Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
A FORZA DI RISTORI A TUTTI AUMENTA IL DEBITO SULLE SPALLE DELLE FUTURE GENERAZIONI: E’ COME SE OGNI FAMIGLIA ITALIANA AVESSE UN DEBITO DI 98.000 EURO… QUANDO LA BCE CHIUDERA’ IL RUBINETTO SARANNO DOLORI
L’anno senza precedenti per la crisi pandemica e i 108 miliardi di sussidi, ristori, paracadute vari iniettati
nell’economia si è chiuso con un picco del debito pubblico altrettanto inedito: secondo i dati aggiornati dalla Banca d’Italia, al 31 dicembre del 2020 il debito delle Amministrazioni pubbliche era pari a 2.569,3 miliardi; a fine 2019 il debito ammontava a 2.409,9 miliardi (134,7 per cento del Pil).
Via Nazionale spiega che lì’aumento del debito nel corso del 2020 (si parla di ben 159,4 miliardi) ha riflesso “sia il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (152,4 miliardi) sia l’incremento delle disponibilità liquide del Tesoro (9,6 miliardi, a 42,5); gli scarti e i premi all’emissione e al rimborso, la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e la variazione del cambio hanno complessivamente diminuito il debito per 2,6 miliardi”.
Quasi tutto lo stock di indebitamento viene dal centro del Paese: “Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, il debito consolidato delle Amministrazioni centrali è cresciuto di 160,1 miliardi, a 2.484,9, mentre quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 0,8 miliardi, a 84,2; il debito degli Enti di previdenza è rimasto sostanzialmente stabile”.
Come più volte sottolineato da diversi osservatori, a tenere in linea di galleggiamento i conti pubblici – in attesa che arrivino i soldi dell’Europa – è stato l’Eurosistema, ovvero gli acquisti da parte della Bce – mediati da via Nazionale – nell’ambito del piano anti-pandemico.
“Nel corso del 2020 la quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia è cresciuta per effetto degli acquisti di titoli pubblici nell’ambito dei programmi decisi dall’Eurosistema, collocandosi al 21,6 per cento (dal 16,8 per cento della fine del 2019)”, spiega infatti Banklitalia. Lo scorso dicembre la durata media del debito era pari a 7,4 anni, da 7,3 del 2019.
Sul peso del debito arriva il conteggio dell’Unione nazionale consumatori. “Anche se a dicembre il debito in valore assoluto è inferiore rispetto al precedente primato di ottobre, quando era pari a 2.587,471 miliardi calcolando il debito per ogni italiano si raggiunge un record storico – dice il presidente Massimiliano Dona dell’Unc – Se, infatti, consideriamo la popolazione residente secondo i dati ufficiali Istat relativi al 1° gennaio di ogni anno, nel 2020 è come se ogni italiano avesse un debito di 43 mila e 78 euro.
Un valore superiore al precedente primato del 2019 quando era pari a 40 mila e 288. A famiglia si tratta di un debito pari a oltre 98 mila euro, 98.091 euro per la precisione”.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
ORA SE LA PRENDE PURE CON SE STESSO
Quello a cui nessuno ormai credeva più, alla fine è accaduto: il ministro della Salute Roberto Speranza ieri sera ha firmato il provvedimento con cui proroga lo stop a tutto lo sci amatoriale e non agonistico fino al prossimo 5 marzo, in quella che si può considerare il primo atto importante del nuovo governo Draghi.
Decisivo il parere del Comitato tecnico scientifico e le preoccupazioni per la variante inglese che — dati alla mano — è responsabile del 18% dei contagi nell’ultimo periodo.
In pratica: un contagiato italiano su cinque è positivo al ceppo d’Oltremanica. E poi ci sono altri dati di realtà : l’emergenza è ancora tutt’altro che superata, anche se qualcuno nel frattempo si era illuso.
I numeri in possesso dei tecnici non sono affatto rassicuranti, confermati dal grido d’allarme che arrivano da medici e infermieri di molti ospedali, preoccupati per quelle che sono chiare avvisaglie di una nuova recrudescenza del virus.
D’altra parte, come era facile immaginare, la decisione di Speranza ha mandato su tutte le furie, prima ancora che gli sciatori, gli operatori e i lavoratori del comparto della montagna, che si sono sentiti traditi da una decisione presa in zona Cesarini, dopo che lo stesso governo, appena una settimana prima, aveva assicurato che ci fossero le condizioni per una riapertura in sicurezza.
Siamo alle solite, insomma. Da qualunque punto di vista osservi la questione, il Covid impone quella che è, ad oggi, ancora un’irrisolvibile equazione che metta insieme il criterio di massima prudenza e la salvaguardia economica e sociale dei settori più colpiti.
Il virus, insomma, è ancora lì tra noi, anche se nell’ultimo mese ce ne siamo dimenticati, troppo presi a occuparci di chi avrebbe votato una fiducia o a far la conta del toto-ministri, in quella che appare, ogni giorno che passa, la crisi più incomprensibile e imperdonabile della storia repubblicana.
Ma come? Non era il governo Conte che sadicamente voleva tenerci chiusi in casa? Non era il governo precedente che voleva far fallire i lavoratori della montagna e mandare gambe all’aria un intero settore?
Chi si era illuso che con Draghi al governo il virus sarebbe magicamente sparito dalle nostre vite dovrà fare i conti con la realtà . Nel caso qualcuno non se ne fosse ancora accorto, siamo (ancora) in una pandemia.
E chi prende decisioni così complesse lo fa dovendo mettere insieme e tenere in equilibrio una quantità di fattori, interessi, dati, previsioni inimmaginabili. Si chiama anche politica. Giusta o sbagliata che sia.
Era così ieri con Conte. Sarà così domani con Draghi. Quello stesso Draghi da cui in molti si attendevano la fine dell’austerity sanitaria e l’inizio di una nuova stagione di aperture e che, invece, ieri — come riporta “Repubblica” — non solo è (ovviamente) informato della decisione del suo ministro ma l’ha anche sottoscritta e approvata al termine di un lungo confronto proprio con Speranza.
Alla faccia di quel Matteo Salvini che continua a ululare alla luna contro ogni chiusura come se fosse un ultras dai banchi dell’opposizione. Qualcuno lo avvisi che ora siede al governo.
(da TPI)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
LO STUDIO VOLUTO DA BIDEN, JOHNSON, MERKEL E MACRON
L’hanno voluto Joe Biden, Angela Merkel, Boris Johnson ed Emmanuel Macron. E le conclusioni sono
tutt’altro che rassicuranti: “La variante inglese uccide di più”.
Ha una letalità maggiore tra il 20 e il 30 per cento. E anche le altre mutazioni di Sars-Cov-2 comportano problemi nella lotta alla pandemia: quella brasiliana non crea immunità aprendo al rischio di re-infezione, mentre quella sudafricana depotenzia l’efficacia del vaccino di Astrazeneca. L’inchiesta scientifica che terrorizza i governi potrebbe arrivare oggi sul tavolo del Comitato tecnico scientifico, che ha in programma un tavolo con il ministro Roberto Speranza, ed è destinata ad aprire il dibattito sulla necessità di raccomandare nuove chiusure.
Si spiega così l’allarme lanciato domenica da Walter Ricciardi, consulente scientifico del ministro Roberto Speranza. Il professore di Igiene aveva avanzato di nuovo la proposta di un “lockdown totale e immediato“ finendo sotto attacco da parte di Lega e Italia Viva. E aveva quindi aggiunto: “Tutte le varianti del virus Sars-Cov-2 sono temibili e ci preoccupano ma, in particolare, quella inglese risulterebbe essere anche lievemente più letale e sta facendo oltre mille morti al giorno in Gran Bretagna”. A fronte di questa situazione di “pericolo — aveva detto ancora — alcuni Paesi hanno già optato per la chiusura drastica. L’Italia è in ritardo, penso avremmo dovuto prendere misure di chiusura già 2 o 3 settimane fa”.
La sua riflessione, ha svelato La Stampa, è dettata dalla lettura di questo report voluto dai maggiori leader mondiali e prodotto da una task force internazionale sulla base dei dati disponibili nel Regno Unito.
E secondo il quotidiano torinese arriverà oggi sul tavolo del Comitato tecnico scientifico, finendo con ogni probabilità per costringere a una revisione della situazione epidemiologica. Un nuovo tassello che si aggiungerebbe alla già precaria situazione descritta dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ultimo monitoraggio settimanale e nello studio sulla sorveglianza delle varianti.
Quella inglese rappresenta ad oggi il 17,8% dei nuovi contagi e, come spiegato dal presidente Silvio Brusaferro, è destinata a diventare il ceppo dominante in “5-6 settimane“. Una diffusione che, visto il 50% in più di capacità di infettare, provocherebbe una risalita vertiginosa della curva dei positivi.
In generale, tra l’altro, alcune regioni già ora mostrano “segnali” di “controtendenza” del contagio. E un eventuale dilagare della variante inglese, sottolineava venerdì l’Iss, si innesterebbe su una pressione dei servizi sanitari che, nonostante il miglioramento dell’ultimo mese, resta comunque precaria. Insomma, il rischio è che in alcune zone l’area critica (le terapie intensive) vadano in tilt in breve tempo.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
VARIANTE DIFFUSA NELL’88% DELLE REGIONI, PER UN TOTALE DEL 59% DI CASI IN ALCUNE AREE
Intervenire per contenere e rallentare la diffusione della “variante UK” in Italia “rafforzando/innalzando” le misure in tutto il Paese.
L’Istituto superiore di sanità ha condotto uno studio coinvolgendo 82 laboratori di 16 regioni diverse, nelle giornate del 3-4 febbraio, ed è emerso come la variante inglese sia diffusa nell’88% delle Regioni partecipanti allo studio con percentuali rispetto ai casi totali che vanno fino al 59% in alcune aree.
Per tale ragione l’Iss “raccomanda” di modulare ulteriormente le misure restrittive laddove la circolazione è più elevate, inibendo in ogni caso ulteriori rilasci delle attuali misure in atto.
E ancora, tra i punti salienti del rapporto, emerge che “nel contesto italiano in cui la vaccinazione delle categorie di popolazione più fragile sta procedendo rapidamente ma non ha ancora raggiunto coperture sufficienti, la diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante se non vengono adottate misure di mitigazione adeguata”.
Inoltre, avverte l’Istituto superiore di sanità , “considerata la maggior trasmissibilità della variante” inglese di Sars-CoV-2, “e considerato l’andamento in altri Paesi interessati precocemente dalla diffusione della VOC 202012/0 è prevedibile che questa nelle prossime settimane diventi dominante nello scenario italiano ed europeo”.
Pertanto “al fine di contenere e attenuare l’impatto sulla circolazione e sui servizi sanitari è essenziale, in analogia con le strategie adottate negli altri paesi europei, rafforzare/innalzare le misure di mitigazione in tutto il Paese mantenendo o riportando rapidamente i valori di Rt inferiore a 1 e l’incidenza a valori in grado di garantire la possibilità del sistematico tracciamento di tutti i casi”.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
“CI SONO TANTI MODI PER PARTECIPARE ALLA VITA POLITICA”
Dalla scrivania di Palazzo Chigi alla cattedra in ateneo. 
Finisce così la parabola di Giuseppe Conte, che dopo le dimissioni da presidente del Consiglio tornerà a insegnare in Toscana. “Vedo nel mio futuro immediato il rientro a Firenze, come professore dell’università . È terminata l’aspettativa, quindi ritornerò a Firenze”, ha annunciato
Nei giorni scorsi l’ex premier si era lasciato andare a un lungo messaggio su Facebook (che ha totalizzato un record assoluto di “like”) in cui, salutando gli italiani, aveva scritto: “Torno semplice cittadino, ma il mio impegno prosegue”.
Seppure da professore universitario, l’avvocato non abbandonerà quindi la politica. “Ci sono tanti modi per partecipare alla vita politica, li vedremo insieme agli amici con cui abbiamo lavorato, ai compagni di viaggio”. I 5 Stelle, quindi. Ma ammette di continuare a credere nella coalizione tra il Movimento, Leu e il Pd, ovvero la maggioranza che ha sostenuto il suo secondo governo.
“È un progetto che non ho declamato a casa – risponde – ma che abbiamo iniziato a realizzare e ha già prodotto dei risultati, altri sono in corso di completamento, altri vanno elaborati e realizzati. Quella è una prospettiva a cui credo molto, da politico, da privato cittadino e da ex presidente del Consiglio: continuerò a dare il mio contributo nelle modalità che decideremo insieme”.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
LA BARCA ITALIANA STA DOMINANDO LA FINALE DI PRADA CUP E SI CANDIDA A SFIDARE I NEOZELANDESI PER LA CONQUISTA DELL’AMERICA’S CUP… LA STAMPA DI AUCKLAND: “I SEGNALI SONO MINACCIOSI”
“Gli italiani stanno arrivando!”. Non è solo il titolo del divertente spot schierato su Luna Rossa che circola in questi giorni ma è anche quello che pensano i neozelandesi appassionati di vela, quindi la quasi totalità degli abitanti, all’indomani delle quattro vittorie consecutive contro gli inglesi di Ineos.
“Arrivano gli italiani” verso la sfida finale della America’s Cup – anche se devono vincere almeno altre tre regate contro gli inglesi e ancora può succedere di tutto – ma intanto si portano avanti su quello che per loro ora diventa il tema del momento.
E non è che i neozelandesi stiano lì a sfregarsi le mani. Tutt’altro. Emittenti seguitissime di approfondimento post regate non hanno nessun timore ad andare nel cuore del “problema”.
“La crescita di Luna Rossa rappresenterà un grave problema per Nzl?” si chiedono esperti e campioni della vela kiwi e le risposte sono tutte molte articolate, super tecniche, dentro i dettagli più sofisticati ma, insomma, il sunto è: sì, “i segnali sono minacciosi e non solo per gli inglesi di Ineos”.
Va detto che è improprio sostenere che i kiwi abbiamo paura dell’avversario, non è un sentimento da loro praticato, piuttosto il rispetto, piuttosto l’ammirazione per campioni quantomeno alla loro altezza ma… insomma…. l’inversione repentina delle quote delle scommesse legali prima assai sfavorevoli a Luna Rossa contro gli inglesi e ora più che ribaltate, potrebbe avere conseguenze anche sul prossimo contendente, e padrone di casa e fiero detentore della Coppa.
Ma solo una volta portato a casa il predominio italiano sugli inglesi. E’ vero che si sta molto avanti ma ancora in mezzo al guado.
“Luna Rossa è impressionante – ha vinto otto gare consecutive (prima quelle contro American Magic e poi le quattro contro sir Ben Ainslie) – ma è anche facile sembrare dei campioni quando puoi guidare la regata fin dall’inizio. Però la barca italiana è veloce, stabile e sempre sotto il massimo controllo e quando tu ti puoi fidare del tuo mezzo allora è lì che lo puoi spingere al massimo. La mia preoccupazione per Te Rehutai di TNZ è soprattutto il fatto che i nostri non abbiano potuto correre molto contro gli avversari, provarsi in regata se non pochissime volte” sostiene Mark Orams, grande amico del leggendario Peter Blake, membro del Team New Zealand e docente di sport presso l’Università di Tecnologia di Auckland.
“Jimmy ‘Pitbull’ Spithill di Luna Rossa ha lavorato tantissimo sulle pre-partenze. La sua fiducia sta crescendo con ogni uscita. Peter Burling (il talentuoso timoniere di NZ, due volte olimpionico, sette volte campione del mondo e soprattutto vincitore della Coppa dei kiwi nel 2017) dovrà saper contrastare questa fiducia e aggressività “.
“L’ascesa di Luna Rossa crea grossi guai anche per i difensori del Team New Zealand nel match race di Coppa America?” titola qualche giornale e le risposte erano articolate ma tutte in una sola direzione: “Spithill e Luna Rossa sembrano pronti a fare la partita dell’America’s Cup”.
E se, come riportano i giornali neozelandesi, lo skipper di Luna Rossa non ha voluto discutere di un potenziale scontro con i kiwi, sostenendo che tutto il suo obiettivo è battere gli inglesi, un veterano di Luna Rossa come Vasco Vascotto, 51 anni, non si è preoccupato di proiettarsi in avanti e sostenere che gli italiani hanno la barca giusta per battere il Team New Zealand.
Va detto che, pratica inglese a parte, finora il palmares di una Luna Rossa contro i kiwi nella storia dell’America’s cup non è mai stato troppo generoso con le barche tricolori. Nel 2007, nella finale della Louis Vuitton Cup, New Zealand ha battuto Luna Rossa 5-0, anche se poi Alinghi si è presa tutto. E ancora, nel 2013 a San Francisco i kiwi hanno battuto Luna Rossa prima nei round robins (4-0) e poi nella finale della Lous Vuitton Cup 7-1.
E, nell’edizione in corso, ci sono stati solo due scontri diretti nella America’s cup World series, competizione laterale della corsa vera e propria e Luna Rossa ha perso tutte e due le volte.
Ma ora sembra che barca e equipaggio abbia messo un turbo, sia con gli inglesi – che comunque hanno al timone un sir che detiene il record della vela di aver conquistato cinque medaglie olimpiche in cinque diverse Olimpiadi – e poi con i kiwi, chiunque ci arrivi, se ne riparlerà ai primi di marzo. Sempre se il Covid – che ha bloccato per ora le regate causa lockdown – li lascerà passare.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
CHI PUBBLICA UN FOTOMONTAGGIO PER DIFFAMARE UN MINISTRO VA PERSEGUITO PENALMENTE E LA PAGINA FB CHIUSA PER SEMPRE
Non è vero che Luciana Lamorgese indossava una mascherina con uno slogan pro-migranti durante il
giuramento dei ministri, mentre veniva confermato il suo ruolo di ministra degli Interni.
Si tratta di un’altra bufala di stampo sovranista che sta girando in rete. Prima di condividere in maniera automatica la bufala mascherina Lamorgese indignandosi basterebbe fare una cosa molto semplice: andare a controllare il video del giuramento, facilmente rintracciabile con un paio di click.
Invece l’atteggiamento di chi commenta, condivide e reagisce a questo tipo di contenuto — quando non è volontariamente propagandistico — è totalmente acritico.
Non è certo la prima volta che Luciana Lamorgese si trova protagonista di bufale di stampo sovranista
La fotografia in questione ha girato su varie pagine e account Facebook, compreso quello di Primavera Nazionale — pagina seguita da più di 100 mila utenti e che appoggia Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia — con tanto di commento sprezzante che allude alla solita invasione di clandestini.
Basta guardare il video del giuramento per capire che la mascherina di Luciana Lamorgese non presentava alcun tipo di disegno
Ecco che allora la propaganda sovranista supera i confini — come quasi sempre accade — e pur di continuare a battere su quel chiodo non si cura di condividere contenuti palesemente falsi che basterebbe un minuto per verificare.
Niente «Refugees Welcome» sulla mascherina e niente evidenze del complotto sulla sostituzione etnica, solo il lavoro scorretto di persone e account che pur di fare propaganda a favore di un partito se ne inventano di ogni.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL DIRETTORE MIHALJ HARDY: “DAL COMUNISMO GULASH SIAMO PASSATI ALLA DITTATURA DEL CAPITALISMO MILITANTE”
A mezzanotte, nell’ultimo minuto del giorno di San Valentino, è calato il silenzio dopo 20 anni di trasmissione. Sono stati spenti i microfoni di Klubradio, un’emittente che ha fatto la storia dell’Ungheria libera ed ha resistito finchè ha potuto come testa d’ariete contro l’esecutivo sovranista di Viktor Orban.
Il direttore Mihalj Hardy dice adesso che, insieme alla sua squadra di giornalisti, non abbandonerà “lo spirito combattivo” che hanno sempre tutti mantenuto: “siamo una radio libera, abbiamo una responsabilità verso il nostro pubblico”.
Direttore, la storia spesso ci prende in giro con gli anniversari: oggi è il trentennale della costituzione del gruppo di Visegrad, avvenuto il 15 febbraio 1991, poco dopo l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia.
C’era una buona idea alla base del gruppo di Visegrad, il V4, che è nato però come V3, perchè la Cecoslovacchia era ancora un solo Paese. Si ispirava all’accordo Benelux o l’alleanza dei Paesi nordici. Il gruppo V4 è nato da buone intenzioni, ma non ha saputo evolversi all’altezza delle aspettative: ora è solo una cornice formale, perchè tutti i Paesi hanno interessi ed intenzioni diverse, basti guardare all’atteggiamento opposto verso la Russia che mantengono Polonia ed Ungheria.
Lei ha 64 anni e dal 1980 fa il giornalista, è stato anche corrispondente a Mosca, ricorda benissimo i tempi sovietici.
Non pensavo sarebbe successo questo dopo la dissoluzione dell’Urss, non è quello per cui hanno combattuto le persone nel 1989 e nel 1990, stiamo andando indietro a quei tempi lì, regrediamo. Noi avevamo grandi speranze. Ieri in Ungheria c’era un comunismo morbido, oggi c’è un capitalismo militante, una mezza dittatura. Ieri c’era il comunismo gulash, oggi c’è il Kasernen-kapitalismus: un capitalismo che ha le caratteristiche del “comunismo da caserma” di cui parla Karl Marx. Comunque è stata un’opportunità storica perduta, ora è finita.
La vostra radio ha cominciato a trasmettere nell’etere dell’Ungheria libera una ventina di anni fa. È stata spenta per un cavillo burocratico: si può dire che è stata una scusa per farvi chiudere?
È dal novembre del 2019 che Klubradio tenta di rinnovare la licenza di trasmissione che ci hanno negato. Formalmente hanno fatto riferimento alla violazione del regolamento che stabilisce le quote di musica e notizie nazionali ed internazionali da trasmettere, un report che invia ogni canale ogni settimana, un documento che vaglia il consiglio che supervisiona i media. Ovviamente ci sono casi di violazione molto più gravi nel Paese che non hanno avuto conseguenze. Abbiamo fatto ricorso alla Corte, ma non ci ha protetto. È stata una battaglia politica. Il premier Orban ha dato un occhio al calendario: nella primavera del 2022 ci saranno le elezioni parlamentari e per quella data deve eliminare tutte le voci indipendenti. Anche se ci definiscono una radio di sinistra e di liberali, noi forniamo un servizio pubblico, critico e senza appartenenza politica. Siamo una radio di notizie, di dibattiti e programmi di politica e cultura. Dal 2010 viviamo solo delle donazioni del nostro pubblico e, in dieci anni, abbiamo ricevuto oltre quattro milioni di euro. Insomma, funzioniamo su base commerciale.
“La Commissione europea è seriamente preoccupata per il pluralismo e libertà dei media in Ungheria” e il caso di Klubradio “aggrava tali preoccupazioni” ha reso noto Bruxelles. Direttore, contate sull’aiuto dell’Europa?
Nessuno risolverà il problema ungherese, se non gli ungheresi. Ma ogni aiuto è benvenuto e i contribuenti europei dovrebbero sapere che le loro tasse finiscono nelle tasche del nostro primo ministro, che i budget europei vanno a finire nei conti dei suoi tirapiedi. I Paesi europei quantomeno non dovrebbero finanziare più il governo Orban. Non sta facendo niente di buono per l’Ungheria: la sua leadership sta conducendo l’economia al collasso, la politica governativa ci danneggia innanzitutto finanziariamente. Perfino Romania e Slovacchia stanno facendo meglio di noi, mentre in passato l’Ungheria era la pioniera nella regione dell’Europa orientale.
Che farete voi giornalisti di Klubradio adesso? E che farà l’Ungheria intera?
Continueremo a trasmettere su un canale internet: ovviamente non sarà lo stesso e manterremo, secondo le stime, solo il 20 o 30% di quello che era il nostro pubblico di ascoltatori. In Ungheria invece l’opposizione è frammentata, sia a destra che a sinistra. Forse i giovani si stancheranno di questo sistema, ma ci vorrà del tempo. Almeno 500mila persone sono emigrate all’estero: i migliori, i più brillanti se ne sono andati e non vogliono tornare. Il 95% del panorama mediatico ungherese è di proprietà di investitori vicini ad Orban o controllato direttamente dai suoi uomini. A Budapest resta qualche giornale locale e siti marginali ancora indipendenti, ma non sono abbastanza forti da influenzare il dibattito pubblico.
Direttore, l’Ungheria è già cambiata una volta una trentina d’anni fa. Può farlo di nuovo?
Temo che le elezioni non siano abbastanza. Gli uomini di Orban non si possono rimuovere alle urne. Controllano tutto: i media, l’economia, il sistema giudiziario, la cultura e le università , tutti gli organi indipendenti di indagine, fino agli istituti che si occupano di contributi. Ovunque, ci sono persone di Orban e non vedo un futuro luminoso. Temo che ci voglia qualcosa come il 1989.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile
“IO SONO UN ATTIVISTA DEL M5S, STO VALUTANDO COSA FARE”… “SOLO GRAZIE A LUI L’ITALIA HA POTUTO OTTENERE 209 MILIARDI DEL RECOVERY: INVECE DI FARGLI UNA STATUA LO HANNO MANDATO A CASA”
“Il concetto di potere lascia il tempo che trova. Per me Palazzo Chigi è stata una esperienza impegnativa
di lavoro. Quest’ultimo anno con la pandemia è stato molto faticoso, un livello di stress pazzesco. E quando Conte è uscito la commozione ha colpito tutto il palazzo. Lui ha il dono di arrivare al cuore e questo lo renderà diverso da tutti i presidenti del Consiglio”.
Così al Corriere della Sera Rocco Casalino, portavoce dell’ex premier Giuseppe Conte.
“Non credo che Conte sarà presto dimenticato. Il video del suo addio ha incassato su Facebook un milione di like, numeri pazzeschi che non fa nessuno al mondo. Proprio tutto questo consenso ha fatto di lui un problema. Conte è stato fatto cadere come tutti sanno da Renzi con una manovra di palazzo ben studiata. Invece di fargli una statua è stato mandato a casa dopo aver ottenuto dall’Europa 209 miliardi”, ha aggiunto. “Il grande dubbio è cosa vuole fare lui. Credo sia una risorsa importantissima per il M5S, ma questo è un mio desiderio personale. La scelta tocca a lui e al Movimento. Non so cosa farà Conte, ma mi auguro che la sua strada si intersechi con quella del Movimento”.
“Io sono un attivista del M5S, sto valutando cosa fare e mi serve un po’ di tempo per riprendermi. Con Conte continuiamo a sentirci, non ci siamo lasciati come se qualcosa fosse finito. Questa è la legislatura che ha sottovalutato Conte. Ha peculiarità straordinarie. Con lui in una campagna elettorale si possono fare cose incredibil”, spiega Casalino.
”È una persona vera, ci mette la faccia. Ha avuto il coraggio di affrontare migliaia di operai arrabbiati all’Ilva di Taranto. È andato a trattare a Bruxelles ed è stato un numero uno, ottenendo il risultato migliore di tutti. Una macchina da guerra, uno stakanovista assoluto, capace di lavorare 18 ore”, dice. “Se fossi il portavoce di Draghi? Punterei sulla competenza. Il pop stonerebbe e avrei il timore dell’effetto Mario Monti col cagnolino, in tv da Daria Bignardi”, conclude.
(da agenzie)
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