Luglio 24th, 2020 Riccardo Fucile
DOPO AVER ACCUSATO I DIPENDENTI DI INEFFICIENZA, HA FIRMATO L’OK ALLA RELAZIONE CHE CERTIFICA IL RAGGIUNGIMENTO DEGLI OBIETTIVI E FA SCATTARE IL BONUS PER I RISULTATI CONSEGUITI
Nello Musumeci è — formalmente — il presidente di questa squadra di “inetti e incapaci” chiamata
burocrazia regionale.
E’ il governatore, ogni anno, a impartire le direttive agli assessori che, a cascata, le trasmettono ai dirigenti generali, a quelli di struttura e, infine, ai dipendenti.
Una squadra, tuttavia, che ogni anno, mantiene una performance da Champions League. Altrimenti non si spiegano i premi a pioggia che ricoprono dirigenti e comparto non dirigenziale, costituito per l’80% da gente che si gratta la pancia (cit.).
I dipendenti, ad esempio, possono contare su un tesoretto che supera puntualmente i 40 milioni annui. E oltre ad accedere al salario accessorio mediante il ‘piano di lavoro’ — ossia la produttività certificata dai dirigenti generali in base agli obiettivi fissati da ogni dipartimento — possono contare sulla remunerazione delle indennità (di guida per gli autisti, di turnazione per i custodi, e così via).
Non ce n’è mai stato uno, nella storia, che non abbia raggiunto l’obiettivo.
Anche i dirigenti, va da sè, ottengono valutazioni altissime, impeccabili, quasi immacolate, da parte dell’Oiv (l’indennità di risultato pesa — mediamente — il 30% dell’indennità di posizione).
L’organismo indipendente di valutazione, invia la relazione sul tavolo di Musumeci che, dopo aver ottenuto l’apprezzamento della giunta, firma, sbloccando i pagamenti della ragioneria generale.
E non eccepisce nulla rispetto a queste performance esplosive. La cerniera che tiene insieme l’amministrazione, che spinge questo squadrone verso successi (confutabili), e comprova la qualità dei giocatori in campo (i dipendenti), sono appunto i dirigenti generali che Musumeci premia e si ostenta a confermare nel ruolo di allenatore.
Senza turnarli mai.
L’altro aspetto che fa riflettere delle dichiarazioni di Musumeci, è la parola “sostituire”. Sostituire come, se la Regione non fa un concorso da vent’anni?
Il 28 novembre 2019, magnum gaudium, il governatore e l’assessore alla Funzione pubblica, Bernadette Grasso, annunciavano l’approvazione del piano triennale dei fabbisogni di personale, con la previsione di 1.500 assunzioni in tutti i settori della pubblica amministrazione: dall’ufficio stampa e documentazione (smantellato da Crocetta), passando per il rafforzamento dei Centri per l’Impiego e per il superamento del precariato storico.
Comprese le procedure di mobilità all’interno della Cuc, la centrale unica di committenza che nel frattempo è finita al centro dello scandalo di Candela e Damiani. “La macchina Regione — annotava Musumeci — ha bisogno di forze nuove e fresche per affrontare la sfida del futuro”.
Ma dopo otto mesi siamo al punto di partenza.
Per i Cpi, dove sono stati arruolati 400 navigator (ma dall’Anpal, a seguito di un concorso nazionale), non è stata avviata alcuna procedura di selezione pubblica.
Idem con patate per il resto della struttura burocratica regionale, ad eccezione dell’ufficio stampa.
Eppure le condizioni ci sarebbero tutte: le politiche di spending review adottate a livello centrale sono venute meno, così come i divieti di assumere nelle pubbliche amministrazioni.
Le gazzette ufficiali regionali sono piene zeppe di concorsi. Ad eccezione di quella siciliana. Dalle nostre parti si preferisce stabilizzare senza concorso — come, di recente, gli albisti della Sas, passati da 12 a 32 ore settimanali — o al massimo “nominare”.
Perchè non si facciano i concorsi è un mistero che nessuno ha voglia di svelare, tranne poche voci libere. Che riconoscono il profondo “legame” tra istituzioni e lobby, soprattutto in materia di consenso.
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2020 Riccardo Fucile
LE VOCI DELLE LORO VIOLENZE CIRCOLAVANO DA TEMPO, PERCHE’ LA LORO CONDOTTA E’ STATA TOLLERATA?
È una delle vicende più gravi della storia della Repubblica quella che riguarda la caserma “Levante” di via Caccialupo a Piacenza.
Guardo le foto di questi carabinieri coinvolti nell’inchiesta, si atteggiano come rapper con cartamoneta in mano, vedo le immagini dei torturati.
Leggo le accuse gravissime, le violenze e i pestaggi che hanno perpetrato certi dell’impunità (momentanea) data dalla divisa; leggo dei ricatti, delle estorsioni, dello spaccio di hashish ed erba. Leggendo in fila le carte delle inchieste degli ultimi anni l’Italia ne esce come un Narco-Stato.
Vivo tra carabinieri da quasi 14 anni e quindi sento di dover urlare agli arrestati e indagati Giuseppe Montella, Salvatore Cappellano, Angelo Esposito, Giacomo Falanga, Daniele Spagnolo, Marco Orlando, Stefano Bezzeccheri: NON SIETE CARABINIERI.
Se le accuse saranno confermate, vorrà dire che questi individui non solo hanno tradito il giuramento fatto alla Repubblica, ma hanno sputato, stuprato, violato ogni donna e uomo (più di centomila militari) che, decidendo d’essere carabiniere, raccoglie su di sè una scelta di vita complicata e di responsabilità .
Hanno delegittimato la fiducia dei cittadini nell’Arma. Di tutto questo dovranno rispondere, e non solo dei loro crimini gravissimi.
Leggo le carte dell’inchiesta e trovo che nelle telefonate i carabinieri infedeli fanno rifermento a Gomorra. “Hai presente Gomorra? Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato”. Secondo le accuse, l’appuntato Montella, che sembra essere il capo di quello che viene in queste ore chiamato “il clan dei carabinieri” va insieme ad un collega in una concessionaria e, per farsi vendere un’auto a un prezzo molto basso, i due militari iniziano a pestare il gestore e gli fanno notare di essere armati: “Figa, sono entrato attrezzato, uno si è pisciato addosso, nel senso proprio pisciato addosso (…) L’altro mi ha risposto e l’ho fracassato”.
Gomorra diventa lo specchio in cui si riflettono, addirittura il potere che vorrebbero raggiungere. Gomorra è divenuta nel tempo l’altro volto della vita: esistono le cose e poi esistono le cose come si fanno in Gomorra.
La serie tv diventa lo spazio dove rivedono non solo le dinamiche in cui operano ma ambiscono a diventare esattamente ciò che dovrebbero contrastare, prova finale che chiunque pensasse che in Gomorra si trattava di una esagerata descrizione della realtà non conosceva la realtà .
La storia di Piacenza apre delle riflessioni: la prima, la legalizzazione delle droghe leggere. Legalizzare è l’unica strada per fermare un traffico infinito su cui si fonda il segmento iniziale di ogni – e ripeto, ogni – gruppo criminale. Fermare il traffico delle droghe leggere è facile, basta legalizzare.
Legalizzare significa bloccare sul nascere molti gruppi criminali che non riuscirebbero a fare il salto di qualità verso il traffico di cocaina e su altri tipi di attività criminali senza partire dallo spaccio di hashish e marijuana.
La seconda questione, l’immigrazione. Nella caserma di Piacenza si muovono certi che essere violenti con gli immigrati non porterà nessun danno, anzi. Sanno che un immigrato (ancor più se con precedenti penali) non avrebbe possibilità di essere creduto se dovesse denunciare torture. L’idea che arrestare significhi risolvere, eradicare il problema – errore cavalcato dai populismi – ci porta alla terza questione: i superiori
Come riuscivano a nascondere quanto facevano questi carabinieri?
Le voci delle loro violenze circolavano da tempo in città , le loro auto di lusso erano chiaramente incompatibili con i loro stipendi. Perchè la loro condotta veniva tollerata? Semplice, “il clan dei carabinieri” si tutelava con il numero elevato di arresti.
Portavano risultati quantificabili, e questo serve a fare carriera e serve alla politica per fare facile comunicazione.
Chi totalizza più arresti è il migliore e viene in qualche modo “protetto”. Il maggiore Stefano Bezzeccheri, comandante della compagnia di Piacenza, chiede all’appuntato Montella di fare più arresti, e i magistrati scrivono nell’ordinanza: “In presenza di risultati in termini di arresti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità compiute dai loro sottoposti”.
Quando arriva in caserma il nuovo maresciallo, rimane sconvolto da quello che vede e confessa al padre: “Se lo possono permettere perchè portano i risultati, portano un sacco di arresti l’anno. Ma perchè? Perchè hanno i ganci…”.
Ecco uno degli elementi che dovrebbe immediatamente mutare in tutte le forze dell’ordine. Bisogna smetterla di pensare che sbandierare arresti significhi professionalità e capacità . Fare multe non significa che si sta gestendo bene una città , così arrestare a tappeto (immigrati, disperati, nella maggior parte dei casi) non significa che si stia davvero tenendo in sicurezza un territorio.
La differenza non la fa il numero di arresti, ma la qualità degli interventi, le modalità , le inchieste che si portano a compimento per mutare la situazione.
La quarta questione: la ‘ndrangheta. Ciò su cui non si è posta abbastanza attenzione è che è difficile credere che si possa costruire un’organizzazione come hanno fatto questi carabinieri infedeli senza l’alleanza e l’accordo con le ‘ndrine. Loro stessi cercano (arrestano e pestano a sangue) uno spacciatore che mette sul mercato erba a minor prezzo rischiando di distruggergli la piazza, cosa che farebbero anche le cosche con loro.
C’è stato certamente un accordo ma per ora non sono accusati di associazione mafiosa. Piacenza è terra con forte presenza di ‘ndrangheta: ricorderete nel giugno 2019 l’arresto per ‘ndrangheta di Giuseppe Caruso, il presidente del Consiglio comunale di Piacenza (in quota Fratelli d’Italia) è pensabile che li abbiano lasciati fare i clan?
I carabinieri della “Levante”, quasi tutti di origine campana e calabrese, hanno un legame strettissimo con gli spacciatori Daniele Giardino e i suoi fratelli (Simone e Alex): è lì la pista che ci porta dritti alle organizzazioni criminali calabresi e alla mediazione con loro.
Il patto tra crimine organizzato e carabinieri infedeli è la parte più oscura e che merita approfondimento di questa incredibile storia.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)
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Luglio 24th, 2020 Riccardo Fucile
ANCHE UNA PORSCHE CAYENNE, QUATTRO BMW E DUE MERCEDES NEL PARCO AUTO DI UNO DEI CARABINIERI ARRESTATI A PIACENZA… OLTRE A UNA VILLA CON PISCINA… CON UNO STIPENDIO ANNUO LORDO DI 30.000 EURO
L’appuntato Giuseppe Montella, uno dei carabinieri indagati nell’inchiesta sugli abusi alla caserma di
Piacenza, tra il 2005 e il 2020 ha collezionato un maxi garage personale da fare invidia. Si parla di undici auto e 16 moto, tra cui una Porsche Cayenne, quattro Bmw e due Mercedes. Lo riporta un articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica.
Insomma, viene da chiedersi come ci sia riuscito Montella, con uno stipendio di poco più di 30mila euro lordi all’anno. Senza contare poi le rate dei due mutui a lui intestati, in aggiunta alle somme liquide sborsate a saldo per l’acquisto della villa di Gragnano. Tutte spese che lo hanno portato ad avere il conto in rosso.
Nel garage del carabiniere ci sono state, tra le auto: una Bmw X5, una Bmw 320D, una Mercedes Classe A, una Smart City Coupè, una Bmw 520D, Un Audi, un’altra Bmw 320D, una Porsche Cayenne, un’altra Mercedes Classe A, una Renault Espace e una Fiat Punto.
Per quanto riguarda le moto: 2 Yamaha T-Max 500, una Yamaha BT, Una Yamaha FZS, due Piaggio Beverly, un Polaris Blazer, una Yamaha XVS 600 Dragstar, una Kawasaki Z 1000, una Bmw GS, una Kawasaki ZX, una Ducati 998, un Kymco, una Ducati Hypermotard e un’Aprilia RSV 1000.
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2020 Riccardo Fucile
ACCUSATO DI PECULATO E OMESSA DENUNCIA
Il maresciallo Cosimo Maldarizzi, 56 anni, comandante della stazione dei Carabinieri di Cassano delle Murge (Bari), è stato arrestato per peculato, omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale e depistaggio.
L’ordinanza di arresti domiciliari, eseguita dai colleghi del Comando provinciale di Bari su disposizione della magistratura, riguarda fatti degli anni 2018-2019.
Secondo le indagini, nel giugno 2018, durante le operazioni di ritrovamento di otto mezzi provento di furto nelle province di Bari, Taranto e la successiva riconsegna ai proprietari, il maresciallo si sarebbe impossessato di una cisterna che faceva parte della refurtiva, consegnandola a un suo conoscente, gestore di un noto agriturismo della zona.
Nel dicembre 2019, poi, venuto a conoscenza delle indagini avviate sulla vicenda, avrebbe spostato la cisterna in un deposito per farla ritrovare, tentando di far sembrare la mancata riconsegna al proprietario come una mera svista.
La misura cautelare è stata firmata dal gip del Tribunale di Bari Paola Angela De Santis. Le indagini sono state coordinate dalla pm Chiara Giordano.
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2020 Riccardo Fucile
“QUI LA VERA FORZA E’ IL PAZIENTE E NON IL MEDICO”… “LA MOGLIE E IL FIGLIO DUE PERSONE STRAORDINARIE, DI UN’UMANITA’, COMPOSTEZZA E FORZA INCREDIBILI”
“Certo che ce la farà . Scusi, come fa a non farcela uno che ha sbattuto la testa contro un tir ed è ancora
vivo?”. La sua “parrocchia” è questa clinica che riaccende il cervello e rimette in piedi i malati. “Sono qui da nove anni”, dice don Luca Poli.
È il cappellano di Villa Beretta, la nuova casa di Alex Zanardi sulla collina di Costa Masnaga. Ex missionario in Africa, un sacerdote dinamico. Carattere aperto, la battuta sempre pronta.
Padre, ha visto Zanardi?
“Si. L’ho visto in camera in presenza della moglie e del figlio: due persone straordinarie, di un’umanità , di una compostezza e di una forza incredibili”.
Villa Beretta, la clinica che ospita Zanardi. Il primario: “Per pazienti come lui la terapia può durare mesi
Prega per Alex?
“Certo. Prego ogni giorno per lui come per tutti i pazienti della nostra struttura. Abbiamo 90 posti letto, di cui, attualmente, 70 occupati. Sa, il Covid ci ha messi a dura prova. Stiamo tornando a essere quello che siamo sempre stati: una clinica completamente riabilitativa”.
Come sta l’ex pilota?
“Non sono un medico. Non sta a me dirlo. Ma credo che dopo tutti gli esami del caso si stia iniziando con il lavoro. Ecco, mi piace dire ‘incominciamo il lavoro’. Anche se io sono solo il cappellano”.
Lei è ottimista?
“Assolutamente sì. E non lo dico soltanto per fede. Zanardi è un uomo d’acciaio. Come si fa a non essere fiduciosi con un uomo che finisce con la testa contro un camion ed è ancora vivo? Noi abbiamo scommesso su di lui, ce la farà “.
La sua è la forza della fede
“Bisogna sempre affidarsi all’ingegnere che ha progettato la nostra testa (Dio, ndr). Che è come il motore dell’auto. Se ci avesse lasciato anche il libretto delle istruzioni, diciamo che sarebbe tutto più facile. Ma affidiamoci”.
Questo è un luogo di silenzio e di sofferenza
“E di grande eccellenza medica. Anche se la vera forza di Villa Beretta non è il medico ma il paziente”
Può spiegare?
“Qui si lavora su se stessi. In silenzio. E’ come in montagna, bisogna inerpicarsi su sentieri stretti e che a volte fanno mancare l’aria. E’ un cammino lento durante il quale a volte non si intravede nemmeno più la cima. Si va avanti con una lentezza sfiancante. Ma poi il paziente può tornare a vedere oltre, a respirare la vita e a rimettersi in gioco. Cambiato da una ferita che ha lasciato il solco”.
La messa a Villa Beretta
“Una al giorno, alle 16.30”.
Daniela e Niccolò Zanardi sono venuti?
“Si. La forza di Alex sono loro. Mai visto una famiglia così unita e così solare”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 24th, 2020 Riccardo Fucile
SUPERATI NEGLI STATES I 4 MILIONI DI CONTAGIATI, DATI SENZA PRECEDENTI IN ARGENTINA, MESSICO E COLOMBIA …IN INDIA 50.000 NUOVI CONTAGI IN UN GIORNO
La pandemia di Covid 19 aggiorna nuovi record.
Sono 15.511.157 i casi di contagio da nel mondo, stando alla John Hopkins University. I morti da Covid-19 a livello globale sono stati 633.425.
Negli Usa vengono superati i 4 milioni di casi, ma anche in Argentina, Messico e Colombia i contagi raggiungono livelli giornalieri mai visti. Così come in India, dove il virus si sta diffondendo rapidamente.
Gli Stati Uniti hanno registrato ieri 76.570 nuovi casi di coronavirus in un giorno, per un totale che ha superato i 4 milioni di casi. L’università americana Johns Hopkins conteggia nelle ultime 24 ore 1.225 morti, per un totale di 144.167 vittime.
Altro fronte caldissimo l’America Latina. Il Messico ha registrato 8.438 nuovi casi di contaminazione in un giorno, dato record per il paese dall’inizio della pandemia. In totale in Messico si sono avuti finora 370.712 contagi confermati e 41.908 decessi, di cui 718 nelle ultime 24 ore.
Record di morti in un giorno invece per la Colombia, 315 ieri. Un aumentato di circa il 53% rispetto ai 206 decessi registrati in media la scorsa settimana. Un terzo di queste morti legate è avvenuto a Bogotà . La Colombia, che conta 50 milioni di abitanti, ha registrato un totale di 7.688 decessi e 226.373 casi di contaminazione da Covid-19.
Anche l’Argentina ha un nuovo record di contagi quotidiani, 6.127, portando il totale generale dall’inizio della pandemia a 148.027. Calcolando anche che è sostenuto il numero giornaliero dei morti – ieri 114, per un bilancio complessivo da marzo di 2.702 – per l’agenzia di stampa Telam le autorità sanitarie sono preoccupate per l’evoluzione della curva e per l’indice di occupazione dei letti nelle unità di rianimazione delle cliniche private. In generale la situazione dei malati più gravi (913) è comunque ancora sotto controllo, con una occupazione di letti in rianimazione del 55,4% in tutto il Paese e del 64% nell’area metropolitana di Buenos Aires, che ha registrato il 90,80% dei contagiati delle ultime 24 ore.
Oltre 49.000 nuovi casi di coronavirus sono stati registrati in India nelle ultime 24 ore, secondo i dati del ministero della Sanità citati dalla Cnn. Si tratta di un nuovo record giornalieri di contagi che porta il numero totale a 1.287.945, il terzo più alto al mondo dopo Stati Uniti e Brasile. In aumento anche il numero di vittime di Covid-19, 740 nelle ultime 24 ore, 30.061 in totale. Il Consiglio indiano della Ricerca medica ha annunciato di aver effettuato oltre 14,4 milioni di test in tutto il continente.
Continua l’allerta coronavirus in Australia, nello stato di Victoria dove sono stati registrati 300 nuovi casi nelle ultime 24 ore. Dispiegate 28 squadre dell’esercito per aiutare le autorità sanitarie a tracciare i contatti delle persone contagiate. Degli ultimi 300, infatti, solo 51 hanno legami con casi precedenti. I militari dovranno andare porta a porta se le persone contattate per telefono prima dalle autorità sanitarie non saranno state trovate. Se non si faranno trovare a casa quando arriveranno i soldati potrebbero essere multati, ha detto il premier
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
SI RESPIRA UN CLIMA QUASI VACANZIERO, MA SU MES E TASK FORCE E’ RIPRESO IL SOLITO ANDAZZO
Scampato il pericolo in Europa, celebrato il trionfo in Italia, una sensazione di frizzante euforia
pervade il governo, accompagnata da una rassicurante narrazione: i soldi ci sono, e sono anche tanti, la prospettiva della storica ricostruzione è un collante forte quasi come la rimozione dei nodi da sciogliere, ancora tutti lì sul tavolo.
E, complice anche una comprensibile e legittima stanchezza dopo mesi duri e brechtiani, l’aria è un po’ da “buone vacanze”.
Accade così che, scattata la mezzanotte al consiglio dei ministri di mercoledì, è stato Francesco Boccia a ricordare a tutti che si deve discutere del prolungamento dello “stato di emergenza”, argomento distrattamente accantonato: “Mica possiamo aspettare il 29, va spiegato, organizzato, vanno date le indicazioni alle regioni”.
Al termine di una rapida e rilassata discussione, si conviene che Conte andrà in Aula martedì ad informare il Parlamento per prolungarlo fino al 31 ottobre e non, come annunciato prima del vertice europeo, fino al 31 dicembre.
Perchè, per come si è messa la situazione, dire che l’Italia è in emergenza fino a fine anno, sarebbe un po’ anti-climatico anche rispetto all’Europa e ai mercati: è come sostenere che c’è ancora la guerra, dopo aver sostenuto che l’Italia questa guerra l’ha vinta ed è iniziata la ricostruzione.
Per gli abili comunicatori che albergano a palazzo Chigi sarà un gioco da ragazzi adattare il format alle nuove esigenze, coprendo la strumentalità , tutta politica, che ha accompagnato la manovra: quando il premier temeva di tornare indebolito dall’Europa, così indebolito da avere dubbi sulla durata del governo, il prolungamento dell’emergenza era, sulla base di un calcolo politico prima ancora che su una analisi sanitaria, il modo per blindarsi utilizzando lo stato di eccezione. Adesso che il pericolo è passato l’emergenza può essere solo a metà , dunque due mesi in meno. Il che, e non è un dettaglio, rende tutto più gestibile, anche il dibattito pubblico con Salvini o con Renzi.
Insomma, la fase è cambiata. E lo è, oggettivamente, dopo una svolta storica in Europa.
Soggettivamente si registra, a livello di clima, più che l’adrenalina di un nuovo inizio e la tensione verso un’impresa senza precedenti, uno spirito da problema risolto, come se i soldi fossero già stati ottenuti, allocati e spesi e, in fondo, c’è solo da occuparsi di qualche dettaglio sul “come”.
E come se la partita europea fosse finita, nonostante i tanti vincoli e le tante condizionalità presenti per l’utilizzo delle risorse.
Di questo calo di tensione ideale e morale, ammesso che questa tensione prima ci fosse e che non fosse solo spirito di sopravvivenza, fa parte la celebrazione alla Camera, un discorso sull’“abbiamo vinto” più che sul “che fare”, e la leggerezza della discussione sul “governo della ricostruzione” e sulle sue modalità .
Raccontano i ben informati che quando il premier ha nominato la parola task force, Dario Franceschini, dopo un brivido lungo la schiena pensando a come andò con Colao, gli abbia chiesto spiegazioni e abbia ricevuto una rassicurazione: “Ma no, mi hanno capito male, ci pensa il governo, nessuna struttura esterna”.
L’ipotesi, al momento, è che del coordinamento in materia di Recovery Fund se ne occupi uno dei comitati interministeriali esistenti, quello del ministro per gli Affari comunitari Enzo Amendola, il Ciae (comitato interministeriale affari europei), che si sviluppa su un livello politico con tutti i ministri e con la collaborazione di comitati tecnici ed esperti.
E che dunque lo schema preveda un pieno coinvolgimento del governo e non il tentativo di fare a meno del governo, cedendo sovranità ai tecnici. Del Parlamento, si vedrà , adesso che la corale richiesta di una Bicamerale per il rilancio (parola che evoca precedenti poco fortunati) ha spiazzato palazzo Chigi.
Di questa leggera euforia fa parte anche la discussione sul Mes, tormentone destinato ad andare avanti fino a quando il principio il realtà , e con esso la verità , irromperà sul format (è accaduto anche a Trump, un campione mondiale della post verità ).
Perchè è chiaro che il premier, a questo punto, pensa che tra scostamento di bilancio e possibilità di anticipo di una parte dei soldi del Recovery fund si può rinunciare a una misura che fa imbizzarrire un pezzo della sua maggioranza.
Tuttavia non riesce a dirlo, nemmeno dopo il trionfo europeo che pur rappresenta un contesto ideale per uno sfoggio di leadership e di decisionismo.
In questa tattica c’è il rischio di una dispersione di un patrimonio, anche di tensione collettiva e di comportamenti virtuosi, perchè il messaggio e la discussione non è sui cambiamenti radicali. Ma il “in fondo, non cambia nulla”.
L’andazzo è quello di prima. E buone vacanze.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
ORA LA PARTITA SI GIOCA SULLE RIFORME NAZIONALI
Ci sono voluti — si fa per dire — solo quattro giorni alla Ue per raggiungere un accordo sul Recovery Fund. Una svolta senza precedenti nella sua storia economica. Per la prima volta è stata superata la barriera del debito comune europeo, dopo giorni e notti di resistenza da parte dei Paesi frugali.
Il risultato immediato è un grande «impulso di fiducia» per l’Unione Europea e una grande vittoria per Giuseppe Conte, dice a Open Mujtaba Rahman, direttore del dipartimento lavoro della società di consulenza Eurasia Group in Europa, fondata dal politologo Ian Bremmer.
La svolta c’è stata e questa volta i mattatori non sono solo Angela Merkel ed Emmanuel Macron: «Nessuno avrebbe potuto farcela da solo». Ma, per una Europa che si prepara a fare debito comune, i rischi riguardano ora «i delicati rapporti tra Stati».
La quadra sul Recovery Fund è stata accolta — soprattutto dal blocco di Italia, Francia e Germania — come una svolta storica. Siamo davanti a un vero successo?
«L’accordo è un grande risultato per i Paesi del sud Europa. Possiamo parlare di un momento spartiacque per l’Unione europea, si sono superate certe barriere. L’idea di prestiti su larga scala e di trasferire il denaro ai Paesi più colpiti dall’epidemia aiuti soprattutto sotto forma di sovvenzioni e non di prestiti. E un periodo di 30 anni per restituire i soldi prestati. Sono tutte innovazioni che fanno di questo accordo un momento storico e significativo. Ma ora la vera domanda è come verrà implementato. Perchè compiere passi falsi causerebbe danni enormi, in particolare per paesi come l’Italia».
L’Italia è stata il maggior beneficiario dei fondi. Come vede il ruolo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte?
«Nel breve termine ha sicuramente rafforzato la posizione del premier Giuseppe Conte, che è stato uno dei principali sostenitori a livello europeo dell’accordo. Le nazioni Frugali si erano opposte alle sovvenzioni per il valore di 390 miliardi di euro e se si pensa al punto di partenza e al risultato finale, questa è stata una grande vittoria simbolica per Conte e per il governo italiano. L’opposizione italiana sta davvero facendo fatica a capire come attaccare l’accordo. Va riconosciuto a Conte di aver permesso all’Italia di fare un grande passo avanti nell’integrazione europea. Se nel lungo termine altererà la politica italiana rendendo la sua appartenenza all’Ue meno traballante dipenderà dall’implementazione dell’accordo».
Qual è stato l’elemento cruciale per arrivare a un compromessi con gli Stati del “Nord”?
«I Paesi frugali sono riusciti a ottenere un aumento sui rebate, ovvero sui rimborsi spettanti agli Stati membri. E alle Nazioni del Nord Europa è toccata la fetta più grande, in particolare all’Olanda, con 1,9 miliardi. Inoltre hanno rafforzato il processo della governance, ovvero della valutazione delle riforme nazionali, riducendo tra l’altro il volume dei prestiti. Come sappiamo i fondi per il piano di aiuti saranno reperiti sul mercato e ripagati, oltre che dagli Stati membri, anche dalla Commissione Ue con risorse proprie. Ciò su cui hanno spinto i Paesi frugali riguarda le tasse green e digital da cui riusciranno a prelevare fondi aggiuntivi. Questa è stata una componente cruciale per convincere il blocco guidato dall’Olanda e dall’Austria a firmare l’accordo».
È stata veramente una sconfitta per i partiti populisti?
«Senza l’accordo è molto probabile che Conte avrebbe dovuto richiedere il Mes e la percezione pubblica sul meccanismo di stabilità continua a essere negativa. Nel breve termine, se non fosse arrivato un accordo, il governo avrebbe perso la fiducia dei cittadini e i partiti d’opposizione avrebbero sfruttato la situazione. Il governo ha ricevuto i soldi ma ora ha bisogno di spenderli in modo efficace. L’esecutivo ha la capacità di farlo? Stiamo parlando di 209 miliardi di euro. Questo è una enorme opportunità dal punto di vista economico. L’Italia ha la capacità amministrativa e istituzionale per spenderla bene? Non è ancora chiaro. Ma al momento evitare di essere obbligato a prendere il Mes è stato per Conte un grande risultato, anche se potrebbe valutare comunque di implementarlo».
In suo articolo ha parlato del rischio che l’accordo possa non funzionare. Che cosa intende?
«Ciò di cui sono preoccupato riguarda la governance e il futuro dei rapporti tra i Paesi membri. La Commissione europea è l’organo esecutivo dell’Unione europea e ha il potere di implementare i trattati e farli rispettare. Quello che il premier austriaco e olandese hanno chiarito fin da subito è che non credono che la Commissione sia in grado di assicurarsi che, per esempio in Italia, le riforme siano studiate e implementate. La discussione politica deve quindi essere molto calibrata e cauta altrimenti, nel peggiore dei casi, potrebbe avvelenare la relazione tra i leader dell’Ue. I partiti populisti potrebbero ribadire che le riforme nazionali non sono decise attraverso deliberazioni con Bruxelles, ma decise da altre capitali europee. Ma al momento l’accordo ha infuso un grande spirito di fiducia nell’Ue, che procede emettendo debito comune e ridistribuendo i fondi ottenuti ai paesi più bisognosi. Non c’è alcun impatto economico negativo. È una mossa seria che ha aumentato la fiducia negli investitori e la loro volontà di entrare nel mercato europeo. Ma, come già detto, al momento è tutto teorico. Il banco di prova effettivo per valutare l’accordo e le sue conseguenze — soprattutto in Italia — dipenderà dal modo in cui i soldi verranno spesi».
Una delle sorprese del vertice è stato l’intervento del premier ungherse Viktor Orban. Qual è il suo gioco?
«Da sempre Orbà¡n cerca soldi in Europa per sostenere il suo network corrotto. E c’è riuscito. Orbà¡n gestisce quella che possiamo definire una cleptocrazia e ha bisogno di continui flussi di denaro per tenere in piedi il suo governo. Non penso che fosse davvero preoccupato per la solidarietà europea. Voleva ottenere fondi ed evitare l’intrusione europea nei suoi affari domestici. E ha avuto successo in entrambi i casi. Un giorno dopo l’accordo ha licenziato il direttore del primo sito web non governativo in Ungheria: Index. Sintomo che l’accordo ha rafforzato la sua posizione politica e di controllo».
Dietro al risultato del premier Conte, quanto hanno pesato il ruolo di Merkel e Macron?
«Tutti dovevano avere un ruolo. Angela Merkel non avrebbe potuto farcela da sola, lo stesso per il presidente Emmanuel Macron. Anche Charles Michel non avrebbe avuto successo da solo. Ecco perchè l’Ue è un’organizzazione multilaterale. Nessun Paese sarebbe stato in grado di portare a casa questo accordo da solo. E’ stato uno sforzo collettivo. Questo è ciò che ha di grandioso e storico il compromesso raggiunto a Bruxelles. E dobbiamo essere realisti a riguardo: era più grande di Merkel, di Macron e di Conte. Si tratta del risultato di tutta l’Unione».
(da Open)
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Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
VIENE SMENTITO CLAMOROSAMENTE DAL PRESIDENTE DEGLI ALBERGATORI: “SALVINI DICE CHE GLI ARRIVI FANNO SCAPPARE I TURISTI? NON E’ VERO, E’ SOLO PROPAGANDA, NESSUNO LI VEDE IN GIRO PERCHE’ GRAZIE A LAMORGESE VENGONO SUBITO SMISTATI E IL TURISMO NON NE RISENTE”
La coerenza e la logica abbondano sulla bocca di Matteo Salvini. In visita a Lampedusa, il leader
del Carroccio non si fa scrupoli a criticare il «governo criminale che spalanca i porti e finisce sui telegiornali di tutto il mondo».
Mentre arriva l’accusa al governo, però, ci sono anche strette di mano, abbracci e selfie con le persone senza alcun tipo di distanziamento sociale e senza mascherina — come ormai Salvini è abituato a fare -, come si vede in un video su Twitter
Le accuse al governo sono pesanti: «Odia la Sicilia, evidentemente. Il Pd e i 5 stelle odiano la Sicilia. È l’anno più difficile dal dopoguerra per il turismo, spalancare i porti ed essere sui Tg di tutto il mondo come il campo profughi d’Europa è una roba criminale, da criminali”
Gli sbarchi a Lampedusa continuano, questo è un dato di fatto, e i soccorritori hanno bollato queste ultime come «giornate estenuanti» considerato che l’hotspot di Lampedusa accoglie 600 persone con una capienza di 95.
Il parere di chi a Lampedusa ci lavora, ovvero gli albergatori, è molto diverso da quello che sostiene Salvini: «L’invasione dei migranti? Un fenomeno più mediatico che reale. Certo ne arrivano tanti, ma, grazie all’ottimo lavoro delle forze dell’ordine, vengono soccorsi, condotti all’hotspot e poi trasferiti. I turisti non li vedono certamente per le strade dell’Isola», riferisce il presidente di Federalberghi Lampedusa.
Stando a quanto dice chi a Lampedusa ci lavora, i famosi albergatori che Salvini chiama in causa, le cose non stanno come dice il leader della Lega: si tratta di «un problema molto serio, che coinvolge emotivamente il nostro territorio» soprattutto a causa delle immagini veicolate dai media «quelle, false, di un’isola invasa dai migranti. Non è così».
(da agenzie)
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