Destra di Popolo.net

DENTRO LONDRA, LA WUHAN SUL TAMIGI

Dicembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile

NELL’INTRECCIO INFERNALE TRA BREXIT E COVID

Ho capito di essere a Wuhan-sul-Tamigi quando il mio cellulare ha iniziato a saltellare di messaggi premurosi di amici impensieriti, del tono di quelli che si mandano dopo un terremoto o un attentato.
Mi ero appena svegliata e sono corsa alla finestra per controllare la piccola porzione di mondo che da dieci mesi a questa parte chiamo Londra: un giardino pubblico su una piazza vittoriana da un lato e dall’altra la City, lucente e troppo distante per capire se sia viva o no. Ho visto un papà  far camminare il suo bimbo in tuta azzurra su un muretto e il nostro filosofo di quartiere, seduto su una panchina con una birra, continuare ad alta voce la sua guerra di parole, mentre due ragazze senza mascherina gli passeggiavano accanto. La normalità  spenta di questi tempi, nè più nè meno.
“Ma cosa sta succedendo lì da voi?”, mi scrive un’amica con cento punti interrogativi. “Meno di quello che pensi”, vorrei rispondere, ma non è vero neppure questo: siamo nel pieno di una crisi di proporzioni bibliche, ma non è nulla che un titolo di giornale o un messaggino possa riassumere. E questa variante inglese che aleggia sulla città , con tutto il rispetto per la verità  scientifica che onoro e riverisco sopra ogni altra cosa, sembra l’opera dell’angelo vendicatore dei deliri isolazionisti dei tempi recenti.
Io e mio marito nell’ultimo anno siamo diventati due sassi: nulla o quasi ci scalfisce. Abbiamo imparato a entrare e uscire dai lockdown con la grazia di due pattinatori, prendiamo alla lettera l’andare “a cena fuori” – giacconi e sciarpa a 5 gradi, pregando che il fungo accanto al tavolo all’aperto funzioni — e al Natale avevamo già  rinunciato da tempo, stringendo piccoli patti cauti con altre famiglie, e sono tante, che come noi hanno deciso di non tornare in Italia in questo periodo. Troppi rischi, troppe quarantene, troppe inversioni di marcia da parte di un premier in stato confusionale, uno che non ha ancora capito che le promesse fatte con l’aria da ex simpatico a cui non funzionano più i vecchi trucchi non le ascolta più nessuno.
Con quei numeri e quella variante già  in giro, definire “francamente disumano” cancellare il Natale è stata una ennesima mossa scriteriata, seguita da un inevitabile cambio di rotta che ha fatto sentire presi in giro tutti, da noi stranieri agli amici inglesi in isolamento da giorni per prepararsi a vedere i parenti. Ogni paese ha la sua variante di incompetenza: in questo caso c’è una classe politica che evidentemente non crede in quello che dice e che, a furia di inversioni di rotta, è riuscita a combinare un disastro anche con la popolazione più pragmatica e disciplinata del mondo.
Poi, in un crescendo faticoso anche per noi sassi, è arrivata la notizia del blocco aereo. Isolani di un’isola isolata. Un brutto pensiero, ennesimo ridimensionamento del nostro perimetro di libertà , della nostra idea di ottimismo, dei nostri diritti (a cui, stando da un anno in salotto, pensiamo sempre meno spesso). E soprattutto un incubo pratico per migliaia di persone, soprattutto giovanissimi, che non hanno una domesticità  rodata come la nostra a cui tornare per improvvisare un Natale mutante. Bastava comunicare prima, comunicare meglio? O avrebbe portato troppi rischi di contagio, troppi errori come quelli fatti con Wuhan all’inizio?
Ripenso all’amico che per andare dalla famiglia in Romania dovette passare due settimane in un albergo circondato dai lupi in Transilvania a mangiare quello che gli mettevano davanti alla porta chiusa dall’esterno: sarebbe stata una soluzione accettabile per noi? Intanto una mail mi informa che secondo uno studio un italiano su dieci sta pensando di tornarsene in patria in via definitiva. Inevitabile, vista l’incertezza monumentale di questi tempi in cui l’organizzazione è tutto. I cieli si riapriranno, speriamo presto, ma che ne è di quella «divina vitalità » di Londra di cui parla Virginia Woolf? Basteranno gli aerei per riaccenderla?
Al supermercato lo scaffale della carta igienica questa volta è pieno, la gente si arraffa ‘mince pies’ e altre prelibatezze natalizie, ma alcuni cartelli spiegano che forse ci saranno difficoltà  nei rifornimenti di cavolfiori e cavoletti di Bruxelles nei prossimi giorni di intreccio infernale tra Brexit e Covid, una sciagura fatta in casa e l’altra caduta dal cielo, in combutta per sentenziare l’enorme fallimento di una politica piaciona e cinica. Nella tempesta perfetta della Londra del dicembre 2020 sembrano essersi dati appuntamento i peggiori spiriti degli anni passati: populisti, opportunisti, hacker, manipolatori da social, riformisti mosci, scettici vari, stampa trash, roba che Ebenezer Scrooge farebbe una smorfia di orrore.
Mentre la ministra dell’Interno Priti Patel invita a fare la spia sui vicini che infrangono le regole, i cieli sono vuoti e le autostrade del Kent sono intasate di camion i cui conducenti stanno vivendo un dramma parallelo a quello dei viaggiatori bloccati negli aeroporti, senza cibo nè servizi e con un carico da difendere dal deperimento. In Francia accade lo stesso, ma in un giro di vite nella disperazione, i britannici sono anche angosciati all’idea che tutti quei camion fermi vengano usati come cavalli di Troia da migranti desiderosi di entrare nel loro territorio.
Qualche anno fa per Natale regalammo ai miei suoceri una bellissima coperta con la Union Jack. La lana era pregiata, i colori scuri evitavano sia l’effetto “nostalgia dell’impero”, sia quello “bikini di Geri Halliwell”. Prima della Brexit il Regno Unito era anche questo, tre colori in croce che parlavano di avanguardia e libertà , scienza e arte e di una città  che aveva come unico problema il suo enorme successo. Con tutta la comprensione per certi processi che hanno portato alla Brexit, ma chi, in quel 52% di elettori che ha voluto uscire dall’Europa, può essere soddisfatto davanti a una tale situazione, mi chiedo guardandomi intorno per le strade svuotate, ma tranquille del mio quartiere. Quando gli aerei riprenderanno a volare, i britannici scopriranno che il loro posto nel mondo è cambiato e che il loro futuro è stato deciso così, a colpi di braccio di ferro e di annunci a effetto nella settimana dell’apocalisse, quella in cui tutti i nodi vennero a galla.

Cristina Marconi
(da “Huffingtonpost”)

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COSA SUCCEDE SE TRUMP SI RIFIUTA FISICAMENTE DI LASCIARE LA CASA BIANCA DOPO IL GIURAMENTO DI BIDEN?

Dicembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile

ENTREREBBERO IN AZIONE GLI UOMINI DEI SERVIZI SEGRETI PER RIMUOVERLO FISICAMENTE COME UN MATTO QUALSIASI

Ora che Joe Biden ha ufficialmente incassato il voto dei grandi elettori manca pochissimo al suo insediamento alla Casa Bianca, previsto per il 20 gennaio 2021.
Sulle pagine social del neo eletto presidente e della sua vice, Kamala Harris, è partito il conto alla rovescia, ma intanto si fanno sempre più insistenti le voci secondo cui Donald Trump non sarebbe intenzionato a lasciargli campo libero a mezzogiorno del 20 gennaio, termine ufficiale di scadenza del suo mandato.
Il Tycoon potrebbe rifiutarsi di lasciare fisicamente la residenza presidenziale di Pennsylvania Avenue abitata per quattro anni, nell’ennesimo tentativo di negare il risultato delle elezioni e affermare la sua versione dei fatti: e cioè che lo spoglio dei voti sia stato “truccato” e il risultato “rubato”, come ha provato a dimostrare attraverso i vari ricorsi presentati alle corti statali e alla Corte Suprema, puntualmente respinti.
Eppure Trump non si sarebbe ancora arreso, e potrebbe non arrendersi. Secondo fonti vicine al governo, negli ultimi giorni il presidente uscente avrebbe riunito attorno a sè un gruppo di fedelissimi outsider per essere supportato e consigliato sulle ultime mosse da sferrare prima della fatidica data dell’Inauguration Day.
Tra questi l’avvocata cospirazionista Sidney Powell e l’ex consigliere della sicurezza nazionale Michael Flynn, il quale ha invocato l’intervento della corte marziale e dell’esercito negli Stati contestati perchè si svolgano nuove elezioni.
Secondo le indiscrezioni, del gruppo degli advisor farebbe parte anche Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca di recente accusato di frode, il quale ha detto che il presidente uscente deve nominare immediatamente un Super procuratore per fare luce sulle “elezioni truffa”.
Ma l’ultimo disperato tentativo di Trump di rifiutare l’esito del voto e auto proclamarsi legittimo presidente degli Stati Uniti potrebbe essere appunto quello di barricarsi fisicamente dentro la Casa Bianca dopo che Biden e Harris avranno giurato in Campidoglio, mentre tra le strade di Washington potrebbe essere in corso una “contro inaugurazione” allestita dai suoi seguaci.
Anche su Facebook, in queste ore, circolano almeno due eventi virtuali “alternativi”, e cioè “la cerimonia di inaugurazione del secondo mandato di Donald Trump”, in programma per il 20 gennaio.
Ma cosa succederebbe a quel punto, se Trump si rifiutasse fisicamente di lasciare la Casa Bianca?
In quel caso sarebbero i Servizi Segreti a dover intervenire per rimuovere il presidente uscente dall’Executive Residence affinchè Biden e la sua famiglia siano liberi di installarsi.
“Come abbiamo detto dall’inizio, sono gli elettori americani a decidere il risultato delle elezioni. E il governo degli Stati Uniti ha la piena facoltà  di rimuovere i trasgressori fuori dalla Casa Bianca”, ha ricordato lo staff di Joe Biden in un discorso pronunciato a novembre. Se Trump si rifiutasse di lasciare la Casa Bianca dopo il giuramento di Biden e Harris, sarebbe preso come un matto qualunque che cerca di invadere abusivamente la residenza del presidente, e in quanto tale sarebbe rimosso dai Servizi.
Un caso simile non si è mai verificato nella storia degli Stati Uniti, quindi non ci sono precedenti che fughino ogni dubbio sulla strategia da mettere in campo di fronte a un tale scenario, ma il 20esimo emendamento della costituzione statunitense prevede chiaramente che il mandato di ogni presidente scada a mezzogiorno del 20 gennaio successivo alle elezioni.
Dopo il giuramento, Biden sarà  a tutti gli effetti il presidente degli Stati Uniti, e avrà  tutta l’autorità  di chiedere l’intervento dei Servizi Segreti per rimuovere fisicamente Trump dalla Casa Bianca.

(da agenzie)

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IL CARDINALE KRAJEWSKI, L’ELEMOSINIERE DEL PAPA, RICOVERATO PER COVID

Dicembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile

PROTAGONISTA DI MISSIONI UMANITARIE NEI QUARTIERI PIU’ POVERI DI ROMA, E’ RICOVERATO AL GEMELLI

Ora c’è preoccupazione: due cardinali di curia colpiti dal Covid. Il virus ha contagiato due porporati che spesso sono a contatto con Papa Francesco.
Il primo è il cardinale Konrad Krajewski, l’elemosiniere che spesso è protagonista di missioni umanitarie nei quartieri più poveri di Roma e d’Italia per conto del pontefice. Dopo essere risultato positivo al tampone faringeo effettuato alla Direzione Sanità  e Igiene e, con alcuni sintomi di iniziale polmonite, è stato posto sotto controllo al Gemelli.
Il Vaticano sta procedendo alle verifiche necessarie tra quanti sono entrati in contatto con lui nei giorni scorsi
Non si sa se il cardinale sia stato a contatto con il Pontefice in questi ultimi giorni.
Di sicuro venerdì scorso era stato visto parlare fitto con Bergoglio prima della predicazione natalizia del cardinale Cantalamessa.
Il Papa stamattina ha avuto due udienze, la prima con la curia e la seconda con i dipendenti del Governatorato, con i quali ha scambiato anche strette di mano e saluti a distanza ravvicinata.
Il secondo cardinale risultato positivo al coronavirus è il presidente del Governatorato, Giuseppe Bertello, ultra settantenne e prossimo alla pensione.

(da agenzie)

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SI E’ COSTITUITO IL PIRATA DELLA STRADA CHE DODICI GIORNI FA AVEVA TRAVOLTO E UCCISO UN UOMO A FONTANELLA: E’ UN CARABINIERE

Dicembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile

HA AMMESSO DI ESSERE SCAPPATO, PROBABILMENTE ERA VICINA LA SUA IDENTIFICAZIONE… UN’ALTRA PAGINA AMARA PER L’ARMA

Si è presentato di sua spontanea volontà  alle caserma di Calcio l’uomo che lo scorso 10 dicembre ha travolto e ucciso un ciclista di 38 anni intento a raggiungere il luogo di lavoro a Fontanella, in provincia di Bergamo.
Stando a quanto riportato da Corsera sembra che si tratti di un carabiniere residente in zona ma in servizio fuori provincia: il militare avrebbe raccontato ai colleghi di Calcio di essere stato lui a investire con la propria auto Basant Singh, giovane papà  di nazionalità  indiana che in sella alla sua bici stava percorrendo la strada Provinciale 105.
L’investimento è avvenuto intorno alle 6.30 del mattino dello scorso 10 dicembre: dopo aver travolto il 38enne l’auto aveva fatto perdere le proprie tracce lasciando così il corpo inerme del ciclista ai lati della strada.
Poco dopo sono stati alcuni automobilisti a trovare il cadavere di Basant Singh lungo la provinciale 105, una piccola strada che attraversa la campagna e porta da Fontanella a Casaletto di Sopra, nel Cremasco. Gli inquirenti si sono messi immediatamente sulle tracce del pirata della strada analizzando tutti i filmati delle telecamere di sorveglianza che hanno restituito il modello e il colore dell’auto: una Citroen rossa.
Padre di un bambino di sei anni, Basant Singh era in sella alla sua mountain bike intento a raggiungere l’azienda agricola Andreini dove lavorava come mungitore: il suo corpo era stato trovato poco dopo, oramai senza vita, da alcuni passanti. A occuparsi delle indagini sono stati da subito i militari della compagnia di Treviglio, poi la svolta con il pirata della strada che si è costituito alla caserma di Calcio.

(da Fanpage)

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CEPPO INGLESE PIU’ CONTAGIOSO: COSA PUO’ SUCCEDERE A GENNAIO

Dicembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile

I NUOVI CASI NON SCENDONO E IL NUOVO VIRUS PREOCCUPA

Le regole annunciate dal premier Giuseppe Conte sulla zona rossa per le festività  valgono fino all’Epifania, ma con l’esplosione della nuova variante del Sars-Cov2 nel Regno Unito gli scenari per il 7 gennaio sono incerti e si pensa addirittura a nuove chiusure.
A fare il punto sulla situazione è Walter Ricciardi, consigliere del ministero della Salute, a “Un Giorno da Pecora” su Radio2: “Che la variante inglese arrivasse era prevedibile. Purtroppo il governo inglese ha avvertito tardi e questo non è bello”. Inoltre, Ricciardi per Natale avrebbe preso altri provvedimenti: “Avrei fatto misure di più lunga durata sul modello di Germania e Austria perchè quelle prese — ha sottolineato — non sono sufficienti“.
Alla trasmissione radiofonica il consigliere del ministro Speranza ha rivelato il suo completo allineamento con le posizioni del titolare del dicastero, capofila della corrente più rigorista del governo Conte: “Io farei un lockdown da subito fino a metà  gennaio”. Questi i conti fatti da Ricciardi: “Ragioniamo per analogia: se prima avevamo un numero di casi inferiori per farli scendere ci abbiamo messo due mesi, ora con un numero maggiore dobbiamo impiegare un periodo analogo”.-
Per Walter Ricciardi è “arduo” tornare tra i banchi in queste condizioni, anche se il piano di rientro della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina sarebbe invece quasi pronto.
“Difficile e pericoloso rientrare a scuola il 7 gennaio” anche per Giorgio Palù, virologo dell’università  di Padova e presidente dell’Aifa, l’Agenzia del farmaco italiana.
“Mi preoccupa l’idea di riaprire tutto dopo l’Epifania, a cominciare dalle scuole”, ha affermato alla Stampa. Palù ha messo in evidenza il risultato di uno studio con cui si “dimostra che il rialzo esponenziale dei contagi in autunno si è generato dopo il 14 settembre”. “Per le scuole superiori e per l’università  è perciò meglio evitare la ripresa il 7 gennaio. I più grandi sono un pericolo, per genitori e nonni”. Inoltre, il virologo Pregliasco ha sottolineato anche come con la riapertura delle scuole “il pericolo è anche sul sovraffollamento dei mezzi pubblici“.
La ministra Azzolina tira però dritto per il 7 gennaio. “Ora, l’impegno comune dovrà  essere quello di riportare in classe tutti gli studenti e le studentesse, che hanno bisogno di riappropriarsi dei loro spazi, di riprendere il cammino di crescita”, scrive nella lettera di auguri di Buon Natale rivolta a tutto il personale scolastico.
Il governo è in allerta soprattutto perchè la variante inglese del Coronavirus, più veloce del 70 per cento rispetto al normale e già  riscontrata in almeno due casi in Italia (qui cosa sappiamo finora), minaccia di mettere in ginocchio un sistema sanitario che si trova sotto pressione a causa di una curva del contagio che frena troppo lentamente. Il punto chiave è quello della trasmissibilità , la rapidità  con cui questo ceppo salta di persona in persona.
“Il fatto che il Regno Unito, in pieno lockdown, dopo le restrizioni di dicembre e l’ultimo blocco quasi totale di novembre, abbia oggi 36 mila casi in 24 ore, è la prova che questa nuova variante ha una capacità  di trasmissione molto maggiore della precedente”, ha spiegato il ministro della Salute Roberto Speranza.
“Quello che preoccupa — continua Speranza — è che la variante sembra avere un impatto sull’indice Rt, l’indice di trasmissibilità , molto più forte. Ha la stessa forza sulle persone, non è più violenta, ma aumenta i numeri. Potrebbe aumentare l’Rt fino a 0,5 punti“.
E i numeri sono alla base dell’allarme scattato nel governo: al momento, l’Italia ha il 32 per cento di posti letti occupati di terapia intensiva e il 39 per cento di area medica. Al ritmo di diffusione della variante inglese del virus, gli ospedali rischiano di non reggere.

(da agenzie)

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IL 79% DEGLI ITALIANI DICE SI’ AL VACCINO, IL 6,5% LO VUOLE SCEGLIERE

Dicembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile

LO STUDIO DELL’UNIVERSITA’ DI PAVIA

“Il 6,5 per cento degli italiani è disposto a fare il vaccino solo se potrà  scegliere quale farsi somministrare”. A spiegare ad HuffPost quella che sembra la logica della “marca preferita”, mentre il Paese si prepara al V-Day, è Stefano Denicolai, componente della task force italiana per l’utilizzo dei dati contro l’emergenza Covid-19 istituita dal Ministero dell’Innovazione in accordo con il Ministero della Salute.
Il dato viene fuori da un’indagine dell’Università  di Pavia — ateneo dove Denicolai è docente di Innovation management — sulla propensione degli italiani a fare il vaccino. Aspetti bizzarri a parte, dallo studio emerge una buona notizia: circa 8 italiani su 10 intendono farsi vaccinare contro il Covid-19 (79,1%), tuttavia una parte rilevante di questi preferisce attendere un po’ di tempo prima di farlo (18,1%).
Quanto a coloro che non si fidano di questo specifico vaccino, essi rappresentano oltre il doppio (6,5%) dei No-vax in genere, che secondo la rilevazione sono il 2,8%.
Sulla disponibilità  a farsi somministrare la preparazione pesa anche la cultura: i laureati hanno una maggiore predisposizione (83,2%), contro i non-laureati (76,3%). Colpisce, andando avanti nell’osservazione dei grafici del sondaggio, il ruolo dei media e dell’informazione sulla scelta delle persone: “Se la presentazione del piano vaccini il 7 dicembre ha sortito un effetto positivo e apprezzabile, l’avvio di una discussione pubblica sul possibile obbligo a vaccinarsi, il 15 dicembre, ha invece scosso gli italiani in senso negativo”.
Nel complesso, però, dal 30 novembre al 20 dicembre si nota il trend secondo cui il numero di contrari a vaccinarsi starebbe calando nel tempo. Infine balza all’occhio che “chi ha scaricato l’app Immuni vuole vaccinarsi in maniera superiore (89,5%) rispetto a chi non l’ha sul proprio smartphone”.
Secondo l’indagine dell’università  di Pavia — fatta su un campione pesato per area geografica ed età  di 3.945 questionari compilati da altrettanti italiani, con dati raccolti fra il 30 novembre e il 18 dicembre, con elaborazioni di Digita4good Lab e supporto di Google — la diffusione attesa in base alle intenzioni degli italiani al 20 dicembre potrebbe essere un po’ più bassa al Sud (77,1%), contro il 79,2% al Nord e l’80% al Centro. Questa evidenza, come spiega Denicolai, “è accentuata dal fatto che al Sud si registra pure la quota più elevata di indecisi, l’8,6%”. Al Sud, tirando le somme, prevale una certa diffidenza verso i vaccini in generale, mentre “al nord il tema è più sentito, perchè ci sono state più difficoltà  e più morti in questa pandemia”.
Fra le ragioni del “sì”, nel Settentrione prevale la speranza di poter raggiunge l’immunità  di gregge; al Centro prevale il timore verso la malattia, mentre al Sud è significativa la quota di chi preferisce attendere un po’ di tempo di prima di vaccinarsi. Complessivamente, dicono i rilevi, la diffusione della predisposizione verso il vaccino Covid19 può dirsi abbastanza omogenea in tutto lo Stivale.
Come prevedibile, il 91,1% di ultrasessantacinquenni presenta una più elevata intenzione di vaccinarsi appena sarà  possibile. La ragione prevalente è, chiaramente, il timore di ammalarsi. Ad ogni modo, la distribuzione dei risultati per fasce d’età  presenta qualche sorpresa: i più giovani (meno di 25 anni) che si dichiarano non disponibili a vaccinarsi sono solo il 12.7%, ovverosia una quota più bassa rispetto a quanto avviene fra 26 e 65 anni (Fra 15.1% e 15.9%).
I giovani italiani, quindi, dimostrano un senso di responsabilità  verso la collettività , ma tra loro c’è pure la più elevata quota di indecisi.
Come sottolineato da Denicolai, “chi ha un certo livello di istruzione è molto più favorevole”. Esso è senza dubbio un fattore rilevante nel prevedere la propensione positiva verso il vaccino del Covid. Difatti, non stupisce che l’intenzione a farselo salga all’83.2% nel caso dei laureati, mentre è ferma al 76.3% fra chi non ha questo titolo di studio.
Fra i laureati, poi, è più elevata anche la predisposizione a vaccinarsi subito, appena possibile. Per quanto riguarda i no-vax, sono significativamente più diffusi fra i non laureati, così come la quota degli indecisi è più elevata fra i non-laureati.
In molti sanno che tendenzialmente i No-vax mostrano uno scetticismo pregiudiziale nei confronti di innovazione e scienza in generale e, sulla scorta di questo, lo studio dell’Università  di Pavia conferma che l’intenzione di vaccinarsi subito contro il Covid-19 sembra sia alimentata da una naturale predisposizione verso tutto ciò che è nuovo, quindi legato all’innovazione, alla tecnologia e alla scienza.
L’indagine ha inoltre provato a mettere in relazione la predisposizione al vaccino con quella verso Immuni, e i risultati sono molto interessanti: fra chi ha scaricato l’app, l’intenzione di vaccinarsi contro il Covid-19 sale addirittura all’89,5%, contro il 71,3% fra chi è contrario a Immuni. “In generale- dice Denicolai — chi scarica Immuni è una persona che usa il distanziamento sociale e la mascherina in modo più attento e puntale e che ha un alto senso civico”.
Denicolai, commentando l’indagine dell’Università  di Pavia, fa notare, infine, che il timore degli italiani verso le conseguenze della Covid-19, oggi va più verso l’impatto economico della pandemia, piuttosto che sui rischi sociosanitari. “Questo dato è cambiato nel tempo, all’inizio la paura era più sanitaria, adesso è più legata al portafoglio”.
Rispetto agli scettici del vaccino, che sono il 20%, “c’è in essi un livello di guardia verso il rischio di contagio un bel po’ più basso rispetto a chi è orientato al vaccino”, cioè abbiamo una correlazione tra chi ha qualche timore in più rispetto al contagio, che quindi vuole vaccinarsi, e chi invece è più rilassato e non intende vaccinarsi.
“La scoperta dell’acqua calda?”, si domanda lui. “Voglio dire che chi è più rilassato usa meno mascherine, meno distanziamento sociale e cercherà  di non vaccinarsi, quindi sarà  il responsabile del perdurare della circolazione del virus”.

(da agenzie)

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MOBILITA’ TORNATA AI LIVELLI DI OTTOBRE, I RISCHI DELLA “VOGLIA DI NATALE”

Dicembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile

DATI SULLA CIRCOLAZIONE COME PRIMA DEL DCPM

Per valutare le conseguenze della “voglia di Natale” degli italiani bisognerà  aspettare, come sempre quando si tratta di verificare l’impatto del virus, almeno quindici giorni. Quanto hanno pesato sulla curva dei contagi le strade e le stazioni affollate, le vie intasate dalle macchine degli italiani in coda per gli spostamenti o lo shopping prenatalizio, come testimoniano centinaia di foto scattare da Nord a Sud, si saprà  nei primi dieci giorni di gennaio. Quel che è certo è che, specie nelle ultime due settimane, la mobilità  ha subito un incremento notevole.
“È tornata ai livelli di metà  ottobre, al periodo precedente l’entrata in vigore dei Dpcm che introdussero le prime misure restrittive”, spiega Sergio Iavicoli. Componente del Comitato tecnico scientifico e direttore del dipartimento di medicina, epidemiologia e igiene del lavoro e ambientale dell’Inail, con altri ricercatori dell’Istituto ha analizzato i dati messi a disposizione da Apple, Google e Intel e anche da Roma Mobilità  – in automobile, pedonale e sui mezzi pubblici – dal periodo immediatamente precedente l’inizio della pandemia fino alla settimana passata e – in automobile e a piedi – dal 1 settembre al 19 dicembre tradotti in due grafici che HuffPost pubblica in esclusiva.
Dai quali emerge “il rischio è che tutto quello che abbiamo visto negli ultimi dieci quindici giorni possa tradursi una spinta alla circolazione del virus. Sarà  importante – fa notare Iavicoli – monitorare il possibile impatto sugli indicatori epidemiologi”.
La prudenza, e il condizionale, sono d’obbligo “perchè non è stata ancora provata una correlazione diretta tra incremento della mobilità  e aumento del rischio”, puntualizza l’esperto. E però, una circolazione più sostenuta si traduce in una maggiore possibilità  di entrare a contatto col virus “e in passato abbiamo visto che a un aumento della mobilità  ha corrisposto un incremento degli indicatori del contagio”, dice Iavicoli
Un passato non troppo lontano: è successo – dai grafici dei ricercatori dell’Inail si vede chiaramente – a settembre, poco dopo la ripartenza di gran parte delle attività  in presenza e la riapertura delle scuole. Una situazione delicata, peggiorata nel giro di poco tempo, che ha fatto saltare il sistema di tracciamento dei contatti sui territori. Richiedendo l’adozione di misure di contenimento, introdotte dal Governo a partire dalla metà  di ottobre – secondo alcuni esperti, tardi – e via via incrementate, che hanno portato a un graduale abbassamento dell’Rt (l’indice di trasmissione), in base all’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità  attestato su 0,86 .
Ebbene, dalle analisi dei ricercatori dell’Inail, che approfondiranno la questione con gli studiosi dell’Iss, risulta che nelle ultime due settimane il livello di mobilità  nel nostro Paese è tornato ai livelli dei primi giorni di ottobre.
Rispetto ad allora, però, lo scenario è cambiato. In peggio.
Natale e Capodanno sono imminenti, stanno per arrivare i mesi più rigidi dell’inverno e la stagione influenzale non è ancora entrata nel vivo, “per cui – scandisce Iavicoli – non ne conosciamo l’impatto reale”.
Il 27 dicembre partirà  la campagna vaccinale anti Covid col siero della Pfizer BioNtech messo a punto e approvato dagli enti regolatori a tempo di record e intanto è arrivata la “variante inglese”, che per l’esperto “va seguita con molta attenzione, cercando di capire prima di tutto quanto il virus così modificato sia circolato”. In questo contesto, aggravato dall’ipotesi della terza ondata, quale impatto può avere l’aumento della mobilità  rilevato? “Il rischio che possa registrarsi un innalzamento della curva potenzialmente resta – risponde Iavicoli – ma vanno considerate anche le rigorose misure assunte per contenere il contagio durante queste festività ”.
Misure da rispettare “assolutamente” – ripete il dirigente Inail, tenendo presente che l’ultimo report dell’Iss presentato venerdì scorso ha confermato che il tasso di circolazione del virus è alto in tutta Italia e registrato un principio di peggioramento della situazione rispetto alle settimane precedenti.
Nelle feste il rischio non deriverà  dalla mobilità , che dovrebbe ridursi anche per effetto dei provvedimenti assunti dal Governo nell’ultimo decreto, ma dall’aggregazione in contesti domestici.
La regola principale, allora, “è stare in casa con i conviventi e limitare al massimo il contatto con altre persone estranee al nucleo familiare più stretto. Più ampliamo il numero dei conviventi più aumenta il rischio di contagio”, avverte Iavicoli.
Non dimenticando che un incremento della circolazione del virus andrà  ad impattare, direttamente e negativamente, sulla campagna vaccinale. Allontanando la possibilità  di ripristinare – per farlo bisogna riportare il numero dei nuovi positivi a 5-6000 al giorno –   il tracciamento dei contatti sui territori, indispensabile per il contenimento del virus.
In definitiva, per annullare gli effetti che potrebbero rivelarsi molto negativi degli affollamenti prenatalizi nelle strade, bisogna attenersi alla lettera alle misure fissate dal Governo per le festività . Con la consapevolezza che “non rispettare queste regole pregiudicherà  il resto della strada per uscire dall’emergenza, allungando i tempi e il percorso per battere il virus”.

(da agenzie)

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“L’UE NON HA COMPRATO VACCINI”: IL SOLITO TITOLO BUFALA DI “LIBERO” (CHE POI VIENE SMENTITO NELL’ARTICOLO STESSO)

Dicembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile

NEL TESTO VENGONO POI FORNITI I NUMERI DEGLI ACQUISTI DEI VARI VACCINI… PUR DI ACCHIAPPARE LETTORI SI CREA UN ALLARMISMO IGNOBILE

Un cittadino italiano oggi — martedì 22 dicembre — va in edicola e scandagliando tra le prima pagine si trova un titolo allarmistico che attira la sua attenzione e, magari, lo spinge a comprare Libero quotidiano.
«L’UE non ha comprato vaccini» si legge in apertura, a nove colonne, sul quotidiano diretto da Pietro Senaldi. Un fatto molto grave che smentirebbe le narrazioni, anche sull’inizio della campagna di immunizzazione prevista per il 27 dicembre in tutta Europa dopo l’approvazione del vaccino Pfizer-BioNTech da parte dell’Agenzia Europea del farmaco (EMA).
Poi, andando a leggere l’articolo che parte dalla prima pagina per concludersi a pagina tre, si leggono cose ben differenti da quell’allarmismo provocato dal titolo civetta (non acchiappa-click, ma acchiappa-vendite). Il tutto, inoltre, viene smentito dai contratti pubblicati anche sul sito della Commissione Europea.
Già  leggendo il sommario, però, la situazione è ben diversa dal titolo «L’UE non ha comprato i vaccini».
Poi, andando a leggere l’articolo a firma Fausto Carioti si mostra come si prenda per buona (anche se con moltissimi condizionali) un’accusa pubblicata sul quotidiano tedesco Der Spiegel sulla scelta da parte della Commissione Europea di acquistare dosi di prodotti immunizzanti anti-Covid da diverse aziende. E tra di loro ci sono anche Pfizer-BioNTech (che sarà  inoculato a partire dal 27 dicembre) e Moderna.
Nell’articolo si fa riferimento alle dosi acquistate. Contratti che hanno coinvolto diverse case farmaceutiche che negli ultimi mesi hanno lavorato e sperimentato il vaccino contro il Covid. E si parla, secondo l’accusa del Der Spiegel ripresa da Libero, di Sanofi che ha avuto difficoltà  nella sperimentazione e ha rimandato il tutto all’ultimo trimestre del 2021. Questo intoppo è reale, ma tutto ciò non vuol dire che l’UE non ha comprato vaccini. Perchè basta andare sul sito (anche in versione italiana) della Commissione Europea per leggere i contratti firmati nel novembre scorso con i vari produttori: da AstraZeneca a CureVac, passando Janssen (Johsnon&Johnson) per Pfizer-BioNTech e Moderna. E anche con la francese Sanofi-GSK.
I contratti sono stati tutti depositati diverse settimane fa e ufficializzati (anche come quantitativo) sul sito istituzionale e ufficiale della Commissione Europa.
Si parla di sei aziende coinvolte in questa lotta contro la pandemia e di sei prodotti che, ovviamente, non sono univoci: come obiettivo c’è quello di sconfiggere il Covid, ma con approcci e tecnologie mediche differenti.
Per questo motivo, visto lo stato di emergenza globale, è stato deciso di non affidarsi a un fornitore unico, aprendo lo spettro decisionale a un numero maggiore di prodotti. Il tutto certificato (come ammesso anche nell’articolo a firma Carioti).
Quale sarebbe il problema?
Secondo quanto riportato da Libero quotidiano, facendo sponda sul Der Spiegel, l’Unione Europea avrebbe acquistato poche dosi del vaccino Pfizer-BioNTech (300 milioni, in due tranche: 200+100) per mantenere un equilibrio tra l’azienda tedesca che ha lavorato con il colosso americano e la francese Sanofi. Quest’ultima, però, è in ritardo.
E questa sarebbe la chiave per pubblicare un titolo come «L’Ue non ha comprato vaccini»? Evidentemente il titolo è errato e non riassume la notizia. Ed è smentito anche dall’articolo stesso.

(da agenzie)

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IN UNGHERIA NASCE UN FRONTE COMUNE CONTRO ORBAN PER LE ELEZIONI 2022: LE OPPOSIZIONI SI UNISCONO IN UNA LISTA NAZIONALE COMUNE

Dicembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile

UN SOLO CANDIDATO COMUNE PER OGNI CIRCOSCRIZIONE ELETTORALE…I SONDAGGI DANNO IL “FRONTE COMUNE” AL 41% CONTRO IL 39% DEL PARTITO DI ORBAN

L’Ungheria è a un bivio e sta rischiando grosso. L’opposizione democratica ungherese, per la prima volta, fa fronte comune contro il premier nazionalista Viktor Orban: sei partiti che vanno dai nazionalisti (Jobbik) ai socialisti, passando per liberali, i verdi e i democratici, hanno infatti annunciato un accordo.
L’intesa prevede la nascita di una lista nazionale comune e la presentazione di un solo candidato comune in ogni circoscrizione uninominale.
La lista sarà  capeggiata da un candidato premier comune da trovare in una serie di elezioni preliminari, procedimento inedito in Ungheria.
Le prossime elezioni si svolgeranno nell’ aprile del 2022. Un accordo simile funzionava già  nel 2019, quando l’opposizione ha conquistato Budapest e dieci altre grandi città  alle amministrative, ma mai in elezioni politiche.
I sondaggi fanno vedere un aumento dei consensi per l’opposizione: la lista comune ha 41% contro i 39% del Fidesz di Orban, mentre è in discesa il numero degli astensionisti, finora più di un terzo dell’elettorato
Secondo l’istituto Median, Fidesz ha perso mezzo milioni di voti negli ultimi tempi come effetto del veto di Orban all’Ue e l’affare dell’ex eurodeputato Jozsef Szajer, arrestato a Bruxelles, mentre stava fuggendo da un festino di sesso.
Il fronte comune dei sei partiti intende lottare contro la corruzione del regime di Orban, contro il dirottamento dei fondi pubblici ed europei, ristabilire lo stato di diritto e la libertà  della stampa, l’indipendenza della giustizia, riscrivere la Costituzione e la legge elettorale ingiusta in senso proporzionale, sostituendo il sistema misto, in vigore attualmente che assicura al Fidesz una maggioranza di due terzi con 40% dei voti.

(da agenzie)

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