Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
IL RAPPER: “MA NON ERANO QUELLI CHE DICEVANO ‘SERVE UN CONTRADDITTORIO’?” … E POI MANDA ALLA RAI TRE EMOTICON DI PAGLIACCI
“Paura eh? E questi erano quelli del ‘serve un contraddittorio’ “. 
Fedez commenta così la decisione della commissione di Vigilanza della Rai di non convocarlo per un’audizione relativamente alle polemiche scaturite dopo il suo discorso contro la Lega e a favore della legge Zan sull’omofobia durante il Concertone del Primo Maggio.
Il rapper, che in quell’occasione ha accusato la Rai di aver tentato di censurare il suo discorso dal palco, questa mattina ha inviato all’azienda una e-mail con tre pagliacci e su Instagram ha commentato la scelta della commissione. Ma Alberto Barachini, presidente della Vigilanza, ha replicato replica: “Noi lo abbiamo rispettato, ma lui non rispetta le istituzioni”.
“Il leghista che ieri ha annunciato la querela della Rai nei miei confronti diceva questo: ‘Ci siamo già dichiarati disponibili ad accogliere la richiesta di Fedez di venire in Vigilanza’”, ricorda il cantante riferendosi alla querela della Lega annunciata dal capogruppo del Carroccio in Vigilianza, Massimiliano Capitanio. Ma “oggi – prosegue Fedez – si rifiutano di ascoltare la mia versione dei fatti in commissione. Ne prendo atto. Non credo ci sia nulla da aggiungere”.
(da agenzie)
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Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
SI E’ RISVEGLIATO IL BAMBINO, UNICO SUPERSTITE DELLA TRAGEDIA DEL MOTTARONE
“Eitan ha aperto gli occhi e ha trovato il viso conosciuto della zia. Sono vicini in questo momento”. Notizie positive per il piccolo Eitan, unico sopravvissuto della tragedia del Mottarone.
A darle è il direttore generale della Città della Salute di Torino, Giovanni La Valle: “Il bimbo, ricoverato all’ospedale Regina Margherita, alle 10,45 è stato estubato e ha ripreso per un momento conoscenza. Essendo ancora sedato dai farmaci non è ancora cosciente”.
Accanto a lui ci sono la zia, l’equipe medica della rianimazione e gli psicologi. “La notte è passata bene e conferma la stabilità del bambino – chiariscono -. Nonostante le condizioni critiche abbiamo potuto estubarlo. Aspettiamo che si possa risvegliare nelle prossime ore. È il momento più delicato”.
Il piccolo domenica, dopo l’arrivo in ospedale dal Mottarone, è stato sottoposto a una lunga operazione durata 5 ore. I medici della chirurgia pediatrica dell’ospedale torinese, coordinati dal dottor Fabrizio Gennari, lo hanno portato in sala operatoria per ridurre le fratture.
Dopo aver trascorso le prime due notti stabili ieri mattina è iniziato il lento processo di risveglio. L’equipe di rianimazione del dottor Giorgio Ivani ha iniziato a ridurre la terapia farmacologica e la risposta è stata subito positiva con “colpi di tosse, piccoli movimenti e alcuni momenti di respiro spontaneo”, come avevano già spiegato ieri i medici. Parole che hanno rincuorato tutta l’Italia e non solo che sta pregando per il piccolo.
Rimasto solo perché nella tragedia della funivia hanno perso la vita Amit Biran e Tal Peleg, i genitori del piccolo Eitan, il suo fratellino Tom e i bisnonni Itshak e Barbara Konisky Cohen, in Italia da pochi giorni per stare con i bisnipoti.
Le cinque salme della famiglia israeliana sono partite questa mattina da Verbania e intorno a mezzogiorno arriveranno all’aeroporto di Malpensa, da lì decollerà il volo di Stato per Israele dove saranno celebrati i funerali.
Non ci sono state funzioni a Verbania per la famiglia Biran, ma un piccolo momento di preghiera prima del volo, a cui hanno partecipato alcuni dei parenti, pronti a ripartire con le salme, e i rappresentanti della comunità ebraica di Milano.
“Ci saremo come comunità come stiamo facendo in questi giorni mettendo a disposizione tutto il nostro supporto, emotivo, materiale e legale – spiega Milo Hasbani, presidente della comunità ebraica di Milano -. Non ho ancora sentito la zia e i nonni che ora sono accanto al piccolo Eitan, hanno bisogno di tranquillità per lui. É importante fare chiarezza, la magistratura sta facendo un grande lavoro”.
(da la Repubblica)
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Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
POI DRAGHI L’HA RISCRITTA SECONDO I DESIDERATA DEGLI INDUSTRIALI… DI FRONTE A QUESTO E AI SUBAPPALTI LIBERI CHE FAVORISCONO LA MAFIA UN PARTITO SERIO AVREBBE DETTO: “BUON PROSEGUIMENTO, CI VEDIAMO ALLE URNE”
Per nulla pago di aver provocato lo stralcio della proroga al 28 agosto del blocco
dei licenziamenti dal decreto Sostegni bis, il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, confermandosi socio di maggioranza del governo dei migliori, riparte all’attacco del ministro del Lavoro, Andrea Orlando. E pretende di dettare le sue condizioni. “Il Paese deve uscire da un periodo di crisi drammatica, una crisi sanitaria, una crisi sociale ed economica, e se non ci sono le fondamenta di un rapporto di lealtà istituzionale sarà molto difficile”, sentenzia.
Nel frattempo il premier Mario Draghi difende il compromesso raggiunto. “La mediazione ha retto, è un miglioramento considerevole sia rispetto all’eliminazione pura e semplice del blocco sia al suo mantenimento tout court. L’intervento è in linea con quanto accade nei paesi Ue: garantire la Cig gratuita anche dopo il primo luglio in cambio dell’impegno di non licenziare. Un’azienda che non vuole chiedere la Cig è libera di licenziare, ma c’è un forte incentivo a non farlo…”.
Tutto ciò – spiega, ribadendo quanto aveva recitato già una nota diffusa da Palazzo Chigi in tarda mattinata – vale solo per industria e edilizia, mentre per i servizi il blocco per tutti, sia che usino o meno la Cig, dura fino a fine ottobre e la Cig è gratuita fino a fine anno.
“Mi pare una mediazione che certamente scontenta quanti avrebbero voluto continuare con il blocco ma non scontenta, almeno così mi pare, quelli che avrebbero voluto sbloccare tutto immediatamente”, ammette il premier. Che conclude con un auspicio: “Spero che sindacati e imprese si ritrovino nella mediazione”.
Peccato che il compromesso, come lui stesso ha riconosciuto, sia gradito solo alle imprese. “Il messaggio che viene dato, avendo ascoltato un po’ troppo Confindustria, è che i problemi si risolverebbero con la libertà di licenziare: un messaggio sbagliato. Noi continueremo a chiedere che ci sia una proroga del blocco”, avverte il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.
Con l’uscita dal blocco dei licenziamenti “ci sono fonti del governo e Bankitalia che indicano in quasi 577 mila i posti di lavoro a rischio dal primo luglio”, lancia l’sos il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, ribadendo che “la soluzione adottata è assolutamente debole e non riuscirà ad arginare lo tsunami sociale e occupazionale”.
Mentre la Uil propone di prorogare il divieto fino alla fine dell’anno.
Sul tema si spacca il governo. Orlando, a dispetto di quanto sostenuto da Confindustria che ha parlato di imboscata da parte del ministro, continua a difendere la sua norma che prevedeva la proroga al 28 agosto del blocco. Su tale disposizione, dice, c’è stata “una polemica ingiustificata e priva di fondamento. Non voglio cadere nelle polemiche, sono solo preoccupato di dare quanti più strumenti possibili per evitare effetti negativi sui lavoratori. La norma è stata trasmessa nelle forme dovute al Consiglio dei ministri, illustrata in una conferenza stampa. Si tratta di una norma ispirata esclusivamente dal buon senso”.
Tesi confermata dal ministro pentastellato Stefano Patuanelli: “La proposta del ministro Orlando, che ha ben spiegato durante il Consiglio dei ministri le ragioni delle sue scelte, è chiara e condivisibile”.
Con Orlando è schierato tutto il fronte giallorosso dal Pd, ovviamente, al M5S e a Leu. “E’ molto inquietante la decisione del Governo di ritirare una parte della norma anti licenziamenti dal decreto Sostegni, già approvato dal Cdm, in seguito alle pressioni di Confindustria. E’ necessario prorogare il blocco dei licenziamenti per tutti fino ad ottobre”, attacca LeU con Loredana De Petris. Ma Draghi ha deciso.
(da La Notizia)
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Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
LA CONFINDUSTRIA FA E DISFA SUI LICENZIAMENTI
Carlo Bonomi vive in una sua dimensione parallela, uno dei quegli universi che coesisterebbero con il nostro, ma in cui le vicende sono diverse.
In questo universo distopico lui pensa di essere il ministro del Lavoro e non il Presidente di Confindustria. Ed eccolo lì che si raffigura nel sogno a distruggere quel che resta del già distrutto stato sociale.
Ed allora il fantaministro si immagina a dare libertà di licenziamento immediato, totale e definitivo. Immagina che i capi sindacali gli sventolino le foglie di palma nei caldi giorni d’estate, mentre lui, il faraone di Crema, gongola pacioso suonando l’arpa mentre l’odiata Roma governativa brucia. Deve essersi sentito così, diciamo strano, il presidente di Confindustria quando è partito di intervista a La Stampa di ieri.
Ricordiamo i fatti. Venerdì scorso, all’ultimo consiglio dei Ministri, Andrea Orlando che occupa il dicastero del Lavoro presenta la proposta di far slittare la fine del blocco dei licenziamenti al 28 agosto.
Secondo Bonomi che queste cose le sa, Draghi non sarebbe stato d’accordo per questa birichinata ministeriale e il premier avrebbe espresso il suo disappunto per l’intemerata non concordata del suo ministro. Sabato, Bonomi lo passa di cattivo umore. È agitato. I primi caldi lo straniano ulteriormente, suda, alcune zanzare irriguardose lo mordicchiano impietose.
Qualche gocciolina malvagia di sudore gli cola sugli occhi ed è lì che deve aver perso il controllo. Ratto e lesto chiama il suo giornale giallo, Il Sole 24 Ore, è dà l’ordine di sparare ad alzo zero e così la domenica mattina, mentre i buoni cristiani vanno a messa e gli altri al mare, si legge in prima a caratteri cubitali: “Licenziamenti, l’inganno di Orlando”.
È il segnale che i confindustriali attendevano. “O capitano! Mio capitano!”, scriveva il poeta americano. Tutti intorno al Re di via dell’Astronomia, pronti all’assalto contro i cattivoni, quelli che hanno letto da giovani quel libraccio scritto da un filosofo ebreo con la barbaccia incolta, che, ironia della sorte, si chiamava proprio come il duce astronomo.
E da allora i mugugni e le lamentele dei ricchi industriali hanno scadenzato le agenzie. Ieri si leggevano proclami guerreschi rivolti alle armate di produttori di bulloni, merendine, salse e pelati, pizze e verdure, macchine e carrarmati: “Licenziamenti, intese tradite, così non si fanno le riforme” e poi, “Licenziamenti, calpestate le intese”.
Insomma il popolo dei produttori in arme assediava Palazzo Chigi peggio di un esercito di sciamani no vax incazzati contro il povero Speranza. E a questo punto, Draghi che è uomo liberale, uomo di dollaro e sterlina che fu prima uomo di marco si fa due conti, valuta e soppesa le scelte e le conseguenze e poi agisce cercando di mediare.
Il blocco dei licenziamenti rimane, ma vale solo per chi utilizzerà da primo di luglio la Cassa integrazione ordinaria però poi le aziende potranno non versare le addizionali sulla Cig fino al 31 dicembre. Ma non basta.
Draghi, che fu uomo di euro e marco, promette ancor di più e promette a via dell’Astronomia che a brevissimo rivedrà anche gli ammortizzatori sociali.
Il Partito democratico però non ci sta e difende il suo ministro e lo fa come ai vecchi tempi, quelli del Partito comunista e lo fa con una sorta di centralismo democratico che picchia duro e Letta difende a spada tratta il suo ministro, cose che non si vedevano dai tempi della falce e martello, prima che quello stesso partito abolisse, grazie alla Quinta Colonna Matteo Renzi il baluardo stesso dei lavoratori e cioè l’articolo 18.
Nel contempo Maurizio Landini, capo della Cgil, attacca direttamente: “Licenziamenti, la partita non è chiusa”. E ancora: “Il governo ha ascoltato un po’ troppo Confindustria “ e “i problemi non si risolvono con la libertà di licenziare”.
Mario Draghi capisce improvvisamente che è più facile manovrare con euro e dollari che con questi scalmanati della politica e si ricorda degli insegnamenti dei buoni frati gesuiti dell’Istituto Massimo di Roma, che frequentò da giovinetto e se ne esce democristianamente con una “mediazione in cui spero si ritrovino tutti”.
Ecco, ci mancava il generale Francesco Paolo Figliuolo, che ha un cognome così ecclesiastico, e il quadro sarebbe piaciuto anche a Papa Francesco che dal Vaticano se la ride con questi mattacchioni di italiani che sono capaci di superare pure gli argentini, che di golpe se ne intendono. Ma dopo tutto il Papa perdonerà visto che il “golpe” invocato da Bonomi e attuato – a suo dire – da Orlando è a fin di bene
(da La Notizia)
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Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
UN SISTEMA PER PERDERE ALTRO TEMPO E IMPEDIRE CHE L’ITALIA DIVENTI UN PAESE CIVILE
Il presidente della commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari della Lega
annuncia che saranno “appena” 170 le audizioni che si svolgeranno sul ddl Zan. Una decisione che è nelle prerogative della presidenza. Ma che sembra proprio un modo per perdere altro tempo e non far approvare la legge.
Tra i 170 ammessi all’audizione sul disegno di legge contro l’omotransfobia ci sono giuristi, procuratori, avvocati, esponenti di chiese e di movimenti religiosi. Ma anche qualche outsider. Tra questi Mauro Coruzzi in arte Platinette. Oppure Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Calabria.
Per il resto l’elenco è variegato. Per il mondo religioso si va da monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei a Riccardo di Segni dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia, da Yassine Baradai, segretario nazionale dell’Unione delle comunità islamiche in Italia ad Alessandro Dini Ciacci, responsabile della chiesa dei mormoni.
Altri previsti nel calendario sono Rossana Dettori della segreteria nazionale della Cgil, Massimo Gandolfini del Family day, Cristina Gramolini di Arcilesbica, l’ex presidente di Arcigay nazionale Aurelio Mancuso, l’ex pm Carlo Nordio.
Per l’Unione nazionale delle donne italiane sono previste la presidente Vittoria Tola e Pina Nuzzo, poi le femministe Monica Sargentini Ricci e Marina Terragni e il filosofo Stefano Zecchi.
Su Twitter il deputato del Pd Filippo Sensi è critico: “Le 170 audizioni disposte da Ostellari sul #ddlzan non sono un approfondimento, sono una provocazione intollerabile. Non amo il muro contro muro, ma qui siamo alla presa in giro”.
Anche Alessandro Zan non si trattiene: “Le 170 audizioni fissate da Ostellari in Commissione Giustizia sono un chiaro tentativo di impedire al #Senato la discussione del #ddlZan, già approvato dalla Camera a larga maggioranza. Non è solo ostruzionismo, ma una evidente forzatura democratica da scongiurare. Ora in Aula”.
All’attacco anche Laura Boldrini: “È chiaro che si tratta di puro boicottaggio. La Lega propone 170 audizioni in Commissione sul ddl Zan solo per allungare i tempi. Una provocazione irricevibile. Ora i gruppi favorevoli si accordino per portare in aula il ddl già approvato alla Camera”.
Si fa sentire anche la M5s Alessandra Maiorino: “Le audizioni richieste sono 170, e quasi tutte di organizzazioni religiose o sedicenti tali. Questo Paese si chiama Italia, e’ un Paese laico e democratico dell’Europa occidentale. Ora basta. Andiamo in aula con l’art. 77. Il Movimento 5 Stelle è pronto”.
(da La Notizia)
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Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
SI E’ SPENTO IN VERSILIA, AVEVA 82 ANNI
Si è spento nella notte in Versilia, all’età di 82 anni, Tarcisio Burgnich. Storico difensore di Inter, Juventus e Napoli e Campione d’Europa nel 1968 con la Nazionale. Soprannominato “la Roccia” (da Armando Picchi) per il suo fisico granitico e per il suo modo di interpretare il giuoco del calcio, conquistò – sempre con la maglia azzurra – il titolo di vice campione del mondo nel 1970 con la nazionale azzurra.
Terzino destro, difensore centrale e libero. Un difensore moderno che fu il pilastro dei successi dell’Inter guidata da Helenio Herrera con cui vinse quattro scudetti (dopo quello conquistato con la Juventus a inizio carriera), due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali.
Poi il trionfo all’Europeo del 1968 con la maglia azzurra della Nazionale allenata da Ferruccio Valcareggi e quel Mondiale del 1970 svanito a un passo dal successo finale contro il Brasile, dopo la “Partita del Secolo” contro la Germania in semifinale. Tarcisio Burgnich ha vinto ovunque. Anche quando si trasferì a Napoli a fine carriera, conquistando l’unico trofeo italiano che ancora mancava al suo parlmares (la Coppa Italia nella stagione 74-75).
Roberto Boninsegna, suo compagno di squadra ai tempi dell’Inter, lo ha voluto ricordare con una frase che magnifica la grandezza sportiva di Burgnich: “Solamente lui poteva marcare Pelé”.
Un’amicizia nata sul campo, anche con rivalità quando non vestivano la stessa maglia: “Quando giovava lui erano preoccupati tutti gli attaccanti, ne parlavo qualche tempo fa con Riva: ‘che pessima domenica quando gioca Tarcisio’ – ha raccontato l’ex attaccante nerazzurro ad AdnKronos -. In allenamento lui mi marcava ed era davvero difficile prendere palla, uno dei più grandi marcatori di sempre”. Un calciatore che ha fatto la storia non solo dei propri club, ma anche della Nazionale. Lui, infatti, fu uno dei perni di quell’Italia che vinse (un unicum nella storia, fino ad ora) il Campionato Europeo nel lontano 1968.
(da agenzie)
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Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
PER NON PERDERE TURISTI E SOLDI NON HANNO FERMATO L’IMPIANTO: PERFETTA LOGICA ULTRA-LIBERISTA, QUELLA CHE PIACE TANTO AI SOVRANISTI
La morsa che teneva aperti i freni, il cosiddetto “forchettone” non era stato
dimenticato inserito ma aveva una precisa funzione, quella di aggirare un’anomalia ai freni che durava da un mese e mezzo.
Una scelta criminale, fatta anche al prezzo della vita di 14 persone, poiché quel pezzo di ferro rosso, che serve per tenere aperte le morse del freno d’emergenza, è con tutta probabilità la principale causa dello schianto della cabina della funivia che collega Stresa al Mottarone.
Le tre persone arrestate nella notte per il disastro alla funivia del Mottarone hanno ammesso le responsabilità loro contestate, come ha spiegato il comandante provinciale dei Carabinieri di Verbania, tenente colonnello Alberto Cicognani.
“Il freno non e’ stato attivato volontariamente? Si’, si’, lo hanno ammesso”. “C’erano malfunzionamenti nella funivia, – ha spiegato l’ufficiale – è stata chiamata la manutenzione, che non ha risolto il problema, o lo ha risolto solo in parte. Per evitare ulteriori interruzioni del servizio, hanno scelto di lasciare la ‘forchetta’, che impedisce al freno d’emergenza di entrare in funzione”.
Gli interrogatori ai dipendenti della società Ferrovie del Mottarone si sono conclusi verso le quattro di notte con tre persone fermate: Luigi Nerini, titolare dell’impresa che gestisce la funivia, difeso dall’avvocato Pasquale Pantano, il direttore dell’esercizio Enrico Perocchio e il capo servizio Gabriele Tadini.
“Uno sviluppo consequenziale, molto grave e inquietante, agli accertamenti che abbiamo svolto. Nella convinzione che mai si sarebbe potuto verificare una rottura del cavo si è corso il rischio che ha purtroppo poi determinato l’esito fatale”, ha spiegato la procuratrice Olimpia Bossi, lasciando la caserma.
A loro carico ci sono “gravi indizi di colpevolezza” che hanno portato la procuratrice capo di Verbania Olimpia Bossi e la sostituta Laura Carrera a disporre il fermo: “Si è trattato di una scelta consapevole dettata da ragioni economiche. L’impianto avrebbe dovuto restare fermo”, ha detto Bossi, che ha coordinato le indagini dei carabinieri che, guidati dal comandante provinciale di Verbania Alberto Cicognani, hanno raccolto il materiare per arrivare a muovere queste contestazioni.
Cambiata anche l’ipotesi di reato: all’omicidio colposo si è aggiunto l’articolo 437 del codice penale che punisce con una condanna fino a 10 anni la rimozione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, aggravate se da quel fatto deriva un disastro. I tre arrestati sono stati portati in carcere a Verbania. E nelle prossime ore sarà chiesta la convalida del fermo e l’applicazione di una misura cautelare.
Secondo quanto ricostruito, da circa un mese, ossia da quando la funivia era stata riaperta dopo il lockdown, la centralina rilevava delle anomalie sull’impianto frenante di una delle due cabine.
La segnalazione era stata presa in considerazione, tanto che erano stati chiesti anche degli interventi di manutenzione. Tuttavia non erano stati risolutivi e sarebbe stato necessario un lavoro più incisivo che avrebbe probabilmente tenuto fermo l’impianto proprio ora che la bella stagione era appena iniziata e il Covid stava mollando la presa. D’altra parte però era complicato continuare con quella cabina che di tanto in tanto si fermava e toccava andarla a recuperare trainandola con fatica fino alla stazione. Ecco allora che una soluzione è stata trovata non per risolvere il problema ma per aggirarlo e da alcuni giorni era stato sistemato il forchettone che escludeva i freni di emergenza.
Uno dei punti ancora da chiarire è se il divaricatore sia stato sistemato solo su uno dei due freni della cabina o su entrambi. Dalle foto scattate e dai video girati dopo il disastro sembra che sul relitto ci sia un solo forchettone sistemato, ma stamattina è in programma un sopralluogo approfondito per controllare se per caso il secondo sia saltato durante l’urto con il terreno. In ogni caso questo non spiega la rottura del cavo, che era un fattore imprevedibile.
Le indagini per lo schianto della funivia del Mottarone hanno subito un’improvvisa accelerazione durante la notte quando è entrato in caserma Luigi Nerini, il titolare della società Ferrovie del Mottarone che gestisce l’impianto, la cui proprietà pubblica viene rimpallata tra Regione Piemonte e Comune di Stresa.
Nel pomeriggio erano iniziate le convocazioni come testimoni dei dipendenti della società che gestisce l’impianto di risalita. Dopo una serie di domande incrociate tra i vari lavoratori, verso le sette e mezza di sera l’arrivo di un avvocato ha rivelato che la posizione di uno dei lavoratori si era complicata portando all’iscrizione nel registro degli indagati di un primo nome.
A notte fonda alcuni dei testimoni hanno lasciato la caserma, ma i carabinieri hanno continuato a interrogare ad oltranza fino a quando non è stata chiarita la situazione. In giornata erano stati acquisiti documenti anche in Regione ed era stata sequestrata anche la registrazione della telefonata al 118 di chi per primo ha dato l’allarme
(da agenzie)
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Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile
TASSA DI SUCCESSIONE E LICENZIAMENTI, IL PD CHINA IL CAPO E RINUNCIA A ESSERE MOTORE DEL GOVERNO
C’è uno spettro che si aggira per il Nazareno. Ed è lo spettro di Mario Monti, esperienza che, in nome della responsabilità, si rivelò una donazione di sangue per il Pd.
Mario Draghi non è Monti, per agenda nient’affatto rigorista e per sensibilità politica. Però come allora il “forgotten man”, il ceto medio spezzato dalla crisi, si affidò alla rivolta populista, oggi il “licenziato Covid” è un soggetto che prefigura una nuova possibile bomba sociale, in un contesto in cui ci vuole tempo per riattivare la crescita e non è ancora stato predisposto un sistema di ammortizzatori sociali dopo la fase dei “tamponi” emergenziali.
Anche i sindacati e in particolare la Cgil che per prima si era fatta promotrice di una soluzione di emergenza, mentre la sinistra politica era ancora intenta a elaborare il lutto di Conte, hanno cominciato a rialzare i decibel della protesta sociale.
Insomma, aleggia una certa inquietudine, per quel che sta accadendo e per quel che accadrà, e per chi ne pagherà il prezzo più impegnativo.
Il partito delle vedove del governo precedente vede in questo contesto la conferma delle proprie funeste previsioni. E cioè che, in fondo, questo governo di emergenza è solo l’incubatore di una svolta a destra, nel modello di sviluppo prefigurato dal Recovery e negli effetti sociali che produce.
A conferma di questa tesi si dice che proprio la struttura di comando del Recovery ne rappresenta la prova più lampante, perché il grosso dei capitoli di spesa è nelle mani dei ministri “tecnici” da Cingolani a Colao che, per dirne una, sta smontando l’operazione sulla rete unica provando a parcellizzare gli interventi sui territori.
Poi ci sono quelli dei centrodestra, da Brunetta a Giorgetti e poi, da ultimo, quelli del Pd, titolari di ministeri meno coinvolti. Il risultato è che alcune parole d’ordine come “pubblico” sono avvolte da una nuvola di ambiguità: vale per l’efficientamento energetico delle scuole, su cui non è sciolto il nodo delle private, come per la sanità.
Nello spazio di pochi giorni poi sono successi un paio di fatti di non banale rilevanza. La proposta del segretario del Pd di una tassa di successione sui grandi patrimoni, misura spot dal sapore dal sapore “di sinistra”, è stata liquidata dal premier con una battuta.
E l’ipotesi di una norma anche di buon senso, predisposta del ministro Orlando, di prolungare di fatto per un paio di mesi il blocco dei licenziamenti è stata respinta dall’offensiva di Lega e di Confindustria, anche con una certa aggressività.
Tutto il racconto ruota attorno a una situazione subita e di disagio, in cui la buona volontà si infrange contro il muro di una situazione oggettiva proibitiva, quasi di un destino cinico e baro.
In fondo, era prevedibile che il “cambio pagina” dall’emergenza sanitaria a quella economico sociale avrebbe reso il gioco duro. Il punto è come a questo cambio pagina si è arrivati, se per destino o per scelte compiute.
E la sensazione è che il nodo della collocazione del Pd nel governo sia ancora irrisolto. Resta cioè quel paradosso che ne ha accompagnato la nascita, mal gestita e mal digerita, con la conseguente rinuncia a esserne il “motore” politico – perché chi avrebbe potuto esserlo, forse i partiti populisti o i Cinque Stelle al collasso o Forza Italia all’estinzione? – in nome di un grande progetto di ricostruzione nazionale. E invece è difficile trovare un terreno di iniziativa politica del Pd in grado di influenzare l’azione del governo: le riaperture lasciate a Draghi, la pubblica amministrazione a Brunetta, il codice degli appalti a Landini.
In assenza di questa discussione mai svolta, il segretario, che ha ereditato una situazione storta nel manico, ha affidato il recupero identitario alla polemica con Salvini ma, nonostante la sua cultura politica e l’affinità di linguaggio con l’attuale inquilino di palazzo Chigi, si è ritagliato il ruolo di motore del prossimo, con proposte buone per la legislatura che verrà.
Caratterizzano ma incidono poco, mentre nel presente, in fondo, si accetta tutto. Da che mondo è mondo, un grande partito, garante del progetto di ricostruzione dell’Italia, non si espone a una bocciatura delle sue proposte, su temi così delicati, redistribuzione e licenziamenti, se ci crede davvero.
Se li ritiene cruciali, magari non fa cadere il governo, ma quantomeno lo fa ballare, ci fa una battaglia, insomma mica molla così. Invece sono già archiviati. E l’impressione è che il posizionamento a sinistra, così concepito, rende poco credibile l’azione nel governo, e l’azione del governo rende poco credibile il posizionamento a sinistra.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile
IL NODO DEI DEBITI FRENA L’INTESA, FINIRE IN TRIBUNALE ORMAI E’ INEVITABILE
Ormai è diventata una saga a puntate, quella fra il M5S e l’associazione Rousseau,
non è dato sapere come si concluderà ma quel che è certo è che il lieto fine è pressoché impossibile.
E, nell’ultima “puntata” non ha certo usato giri di parole Enrica Sabatini, braccio destro di Davide Casaleggio (nella foto con Crimi) e socia della piattaforma di democrazia partecipata che consente agli iscritti di esprimere il proprio parere sulle scelte del Movimento.
E proprio gli iscritti, come è noto, sono il nodo del contendere, le cui generalità Casaleggio e Sabatini si rifiutano di fornire per motivi di privacy sia al leader in pectore Giuseppe Conte che al reggente Vito Crimi, con il quale i rapporti sono tesissimi, come testimonia l’intervista rilasciata al Corriere della sera qualche giorno fa dalla stessa Sabatini: “Fino a che ci sarà Vito Crimi le possibilità di un accordo tra il M5S e Rousseau saranno zero. Da 10 mesi fa saltare ogni possibile serena collaborazione. Purtroppo – ha spiegato – se cerchi autorevolezza politica in un foglio di un tribunale, si arriva alla situazione imbarazzante che viviamo oggi”, aggiungendo che l’unico interlocutore serio e legittimato probabilmente potrebbe essere Luigi Di Maio che “è un decisionista a differenza di tanti procrastinatori seriali”.
Elogio a Di Maio a parte, la situazione non è delle più serene e l’eventualità che la partita finisca per essere giocata nelle aule giudiziarie si fa sempre più concreta.
Anche perché, al netto del nuovo “capitolo” nella contesa in corso a Cagliari, dove il tribunale ha revocato la nomina del curatore Silvio Demurtas per nominare un nuovo avvocato delegato a rappresentare il M5S nel giudizio sulla consigliera regionale Carla Cuccu espulsa e allo stesso tempo ha respinto l’istanza di De Murtas, che andando oltre le funzioni che gli erano state conferite aveva chiesto che il magistrato ordinasse all’associazione Rousseau di consegnargli l’elenco degli iscritti, fra quest’ultima e i pentastellati la questione a monte è sempre la medesima, inutile giraci intorno: follow the money, un buco da 450mila euro.
Nell’intervista al Corriere è infatti ancora una volta sottolineato dalla Sabatini “Che ci sono stati dei confronti con Conte, ma anche qui il problema è Crimi: mentre lui garantiva, anche pubblicamente, che i debiti sarebbero stati onorati, Crimi inviava email per dire che il M5S non li avrebbe invece riconosciuti”.
(da agenzie)
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