, 2020 Riccardo Fucile

ECCO COME FUNZIONANO E IN COSA DIFFERISCONO

“Basta il Recovery Fund”, no “il Mes è un’opportunità “.
Il dibattito sull’uso del Meccanismo europeo di stabilità , nella sua versione ad hoc per la risposta sanitaria alla crisi del Covid, resta aperto. Anche dopo l’accordo storico sul piano anti-coronavirus. Vediamo, per punti, in cosa si differenziano i due programmi.
Next Generation Eu e Mes: le risorse e le finalità 
Le cinque notti e i quattro giorni di trattative sul Recovery Fund della scorsa settimana hanno portato a limare la proposta iniziale della Commissione europea sul piano straordinario d’intervento: i trasferimenti diretti sono calati da circa 500 a 390 miliardi mentre sono saliti i prestiti, da 250 a 360 miliardi. L’Italia ha ‘beneficiato’ della forte caduta del Pil, che ha acquisito peso nella nuova scelta di allocazione dei fondi. Per il Belpaese, il Next Generation Eu prevede circa 81 miliardi di trasferimenti e 127 miliardi di prestiti: il bilancino delle stime iniziali prevedeva 84 miliardi alla prima voce e 91 alla seconda. Il totale, sopra i 208 miliardi, fa dell’Italia il primo beneficiario dello strumento: a Roma è diretto il 28% dei fondi, un peso sul Pil intorno al 13%.
Quanto ogni Stato tirerà  effettivamente dallo strumento comunitario, dipenderà  dai Piani nazionali che dovranno esser sottoposti al vaglio degli organismi europei. Il ministro Gualtieri ha ribadito nei giorni scorsi che l’Italia sarà  pronta col suo documento entro ottobre. Secondo l’accordo del Consiglio europeo, il Piano dovrà  “esser coerente con le raccomandazioni specifiche per Paese e contribuire alla transizione verde e digitale”. In particolare, “i piani devono promuovere la crescita e la creazione di posti di lavoro e rafforzare la ‘resilienza sociale ed economicà  dei paesi dell’Ue”. Sullo sfondo resta l’accento posto alle Raccomandazioni che l’Europa pone ciclicamente alle capitali. Per quel che ci riguarda, le ultime di fine maggio ci chiedevano: riforma del mercato del lavoro, riduzione della tassazione sul lavoro, riforma dell’istruzione e formazione professionale, riduzione dei tempi della giustizia, efficientamento della Pa.
Nel caso del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità , le risorse a disposizione per l’Italia sono di 36 miliardi (alcuni hanno notato l’analogia con la crescita di denari del Recovery Fund destinate a Roma durante la gestazione dell’accordo) su 240 miliardi complessivi (2% del Pil). Si tratta di uno strumento nato con la crisi finanziaria e dei debiti sovrani e che si è attivato per Irlanda, Spagna, Portogallo, Cipro e Grecia. In cambio dell’erogazione dei finanziamenti ha sottoposto le politiche economiche e fiscali dei Paesi che l’hanno chiamato in causa a stretta sorveglianza. Con la pandemia, la Commissione ha varato una nuova linea di intervento che rompe quei vincoli: gli stanziamenti “non hanno nulla a che vedere con i prestiti del passato – ha spiegato il segretario del Mes, Nicola Giammarioli, intervistato da Repubblica – Non portano a condizionalità  ex post, austerity o ristrutturazione del debito”. I soldi si devono usare per coprire i costi sanitari “diretti e indiretti” legati al Covid: definizione che “va dai vaccini alla ricerca – parole ancora di Giammarioli – passando per la riorganizzazione della sanità  e la ristrutturazione degli ospedali, ai contributi per le case di riposo fino ad un ammodernamento del sistema sanitario sul territorio e dei medici di base”.
I controlli sui soldi e la restituzione
La cabina di controllo dei fondi del Reco very è stato oggetto di aspro dibattito, ancor più dell’ammontare. La Commissione prevedeva un ruolo minimo per i governi nella validazione degli esborsi, poi intorno all’Olanda si è costituito un gruppo di Paesi che chiedeva un voto unanime del Consiglio. Alla fine la truppa dei frugali ha dovuto fare parziale retromarcia: per verificare che i singoli documenti siano in linea con gli indirizzi del programma è prevista una votazione del Consiglio – a maggioranza qualificata – sui documenti nazionali, su proposta della Commissione. I Piani saranno riesaminati nel 2022 e “l’erogazione delle sovvenzioni avrà  luogo solo se sono conseguiti i target intermedi e finali concordati, stabiliti nei piani per la ripresa e la resilienza. Qualora, in via eccezionale, uno o più Stati membri ritengano che vi siano gravi scostamenti dal soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali, possono chiedere che il presidente del Consiglio europeo rinvii la questione al successivo Consiglio europeo”.
Una volta che gli Stati avranno messo in campo i programmi per spendere i soldi europei, si potrà  stilare anche nel dettaglio il programma di restituzione dei soldi ricevuti (in un bilancio tra dare e avere) e che la Ue a sua volta chiederà  ai mercati. L’agenda prevede che la fase dei rimborsi cominci solo dal 2026 (quindi a soldi già  incassati) e su un orizzonte temporale molto lungo: al 2058. La base per i rimborsi sarà  il quadro finanziario comunitario, che è alimentato in primis dai singoli Paesi membri. Per farsi carico delle emissioni di debito comune, ci dovrà  poi esser un rafforzamento del bilancio di Bruxelles anche attraverso risorse proprie come la tassazione sulla plastica o digitale. La stima, per quel che riguarda la parte di contributi a fondo perduto, è che l’Italia finirà  col versare un contributo sulla quarantina di miliardi al bilancio comunitario e che il beneficio si collocherà  dunque nel range tra i 30 e i 40 miliardi. Quanto al rimborso dei prestiti, la convenienza è individuata nella lunga scadenza per la loro restituzione (a fronte di risorse incassate in breve tempo) e al tasso d’interesse favorevole, visto l’atteso alto gradimento dei mercati per queste emissioni comuni.
Nel caso del Mes, la polemica ha spesso ruotato intorno ai timori di vedersi materializzare la Troika. A questo dubbio, Giammarioli ha risposto in modo categorico: “Con le nuove linee di credito il Meccanismo non può imporre alcun genere di condizionalità  ex post, austerity, Troika, taglio delle pensioni o del settore pubblico”. L’unica condizionalità  è l’impiego per i fini sanitari. L’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, in un’audizione parlamentare ha spiegato che “l’Italia entrerebbe automaticamente in “sorveglianza rafforzata” (ex Regolamento 472/2013), ma Commissione ed Eurogruppo ci hanno assicurato che questa sarebbe limitata all’uso dei fondi per la sanità , che non ci sarebbero missioni di controllo aggiuntive e, inoltre, che non c’è intenzione di attivare la raccomandazione, possibile per i paesi in sorveglianza rafforzata, di presentare un programma di aggiustamento macroeconomico. Mi sembra ci si possa fidare”. La richiesta dei fondi Mes darebbe alla Bce la possibilità  di ricomprendere i titoli di Stato sotto il suo ombrello (il programma Omt lanciato da Mario Draghi).
Gli ultimi elementi di riflessione sulla scelta di aderire o meno al Mes riguardano i costi e la reazione del mercato a una sua eventuale richiesta. Sul primo fronte, bisogna considerare che il Meccanismo si finanzia sui mercati a tassi negativi e che ai Paesi verrebbero dunque caricati di fatto solo un margine dello 0,1% annuo, una commissione una tantum dello 0,25% e una fee annuale dello 0,005%. Il calcolo è che l’Italia possa risparmiare circa 5 miliardi in un decennio, nel confronto con quel che pagherebbe agli investitori emettendo “normali” Btp. Altri ancora rimarcano che chiedere il Mes genererebbe stigma sui mercati, come una dichiarazione di incapacità  di camminare sulle proprie gambe. Per Giammarioli “non ci sarebbero danni di fiducia sui mercati. Non si tratta di un salvataggio come quelli del passato, non è un soccorso lanciato durante una crisi finanziaria o per rimediare a scelte sbagliate di un governo. Si tratta di una linea di credito studiata per rispondere alla pandemia, fenomeno del quale nessuno ha colpa”.
Le tempistiche
Come ha spiegato il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, intervistato da Repubblica, “le erogazioni del Recovery inizieranno nella seconda parte del 2021 ad eccezione di un 10% che verrà  anticipato con l’anticipazione del Piano” con il quale gli Stati membri dettaglieranno come spenderanno le risorse. L’impegno assunto al Consiglio europeo nel pacchetto 2021-2027 è di erogare il 70% delle risorse nel 2021 e 2022, mentre il restante 30% dovrebbe arrivare nell’anno successivo. Quel che potrebbe dar fiato al governo (in termini di cassa) per la scrittura della prossima Manvora è invece scritto al punto 17 dell’accordo, dove si indica che “il prefinanziamento del dispositivo per la ripresa e la resilienza verrà  versato nel 2021 e dovrebbe esser pari al 10%” delle risorse. L’agenda per svolgere tutti i passaggi è comunque fitta: “Prima dobbiamo aspettare il percorso di ratifica dei Parlamenti – ricordava lo stesso Gentiloni -, quindi dovremo riuscire a rispettare il calendario con l’approvazione dei Piani di riforme dei singoli Paesi entro aprile e andare sul mercato con titoli europei comuni”.
Ben più snello l’iter del Mes, che a seguito dell’Eurogruppo di metà  maggio ha subito attivato la linea pandemica: per richiederlo basta una lettera al board del Meccanismo. Segue una triangolazione tra Commissione, Bce e lo stesso Mes per validare la solvibilità  del Paese richiedente e la finalizzazione di un Pandemic Response Plan condiviso con la capitale in causa, su un modello standard per tutti. La stima è che il tutto possa – compatibilmente con i tempi del dibattito del Paese richiedente – concludersi in due settimane. Lo stesso Mes ricorda che fare richiesta dei fondi non significa “tirarli”: possono esser utilizzati come forma di assicurazione nei confronti dei creditori. Quanto alle risorse, il meccanismo di erogazione prevede un flusso pari al 15% del totale accordato al mese: oltre 5 miliardi, nel caso italiano.

(da “La Repubblica”)

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QUANDO I SOVRANISTI VANNO AL POTERE: LICENZIATO IL DIRETTORE DI UN GIORNALE INDIPENDENTE IN UNGHERIA, SI DIMETTONO 70 GIORNALISTI

Luglio 25th, 2020 Riccardo Fucile

A CENTINAIA SCENDONO IN PIAZZA A BUDAPEST CONTRO IL REGIME DI ORBAN

Oltre 70 giornalisti si sono dimessi dal principale sito di informazione indipendente in Ungheria, Index.hu, in protesta col licenziamento del loro direttore, Szabolcs Dull, che aveva lanciato l’allarme sulle interferenze politiche nelle attività  della testata.
Dull è stato rimosso dalla guida di Index mercoledì, con l’accusa dell’amministrazione di aver fatto trapelare documenti interni ad altri media. Ieri, tre capi redattori hanno lasciato il posto, seguiti da oltre 70 giornalisti, la maggioranza della redazione.
In un comunicato, hanno condannato il licenziamento di Dull definendolo “un aperto tentativo di fare pressione su Index.hu”.
Il direttore, il mese scorso, aveva detto che l’indipendenza del sito era “in grave pericolo”. Index, a marzo, è finito sotto il controllo del potente imprenditore Miklos Vaszily, sostenitore del premier sovranista Viktor Orban.
Alcune centinaia di persone hanno manifestato davanti al Sandor Palace, a Budapest, per solidarietà  con i giornalisti

(da agenzie)

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ALEX ZANARDI, PRIMA NOTTE TRANQUILLA AL SAN RAFFAELE

Luglio 25th, 2020 Riccardo Fucile

NON E’ INTUBATO… ALL’ORIGINE DEL TRASFERIMENTO IL MANIFESTARSI DI UN PO’ DI FEBBRE

La prima notte di Alex Zanardi al San Raffaele di Milano è trascorsa tranquilla. L’ex pilota è ricoverato da ieri nel reparto di terapia intensiva neurochirurgica dell’ospedale milanese, dopo un peggioramento delle sue condizioni diventate «instabili» mentre era da pochi giorni nella clinica Beretta di Lecco per la riabilitazione.
Il trasferimento è stato legato anche al manifestarsi di un po’ di febbre tra giovedì e ieri, 24 luglio. Per il momento non sarebbe stato necessario intubarlo.
I medici del San Raffaele da 24 ore stanno svolgendo gli accertamenti diagnostici, per comprende a pieno le condizioni cliniche del campione paralimpico. Informazioni essenziali per definire quale sarà  il piano terapeutico da seguire. Dal San Raffaele hanno poi chiarito che non ci saranno bollettini medici in giornata.
Zanardi è reduce da un mese di ricovero all’ospedale di Siena, dopo che lo scorso 19 giugno è rimasto vittima di un grave incidente in handbike. Operato per tre volte alla testa, negli ultimi giorni aveva registrato importanti miglioramenti che avevano convinto i medici senesi a ridurre gradualmente la sedazione che lo teneva in coma farmacologico.

(da agenzie)

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IL BONIFICO SOSPETTO DI FONTANA ALL’AZIENDA DELLA MOGLIE

Luglio 25th, 2020 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE INDAGATO PER FRODE: CERCA DI GIRARE 250.000 EURO ALLA DITTA DA UN CONTO IN SVIZZERA, VIENE BLOCCATO E SCATTA IL FARO DI BANKITALIA… SONO I SOVRANISTI CON I SOLDI IN SVIZZERA

Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, è indagato per la commessa da 513 mila euro in camici che l’azienda di suo cognato Andrea Dini e di sua moglie Roberta hanno fornito alla Regione.
Quando esce la storia, Fontana spiega di non averne mai saputo nulla, e contestualmente dall’azienda fanno sapere che i camici saranno consegnati, sì, ma gratuitamente, come beau geste al cospetto dell’emergenza.
Ma proprio in quei giorni, quando la notizia comincia a circolare — si viene ora a sapere dalla procura di Milano — Fontana cerca di bonificare 250 mila euro all’azienda di moglie e cognato.
I soldi sono su un suo conto in Svizzera, con sopra 5,3 milioni di euro scudati nel 2015 e provenienti dalla Bahamas (si tratta della legge per il rientro di capitali illecitamente detenuti all’estero, e nel caso di Fontana erano soldi accumulati ed espatriati dalla madre dentista, nel frattempo deceduta).
La vicenda è imbarazzante, ma lo è di più il seguito. Quando Fontana prova a bonificare i 250 mila euro, la fiduciaria incaricata lo blocca, secondo le indicazioni dell’antiriciclaggio, e ne fa segnalazione alla Banca d’Italia, che subito interessa la procura di Milano.
Per quale motivo Fontana cerca di pagare 250 mila euro all’azienda di suo cognato e di sua moglie, a cui la Regione presieduta da Fontana aveva chiesto una commessa di camici da 513 mila euro, e poi derubricata a donazione gratuita?
Ultimo dettaglio: dei 75 mila camici promessi, ne sono arrivati 50 mila, gli ultimi 25 mila Andrea Dini prova vanamente a rivenderli ad altre cliniche.
Il reato contestato a Fontana è di frode in pubbliche forniture. Il presidente si discolpa: “Sono certo dell’operato della Regione Lombardia che rappresento con responsabilità ”, e (comprensibilimente) si lamenta dal suo profilo Facebook: “Da pochi minuti ho appreso con voi di essere stato iscritto nel registro degli indagati. Duole conoscere questo evento, con le sue ripercussioni umane, da fonti di stampa”.
Solidarietà  a Fontana arriva dal suo leader, Matteo Salvini: “Indagato perchè un’azienda ha regalato migliaia di camici ai medici lombardi. Ma vi pare normale?”Infatti non è normale che si faccia passare per donazione una vendita a trattativa privata con un’azienda della moglie e del cognato.

(da “Huffingtonpost”)

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SONDAGGIO IPSOS: LA LEGA CALA, MELONI SI AVVICINA

Luglio 25th, 2020 Riccardo Fucile

LEGA 23,1%, PD 19,6%, M5S 18,9%, FDI 18%, FORZA ITALIA 6,9%, LA SINISTRA 2,9%, VERDI 2,9%, AZIONE 2,5%, ITALIA VIVA 2,5%

Il sondaggio IPSOS illustrato oggi sul Corriere della Sera da Nando Pagnoncelli dice che la Lega, pur mantenendosi al primo posto con il 23,1%, subisce una ulteriore flessione (-0,9%) ed è seguita dal Pd, anch’esso in calo (-0,8%), che con il 19,6% si riporta ai valori di fine febbraio.
Al terzo posto si colloca il MoVimento 5 Stelle con il 18,9% (+0,9%),   quindi FdI che fa segnare una crescita di 1,7% attestandosi al 18% (il miglior risultato di sempre nei sondaggi), e Forza Italia con il 6,9% (-0,3%).
Alle loro spalle si collocano quattro forze politiche con valori compresi tra 2,5% e 2,9%: si tratta di Sinistra Italiana-Articolo uno con il 2,9% (+0,6%) alla pari con Europa Verde (+1%), Azione (-0,3%) e Italia Viva (-0,4%) entrambe con il 2,5%.
L’indice di gradimento dell’esecutivo fa segnare un aumento di 4 punti, passando da 57 a 61, il livello più elevato del Conte 2.
Anche il gradimento del premier fa segnare un aumento passando da 63 a 65, avvicinandosi al picco di 66 raggiunto in aprile, nel pieno dell’emergenza sanitaria. Stessa tendenza per i leader e i capidelegazione della maggioranza, mentre quelli dell’opposizione fanno segnare una sostanziale stabilità  rispetto al mese di giugno.
Insomma, sembrano profilarsi due campionati, il primo   tra i quattro partiti principali distanziati da poco più di 5 punti, il secondo tra le forze minori, tutte nelle condizioni   di superare l’ipotetica sogliadi sbarramento del 3%.
In mezzo Forza Italia che potrebbe avere il ruolo di arbitro della partita. Quanto al governo e   al premier, hanno incassato un aumento di consenso dall’accordo di Bruxelles, ma i progetti che verranno messi in cantiere saranno decisivi per mantenerlo.

(da agenzie)

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MINI SBARCHI CONTINUI A LAMPEDUSA, IL SINDACO “SITUAZIONE INGESTIBILE ALL’HOTSPOT”

Luglio 25th, 2020 Riccardo Fucile

POI MASSACRA SALVINI: “E’ UN MENTITORE SERIALE, I BARCHINI ARRIVAVANO ANCHE CON LUI MINISTRO MA LO TENEVA NASCOSTO. MI DA’ DEL POVERETTO? SONO UN PESCATORE, ORGOGLIOSO DI ESSERLO, NON FREQUENTO LIDI BALNEARI ALLA MODA E NON MI SONO ARRICCHITO CON LA POLITICA”

â€³È una situazione ormai ingestibile. Se il Governo non proclamerà  lo Stato di emergenza per Lampedusa lo farò io. L’hotspot non è più in grado di accogliere migranti, la responsabilità  di questa emergenza non può ricadere sul sindaco, sull’amministrazione comunale e sui lampedusani”.
Il sindaco di Lampedusa Totò Martello commenta l’ultima raffica di sbarchi nell’isola (altri tre nelle ultime ore) e la situazione nell’hotspot dell’isola dove si trovano in questo momento oltre mille migranti, dieci volta la capienza massima prevista.
“Oggi non ci saranno trasferimenti in traghetto verso Porto Empedocle – sottolinea il sindaco – e intanto i barchini provenienti dalla Tunisia stanno continuando ad approdare sull’isola”.
In questo momento sulla banchina si trovano una cinquantina di migranti ancora in attesa che venga deciso dove saranno smistati.
Sette barchini sono stati bloccati stanotte nelle acque antistanti a Lampedusa, a bordo c’erano complessivamente 203 tunisini. I migranti presenti sull’isola sono, al momento, 1.027.
Un gruppo, gli ultimi arrivati, non sono stati neanche portati all’hotspot che è ormai in piena emergenza, ma è stato trattenuto sotto i gazebo del molo Favarolo. Non c’è più spazio, infatti, nella struttura di primissima accoglienza: nè nell’unico padiglione rimasto operativo, che può ospitare un massimo di 95 persone, nè nel cortile.
La prima conseguenza della struttura in tilt è che i poliziotti, in servizio all’hotspot, hanno difficoltà  a procedere all’identificazione di coloro che sbarcano. Le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza hanno avvistato e agganciato, durante la notte, barchini con un minimo di 15 persone e un massimo di 55
“L’onorevole Salvini continua a comportarsi da mentitore seriale, sostenendo che quando lui era ministro ‘non c’erano più sbarchì: nulla di più falso. Quando Salvini era ministro gli sbarchi a Lampedusa sono sempre proseguiti, basterebbe leggere i report del ministero degli Interni per verificare quello che sto affermando” dice ancora Totò Martello, in merito ad alcune dichiarazioni del segretario della Lega Matteo Salvini. “Se Salvini fosse venuto a Lampedusa in quel periodo – aggiunge Martello – quando da sindaco ho più volte chiesto una interlocuzione istituzionale con il Ministero che allora guidava, senza mai avere risposta, avrebbe visto con i suoi occhi le imbarcazioni dei migranti entrare in porto. Forse allora non è venuto a Lampedusa proprio per questo motivo, per non dovere ammettere la realtà  e continuare a negare l’evidenza. È venuto adesso per pura propaganda politica, comportandosi come un pericoloso ‘giullare di piazza’ che fomenta odio e rabbia”.
“Quanto infine alle sue dichiarazioni nelle quali mi definisce un ‘poveretto’ – conclude Martello – ebbene sì, forse lo sono: mio padre era pescatore, mi ha insegnato ad andare per mare quando ero ancora un ragazzino. Non frequento lidi balneari alla moda in giro per l’Italia, non mi sono arricchito con la politica e vivo ogni giorno insieme ai miei concittadini, nella mia Lampedusa. Sono un pescatore, e sono orgoglioso di esserlo. Lui invece si fa chiamare ‘capitano’, ma capitano di cosa?”.

(da “Huffingtonpost”)

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INCHIESTA DIASORIN, IN UNA CHAT SPUNTA IL NOME DI SALVINI

Luglio 25th, 2020 Riccardo Fucile

PRESUNTE PRESSIONI SUI SINDACI FAVOREVOLI A TEST ALTERNATIVI: LA PROCURA INDAGA SULL’ACCORDO TRA IL SAN MATTEO E L’AZIENDA

Nelle carte all’esame della Procura di Pavia per l’inchiesta sull’accordo tra il Policlinico San Matteo e l’azienda Diasorin per l’effettuazione dei test sierologici anti-Covid, in una chat tra amministratori è spuntato il nome del leader della Lega Matteo Salvini.
Un esponente di spicco del partito, in un messaggio, attacca duramente il sindaco di Robbio (Pavia), Roberto Francese, favorevole a un test alternativo a quello dell’ospedale di Pavia e della società  di Saluggia (Vercelli): “Ho sentito Matteo – afferma il leghista -, chi sta con quel miserabile è fuori dal partito”. La notizia è riportata da “La Provincia pavese”.
I contenuti di questa chat sono ora al vaglio della Procura di Pavia, così come pure presunte diffide dell’Ats di Pavia sui Comuni affinchè non adottassero test diversi da quello stabilito dall’accordo San Matteo-Diasorin. Sono otto gli indagati dalla Procura pavese (i vertici di Diasorin e San Matteo), con le ipotesi di reato di turbata libertà  del procedimento e peculato.

(da agenzie)

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