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SE NE VA FRANCO MARINI, IL “LUPO MARSICANO” EX PRESIDENTE DEL SENATO E LEADER CISL

Febbraio 9th, 2021 Riccardo Fucile

SCOMPARSO ALL’ETA’ DI 87 ANNI

“Io il mare l’ho visto per la prima volta durante una gita dell’Azione cattolica a Silvi Marina. Il primo calcio a un pallone di cuoio l’ho dato nell’oratorio. I primi corteggiamenti li ho fatti nella mia parrocchia. Come potevo non essere democristiano?”.
E lo è stato per tutta la vita Franco Marini, uno degli ultimi cavalli di razza dello Scudocrociato, scomparso stanotte all’età  di 87 anni stroncato dal Covid.
Lui stesso si raccontava così su Repubblica a Sebastiano Messina alla vigilia di una delle sue più importanti battaglie, l’elezione alla presidenza del Senato. Che fu anche una vittoria, ottenuta non senza patemi. Ma nella vita del “Lupo Marsicano”, (il soprannome che gli piaceva di più, forse perchè legato ai suoi monti abruzzesi), ci sono state anche pesanti sconfitte.
Nel 2008 per poco non divenne premier, ma la disfatta peggiore fu senz’altro quella che impedì all’alpino Marini di scalare l’ultima vetta, quella del Quirinale. Perchè a sbarrare il passo prima a lui e poi a Romano Prodi, non furono gli avversari ma il fuoco amico. Sarebbe stato, il Colle, il suggello di una vita spesa tutta dentro le istituzioni, la lunga carriera nei palazzi del potere di un uomo del popolo.
Le origini
Primo dei sette figli di Loreto, un operaio della Snia Viscosa, Marini nasce a San Pio Delle Camere, paesino di poche anime in provincia dell’Aquila, nel 1933. Sembra che sia stata la sua professoressa di lettere delle medie, a Rieti, a caldeggiare per lui liceo classico, un tempo riservato solo alle classi più agiate. A 17 anni prende la tessera della Dc, milita nelle Acli e nell’azione cattolica. Poi legge all’università  e l’ingresso in Cisl. Il sindacato è la sua prima vera passione, in cui si getta anima e corpo appena finita la leva negli Alpini.
L’ingresso in Cisl
“Nella mia vita più di ogni altra cosa ho voluto diventare leader della Cisl” confidava spesso. Non fu semplice, perchè ci mise 20 anni prima di sedersi su quella poltrona. Un’ambizione nata fin da quando approda a Roma come funzionario dell’ufficio organizzativo: “Ero un giovane arrembante, mi davo da fare fino all’inverosimile, non mi perdevo neanche un’iniziativa, comprese quelle di congiura contro Storti” ammise in seguito. Tanto che l’allora segretario generale, scoperte le manovre, lo licenzia. L’estromissione però dura poco: Marini rientra nella Cisl nel 1965 grazie a uno dei suoi fondatori, Giulio Pastore. Vent’anni all’opposizione, due congressi persi, il Lupo Marsicano già  in quegli anni dà  prova di tenacia e capacità  di mediazione. Stringe con Pierre Carniti un patto per la successione. E così nel 1985 conquista per la Dc il vertice dell’organizzazione.
“In quegli anni   – spiegò in una intervista a Gianni Pennacchi – non era facile fare il moderato e il democristiano nel sindacato”. Si spende per ricucire l’unità  sindacale con la Cgil dopo la rottura sul taglio della scala mobile, ma è un anticomunista viscerale: “Noi eravamo l’ala più a sinistra della Dc, la più vicina al mondo operaio, ma proprio per questo avevamo un rapporto molto competitivo con i comunisti”.
Non ha mai temuto il conflitto. Alle assise Dc del 1984 in un epica rissa sfidò l’allora leader Ciriaco De Mita. Ma in realtà  il Lupo Marsicano si teneva lontano dai clamori, preferiva agire dietro le quinte senza dare neanche il tempo all’avversario di accorgersi che gli aveva dato scacco matto. “Franco è uno che ti uccide col silenziatore” diceva di lui Donat Cattin.
La pipa e le cravatte colorate
Amava andare al sodo, senza tanti giri di parole, mentre non gli piacevano i salotti, da cui si è tenuto sempre alla larga. Con i giornalisti era sbrigativo, minimizzava: “E mo’ vediamo…” rispondeva alle domande più incalzanti. Le sue vacanze frugali per molti anni sono state sempre le stesse: l’isola del Giglio, nella casa comprata con la moglie Luisa, scomparsa nel 2012, dove andava a   trovarli il figlio. O le montagne abruzzesi della sua infanzia. Unici vizi la pipa e il toscano. Unico vezzo, negli anni del sindacato, le giacche e le cravatte colorate che gli valsero un altro soprannome, quello di “Scintillone”.
Dalla Dc al Pd, passando per la Margherita
Il suo esordio in politica fu un successo. Legato alla corrente Forze Nuove, quella che nella Dc era più vicina al mondo del lavoro, Marini ne eredita la guida alla morte di Donat Cattin nel 1991 e diventa ministro del Lavoro dell’ultimo governo Andreotti.
Nel 1992 si candida alla Camera e fa il pieno di voti: è il primo degli eletti con oltre 100 mila preferenze. Dopo Tangentopoli e il crollo del partito si schiera con Buttiglione per la guida del Ppi. Ma quando il politico filosofo stringe il patto con Berlusconi, Marini lo silura per affidare il partito a Gerardo Bianco.
Qualche   anno dopo toccata lui   guidare i Popolari e ingaggia un braccio di ferro con Romano Prodi resistendo al progetto dell’Ulivo, ma negò sempre l’esistenza di un complotto per far cadere il Professore. Con la stessa tenacia, una volta entrato nella Margherita, osteggia inizialmente la nascita del partito democratico, di cui poi invece divenne uno dei fondatori.
La presidenza del Senato nel 2006
Nel 2006, dopo una votazione notturna al cardiopalma, viene eletto presidente del Senato. È una sfida tra due ex grandi della Dc, perchè a perdere per un pugno di voti è Giulio Andreotti, sostenuto dalla Casa delle Libertà .
Durante quei venti mesi di governo dell’Unione al Senato se ne vedono di tutti i colori. La maggioranza ha solo due voti di vantaggio sul centrodestra, che in aula si scatena. Una volta Marini schiva per un pelo il libro del regolamento lanciatogli da qualche pasdaran della Cdl, spesso deve censurare gli insulti, con tanto di esibizione di pannoloni, contro la senatrice a vita Rita Levi Montalcini. Poi arriva la caduta di Prodi e il centrodestra festeggia in aula con champagne e mortadella. “Colleghi – grida – questa non è una osteria”
L’incarico esplorativo dopo il crollo di Prodi
Tocca proprio a lui poi provare a cercare una soluzione per il dopo Prodi. Alla fine del gennaio 2008 Giorgio Napolitano gli affida un incarico esplorativo per formare un nuovo governo finalizzato alla riforma elettorale. Ma il tentativo naufraga e si va ad elezioni.
La corsa al Quirinale
E arriva l’ultima battaglia. Nell’aprile 2013 Marini entra nella rosa di candidati che Bersani propone a Berlusconi per la presidenza della Repubblica. Il favore del Cavaliere ricade proprio su di lui, che diventa così il candidato di Pd, Pdl e Scelta civica. Ma le cose si mettono male da subito: all’assemblea dei grandi elettori del Pd la corsa del Lupo Marsicano passa con 220 sì, ma si contano ben 90 no e 21 astenuti. Renzi, che lo aveva già  inserito tra i big da rottamare, lo ostacola apertamente: “Non lo votiamo, è un uomo del secolo scorso, ve lo immaginate con Obama?”. E così alla prima votazione è fumata è nera: oltre 200 franchi tiratori fermano Marini a quota 521, molto al di sotto della soglia dei 672 voti necessari. Ma più che sufficienti per essere eletti al quarto scrutinio. Al quale però non arrivò, nonostante la sua ostinazione. Il ruolo di nuova vittima sacrificale del centrosinistra toccò a Prodi, impallinato dai famosi 101. La ferita lasciò un segno profondo. Marini si sfogò contro quella   operazione “volgare e ingiusta”. A Renzi non gliele mandò a dire: “Ha una ambizione smodata”.
Ma nonostante la disfatta si può dire che insieme a Bertinotti è stato uno dei pochissimi sindacalisti ad avere una carriera politica di primo piano. Marini era a suo agio sia quando doveva placare gli animi in una assemblea in fabbrica che quando doveva cimentarsi in un congresso di partito: “Ero capace di duellare   al microfono, dare la caccia ai delegati e tenere le fila dell’organizzazione contemporaneamente. Poi – confidò – quando si cominciava a votare, io avevo già  fatto quello che dovevo fare e andavo a dormire”

(da “La Repubblica”)

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LE PRIME LINEE GUIDA DEL PROGRAMMA DI DRAGHI: POCHE LUCI E TANTE OMBRE

Febbraio 9th, 2021 Riccardo Fucile

SI CONFERMANO TUTTE LE PERPLESSITA’ : EUROPEISMO E AMBIENTALISMO DI MANIERA SENZA VISIONE VALORIALE E AIUTI A BANCHE , IMPRESE E CEMENTIFICATORI

Dai colloqui con i partiti politici, molti osservatori e giornalisti hanno potuto stilare un primo bilancio provvisorio delle linee guida di Mario Draghi nella formazione del nuovo governo.
Non ci interessa in questa sede approfondire la “composizione” del governo, qualunque esso sarà , ma le idee con cui il premier incaricato intenderebbe affrontare emergenze e destinare i fondi del Recovery.
1)   “Fuori i temi divisivi: immigrazione, Mes, reddito di cittadinanza, quota 100, flat tax”.
In pratica si congelerebbero tutte le materie   in cui non si troverebbe un accordo tra forze politiche. Ovvero quello che molti media vicini ai “poteri forti” hanno imputato al premier Conte, di non decidere mai nulla. Conte mediava senza grandi risultati, Draghi accantona, così fa prima. Non un grande esempio di “decisionista”
2) “Europeismo” declinato nel “niente pugni da battere sul tavolo, più soldi per il bilancio europeo”.     “Atlantismo: l’Italia sta con gli Stati Uniti “
Nessun riferimento valoriale a una visione di “Europa” come blocco e modello democratico, culturale e sociale   alternativo a Stati Uniti, Russia e Cina, ma solo una “Europa del mercato economico” che si mette sotto le ali di una grande potenza senza avere l’ambizione di guidare il futuro.   Qualcuno ci spieghi perchè un domani una Europa unita non possa provvedere da sola a difendere i propri confini europei con un apparato militare comune ai vari Stati. Per non parlare della dipendenza dai mercati finanziari di oltreOceano.
3) Ambientalismo: il recovery prevede che il 37% delle risorse finisca lì. “Ambiente, però, anche come chiave di sviluppo e di crescita”. Concetto vago, cosa intende Draghi in concreto? Riduzione dell’inquinamento ambientale, scelte energetiche verdi o fondi ad aziende senza un ritorno adeguato? Basterebbe investire per interventi sul dissesto idrogeologico che costa ogni anno 20 venti miliardi di danni al nostro Paese, peccato che non ne abbiamo ancora sentito parlare.
4) Pandemia
Draghi sarebbe propenso a “messaggi di fiducia, positivi, niente toni allarmistici”.
Deve dire che via sceglie: salute o economia? Conte ha scelto una via di mezzo, Draghi che vuole fare? Aprire tutto o tutelare la salute degli Italiani?
5) “La macchina dei vaccini va implementata, deve partire davvero”. Il problema viene inquadrato non tanto nell’approvvigionamento, cioè nelle fiale che seguono la via dei contratti stipulati da Bruxelles, ma nella logistica. I tempi delle prenotazioni, il timing delle iniezioni, l’organizzazione parcellizzata tra le Regioni. Il punto focale: più Stato”
A parte la gaffe sul “modello Gran Bretagna” che ha fatto peggio di noi finora nel rapporto vaccinazioni/popolazione, il problema sono gli approvigionamenti che vanno incrementati ma non dipendono da noi e il numero di medici e infermieri da schierare sul campo. Su quello bisogna lavorare, giudizio sospeso quindi e tutto da verificare.
6) Lavoro e aiuti a imprese e banche
“Gli aiuti alle attività  colpite dalle restrizioni e dalle chiusure sono destinati a cambiare segno. Il fondo perduto, cioè i soldi sul conto corrente, a pioggia, quelli che hanno caratterizzato la gestione dell’emergenza economica da parte del governo Conte, saranno rimpiazzati da incentivi” (cosa vuol dire non si sa)
Pienamente d’accordo sul porre un freno agli aiuti “a fondo perduto”, lo diciamo da mesi: gli aiuti vanno calibrati non per categorie ma per soggetti. Se uno ha 50.000 euro in banca può anche sopravvivere a qualche mese di restrizioni, chi non ha nulla va aiutato. Abbiamo speso 130 miliardi per ritrovare categorie di questuanti che si lamentano, come se li avesse obbligati qualcuno a fare gli imprenditori (e nessuno meglio di Draghi può spiegare loro cosa è il rischio d’impresa). Sarebbe meglio destinare una parte dei fondi a giovani che vogliano intraprendere una attività  individuale o in società , nascerebbero più posti di lavoro   invece che buttarli in aziende bollite.
Poi viene la parte dolente: Draghi pensa ad “aiuti alle imprese – come quelli per le ricapitalizzazioni – in modo da favorire una ripresa strutturale mentre le banche generanno “sofferenze” a causa di un tessuto imprenditoriale che impiegherà  molto tempo prima di risollevarsi. E per questo servono misure anche per gli istituti di credito”
Aiuti alle imprese che erano già  decotte o a quelle in difficoltà  collegabili realmente alla pandemia? Aiuti alle banche sono già  previsti per chi ha chiesto un prestito e non lo restituirà  mai, che altri aiuti vogliamo dare? Perchè qui stanno le vere perplessità  su “chi ha voluto Draghi”, tanto per capirci, in quanto interessati ai 209 miliardi.
7)   “Una spinta alle infrastrutture, anche attraverso un piano per lo sblocco dei cantieri più incisivo”: concetto per ora vago. Un suggerimento: se proprio vogliamo cementificare non sarebbe meglio costruire o ristrutturare case popolari in modo da dare un alloggio dignitoso a chi non ce l’ha ?
8 ) “Riforma pubblica amministrazione, quella della giustizia civile e quella del fisco”. Per ora solo dichiarazione di principio, lo hanno detto tutti i governi degli ultimi 30 anni.

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IL SILENZIO DI SALVINI DOPO LO SBARCO DELLA OCEAN VIKING

Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile

PER ENTRARE AL GOVERNO ORA DICE CHE VA APPLICATA LA LEGISLAZIONE EUROPEA, OVVERO IL REGOLAMENTO DI DUBLINO CHE IMPONE AGLI STATI DI PRIMO APPRODO DI FARSI CARICO DELL’ACCOGLIENZA DEI RICHIEDENTI ASILO (L’OPPOSTO DI QUANTO DICEVA FINO A POCHI GIORNI FA)

C’è una foto dalla sua “cameretta” d’infanzia, il tweet sugli italiani che “chiedono più salute e più lavoro, non litigi o capricci per le poltrone“, il selfie con Guido Bertolaso.
La mattinata di Matteo Salvini è cominciata così, tra momenti amarcord sul web e un giro di incontri politici nella sua Lombardia.
Neanche una parola, invece, sull’arrivo della Ocean Viking nel porto di Augusta, in Sicilia. L’imbarcazione della ong Sos Mèditerranèe ha salvato 422 migranti al largo della Libia, tra cui 140 minori, ed è in attesa dell’ok allo sbarco da parte delle autorità  sanitarie.
Una notizia che in altri tempi sarebbe stata il bersaglio perfetto per la macchina social di Salvini. Ma oggi no.
Dopo la presunta svolta “europeista” del partito, schierato per il Sì al governo di larghe intese a guida Draghi, il capo di via Bellerio scansa accuratamente il tema. Consapevole che proprio sui migranti si registrano le principali resistenze di Pd e Liberi e uguali ad accettare di sedersi allo stesso tavolo del Carroccio.
“Torna il bel tempo e, tra ieri notte e oggi, a Lampedusa sono sbarcati in 400. Per la Lega tornare a difendere i confini e la sicurezza degli Italiani è fondamentale. Anche su questo chiederemo che cosa ne pensi il professor Draghi“, scriveva Salvini su Facebook solo quattro giorni fa, prima di ufficializzare urbi et orbi il suo appoggio all’esecutivo del presidente.
Il 25 gennaio un altro post contro i migranti: “In diretta da Augusta, grazie alla Ong e al governo Conte arrivano in quasi 400. Per i clandestini Italia zona verde, vergognoso”, ha scritto su Twitter, prendendosela con lo sbarco in Sicilia della Ocean Viking.
Proprio la nave che in queste ore è tornata nel porto di Augusta ma viene ignorata sui profili social del segretario.
Un refrain, quello degli attacchi all’esecutivo e alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, che ritorna di continuo. Fino ai post a cadenza quasi giornaliera durante l’estate scorsa: “Sbarco in diretta a Lampedusa!”, scriveva Salvini a caratteri maiuscoli nel luglio 2020.
Una priorità  che ora sembra sparita dai radar, visto che la Lega ha “buttato il cuore oltre l’ostacolo”: alla voce immigrazione ora punta ad applicare la “legislazione europea” come in “Francia e Germania”.
Cioè quell’insieme di norme, tra cui il regolamento di Dublino, che in tanti vogliono modificare proprio perchè impone agli Stati di primo approdo di farsi carico dell’accoglienza dei richiedenti asilo.
Una fotografia plastica del cambio di linea comunicativa sui migranti arriva da Massimo Garavaglia.
Il deputato leghista, interpellato a Radio24 sulle difficoltà  nel conciliare le posizioni della Lega con quelle del Pd, M5s e Leu sul tema dell’immigrazione, argomenta così: serve “un po’ più di equilibrio, non devono esserci posizione ideologiche, pro o contro per principio, siamo per una posizione ragionevole”.
Garavaglia è quindi convinto che nel prossimo governo “ci sarà  una posizione più equilibrata grazie alla presenza della Lega, copiamo quello che fanno gli altri Paesi”. Intanto a farsi più equilibrati, almeno a oggi, sono i toni del segretario.

(da agenzie)

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SI O NO AL RECOVERY, LITE NEL GRUPPO SOVRANISTA A BRUXELLES

Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile

IL GRUPPO E’ SPACCATO

Domani prima cartina di tornasole per la Lega, visto che al Parlamento europeo si vota il regolamento che istituisce il Recovery, sul quale in precedenza la Lega si era astenuta. Il gruppo al momento è spaccato tra chi vuole continuare ad astenersi e chi, nel nome del futuro governo Draghi, voglia votare a favore.
I 5S hanno lanciato un appello con un comunicato in cui auspicano che tutti i partiti italiani votino a favore nell’interesse nazionale. La capogruppo di Forza Italia alla Camera, Mariastella Gelmini, auspica “che anche la Lega possa dare il suo via libera al Regolamento perchè è essenziale che nel 2021 arrivi la prima tranche del Recovery fund”. Fdi invece si asterrà  ancora.
La Lega deciderà  dopo aver incontrato Draghi
“Parlamentari, economisti e tecnici della Lega sono al lavoro in queste ore in vista del voto sul Recovery Fund previsto per domani sera. La Lega, che si astenne sul documento in commissione ai tempi del governo Conte, attende l’incontro col professor Draghi previsto per domani prima di prendere la decisione definitiva”.
E’ quanto trapela da fonti della Lega di Bruxelles. “Se invece dell’austerity praticata in passato si passasse ad una fase di investimenti, di crescita e di rilancio economico, senza aumento di tasse ma liberando energie e risorse in ambito pubblico e privato, lo scenario cambierebbe completamente”, sottolineano le stesse fonti leghiste.
Il futuro politico di Mario Draghi, unito al suo passato da presidente della Banca centrale europea, hanno innescato uno scontro interno al gruppo Identità  e democrazia (Id) al Parlamento europeo, la compagine che tiene assieme i tedeschi di Alternative fur Deutschland e gli italiani della Lega. Jorg Meuthen, vice presidente del gruppo parlamentare ed esponente dell’Afd, venerdì scorso ha accusato il premier incaricato di essere “il grande maestro in materia di debiti” al quale “si affida” lo Stato italiano per “rendere felici gli italiani con i tanti miliardi” che dovrebbero arrivare con il Recovery fund.
Draghi è “l’uomo che ci ha portato una politica della Bce completamente sbagliata, responsabile dell’eccesso incontrollato di denaro nell’eurozona”, ha attaccato il sovranista tedesco. “Dovrebbe ora essere il grande salvatore dell’Italia? Questo è uno scherzo, anche se molto brutto, di cui i tedeschi, che devono pagare in larga misura l’intero conto, non potranno ridere”, ha rincarato.
“Non è il momento delle polemiche”, ha risposto oggi Marco Zanni, presidente del gruppo Id ed eurodeputato della Lega.

(da “Huffingtonpost”)

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PARLAMENTO EUROPEO, VOLANO STRACCI TRA SOVRANISTI

Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile

ZANNI (LEGA) CONTRO MEUTHEN (AFD), LEGHISTI AL’ANGOLO NEL GRUPPO EUROPEO… SI PREPARA AL SI’ AL RECOVERY DOPO ESSSERSI ASTENUTI IN PASSATO

Un primo effetto della svolta di Matteo Salvini a sostegno di ‘Mario Draghi premier’ è che volano stracci tra i sovranisti all’Europarlamento.
Il leghista Marco Zanni, presidente del gruppo Identità  e democrazia, attacca il suo vice, Jorg Meuthen dell’ultradestra tedesca Afd, proprio per difendere l’ex governatore della Bce.
E’ solo la punta dell’iceberg di un terremoto politico che potrebbe portare la Lega a lasciare il gruppo di Identità  e Democrazia e magari a rischiare una scissione per tentare un’adesione molto complicata al Ppe, col rischio di restare senza gruppo politico all’Eurocamera. Intanto domani in plenaria c’è un primo test su questo tentativo di svolta europeista da parte del Carroccio.
Domani, nelle stesse ore in cui Salvini si recherà  da Mario Draghi per il secondo giro di consultazioni per la formazione del governo, la plenaria dell’Europarlamento voterà  per l’approvazione definitiva del regolamento della ‘Recovery and resilience facility’, la parte del recovery fund che da sola contiene 672,5 miliardi di euro, di cui 312,5 mld di sussidi, 360 mld di prestiti.
A metà  gennaio, in Commissione, gli eurodeputati leghisti si sono astenuti sul provvedimento, come Fratelli d’Italia, che conferma l’astensione anche in plenaria. Ora, si apprende, la delegazione del Carroccio è immersa in una riflessione per niente semplice, come per niente semplice è questo tentativo di svolta europeista.
L’11 gennaio scorso, la scelta della Lega di astenersi sulla governance della parte più cospicua del piano anti-crisi europeo scatenò un acceso scontro con gli ex alleati di governo pentastellati – che votarono a favore come faranno in aula domani – oltre che con il Pd, pure a favore.
In una nota congiunta, il presidente del gruppo sovranista di ‘Identità  e democrazia’ Marco Zanni e l’eurodeputato Antonio Maria Rinaldi attaccarono la scelta Dem e del M5s sostenendo che il regolamento approvato contiene regole di “austerità  e tasse”, in altre parole “condizionalità ” imprescindibili.
Ma domani l’atteggiamento potrebbe essere diverso, ora che Matteo Salvini ha cambiato rotta, virando a tutto gas verso il governo Draghi.
In queste ore, la delegazione leghista sta discutendo il da farsi. I 29 voti degli eletti della Lega all’Europarlamento non sono determinanti, il regolamento verrà  approvato con una solida maggioranza.
Ma una nuova astensione verrebbe notata in Italia e soprattutto a Bruxelles e non sarebbe un buon viatico per il nuovo percorso politico verso il Ppe. Perchè è evidente che la nuova collocazione politica in Italia non si concilia con la presenza della Lega nel gruppo dei sovranisti a Bruxelles, la stessa famiglia politica dell’arci-nemica di Draghi Marine Le Pen, principale alleata di Salvini nella campagna elettorale per le europee 2019.
Alla vigilia del test di domani, un primo assaggio della nuova situazione politica lo si ha oggi con lo scontro diretto tra Zanni e Meuthen. Il leader del partito tedesco di ultra-destra ‘Alternative fà¼r Deutschland’ attacca Draghi e la scelta della Lega di sostenere il suo governo. L’ex governatore, dice Meuthen, è “responsabile della spesa senza controlli della Bce”, “la Germania pagherà  il conto”.
Secca la replica di Zanni, presidente di tutto il gruppo sovranista ‘Identità  e democrazia’: “Questo non è il momento delle polemiche, ma di lavorare per il bene dell’Italia e degli italiani. Se qualcuno all’estero critica il professor Draghi per aver difeso l’economia, il lavoro e la pace sociale europea – quindi anche italiana – e non solo gli interessi tedeschi, questa per noi non sarebbe un’accusa, ma un titolo di merito”.
Non era mai accaduto prima che nel gruppo sovranista volassero gli stracci. Draghi produce questo effetto.
Ma nella Lega non la pensano tutti come Zanni. Vincenzo Sofo, tra gli eurodeputati del Carroccio forse il più vicino alla ‘famiglia Le Pen’ per ragioni anche personali (fidanzato della nipote Marion), non è d’accordo sul sostegno all’ex governatore della Bce. “Ci troviamo di fronte a una operazione simile a quella di Monti – dice – anche Draghi è un premier imposto dall’alto, con una delega in bianco, che neanche deve cercarsi una maggioranza, visto che quasi tutti si stanno offrendo senza esitazioni”. Il rischio, continua Sofo, è che la Lega “possa finire in una trappola, dopo aver dato questa ampia disponibilità  al premier incaricato”.

(da Huffingtonpost”)

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DRAGHI INIZIA CON DUE BANALITA’ SULLA SCUOLA: “RECUPERARE I MESI PERSI E PROF TUTTI IN CATTEDRA A SETTEMBRE”

Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile

GLI ITALIANI ASPETTANO DI CONOSCERE COME INTENDE AFFRONTARE PANDEMIA E VACCINAZIONI, NON COME RECUPERARE 15 GIORNI DI SCUOLA QUANDO NON SAPPIAMO SE E COME USCIREMO DAI CONTAGI

Recuperare i mesi di didattica in presenza persi a causa della pandemia e lavorare perchè alla ripresa dell’anno scolastico a settembre sia tutto pronto, senza classi prive dei docenti. Queste, secondo quanto illustrato dai gruppi consultati oggi dal presidente del Consiglio incaricato, Mario Draghi, le due direttrici su cui intende muoversi l’ex governatore della Bce che ha posto la scuola “tra le priorità ” del nuovo governo, da affrontare subito.
“Draghi ritiene che ci sia un oggettivo disagio che gli studenti e le studentesse d’Italia hanno vissuto in questi mesi, un disagio di apprendimento ma anche psicologico. Quindi c’è un ragionamento da fare su come si può organizzare questo sostegno agli studenti e il recupero dei mesi persi”, ha riferito al termine del colloquio con la componente di Centro democratico della Camera, Alessandro Fusacchia. “Draghi ha condiviso un primo ragionamento su interventi strutturali che hanno a che fare con il calendario scolastico e con il prepararsi per tempo alla ripartenza a settembre”, ha aggiunto.
Dunque, riferiscono diversi gruppi ‘minori’ consultati oggi, per il premier incaricato tra le prime azioni da mettere in campo ci sarebbe una rimodulazione del calendario scolastico dell’anno in corso, per far recuperare agli studenti il tempo perduto, ma anche una programmazione dettagliata, da avviare subito, per la ripresa a settembre, prevedendo anche l’assunzione di docenti per evitare l’annoso problema della ‘cattedre vacanti’, con classi che riprendono le lezioni a settembre senza avere i docenti assegnati.
Draghi avrebbe ricordato che a inizio anno scolastico c’erano 10 mila cattedre vacanti, una situazione cui va trovata una soluzione al più presto.
Sulla questione è intervenuto Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi: “Ci sono 800mila posti di insegnamento e oltre 200mila sono scoperti. Bisognerebbe assumere oltre 200mila docenti ”
Sull’ipotesi di prolungamento dell’anno scolastico sottolinea: “se si tratta di un prolungamento relativamente contenuto si può fare, ricordo che il mondo della scuola sta lavorando da settembre, non si può proseguire ad libitum”.

(da agenzie)

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ZINGARETTI APRE AL CONGRESSO IN PRIMAVERA PER DISCUTERE LA LINEA

Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile

LE QUINTE COLONNE RENZIANE RIMASTE NEL PD PUNTANO A UN CAMBIO DI SEGRETERIA

Non ha altra scelta, Nicola Zingaretti. Il congresso che aveva annunciato già  un anno fa, dopo la non scontata vittoria alle regionali in Emilia Romagna ma poi impedito dall’esplosione della pandemia, si terrà  probabilmente nella tarda primavera.
Fra tre-quattro mesi, a patto che il virus lo consenta. Il tempo di far salpare il governo Draghi e organizzare le assise democratiche in piena sicurezza.
Resta solo da capire con quale formula: se cioè si aprirà  solo una larga discussione tematica per definire, insieme ai circoli e ai territori, la linea di un partito sempre più proiettato verso un’alleanza organica con 5S e Leu; oppure si opterà  per il classico percorso a tesi e candidati contrapposti, da concludere con le primarie e l’elezione di un nuovo segretario. La prima preferita dalla maggioranza, l’altra caldeggiata dalla minoranza: due spinte destinate inevitabilmente a scontrarsi.
Perchè una cosa è certa: il mandato di Zingaretti scade tra due anni e lui non ha alcuna intenzione di dimettersi. Circostanza che complica non poco i piani degli avversari interni, decisi a ottenere un congresso vero per espugnare il Nazareno e magari piazzarci Stefano Bonaccini, il teorico del rientro a “casa” di Renzi dopo il fallimento di Italia viva.
Questo però non significa far finta di nulla: sa bene, il segretario, che dal giorno del suo insediamento alla guida del Pd (4 marzo 2019) è cambiato il mondo.
Nel mezzo sono nati e caduti due governi di segno contrario, sono state consumate due scissioni: quella di Calenda, dopo i renziani. Conosce a memoria le critiche di chi – innanzitutto Base riformista, la corrente di Guerini e Lotti – gli contesta una pessima gestione della crisi giallorossa: quell’ultimatum “o Conte o voto” che doveva fungere da ciambella di salvataggio della coalizione e s’è invece rivelata un’arma spuntata.
Perciò ha deciso di accelerare, Zingaretti: di assecondare chi, anche fra i suoi, lo esorta a dare una risposta immediata ai crescenti malumori prima che deflagrino.
Anticipata ieri dagli schermi di Rai3: “Appena finita questa fase”, ha spiegato Zingaretti a In mezz’ora, “porrò il tema di come andare avanti: serve una discussione politica vera sull’identità  e il profilo del Pd”.
Con un avvertimento, però: “Spero che nessuno voglia rimettere indietro l’orologio”, tornare cioè a quel partito isolato e senza prospettive che nel 2018, con Renzi segretario, subì la più grave sconfitta della sua storia. Perchè – è il ragionamento che si fa al Nazareno – se oggi il centrosinistra è tornato competitivo, può cioè offrire all’esecutivo Draghi un solido ancoraggio e puntare a sconfiggere la destra alle imminenti amministrative, è proprio in virtù dell’alleanza con i Cinquestelle. Senza i quali il campo progressista avrebbe scarse chance di successo.
Un’apertura che Base riformista intende come l’inizio di un percorso per cambiare guida al partito. “Bene Zingaretti, un’apertura anticipata del congresso mi pare opportuna, visto che l’ultimo si è svolto un’era geologica fa”, esulta Andrea Romano. “Allora eravamo all’opposizione del governo Lega-M5s”, per cui “dopo le esperienze dell’esecutivo Pd-M5s e del nascente Draghi I, è giusto che una comunità  come il Pd rifletta sul profilo programmatico e sulla propria identità  alla luce di questi rivolgimenti”.
Ma Areadem, la corrente che fa capo a Dario Franceschini, dà  l’altolà : “Come Pd dovremo discutere nei prossimi mesi sulla nuova situazione, ma il congresso è previsto tra due anni. Adesso è bene concentrarsi sul governo e sulla sua azione, facendo in modo che le nostre proposte vivano in questa fase “, avverte Franco Mirabelli, vicecapogruppo al Senato. “Abbiamo sì bisogno di un tagliando ma non credo che siamo di fronte ad una situazione fallimentare: il Pd nel 2019 era un partito totalmente ininfluente sul piano istituzionale, oggi no. La discussione da fare, quindi, non si risolve per forza con un congresso: decideremo insieme con il Segretario le modalità  del nostro dibattito interno, ma non vorrei che si confondessero i piani”.

(da La Repubblica”)

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VOTO SU ROUSSEAU: GIOVEDI SI SAPRA’ SE LA BASE M5S DIRA SI’ A DRAGHI

Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile

MOLTO DIPENDERA’ DA COME SARA’ POSTO IL QUESITO MA DAI TERRITORI LA SENSAZIONE CHE NON PROMETTE NULLA DI BUONO PER I GOVERNISTI

Alla fine si è scelto il male minore puntando tutto sulla capacità  di persuasione che ha da sempre il Garante Beppe Grillo. Il voto sulla piattaforma Rousseau, per decidere se appoggiare o meno il governo guidato da Mario Draghi, si terrà  tra mercoledì 10 e giovedì 11 febbraio, prima che il premier incaricato torni al Colle per sciogliere la riserva.
Contenere la fronda, se non ci fosse stata la consultazione degli iscritti, sarebbe stato complicato. “Li avremmo autorizzati alla scissione e anche con un’ottima ragione”, dice un deputato che da quando si è aperta la crisi è tiene in mano il pallottoliere per capire, come dicono in gergo i grillini, “quanti ne perdiamo a Palazzo Madama”.
Al contrario, con il sondaggio su Rousseau, si spera in ambienti M5s che anche i ribelli possano rimettersi al volere della maggioranza: “Almeno ne recuperiamo un po’”. Ammesso che la maggioranza degli iscritti al blog segua le indicazioni del fondatore che si sta spendendo, tanto da essere arrivato a Roma, per la nascita del nuovo esecutivo guidato dall’ex presidente della Bce.
Chi è constantemente in contatto con i territori sostiene che questo sondaggio non prometta nulla di buono. Il quesito sul quale esprimersi non è ancora apparso sul blog. Lo si conoscerà  nelle “prossime ore”.
Come è noto, spesso, è stata la domanda stessa ad influenzare profondamente l’esito della votazione e qualcosa del genere potrebbe succedere anche questa volta. Nonostante questo cresce la paura che Alessandro Di Battista, il più combattivo di tutti, che già  si è collocato all’opposizione, possa avere la meglio e far saltare l’intera operazione Draghi.
Il voto online è previsto da mercoledì 10 febbraio 2021 alle ore 13 di giovedì 11 febbraio 2021. La notizia è contenuta in un breve post sul Blog delle Stelle. Non è ancora noto a quale tipo di quesito dovrà  rispondere la base dei 5 stelle. Per votare, però, bisognerà  essere iscritti “da almeno sei mesi, con documento certificato”.
La votazione comincerà  dunque dopo la fine del secondo giro di consultazioni del premier incaricato (i 5 stelle saranno ricevuto martedì), e proseguirà  per 24 ore: bisognerà  capire se nel frattempo Draghi sarà  già  salito al Quirinale per sciogliere la riserva.

(da agenzie)

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ANCHE IL GENERALE PAPPALARDO PRONTO A VENERARE IL TREDICESIMO APOSTOLO

Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile

AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA: ANCHE I GILET ARANCIONI VOGLIONO STARE NEL GOVERNO CON DRAGHI

A dirlo in una conferenza stampa di presentazione della manifestazione prevista a Milano sabato prossimo è il generale Antonio Pappalardo, che chiede un incontro all’ex presidente della Bce: “Draghi ha preparazione professionale, è un uomo che ha ricoperto incarichi in cui ha ottenuto risultati. Dobbiamo ammetterlo: Draghi ha operato bene dove ha operato, per quali interessi non lo sappiamo ma non possiamo metterlo al livello di un Di Maio”. Insomma, neanche i quelli che volevano arrestare tutti i politici possono resistere alla fascinazione del tredicesimo apostolo e sono pronti a sostenerlo, magari contro “i politicanti” che faranno parte del suo governo.
Perchè senza il voto dei politici Draghi non andrebbe da nessuna parte. Ma per Pappalardo questo è un dettaglio

(da agenzie)

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