Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile
L’IPOTESI DI TASSARE I GRANDI PATRIMONI COME SUGGERITO DALLA CORTE DEI CONTI SPARISCE NEL NULLA
Se ne parla in tutto il mondo ma in Italia non si può quasi nominare. La tassa sulle grandi ricchezze è forse l’unico tabù rimasto nel dibattito politico italiano, che ormai ha sdoganato di tutto, dal cannoneggiamento dei barconi dei migranti, alla distribuzione dei vaccini in base alla ricchezza delle regioni.
Tassare i ricchi invece è “osceno”, ossia, riprendendo una certa etimologia della parola, che dev’essere tenuto “fuori scena”, non mostrato in pubblico.
L’ultimo esempio lo abbiamo avuto venerdì scorso. Nella mattinata il presidente della Corte dei Conti Guido Carlino ha la malaugurata idea, durante il suo intervento alla Camera, di definire “auspicabile” una patrimoniale.
Nel tardo pomeriggio, spaventato dal senso delle sue parole, arriva la precisazione: ” La Corte dei Conti non ha proposto alcuna patrimoniale. Semplicemente ritiene preferibile una riorganizzazione delle imposte patrimoniali esistenti (IMU, Imposta di bollo sui valori finanziari, Ivie sugli immobili esteri, Ivafe sulle attività finanziarie all’estero, ecc.) e, in particolare, di quelle che riguardano i patrimoni immobiliari”.
Il Corriere della Sera relega quindi la notizia in un trafiletto a pagina 34. Ma a guardare gli altri quotidiani è davvero grasso che cola.
Colonnina a pag 24 per Repubblica, per spiegare bene che la Corte non ha affatto proposto la patrimoniale.
La Stampa la risolve così: “L’accenno alla patrimoniale scatena la politica” e poi qualche riga per spiegare che la Corte dei Conti non voleva intendere che servirebbe una tassa del genere.
Idem il Sole 24 Ore che confonde un po’ le acque e rircorda che bisognerebbe invece rivedere i valori catastali della prima abitazione.
Insomma di tasse sulle grandi ricchezze non si può parlare. Famiglia Agnelli (la cui holding Exor è domiciliata fiscalmente in Olanda) e soci di Confindustria, proprietari di Repubblica, Stampa e Sole 24 Ore, sarebbero peraltro tra i pochi che dovrebbero forse mettere mano al portafogli.
Il dibattitto su cosa abbia voluto o non voluto intendere il presidente della Corte diventa alla fine quasi stucchevole. Quello colpisce è la reazione isterica che si scatena ogni volta che si tocca l’argomento
Intanto questa mattina sul Financial Times, quotidiano di riferimento della finanza internazionale, compare l’ennesimo contributo sull’argomento.
Il finanziere Tim Bond scrive “in Gran Bretagna e Stati Uniti c’è una cosa molto semplice da fare in questa fase di emergenza sanitaria: una tassa sulla ricchezza”.
Bond ricorda come il provvedimento sia anche popolare: negli Usa un sondaggio di Reuters/Ipsos ha mostrato come il 64% dei cittadini sia a favore di questa soluzione. Del resto negli ultimi decenni in tutto il mondo occidentale, Italia compresa, si è assistito a un rimodellamento dei sistemi fiscali in senso molto favorevole ai ceti più abbienti.
Il sistema del prelievo è così drammaticamente sbilanciato a danno dei lavoratori dipendenti e della classe media. Benefici per l’economia? Nessuno come ha recentemente documentato una ricerca della London School of Economics.
“Se non ora quando?” si è chiesto di recente uno dei capi economisti della banca mondiale Jim Brumby ricordando come un prelievo sulle grandi ricchezze consentirebbe di aggredire molti degli squilibri che in questo momento affliggono l’economia globale.
Di tassa sulle ricchezze si discute ormai apertamente negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania, in Sud Africa, Argentina, Francia, Spagna. La consigliano Ocse e Fondo monetario internazionale. Ma in Italia no.
Qui è dura a morire l’erronea idea che patrimoniale significhi più tasse per tutti. Pensarla così fa molto comodo ai pochi che dovrebbero versare qualcosa in più all’erario. E’ vero esattamente l’opposto, chiedere un maggior contributo a chi dispone di più risorse consentirebbe di alleggerire il carico fiscale sugli altri.
All’interno di un più ampio ripensamento del sistema fiscale italiano è un tipo di prelievo che potrebbe favorire una maggiore progressività . E in questa fase di piena emergenza sarebbe utile per alleggerire la pressione sulle finanze pubbliche che devono sostenere settori produttivi e lavoratori. A lanciare il tema ci ha provato qualche settimana fa anche la Banca d’Italia. Nessuna risposta.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile
IL LEGAME TRA COVID E SPOSTAMENTI: NELLE ZONE ROSSE E ARANCIONI LA PANDEMIA CAUSA MENO CONTAGI
Quanto pesino le varianti sulla curva del contagio non si sa perchè “in Italia si sta lavorando
ancora di fortuna, mappando i tamponi positivi circa cento volte meno di quanto si sta facendo in altri Paesi europei” – la soglia di riferimento sul piano internazionale è 5%, due settimane fa noi eravamo sullo 0.05%. Di certo c’è il pericolo che abbiamo davanti: una ripresa rapida degli spostamenti può compromettere tutti i progressi che abbiamo fatto negli ultimi due mesi. Rischio tutt’altro che improbabile, con diciotto Regioni da oggi in zona gialla e la voglia di ritorno alla normalità testimoniata anche dalle strade e dai ristoranti affollati nell’ultimo fine settimana.
“È già accaduto a metà dicembre”, sottolinea Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli Studi di politica internazionale e autore di un’indagine sul legame tra la diffusione del virus e la mobilità degli italiani, misurata sulla frequenza con cui le persone hanno utilizzato bus, tram e metro.
I risultati sono ben visibili dal grafico in cui Villa ha sintetizzato le evidenze del suo lavoro. Partendo dalla riduzione dell’80%, rispetto allo stesso periodo del 2019, seguita al lockdown, e dalla rapida risalita, fino ad attestarsi al -20%, con l’allentamento delle restrizioni e l’arrivo della bella stagione.
E nella seconda ondata? Dal grafico sono ben visibili gli effetti dei divieti disposti con il Dpcm 24 ottobre e con l’istituzione, poco dopo, delle cosiddette “zone colorate” il 3 novembre.
A metà del mese, con l’entrata in zona rossa di 7 su 21 tra Regioni e Province Autonome, la mobilità si era ridotta di circa il 50% rispetto allo stesso periodo del 2019.
“Anche in questo caso, sia pure in maniera più graduale, l’effetto sulla trasmissione virale e sui decessi è stato netto”, spiega il ricercatore dell’Ispi. Tuttavia, il rapido rilassamento delle misure già dal 6 dicembre – nessuna Regione in zona rossa, 12 in zona gialla – e poi più decisamente il 13 dicembre -16 Regioni in zona gialla – aveva provocato quello che Villa definisce un “miniboom” prenatalizio nella mobilità degli italiani, compensato dal calo registrato a Natale e Capodanno dopo l’istituzione delle zone rosse.
“Stretta provvidenziale, quella di Natale – commenta Villa – perchè è servita a evitare che la situazione precipitasse nella prima parte di gennaio”.
Ma verso la fine del mese scorso la mobilità degli italiani è tornata a crescere, sembra rapidamente. Insomma, come risulta piuttosto evidente dall’indagine, “zona rossa e arancione riducono la trasmissione del virus, la zona gialla no perchè aumenta la mobilità delle persone”.
E quindi ora c’è il rischio che con una ripresa rapida della mobilità “tutti i progressi che abbiamo fatto negli ultimi due mesi si perdano”, avverte il ricercatore.
Nel tentativo di trovare un equilibrio tra tutela della salute e necessità di salvaguardare l’economia, per Villa, “ci stiamo rilassando troppo”. In un momento in cui ci si trova a dover fare i conti con le varianti, “sulle quali si indaga ancora molto poco e che se non individuate potrebbero causare un rapido e repentino picco dei contagi”.
Come è avvenuto nel Regno Unito che per la variante inglese in meno di due mesi ha registrato, rispetto all’Italia, un incremento di 15000 morti. Finora le cose non sono andate così male, ma “continuiamo a inseguire il virus ed è difficile pensare che l’Italia, a differenza di quanto sta accadendo in altri Paesi, sia esente dalle conseguenze delle varianti. Nè, per ora si può fare affidamento sugli effetti benefici della vaccinazione”.
“Al momento – puntualizza il ricercatore dell’Ispi – abbiamo vaccinato un numero di persone che ci permette di abbassare il numero dei morti previsti solo del 2%”.
Troppo poco per segnare l’inversione di tendenza necessaria a far abbassare la curva del contagio. Ora ancora troppo alta e gravata dal rischio di risalire.
E allora cosa si deve fare? “Tenere altissima l’attenzione – risponde Villa – rispettare i divieti anche se si è in zona gialla e cercare di ridurre quanto più possibile la mobilità . O vanificheremo i progressi fatti”.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile
L’ENNESIMO TRAVESTIMENTO DELLA BANDERUOLA OPPORTUNISTA A CUI NON CREDE NESSUNO
Disponibile ad appoggiare il governo Draghi, anche sul tema migranti Matteo Salvini si professa “europeista”. Una svolta che ha dell’incredibile se non fosse dettata da ragioni di opportunismo.
Nel corso di un un punto stampa a Milano, il leader della Lega infatti ha detto che “sul tema immigrazione noi proporremo l’adozione della legislazione europea. A noi va bene che l’immigrazione in Italia sia trattata com’è trattata in Francia e in Germania. Con le stesse regole”.
E rispondendo a una domanda sullo sbarco della nave Ocean Viking ha aggiunto: “Bisogna coinvolgere l’Europa in quello che non è un problema solo italiano”.
Ma non basta. Il senatore Salvini ha anche detto che domani, nel corso del secondo giro di consultazioni con Draghi, porterà come priorità la salute: “C’è un modello lombardo che è il più avanzato dal punto di vista della messa in sicurezza della popolazione e delle vaccinazioni. Proporremo a Draghi il modello Bertolaso” sui vaccini.
Attirandosi le critiche del Pd, che per bocca del vicepresidente dei deputati Michele Bordo avverte su Twitter: “Non si può davvero sentire che Salvini proponga come priorità , per vaccinare tutti gli italiani, il modello lombardo di Bertolaso. Altro che governo per gestire e superare le emergenze. Così le emergenze rischiamo di aggravarle”.
Intanto Giuseppe Conte, intercettato per le strade del centro dal Tg3, risponde di non volersi candidare a sindaco di Roma: “No grazie”, afferma. E giustifica le perplessità di quanti nel M5S mostrano dei dubbi sull’appoggio a Draghi: “Non è un passo facilissimo per alcuni di loro”. Dunque, osserva ancora Conte, “è comprensibile che ci siano delle perplessità “. Ma “la compattezza è un valore in sè”.
Beppe Grillo, invece, dopo l’arringa motivazionale di 45 minuti ai big cinquestelle e il colloquio con Draghi, ritorna sul tema del reddito universale in un post su Facebook, senza riferimenti diretti al momento politico ma per marcare comunque una battaglia storica personale e del Movimento
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile
GRILLO PER IL NO, CASALEGGIO PER IL SI’… IL TIMORE DI ESSERE SCONFESSATI DAGLI ISCRITTI
Le webcam vengono spente alle due e mezza di notte. L’assemblea congiunta dei deputati e
dei senatori M5s, convocata per le 21.45 di domenica sera, è durata quasi cinque ore e non è certo stata risolutiva.
Si chiude tra volti stanchi, tristi, ancora scioccati: “In due settimane è cambiato tutto”. E Barbara Lezzi invoca l’estrema fine (politica, si intente): “Se sosteniamo il governo Draghi, M5s si suiciderà ”.
Va in scena uno psicodramma, tra rabbia e delusioni. Come se non bastasse, la riunione si chiude con la stessa domanda, irrisolta, con la quale si era aperta: “Ci sarà o no il sondaggio su Rousseau per decidere cosa fare?”.
Il capo politico Vito Crimi accende il microfono e, con un giro di parole, dice che alla fine la decisione se consultare o no la rete spetterà a lui: “Non abbiamo ancora un quesito perchè non c’è ancora la proposta del premier incaricato. Poi, sulla base di questo, deciderò se consultare o no la base”.
È chiaro che l’ultima parola in realtà spetta al Garante Beppe Grillo, che opterebbe per il no, e a Davide Casaleggio che invece venerdì scorso ha annunciato che il sondaggio sarà fatto.
Divisi anche su questo, quindi. Attanagliati dai dubbi. L’unico giorno utile, casomai, è mercoledì, poichè martedì pomeriggio la delegazione 5Stelle incontrerà nuovamente il premier incaricato, che con ogni probabilità andrà al Colle giovedì per sciogliere la riserva e non può certo attendere l’esito del voto su Rousseau per formare il nuovo governo, che ha tutta l’aria di essere di salvezza nazionale.
Il punto della questione è principalmente uno: consultare la base è un rischio. Un rischio perchè in Rete si scatenerebbero gli appelli dei parlamentari ribelli guidati da Alessandro Di Battista. Appelli accorati, disperati. “Al Senato c’è un problema profondo, non è una questione di poltrone”, dice che in queste ore sta provando a mettere insieme i pezzi: “Significa cambiare per sempre, rinnegare il passato”.
Danilo Toninelli è tra i più attivi nella battaglia per il ‘no’, ma è anche tra i più sconvolti, tra l’incredulità e la rabbia. “Meglio stare all’opposizione per influenzare l’opinione pubblica che al governo con Forza Italia”, dice l’ex ministro delle Infrastrutture sulla piattaforma Zoom.
Sono almeno una ventina i parlamentari a Palazzo Madama carichi di dubbi e una decina sarebbero pronti alla scissione. Neanche l’intervento del premier dimissionario Giuseppe Conte, che ha chiesto ai deputati e a senatori di non arroccarsi sull’Aventino, è servito a scuotere le coscienze. Anzi, forte è stata la delusione quando l’avvocato del popolo ha detto che non ha alcuna intenzione di entrare a far parte del governo. Nicola Morra, tra i primi a chiedere di far decidere gli iscritti alla piattaforma Rousseau, oggi si è chiuso in un silenzio stampa.
La nascita di un governo a guida Draghi sarebbe la riuscita di un piano di accerchiamento nei confronti del movimento, per “assorbirlo” dentro un sistema che non vede l’ora di fagocitarlo e renderlo indistinguibile dalle altre forze politiche. E secondo me il movimento deve resistere con tutte le sue forze a questo piano anzichè assecondarlo. Continuo a pensare che a maggior ragione in un momento del genere, nel quale bisogna ricostruire sulle macerie lasciate dal covid, ci sia bisogno di una chiara impronta politica e non di un governo tecnico. Mi riservo di valutare all’esito del secondo giro di consultazioni, quando avremo qualche elemento in più, ma con queste premesse dubito che possa uscirne qualcosa di buono per il Paese.
Il deputato Francesco Forcinati invoca il complotto: “La nascita di un governo a guida Draghi sarebbe la riuscita di un piano di accerchiamento nei confronti del Movimento, per assorbirlo dentro un sistema che non vede l’ora di fagocitarlo e renderlo indistinguibile dalle altre forze politiche. E secondo me il Movimento deve resistere con tutte le sue forze a questo piano anzichè assecondarlo”. E poi ancora: !Mi riservo di valutare all’esito del secondo giro di consultazioni, quando avremo qualche elemento in più, ma con queste premesse dubito che possa uscirne qualcosa di buono per il Paese”.
Su questa scia prende la parola Mattia Crucioli. Ha un foglio davanti con un elenco di punti: “Dobbiamo votare ‘no’ a Draghi e ora vi spiego il perchè. Perchè Draghi è quello della Goldman Sachs , delle banche, è un capitalismo”. E via dicendo sullo stile Di Battista, che proprio questa mattina è tornato sul tema collocandosi all’opposizione pur non essendo in Parlamento: “Non ho dubbi che il Professor Draghi sia una persona onesta, preparatissima ed autorevole. Questo non significa che lo si debba appoggiare per forza. Un capitalista finanziario è per sempre”.
Un post di questo tenore può influenzare l’esito del voto sulla piattaforma Rousseau, se dovesse esserci. Si brancola nel buio mentre i governisti provano a ridurre la fronda. Le riunioni sono ricominciate di buon mattino. Sergio Battelli, si aggira nei corridoio della Camera, mentre sta per iniziarne un’altra: “Ieri ho battuti tutti i record. Connesso dalle dieci e mezza del mattino con una pausa di un’ora soltanto”. Ma tutto ciò non è servito per capire che fine farà la piattaforma Rousseau.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile
LO CREDO, DOPO CHE AVETE FATTO CADERE IL GOVERNO PER CONTO TERZI E ANDATE DA MESI IN PELLEGRINAGGIO A CITTA’ DELLA PIEVE PER PREPARARE CON DRAGHI IL RIBALTONE
Maria Elena Boschi è disposta a dimenticare gli attacchi di Salvini nei suoi confronti. Non sono più importanti ora, in questo momento serve una maggioranza per governare il Paese.
Ieri sera la capogruppo alla Camera di Italia Viva ha fatto il punto sugli ultimi mesi a Live — Non è la D’Urso. Da Arcuri a Conte, dai vaccini al Recovery. Tutti i passaggi per i quali Renzi e i suoi hanno deciso di aprire la crisi di governo, dall’inizio alla fine.
E le prospettive: “Non so se sarà venerdì o sabato, mi auguro che il governo Draghi possa cominciare il proprio lavoro prima possibile”, ha spiegato Boschi. “E quella sarà una vittoria dell’Italia, non di Italia Viva”
Sul prossimo governo Boschi non ha dubbi: “Draghi farà meglio”. Siamo ancora in una prima fase di trattativa, anche se, secondo la deputata renziana, “non si tratta di dire Salvini sì o no, 5 Stelle sì o no, Zingaretti sì o no, ma dire sì o no all’appello del capo dello Stato”.
Per questo, ha sottolineato Boschi, “gli attacchi della Bestia di Salvini davanti alla sofferenza del Paese passano in seconda piano”. L’ex ministra ha detto che, come Italia Viva, non hanno posto condizioni nè chiesto ministeri, ma ha spiegato di volere un governo “di persone competenti”.
Peccato che si sia dimenticata di dare spiegazioni sulle assidue visite di Renzi e “altri politici” nella villa di Draghi a Città della Pieve, documentati da testate locali per concordare i dettagli del ribaltone.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile
LA COMPONENTE MDP-ART.1 INVECE POSSIBILISTA, PER CONSERVARE IL MINISTERO DELA SANITA’ CON SPERANZA
Se si farà il governo Draghi, e se dentro il governo ci sarà Matteo Salvini, anche la piccola ma
finora coordinata pattuglia di LeU, la gamba sinistra del governo giallorosso, andrà incontro ad una spaccatura.
Da una parte Mdp-Art.1 di Roberto Speranza e Pierluigi Bersani, con il ministro della Salute che tutti danno vicino alla riconferma in uno dei dicasteri più impegnativi e delicati in questa fase storica; dall’altra Sinistra Italiana con il suo rieletto segretario Nicola Fratoianni, dove non si è disposti a restare in una maggioranza con la Lega
Non è ancora detta l’ultima parola, però. Nel senso che in queste ore il tentativo congiunto di Pd, 5 Stelle e la stessa LeU è quella di riuscire a tener fuori Salvini dal perimetro della maggioranza, allargandola alla sola Forza Italia.
La decisione ultima però spetta a Mario Draghi e su questo al momento non ci sono garanzie. La gradazione di imbarazzo per la creazione di un esecutivo politico che va dalla sinistra al Carroccio è alto per tutti nella vecchia maggioranza, chi finora però ha detto un no secco e pregiudiziale è stata solo Sinistra Italiana.
“Vogliamo un governo che creda in un’Europa solidale e che difenda i diritti umani, in casa e nel mondo. Emergono quindi incompatibilità che abbiamo il dovere di riaffermare quando si immagina la costruzione di un governo politico, incompatibilità come quella tra noi e la destra nazionalista di Lega e Fratelli d’Italia”, ha spiegato Fratoianni venerdì scorso dopo l’incontro tra la delegazione di LeU e Draghi.
Gli ex pd di Mdp-Art.1 ormai da tempo si coordinano strettamente con il Pd zingarettiano, più orientato a sinistra (ma non in Parlamento, dove la maggioranza dei parlamentari fu nominata da Matteo Renzi) e già sostenuto alle Europee del 2019. Speranza poi in questi mesi di pandemia ha avuto un ruolo di primo piano nel governo, c’è anche bisogno di una continuità per continuare a gestire l’emergenza.
Nonostante i mal di pancia del ritrovarsi con i leghisti in maggioranza, sarà difficile per lui tirarsene fuori.
Insomma per LeU, 6 senatori (di cui due ex 5 Stelle, Paola Nugnes e Elena Fattori, sette se si aggiunge anche l’indipendente Sandro Ruotolo) e 12 deputati, il passaggio è stretto e ci sono buone possibilità che il bacio del rospo decreti la fine del cartello elettorale nato nel 2018. Il quale però in questi anni, in realtà , sul piano politico non è mai decollato.
Dopodichè su un punto, comunque vada, chi sta in LeU concorda: l’alleanza con Pd e 5 Stelle, per il presente e per il futuro, va preservata.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile
“FARE UN PATTO CON CHI HA ASSUNTO POSIZIONI LIBERTICIDE DETERMINEREBBE LA FINE DEL PARTITO”
Pubblichiamo la lettera di alcuni militanti e attivisti del Partito Democratico indirizzata al segretario dem Nicola Zingaretti
Egregio Segretario,
Emergono in queste ore delle novità in merito alla formazione del Governo presieduto dal prof. Mario Draghi, ove si afferma la disponibilità del Partito Democratico a far parte di una larga maggioranza politica in cui figurerebbero anche Lega e Forza Italia, oltre al già ben noto e scontato appoggio di Italia Viva.
Pur consapevole della delicata situazione in cui versa attualmente il nostro Paese, dobbiamo dissentire da questa decisione; il Partito Democratico, ha sempre agito con grande senso di responsabilità e di servizio verso le istituzioni, anche derogando, talvolta, i valori statutari.
Governare con chi ha assunto deliberatamente posizioni liberticide e anti-europeiste, o con chi già in passato ha utilizzato gli incarichi di Governo per la realizzazione di interessi personali e di parte, significherebbe sancire la morte politica del partito, creando una situazione identica a quella presentatasi già nel 2013 dopo il Governo Monti.
Per quanto Mario Draghi sia una personalità di spicco e di sicuro valore, non ci consente di accettare delle mortificanti condizioni, che mettono in difficoltà anche il ruolo dei tanti militanti, ma soprattutto questa situazione sarebbe uno svilimento dell’esperienza giallo-rossa.
Pertanto, l’unica soluzione auspicabile è quella proposta dal Presidente uscente prof. Giuseppe Conte, ovvero un Governo politico presieduto dal prof. Draghi con una maggioranza giallo-rossa e con il ritorno di Italia Viva (già questo risulterebbe un compromesso) e con l’ingresso di +Europa e Azione nella compagine governativa.
Altre soluzioni diverse da quest’ultima, risulterebbero indigeste e non comprese, non solo dai militanti, ma anche dai cittadini, determinando l’isolamento politico del PD e la fine dell’alleanza con il MoVimento 5 Stelle e Liberi e Uguali, in tal senso, chiediamo di non procedere alla formazione di un Governo a tutti i costi.
Militanti del Partito Democratico
(da TPI)
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Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile
5,4 MILIONI DI FONDI PUBBLICI PER SPARARE CAZZATE… SALVINI AL SUPERMERCATO CON LA SCORTA, IN ATTESA DI QUELLA DELLE GUARDIE PENITENZIARIE, VACCI DA SOLO E VEDRAI CHE ACCOGLIENZA
Quando credete che abbiamo toccato il fondo, loro cominciano a scavare. Loro sono i titolisti
di “Libero” e il fondo è il titolo con cui questo sedicente quotidiano apre la prima pagina di oggi: “Salvini innamorato di Draghi viene elogiato dalla gente”. (Gulp!)
E, nell’occhiello, precisano: “Riceve complimenti al supermercato” (Gasp!)
Ma è nel catenaccio che quei geni di Feltri e Senaldi — o chi per loro — si superano, regalando agli italiani una lezione gratuita di come non si dovrebbe mai fare giornalismo.
E, a partire da un post pubblicato da Matteo Salvini su Facebook nel quale si vanta di non poter girare liberamente al supermercato senza essere fermato da fan e ammiratori che lo ringraziano, gli ineffabili titolisti di “Libero” si spingono a una profonda analisi della situazione politica italiana, offrendo ai propri lettori una fotografia ad alta risoluzione del momento vissuto dal Paese
“Matteo (chiamato per nome, ndr) conferma l’appoggio a Mario (anche lui col nome di battesimo, come se fosse il primo frescone che passa al bar, ndr): ‘In Europa a testa alta, meno tasse e più cantieri’. E all’Esselunga di Firenze le persone lo fermano per consigli e foto. Lui: ‘Non è male…’”
Non è Lercio, come si direbbe in questi casi, ma la vera prima pagina di un quotidiano italiano oggi in edicola, uno dei rari casi di giornali che ha più milioni di euro di sovvenzioni pubbliche (5,4 nell’anno 2019, fonte: Il Post) che lettori (quattro), e che, direttamente o indirettamente, influisce sul dibattito pubblico di questo Paese in uno dei momenti più delicati e complessi della sua storia.
Insomma, era difficile fare peggio dei titoli su gay, migranti e meridionali degli ultimi anni, e in effetti quelli restano una pietra d’inciampo della disumanità e dell’intolleranza applicata al giornalismo, ma non si può non riconoscere l’impegno a mantenere gli standard qualitativi all’altezza delle aspettative dei propri lettori.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile
IL PREMIER NOMINERA’ TECNICI DI FIDUCIA PER ECONOMIA, INTERNI E GIUSTIZIA
Il ministero dell’Economia. Gli Interni. La Giustizia. E ovviamente il sottosegretario alla Presidenza e il ministro per i Rapporti con il Parlamento.
Ecco la “quota Draghi”. Un cuscinetto di sicurezza che il premier incaricato, anche confrontandosi con il Quirinale, potrebbe riservare a figure tecniche. Non per brama di controllo, ma per sottrarre alcune caselle e i dossier più scottanti all’inevitabile tensione politica di una maggioranza così larga.
Ministeri politici, ma senza leader
Sui nomi nulla è ancora deciso. Anzi, mentre i partiti si agitano immaginando spartizioni correntizie col bilancino, l’ex banchiere centrale sembra concentrato soprattutto sul programma. Solo dopo verranno le ambizioni dei singoli. La novità della “domenica di decantazione”, comunque, è che tra le segreterie si fa largo la voglia di ministri politici. Una tentazione che riguarda soprattutto il Nazareno. Pesa, in questo senso, la necessità degli alleati del Movimento di piazzare alcuni big al governo, per non esplodere.
Ministri politici, dunque. Ma difficilmente i leader. Nicola Zingaretti, a dire il vero, è tentato da questa opzione, ma come sostenere la convivenza con Matteo Salvini in cdm? E così, inizia a farsi spazio l’opzione di un governo dei “numeri due”. Figure meno ingombranti dei segretari. Capaci di sedare le risse politiche.
La Lega insiste su Giorgetti allo Sviluppo
Per la Lega resiste il nome di Giancarlo Giorgetti. Un’opzione è affidargli il ministero dello Sviluppo, ma questo a patto di lasciare l’altro ministero di spesa – cioè l’Economia – al Pd.
Roberto Gualtieri spera ancora nella riconferma, ma potrebbe pagare alcune divisioni interne ai dem. E siccome per quel ruolo sembra farsi largo il direttore generale di Bankitalia Daniele Franco – in alternativa gira addirittura voce di un interim del premier per via XX settembre – allora il Mise potrebbe finire al Nazareno, lasciando le Infrastrutture al numero due di Salvini.
Venti ministri o ventiquattro
Sia chiaro, l’incastro è ancora complessissimo. Ad esempio, circolano due schemi di gioco: il primo prevede venti ministri, il secondo ventiquattro. Nel primo caso, i politici in squadra sarebbero dodici: tre per il Movimento, due per Pd, Lega e Forza Italia, uno a Italia Viva, Leu e centristi. Nel secondo, addirittura quattordici: tre per Movimento, Pd e Lega, due per Forza Italia, uno per Italia Viva, Leu e centristi.
Per il Pd in pole Orlando, Franceschini e Guerini
Ogni partito, poi, ha i suoi problemi. Il Pd, ad esempio, chiede quattro posti sapendo di poterne ottenere al massimo tre. Nel caso, sarebbero in pole Andrea Orlando, Dario Franceschini e Lorenzo Guerini. Quest’ultimo, anche per il peso nei gruppi, difficilmente potrebbe restare fuori, al massimo ricevere la delega ai Servizi. Se invece la Difesa finisse in mano a un tecnico, gira il nome di Claudio Graziano, presidente del comitato militare Ue.
Agli Esteri Di Maio o Conte, Cartabia alla Giustizia
Ma il vero nodo è quello degli Esteri. Ci punta ovviamente Luigi Di Maio, che assieme a Stefano Patuanelli ha buone chance di far parte della squadra. Resta il problema, gigantesco, di Giuseppe Conte: la casella naturale sarebbe la Farnesina.
Ma è l’ambizione, come detto, di Di Maio. Tra i 5S c’è chi spinge per dirottarlo in un ruolo meno “ingombrante” alla guida del partito. L’alternativa è la Giustizia, dove però sembra solida Marta Cartabia. E anche agli Interni sembra possibile la conferma di Luciana Lamorgese.
Le caselle meno pesanti
Anche le caselle meno “pesanti” sono ancora da riempire. Per lo Sport gira tra gli altri il nome di Andrea Abodi, presidente dell’istituto per il Credito sportivo, con rapporti trasversali che vanno da Fratelli d’Italia fino a Giorgetti e al Pd.
Mentre Antonio Tajani potrebbero diventare ministro per gli Affari europei. Tra gli azzurri, circola anche il nome di Mara Carfagna.
Matteo Renzi, invece, dovrà scegliere tra due fedelissimi: Teresa Bellanova o Ettore Rosato. Se Leu entrerà in maggioranza, verrà confermato Roberto Speranza. E anche i centristi sperano in un posto, magari per Carlo Calenda o Benedetto Della Vedova.
Resta un paradosso: quanto più i partiti rilanciano sui ministeri, tanto più per Draghi diventa faticoso trovare un equilibrio solido. Ci proverà . Ma se gli appetiti dovessero diventare insaziabili, potrebbe scegliere i nomi senza troppo badare al bilancino. Starà ai partiti, poi, dire sì o no al suo “dream team”.
(da “La Repubblica”)
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