Destra di Popolo.net

“MIO PADRE, MORTO DA TRE MESI MA SBATTUTO IN TV COME SIMBOLO DELLA CURA AL PLASMA”

Dicembre 3rd, 2020 Riccardo Fucile

LE IENE LO HANNO INTERVISTATO TRE MESI PRIMA PER FARE DA SPONSOR ALLA CURA FARLOCCA DEL PLASMA, POI MANDANO IN ONDA IN SERVIZIO SENZA DIRE CHE IL PAZIENTE ERA MORTO… L’IRA DEI FAMILIARI: “COME E’ POTUTA ENTRARE UNA TROUPE TV QUANDO A NOI NON FACEVANO ENTRARE?

“Ho sentito subito, il primo giorno, come una spinta, come uno sprone fisico. La prima sacca mi ha già  dato il respiro.”
È il 12 novembre 2020 e queste sono le parole esatte pronunciate ai microfoni de “Le Iene“ da Alcide Bassi, 81 anni, paziente Covid ricoverato a Padova in ventilazione assistita e sottoposto, come tanti altri, alla terapia sperimentale a base di plasma iperimmune. Sembra una storia bellissima, di speranza e rinascita, con tanto di musica strappalacrime in sottofondo, per aumentarne il pathos.
C’è solo un piccolo, non trascurabile, dettaglio: nel momento in cui il servizio va in onda, Alcide è deceduto ormai da oltre tre mesi, il 7 agosto del 2020, in seguito alle complicanze di una polmonite che in poco meno di una settimana l’ha portato via.
A raccontarlo, incredula, è la figlia Federica che, insieme alla mamma e alla sorella Patrizia, si ritrova senza alcun preavviso l’immagine di suo padre, morto mesi prima, mandata in onda in prima serata come simbolo degli effetti miracolosi della cura al plasma, su cui negli ultimi mesi la Regione Veneto ha costruito una campagna a tappeto a Padova e in diversi ospedali del territorio, nonostante l’assenza di qualunque evidenza scientifica.
Non solo. Il servizio de “Le Iene“, firmato da Alessandro Politi e Marco Fubini, si guarda bene dallo spiegare ai telespettatori com’è andata a finire la storia del signor Alcide e anzi, poco prima, fornisce un dato — alla luce di tutto ciò — palesemente falso e privo di alcuna attendibilità : dei 350 pazienti Covid trattati con plasma iperimmune tra l’ospedale di Padova e quelli della provincia padovana “nessuno è deceduto e tutti hanno avuto esito favorevole”, come dichiara entusiasta Luciano Flor, direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Padova.
Un’affermazione importante. Solo che nessuno de “Le Iene” si è mai preoccupato di verificarla. Sarebbe bastato alzare il telefono e domandare alla famiglia di Alcide per scoprire una verità  molto diversa.
Ma andiamo con ordine. Alcide Bassi si ammala di Covid a fine marzo probabilmente nell’ospedale di Abano Terme, dove entra nel pieno della prima ondata per un’operazione che attendeva da mesi. Ci resterà  in tutto tre giorni: pochissimo per un intervento del genere (ma all’epoca tutti i pazienti extra-Covid venivano rimandati a casa quasi subito), abbastanza per essere contagiato.
Dopo dodici giorni appena è costretto a tornare in ospedale, questa volta a Padova, questa volta per non tornare più, anche se all’epoca nessuno della famiglia poteva immaginarlo.
Quello che accade nelle successive tre settimane a Padova è un enorme buco nero che la famiglia ha ricostruito a fatica solo in un secondo tempo: le prime 36 ore in Infettivologia, poi l’aggravamento e il trasferimento nel reparto Covid intensivo.
“L’ultima notizia che abbiamo avuto di mio padre è stata in quel momento” racconta la figlia Federica, “quando i medici ci hanno informato che la situazione era molto critica e che lo stavano per intubare. Poi più nulla.”
E non riceveranno più alcuna notizia fino a un pomeriggio di inizio maggio quando sul telefono di Federica arriva una chiamata. È papà  che, con la voce affaticata, comunica alla figlia che è risultato finalmente negativo al tampone e aggiunge: “Lo sai, divento famoso. Sono arrivate Le Iene“.
Il resto della storia Federica e la famiglia lo apprendono direttamente dal servizio del 12 maggio, sempre a cura di Politi e Fubini, che si apre proprio con le immagini di papà  Alcide che declama i benefici miracolosi della cura al plasma.
“Mentre noi in quel periodo non potevamo vederlo nè sentirlo, com’è possibile che a una troupe televisiva sia stato permesso di entrare in reparto, fino al suo letto, senza che nessuno della nostra famiglia sia nemmeno mai stato avvisato?” si chiede ancora oggi Federica.
Che ricorda: “Era la pallida controfigura dell’uomo forte che abbiamo sempre conosciuto, ridotto a un ematoma vivente, provato dalla dissenteria e con 20 chili in meno, e raccontava di come la prima trasfusione di plasma fosse stata per lui un colpo di vita.”
È la stessa dichiarazione — l’unica mai rilasciata da Alcide — che ricomparirà  nel video del 12 novembre. Quello che “Le Iene” non raccontano, nell’ansia di dimostrare la propria tesi, è ciò che è accaduto nei sei mesi che intercorrono tra il primo e l’ultimo servizio.
In un primo momento Alcide sembra stare meglio. In seguito a una serie innumerevole di cure, farmaci e terapie, molto diverse tra loro (tra cui anche le trasfusioni di plasma iperimmune) viene trasferito in lungodegenza.
In quel periodo riesce a riprendere anche i contatti con la famiglia. Il peggio sembra alle spalle. Poi, all’improvviso, a inizio agosto, a causa di una seconda polmonite, viene trasferito una seconda volta d’urgenza in Pneumologia in gravi condizioni, ma questa volta non c’è nulla da fare: Alcide muore il 7 agosto.
Nessuno de “Le Iene” ha mai contattato la famiglia per verificare le condizioni dell’uomo che, appena tre mesi prima, era diventato il volto e principale sponsor — a sua insaputa — della cura al plasma.
E arriviamo, così, a quel fatidico 12 novembre, quando un amico di famiglia chiama la mamma di Federica. Ha appena visto il servizio alla televisione: “Ogni volta che vedo Alcide, è un colpo al cuore” dice.
Per la famiglia è una beffa inaspettata e dolorosa, di cui non sapevano nulla e che li lascia una seconda volta sgomenti. “Vedere mio padre sbattuto in televisione, in quello stato e in quel modo, è stata un’altra batosta” dice Federica.
“Come hanno potuto utilizzare le parole di mio padre, una persona deceduta, strappate in uno dei pochissimi momenti di gioia e illusione degli ultimi mesi, per pubblicizzare una presunta cura miracolosa che dovrebbe salvare dal Covid? Chi ha permesso che tutto questo avvenisse? Nessuno di noi sa esattamente cos’è successo in quelle tre settimane, tra aprile e maggio, nè cosa abbia portato alla brusca ricaduta in estate. Quello che sappiamo con certezza è che, se mai la cura al plasma abbia avuto effetti su mio padre, di sicuro non sono stati positivi, se non per un primissimo e flebile momento, forse legato anche all’effetto placebo”.
Dubbi, quelli di Federica, confermati indirettamente anche da due immunologi noti a livello nazionale come il Professor Roberto Burioni, tra i primi a schierarsi con gli scettici sulla cura al plasma, e la Professoressa Antonella Viola, che ha criticato pubblicamente proprio il servizio de “Le Iene“, bollandolo senza mezzi termini come “antiscientifico”.
Infine, nei giorni scorsi, l’autorevole rivista scientifica “New England Journal of Medicine” ha pubblicato uno studio che smentisce, al di là  di ogni ragionevole dubbio, qualunque beneficio della plasmaferesi sui pazienti Covid: su 228 pazienti presi in esame, infatti, la mortalità  registrata tra i pazienti curati col plasma e quelli curati con un placebo (o altri metodi) è la stessa: l’11 per cento.
Tradotto? Non c’è alcuna correlazione scientificamente provata tra il plasma iperimmune e la cura del Covid-19.
“Fa rabbia”, scuote la testa Federica “sapere e vedere con i propri occhi tuo padre utilizzato con una tale superficialità  come cavia umana per lanciare titoloni o alimentare la propaganda di questo o quell’altro politico. Mi auguro, perlomeno, che possa essere da monito per tutti e un invito ad andare oltre quello che viene raccontato con enfasi in tv e sui social e mantenere sempre uno spirito critico. Perchè, dietro a quelle narrazioni trionfalistiche, potrebbero esserci storie come quella di mio padre”.

(da TPI)

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LA CRUDA TESTIMONIANZA DI UNA VEDOVA DI UN MEDICO DI BASE DELLA PROVINCIA DI BERGAMO

Dicembre 3rd, 2020 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DI TUTTE LE CARENZE DEL SISTEMA SANITARIO DELLA REGIONE LOMBARDIA CHE HANNO PORTATO, TRA GLI ALTRI, ALLA MORTE DI SUO MARITO

Buongiorno Dott.Giupponi (Direttore Generale ATS Bergamo ndr),
le invio questo scritto con alcune mie considerazioni e riflessioni personali, sperando lei possa rispondere anche ad alcune mie istanze in merito alla situazione socio-sanitaria che, come cittadina bergamasca, ho rilevato dall’inizio del mese di marzo 2020 ad oggi.
Mi chiamo Alessandra Lombardo, sono insegnante di scuola secondaria di 1° grado, moglie di Gianbattista Perego, medico di assistenza primaria nel Comune di Treviolo(BG) ed aggiungo io, non per vanto ma per la stima che avevo nei suoi confronti e nella sua massima dedizione professionale, anche dermatologo, omeopata, agopuntore, omotossicologo, ozonoterapeuta e profondo studioso di ogni strategia atta a fronteggiare diverse patologie e sperimentare nuovi approcci terapeutici.
Gianbattista Perego è deceduto il 23-04-2020, dopo 37 giorni di calvario, 150° medico di una triste lista di coloro che fino all’ultimo respiro hanno prestato assistenza, conforto e cura ai propri pazienti, pur nella totale mancanza di DPI adeguati.
ATS di Bergamo, agli inizi del mese di marzo 2020, aveva dato in dotazione ad ogni medico di base del territorio, pochissime mascherine chirurgiche ed una confezione di guanti monouso, non rispondendo minimamente a garantire la sostituzione giornaliera dei DPI indispensabili per effettuare in totale sicurezza, le visite ambulatoriali e domiciliari ai pazienti più bisognosi e gravi, nonostante le rassicurazioni di Regione Lombardia circa la fornitura dei DPI stessi (prime indicazioni di Regione Lombardia giunte in ATS il 23-02-2020 registro ufficiale ATS.I.0020724 del 24-02-2020 ore 9.22).
A tale proposito la pregherei di ricordare tali indicazioni al Sig. Gallera visto che, quando intervistato dalla stampa, continua a sostenere che i DPI vanno acquistati dai medici stessi.
Tale delibera allora che senso avrebbe?
Ricordo la disperata ricerca di trovare DPI idonei tramite amici e pazienti, lo smarrimento generale unito alla paura personale di un reale contagio, che si è rivelato per lui fatale.
Purtroppo a distanza di mesi sono a conoscenza diretta di alcuni disservizi che permangono ancora sul territorio, sicuramente imputabili ad una gestione a dir poco scandalosa e colpevole della Regione Lombardia e pertanto mi rivolgo a lei, come Direttore Generale preposto alla gestione e alla responsabilità  del funzionamento dell’apparato sanitario provinciale, insieme ai Direttori Sanitari.
Mi risulta che ai medici di base, per l’intero mese di ottobre, non sono stati distribuiti DPI e che solo nelle ultime 2 settimane, sono stati dati camici, mascherine chirurgiche, poche mascherine ffp2 ma non tute intere, non copricapo, nessuna mascherina ffp3 e nessun occhiale.
Inoltre agli stessi è stata distribuita una fornitura irrisoria di vaccini anti-influenzali, anche senza aghi, insufficiente a garantire la richiesta di pazienti fragili e anziani.
Come fatto personale, posso riferire che circa un mese fa, mia figlia ha aspettato invano una telefonata dal servizio preposto per poter effettuare un tampone, richiesto tempestivamente dal medico di base, tanto da essere costretta a chiamare dopo 12 giorni di attesa, la segreteria della Direzione Generale per avere chiarimenti, non essendo disponibile alcuna risposta chiamando il numero di telefono adibito al sevizio suddetto. Grazie alla disponibilità  della sua segretaria, è stata sottoposta ad un tampone domiciliare, per altro non da me richiesto, che è risultato per fortuna negativo.
Dato che non sono avvezza a scorciatoie gratuite o favoritismi, pur ringraziando infinitamente l’efficienza della sua segreteria, credo che i servizi e i relativi numeri di telefono dovrebbero sempre essere garantiti nelle fasce orarie stabilite, a tutti i cittadini e non solo a chi come la mia famiglia, è stata colpita così tragicamente.
Non oso pensare che la celerità  di un tampone, per di più a domicilio, sia dovuta alla mia situazione personale.
Non tralascio per ultimo:
1) L’infelice e discutibile decisione di ATS Bergamo della richiesta di una consulenza legale per accertare la responsabilità  da parte dei medici di base nella gestione dell’emergenza, con particolare riferimento alla disponibilità  e all’utilizzo dei dispositivi di protezione, quando su 700 medici in provincia, 150 si sono ammalati gravemente e 6 sono deceduti. Demoralizzante il solo pensiero di considerarli responsabili nell’esercizio totale e generoso del proprio lavoro.
2) A fronte della scarsità  di vaccini anti-influenzali gratuiti presso le sedi opportune, la disponibilità  degli stessi a pagamento, presso le strutture private, al costo di 65 euro. Mi chiedo dove siano stati reperiti tali vaccini?
3) Il costo di 90/100 euro dei tamponi a pagamento, quando nella maggioranza delle altre regioni italiane costano meno della metà .
4) Il vistoso ritardo nella risposta dell’esito di un tampone, se effettuato in pazienti asintomatici ma a contatto stretto con soggetti positivi o sintomatici non gravi.
5) La mancanza totale di riferimenti telefonici o via email a disposizione di medici, per avere chiarimenti o disposizioni tempestive finalizzate a richiedere o avere informazioni sull’esecuzione dei tamponi e per ogni problematica inerente alla pandemia in corso
6) La precarietà  di un sistema informatico che non risponde alle esigenze di efficienza e velocità  nello svolgimento del proprio lavoro di assistenza ai malati.
7) L’inefficienza di un servizio telefonico a disposizione delle richieste dei cittadini o dei datori di lavoro. Forse la lista potrebbe continuare ma mi fermo qui.
Spero lei possa trovare le giuste strategie di mediazione anche e soprattutto con coloro che hanno potere politico decisionale e determinante per il futuro della sanità  lombarda, tanto decantata rispetto alle altre regioni italiane, ma ahimè ora specchio di un’incompetenza gestionale e di chiacchiere infruttuose che rifletto- no solo le dinamiche perverse di un sistema malato.
Avrei piacere d’incontrarla personalmente e la ringrazio anticipatamente della sua disponibilità .
Cordiali saluti

Alessandra Lombardo

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FRANCESCA NANNI, PRIMA DONNA NELLA STORIA A CAPO DELLA PROCURA GENERALE DI MILANO

Dicembre 3rd, 2020 Riccardo Fucile

GUIDERA’ L’UFFICIO CHE FU DI SAVERIO BORRELLI… LIGURE DI ORIGINE, UNA BRILLANTE CARRIERA ALLE SPALLE

Per la prima volta nella storia della magistratura è una donna a guidare la procura generale di Milano. L’incarico – in passato ricoperto tra gli altri anche da Francesco Saverio Borrelli, “padre” del pool Mani Pulite – è stato assegnato dal plenum del Csm a Francesca Nanni, 60 anni, di origini liguri e attualmente Pg a Cagliari.
Resta però ancora lunga la strada per la parità  di genere in magistratura.
Le donne costituiscono la maggioranza dei giudici, ma gli incarichi direttivi in tre casi su quattro sono in mani maschili. E tra i procuratori generali le donne sono solo il 14 per cento.
Nanni, ex capo della procura di Cuneo, ha ottenuto in plenum 14 preferenze, contro gli 8 voti andati all’altro candidato, Fabio Napoleone, ex consigliere del Csm ed ex procuratore capo di Sondrio, oggi sostituto pg a Milano.
La poltrona al vertice della procura generale milanese era vacante dallo scorso febbraio, dopo il pensionamento di Roberto Alfonso.
In magistratura dal 1986, nel 2010 è stata la prima donna a diventare procuratrice di Cuneo e otto anni dopo ancora la prima a essere nominata procuratrice generale di Cagliari.
E’ stata sempre pubblico ministero, sin dal suo primo incarico alla fine degli anni Ottanta alla procura di Sanremo.
In quel periodo ha condotto l’indagine sul sequestro di persona a scopo di estorsione dell’imprenditore Claudio Marzocco, trasferito in Calabria e custodito per oltre un mese in Aspromonte: finì con il rilascio dell’ostaggio senza il pagamento del riscatto e con l’individuazione e l’incriminazione di alcuni dei suoi carcerieri.
Risale a quegli anni anche il procedimento per corruzione nell’assegnazione dell’organizzazione del festival di Sanremo, concluso con la condanna di alcuni pubblici amministratori locali (il sindaco pro-tempore e l’assessore al turismo) e dell’organizzatore dell’epoca Adriano Aragozzini.
Dal settembre del 1992 si è trasferita alla procura di Genova dove si è occupata dei reati contro la pubblica amministrazione, trattando, tra l’altro, procedimenti per corruzione e concussione che hanno coinvolto funzionari dell’Anas locali e nazionali.
E’ stata anche alla procura distrettuale antimafia, dove le è stato affidato il territorio del ponente ligure, caratterizzato da importanti infiltrazioni mafiose.
Anni segnati dalle indagini su associazioni a delinquere operanti, anche all’estero, nei settori del gioco d’azzardo, dell’usura, del riciclaggio e dell’importazione e traffico di sostanze stupefacenti dal Sudamerica e dal Marocco e poi dalle inchieste sul terrorismo internazionale e sul contrasto al finanziamento in particolare di quello di matrice islamica.
Da procuratrice di Cuneo e poi da pg di Cagliari, oltre a occuparsi dell’organizzazione e della direzione dei due uffici, ha continuato a svolgere attività  giurisdizionale.
Anche partecipando, da procuratrice, ai turni, compresi quelli per le urgenze.
Da Pg di Cagliari ha trattato in prima persona molte udienze davanti agli uffici giudicanti e ha dato pareri in materia di libertà  personale.

(da agenzie)

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TUTTI VOGLIONO SCARLETT JOHANSSON MA NOI ABBIAMO DI MAIO

Dicembre 3rd, 2020 Riccardo Fucile

SUL WEB GLI ITALIANI PROPONGONO A GRAN VOCE L’ATTRICE COME MINISTRO DEGLI ESTERI AL POSTO DI DI MAIO

Scarlett Johansson come ministro degli esteri. Questa la proposta — scherzosa — che molti italiani a gran voce fanno su Twitter.
La celebre attrice è entrata in trend sui social per la pubblica richiesta di scarcerazione di Patrick Zaki. Che far sentire la propria voce in Egitto oggi sia estremamente pericoloso è noto e Scarlett Johansson ha voluto far sentire anche la sua voce: «Chiedo l’immediato rilascio di Zaki, stato vittima di torture al momento dell’arresto, e di Gasser, Karim e Mohamed. Devono affrontare accuse false, che potrebbero costargli molti anni in prigione»
Il video di Scarlett Johansson che chiede la scarcerare Patrick Zaki e di altri appartenenti alla Ong Eipr ha fatto il giro del mondo.
L’attrice, da sempre politicamente schierata e impegnata nel sociale, ha deciso di registrare un appello su Youtube.
La sorella di Zaky ha espresso gratitudine per le parole dell’attrice, parole che in molti hanno commentato sui social. La battuta che va per la maggiore è quella che sottolinea come Scarlett Johansson si prodighi più di Luigi Di Maio per la causa.

(da agenzie)

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L’EGITTO ACCOGLIE L’APPELLO DI SCARLETT JOHANSSON E LIBERA I MILITANTI DEI DIRITTI UMANI

Dicembre 3rd, 2020 Riccardo Fucile

SI APRE UNA SPERANZA ANCHE PER ZAKI… HA MESSO PIU’ IN DIFFICOLTA’ AL SISI UN’ATTRICE CHE I GOVERNI

Il procuratore generale del Cairo ha deciso di rilasciare i militanti dei diritti umani membri dell’associazione Eipr, la stessa a cui aderisce anche Patrik Zaki.
A dare la notizia è stato inizialmente Farid Y. Farid, corrispondente della Afp che riporta quanto riferito dai giornali locali.
In serata, l’annuncio dell’Eipr su Twitter: «Gasser, Karimi e Basheer sono stati lasciati andare direttamente dalla prigione di Tora. Insolito. Ora sono o a casa o sulla via di casa».
L’annuncio arriva poche ora dopo la pubblicazione su YouTube del video con protagonista Scarlett Johansson.
L’attrice statunitense aveva chiesto alle autorità  egiziane la scarcerazioni di quattro membri di Eipr, fra cui c’era anche Zaki: «Vengono mosse accuse che possono portare a molti anni di prigione, ma il loro unico crimine è stato quello di difendere la dignità  degli egiziani».
L’Eipr non cita Zaki tra le persone che liberate.
Sempre nella giornata di ieri l’avvocata di Zaki aveva visitato il ragazzo nel carcere in cui è detenuto da febbraio a Il Cairo. La denuncia, riportata anche dagli attivisti della pagina Facebook Patrick Libero è che Zaki nella sua cella non avesse nemmeno un letto su cui dormire.
Una denuncia ripresa anche da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: «Chiediamo al Governo italiano che si dia seriamente da fare in vista anche del 7 gennaio, il Capodanno copto. Noi desideriamo che quel giorno Patrick sia libero per festeggiare il Capodanno con la sua famiglia e che poi i successivi giorni del 2021 li passi dove desidera, magari a Bologna dove lo aspettiamo e lo aspettano in tanti».

(da Open)

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LA LEZIONE DI GISCARD ALLA DESTRA CHE L’ITALIA NON HA

Dicembre 3rd, 2020 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE FRANCESE, MORTO DI COVID, ERA UN CONSERVATORE, MA ANCHE UN EUROPEISTA

Il 27 maggio 1974 i francesi, allora popolo giovane, 50 per cento sotto i trent’anni, videro un quarantenne con “passo felino e occhio da rapace” (scrisse il Figaro) attraversare a piedi Parigi per arrivare all’Eliseo.
Valèry Giscard d’Estaing era appena stato eletto presidente, con 400 mila voti di scarto su Franà§ois Mitterrand (50,8 cento) ed apriva una stagione nuova nella rappresentazione stessa della politica.
Dopo i venticinque anni dominati dalla figura di paterna e pedagogica di De Gaulle, la breve parentesi di Pompidou deceduto per malattia prima della fine del mandato, mentre l’onda del 68 ancora muoveva aspettative di ogni genere, Giscard rappresentava un’alternativa di destra al gollismo, tecnocratica, competente, riformista in politica ed economia, ma radicale nell’idea di società .
L’inizio di settennato fu “abbagliante”, come scrive oggi Le Point: la semplicità  di quell’uomo a piedi nelle vie di Parigi era un taglio netto con la monumentalità  del generale e del suo successore Pompidou che alla notizia della morte di De Gaulle aveva pomposamente dichiarato per sempre “vedova” la Francia.
Giscard segnò innanzitutto una rottura con quella retorica, pur dichiarandosene figlio, rivendicando la Resistenza contro il nazismo e, benchè giovanissimo, la partecipazione alla liberazione di Parigi nel 1944 (anche se da sinistra ci fu qualche polemica sul suo reale coinvolgimento).
Ma era il rappresentante della “sociètè liberale avancèe”, di una destra moderna che non aveva bisogno di sdoganare il passato perchè la lotta al nazismo era la sua storia, non doveva occhieggiare ai collaborazionisti o ai nostalgici del colonialismo perchè a questi ci pensava dal suo ghetto Jean-Marie Le Pen.
Era – in poche parole – quella destra liberale, laica, radicale, riformista che l’Italia non ha mai avuto se non in una minoranza testimoniale. E che sapeva parlare alla sinistra senza complessi, come nell’ultimo faccia a faccia televisivo, quando Giscard si rivolse all’avversario con una battuta rimasta famosa: “Lei monsieur Mitterrand non ha il monopolio del cuore”.
Con Giscard la maggiore età  si abbassa a 18anni, le riforme civili si compiono con la legge per l’aborto, nel divorzio il ruolo tra uomo e donna diventa paritario, si riforma il sistema carcerario, salta il monopolio dell’azienda della radio e della televisione di stato.
Ma gli anni Giscard furono anche un rottura nel costume, è stato il primo a mostrare la sua vita privata, mai si era visto un presidente sciare in montagna o in pubblico con un maglione a girocollo e   i pantaloni di velluto.
Da ministro si era già  fatto intervistare a torso nudo negli spogliatoi di un campo di calcio alla fine della partita. La sua campagna elettorale per l’Eliseo fu condotta con la moglie Anne-Aymone per mano, in versione americana, come Kennedy con Jacqueline. Anche le figlie lo accompagnavano, una conversazione con la maggiore sui problemi dei giovani fu diffusa in tivù.
La comunicazione presidenziale fu completamente rivoluzionata. Giscard si invitava a cena nelle case dei francesi normali, riceveva all’Eliseo i rappresentanti degli addetti alla manutenzione delle fogne di Parigi, andò stringere   la mano ai detenuti del carcere di Saint-Paul di Lione a conclusione di una rivolta.
Ma tutto questa fenomenologia, in un paese che ha al tempo stesso una propensione monarchica e una uguale e contraria propensione a mettere il monarca sulla ghigliottina, non poteva che rovesciarsi nel suo contrario.
Come disse il cinico Mitterrand “non è colpa sua, è figlio di un ricco, la sua fortuna è stata la sua sfortuna”.
In effetti Valèry Giscard d’Estaing era nato in una famiglia di banchieri con radici nel 1600. Come la moglie Anne-Aymone Marie Josèphe Christiane Sauvage de Brantes, ma anch’essa con solide radici resistenziali e il padre ufficiale morto nei campi nazisti. Il grottesco paradosso della sua presidenza fu un dono di diamanti per la moglie ricevuto dal dittatore centroafricano Bokassa. Il piglio del giovane presidente si era mutato nella decadente allure di un Luigi XIV.
Ma a minare politicamente la corsa di Giscard è stata soprattutto l’infinita rivalità  con Jacques Chirac, scomparso pochi mesi fa. Tra i due, accaniti avversari da sempre, non c’è mai stata riconciliazione, nemmeno nella vecchiaia. Come scrive oggi Le Monde   “solo la morte ha spento questo duello, tra un aristocratico spesso arrogante, dallo spirito prodigiosamente cartesiano e un Rastignac godurioso e carismatico, tra un orleanista e un bonapartista”.
Alla fine, della sua parabola terrena, più che le innovazioni restano le sconfitte, compresa quella della commissione che ha guidato a Bruxelles per la “Costituzione europea” che il 55 per cento   dei francesi ha bocciato nel referendum del 2005, come una sanzione storica e definitiva.
Amaro e lucido, eletto all’Acadèmie, il senato degli “immortali” di Francia, Giscard non aveva illusioni per il futuro: “i posteri non ricorderanno niente di me, le nostre società  sono senza memoria”.

(da “Huffingtonpost”)

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WEBER, PORTAVOCE DEL PPE IN EUROPA: “BASTA PAROLE, E’ ORA DI AGIRE, FUORI ORBAN DAL PPE”

Dicembre 3rd, 2020 Riccardo Fucile

“LA DECISIONE ERA PREVISTA PER SETTEMBRE, ORA SI AGISCA”

Più volte tirato in ballo negli ultimi giorni dall’ala più liberale del partito, oggi anche il portavoce del gruppo Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber, si è esposto sul tema che ha di nuovo scatenato la guerra interna alla famiglia più rappresentata in Unione europea: l’espulsione di Fidesz, il partito del primo ministro ungherese Viktor Orban, dal Partito Popolare Europeo.
Parlando in videoconferenza con la stampa estera in Germania, il politico bavarese ha detto che “il tempo delle parole è finito, adesso è il momento di agire”.
Ai giornalisti Weber ha ricordato che come presidente del gruppo parlamentare del Ppe si è assicurato che la sospensione di Fidesz dalla formazione, avvenuta a marzo 2019, fosse effettiva: “È stato un segnale forte — ha dichiarato — Adesso Fidesz non è più rappresentata negli organi dei gruppi parlamentari”.
E ha poi colpito duramente i membri ungherese non nascondendo la sua posizione: “Purtroppo, a causa del coronavirus, a settembre non è stato possibile escludere Fidesz“.
La tempistica per prendere questa decisione è nelle mani del presidente del partito Donald Tusk, ma da statuto il voto all’assemblea del partito può avvenire solo in presenza, mentre a causa della pandemia gli incontri si stanno tenendo sempre da remoto.
Così i parlamentari che mirano alla cacciata di Orban hanno deciso di organizzare una raccolta firme per l’espulsione di Tamà¡s Deutsch, capo della delegazione ungherese colpevole di aver paragonato la clausola sullo Stato di diritto, sulla quale la maggior parte del partito è d’accordo, alla repressione nazista e comunista.
Una mossa che, se dovesse ottenere i risultati sperati dall’ala più liberale, secondo fonti interne convincerebbe lo stesso Orban ad abbandonare sia il Ppe che il relativo gruppo all’Europarlamento prima ancora di un voto sull’espulsione del partito.
Weber, però, non motiva la sua posizione con la questione Deutsch o con il recente scandalo sessuale che ha colpito l’ormai ex eurodeputato di Fidesz, Jà³zsef Szà¡jer. Bensì, il ragionamento del leader tedesco si rifà  all’impasse che si è venuta a creare in sede di Consiglio Ue, con Orban e il premier polacco, Mateusz Morawiecki, che hanno optato per la strategia dell’ostruzionismo sul Recovery Fund a causa della condizionalità  legata allo Stato di diritto per l’erogazione dei fondi europei: se non ci sarà  un soluzione nelle prossime ore o nei prossimi giorni, ha spiegato, “ciò avrà  un impatto enorme sulla fine definitiva dell’adesione”.
Sul bilancio dell’Ue, il portavoce del gruppo si è detto favorevole al fatto che tutti i Paesi arrivino insieme ad un accordo, “ma i colloqui stanno già  iniziando su posizioni di ripiego. Cosa fare se non si riesce a raggiungere un accordo?”. Con l’aiuto della “cooperazione rafforzata” di un gruppo di Stati dell’Ue, ha aggiunto, è legalmente possibile per gli altri Paesi decidere in merito agli aiuti per il Covid anche senza Ungheria e Polonia.
“Allora anche i fondi regionali, dai quali i due Paesi traggono grandi benefici, non andrebbero a Budapest e Varsavia”, ha avvertito. “Stiamo giocando con il fuoco”, per questo ha auspicato una depoliticizzazione del dibattito e lo stop alle azioni della Polonia e dell’Ungheria, da lui ritenute irresponsabili. Se il primo ministro ungherese Orban pensa che il compromesso negoziato non sia basato sul Trattato di Lisbona, ha concluso, c’è una sede nella quale ciò può essere chiarito: “La Corte di Giustizia europea, non con il veto”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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QUATTRO EUROPARLAMENTARI M5S ABBANDONANO IL GRUPPO A BRUXELLES

Dicembre 3rd, 2020 Riccardo Fucile

PEDICINI, D’AMATO, CORRAO ED EVI LASCIANO IN CONTRASTO CON LE SCELTE DEL PARTITO… VI PROFILA UN PASSAGGIO AI VERDI

Quattro europarlamentari del M5S, Piernicola Pedicini, Rosa D’Amato, Ignazio Corrao (vicino a Di Battista) ed Eleonora Evi, abbandonano il gruppo pentastallato.
Lo hanno annunciato con una nota indicando di voler proseguire l’impegno a favore delle battaglie di cui sono stati portavoce in questi anni, mettendo al primo posto la difesa del pianeta e la tutela della salute dei cittadini.
La decisione è stata resa necessaria – dicono – dall’impossibilità  di “portare avanti con coerenza la difesa di questi temi, all’interno della delegazione del M5S, il cui operato oggi diverge irrimediabilmente sia dall’impegno preso con gli elettori che dalle aspirazioni originarie del movimento”.
La rottura in realtà  è in gestazione da diverse settimane. E le dichiarazioni rilasciate per giustificare l’abbandono appaiono in realtà  come un modo per celare la vera ragione del loro abbandono, le divergenze rispetto alla questione della riforma del Mes, un tema che divide profondamente il Movimento, con oltre 50 grillini pronti a votare no in aula a Roma e far vacillare il governo.
È il primo consistente segnale di rottura interna formalizzata mentre gli esponenti 5 Stelle cercano di chiudere la partita dell’affiliazione a un gruppo che permetta loro visibilità  (e risorse) nel Parlamento europeo.
Da tempo discussioni sono in corso per associarsi ai socialisti del Pse. I pentastellati eletti al Parlamento Ue sono 14 (compresi i 4 dissidenti).
L’avvicinamento ai Verdi
Rispetto al futuro dei quattro dissidenti, è possibile che transitino nel gruppo dei Verdi i cui vertici si riuniranno domani per prendere una decisione. I gruppo dei Verdi   al Parlamento europeo intanto annuncia che “avvierà  domani la discussione” sulla possibile adesione dei quattro ex europarlamentari M5S.
“Oggi è intervenuto un fatto nuovo “e quindi ne prendiamo atto e iniziamo la nostra valutazione. Ma faremo le cose con calma, non c’è ragione di agire in fretta”, ha osservato il copresidente del gruppo, il belga Philippe Lamberts.
Poi ha ricordato i “problemi strutturali” nell’organizzazione del Movimento già  evidenziati dai Verdi in passato e che hanno portato al nulla di fatto dopo i colloqui esplorativi per un avvicinamento tra le due formazioni politiche a Bruxelles. Problemi legati soprattutto al ruolo svolto dalla piattaforma Rousseau di Casaleggio. “Ma ora i quattro hanno lasciato il gruppo e questo cambia le cose”, ha detto Lamberts sottolineando comunque che chiunque voglia aderire al gruppo “deve condividerne i valori. Decideremo quando la situazione sarà  chiara”.
Corrao: “No al Movimento come partito”
Con una lunghissima lettera Ignazio Corrao ha dato il suo addio al Movimento. “Non sono nessuno – osserva – per dire che è finito, ma sono sicuramente in grado di dire che quello che oggi si chiama M5S è un’altra cosa, qualcosa di più simile agli altri partiti e sicuramente qualcosa a cui, da cittadino, non mi sarei avvicinato”.
Poi sottolinea: “Gianroberto Casaleggio diceva che i partiti, prima di scomparire, proveranno a somigliare al M5S. Purtroppo è successo l’esatto contrario grazie ad un fattore riconducibile alla natura umana che il visionario fondatore non aveva considerato”.
Ma Alessandro Di Battista in un commento sotto al post di Corrao replica che la scelta   di lasciare il Movimento “è un errore”. E poi dice all’europarlamentare dice: “Sei una persona per bene e sei un amico e per me l’amicizia così come la riconoscenza è un grande valore. à‰ stato un onore aver fatto battaglie e migliaia di km insieme a te… Ad ogni modo è la tua vita. In bocca al lupo”.
Pedicini: “Non mi farò cacciare, me ne vado”
L’europarlamnentare Pedicini affida il suo sfogo ad un lungo post. “Agli attivisti, agli iscritti e a tutti coloro che hanno riposto fiducia in me, e in noi – scrive sulla sua pagina social – dico che insieme ad alcuni colleghi abbiamo provato fino all’ultimo a riportare il Movimento sul giusto binario, senza riuscirci purtroppo”. Per questo motivo, prosegue, “è ormai evidente sono una persona scomoda per coloro i quali si sono autoproclamati vertice del M5S.Con questo mio post proverò a toglierlo dall’imbarazzo perchè non sono il tipo che si fa cacciare, piuttosto vado via da solo!”.
D’Amato: “Il Movimento non c’è più”
Dure anche le accuse di Rosa D’Amato al suo ormai ex partito. “È stata avviata una nuova procedura sanzionatoria del Movimento 5 Stelle nei miei confronti e dei miei colleghi al Parlamento europeo. Tolgo gli ex compagni di viaggio dall’imbarazzo di buttarmi fuori per motivi politici”, dice la parlamentare Ue. E poi spiega che la decisione di lasciare i pentastellati derive dal fatto che, a suo dire, il Movimento “al punto in cui siamo, non è in grado di rappresentare i principi e le speranze che sin dal primo giorno di attivismo avevano animato la mia passione politica”. Anzi, aggiunge, ormai “ha perso la sua identità  e ha cessato di esistere da un pezzo e in realtà  se ne sta distruggendo anche il ricordo”.
Evi: “Chi guidava nell’ombra continua a farlo”
Eleonora Evi polemizza invece sugli Stati generali. “Non hanno portato a nulla – accusa – Sono fermamente convinta che l’intero processo sia stato costruito per essere indirizzato fin dal principio e per silenziare e censurare le voci critiche. Il caso di Piernicola Pedicini, escluso dalla votazione per i 30 oratori in modo del tutto arbitrario dal capo politico è eclatante ed emblematico”. Per Evi, quindi, “dagli Stati Generali non emerge alcun cambiamento, nessuna discontinuità , chi guidava prima, formalmente e informalmente nell’ombra, continuerà  a farlo”.

(da agenzie)

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