Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
I VOTI IN PIU’: 8 EX GRILLINI, POLVERINI, ROSTAN … ITALIA VIVA NE PERDE DUE PER STRADA CHE NON SI ASTENGONO… LUPI NON VOTA CONTRO “PER PROBLEMI LOGISTICI”… IN MISSIONE DUE M5S CHE ALTRIMENTI AVREBBERO VOTATO SI’
Pure senza i renziani il governo di Giuseppe Conte ottiene la fiducia della Camera. E lo fa superando il quorum della maggioranza assoluta. L’esecutivo, infatti, passa la prova di Montecitorio con 321 voti a favore, 259 contrari e 27 astenuti.
L’inquilino di Palazzo Chigi incassa una fiducia piena, con ben cinque voti oltre la maggioranza assoluta che è a quota 316 (oggi però era inferiore causa assenze).
Oltre alle forze rimasti fedeli al governo (M5s, Pd, Leu), quelle del gruppo Misto (Centro democratico, le minoranze linguistiche, il movimento degli italiani all’estero) votano sì sette deputati ex M5S (Piera Aiello, Nadia Aprile, Silvia Benedetti, Rosalba De Giorgi, Alessandra Ermellino, Lorenzo Fioramonti, Raffaele Trano), il grillino “dissidente” Andrea Colletti, e Renata Polverini, che dopo aver dato la fiducia al governo lascia Forza Italia.
Aveva annunciato l’astensione, invece, Italia viva che conta 29 deputati: essendo gli astenuti solo 27, in due hanno votato in senso contrario agli ordini di scuderia.
Si tratta di Michela Rostan, che aveva già annunciando l’intenzione di votare la fiducia, e Giacomo Portas, che dai tabulati risulta non aver partecipato.
Assente anche Maurizio Lupi, che era intervenuto in Aula in dichiarazione di voto ma
poi sostiene di aver avuto un “problema logistico”.
Erano in missione Antonio Del Monaco e Doriana Sarli del M5S, che hanno annunciato che voteranno comunque sì a Conte nelle prossme occasioni.
Pd: “Fatto politico importante”. M5s: “Voltare pagina”
“Maggioranza assoluta alla Camera. Un fatto politico molto importante. Ora avanti per il bene dell’Italia!”, scrive su twitter il segretario del Pd, Nicola Zingaretti.
“Segnale positivo per tutto il Paese. È la giusta risposta che la politica doveva dare ai cittadini al termine di questa giornata”, commenta il capo politico ad interim del M5s, Vito Crimi.
Per Matteo Renzi, l’uomo che ha provocato questa crisi, quella ottenuta dall’esecutivo senza di lui “è una maggioranza risicata”.
Non ha ancora commentato la fiducia ottenuta Giuseppe Conte.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
PUNTARE SULL’EUROPEISMO PER ALLARGARE LA MAGGIORANZA E LA RIFORMA ELETTORALE PROPORZIONALE PER INGOLOSIRE FORZA ITALIA
Il discorso di Conte, in attesa del voto di fiducia di oggi alla Camera e domani al Senato, chiarisce
alcuni punti chiave della sua strategia per uscire dalla crisi.
Il primo: nessuna ricucitura con Matteo Renzi, che pure non nomina: “Quel che è successo è incancellabile”. Il presidente del Consiglio non prende in considerazione un riavvicinamento: “È venuta meno la fiducia”.
Conte ha anche annunciato che cederà la delega all’intelligence, una delle richieste avanzate da Renzi: soddisfarla pur senza ambizioni di ripresa del dialogo con Renzi ha un chiaro significato, provare a dimostrare la pretestuosità della crisi aperta da Iv. Confermato dunque che Conte punterà alla sostituzione di Renzi. Con chi?
L’identikit disegnato in aula parla di “forze politiche volenterose” e “persone disponibili”, l’appello è rivolto a chi voglia perseguire una linea europeista contro “le logiche sovraniste”.
In questo passaggio echeggia la strategia suggerita in particolare da Goffredo Bettini, secondo i bene informati l’autore del discorso di Conte: la collocazione europeista come chiave per allargare, in prospettiva per parlare soprattutto a Forza Italia o almeno a una parte.
Conte cita “popolari, liberali e socialisti”, confermando anche che l’obiettivo è la costruzione di una nuova gamba della maggioranza, obiettivo che non appare ancora a portata di mano.
Altro passaggio cruciale: l’impegno in direzione di una legge elettorale proporzionale. La chiede il Pd, perchè l’attuale sistema sfavorisce il centrosinistra. Dovrebbe essere gradita pure a Forza Italia, che senza una riforma che cancelli il meccanismo delle coalizioni elettorali sarebbe costretta a correre alle prossime elezioni sotto la guida della destra sovranista di Salvini e Meloni.
Poco, forse, per sperare che Forza Italia possa entrare in maggioranza, ma abbastanza per sperare che tenga una condotta non del tutto ostile in aula nelle prossime settimane.
Meno significativo l’elenco dei presunti successi di governo e dei punti di programma, sui quali Conte si è limitato a un elenco di obiettivi già indicati, riservandosi però di formalizzare un piano d’azione portando a conclusione l’opera dei tavoli di programma che si era arenata prima della crisi. Ci sarà un “patto di legislatura”, come chiede il Pd. È chiaro che il voto in Senato, che realisticamente Conte supererà senza raggiungere la maggioranza assoluta, è solo un passaggio che non basterà ad archiviare la crisi. Saranno decisive le mosse e i movimenti dei giorni seguenti per capire se davvero il presidente del Consiglio ha la forza, oltre che per proseguire, anche per sperare di arrivare a fine legislatura.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
LA FORZA DEL PREMIER POGGIA NEL SUO CONSENSO POPOLARE, PER QUESTO HA POTUTO SFIDARE RENZI ALLA CAMERA
Il discorso del Presidente del Consiglio può essere preso in molti modi, a seconda dell’inclinazione politica personale e del grado di simpatia verso il personaggio, ma non può certo essere tacciato di poca chiarezza.
Infatti con parole sferzanti e anche assai poco abituali per la politica italiana il premier sceglie nell’aula di Montecitorio una linea durissima contro Renzi e la sua formazione politica, una linea che però ha anche come destinatari “primari” le forze di maggioranza, cioè i soggetti destinati a votare a favore del governo nelle prossime ore.
Questa linea è così riassumibile: o votate per me o vi porto tutti alle urne.
Semplice, drastico, vagamente minaccioso.
Questo il Conte di oggi in Parlamento, un professore – avvocato del popolo – primo ministro che ha piena consapevolezza della sua forza (pur relativa), ma che soprattutto ha ben chiara la debolezza altrui, una debolezza che riguarda tutti i convitati al tavolo della crisi di governo.
Ma dov’è la forza di Conte, di cui oggi abbiamo visto plastica dimostrazione?
È innanzitutto nel Virus e nella condizione di emergenza in cui versa la nazione, che gli consente di bollare come “inspiegabile” la crisi di governo.
Ma è anche nel peso specifico che comunque lui e il suo team hanno ormai guadagnato, divenendo interlocutori spesso privi di alternativa per i soggetti organizzati italiani, stante la crisi devastante in cui versano tutte le forze politiche (compreso il PD).
In cima alla piramide della “forza” però c’è proprio quest’ultimo aspetto, cioè la condizione degli altri attori in scena.
Guardiamoli un momento, per capirci meglio.
All’opposizione c’è innanzitutto Salvini, ancora il più forte nei consensi. Guida però una Lega in profondo ripensamento “ideologico” ed è ormai privo del tocco magico mostrato nelle elezioni regionali, come riscontrabile nei risultati di Emilia Romagna, Puglia e Toscana.
Poi c’è Giorgia Meloni, certamente la figura più in ascesa. Fratelli d’Italia però è debole in questo Parlamento e comunque sconta (come Salvini) un difficilissimo rapporto con l’establishment europeo.
Infine c’è Forza Italia che si pone sempre con toni diversi da quelli degli alleati, mostrando sì coerenza con la propria metà campo, ma anche voglia di smarcarsi appena possibile.
Sul lato della maggioranza c’è un PD che mugugna contro Conte in ogni colloquio riservato, ma che poi in pubblico agisce da scudo stellare al premier, non fosse altro per il fatto che al Nazareno tutto si può fare tranne cha dare ragione a Renzi.
Poi c’è il M5S, in cui regna la confusione più assoluta. Giocoforza quindi stravince la linea “governista” di Di Maio (che pure ha con il premier un rapporto non esattamente idilliaco), anche perchè l’alternativa (tipo Di Battista) è roba buona per le serie minori.
Se a tutto ciò aggiungiamo la paura da febbre a quaranta che attanaglia i parlamentari di tutti i gruppi di fronte ad una crisi senza sbocco e l’ansia da stabilità che regna sovrana al Quirinale, ecco ben evidente il contesto in cui Conte può permettersi toni di sfida come raramente ne abbiamo sentiti in aula.
Anche perchè il professore dispone dell’arma per la battaglia finale, un’arma alimentata dal suo consenso popolare che, pur essendo in calo, è ancora decisamente forte.
Egli infatti può contribuire in ogni momento all’entropia complessiva, facendo scivolare la situazione verso elezioni anticipate cui presentarsi alla guida di una forza autonoma che, male che vada, vale il 10/15 per cento.
Uno scenario che proprio nessuno vuole vedere realizzato, meno che meno il segretario del Pd Zingaretti.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA OGGI DICE CHE TUTTI ERANO A CONOSCENZA DELLA SECONDA ONDATA… TUTTI TRANNE LUI VISTO QUELLO CHE DICEVA A GIUGNO: “SI FA DEL TERRORISMO, PERCHE’ MAI DOVREBBE ESSERCI UNA SECONDA ONDATA?”
Matteo Salvini ha vinto tutto. Prima dice una cosa, la porta avanti per mesi. Poi, sperando che le
persone si siano dimenticati delle sue boutade comunicative, torna sui suoi passi accusando gli altri di aver sottovalutato quell’aspetto che lui minimizzava fino a qualche tempo fa.
Nel rovesciamento della realtà il leader della Lega è sempre stato un fenomeno, senza pari. E oggi arriva il compimento della sua operazione: dire tutto e il contrario di tutto. Così Matteo Salvini su seconda ondata oggi cita i tombini (che ne sapevano più di lui, questo è certo).
Nel consueto appuntamento Facebook, il leader della Lega ha voluto commentare a caldo le parole di Giuseppe Conte a Montecitorio. L’aspetto più interessante è quando afferma: «Sulla prima fase della pandemia è inutile dar lezioni. Si capiva poco e nulla, si navigava a vista e si cercava di salvare il salvabile».
Allora non si capisce perchè, anche nella prima fase, la Lega abbia oprato per un’opposizione non responsabile. Ma il clou arriva poco dopo.
«Ma la seconda ondata — dice Matteo Salvini — l’avevano prevista anche i tombini». Poi prosegue parlando di terza ondata, ma a noi interessano i tombini tirati in ballo dal leader della Lega. Il motivo?
Cosa diceva ieri
Salvini era ospite di una televisione locale e disse tronfio e belligerante: «Ma perchè dovrebbe esserci una seconda ondata? ‘Sta roba che stiano dicendo ‘a ottobre e a novembre, attenzione’. È inutile continuare a terrorizzare le persone».
Insomma, sicuramente i tombini sapevano dell’arrivo della seconda ondata. Ma questo era un fatto noto a tutti. Ma Matteo Salvini era sicuro che non sarebbe mai arrivata e parlava di terrorismo mediatico (e politico). Evidentemente è inciampato in quel tombino lasciato aperto.
(da Giornalettsmo)
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Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
SE SI VA OLTRE, LA CAMPAGNA VACCINALE RISCHIA DI SALTARE
Oggi le consegne del vaccino Pfizer avranno 165 mila dosi in meno e a decidere in quali Regioni tagliare è l’azienda americana.
Il rischio è quello di non avere garantita la fornitura sufficiente per la seconda dose. Possibile iniettarla oltre i 21 giorni? E cosa si rischia se il rallentamento non sarà solo di una settimana? Dietro il ritardo di Pfizer i sospetti del ruolo americano
Nelle scatole di Pfizer oggi in consegna verso le Regioni ci saranno 165 mila dosi di vaccino in meno da poter somministrare. Un amaro dato di fatto a cui nè l’Italia nè l’Europa hanno potuto opporsi: la Big Pharma ha rallentato la produzione perchè impegnata in lavori di ampliamento, punto, anche se il sospetto è che abbia quantomeno lavorato in overbooking.
La notizia della casa produttrice è piombata sugli Stati membri, che tra rabbia e impotenza continuano a minacciare azioni legali per spaventare quello che ad oggi si rivela l’unico vero gigante della trattativa.
«Pfizer ha unilateralmente deciso in quali centri di somministrazione del nostro Paese ridurrà le fiale inviate e in quale misura» ha detto il Commissario per l’emergenza Domenico Arcuri nelle ultime ore.
Secondo gli accordi presi, difatti, la consegna delle dosi del vaccino negli hub sparsi sul territorio italiano è gestita direttamente dalla casa farmaceutica. Morale: in una delle campagne vaccinali più grandi e delicate della storia, il governo non ha alcuna voce in capitolo sulle dinamiche di distribuzione delle forniture.
È ancora Pfizer a decidere a quali Regioni toccherà il taglio di dosi previsto, nello spiazzante stupore di un Commissario per l’emergenza che dichiara di non saperne nulla.
Le reazioni di rabbia da parte dei paesi nordeuropei, le minacce di azioni legali da parte dello stesso governo italiano, hanno avuto un effetto piuttosto ridotto. Rispetto allo slittamento di 15-20 giorni annunciato in prima battuta, ora Pfizer promette un rallentamento soltanto di una settimana, garantendo il recupero della consegna per il 25 di gennaio, con un aumento del ritmo a partire da metà febbraio.
I rischi per il piano italiano
Delle 562.770 dosi settimanali previste per l’Italia, arriverà il 30% di fornitura in meno. Le 397.800 dosi in totale consegnate da oggi, 18 gennaio, devono contribuire a un momento fondamentale della prima fase di campagna vaccinale: quello del secondo richiamo. Per ottenere una protezione completa e quindi essere parte della copertura necessaria per l’immunità di gregge, sarà fondamentale sottoporsi alla seconda iniezione di Pfizer dopo gli indicati 21 giorni.
Considerati i primi momenti di campagna vaccinale come date di rodaggio (compreso il V Day del 27 dicembre), e cominciando a contare dal 31, giorno in cui le somministrazioni sono iniziate su tutto il territorio nazionale, il 20 gennaio risulterebbe la data ufficiale per partire con il secondo richiamo. In buona sostanza tra appena due giorni gli operatori sanitari, primi in assoluto ad aver ricevuto la somministrazione della dose 1, dovranno essere chiamati per la seconda.
Un momento decisivo che il Paese vivrà di fatto all’ombra di 165 mila dosi consegnate in meno e con una promessa da parte di Pfizer di cui ci si dovrà fidare senza molte alternative. Come senza scelta da parte del governo è stata la decisione su quale Regione penalizzare per il taglio di fornitura.
Le regioni penalizzate
Pfizer consegna, Pfizer decide (o almeno questo è il principio a cui si è attenuta): sotto indicazione dell’azienda di distribuzione, oltre alle uniche 5 Regioni non toccate dai tagli (Marche, Abruzzo, Basilicata, Umbria e Valle D’Aosta), Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna saranno tra i territori più penalizzati, insieme a Lazio, Puglia e soprattutto Friuli Venezia Giulia con il 54% di dosi in meno.
Le soluzioni estreme sono due: ricorrere (per chi lo ha messo da parte) al 30% di fiale Pfizer lasciato come scorta e alle poche dosi di Moderna (per chi le ha ricevute), o rallentare ufficialmente il piano vaccinale della regione. Ma durerebbero comunque poco. Dal 28 di gennaio, visto che nella seconda parte della campagna vaccinale il ritmo è aumentato di parecchio, al primo gruppo si sommerà un altro mezzo milione di persone che chiedono la seconda dose e lì non ci saranno scorte che tengano.
Dunque, Pfizer dovrà necessariamente mantenere la promessa di un ritmo tornato a pieno regime dal 25 di gennaio o il richiamo della seconda dose verrebbe seriamente messo a rischio, con tutto quello che ne consegue per le tempistiche dell’intera campagna. Come già calcolato da Open, i numeri promessi dal piano vaccinale italiano si sono presentati deboli sin dall’inizio, soprattutto per ciò che riguarda la prossima categoria di popolazione da vaccinare e cioè gli ultra 80enni.
Alla luce di quanto successo nelle ultime ore, se l’allarme dei rallentamenti non dovesse rientrare in modo definitivo, anche per loro il momento della prima iniezione continuerebbe ad allontanarsi, a discapito della promessa di Arcuri di vaccinarli tutti «entro fine marzo», e comunque, «già dai prossimi giorni». Con gli 8,794 milioni di dosi garantite da Pfizer (a ritmo regolare), e il primo milione e 300 mila di Moderna, mancherebbero all’appello della prima fase circa 3 milioni di dosi di vaccino anti Covid.
Alla cifra mancante ora si aggiunge il 30% assente nella fornitura settimanale prevista per oggi e quindi le 165 mila iniezioni eseguite in meno. Ancor di più, un pericolo di ritardo per il completamento della vaccinazione di operatori sanitari e ospiti delle Rsa, a cui è stata riconosciuta massima priorità fin dall’inizio.
Possibile ritardare la seconda dose e di quanto?
I 21 giorni stabiliti dal protocollo Pfizer per il secondo richiamo sono strettamente collegati all’efficacia del siero sull’organismo: gli studi scientifici legati allo Pfizer hanno dichiarato un range di immunità garantita dalla prima dose tra il 29,5% e il 62,4%. Questo vuol dire che la probabilità che la prima iniezione non raggiunga il valore minimo di efficacia del 50% stabilito dall’Oms è effettiva.
L’efficacia al 95%, come da annunci fatti dallo stesso team di ricerca, viene invece garantita soltanto a 2 settimane dalla seconda dose, da somministrare a 21 giorni di distanza dalla prima.
E se i 21 giorni non fossero rispettati? Le percentuali di efficacia raggiungibili con le due dosi piene si ridurrebbero? Il direttore dell’istituto di genetica molecolare del Cnr, Giovanni Maga, raggiunto da Open risponde alla domanda:
Il riferimento di tempo a cui attenersi deve essere il più possibile quello validato dalla sperimentazione di questo vaccino: quindi i 21 giorni. Lì abbiamo la garanzia e il dato oggettivo del tipo di immunità che il siero garantisce.
È vero che possiamo anche avere un margine, ma direi di non andare oltre una settimana. Il rischio è che se si aspetta troppo, l’immunità indotta dalla prima dose si abbassi notevolmente e che quindi la seconda dose abbia un’efficacia minore. La prima dose infatti inizia a mettere in movimento il nostro sistema immunitario, la seconda trova già un terreno fertile su cui stimolare ulteriormente il numero di cellule che poi produrranno gli anticorpi. Somministrando la seconda dose con una risposta immunitaria che sta già svanendo, la stimolazione potrebbe non avere la stessa efficacia. Occorre quindi prudenza nel non aspettare troppo oltre il tempo stabilito dai protocolli.
La stessa prudenza predicata dal virologo Maga, è stata più volte raccomandata anche dall’Agenzia italiana del farmaco. Alla luce di quanto accaduto nel Regno Unito riguardo la scelta di allungare di molto i tempi della seconda dose per garantire a più persone possibili la prima, Aifa invita a non seguire l’esempio.
Sulla linea più morbida ci sarebbe l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms):
«In circostanze eccezionali si può aspettare fino a sei settimane per la somministrazione della seconda dose. Dove per circostanze eccezionali si intendono problemi di fornitura o situazione epidemiologica grave».
Insieme, per l’Italia, al membro del Comitato tecnico scientifico, professor Luca Richeldi che se da un lato osa sul margine di tempo, dall’altro tenta di rientrare nelle direttive dell’Agenzia italiana:
«È possibile che anche ad una distanza di 42 giorni per il richiamo sia garantita l’efficacia del vaccino. Ma non è questa l’attuale indicazione dell’Aifa e non prevedo che sia modificata a breve».
Nella selva dei pareri discordanti, però, è chiaro che a prevalere è la linea del rispetto del protocollo fissato dalla Pfizer.
I sospetti sui ritardi: ingenuità o rischio calcolato (e taciuto)?
Ripercorrendo le dichiarazioni arrivate da Pfizer nelle ultime settimane, l’attuale quadro dei ritardi potrebbe risultare non così inaspettato. Era l’1 gennaio quando il capo dell’azienda tedesca BioNtech, UÄŸur Åžahin, lanciava un chiaro allarme sulla difficoltà che di lì a poco avrebbero avuto per far fronte alla richiesta di forniture. «Se altri vaccini contro il Coronavirus non saranno approvati subito in Europa, l’azienda da sola non riuscirà a coprire il fabbisogno», aveva detto Åžahin.
Informando quindi su un buco di dosi che di lì a poco si sarebbe verificato e che Pfizer non avrebbe potuto risolvere. Un segnale di difficoltà che, alla luce dei fatti attuali, potrebbe acquistare un senso ancora maggiore. La motivazione del ritardo presentata da Pfizer difatti è proprio quella di un «necessario potenziamento dell’impianto belga» per riuscire a sostenere la produzione dei prossimi mesi. Insieme a questa anche la notizia della costruzione di un nuovo stabilimento in Germania.
Andando avanti nel tempo, forse non proprio a caso era stato il suggerimento da parte di Pfizer nei confronti delle autorità italiane di recuperare la sesta dose di vaccino dalle singole fiale, fino a quel momento utilizzate per 5 iniezioni. L’aggiunta avrebbe permesso di ottenere il 20% in più rispetto al milione di dosi fino a quel punto somministrate.
Secondo la linea meno sospettosa, dunque Pfizer avrebbe provato a reggere fino all’ultimo nella speranza di altre autorizzazioni in arrivo, per poi doversi arrendere al necessario ampliamento. Una versione che, se vera, taccerebbe il colosso farmaceutico quantomeno di ingenuità : iniziare un’imponente campagna vaccinale prevedendo la possibilità di un ampliamento in piena corsa equivale ad essere scesi in campo con un rischio di rallentamento già implicito. E di aver quindi assicurato ai Paesi membri un piano distributivo a rischio ancora prima di cominciare
L’America c’entra qualcosa?
Tra i sospetti, che per ora rimangono tali, anche quello di un servizio negato all’Europa per favorire in silenzio alcune delle forniture americane. Il piano vaccinale annunciato il 14 gennaio dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, prevede 1.900 miliardi di dollari investiti per la somministrazione di 100 milioni di dosi in 100 giorni. Una dichiarazione di numeri importanti a cui il giorno immediatamente successivo ha fatto seguito la comunicazione di Pfizer all’Europa di un taglio di dosi per circa 4 settimane.
La vicinanza dei due episodi ha alimentato il sospetto, insieme al dato non secondario sullo stabilimento belga in fase di ampliamento: l’impianto di Puurs non rifornisce soltanto i Paesi europei. Dubbi che alimentano uno scenario già complesso e che rischiano di dare adito agli umori di scetticismo e sfiducia ora più che mai nemici della lotta al virus.
(da Open)
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Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEGLI ESTERI LAVROV ESILARANTE, PENSA DI ESSERE ANCORA IN UN REGIME COMUNISTA E ACCUSA IL MODELLO CAPITALISTA DELL’OCCIDENTE… PECCATO CHE IN RUSSIA CI SIA UN OLIGARCHIA CAPITALISTA CORROTTA PEGGIO CHE IN OCCIDENTE
Aleksej Navalnyj è stato condannato a 30 giorni. Resterà in carcere almeno fino al 15 febbraio,
scrivono i suoi collaboratori su Twitter al termine di un processo improvvisato in un posto di polizia a Khimki, periferia di Mosca.
All’avvocato Vadim Kobzev, uno degli avvocati di Aleksej Navalnyj, la notifica dell’udienza era arrivata solo un minuto prima: il processo inizierà alle 12.30, ora di Mosca, le 10.30 in Italia. Per almeno 15 ore i legali dell’oppositore fermato ieri al suo atterraggio all’aeroporto Sheremetevo di Mosca avevano chiesto di poter vedere il loro cliente. Invano.
L’udienza è iniziata di colpo in un’aula improvvisata dentro al dipartimento di polizia di Khimki dove Navalnyj era stato trasferito in nottata. Un giudice portato in fretta e furia e tv filo-governative fatte entrare da una porta di servizio, mentre la stampa internazionale e i collaboratori del dissidente venivano lasciati all’addiaccio dietro a una recinzione a oltre 20 gradi sotto zero.
Non abbiamo gli esiti del tampone anti-Covid di Navalnyj, si è poi giustificato il ministero degli Interni russo citato da Ria Novosti.
Solo a metà udienza, la giudice Morozova ha concesso ai difensori di Navalnyj mezz’ora per familiarizzare con i materiali del caso e altri 20 minuti per interloquire con il loro cliente, annunciando una pausa di 50 minuti.
Navalnyj resterà in carcere fino al 15 febbraio. Ma il 29 gennaio è già stata fissata l’udienza per trasformare la condanna alla libertà vigilata in carcere nell’ambito di un vecchio processo del 2014, su richiesta del Servizio penitenziario federale russo.
“Non capisco che cosa stia succedendo. Un minuto fa sono stato portato fuori dalla cella per incontrare gli avvocati. Sono venuto qui e qui si sta svolgendo una sessione del tribunale di Khimki. Alcune persone mi stanno filmando, altre sono sedute in sala. Questa è la “seduta pubblica” del tribunale di Khimki, dove si sta esaminando la questione del mio arresto su richiesta del capo della polizia”, ha commentato lo stesso Navalnyj in un filmato diffuso su Twitter dalla sua portavoce Kira Jarmish. Il primo commento dopo l’arresto.
“Perchè l’udienza si svolge in un posto di polizia, non capisco?”, ha continuato Navalnyj. “Perchè nessuno è stato informato, perchè non è stata fatta alcuna convocazione? È semplice. Ho visto la giustizia più volte umiliata, ma a quanto pare lo stesso nonno (Putin) nel bunker ha così paura di tutto che hanno strappato con aria di sfida il codice di procedura penale e lo hanno gettato nella spazzatura. È impossibile quello che succede qui. È semplicemente illegalità al massimo grado, non posso definirlo in altro modo”.
Navalnyj ha poi chiesto che in aula venissero ammessi anche i giornalisti lasciati ad aspettare fuori dal dipartimento. “Non accettano di accreditare giornalisti, il che evidenzia uno strano pregiudizio, ovviamente sono per la trasparenza totale del processo, affinchè tutti i media possano osservare questa stupefacente assurdità , che sta avendo luogo qui. E voglio che lascino passare tutti, non solo Lifenews e il servizio stampa della polizia, ma anche i giornalisti che al momento se ne stanno al freddo presso il cancello e non vengono fatti entrare”. Ma la richiesta è stata respinta.
L’arresto di Navalnyj
Navalnyj è rientrato in Russia ieri sera dopo aver trascorso cinque mesi in convalescenza in Germania dove era stato trasferito lo scorso agosto dopo essere finito in coma su un volo Tomsk-Mosca in seguito all’avvelenamento da Novichok, agente nervino di fabbricazione sovietica.
Lo scorso dicembre il Servizio penitenziario federale russo aveva minacciato di trasformare una sua vecchia condanna alla libertà vigilata in pena detentiva usando come pretesto il fatto che Navalnyj, stando in Germania, non si era più recato davanti al giudice di sorveglianza.
Le condanne dell’Occidente
Dall’Occidente intanto continuano a piovere condanne e appelli per il rilascio immediato. “La detenzione di oppositori politici è contraria agli impegni internazionali della Russia”, ha commentato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea.
“Non hanno spezzato Navalnyj col veleno, non ci riusciranno con la prigione. Che la nostra solidarietà sia la sua forza”, ha scritto su Twitter il presidente del Ppe ed ex presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk.
Le reazioni di Mosca
Stando al canale di notizie su Telegram Podjom, Dmitrij Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, alla richiesta di un commento ieri notte avrebbe replicato: “È stato arrestato in Germania? Non sono aggiornato”. Come Putin, Peskov non nomina mai l’oppositore.
“Si capisce quanto (i politici occidentali) siano felici di copiare le stesse dichiarazioni. Sono felici perchè sembra che credano di poter distrarre in questo modo l’opinione pubblica dalle profonde crisi che il modello liberale di sviluppo sta attraversando”, ha dichiarato invece stamani il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, citato da Tass, durante la conferenza stampa sui risultati della diplomazia russa nel 2020.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
ECCO TUTTI I PASSAGGI CHIAVE
Prima una lunga introduzione sulla pandemia, sull’impegno del governo svolto durante la crisi sanitaria causata dal Covid. Che ha ricevuto il primo applauso alle 12.20. Poi la domanda “serviva davvero una crisi di governo adesso?”. E la risposta: “Confermo di avvertire un certo disagio. Si è aperta una crisi che deve trovare nell’Aula il chiarimento, nei principi della trasparenza che hanno segnato il mio governo e che sono canoni essenziali della democrazia parlamentare. È una crisi che avviene in una fase cruciale del nostro paese, con una pandemia ancora in corso. Non ravviso alcun possibile fondamento in questa crisi”. Di nuovo un altro applauso, questa volta più lungo e caloroso.
Sono le 12.36. Il premier Giuseppe Conte parla ormai da più di 20 minuti senza stop, davanti all’Aula della Camera piena, con i banchi dell’Emiciclo occupati dai deputati distanziati. In abito blu e mascherina Ffp2, il presidente del Consiglio tiene il microfono con la mano destra mentre nella sinistra ha il foglio da cui legge il suo tanto atteso discorso per raccogliere i voti che gli servono per continuare ad andare avanti ed essere ancora l'”avvocato del popolo”. Per la terza volta, in due anni.
Circa un’ora, 55 minuti di intervento. Terminato alle 13.08 e interrotto da quattordici applausi della maggioranza. Uno solo è stato condiviso da alcuni deputati di Iv, quello relativo all’annuncio della prossima nomina di una Autorità delegata per i Servizi segreti. “Questa crisi ha provocato profondo sgomento nel Paese, rischia di produrre danni notevoli e non solo perchè ha fatto salire lo spread ma ancor più perchè ha attirato l’attenzione dei media internazionali e delle cancellerie straniere. Diciamolo con franchezza, non si può cancellare quello che è accaduto – Il Paese merita un governo coeso, ora si volta pagina”. Alla fine arriva l’appello ai volenterosi, con il tono della voce che si alza e diventa più deciso: “Aiutateci a rimarginare la crisi in atto. Cari cittadini, la fiducia deve essere reciproca, deve essere un qualcosa che si alimenta in maniera biunivoca. Avete offerto una risposta di grande responsabilità , state dimostrando di riporre grande fiducia nelle istituzioni. Confido che con il voto di oggi anche le istituzioni sappiano ripagare questa fiducia” riparando “il grave gesto di irresponsabilità ” che ha prodotto questa crisi. E ancora. “Costruiamo un governo aperto a tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’Italia”.
Conte: “Confido ancora in stagione riformista”
“Confidiamo ancora in una risolutiva stagione riformista” basata ancora su “una visione, una spinta ideale, un investimento di fiducia”. Il premier Giuseppe Conte, poco dopo le 12, apre così il suo intervento in Aula alla Camera. Accolto dall’applauso di M5S, Leu e Pd, la sua maggioranza. Immobili i deputati di Italia viva, mentre i leghisti hanno risposto urlando il classico ‘buuu’ di disappunto. Parlando ai deputati ricorda come questo governo sia “una alleanza tra forze politiche provenienti da culture diverse”, nata “sulla base di due discriminanti: l’ancoraggio ai valori costituzionali e la solida vocazione europeista”.
Il discorso del premier parte con un lungo excursus sulla pandemia. “Agli inizi 2020” il progetto del governo si è dovuto “misurare con la pandemia che ha sconvolto in profondità la società e la dinamica stessa delle nostre relazioni. Affrontiamo una sfida di portata epocale, si vivono paure primordiali, più spesso conosciute da generazioni del passato. Torniamo a sentirci profondamente fragili, alcune certezze radicate sono state poste in discussione. Ci siamo misurati quotidianamente come mai in passato con scienza e tecniche, con la difficoltà a fornire risposte efficaci e rapide – dice il premier Giuseppe Conte in Aula alla Camera – Primi in occidente siamo stati costretti a introdurre misure restrittive dei diritti della persona, operando delicatissimi bilanciamenti dei principi costituzionali”.
Conte: “Pandemia ha rafforzato dialogo tra forze leali a governo”
“Abbiamo coltivato un serrato dialogo” con tutti “gli interlocutori istituzionali nella consapevolezza che solo con la leale collaborazione sarebbe stato possibile elaborare strategia di intervento efficaci. L’esperienza della pandemia ha rafforzato nelle forze politiche che con lealtà sono nel governo la consapevolezza del dialogo – aggiunge Conte – Abbiamo operato sempre scelte migliori? Ciascuno esprimerà le proprie valutazioni. Per parte mia posso dire che il governo ha operato con massimo scrupolo e attenzione per i delicati bilanciamenti anche costituzionali. Se io oggi posso parlare a nome di tutto il governo a testa alta non è per l’arroganza di chi ritiene di non aver commesso errori ma è per la consapevolezza di chi ha operato con tutte le energie fisiche e psichiche per la comunità nazionale”.
Conte: “Recovery sforzo collettivo e condiviso”. A Iv: “Non c’entra con il Mes”
Conte entra nel vivo del Recovery plan che sarà un piano “largamente condiviso, uno sforzo collettivo di cui andare fieri”. E rivolgendosi a Italia viva, che continua a richiedere che il Mes venga inserito nel Recovery, il premier replica: “Nonostante ci sia stato un chiaro contributo al miglioramento della bozza originaria del Recovery, c’è stata un’astensione motivata principalmente per il fatto che la bozza non contempla le risorse del Mes, che però nulla ha a che vedere con il Recovery fund”. Qui si alzano le proteste dei deputati della Lega contrariati quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte rivendica che l’Italia sia stata “l’unico Paese che abbia coinvolto il Parlamento così intensamente” nella elaborazione del Recovery plan. “Bugiardo!”, urlano i leghisti dai banchi. Ancora lamentele anche quando Conte annuncia la riforma della legge elettorale (“Il governo si impegnerà a promuovere una riforma elettorale proporzionale, quanto più possibile condivisa, che possa coniugare le ragioni del pluralismo con l’esigenza di assicurare stabilità al sistema politica”, dice Conte). “La gente non ha da mangiare e pensate alla legge elettorale”, urla il capogruppo Riccardo Molinari.
Poi l’annuncio sull’assegno unico mensile che “si colloca in una cornice di interventi volti ad alleggerire il peso fiscale sulle famiglie” annunciando che da “luglio” sarà introdotto per famiglie con figli sotto i 21 anni. Il governo deve “lavorare per il benessere dei cittadini. I compiti sono molteplici e tutti urgenti. Dobbiamo continuare a lavorare tutti insieme per mettere in sicurezza il Paese e portarlo fuori dalla pandemia”.
Conte: “Grazie ai sindacati, garanzia di tenuta sociale”
Il premier nelle sue parole non dimentica i sindacati: “Voglio ringraziare a nome del governo tutte le associazioni che rappresentano le categorie produttive: con loro il dialogo è serrato e lo sarà sempre più. Grazie al sindacato italiano per il grande sforzo che sta facendo con un contributo essenziale per rendere i nostri interventi più efficaci: sta contribuendo a rafforzare la tenuta del Paese”, dice il capo del governo. “Mi rivolgo a loro direttamente” per “marciare all’unisono” nel favorire la “ripresa economica”.
Conte: “Serve il più alto consenso di forze volenterose”
È passata quasi un’ora, Conte in conclusione del suo intervento alza la voce e lancia un appello alle “forze volenterose” per rafforzare l’azione di governo: per le sfide che attendono l’Italia servono “la massima coesione possibile, il più ampio consenso in Parlamento. Servono un governo e forze parlamentari volenterose, consapevoli della delicatezza dei compiti. Capaci di sfuggire gli egoismi e l’utile personale. Servono donne e uomini capaci di rifuggire gli egoismi, servono persone disponibili a mantenere elevate la dignità della politica, la più nobile delle arti e dei saperi se declinata nel giusto spirito che è il miglioramento della qualità della vita dei cittadini – incalza il premier – Chi ha idee, progetti e volontà di farsi costruttore insieme a noi sappia che questo è il momento giusto”.
Rivolgendosi alla maggioranza, che continua a sostenerlo, dice: “Questa alleanza può già contare su una solida base di dialogo alimentata da M5s, Pd, Leu, che sta mostrando la saldezza del suo ancoraggio e l’ampiezza del suo respiro. Sarebbe un arricchimento di questa alleanza poter acquisire contributo politico di formazioni che si collocano nella più alta tradizione europeista: liberale, popolare, socialista. Ma ho chiesto un appoggio limpido e trasparente”.
“Alle forze di maggioranza voglio preannunciare che nei prossimi giorni chiederò di completare il lavoro avviato per un patto di legislatura” e porsi “nelle condizioni di rafforzare la squadra di governo – continua il premier alla Camera – Viste le nuove sfide e anche gli impegni internazionali, non intendo mantenere la delega all’Agricoltura se non lo stretto necessario e mi avvarrò anche della facoltà di designare un’autorità delegata per l’intelligence di mia fiducia. Sono stati giorni difficili e le polemiche politiche hanno coinvolto anche questo comparto. Se avete delle richieste di verifiche e controllo ci sono i vostri colleghi deputati al Copasir ma teniamo fuori l’intelligence dalle polemiche”. Qui l’unico applauso da parte di Italia viva.
La Lega e Fratelli d’Italia protestano ancora con i cartelli e i cori “Conte dimettiti”, ma lui va avanti e conclude: “Questa alleanza di governo sarà chiamata a esprimere una imprescindibile vocazione europeiste, perseguendo una chiara scelta di campo contro derive nazionalistiche e logiche sovraniste”. Poi la promessa: “Se il Parlamento confermerà la fiducia io sono disposto a fare la mia parte e assicuro l’impegno a guidare con il contributo di tutti questa fase così decisiva”.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
ERA DISTRATTO, CHISSA’ A COSA PENSAVA… I SOCIAL NON PERDONANO
Il mandato di Guido Guidesi all’assessorato dello Sviluppo Economico in Lombardia inizia subito
con una gaffe televisiva.
Il leghista, questa mattina, è intervenuto in collegamento con SkyTg24. Si parla di campagna di vaccinazione, ma anche di economia e di riapertura delle scuole.
E proprio parlando di tutto ciò, il super-assessore (non si occuperà solo di Sviluppo Economico, ma anche di Recovery Fund e ristori) inciampa sull’errore più imprevedibile.
E così le «dotazioni vaccinali» diventano «dotazioni vaginali».
L’esponente della Lega alla Regione Lombardia (nominato dopo il rimpasto della giunta di qualche giorno fa) si è provato a correggere. Il tentativo, però, è stato reso vano dalla viralità della gaffe che, nel giro di pochi minuti, è stata condivisa sui social.
La dura legge dei social ha punito immediatamente l’errore di Guido Guidesi.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
SE NON VOTI PER I RAZZISTI SEI UN NEMICO
Non è una novità , ma ogni volta che succedono eventi simili non si può che affrontare il tema degli insulti a Liliana Segre con estrema tristezza.
La senatrice a vita, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, ha spiegato che domani — martedì 19 gennaio — si recherà a Roma per votare la fiducia al governo Conte-2. Parole che hanno innescato i classici insulti — con i soliti riferimenti alla sua storia — sui social. Una tradizione vergognosa che, però, si ripete ogni volta.
La senatrice a vita ha detto che domani sarà a Palazzo Madama, «per essere pronta a fare il mio dovere martedì a Palazzo Madama. Non partecipo ai lavori del Senato da molti mesi perchè, alla mia età , sono un soggetto a rischio e i medici mi avevano caldamente consigliato di evitare. Contavo di riprendere le mie trasferte a Roma solo una volta vaccinata, ma di fronte a questa situazione ho sentito un richiamo fortissimo, un misto di senso del dovere e di indignazione civile».
Parole che hanno dato il via alla solita nauseante scia di odio sui social.
Insomma, il solito pot-pourri di odio contro la senatrice a vita che scenderà a Roma per votare la fiducia al governo Conte. Come nelle sue facoltà , come nel suo ruolo scritto nella Costituzione italiana. Eppure, anche di fronte alle evidenza, l’odio corre galoppando sui social network.
(da agenzie)
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