Destra di Popolo.net

PADOVA, L’ODISSEA DI TRE RAGAZZI LAVORATORI AFRICANI: “NESSUNO CI VUOLE AFFITTARE CASA PERCHE’ SIAMO NERI”

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

IL LORO DATORE DI LAVORO SI E’ OFFERTO DI GARANTIRE PER LORO, MA L’IGNORANZA RAZZISTA E’ PIU’ FORTE

Abdoulie e Festus vengono da Gambia e Nigeria e sono in Italia da circa cinque anni, regolarmente. Hanno un lavoro con contratto a tempo indeterminato in una ditta vicino Padova e da due mesi sono alla disperata ricerca di un appartamento da condividere con un loro amico gambiano, ma finora non ci sono riusciti perchè nessuno, nonostante le garanzie offerte, è disposto a concedergli un contratto di locazione.
Ad aiutarli nella loro ricerca finora infelice ci sono anche i colleghi e soprattutto Andrea Rigobon, giovane datore di lavoro che non solo ha contattato per loro oltre sessanta fra privati ed agenzie, ma si è anche messo a disposizione per fare da garante, inutilmente.
Con Abdoulie e Festus abbiamo provato anche noi a rispondere ad alcuni annunci, ma senza fortuna, fra chi è disposto soltanto ad accettare inquilini studenti e chi non ha potuto fare altro che ammettere la triste verità : molti proprietari di casa non hanno alcuna intenzione di affittare casa a persone straniere e di colore.
Abdoulie e Festus hanno rispettivamente 24 e 23 anni e vengono da Gambia e Nigeria. Vivono in Italia, regolarmente, da sei e cinque anni ed hanno un lavoro con contratto a tempo indeterminato in una ditta di Borgoricco, vicino Padova, che si occupa di piante e fiori. In Veneto assicurano di trovarsi bene, di sentirsi accolti da tantissimi amici e colleghi italiani, ma da un po’ di tempo stanno purtroppo facendo i conti con un aspetto del nostro Paese fino ad oggi per loro sconosciuto.
Razzismo? Non usano mai questa parola e quando l’ascoltano preferiscono non puntare il dito contro nessuno. Fatto sta che da due mesi Abdoulie e Festus sono alla disperata ricerca di un appartamento da condividere a Padova con un loro amico gambiano, ma finora non ci sono riusciti perchè nessuno, nonostante le garanzie offerte, è disposto a concedergli un contratto di locazione. “Ci rifiutano perchè siamo africani” dicono.
Entrambi non sono attualmente senza una sistemazione, sia chiaro. Non vivono per strada ma sono accolti da amici o in un bad & breakfast, pagando regolarmente quanto dovuto. Lavorano e possono permetterselo.
Così come possono permettersi una sistemazione più comoda e indipendente a Padova, magari in qualche quartiere ben servito dai collegamenti per recarsi a lavoro e con la possibilità  per loro di poter cominciare a settembre anche la scuola.
Come spiega Abdoulie, nei loro progetti c’è anche il desiderio di prendere la licenza di terza media (“Per noi stranieri è molto importante”) e la scuola si trova proprio nel capoluogo veneto: trovare una casa lì consentirebbe a due giovani di poter lavorare e studiare e continuare un percorso di integrazione in Italia che finora non ha mai avuto nessun altro tipo di problema. Hanno tanti amici e anche i colleghi stanno cercando di aiutarli nella loro ricerca, a partire da Andrea Rigobon, giovane datore di lavoro che non solo ha contattato per loro oltre sessanta fra privati ed agenzie, ma si è anche messo a disposizione per fare da garante. Inutilmente però, almeno fino ad oggi.
“Vorremmo che ci dessero almeno una possibilità ” commenta infine Festus, mentre Abodulie conclude: “Mi sento male e un po’ triste per questa situazione, non va bene”.

(da Fanpage”)

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LA FOTO BUFALA DEL MIGRANTE “PALESTRATO” SBARCATO A LAMPEDUSA

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

I SOLITI DELIQUENTI SOVRANISTI FANNO CIRCOLARE   UNA FOTO FATTA IN AUSTRALIA SETTE ANNI FA A UN INDAGATO PER TRAFFICO DI STEROIDI SPACCIANDOLA PER UN MIGRANTE ARRIVATO NELL’ISOLA SICILIANA

Un tempo erano le collanine, poi si è passati agli smartphone. Ora sono i muscoli.
Gli odiatori del web, oltre ad esacerbare il clima contro gli stranieri, cascano con tutte le scarpe a qualsiasi contenuto non reale che viene proposto dalla «gente che ci dice quello che gli altri non ci dicono».
L’ultimo caso — per il momento — è quello della foto-bufala del migrante palestrato a Lampedusa. Peccato che non si tratti di un migrante e che la foto sia stata scattata ben sette anni fa in Australia. Ma, intanto, la fake news ha fatto il pienone di commenti che incitano alla morte e al razzismo. E ha anche ottenuto oltre 750 condivisioni (solo da quel profilo)
L’immagine, che è reale (quindi non un fotomontaggio) è stata condivisa da una donna sulla propria pagina Facebook lo scorso 16 luglio. Il soggetto nella foto viene descritto così: «Quando sei un clandestino appena sbarcato a Lampedusa perchè si fugge dalla guerra, dalla fame, dagli anabolizzanti e dal rinnovo mensile alla palestra». Ecco come appare sui social. Per motivi di privacy abbiamo oscurato l’identità  di chi ha condiviso il post e di chi ha rilasciato quegli aberranti commenti.
Mentre scriviamo questo articolo, questa foto ha già  ottenuto ben 763 condivisioni (e una serie di commenti censurabili, tutti dello stesso tenore). Peccato che, oltre all’odiosa pratica, come spiega FactaNews la foto del cosiddetto migrante palestrato a Lampedusa non rappresenti nè un migrante e non è stata scattata a Lampedusa.
La foto risale al 2013 ed è stata scattata in Australia, all’aeroporto di Brisbane. L’uomo, protagonista dello scatto, è un cittadino coinvolto in un’indagine delle forze dell’ordine australiane sul traffico e contrabbando di steroidi.
Evento raccontato anche da molte testate all’epoca. Ma la corsa all’odio porta la gente a credere a tutto. L’importante è che ci sia lo straniero da demonizzare. Ma il demonio lo abbiamo in casa.

(da agenzie)

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LIBIA, MIGRANTI E PROFUGHI: DOVE VANNO A FINIRE I FONDI DELLA COOPERAZIONE ITALIANA

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO DELL’ASGI SUI 6 MILIONI STANZIATI DAL GOVERNO ITALIANO PONE GROSSI INTERROGATIVI SUGLI INTERVENTI NEI CENTRI DI DETENZIONE LIBICI

Sono passati oltre 2 anni dalla firma del Memorandum d’intesa Italia-Libia. A poche ore dal voto in Parlamento sulle operazioni militari all’estero e la proroga della missione di assistenza alla Guardia costiera Libica, rimangono vaghe le promesse del Governo di Tripoli di rispettare i diritti umani, in un Paese frammentato da anni di conflitto armato, in grave crisi politica ed economica.
Nonostante il silenzio di Tripoli sulle modifiche all’accordo, continuano le sparizioni forzate dei migranti respinti in Libia – documentate dalle Nazioni Unite – il tutto anche all’interno di strutture “adeguate e finanziate” dal governo italiano.
I progetti esaminati da ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) si inseriscono nel quadro più ampio degli interventi della Farnesina del cosiddetto “Fondo Africa” di 200 milioni, in gran parte gestito dalla Cooperazione, sia con interventi d’emergenza che di stabilizzazione.
I 6 milioni dell’Agenzia per la Cooperazione.
Non solo progetti partiti a fine 2017 a sostegno di donne e bambini detenuti arbitrariamente a Tripoli nel Centro di Tarek al Matar – ora chiuso a causa del conflitto – il bando dell’AICS, l’Agenzia per la Cooperazione italiana – appunto – ha aperto le porte alle Ong italiane ad altri centri di detenzione a Zawya, Khoms e Tajoura le cui condizioni critiche sono segnalate nello stesso bando di AICS.
I nove progetti della Farnesina in Libia, alcuni dei quali sono ancora in corso di realizzazione, prevedono un costo di spesa pubblica di oltre 6 Milioni.
Secondo un analisi di ASGI l’obiettivo dell’intervento non è infatti di tentare di risolvere le gravi criticità  individuate nei centri di detenzione, ma semplicemente di “migliorare” le condizioni sanitarie, nutrizionali ed igieniche, in modo temporaneo (in quanto limitato dalla durata dei progetti) e inevitabilmente non risolutivo.
Migranti utilizzati per ampliare le strutture.
Le organizzazioni italiane attive in Libia, oltre che occuparsi della distribuzione di beni di prima necessità , hanno anche riabilitato centri di detenzione, nominalmente sotto il controllo del ministero degli interni, ma in realtà  gestiti da milizie locali, spesso coinvolte nel traffico di migranti.
“Il sistema di detenzione è troppo compromesso per essere aggiustato”, scrive l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti dell’Uomo (OHCHR), mentre insiste nella chiusura di tutti i centri di detenzione libici.
Tuttavia, dai resoconto finanziari raccolti da ASGI, con il supporto della Cooperazione italiana e attraverso la collaborazione di organizzazioni libiche locali, sono state ampliate le strutture esistenti, contribuendo a finanziare l’illegittima detenzione di persone in condizioni inumane.
Gli interventi includono la costruzione di bagni, ma anche costruzione di muri e cancelli, ripristino dell’energia elettrica o della sostituzione di finestre. Dai racconti dei direttori dei centri di detenzioni di Khoms e di Sabaa a Tripoli emerge che in alcuni casi gli stessi migranti sono stati utilizzati per costruire muri di recinzione e ampliare le strutture.
La trasmissione dei rendiconti e altri documenti.
Nonostante le numerose richieste inviate all’Autorità  responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del MAECI (Ministero degli Esteri); l’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo ha sempre negato il diritto di accesso ai testi dei progetti approvati nel “tutelare le relazioni internazionali e la sicurezza degli operatori”, senza fornire alcuna ulteriore spiegazione.
Gli avvocati di ASGI hanno ricevuto rendiconti annuali e periodici, i contratti di subappalto con le associazioni libiche (oscurando tutti i dati di quest’ultime), i rendiconti narrativi delle attività  svolte delle seguenti organizzazioni non governative italiane: HelpCode, CESVI, CEFA, Emergenza Sorrisi, Terre des Hommes. In alcuni casi i rapporti finanziari narrativi forniscono elementi aggiuntivi come quali cibi o quali tipi di medicine sono stati acquistati.
Approssimativa rendicontazione e scarsa trasparenza delle ONG.
I rendiconti contabili e finanziari che l’AICS ha trasmesso (oscurando i nomi dei partner libici o l’ammontare del budget per alcune voci di spesa tra cui compensi personale), sono in alcuni casi “voci di spesa generiche, approssimative e talora di importi identici ed arrotondati”, scrive ASGI.
La ONG Helpcode, per esempio, nel rendiconto finale del progetto “Intervento di prima emergenza con tecnologia innovativa per migliorare le condizioni igienico-sanitarie nei centri migranti e rifugiati a Tripoli”,   di importo pari a 662.108,00 euro, indica per l’attività  riabilitazioni idriche tre unità  – presumibilmente una per ciascun centro interessato dagli interventi – di costo unitario stranamente identico tra loro (16.000 euro). In Libia, Helpcode ha inizialmente collaborato con l’organizzazione non governativa Staco; ma il rapporto si è concluso nel 2018.
Gli operatori libici sul campo e il monitoring.
Nell’estate del 2018, il centro di detenzione di Tarek al-Matar è stato colpito da violenti combattimenti; “era il caos”, ricorda un operatore umanitario presente nella struttura durante gli scontri. “L’equipaggiamento medico che usavamo nel centro e il generatore, entrambi donati dalla cooperazione italiana sono stati saccheggiati dalle milizie”, conclude l’operatore libico.
Per tutti gli interventi della Cooperazione italiana in Libia si è optato per un management da remoto, in quanto gli accessi degli operatori umanitari italiani sono stati più volte evitati per motivi di sicurezza.
L’organizzazione Helpcode per esempio, ha speso oltre 22.000 euro per attività  di monitoraggio, attraverso l’utilizzo di un’applicazione chiamata “GINA”, che garantiva un meccanismo di controllo remoto sulle distribuzioni, ma secondo un operatore libico che ha utilizzato il sistema durante le distribuzioni nei centri, rimane impossibile sapere cosa succede quando gli operatori lasciano i centri. “In generale stavamo semplicemente investendo denaro nelle basi delle milizie per assicurarci l’accesso”, conclude.
Alcune organizzazioni hanno cambiato approccio.
“Il grande equivoco è che – come CEFA – non abbiamo mai gestito i centri, abbiamo fatto solamente interventi o formazione alle guardie in due occasioni”, racconta   Andrea Tolomelli, responsabile progetti. L’ultimo progetto di CEFA all’interno dei centri di detenzione di Tripoli si è concluso a giugno, e “non c’è l’intenzione di ri-progettare interventi strutturali, poichè con l’esperienza che abbiamo maturato in Libia, la nostra visione è cambiata radicalmente. Ora preferiamo puntare su attività  live-saving”, conclude il responsabile di CEFA.
La strategia di contenimento migratorio. Secondo Asgi, gli interventi nei centri di detenzione non sono sostenibili nel tempo. “Non ambiscono ad un miglioramento durevole delle condizioni dei centri, nè ad un meccanismo che impegni il governo libico ad assumere la responsabilità  di assicurare una detenzione rispettosa dei diritti fondamentali”, scrive l’organizzazione. “Non può così escludersi che di almeno parte dei fondi abbiano beneficiato i gestori dei centri, ossia quelle milizie che sono talora anche attori del conflitto armato sul territorio libico nonchè autori delle già  ricordate sevizie ai danni dei detenuti”, conclude ASGI.

(da agenzie)

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LA VIOLENZA DI STATO: LE BRUTALITA’ DEI CARABINIERI DI PIACENZA SI AGGIUNGONO A UNA LUNGA COLLEZIONE

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

MA A ESSERE MARCIO E’ TUTTO IL SISTEMA

L’indagine sulla caserma Levante di Piacenza è sbalorditiva soltanto per l’ampiezza e l’intensità  degli arbitrii, delle violenze e dei reati commessi (ancora da dimostrare, ma già  ben definiti).
Ma come è stato ripetutamente sottolineato in queste ore, non è successo nulla di nuovo.
I pestaggi genovesi del 2001, la brutalizzazione di Stefano Cucchi e gli stupri di Firenze sono i precedenti da vetrina di una lunga collezione, e un giorno o l’altro avremo più chiaro, per esempio, il caso di Mario Cerciello Rega, il carabiniere assassinato un anno fa (26 luglio 2019) – e rimane una vittima, e però di eventi sempre meno limpidi.
Ha ragione Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, quando non cede alla retorica delle mele marce e suggerisce che è il sistema a non funzionare più. Però, aggiungo io, non il sistema dell’Arma: tutto il sistema, da cima a fondo. E, per cominciare, non funzioniamo noi.
A marzo durante le rivolte in carcere sono morti tredici detenuti, e non sappiamo ancora il perchè. Overdose da metadone, è stato detto nelle ore successive e tanto ci è bastato.
Siccome i detenuti sono comunemente considerati cittadini di serie B, mascalzoni giustamente privati di diritti e di dignità , è stata sufficiente un’autodichiarazione delle autorità  e chiusa lì.
Chi se ne importa. Le torture nel carcere di Torino, di cui si è avuta notizia nei giorni scorsi, non sono soltanto figlie della prepotenza di Stato, ma anche del nostro disinteresse, da cui quella prepotenza trae forza.
Continuiamo a pensare che se si finisce dentro è perchè qualcosa si avrà  fatto, e se si finisce fra i cazzotti dei carabinieri un po’ ce lo si sarà  meritato, e i guai dei cittadini sono ben altri, e ben altri i diritti per i quali battersi.
Ma c’è un diritto fondamentale, su cui si fondano tutti gli altri: è il diritto all’inviolabilità  e alla libertà  dell’essere umano. È un diritto tutelato dal Diritto, e il gioco di minuscole e maiuscole non richiede altre spiegazioni.
Sappiamo per statistica dei mille di noi — tre al giorno — ogni anno incarcerati da innocenti. Sappiamo dalle rilevazioni periodiche del numero debordante, in paragone alle medie europee, di donne e uomini reclusi in attesa di giudizio, quindi innocenti secondo la Costituzione, la legge fondamentale su cui abbiamo scelto di edificare la nostra democrazia, e quotidianamente tradita in un silenzio rotto da poche e flebili voci.
Chi si ostina a protestare viene chiamato garantista con un accento di disprezzo culminato nella scellerata dichiarazione del responsabile giustizia del Pd (santo cielo), che ha parlato di giustizialismo e garantismo come di opposti estremismi.
Ma se il Diritto continua a passare per un trastullo da signorini, nessun altro diritto — all’istruzione, alle cure, al lavoro — sarà  mai all’altezza della nostra ambizione di chiamarci Stato di diritto e democrazia liberale.
Il 2020 è anche l’anno nel quale davanti ai nostri occhi è passato il trailer — le vicende di Palamara — di un film che dovremmo conoscere a memoria, se soltanto ce ne curassimo.
Sono sistemi sciagurati e antichissimi di gestione della giustizia e dell’indipendenza della magistratura la cui protervia e la cui impunità  si riflettono in quel mare di innocenti in carcere. Ci è venuto disastrosamente comodo alzare l’indice accusatore di ogni nostro male sulla politica, inconsistente e ladruncola, e talvolta ladrona, mentre ci affaccendiamo da mattina a sera in un Paese che ha cancellato ogni regola, e dovrebbero bastare le cifre dell’evasione fiscale e dell’assenteismo per inchiodarci all’evidenza.
Ci siamo dunque avvinghiati all’abbaglio di qualche Zorro — la magistratura, i carabinieri — dall’incorruttibile spada puntata sulla pancia dei veri disonesti, perchè ognuno di noi è invece un disonesto per modo di dire e per legittima difesa.
Ma se è vero che lo Stato siamo noi, l’incontrovertibile è Papa Francesco: ci siamo illusi di restare sani in un mondo malato.

(da “Huffingtonpost”)

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CASERMA DEGLI ORRORI DI PIACENZA, ILARIA CUCCHI: “BISOGNA ANDARE FINO IN FONDO, E’ IL SISTEMA CHE NON FUNZIONA”

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

E’ GIUSTO CHIEDERSI IL PERCHE’ DI   OMERTA’ E DEPISTAGGI

«Un fatto enorme e gravissimo che ricorda la vicenda di mio fratello Stefano». Ilaria Cucchi, la sorella del geometra romano ucciso nell’ottobre del 2009 dopo essere stato fermato, a Roma, dai Carabinieri, ha commentato l’inchiesta in corso sui militari dell’Arma della stazione Levante di Piacenza.
A loro carico, l’accusa di aver costituito un sistema criminale: le ipotesi di reato andrebbero dal traffico di droga alle estorsioni e alla tortura.
«Il fatto che si parli di mele marce lascia un po’ perplessi. È un sistema che evidentemente non funziona. Spero che si vada fino in fondo senza fare sconti — ha aggiunto Cucchi -. Bisogna andare fino in fondo, non si facciano sconti a nessuno come hanno dimostrato magistrati coraggiosi nell’indagine sulla morte di Stefano».
Poi, nell’intervista a L’Espresso, ha rievocato una situazione dei processi sul caso di suo fratello, in particolare quello in corso sui depistaggi: «Mi vengono in mente i tanti carabinieri del nostro processo che vengono a testimoniare contro i loro superiori e mi chiedo con quale spirito lo facciano quando poi spuntano comunicati dell’Arma subito dopo la testimonianza come nel caso del loro collega Casamassima».
L’avvocato che segue la famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, ha aggiunto: «I meccanismi di autocontrollo e vigilanza sono deficitari, fallimentari o non esistono proprio. Questi fatti sono sempre accaduti. Ben venga la magistratura che ha finalmente deciso di farsi carico di un obbligo di pulizia all’interno di istituzioni troppo importanti per la nostra democrazia».

(da agenzie)

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IL VIMINALE BLOCCA I TASER: NON HANNO SUPERATO LE PROVE BALISTICHE

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

NON SAREBBERO PRECISE, METTENDO A RISCHIO PERSONE E AGENTI… “POSSONO ESSERE USATE CON ECCESSO DI DISINVOLTURA”… I PISTOLERI SOVRANISTI POSSONO RIFARSI CON LE PISTOLE AD ACQUA

Stop al taser, almeno per il momento. Il Ministero dell’Interno ha emanato una circolare lo scorso 21 luglio per comunicare la “non aggiudicazione” della fornitura delle pistole ad impulso elettrico della Axon Public Safety Germany — ex Taser International, che aveva vinto la gara indetta l’anno scorso per la fornitura del modello TX2 – e il ritiro dei dispositivi già  in dotazione alle forze dell’ordine.
Alcune caserme stavano portando avanti la sperimentazione delle pistole, grazie alla fornitura, a titolo gratuito, dei dispositivi da parte dell’azienda. Si tratta di 32 taser, che ora verranno riposti nelle armerie delle questure.
Per implementarle mancava solo un passaggio: le prove balistiche. Che non sono andate a buon fine, anzi. Proprio per questo, il Viminale ha chiesto ai questori di Milano, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Catania, Brindisi e Genova di “dar corso all’immediato ritiro e alla custodia, presso le rispettive armerie, dei dispositivi”.
Si tratta delle città  in cui era stata avviata la sperimentazione delle pistole ad elettroshock, partita a marzo 2018. “La Direzione centrale dei servizi tecnico logistici — si legge nella circolare – “ha determinato la non aggiudicazione della procedura ad evidenza pubblica diretta all’acquisizione delle pistole ad impulsi elettrici da destinare alle forze di Polizia”. Insomma, tutto rinviato a data da destinarsi. Un iter che era iniziato nel 2014, e che è stato accelerato quando Matteo Salvini era a capo del Viminale.
Ma cos’è andato storto di preciso? Le prove balistiche avvenute al centro di tiro della Polizia di Nettuno, il luogo in cui di solito si fanno i collaudi per i dispositivi in dotazione alle forze dell’ordine, hanno rivelato — alla presenza degli istruttori di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza – delle lacune molto gravi, potenzialmente pericolose per i cittadini e per gli stessi agenti.
In primis – racconta un articolo di Francesco Grignetti su La Stampa – la mancanza di precisione dei dardi. Inoltre, in alcune occasioni il dardo si è staccato dal cavo elettrico: “In merito alla prova di sparo fuori bersaglio, sono state riscontrate delle criticità  relative alla fuoriuscita dei dardi, che hanno dato risultanze non conformi alle previsioni del Capitolato tecnico”, scrive il Dipartimento della Polizia di Stato.
Adesso bisognerà  vedere come risolvere la questione della gara d’appalto. La società , scrive ancora La Stampa, si è opposta alla decisione, manifestando “grande stupore”: “Nel corso delle precedenti prove balistiche, i dispositivi della società  avevano dimostrato piena aderenza alle specifiche tecniche previste dal Bando di gara in oggetto”. Probabilmente si passerà  per vie legali, allungando ancora di più i tempi. Axon ha chiesto la ripetizione in contraddittorio dei test balistici.
In queste condizioni, la rinuncia alle pistole elettriche di Axon si è rivelato un atto dovuto. Infatti, questo grosso inconveniente probabilmente non cambia l’indirizzo del Ministero dell’Interno, che vorrebbe dotare le forze dell’ordine dei Taser.
Così come sono gli stessi agenti a chiedere con forza la loro implementazione, per bocca dei sindacati di categoria. Fonti di polizia riferiscono ad HuffPost di essere favorevoli al taser di per sè, ma che alla luce dei problemi emersi non lo userebbero, visti i problemi per la sicurezza
La pistola ad impulsi elettrici, comunque, rimane un argomento controverso. Per la legislazione italiana rientra nella categoria delle “armi proprie”: può essere venduta a un singolo con il porto d’armi, tramite uno specifico permesso, ma non può essere portata in giro.
Inoltre, non può essere prodotta in Italia. Nonostante la sua diffusione nel mondo — le forze dell’ordine di più di 107 paesi ce l’hanno a disposizione – nel 2007 l’Onu ha etichettato l’arma come uno “strumento di tortura”.
Inoltre, è noto che alcune categorie di persone sono particolarmente esposte all’elettroshock, come i cardiopatici o chi fa uso di droghe o ha fatto sforzi fisici prolungati (ad esempio chi sfugge ad un inseguimento). Nel 2019, Reuters aveva stimato che 1.081 persone sono morte negli Stati Uniti dai primi anni 2000 in seguito a colpi ricevuti da un taser.
In Italia è stata Amnesty International a lanciare un allarme sui pericoli del Taser. Lo ha fatto nel 2018, quando era stata ufficializzata la sperimentazione. Come spiega ad HuffPost Riccardo Noury, portavoce della ong, “Proprio per la sua minore letalità  può essere usata con eccesso di disinvoltura”. L’organizzazione “non è pregiudizievolmente contraria all’uso del taser”, ma “siamo preoccupati” dall’implementazione delle pistole senza degli studi accurati sui rischi.
Noury racconta l’esempio dell’Olanda: “Lì la sperimentazione è partita nel 2017, ed è stata fallimentare. Quello che è emerso è che nella metà  dei casi le persone colpite dal taser erano già  ammanettate, o dentro un veicolo, o in una cella di polizia o di un ospedale psichiatrico. In tutti questi casi il loro comportamento non consisteva in una immediata minaccia alla vita. Quindi, nella metà  dei casi questa sperimentazione ha mostrato un uso illegale e non necessario della pistola”. L’uso del taser sarebbe regolamentato da un protocollo rigido, ma la categoria di soggetti fragili è ampia: “Le persone non possono mostrarti il certificato medico in quel momento”.

(da “NextQuotidiano”)

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OSPEDALE FIERA DI MILANO: GUARDIA DI FINANZA NEGLI UFFICI DELLA FONDAZIONE

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

ACQUISITI DOCUMENTI NELL’AMBITO DELL’INCHIESTA SULLA REALIZZAZIONE DELL’OSPEDALE DI EMERGENZA

La Guardia di Finanza si è recata presso gli uffici della Fondazione Fiera a Milano per acquisire documenti nell’ambito dell’inchiesta della procura di Milano sulla realizzazione dell’ospedale alla Fiera al Portello per accogliere i malati Covid.
Stando a quanto si apprende il nucleo di polizia Economico Finanziaria della guardia di finanza si trova negli uffici di via Manin a Milano dove ha sede la Fondazione di Comunità  di Milano Città , Sud Est, Sud Ovest e Adda Martesana per acquisire documenti utili all’indagine della Procura sulla realizzazione dell’ospedale in Fera. L’inchiesta del pm Cristiana Roveda del dipartimento del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli era stata aperta a fine maggio in base a un esposto dell’Adl Cobas Lombardia: un fascicolo conoscitivo come atto dovuto, senza ipotesi di reato nè indagati in quel momento.
Secondo la denuncia del sindacato, depositata dall’avvocato Vincenzo Barbarisi, l’ospedale in Fiera avrebbe presentato “delle criticità  già  dal giorno successivo alla decisione di pubblicizzazione da parte di Regione Lombardia della ‘Fondazione Fiera Milano per la lotta al Coronavirus'”, che ha poi raccolto parte delle donazioni private, assieme alla Fondazione Comunità  Milano, che sono servite per l’allestimento della struttura da oltre 200 posti di terapia intensiva. Donazioni per le quali alcuni privati hanno poi chiesto delucidazioni.
Il costo finale dell’ospedale è stato di 21 milioni di euro, e dal giorno della sua inaugurazione ha ospitato circa 25 pazienti. Per questo la struttura ospedaliera fortemente voluta da regione Lombardia e progettata nel pieno dell’emergenza Covid quando i posti in terapia intensiva erano carenti negli ospedali delle varie provincie lombardi è finita al centro di critiche e polemiche.
Nell’esposto presentato in Procura, Adl Cobas Lombardia sottolineava, chiedendo di fare accertamenti e valutare eventuali profili di responsabilità  in merito alla costruzione dell’ospedale, come ogni paziente fosse costato alla Regione circa 840mila euro: “Da una semplicistica valutazione matematica si può in via empirica affermare che ogni paziente ricoverato” nell’ospedale covid realizzato alla Fiera di Milano “sia costato la modica cifra di 840mila euro” per ogni singolo degente.
Solo lo scorso maggio in una intervista rilasciata a Fanpage.it dal primario del Policlinico di Milano Pesenti dopo soltanto cinque settimane di attività , veniva già  annunciata la chiusura dell’ospedale.
Il professor Antonio Pesenti, oltre che primario della terapia intensiva del Policlinico di Milano anche responsabile dell’Unità  di crisi della regione Lombardia per le terapie intensive, aveva così commentato la decisione di realizzare l’ospedale: “Sui traghetti ci sono le scialuppe di salvataggio, al 10 di marzo nessuno poteva prevedere dove si sarebbe fermata l’epidemia”. Mentre sul futuro dell’ospedale era stato piuttosto esplicito: “Il Governo sta preparando un decreto per cui le regioni devono avere una scorta di posti in terapia intensiva. Se la Fiera corrisponderà  ai requisiti che il Governo chiederà  resterà  in piedi, se non corrisponderà  verrà  chiusa o smantellata”.
In sintesi, secondo l’esposto, l’ospedale in Fiera, nonostante sia stato costruito con i fondi privati, a detta del sindacato che ha sempre sostenuto la possibilità  di utilizzare una parte dei padiglioni dismessi e “con gli impianti funzionanti” dell’ospedale di Legnano, si è rivelato “uno spreco di risorse”.
E questo in quanto “proprio nel momento di maggiore criticità , tali fondi sarebbero potuti essere impiegati diversamente ad esempio facendo i tamponi ai medici, ai pazienti e al personale delle Rsa, investendo sulle strutture per la quarantena dei pazienti positivi ma non guariti per evitare focolai domestici — si legge ancora nella denuncia — creando squadre di medici per intervenire ai primi sintomi a domicilio per evitare l’ospedalizzazione”.
Il sindacato ha chiesto anche di “verificare se la tutela degli interessi privati abbia avuto prevalenza rispetto alla prioritaria tutela della salute pubblica” nella costruzione dell’ospedale in Fiera, soprannominato “astronave” da Guido Bertolaso, consulente speciale incaricato per l’operazione dal presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana.
L’esposto dei donatori e le parole di Bertolaso
Intanto Giuseppe La Scala, a capo di uno studio con duecento legali e 150 dipendenti, e anche vicepresidente dell’Associazione piccoli azionisti del Milan, ha denunciato «la mancanza di trasparenza sull’uso dei fondi» e chiede di capire «come sono stati utilizzati i nostri soldi donati» per l’ospedale alla Fiera di Milano e minaccia un’azione legale nei confronti di Regione Lombardia dopo aver donato 10mila euro insieme ai colleghi per la sua costruzione. Ha scritto nel maggio scorso Repubblica Milano:
Il legale descrive un sistema contabile privo di trasparenza. «La Fondazione Comunità , una sorta di emanazione di Fondazione Cariplo, ha costituito al suo interno un fondo dedicato il cui primo donatore è stata Fondazione Fiera, con 50 mila euro e gli spazi messi a disposizione. Questo fondo dedicato – continua il legale – aveva un comitato di gestione composto da un rappresentante di Fondazione Comunità  e due di Fondazione Fiera con funzioni di indirizzo, cioè di consigliare a chi dare i quattrini. Fondazione Comunità  sgancia i quattrini a quelli che fanno iniziative connesse all’ospedale e questi rendicontano alla Fondazione Comunità  che, a sua volta, rendiconta a se stessa e a Fondazione Fiera. Insomma, se la cantano e se la suonano».
Così, se ora fondazione Fiera non renderà  pubblica la destinazione dei soldi, La Scala è pronto a rivolgersi alla magistratura. «Chiederemo agli enti coinvolti di avere accesso agli atti in base alle norme sulla trasparenza perchè, anche se la fondazione è un soggetto di diritto privato, in questi casi quella di Fiera ha un’origine pubblica e la Fondazione Comunità  è emanazione di una banca, ha quindi dietro un sistema di vigilanza pubblica».
E, sempre riguardo l’ospedale, c’è un piccolo giallo che riguarda Guido Bertolaso. Il superconsulente voluto da Attilio Fontana per sovrintendere alla costruzione della struttura alla Fiera di Milano ha detto proprio a La Scala a maggio che ““Quello in Fiera non è il mio ospedale. Sono sconcertato dall’evoluzione del progetto, a causa della mia malattia sono stato di fatto esautorato dall’operazione”. Tanto che “ho diffidato Regione Lombardia e Fondazione di Comunità , dal chiudere la struttura e a proseguire tale progetto”. La conversazione è stata prima confermata al Fatto dallo stesso Bertolaso con degli inequivocabili sms, e poi smentita da Bertolaso: “Leggo solo falsità  a cui non ho nemmeno intenzione di rispondere”.

(da agenzie)

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L’INCHIESTA DELLA MAGISTRATURA SUI TEST SERIOLOGICI IN LOMBARDIA E SUI RAPPORTI TRA LA DIASORIN E LA LEGA

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

LA STORIA DELL’EX COMMISSARIO DELLA LEGA DI VARESE E PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE BESTA

Il Fatto Quotidiano oggi aggiunge un tassello alla vicenda dell’indagine sui test sierologici che vede sotto inchiesta l’amministratore delegato dell’azienda Carlo Rosa e i vertici del Policlinico San Matteo di Pavia nata da un esposto di Technogenetics, che aveva presentato anche richieste di sospensiva al TAR poi annullate dal Consiglio di Stato.
Ieri la GDF ha perquisito case, uffici, laboratori, pc e cellulari: otto indagati, tra i quali il presidente della Fondazione San Matteo Alessandro Venturi e il direttore di virologia dell’ospedale di Pavia, il professore Fausto Baldanti, responsabile scientifico del progetto. Per il quale gli inquirenti sollevano “un evidente conflitto d’interesse” peraltro già  svelato da uno scoop del Fatto: Baldanti era membro del gruppo di lavoro del consiglio superiore della sanità  e componente del tavolo tecnico scientifico della Regione Lombardia chiamato a decidere “l’approccio diagnostico omogeneo” per la diagnostica anti Covid-19.
Un tavolo che decise di non adoperare i test rapidi pungidito “ritenuti inaffidabili sulla scorta, anche, di articoli pubblicati dallo stesso Baldanti su riviste scientifiche nonostante vi fossero pareri opposti” scrive il pm Paolo Mazza. Dopo gli articoli del Fatto, Baldanti dichiarò le dimissioni dai due tavoli.
La Lombardia decise di non usare i pungidito e aspettare che Fondazione San Matteo e Diasorin completassero il loro progetto “malgrado altri operatori del settore (tra cui Technogenetics, che ha presentato un ricorso al Tar e un esposto penale contro l’accordo, ndr) avessero manifestato reiterate manifestazioni di disponibilità ” a collaborare con metodologie già  validate o in possesso del marchio Ce (che il kit di Diasorin otterrà  solo il 17 aprile).
Il pm vuole “fare luce sui legami politici che possono avere influito sulla scelta del contraente” in Diasorin. E sottolinea che all’Insubrias Biopark, in provincia di Varese, c’è la sede di alcuni uffici sia di Diasorin Spa, sia della Fondazione Istituto Insubrico, il cui direttore generale è Andrea Gambini (non indagato, ndr) “già  commissario della Lega varesina e Presidente della Fondazione Irccs Carlo Besta”. Per la Fondazione Diasorin è “un cliente di primo piano”
Gambini è anche presidente del Cda di Servire srl —si occupa di manutenzione di “macchinari per la ricerca biotecnologica” (socio unico è la stessa Fondazione Istituto Insubrico). Nel 2018, Servire srl dichiara “un volume d’affari ” pari a 1,3 milioni e si “conferma” lo “stre tto rapporto con la società  di diagnostica”.“Ci auguriamo che la Procura faccia presto chiarezza come ha già  fatto la magistratura amministrativa — dichiara il presidente del San Matteo Venturi — abbiamo operato correttamente e nell’esclusivo interesse della salute dei cittadini”.

(da “NextQuotidiano”)

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PERCHE’ IN ITALIA NON SI RIESCE A CHIUDERE UNA CHAT DI PEDOFILI CON 53.000 ISCRITTI

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

ALL’INTERNO DELLA CHAT TELEGRAM E’ ANCORA OPERATIVO LO SCAMBIO DI MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO… MA IL SERVER E’ NEGLI USA

La “chat degli orrori” è ancora lì. Nonostante l’inchiesta di Fanpage.it e numerose segnalazioni alla Polizia Postale il gruppo Telegram da oltre 53mila iscritti e decine di migliaia di messaggi al giorno a sfondo pedopornografico non è stato ancora chiuso: la chat è più attiva che mai e solo nelle ultime ore sono state centinaia le richieste e offerte di foto e video di bambini, adolescenti ed ex, con “trattative” che talvolta vengono condotte alla “luce del sole” — cioè davanti a migliaia di utenti online — e altre volte invece proseguono privatamente.
“Cerco video pedo, offro di tutto”, “Cerco giovane porco depravato per commenti pesanti e fantasie perverse su foto di mia moglie vestita da sposa”, “Cerco foro di ex, sorelle, amiche, mamme, cugine”, “Mostro la mia ragazza, foto spy di alta qualità “, “Cerco video pedo con bambini e ragazzine” sono solo alcuni dei messaggi ricorrenti, e neppure tra i più compromettenti
Perchè la Polizia Postale non può chiudere le chat pedopornografiche
Ma per quale ragione — nonostante le segnalazioni alla Polizia Postale — quella chat non è ancora stata chiusa e i suoi membri più attivi denunciati? Il motivo è che Telegram risponde alla giurisdizione statunitense da alcuni mesi, da quando cioè ha attivato un servizio di digital tokens negli USA; per questo non risponde alle leggi italiane.
È una dirigente della polizia postale ad ammettere le difficoltà  a intervenire in situazioni del genere spiegando che si sta lavorando per colmare un vuoto normativo che di fatto limita le possibilità  di intervento delle autorità  italiane: “Queste chat di Telegram possono ospitare fino a 200mila iscritti che spesso, dopo la chiusura, migrano in massa in altre chat con un nome diverso ma le stesse funzioni. È un cane che si morde la coda”.
Insomma, nonostante l’impegno quotidiano e la volontà  da parte della polizia ci sono oggettive difficoltà : d’altro canto si sa che la tecnologia corre e i legislatori sono costretti a inseguire, non con poca fatica.
I server di Telegram infatti si trovano negli Stati Uniti ed è lì, quindi, che si potrebbe intervenire con efficacia e velocità : “Denunciare alla polizia postale è necessario e rientra tra i doveri di ogni buon cittadino, ma purtroppo le nostre forze dell’ordine non hanno molti poteri nei confronti di una società  statunitense”, spiegano da Emme Team, gruppo di studi legali italiani e statunitensi che da febbraio di quest’anno ha aiutato — a titolo gratuito — 495 vittime a far rimuovere foto e video che li riguardavano da chat a sfondo pornografico e pedopornografico.
Telegram è tenuta come tutte le altre società  statunitensi a rispettare i dettami del Digital Millennium Copyright Act (Dmca), una legge che regolamenta non solo il diritto d’autore ma anche la diffusione di foto e video privati. Le vittime — spiegano da Emme Team — “possono richiedere ai giudici federali statunitensi di ordinare ai proprietari di domini e server la rimozione dei contenuti e di fornire ogni informazione utile a identificare e denunciare i responsabili di un crimine. Questo avviene perchè le società  sono tenute a conservare e mettere a disposizione degli inquirenti i tabulati internet, ovvero la registrazione di ogni attività  e indirizzo ip di chiunque passi da un sito americano. Ciò tuttavia non avviene in Italia, proprio perchè i siti sono collocati negli Stati Uniti e devono rispettare le leggi federali di quel paese”. È per questo che la Polizia Postale — che lo ribadiamo, va comunque avvertita — ha sovente le mani legate e non può chiudere chat ospitate su server stranieri
Revenge porn: cosa fare per ottenere giustizia
Intervenendo invece direttamente negli Stati Uniti — ad esempio rivolgendosi a servizi gratuiti come quello di Emme Team — si può ottenere giustizia. Le vittime — o chi legalmente le rappresenta (come nel caso della madre di Tiziana Cantone, la signora Maria Teresa Giglio) — possono richiedere la procedura di blocco dei contenuti illegali e l’identificazione di coloro che li hanno immessi nelle chat. A quel punto i proprietari di un sito (ad esempio Telegram) hanno 15 giorni di tempo per bloccare foto e video (non vengono mai del tutto cancellati, in quanto la prova di un crimine viene sempre conservata). Se la richiesta di blocco non viene evasa, il proprietario del sito diventa co-responsabile del crimine e soggetto a sanzioni, richieste danni e conseguenze penali. Ricordiamo che il revenge porn è una pratica illegale punita con la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro
Quando l’intervento della Polizia Postale è determinante
Non sempre la Polizia Postale ha le mani legate. Ci sono molti casi, come la rete di pedofili sgominata ieri in 12 regioni italiane, in cui le nostre autorità  riescono a intervenire con velocità  ed efficacia. Ciò avviene, ad esempio, quando una vittime di pedofila o revenge porn riesce a farsi fornire in chat iban o dati di carte di credito dai quali per la polizia è un gioco da ragazzi risalire ai titolari. Spesso, infatti, lo scambio di materiale illegale come quello riguardante dei minori avviene in conversazioni private e non di rado in seguito a un’offerta di denaro che si può trasformare in una trappola per i pedofili. Una trappola che porta quasi sempre a denunce, condanne e arresti.

(da Fanpage)

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