Destra di Popolo.net

L’ALLARME DEI MEDICI: “OSPEDALI SOTTO PRESSIONE, TEMIAMO IL PEGGIO”

Gennaio 10th, 2021 Riccardo Fucile

“IL CALO DEI CONTAGI E’ MOLTO PIU’ LENTO RISPETTO ALLA PRIMA ONDATA”

Negli ospedali italiani il Covid non ha mai allentato la presa e nelle prossime settimane la situazione potrebbe precipitare.
E’ il timore degli operatori in trincea, dai medici d’urgenza agli infermieri, che sono convinti che l’Italia sia solo in ritardo di qualche settimana rispetto agli altri Paesi europei sull’andamento della curva epidemica.
“Se avremo una ripresa dei contagi nella prossima settimana andremo di nuovo alla saturazione del sistema ospedaliero. Il calo dei contagi è molto più lento oggi rispetto alla prima ondata e nell’ultima settimana si è notato una ripresa per quanto riguarda ordinari di malati Covid sia di quelli critici”, commenta all’AGI Carlo Palermo, segretario dell’associazione medici ospedalieri Anaao.
“Siamo ancora sulla soglia dell’occupazione critica. E il pericolo di una ripresa dei contagi oggi è ben superiore rispetto alla ripartenza di settembre perchè si parte da un’occupazione di posti letto già  molto alta”, spiega Palermo.
“Grazie alle misure di distanziamento il tasso di influenza è rimasto basso. Se dovesse aumentare avremmo una tempesta perfetta”.
Stazionaria, invece, la situazione nelle terapie intensive. “Al momento osserviamo una relativa stabilità  per quanto riguarda i pazienti ricoverati in terapia intensiva”, riferisce Alessandro Vergallo, presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri (Aaroi)
“Le variazioni numeriche ci sono ma senza particolari cambiamento. C’è stato un aumento dei casi dovuto alle maggiori libertà  e un calo dovuto alle restrizioni. Ma proprio per questo motivo non bisogna abbassare la guardia”, raccomandato, ricordando che “i numeri delle terapie intensive scontano un ritardo di diverse settimane”. Anche secondo Vergallo il vaccino rappresenta una speranza concreta di veder svuotati i reparti “anche se per osservarne gli effetti bisognerà  attendere diversi mesi”.
Quanto al confronto con gli altri Paesi, il presidente degli anestesisti non ha dubbi: “Sono messi peggio di noi. Siamo molto scettici sui dati che vedono l’Italia prima nel mondo per numero di morti. Noi siamo molto rigorosi: classifichiamo come caso Covid anche quelli in cui il coronavirus è una concausa. Non penso che facciano così anche gli altri. Non c’è un modo più giusto dell’altro, sono solo numeri. Ma l’importante è saperlo”.

(da agenzie)

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FONDAZIONE GIMBE: “CAMBIARE IL SISTEMA A TRE ZONE, NON ABBATTE I CONTAGI”

Gennaio 10th, 2021 Riccardo Fucile

“PREVISIONE REALISTICA? ENTRO MARZO VACCINATO IL 5% DELLA POPOLAZIONE, ENTRO GIUGNO IL 20%, INUTILE FARSI ILLUSIONI”

Dalla prossima settimana l’Italia tornerà  ad essere divisa in tre zone.
Ci saranno restrizioni e chiusure diverse sul territorio nazionale, a seconda dei differenti livelli di rischio legati all’emergenza coronavirus.
Ma questo sistema è riuscito a contenere solo in parte la curva dei contagi, a un prezzo in termini economici e sociali elevatissimo.
Per questa ragione la fondazione Gimbe ha condannato il sistema a tre aree: Fanpage.it ha fatto il punto della situazione con il presidente Nino Cartabellotta. Che, oltre a spiegarci perchè l’impatto di questo meccanismo sia stato così limitato, ha anche commentato il piano vaccini, tra dosi finora disponibili e previsioni per i prossimi mesi.
Perchè il sistema dell’Italia in tre zone non è efficace nel contenimento del virus?
Le analisi della Fondazione GIMBE hanno documentato che, a circa 5 settimane dal picco, il sistema delle Regioni “a colori” ha ridotto di circa un terzo casi attualmente positivi, ricoveri con sintomi e terapie intensive. Dati peraltro sovrastimati: gli attualmente positivi per l’imponente riduzione dei tamponi nel mese di dicembre e ricoveri e terapie intensive per gli oltre 20 mila decessi nelle 5 settimane di osservazione. In altre parole, a fronte di risultati modesti in termini di flessione delle curve i costi economici e sociali sono sproporzionati. Le motivazioni del limitato impatto sono sostanzialmente tre: innanzitutto la sua applicazione troppo tardiva rispetto all’impennata della curva; in secondo luogo, l’affidare un peso eccessivo all’indice Rt che presenta troppi limiti; infine, la mancata stabilizzazione della curva dei contagi e delle ospedalizzazioni perchè due settimane di persistenza nel colore assegnato sono insufficienti.
Che tipo di strategia andrebbe adottata, allora?
Sicuramente bisogna abbandonare la (non) strategia basata sull’affannoso inseguimento del virus con estenuante alternanza di restrizioni e allentamenti che, di fatto, mantiene i servizi sanitari in costante sovraccarico, danneggia l’economia del nostro Paese, produce danni alla salute delle persone e aumenta inesorabilmente il numero dei morti. La Fondazione GIMBE sta elaborando una proposta per la gestione a medio-lungo termine della pandemia, basata sulle migliori evidenze scientifiche e integrata con le certezze/incertezze del piano vaccinale.
Quando capiremo se ci sono stati problemi a Natale?
Tenendo conto che l’impatto delle misure si riflette sulla curva epidemiologica dopo circa 3 settimane quelle introdotte dal Decreto Natale potranno essere visibili dopo metà  gennaio. Ovviamente l’entità  di flessione delle curve dipenderà  soprattutto dai comportamenti privati degli italiani durante le feste. Al momento tutte le curve in risalita risentono del progressivo “scolorimento” delle Regioni che hanno portato ad un Italia tutta gialla (eccetto Abruzzo e Campania) alla vigilia di Natale.
Siamo in ritardo con il piano vaccini? Le criticità  riscontrate, specialmente in alcune Regioni, potevano essere evitate?
Parlare di ritardi all’avvio di una campagna vaccinale di tali proporzioni, avviata durante le feste natalizie e con un vaccino approvato 7 giorni prima, è ingeneroso. Peraltro, le vaccinazioni hanno preso un buon ritmo visto che al 9 gennaio (aggiornamento alle 00.37) procedono spedite. Sono stati somministrate quasi il 55% delle 918.450 dosi consegnate), seppur con notevoli differenze regionali che da sempre in sanità  condizionano la qualità  dell’assistenza: dal 75% della Campania al 30% di Lombardia e Provincia aut. di Bolzano.
A questi ritmi, quando crede che sarà  possibile raggiungere l’immunità  di gregge?
Il raggiungimento dell’immunità  di gregge, che prevede la vaccinazione di almeno il 70% della popolazione, ovvero circa 42 milioni di persone, è condizionata da 5 variabili. Completamento degli studi clinici, approvazione condizionata delle autorità  regolatorie, consegna da parte delle aziende, distribuzione e somministrazione del vaccino. Ma ciascuna di queste variabili dipende da attori diversi per cui possibili “asincronie” sono inevitabili soprattutto in nei primi mesi dell’anno. Quello che spetta a Governo e Regioni è azzerare i tempi morti nella distribuzione del vaccino ai punti di somministrazione e smaltire in tempi rapidi tutti i vaccini consegnati. L’ipotesi di vaccinare il 70% della popolazione entro settembre con vaccini a 2 dosi richiede circa 310.000 somministrazioni/die, con i tutti i vaccini già  “in cascina” e senza alcun imprevisto sulla tabella di marcia: es. ritardi di consegna delle dosi, adesione della popolazione, effetti avversi imprevedibili, etc). Serve più tempo per tradurre questa straordinaria conquista della scienza in un concreto risultato di salute pubblica.
Si rincorrono tanti numeri, ma quale è la nostra reale disponibilità  di vaccini nei primi sei mesi del 2021?
Con l’approvazione del vaccino Moderna l’Italia potrà  contare su 22,8 milioni di dosi certe entro giugno. Ovvero, senza il via libera dell’EMA ad altri vaccini (AstraZeneca in primis) o l’inverosimile anticipo di consegne da parte di Pfizer e Moderna, potremo vaccinare circa il 5% della popolazione entro marzo e meno del 20% entro giugno. Con i nuovi accordi dell’UE arriveranno decine di milioni di dosi in più, ma non prima del terzo/quarto trimestre 2021.
Lei ha definito la proposta di dare priorità  alla vaccinazione degli insegnanti, per poter così riaprire subito le scuole, “priva di basi scientifiche”. Ci può spiegare perchè?
Innanzitutto perchè gli effetti della vaccinazione non sono immediati: con il vaccino Pfizer si ottengono dopo 4 settimane dalla prima dose e dopo 6 con quello di Moderna. In secondo luogo i due vaccini riducono del 95% circa il rischio relativo di COVID-19 sintomatica, ma non conosciamo l’efficacia nel ridurre l’infezione asintomatica da SARS-COV-2 e, di conseguenza, la possibilità  di trasmettere l’infezione da parte delle persone vaccinate che non potranno acquisire alcuna “patente di immunità ”. Infine la scelta sarebbe eticamente discutibile in un momento in cui le dosi sono ancora limitate: le priorità , in quasi tutti i Paesi, sono personale sanitario e persone anziane e/o fragili.

(da Fanpage)

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SUI SOCIAL USA PROLIFERANO LE MINACCE DI UN NUOVO ASSALTO A CAPITOL HILL

Gennaio 10th, 2021 Riccardo Fucile

TIMORI DI ATTACCHI TERRORISTICI IL GIORNO DELL’INSEDIAMENTO DI BIDEN… MOBILITATI 6.200 AGENTI DELLA GUARDIA NAZIONALE

A pochi giorni dall’assedio al Campidoglio, estremisti e “patrioti” lanciano messaggi incendiari in vista del 20 gennaio. Ecco il piano per blindare la cerimonia
«Stand back and stand by». Questa volta non è Donald Trump a dirlo ma Enrique Tarrio, uno dei capi della milizia di estrema destra, i Proud Boys, arrestato a Washington D.C nei giorni prima dell’assalto al Campidoglio.
«State indietro e tenetevi pronti» è diventato quasi un slogan per il gruppo di Tarrio, che su Parler, il social media amato dagli estremisti americani, ha ripetuto il mantra alla fine di un messaggio in cui ribadiva la disponibilità  del suo gruppo a sostenere chi era stato arrestato.
«Vi troveremo degli avvocati se ne avete bisogno, non siete soli». Tarrio non è l’unico che in questi giorni e in queste ore evoca sui social media una possibile rivincita dei “patrioti” di Trump. Anzi. E queste voci cominciano a sollevare una certa apprensione, soprattutto in vista dell’insediamento di Biden il 20 gennaio.
Se negli ultimi giorni è cresciuto il disappunto tra chi si è sentito tradito dal video in cui il presidente Trump condannava gli atti criminali che avevano accompagnato la manifestazione del 6 gennaio nella capitale degli Stati Uniti, su siti e social come Parler, tra un post sul finto arresto della figlia di Obama e un altro sui presunti brogli elettorali in Georgia, girano anche post conciliatori in cui il video di Trump viene fatto passare per un deep fake, un prodotto dell’intelligenza artificiale.
Anche la decisione di Twitter di sospendere l’account di Trump è stata accolta con giubilo da chi si aspetta il suo arrivo imminente su Parler (dove peraltro sono già  presenti i suoi figli Ivanka e Donald Jr).
E se una parte dei sedicenti patrioti non si sente tradita da Trump o delusa dal fallimento dell’insurrezione del 6 gennaio, c’è anche chi parla di un bis in termini non esattamente pacifici.
Su 4Chan, in uno dei forum dedicati al politically incorrect, alcuni utenti parlano per esempio di «finire ciò che è stato iniziato il 6» o addirittura di compiere omicidi. Lo stesso vale per i canali Telegram dei Proud Boys.
Questa volta le forze dell’ordine non possono farsi trovare impreparate. Ci sono ancora dubbi da sciogliere sul perchè i manifestanti siano riusciti a superare con facilità  la barriera di sicurezza. Soprattutto visto che, come racconta bene un episodio del podcast The Daily del New York Times, per diverse settimane prima del 6 gennaio su Parler e affini era un susseguirsi di messaggi in cui si offrivano passaggi in macchina per chi voleva portare con sè un’arma a Washington (perchè rischiare di essere fermati in aeroporto?) o in cui si diceva, in maniera più o meno esplicita, che ci sarebbe stato un assalto al Campidoglio. Perchè nessuno ha preso sul serio quei messaggi?
Nonostante la debacle del 6 gennaio, la cerimonia di giuramento si terrà  comunque al Campidoglio, come hanno confermato i senatori Roy Blunt e Amy Klobuchar, che presiedono il comitato inaugurale.
Oltre al Presidente eletto e la vicepresidente Kamala Harris, saranno presenti anche il vicepresidente in carica Mike Pence, alcuni ex presidenti degli Stati Uniti, tra cui George Bush e Barack Obama, i nove membri della Corte suprema e la maggior parte dei membri del Congresso (anche se non è ancora chiaro quanti repubblicani parteciperanno). L’attenzione naturalmente è altissima e le misure di sicurezza saranno ancora più stringenti del solito.
Poche ore dopo il caos di mercoledì, una recinzione alta oltre due metri è stata eretta attorno al Campidoglio. Ci rimarrà  per almeno 30 giorni. A Washington D.C è stato dichiarato lo stato di emergenza che durerà  fino al giorno successivo all’inaugurazione. Come ha confermato Muriel Bowser, la sindaca di D.C. che a differenza del capo della polizia di Capitol Hill non si è dimessa in seguito agli scontri, più di 6.200 membri della Guardia Nazionale saranno in città  entro questo fine settimana.
Visto che si tratta di un evento di sicurezza nazionale — che le agenzie federali stanno pianificando da più di anno — saranno coinvolti anche i servizi segreti degli Stati Uniti, la FEMA (Federal Emergency Management Agency), il dipartimento della difesa e le agenzie di intelligence.
Insomma, il Campidoglio sarà  blindatissimo. In tempi normali oltre un milione di cittadini partecipano all’insediamento (circa 2 milioni nel caso di Obama), ma quest’anno saranno di meno, anche a causa del Covid che negli Stati Uniti continua a far registrare centinaia di migliaia di casi al giorno.
A un massimo di 3 mila persone sarà  permesso entrare nella cerchia ristretta vicino al presidente dove solitamente ci sono 200 mila spettatori.
Rimane il rischio che i rivoltosi possano agire in anticipo, inscenando una nuova protesta per guastare la festa a Biden. Già  prima del 6 gennaio, sui social si faceva strada l’ipotesi di una nuova manifestazione a Washington il weekend del 16-17. Su alcuni forum si parla addirittura di una «marcia armata».
Le voci di un nuovo assalto sono state confermate anche da Twitter, che nel post in cui dava la notizia della sospensione permanente dell’account di Trump ha aggiunto che i «piani per future proteste armate hanno già  iniziato a proliferare dentro e fuori dalla piattaforma, compreso un attacco contro il Campidoglio degli Stati Uniti» in vista del «Million militia march» (la marcia di un milione di milizie) programmata per il giorno dell’insediamento.
Alcuni gruppi, come l’Eighty Percent Coalition, una coalizione pro-Trump presente alla manifestazione del 6 gennaio, hanno fatto un passo indietro, ritirando la richiesta di organizzare una manifestazione il 16 gennaio. Ma, come ha dichiarato alla Cnn Jonathan Greenblatt, Ceo dell’Anti-Defamation League, tra i gruppi di ricerca che avevano suonato l’allarme nelle settimane scorse, molti estremisti e suprematisti bianchi si sentono galvanizzati, nonostante l’insurrezione sia finita in un nulla di fatto. «Ci aspettiamo — dichiara Greenblatt — che la violenza possa degenerare ulteriormente prima che si veda un miglioramento».

(da agenzie)

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SCACCO AL SOCIAL NETWORK USATO DAI CRIMINALI SOVRANISTI FILO-TRUMP: APPLE, GOOGLE E AMAZON BLOCCANO PARLER

Gennaio 10th, 2021 Riccardo Fucile

NELLE ULTIME ORE SI MOLTIPICANO I MESSAGGI CHE INCITANO ALLA VIOLENZA IL GIORNO DELL’INSEDIAMENTO DI BIDEN

Amazon, Google e Apple hanno bandito l’app Parler dai propri store. La Mela ha motivato il blocco del social network, noto per la carenza di filtri e particolarmente amato negli Usa dai fan più estremisti di Donald Trump, con il fatto che Parler non ha preso le misure necessarie ad arginare i discorsi di odio e violenza, specie in occasione e in seguito dell’assalto a Capitol Hill, il 6 gennaio scorso.
«Abbiamo sempre sostenuto che i diversi punti di vista dovessero essere rappresentati, ma non c’è spazio sulla nostra piattaforma per la violenza e per l’illegalità », afferma Apple. «Parler non ha preso le misure adeguate per affrontare il proliferare di queste minacce sulla sicurezza della gente».
I messaggi che incitano alla violenza
«Si è trattato di un attacco coordinato da parte dei giganti della tecnologia per uccidere la concorrenza sul mercato», ha commentato il ceo di Parler, John Matze. Parler s’è contraddistinto nella sua ascesa per le regole di moderazione particolarmente lassiste, balzando al centro delle cronache negli ultimi giorni per l’uso che ne è stato fatto da parte dei manifestanti filo Trump in vista della rivolta del Campidoglio.
Nelle ultime ore, come riportato anche da Open, su Parler sono apparsi messaggi che incitano a un nuovo assalto al Campidoglio a pochi giorni dall’insediamento del prossimo presidente statunitense Joe Biden, il 20 gennaio.
Nell’annunciare il blocco di Parler, Google ha spiegato: «Siamo a conoscenza del fatto che sull’app si continuano a pubblicare contenuti che incitano alla violenza negli Stati Uniti. Riconosciamo che ci può essere un ragionevole dibattito sulle politiche dei contenuti e che può essere difficile per le app rimuovere immediatamente tutti i contenuti violenti, ma per distribuire un’app attraverso Google Play abbiamo bisogno che questa implementi una stringente moderazione per contenuti così importanti».

(da Open)

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FBI: “NELL’ASSALTO AL CAMPIDOGLIO C’ERA UN PIANO PER COLPIRE I CONGRESSISTI”

Gennaio 10th, 2021 Riccardo Fucile

“QUALCUNO AVEVA INTENZIONE DI UCCIDERE O PRENDERE IN OSTAGGIO DEPUTATI E SENATORI”

Dopo l’offensiva a Capitol Hill, sono molte le strade da seguire per giungere agli organizzatori di un putsch mancato.
Tra le ipotesi che stanno seguendo gli agenti dell’Fbi che stanno indagando sull’assalto al Congresso, c’è anche quella che tra le migliaia di sostenitori di Donald Trump che hanno invaso Capitol Hill vi potesse essere qualcuno con l’intenzione di uccidere o prendere in ostaggio deputati, senatori o loro assistenti.
L’attenzione, rivelano fonti dei federali al Washington Post, si concentrano sulle persone arrestate perchè in possesso di armi, o di altri oggetti che potevano essere usati per azioni di violenza su individui.
Si sta dando la caccia a chi ha lasciato una pipe bomb fuori del quartier generale dei comitati democratico e repubblicano, mentre è stato arrestato l’uomo alla guida del camion dove sono state trovate 11 molotov.
Insospettiscono poi le foto che mostrano come alcuni rivoltosi avessero in mano manette di plastica, tipo quelle usate dalla polizia.
“Non stiamo pensando ad un grande complotto, ma siamo curiosi di sapere cosa volessero fare con queste manette”, afferma uno degli investigatori, sottolineando che al momento non sono emersi foto o video che mostrerebbero che questi rivoltosi volessero prendere degli ostaggi.
Una delle possibilità  che stanno valutando gli agenti dell’Fbi è che le persone con in mano le manette usate dalla polizia fossero effettivamente degli agenti, o degli ex agenti delle forze dell’ordine. In effetti nelle ultime ore è stato confermato che mercoledì a Washington per la giornata pro Trump sono arrivati agenti e poliziotti da altri stati.
Come Chris West, sceriffo di una contea dell’Oklahoma, che ieri in una conferenza stampa ha ammesso di aver partecipato al comizio, ma ha negato di aver messo piede nel Congresso smentendo che sia sua la foto circolata sui social media.
In Texas, lo sceriffo della Bexar County ha annunciato che una delle sue vice Roxanne Mathai è sotto inchiesta interna dopo aver postato foto in cui appare all’interno del Congresso. Nei confronti dell’agente non sono state mosse incriminazioni.
L’Fbi insiste nell’urgenza di determinare se vi sia stato un piano preordinato e coordinato per l’assalto al Congresso per poterne individuare i responsabili in vista del nuovo appello alla mobilitazione che sugli account social dell’estrema destra Usa stanno circolando per il 17 gennaio.
“Solo perchè avete lasciato Washington, non è detto che non potete ricevere qualcuno alla vostra porta se scopriamo che avete partecipato ad un’azione criminale”, è il monito che Steve D’Antuono, il capo dell’Fbi di Washington, ha lanciato ai rivoltosi.
Ed in effetti tra ieri ed oggi sono stati effettuati arresti in Arkansas ed in Florida. Ed è stato incriminato il deputato statale della West Virginia, Derrick Evans, che ha partecipato all’assalto documentando tutto con una diretta video.

(da agenzie)

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ANCHE UN EBREO ORTODOSSO TRA GLI ASSALITORI DEL CAMPIDOGLIO A FIANCO DEI NAZISTI

Gennaio 10th, 2021 Riccardo Fucile

AVEVA MINACCIATO ANCHE IL SINDACO DI NEW YORK DE BLASIO PERCHE’ REVOCASSE LO LOCKDOWN

C’era anche il figlio di un giudice della Corte Suprema di Brooklyn, tra i tanti ebrei ortodossi che hanno invaso e devastato il Campidoglio di Washington, mercoledì 6 Gennaio.
Evidentemente insensibile alle decine e decine di simboli antisemiti che i rivoltosi attorno a lui sfoggiavano con orgoglio, Aaron Mostofsky è stato tra i primi a violare il Palazzo del Congresso dove i legislatori stavano ratificando la vittoria di Joe Biden. E anche uno dei primi a venire identificato sui social media e inserito dalla Polizia nella lista di “persone investigate” in merito ai fatti di Washington.
E dire che non ci voleva neanche entrare al Campidoglio, pare.
«Aaron è stato spinto all’interno», dice infatti suo fratello Nachman Mostofsky, leader politico locale dei Repubblicani, che era con lui a Washington finchè non lo ha “perso tra la folla”.
Nachman, diventato famoso per aver minacciato il sindaco di New York, Bill De Blasio, di far intervenire i suoi amici “persone molto in alto, pezzi grossi vicini al Presidente Trump” per costringerlo a riaprire in fretta la città  in lockdown a causa della prima ondata di Covid-19, dice anche di aver lasciato la manifestazione prima che la rivolta cominciasse.
«Mio fratello non ha fatto niente di illegale. Chi dice il contrario è un pieno di merda, un disonesto», dice Nachman a Gothamist. «Aaron è venuto qui come un semplice cittadino d’America, un patriota. Nessun conservatore può essere d’accordo con quanto è successo a Washington. La capitale è stata assaltata e questo non è patriottico. E comunque», continua, «Per mesi abbiamo sentito in tv che “questo è quello che accade quando la gente non viene ascoltata”. Stavolta è il popolo di Trump a non essere stato ascoltato».
Fortuna ha voluto che il “cittadino semplice”, coinvolto “per caso” nell’effrazione e dissacrazione di uno dei palazzi più importanti d’America, fosse vestito per l’occasione. Aaron Mostofsky sfoggiava infatti lo stesso look “paleo” di Jake Angeli (l’ormai famoso “Sciamano di QAnon”, che ha guidato l’assalto a Capitol Hill), fatto di pelli di animali selvatici.
A completare l’outfit però, Aaron aveva anche due accessori esclusivi: uno scudo antisommossa della Polizia di Washington e un giubbino antiproiettile.
«Questi? Li ho trovati per caso sul pavimento all’ingresso», dice nell’intervista video rilasciata all’interno del Campidoglio. «Erano lì a portata di chiunque. Io li ho presi, ma prima di mettermeli ho chiesto il permesso ai poliziotti che ancora stavano all’ingresso, in caso fossero di qualcuno”, continua. «Ma non c’è nome nè niente, quindi mi hanno detto prendili e io li ho presi. E questo coso è davvero pesante», si scusa aggiustandosi il giubbino piombato.
Aaron non ha agito di certo nel nome del padre Steven Shlomo Mostofsky (che lo scorso gennaio ha chiesto -e ottenuto- il supporto del partito Democratico per farsi eleggere alla Corte Suprema), ma, come racconterà  lui stesso, di Donald Trump.
«Sono qui per esprimere, in nome della libertà  di espressione, il mio convincimento che questa elezione è stata rubata. Siamo stati traditi, presi in giro. Io non credo che solo 75 milioni di persone hanno votato per Trump. Credo che siano almeno 85 milioni», dice al giornalista.
Come la stragrande maggioranza di coloro che hanno preso parte alle violenze di Washington, Mostofsky ha potuto lasciare la città  e tornare a Brooklyn, dove è stato visto girare liberamente fino a venerdì scorso. Suo padre, il giudice Shlomo Mostofsky, ha dichiarato tramite un portavoce di “non essere a conoscenza di alcuno di questi sfortunati eventi”.
Forse è meglio che s’informi, dato che il procuratore generale ad interim Jeffery Rosen ha già  cominciato gli arresti e ha dichiarato che: «Il Dipartimento di Giustizia si impegna a garantire che i responsabili di questo attacco al nostro Governo e allo Stato di diritto affrontino tutte le conseguenze delle loro azioni secondo la legge».
E la legge, inasprita proprio da Donald Trump quest’estate, ora prevede una pena fino a 10 anni in un carcere Federale.
Chi la fa l’aspetti, Karma is a bitch!

(da agenzie)

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UMBERTO TOZZI CONTRO TRUMP: “LA MIA CANZONE USATA DURANTE AZIONI DI VIOLENZA, MI DISSOCIO”

Gennaio 10th, 2021 Riccardo Fucile

ALL’ARTISTA NON E’ ANDATO GIU’ IL VIDEO DEL FIGLIO DI TRUMP IN CUI SI VEDEVANO I TRUMPIANI ASCOLTARE “GLORIA” PRIMA DELL’ASSALTO

“Mi è stato mostrato un video in cui una delle mie canzoni più famose e alle quali tengo di più è stata usata durante azioni di inaudita violenza fisica e verbale da Donald Trump e dal suo staff”.
E ha poi aggiunto: “Ho sempre preferito l’amore alla violenza , il dialogo alla forza . Nelle mie canzoni , canto la bellezza della vita . Per questo mi dissocio e sono pronto in qualità  di autore a difendere le origini e i principi di questa canzone”
Lo sottolinea in un video postato su Twitter Umberto Tozzi in riferimento alla versione in inglese di “Gloria” che si è sentita in alcuni video postati sui social prima dell’assalto a Capitol Hill.
Per Umberto Tozzi non c’è “Gloria” nello staff di Trump che utilizza il suo pezzo prima dell’assalto a Capitol Hill
Quanto affermato in italiano è stato tradotto, parola per parola, anche in inglese.
Il video è stato pubblicato dal figlio di Donald Trump su Twitter e, per quanto sembri paradossale visto le tempistiche, è diventato virale. Appena prima dei fatti di Capitol Hill si vedono i figli e lo staff di Trump che osservano quanto sta accadendo a Washington sulle note della cover di Gloria di Umberto Tozzi cantata da Laura Branigan. Nel video, oltre a Trump jr., sono presenti anche la sua compagna Kimberly Guilfoyle — avvocata e consigliera di Donald Trump — e si vedono anche, accanto al tycoon, i figli Ivanka ed Eric Trump. Trump jr. e compagna esortano i seguaci del presidente uscente a «combattere» e a «fare la cosa giusta».

(da agenzie)

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DOPPIA MOSSA DI PENCE: PARTECIPERA’ ALLA CERIMONIA DI INSEDIAMENTO DI BIDEN E APRE ALL’IMPEACHMENT PER TRUMP

Gennaio 10th, 2021 Riccardo Fucile

ALCUNI REPUBBLICANI CONTINUANO INVECE A PROTEGGERE IL TERRORISTA… TRUMP SI E’ RIFIUTATO DI ORDINARE LE BANDIERE A MEZZ’ASTA IN MEMORIA DELL’AGENTE UCCISO

Capitol Hill è un punto di non ritorno: il vice di Donald Trump, Mike Pence, non ha escluso che invocherà  il 25esimo emendamento per destituire il presidente dall’incarico prima del dovuto.
A dare la notizia è la Cnn: secondo le fonti citate, Pence sarebbe favorevole a farvi ricorso qualora Trump divenisse «più instabile».
A incrinare ancora di più i rapporti tra i due è stata la decisione del presidente tuttora in carica di non ordinare le bandiere a mezz’asta sugli edifici federali in onore di Brian D. Sicknick, agente della capitol police rimasto ucciso a Washington nel tentativo di respingere l’assalto dei sostenitori di Trump al Congresso.
Come se non bastasse, in queste ore Pence ha annunciato che parteciperà  alla cerimonia di insediamento di Joe Biden e Kamala Harris, che avverrà  il 20 gennaio.
Lo riporta il Washington Post, citando alcune fonti: una mossa più che eloquente considerando la campagna di delegittimazione del risultato elettorale messa in piedi da Trump nei giorni successivi al voto — e che ha aperto la strada agli scontri del 6 gennaio. Ma la posizione di Pence è solo la punta dell’iceberg di un partito ormai in crisi di rappresentanza: gran parte dei repubblicani si stanno scontrando per capire come gestire al meglio gli ultimi giorni di un Trump sempre più isolato e imprevedibile.
La strada verso l’impeachment
Parallelamente, la speaker della Camera Nancy Pelosi porta avanti la battaglia per l’impeachment. Venerdì scorso, 8 gennaio, ha fatto sapere che i Democratici sono pronti a presentare la loro richiesta già  lunedì, motivata dal ruolo che Trump avrebbe avuto nel fomentare le proteste dell’Epifania.
L’accusa, dunque, è quella di istigazione all’insurrezione. Qualora non venisse assolto, gli sarebbe impedita per sempre la possibilità  di ricandidarsi alle presidenziali. Secondo David Cicilline, parlamentare democratico tra i co-firmatari della bozza del provvedimento, sono 180 i deputati favorevoli.
La strategia però non convince un gruppo di repubblicani alla Camera, che ha chiesto a Biden di convincere Pelosi a rinunciare all’impresa. Non tanto perchè fedeli all’uomo che li rappresenta — almeno formalmente — ma perchè una mossa del genere costituirebbe, a parer loro, un autogol.
In una lettera al presidente eletto, i deputati conservatori lo hanno messo in guardia dalle possibili conseguenze avverse: una messa in stato di accusa di Trump rischia di infiammare i suoi sostenitori e di creare tensioni.
«Nello spirito di fedeltà  alla Costituzione — scrivono i Repubblicani — chiediamo formalmente di richiedere alla speaker Nancy Pelosi di mettere fine ai suoi sforzi per il secondo impeachment del presidente Donald Trump».
I repubblicani senza leader, insomma, si spaccano sempre di più. La senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski è stata la prima a rompere ufficialmente le fila. «Trump deve dimettersi», ha detto ieri. «Deve andare immediatamente. Ha già  causato abbastanza danni».
Lo spettro di una sua ricandidatura nel 2024 gela anche chi finora gli ha dimostrato più lealtà . A partire da Mitch McConnell, che ha dichiarato definitivamente conclusa la sua alleanza con Trump. Anche il governatore della Pennsylvania Pat Toomey ha riconosciuto le responsabilità  dell’attuale presidente, rimanendo però scettico sull’impeachment.

(da agenzie)

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IL TERRORISTA JAKE ANGELI NON HA ORIGINI ITALIANE

Gennaio 10th, 2021 Riccardo Fucile

LO CONFERMANO GLI INQUIRENTI NELLE CARTE DELLE INDAGINI

Ecco, ci siamo. L’ennesimo articolo costruito sul nulla che è stato smentito.
Jake Angeli, l’ormai noto manifestante con le corna e sciamano di QAnon, non ha nemmeno l’ombra di sangue italiano nelle vene. Perchè si è cominciato a dire che fosse così? Per il suo cognome, Angeli, palesemente italiano.
Peccato solo che il legame con l’Italia di Jake Angeli — sfruttando il quale sono fioccati moltissimi meme — non sia mai stato confermato e, anzi, risulta essere smentito dalle indagini che hanno portato al suo arresto.
Il legame di Jake Angeli con l’Italia, sul quale molte testate avevano addirittura basato i titoli parlando di lui — senza verificare la veridicità  ma basandosi su quello che dicevano gli altri -, non esiste.
Non esistono conferme ufficiali che il 33enne abbia origini italiane e, anzi, dai documenti delle indagini emerge come Jake Angeli sia solamente uno pseudonimo. Il suo vero nome è Jacob Anthony Chansley, come emerso dalle carte e dalle indagini che hanno poi portato al suo arresto.
Il dipartimento della Giustizia, come ha sottolineato Luca Sofri — direttore del giornale online Il Post — ha resto noto che «Jacob Anthony Chansley, a.k.a. Jake Angeli, dell’Arizona, è stato accusato di essere entrato e rimasto volontariamente in un palazzo limitato senza l’autorizzazione della legge, entrando violentemente e creando disordine all’interno di Capitol Hill». Oltre che sui giornali la questione infondata delle origini italiane dello sciamano di QAnon aveva dato vita anche a moltissimi meme e battute social.

(da agenzie)

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