Destra di Popolo.net

DOPO ASTRAZENECA, NON GIOCHIAMOCI LA FIDUCIA SU PFIZER: DELLA FORZATURA SUL RINVIO DELLA SECONDA DOSE NON SE NE SENTIVA IL BISOGNO

Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile

SE QUALCUNO VUOLE APPUNTARSI MEDAGLIE NON LO FACCIA DISORIENTANDO GLI ITALIANI

Fino alla decisione di posticiparne il richiamo tra prima e seconda dose a 42 giorni, c’era una certezza nella difficile battaglia al maledetto virus, ed era il vaccino Pfizer, punto fermo intorno al quale gli altri si muovevano e non proprio in linea retta.
Come per esempio Astrazeneca, vittima della letale miscela infodemica che ormai si è imparato a conoscere (fatti + opinioni + dichiarazioni ufficiali contraddittorie), e alla fine comunque in calo di reputazione e fonte di più o meno riposta preoccupazione nell’opinione pubblica un po’ confusa. Insomma, mentre si cercava di capire se Astrazeneca dovesse essere raccomandato agli under 60 – e ancora non è chiarissimo – , Pfizer rimaneva la pietra angolare del sistema, il bastione della campagna vaccinale.
Poi il 5 maggio scorso arriva l’indicazione del Cts che viene recepita da una circolare del ministero della Salute: è “raccomandabile” un prolungamento nella somministrazione della seconda dose dei vaccini a mRNA Pfizer-BioNtech e Moderna “nella sesta settimana dalla prima dose”. Ci sono ancora troppi non vaccinati nelle fasce a rischio, sostengono i nostri scienziati, e visto che la protezione è “già alta con la prima iniezione”, meglio estendere a 42 giorni il tempo del richiamo.
Come si intuì presto, la raccomandazione del Cts sortì effetti importanti: sia in positivo, l’allargamento potenziale della platea dei vaccinati, il rinnovato entusiasmo del generale Figliuolo nel raggiungere i target sperati, ma anche in negativo, cambiando i sistemi di prenotazione delle regioni, alimentando un po’ di confusione tra coloro che avevano già prenotato il richiamo e gli altri.
Quello che non ci sarebbe aspettato, e di cui non si sentiva il bisogno, era una polemica sulla legittimità scientifica della decisione. Polemica che invece arriva, purtroppo.
È Pfizer a innescarla, con le parole del suo direttore medico in Italia, Valeria Marino che non la fa tanto lunga: “Il vaccino è stato studiato per una seconda somministrazione a 21 giorni”. E ancora: ”È una valutazione del Cts, osserveremo quello che succede”. Risposta tosta del prof. Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità che chiude ogni discussione: “Pfizer crea sconcerto, la dose a 42 giorni è efficace”. Puntualizzazione del sottosegretario alla Salute Andrea Costa: “La scelta di posticipare a 42 giorni la seconda dose è stata fatta sulla base di pareri del Cts che a sua volta si è rifatto ai pareri dell’Ema”. Controreplica di Pfizer Italia: “Le raccomandazioni sui regimi di dosaggio alternativi sono di competenza delle autorità sanitarie e possono includere raccomandazioni dovute a principi di salute pubblica”. E la vicenda è destinata a continuare.
Per semplificare, in nome del piano vaccinale chiediamo di non essere disturbati sulla base di evidenze scientifiche, dicono scienziati e governo; non entriamo nel merito del piano vaccinale ma se le cose non vanno come sperate, vi abbiamo avvertito, e sulla base di evidenze scientifiche, dice l’azienda produttrice.
Noi non entriamo nel merito delle evidenze scientifiche, ma se ricominciano i dubbi e le rinunce, le polemiche e i sussulti no vax anche sul sacro Pfizer (e Moderna), poi non dite che non vi avevamo avvertito.
(da Huffingtonpost)

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RICHIAMO VACCINO PFIZER, PER L’AZIENDA VA FATTO IL 21° GIORNO COME STABILITO DALLE SUE RICERCHE, MA PER FIGLIUOLO “CONTA IL PARERE DEL CTS” E SI PUO’ FARE ANCHE DOPO

Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile

FACCIAMO COSI’: I COMPONENTI DEL CTS METTANO LA LORO FIRMA E NE RISPONDANO PERSONALMENTE, SE SUCCEDE QUALCOSA A UN ITALIANO SCATTA LA DENUNCIA PENALE

Lazio, Liguria, Toscana, Emilia, Piemonte e Campania hanno deciso di aumentare l’intervallo tra le due somministrazioni, su indicazione del team di esperti. Il direttore medico dell’azienda in Italia: «Attenersi agli studi scientifici». Ma il commissario tira dritto
Sulla possibilità di allungare a 5 settimane la finestra temporale per la somministrazione del richiamo del vaccino contro il Coronavirus prodotto da Pfizer, Valeria Marino, direttore medico in Italia del colosso americano, ha avvertito: «Il vaccino è stato studiato per una seconda somministrazione a 21 giorni».
Non esistono oggi «dati su di un più lungo range di somministrazione, se non nelle osservazioni di vita reale, come è stato fatto nel Regno Unito». «Osserveremo quello che succede. Come Pfizer dico però di attenersi a quello che è emerso dagli studi scientifici perché questo garantisce i risultati che hanno permesso l’autorizzazione», ha detto Marino nel corso di un’intervista a Sky Tg24.
La raccomandazione di Pfizer arriva dopo che Lazio, Liguria, Toscana, Emilia, Piemonte e Campania hanno deciso, su consiglio del Cts, di allungare i tempi di somministrazione della seconda dose di farmaco anti Covid.
Una soluzione valida per il Comitato perché «non inficia l’efficacia della risposta immunitaria». Il parere è arrivato dopo il pressing della struttura commissariale guidata dal generale Francesco Paolo Figliuolo. Proprio il commissario, dopo la raccomandazione di Pfizer, ha ribadito alle Regioni che il punto di riferimento restano i pronunciamenti del Cts.
Lunedì 10 maggio l’unità di crisi Covid della regione Lazio ha comunicato che a partire dal lunedì 17 maggio saranno estesi i richiami del vaccino Pfizer a 5 settimane, ossia 35 giorni, spiegando che «tutti gli interessati verranno avvisati in anticipo via sms e l’allungamento, recependo le raccomandazioni del comitato tecnico scientifico e della struttura commissariale, consentirà un aumento della platea delle prime dosi del vaccino Pfizer a partire già dal mese in corso, ovvero determinando un aumento della copertura della popolazione. Nessuna modifica, al momento, invece per tutti gli altri vaccini. A titolo esemplificativo chi doveva fare il richiamo Pfizer il 17 maggio lo farà sempre nello stesso luogo e alla stessa ora il 31 di maggio e così a seguire».
(da agenzie)

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LETTA E IL GOVERNO DRAGHI: “CHI SI DEVE CHIEDERE ‘CHE CI FACCIO QUI’ E’ SALVINI”

Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile

“COME SE IL PAPA ENTRASSE A SAN PIETRO E DICESSE AI FEDELI CHE DIO NON ESISTE”

“Quando penso a Salvini nel governo Draghi ho l’immagine del Papa che entra a Piazza San Pietro e dice ai fedeli: abbiamo scoperto una cosa importante, Dio non esiste, ma domani andiamo a fare la comunione e continuiamo. Questa è l’immagine”. Il segretario del Partito democratico Enrico Letta in diretta a Cartabianca usa un’immagine simpatica e un po’ bizzarra per descrivere la presenza nell’esecutivo della Lega. Salvini, un uomo che ha detto tutto e il contrario di tutto, soprattutto sull’Europa, tanto da smentirsi ma continuare a testa bassa pur di avere il consenso.
E paragonandolo al Pontefice sostanzialmente dice: se Francesco pronunciasse queste parole e chiedesse comunque di essere seguito, sarebbe un appello come a dire: anche se dico una cosa senza senso e priva di sostanza, venite con me. Come Salvini (sottintende).
E poi, sempre attaccando il leader della Lega: “Molto probabilmente se avessimo dato retta a Salvini, ora saremmo in una situazione di rischio maggiore. Oggi possiamo allungare il coprifuoco perché finora abbiamo rispettato le regole”. Ha poi parlato anche di covid, del coprifuoco, dei migranti e del sindaco di Roma:
“Io vorrei schierare me e il Pd dalla parte del buon senso, della scienza e delle regole: noi vogliamo fare un’estate in sicurezza, che il turismo funzioni, il governo sta facendo bene, e per questo le riaperture devono essere irreversibili e quindi gradualmente e in sicurezza. Le cose stanno andando bene, è possibile immaginare riaperture dei dei centri commerciali nei week end, spostare il coprifuoco ma tutto verrà deciso secondo regole. Se siamo arrivati a questo punto è perché abbiamo rispettato le regole.Come ha annunciato il governo, lunedì la cabina di regia deciderà in base ai dati l’orario del coprifuoco”
“Roma e Torino sono state il casus belli del 2016, nel 2016 Renzi ha cominciato la sua sconfitta perdendo Roma e Torino con Raggi e Appendino. Hanno governato, il Pd ha fatto opposizione. A Roma il M5S ha detto di rivolere Raggi, noi pensiamo che Raggi non ha governato bene e quindi andiamo con un nostro candidato. Questa cosa ha trovato un punto si scontro con i 5 Stelle. Questo impedisce alleanze future? No.
Abbiamo deciso un’ottima candidatura a Roma come quella di Gualtieri. Sono impegnato nel costruire un Pd forte, alla guida di una coalizione e a tenere un buon rapporto con i 5 stelle.
E sui migranti: “alcune settimane fa sono morti 130 migranti in mare, una vergogna che interroga le coscienze di tutti e io su questo non starò mai zitto, su questo faccio e farò sempre battaglia politica”
(da agenzie)

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IN RICORDO DI MIRKO, MORTO A 19 ANNI PER DIFENDERE LA MADRE DALLE COLTELLATE DELL’EX

Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile

COLPITO DA UNA COLTELLATA AL CUORE DALL’EX COMPAGNO DELLA MAMMA CHE AVEVA FATTO IRRUZIONE IN CASA A TORTORI’, IN SARDEGNA

Mirko Farci aveva solo 19 anni: è morto ieri a Tortolì in Sardegna colpito da una coltellata al cuore dall’ex compagno della mamma, che aveva fatto irruzione in casa per aggredirla. Lei è gravissima in ospedale
Chi conosceva Mirlo lo descrive come un ragazzo gentile e sorridente, che voleva aprire una sua attività, come la pizzeria gestita dalla mamma, una delle più conosciute di Tortolì.
Cosa è successo? Shaid Masih, 29 anni, originario del Pakistan, aveva avuto una relazione con la mamma di Mirko. Una storia finita a causa della gelosia e delle violenze che si traducevano in scenate e botte. Lei lo aveva denunciato per stalking.
Ma non è bastato: nonostante sia stato prima arrestato, ha passato qualche settimana in carcere, e poi diffidato ad avvicinarsi alla casa della donna, il 29enne ha fatto irruzione accoltellando la mamma di Mirko. Che per difenderla è morto.
Il Corriere ripercorre la dinamica dell’aggressione:
Martedì all’alba a Tortolì — capoluogo dell’Ogliastra — si è arrampicato su una gronda, ha sfondato una finestra. Paola Piras, 50 anni, dormiva; ha urlato, Shaid aveva in mano un coltello e ha colpito furiosamente lei e il figlio che ha cercato di difenderla: una cinquantina di fendenti, uno ha squarciato il cuore di Mirko, 19 anni, che è morto dissanguato in pochi minuti.
Su Paola, che barcollava, 17 coltellate: all’addome, al petto, alla gola. È in condizioni disperate in ospedale. Catturato poche ore dopo, Shaid era ancora fuori di sé: poche frasi sconnesse, i jeans intrisi di sangue, felpa e mascherina sul volto, una grande paura quando, all’uscita della caserma, i carabinieri hanno trattenuto a stento una cinquantina di persone decise a far giustizia sommaria
L’uomo non era uno sbandato: aveva un lavoro come metalmeccanico in un cantiere nautico. La mamma di Mirko invece era vedova: il marito si era suicidato e lei era responsabile della crescita dei suoi tre figli.
Quando si è resa conto che la storia non poteva andare avanti ha denunciato. Ma lui non ha mai smesso di starle addosso, tanto che lei spiegava alle amiche “Ho paura”.
L’ennesimo delitto che si consuma tra le mura domestiche, l’ennesimo atto di ferocia scatenato contro una donna
(da agenzie)

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MENO NAVI ONG, PIU’ SBARCHI: LA TEORIA DEI “TAXI DEL MARE”, CARA AI RAZZISTI NOSTRANI, CROLLA DI FRONTE AI DATI

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

NON CI SONO PIU’ NAVI UMANITARIE NEL MEDITERRANEO E SONO AUMENTATI GLI ARRIV (E I MORTI)I: I DATI DEL VIMINALE

Quando i dati di realtà parlano così chiaro, non ci sono più alibi per le teorie politiche agitate con scopi strumentali.
Come si vede dal grafico elaborato dal Viminale, i dati sugli sbarchi dei migranti in Italia, da gennaio 2021 fino a oggi a fronte dello stesso periodo nel 2020 e 2019, smontano coi fatti le teorie secondo cui le organizzazioni non governative che prestano soccorso in mare abbiano agito da ‘pull factor’ per le migrazioni dal Nord Africa.
Oggi non ci sono navi umanitarie nel Mediterraneo. Sono quasi tutte in fermo amministrativo, per inchieste giudiziarie in corso o per controlli della Guardia Costiera nell’ambito dei cosiddetti ‘Port State Control’, i controlli sul rispetto degli standard di navigazione.
Eppure gli sbarchi sono aumentati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e anche del 2019.
Era chiaro prima, adesso è inconfutabile: le navi delle ong non sono mai state un ‘taxi’ per i migranti.
Sicuramente l’anno scorso la pandemia ha giocato la sua parte nella diminuzione delle partenze. Ma quest’anno gli sbarchi sono vistosamente aumentati anche rispetto al 2019. E all’epoca le navi delle ong erano già attive nel Mediterraneo, Matteo Salvini gli aveva già dichiarato ‘guerra’, dopo che il suo predecessore al Viminale Marco Minniti aveva stilato un vero e proprio codice di condotta per limitare le azioni delle ong in mare.
All’epoca erano già 5 anni che le ong operavano nel Mediterraneo: la prima nave umanitaria a prendere il largo è stata la maltese Moas nel 2014, c’era il governo Renzi e l’Ue aveva appena deciso di mettere fine a Mare Nostrum, l’unica missione di soccorso in mare che l’Unione abbia sperimentato.
Ma oggi non ci sono navi delle ong attive nel Mediterraneo.
Alan Kurdi, Open Arms, Sea-Watch 3 e Sea-Watch 4 sono in stato di fermo amministrativo. Tra l’altro, per quest’ultima, il fermo era stato sospeso dal Tar ma è stato appena ripristinato in seguito al ricorso della Guardia Costiera (Ministero dei Trasporti) in attesa del pronunciamento della Corte di Giustizia Ue.
La Ocean Viking è ferma per le due settimane di quarantena ad Augusta, dopo aver sbarcato 236 persone il primo maggio scorso.
La Mare Ionio è sotto sequestro, per via dell’inchiesta giudiziaria in corso. Dalla Spagna sono appena partite le navi Aita Mari e Sea-Eye 4, ma non ancora arrivate nel tratto di mare tra l’Italia meridionale e la costa settentrionale dell’Africa.
A voler essere più precisi, gli sbarchi sono aumentati pur in presenza di un aumento dei controlli e dei fermi amministrativi a carico delle navi delle ong negli ultimi anni, secondo quanto riportato da Paris Mou, organizzazione che coordina gli sforzi per stabilire standard comuni di navigazione per imbarcazioni che navigano in 27 paesi del mondo, tra cui Italia, Usa, Francia, Germania, Russia.
Ebbene, nel 2020 le procedure di ‘Port State control’ a carico della navi delle ong in Italia aumentano rispetto al 2019 e anche le contestazioni da parte delle autorità aumentano, a seguito dei controlli.
Si pensi che nel 2019 questa procedura fu messa in atto per la prima volta ad agosto, dopo lo sbarco della Open Arms a Porto Empedocle, la nave costretta a rimanere al largo per 19 giorni con il suo carico di naufraghi, per decisione dell’allora ministro dell’Interno Salvini, ora rinviato a giudizio per la vicenda.
Dunque, senza le solite polemiche da chiacchiericcio politico, si può serenamente concludere che le navi delle ong non sono “taxi del mare” utili ad attirare le partenze dalla Libia e a far brillare il sogno europeo per chi cerca di scappare da fame, guerre e miseria.
I dati sfatano il mito, per chi ci ha creduto, sgonfiano l’espressione coniata dall’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ispiratrice della politica di Matteo Salvini e – va detto – degli Stati dell’Ue, tutt’oggi indisponibili a condividere con i paesi di frontiera le responsabilità dell’accoglienza.
Tant’è vero che, a quanto si apprende da Bruxelles, nessuno Stato europeo ha ancora risposto alla richiesta italiana di solidarietà per organizzare un sistema di redistribuzione almeno per l’estate.
Solo nel weekend i migranti arrivati in Italia sono stati tremila, di cui oltre 2 mila solo a Lampedusa. E continuano a morire in mare: e qui, come si sa, una stima precisa non c’è e non ci può essere. Troppi dispersi a fronte delle centinaia e centinaia di vittime per ogni naufragio, per ogni imbarcazione che non viene soccorsa in tempo.
Più che taxi, le navi delle ong meriterebbero il nome di ‘ambulanze’, strumenti di cui evidentemente non si può fare a meno in un mare che è diventato un deserto di menefreghismo.
Da una parte, gli Stati Ue che se ne lavano le mani. Dall’altra, l’assenza di istituzioni che gestiscano davvero il fenomeno in Libia, come ha detto ieri l’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi ieri al Parlamento Europeo: “I migranti intercettati dalla guardia costiera libica e riportati in Libia e finiscono in un sistema abusivo in cui tutto il resto non funziona o, peggio, si abusa delle persone. Non ci siamo. Questo non è giusto”.
(da Huffingtonpost)

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ALLUCINAZIONE COLLETTIVA: M5S VUOLE IL PONTE SULLO STRETTO CHE NON SI FARA’

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

SURREALE RIUNIONE NOTTURNA

Chissà se Beppe Grillo pensa che anche i suoi parlamentari, onorevoli deputati e onorevoli senatori del Movimento 5 Stelle, siano caduti in uno stato di allucinazione. Quella per il Ponte sullo Stretto.
La stessa allucinazione che nove anni fa l’Elevato additò al resto del mondo, quando dopo la traversata a nuoto tra la Calabria e la Sicilia disse che il progetto del Ponte era “un’allucinazione mentale”. Forse l’Elevato dovrebbe pensarci perché quell’allucinazione è arrivata dentro al Parlamento. E l’hanno portata proprio i suoi che, come lui, hanno sempre osteggiato il Ponte. Con il titolo della grande opera in odore di mafia.
Dovrebbe pensarci anche in fretta perché i suoi hanno un’altra fretta e cioè parlare del Ponte. Più dei vaccini, delle riaperture e dei ristori. E questa non è un’allucinazione, ma un dato di fatto, anzi una riunione fissata alle nove di sera, con alcuni parlamentari che non solo vogliono mettersi lì a chiacchierare. Vogliono trasformare l’allucinazione nel Ponte.
E forse Grillo potrebbe ricordare ai suoi parlamentari che l’allucinazione di cui parlava nel 2012 si riferiva al progetto del Ponte a una campata. Una delle due opzioni di cui parleranno stasera i suoi, collegati su Zoom.
E poi ancora l’Elevato e i suoi, questa volta tutti insieme, dovrebbero ricordarsi che meno di un anno fa c’era qualcuno di importante a sostenere che non c’erano le condizioni per il Ponte e che bisognava collegare le due sponde con un tunnel sottomarino.
Quel qualcuno si chiama Giuseppe Conte, leader in pectore dei 5 stelle. Per rendere la discussione ancora più avvincente a sua volta Conte dovrebbe leggere la relazione di 158 pagine scritta dalla commissione dei tecnici istituita al ministero dei Trasporti quando lui era a palazzo Chigi.
In questa relazione c’è scritto che il tunnel sott’acqua non si può fare. Insomma una riflessione andrebbe fatta, ma iniziando dall’ammettere che sul Ponte si è fatta una capriola. Qualcuno che i 5 stelle li conosce più che bene – l’Associazione Rousseau di Davide Casaleggio – ha ricordato agli ex amici di avventura cosa si sosteneva anche nel 2016, e cioè il no al Ponte. Anche dietro quel memo (sul Ponte “c’è un’amnesia politica selettiva”) c’è l’evidenza della retromarcia M5s.
Infine i 5 stelle dovrebbero prendere atto che Mario Draghi a tutto pensa tranne che a rilanciare il Ponte. Non è stato inserito nel Recovery.
Non c’è un euro pronto per finanziare l’opera. Siamo al grande débat public dove tutti possono dire sì, no o forse, proporre soluzioni e azzoppare quelle degli altri, fare e disfare. La commissione ministeriale ha detto che ci sono “profonde motivazioni” per fare il Ponte, ma a parte gli echi di Forza Italia, di berlusconiana memoria, una parte dei 5 stelle e qualche sparuto sì tra il Pd, nessuno al Governo pensa che questa volta sia quella buona.
Non valeva la pena restare lucidi?
(da Huffingtonpost)

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DIVISI DAL PONTE: IL VOLTAFACCIA DEI CINQUESTELLE SUL PONTE SULLO STRETTO

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

L’ASSEMBLEA DEL M5S FINISCE CON LITIGI IN CHAT

L’apertura di Cancelleri alla realizzazione del viadotto sullo Stretto è l’ennesima giravolta di un movimento diventato partito. L’abiura delle origini, però, scontenta alcuni parlamentari, che si scatenano con i messaggi
«La posizione sul “no” alla Tav nasce e cresce in Piemonte, l’abbiamo seguita fino alla disfatta perché voi volevate così». «Francesco, ma che ca**o dici, è una delle primissime battaglie di Beppe».
Non è il botta e risposta di un talk show, non sono le dichiarazioni di esponenti di due partiti diversi.
Il primo messaggio è firmato Francesco D’Uva, deputato siciliano del Movimento 5 stelle, che con i suoi corregionali si dice possibilista sulla realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina – quello stesso tratto di mare che Beppe Grillo attraversò a nuoto per evidenziare l’inutilità della grande opera -, il secondo è del senatore piemontese Alberto Airola. L’occasione di scontro è la chat di Zoom, piattaforma di videoconferenze usata dai grillini per riunirsi ai tempi del Covid.
«Sbattiamo fuori chi dice cazzate ed è pure al governo»: Cancelleri sotto attacco
Lo hanno fatto ieri per l’assemblea congiunta dei parlamentari 5 stelle di ieri, dove Giuseppe Conte non si è presentato. Ha tenuto il filo del discorso il reggente Vito Crimi, spiegando perché, secondo lui, Davide Casaleggio ha torto e il Movimento ha ragione sulla querelle dei dati degli iscritti, perché il tribunale di Cagliari ha preso un abbaglio ed è lui il legittimo rappresentante legale dei 5 stelle, perché i parlamentari devono versare quanto prima mille euro del proprio stipendio al Movimento. La sede fisica, nel centro di Roma, avrà un costo mensile di circa 15mila euro. In più bisognerà assumere e pagare i dipendenti che lavoreranno per la nuova segreteria.
Mentre Crimi aggiorna i parlamentari sul prosieguo dei lavori di rifondazione del Movimento, l’attenzione di deputati e senatori è posta su tutt’altro.
L’ex ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli lo dice apertamente: «Le parole di Cancelleri – circa il ponte sullo Stretto – sono inopportune». E quando Crimi rimanda la discussione sul tema a oggi, 11 maggio, giornata in cui si tiene un’altra assemblea con la presenza del sottosegretario grillino alle Infrastrutture, è nella chat di Zoom che infuria la lite. Alberto Airola, senatore piemontese, è furibondo: «Sbattiamo fuori chi dice cazzate ed è pure al governo».
Il riferimento è a Giancarlo Cancelleri: il sottosegretario del ministero di Enrico Giovannini, in un’intervista alla La Stampa, ha detto che il «ponte sullo Stretto sarà pronto in dieci anni, sarà a tre campate e ci passerà la ferrovia».
Cancelleri ha definito «simbolo di ripartenza» ciò che, un tempo, il partito del no alla Tav e alla Tap riteneva un’opera «inutile». Parola di Beppe Grillo che, parlando del ponte, scriveva sul suo blog: «Il M5s è riuscito, grazie a Virginia Raggi, a bloccare le irresponsabili Olimpiadi del 2024 a Roma, ma non siamo ancora riusciti a frenare gli appetiti malsani di chi vuole fare a tutti i costi grandi opere inutili con i soldi dei cittadini».
La chat dell’assemblea
Così, evitati ulteriori interventi verbali sull’affaire del ponte, la disputa si sposta nella chat di Zoom. «Per il Movimento il punto non si fa, punto – rilancia Airola -. È vergognoso che in un momento in cui l’Italia va a rotoli si parli di ponte sullo stretto». A questo punto, il tentativo di cassare la discussione viene fatto dalla senatrice Giulia Lupo: «Di ponte ne parliamo domani». E si scaldano gli animi: «Mi censuri?», chiede Airola, supportato dalla deputata calabrese Federica Dieni: «Ma di che si deve parlare Alberto, nasciamo “no ponte”. Non ci sarebbe neanche da parlare. A meno che qualcuno non abbia sbagliato posto, non vorrei essere io». Un altro calabrese, il senatore Giuseppe Auddino, manda l’emoji dell’applauso ad Airola.
Poi, però, interviene l’influente deputato messinese, Francesco D’Uva, a smorzare l’entusiasmo di Airola e dei parlamentari calabresi: «Noi seguiamo voi piemontesi sulla Tav. Voi seguite noi siciliani sul ponte».
E si apre il vaso di pandora della Tav, altra grande battaglia – persa – dal Movimento. «La Tav non è un argomento dei “piemontesi”, chi non lo sa venga che glielo spiego. Così, il ponte non è un argomento di siciliani o calabresi». D’Uva ribatte: «La posizione sulla Tav nasce e cresce in Piemonte, l’abbiamo seguita fino alla disfatta perché voi volevate così». Da questo punto in poi, la situazione degenera.
Tutti contro D’Uva
Apriti chat: torna a parlare Dieni e si aggiunge anche la senatrice piemontese Elisa Pirro, entrambe contro la posizione di D’Uva. La prima scrive: «Noi calabresi non lo vogliamo così come da programma del M5s. E con tutte le cose dette contro – il ponte – negli anni… soprattutto ora che diventiamo ancora di più per la transizione ecologica».
Pirro aggiunge: «Francesco, permettimi, ma sulla Tav parlano i dati e l’analisi costi benefici e non i “puntigli” dei piemontesi». E ancora Airola, nel tutti contro D’Uva: «Francesco, ma che cazzo dici, è una delle primissime battaglie di Beppe». D’Uva non cede e, sornione, afferma: «Sulle scelte che riguardano la Sicilia sono certo che ci ascolterete come noi abbiamo ascoltato voi».
Airola lo invita nuovamente a non dire «cazzate» e Dieni ironizza: «Francesco, sono scelte che riguardano anche la Calabria, almeno che non vogliate fare il ponte fino a Trieste». «Io sto dicendo che dovete far esprimere noi, è corretto ascoltare il territorio». I toni sembrano smorzarsi, Dieni scherza: «Reggio non vi vuole – per poi correggersi -. Vi vuole bene e vi accoglie ma con la nave». D’Uva saluta, senza rispondere all’ultima imbeccata di Airola: «Non è un problema dei siciliani ma proprio per nulla». Non ricevendo risposta, alle 22.20 spaccate, Airola si lascia sfuggire un «Vaffanculo», al quale D’Uva risponde mandando l’emoji di un bacio.
La caduta dei miti
E pensare che nove anni fa, quando aveva 64 anni, Grillo attraversò a nuoto lo Stretto di Messina. La traversata durò poco più di un’ora ma, nonostante il maestrale e la pioggia battente, il garante del Movimento riuscì nell’impresa che serviva a dimostrare anche l’inutilità del ponte sullo Stretto. E nel suo stile, Grillo raccontò così la giornata sul suo blog: «Questo è il terzo sbarco in Sicilia in 150 anni. Il primo fu Garibaldi che portò i Savoia, il secondo fu fatto dagli americani che portarono la mafia, il terzo sono io con il Movimento 5 stelle, ma né Garibaldi o Nino Bixio o Lucky Luciano sono arrivati in Sicilia a nuoto».
Nel 2009, durante uno spettacolo a teatro, Grillo disse: «Io sono a favore dei ponti perché uniscono, ma non si può unire la Calabria con la Sicilia: si stanno sui cogl***i da un milione di anni». E a parte l’ironia, in quella e in altre occasioni, Grillo ha ribadito il “no” al ponte sullo Stretto. Adesso, il gruppo parlamentare che risponde al suo simbolo si è spaccato proprio sul ponte: i parlamentari siciliani, in una nota congiunta, si dicono «aperti al confronto senza alcun pregiudizio ideologico». La più giovane deputata alla Camera, la siciliana Angela Raffa, dichiara: «Io sono favorevole. Sono passati 10 anni dalle battaglie “No Ponte” e, nel frattempo, il mondo è cambiato».
Non è solo il mondo a essere cambiato: anche il Movimento sta affrontando una trasformazione strutturale. È la caduta dei miti grillini, iniziata con il No Tav e che continua a macinare gli ideali del Movimento. Prima ancora che i 5 stelle nascessero, Grillo lottava affinché la Torino-Lione non si realizzasse. Nel 2018, quando il M5s si sedette al governo con la Lega, disse: «Mi sono beccato 4 mesi di condanna io per la Tav – garantendo che – la Tav non si farà. Dobbiamo finire questa analisi costi-benefici, ma sono certo che non si farà». E invece i lavori proseguono, con il parare positivo del parlamento. Stessa storia per la Tap, in Puglia. In questo caso fu Alessandro Di Battista a promettere: «In quindici giorni, se andiamo al governo, la fermiamo».
L’elenco delle battaglie sacrificate sull’altare del compromesso è lungo – si pensi ad Autostrade, ai Benetton, ad Alitalia – e non risparmia nessun esponente: Luigi Di Maio, prima del voto che portò il 48% dei consensi al Movimento a Taranto, promise una riconversione o una chiusura dell’acciaieria. Oggi, sono ancora tre gli altiforni in funzione nello stabilimento di Arcelormittal. Per tornare, però, alla questione ponte, sono indicative le parole che Grillo scrisse sul suo blog meno di sei anni fa: «La notizia della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina è una presa per il cu*o che serve al Pd per avere un argomento di cui parlare ai talk show e coprire i suoi fallimenti quotidiani, alla mafia per aprire cantieri che non vedranno mai fine e che costerà altri centinaia di milioni ai cittadini assetati».
Oggi, con il Partito democratico, il Movimento sta studiando una sorta di alleanza strutturale. Ma non è questo il punto dell’articolo del garante 5 stelle. «Un’opera faraonica – scriveva ancora sul ponte – che non vedrà mai la luce, già costata circa 600 milioni ai contribuenti, per il quale tre anni fa il governo Monti stanziò 300 milioni per il pagamento delle penali per la “non” realizzazione del progetto. Secondo il piano economico approvato dal Cda della Stretto di Messina Spa il 29 luglio 2011 – proseguiva Grillo -, il costo complessivo dell’opera sarebbe di 8,5 miliardi, mezzo reddito di cittadinanza con cui il M5s salverebbe 10 milioni di italiani dalla fame e dalla disoccupazione». Anche sull’abolizione della povertà Grillo potrebbe essere smentito. Ma questo è un altro capitolo della parabola carpiata dei 5 stelle.
(da agenzie)

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MONI OVADIA: “LA POLITICA DI ISRAELE E’ INFAME, STRUMENTALIZZA LA SHOAH”

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

“IO SONO EBREO MA LA POLITICA DI ISRAELE E’ SEGREGAZIONISTA E RAZZISTA”

In una intervista Moni Ovadia, commenta l’escalation di violenza in Medio Oriente che è sfociata in una lunga notte di bombardamenti tra Israele e la Striscia di Gaza: “La politica di questo governo israeliano è il peggio del peggio. Non ha giustificazioni, è infame e senza pari. Vogliono cacciare i palestinesi da Gerusalemme est, ci provano in tutti i modi e con ogni sorta di trucco, di arbitrio, di manipolazione della legge. E’ una vessazione ininterrotta che ogni tanto fa esplodere la protesta dei palestinesi, che sono soverchiamente le vittime, perché poi muoiono loro, vengono massacrati loro”.
“La politica di Israele è segregazionista, razzista, colonialista -scandisce l’attore, musicista e scrittore di origine ebraica- E la comunità internazionale è di una parzialità ripugnante. Tranne qualche rara eccezione, paesi come la Svezia e qualche paese sudamericano, non si ha lo sguardo per vedere che la condizione del popolo palestinese è quella del popolo più solo, più abbandonato che ci sia sulla terra perché tutti cedono al ricatto della strumentalizzazione infame della shoah”.
Moni Ovadia spiega ancora meglio: “Tutto questo con lo sterminio degli ebrei non c’entra niente, è pura strumentalizzazione. Oggi Israele è uno stato potentissimo, armatissimo, che ha per alleati i paesi più potenti della terra e che appena fa una piccola protesta tutti i Paesi si prostrano, a partire dalla Germania con i suoi terrificanti sensi di colpa”.
“Io sono ebreo, anch’io vengo da quel popolo -incalza l’artista- Ma la risposta all’orrore dello sterminio invece che quella di cercare a pace, la convivenza, l’accoglienza reciproca, è questa? Dove porta tutto questo? Il popolo palestinese esiste, che piaccia o non piaccia a Nethanyau. C’è una gente che ha diritto ad avere la propria terra e la propria dignità, e i bambini hanno diritto ad avere il loro futuro, e invece sono trattati come nemici”.
E sulle reazioni della comunità politica internazionale e in particolare dell’Italia, Ovadia è netto: “Ci sono israeliani coraggiosi che parlano, denunciano -affonda- Ma la comunità internazionale no, ad esempio l’Italia si nasconde dietro la sua pavidità, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ci dovrebbe essere una posizione ferma, un boicottaggio, a cominciare dalle merci che gli israeliani producono in territori che non sono loro”.
La pace “si fa fra eguali, non è un diktat come vorrebbero gli israeliani -conclude Moni Ovadia- Io non sono sul foglio paga di nessuno, rappresento me stesso e mi batto contro qualsiasi forma di oppressione, è il mio piccolo magistero. Sono con tutti quelli che patiscono soprusi, sopraffazioni e persecuzioni e questo me l’ha insegnato proprio la storia degli ebrei. Io sono molto ebreo, ma non sono per niente sionista”.
(da Globalist)

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PERCHE’ LA CAMPAGNA VACCINALE IN ITALIA NON POTRA’ ACCELERARE FINO A INIZIO GIUGNO

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

CONSIDERANDO LE FORNITURE DELLE PROSSIME SETTIMANE (3 MILIONI DI DOSI OGNI 7 GIORNI) NON CI SARA’ ALCUN INCREMENTO

Circa tre milioni di dosi consegnate a settimana. Che vorrebbe dire una media al di sotto delle 450mila somministrazioni al giorno.
Bastano questi due numeri per capire che al momento ipotizzare un’accelerazione per la campagna vaccinale è tutt’altro che facile. Almeno fino alla fine di maggio.
Poi, probabilmente, un reale aumento delle somministrazioni potrebbe arrivare a giugno, quando l’obiettivo del commissario straordinario per l’emergenza Coronavirus, Francesco Paolo Figliuolo, è quello di raggiungere la cifra di un milione di somministrazioni al giorno. Per ora, però, bisogna fare i conti con le forniture.
E le dosi disponibili non sembrano essere tantissime, almeno per le prossime tre settimane. Da qui alla fine di maggio/inizio di giugno l’Italia dovrebbe ricevere, mediamente, circa 3 milioni di dosi a settimana. Se dovesse riuscire a somministrarle tutte – considerando che da parte ci sono quasi altre tre milioni di dosi di scorta – saremmo comunque a un livello persino più basso di quello dell’ultima settimana.
Questa settimana l’Italia riceverà circa 3 milioni di dosi, di cui circa 2,1 milioni di Pfizer e altre 900mila tra AstraZeneca, ma anche – in maniera ridotta – Moderna e Johnson & Johnson.
Consultando i dati disaggregati messi a disposizione dal governo, si può vedere come nella precedente settimana – dal 2 all’8 maggio (ultimo giorno in cui sono arrivate nuove consegne) – le dosi ricevute sono state 2,6 milioni. Contro le 4,9 milioni della settimana dal 25 aprile all’1 maggio e le 2,5 milioni della settimana 18-24 aprile.
Per provare a capire quante dosi arriveranno nelle prossime settimane, comunque, i dati certi sono pochi. Finora a maggio sono state consegnate 4,7 milioni di dosi: quelle previste, per tutto il mese, sono tra i 15 e i 17 milioni, come confermato a Fanpage.it dalla struttura commissariale. Il che vuol dire che mancano circa 12 milioni di dosi (nell’ipotesi in cui arrivino tutte).
Le 12 milioni di dosi rimanenti per maggio dovrebbero arrivare nelle restanti settimane di maggio: tre milioni tra oggi e il 16 maggio, altre tre tra il 17 e il 23, altrettante tra il 24 e il 30 e le ultime tre milioni di dosi nella settimana a cavallo tra fine maggio e inizio giugno.
Di fatto parliamo di circa 3 milioni di dosi a settimana, almeno di media, per quasi un altro mese. Il che vuol dire che fino a inizio giugno l’accelerata è impossibile.
Una certezza che viene da un dato: l’Italia nell’ultima settimana ha somministrato poco meno di 3,2 milioni di dosi, il record finora in sette giorni. Ma si tratta di un ritmo che nella migliore delle ipotesi potrà solo essere confermato, mentre un’accelerazione sembra da escludere.
Quanti vaccini riesce a somministrare l’Itali
Se guardiamo ai dati della settimana che va dal 30 aprile al 6 maggio, l’Italia ha somministrato in totale poco meno di 3,2 milioni di dosi, con una media giornaliera intorno alle 450mila inoculazioni di vaccino anti-Covid al giorno.
Una cifra al di sotto anche delle previsioni per metà aprile, quando il governo si si augurava di raggiungere le 500mila dosi al giorno.
Guardando gli ultimi dati si registrano 375mila dosi somministrate domenica 9 maggio, 498mila sabato 8 maggio, 530mila venerdì 7 maggio e 508mila giovedì 6 maggio.
Cifre che, ricevendo circa 3 milioni di vaccini al giorno, non sembrano poter essere incrementate almeno fino a inizio giugno, quando si prevede un raddoppio delle consegne di Pfizer. Raddoppio che secondo alcune fonti potrebbe avvenire dal 3 giugno, ma che in realtà non ha ancora una data precisa, come confermano dalla struttura commissariale.
Le scorte: Italia conserva circa 10% dosi in magazzino
L’unico modo che avrebbe l’Italia per accelerare nella campagna vaccinale prima di giugno, quindi, è quello di attingere alle scorte. Al momento nei magazzini ci sono circa 2,9 milioni di dosi, corrispondenti a poco più del 10% del totale delle dosi somministrate: gli ultimi dati mostrano infatti un 89,4% di dosi somministrate sul totale di quelle consegnate.
Vaccini che potrebbero, se utilizzati tutti, portare alla somministrazione di circa 700mila dosi in più a settimana fino a inizio giugno. Un’ipotesi che sembra, però, da scartare, perché la raccomandazione del commissario Figliuolo è quella di mantenere circa il 10% di scorte a scopo precauzionale, per evitare una carenza di vaccini per chi deve effettuare il richiamo.
E il 10%, ad oggi, corrisponde più o meno a tre milioni di dosi che l’Italia continuerà, presumibilmente, a conservare. Il che conferma, ancora una volta, che sarà praticamente impossibile somministrare più di 3 milioni di dosi (o poco più) a settimana, stando alle previsioni sulle consegne. La campagna vaccinale, quindi, potrà proseguire al ritmo attuale, ma non andare più veloce, almeno fino a inizio giugno.
(da Fanpage)

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