Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
LA VERA CAUSA DELLA TRAGEDIA DELLA FUNIVIA QUAL’E’?
Gabriele Tadini, 63 anni, è agli arresti domiciliari per l’incidente alla funivia
Mottarone. Il giudice delle indagini preliminari Donatella Banci Bonamici ha scarcerato invece Luigi Nerini ed Enrico Perocchio. Secondo il gip non ci sono prove che i due sapessero che Tadini aveva messo il forchettone sul freno d’emergenza né che lo abbia fatto su loro disposizione.
La funivia Stresa-Mottarone aveva i freni d’emergenza bloccati da due forchettoni, attrezzi che si usano per bloccarli quando la cabinovia è ferma. Questo ha impedito l’azionamento del freno d’emergenza dopo la rottura del cavo traente.
Una funivia infatti funziona tramite una fune portante e una fune traente. La fune portante rimane ferma rispetto agli abitacoli: ha funzioni di sostegno e di stabilità. La fune traente produce il movimento delle cabine di una funivia: è il cavo che si è spezzato.
Il forchettone invece tiene aperte le ganasce dei freni: viene inserito per far girare la cabina vuota affinché non si blocchi in caso, ad esempio, di salto di corrente.
Con le persone a bordo va tolto per consentire la frenata di emergenza. Tadini ha confessato: “Sono stato io a lasciarli, l’ho fatto perché c’era un’anomalia ai freni che li faceva chiudere spesso. Secondo le risultanze delle indagini il 30 aprile la Rvs di Torino aveva fatto un intervento per sistemare il freno. Il problema però c’era ancora.Il Corriere della Sera spiega che è possibile che a far scattare il freno fosse proprio un difetto della fune: “Diciamo che se c’è un rumore relativo alla perdita di pressione del sistema frenante, cosa della quale Tadini non ricordo mi abbia però parlato — spiegherà agli inquirenti l’operatore della Rvs intervenuto, Davide Marchetto — può significare che la fune di trazione si sta muovendo dalla propria sede in maniera anomala attivando l’impianto frenante».
Quindi, il collegamento poteva esserci. Tadini non lo sapeva. «Ma con quel rumore doveva comunque fermare l’impianto», spiega un ingegnere che conosce la funivia.
Il mistero rimane sulla rottura della fune di traino. Se non si fosse verificata, la vettura sarebbe arrivata alla meta. Perché si è spezzata? Lo diranno i periti e sarà una battaglia, perché tira in ballo controlli e manutenzioni di vari soggetti.
Alla verifica magneto-induttiva per controllare eventuali pericoli sfugge la testa fusa della funivia. Ovvero la parte terminale del cavo traente. La testa fusa è un cuneo di piombo che si aggancia alla cabina. Si tratta della parte più delicata che peraltro può essere controllata solo a vista. Ragione per cui il ministero ha disposto che ogni 5 anni venga tagliata e rifatta. Operazione che esegue la Leitner. L’ultimo taglio è del novembre 2016, pertanto sarebbe dovuta intervenire fra sei mesi.
La causa dell’incidente alla funivia Mottarone: la testa fusa del cavo traente?
Se la testa fusa stava cedendo, il compito di controllarla era del caposervizio. Quella mattina Gabriele Tadini aveva sentito un rumore anomalo: è possibile che fosse quello della testa fusa che si stava muovendo in modo scorretto. Se è questo il motivo, il cavo sarà andato in tensione alla stazione di arrivo facendo cedere la testa e strappare la fune. La seconda tesi è che la fune da tempo avesse problemi di tensione e a forza di «tira e molla» uno strattone più forte abbia determinato il cedimento.
La Stampa invece spiega oggi che i motivi per cui la coppia di freni si attiva sono più d’uno. Tra questi c’è una anomalia sulla fune traente, che può essere più molle o più tesa del dovuto. Sembra che sia questo il problema che non si era riusciti a risolvere, e per poter trasportare clienti senza interruzioni da giorni si utilizzavano gli ormai famosi forchettoni rossi: sopra la capote della cabina, agganciano le ganasce dei freni impedendo che si chiudano in caso di alert.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
IL GIP CREDE ALLA VERSIONE PER CUI TADINI AVREBBE AGITO A INSAPUTA DEL GESTORE E DEL DIRETTORE… LA PROCURA SI RISERVA DI IMPUGNARE LA DECISIONE
Va ai domiciliari Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia del Mottarone che ha ammesso di avere bloccato i freni della cabina con l’ormai famigerato “forchettone”. Tornano pienamente liberi invece Luigi Nerini, il gestore dell’impianto, e Enrico Perocchio, direttore di esercizio.
Queste le decisioni del gip di Verbania Donatella Banci Buonamici. I tre erano stati fermati nella notte tra martedì e mercoledì per l’incidente che domenica scorsa ha causato 14 morti.
La decisione del gip è stata letta ai legali dei tre e al procuratore, Olimpia Bossi, nel carcere di Verbania.
Dopo tre giorni, dunque, la giudice ritiene la misura dei domiciliari sufficiente per Tadini, mentre è probabile che per gli altri due, che hanno invece negato di sapere del blocco del freno d’emergenza, non ci siano elementi probatori sufficienti per la misura cautelare.
Una interpretazione confermata dalla procuratrice di Verbania Olimpia Bossi che ha commentato a caldo le scarcerazioni: Il gip – ha spiegato – ha valutato “che non ci sono indizi sufficienti di colpevolezza su Luigi Nerini e su Enrico Perocchio” e ha ritenuto “non credibili sufficientemente le dichiarazioni di Gabriele Tadini”, ha creduto “alla dichiarazione di estraneità di Nerini e Perocchio che hanno scaricato la scelta” dell’uso dei blocchi al freno “su Tadini”.
Per parte sua, la procuratrice ha sottolineato che il lavoro di accertamento delle responsabilità prosegue: “Noi – ha detto – abbiamo accertamenti programmati e che proseguiranno, gli indagati restano gli stessi e manca l’accertamento sul perché la famosa fune si è rotta”. La procura, dopo aver letto attentamente le motivazioni del gip, farà valutazioni “ed esistono semmai strumenti di impugnazione”. Ora, ha aggiunto il magistrato, “bisogna accertare tutte le responsabilità di chi ha concorso a causare questo terribile incidente e da lunedì riprenderemo con tutti i passi tecnici che dovremo fare”.
La decisione, che di fatto smantella l’impianto accusatorio della procura, arriva al termine di una lunga giornata di interrogatori in cui solo il capo del servizio ha confermato quanto aveva già ammesso, mentre il responsabile dell’esercizio ha negato le accuse e il titolare dell’impianto ha allontanato ogni responsabilità.
Nelle otto ore degli interrogatori di garanzia dei tre indagati per la strage del Mottarone, le posizioni già espresse nella notte che ha portato ai fermi si sono cristallizzate davanti alla giudice Banci Buonamici.
Gabriele Tadini ha ripetuto di aver inserito i ceppi per bloccare i freni della cabina numero 3 e di averlo fatto anche altre volte.
Enrico Perocchio ha respinto le accuse a suo carico e scaricato la responsabilità proprio su Tadini, il capo del servizio: “Quella di inserire i forchettoni è stata una sua scelta scellerata”.
Mentre Luigi Nerini, gestore dell’impianto e amministratore unico della Ferrovie Mottarone srl, ha dichiarato che la sicurezza dell’impianto non era “affar suo”.
E alla domanda se sapesse dell’inserimento del forchettone non ha voluto rispondere. Tutti e tre si trovano dal 26 maggio nel carcere di Verbania, accusati di omissione dolosa di cautele aggravata dal disastro, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose gravissime.
La gip ha ascoltato per primo Tadini, che già martedì sera ha reso le prime ammissioni spiegando di aver deciso lui di piazzare e mantenere i blocchi sulle ganasce che hanno disattivato il sistema frenante d’emergenza, che non è scattato quando il cavo traente si è spezzato. E lo ha fatto, come quasi “abitualmente” nell’ultimo mese, per evitare blocchi della funivia dovuti alle anomalie dei freni. Così, però, al momento dell’incidente, la cabina numero 3 non è rimasta agganciata al cavo portante ed è volata via. Una scelta, ha spiegato Tadini ai pm, di cui il titolare dell’impianto era “del tutto consapevole”.
Nerini: “La sicurezza non era affar mio” –
La versione di Nerini, però, è opposta. Secondo quanto ha riferito il suo legale, Pasquale Pantano, parlando coi cronisti dopo l’interrogatorio, il gestore ha detto di aver sì saputo dei problemi ai freni nei giorni prima dell’incidente, ma di non essersi attivato in proposito perché la sicurezza dell’impianto “non rientrava nelle sue competenze”. “La sicurezza non è affare dell’esercente, per legge erano Tadini e Perocchio a doversene occupare”, ha raccontato. “Sapevo che c’erano stati problemi al sistema frenante e che era stata chiamata due volte la ditta per ripararlo, ma non che venissero usati i forchettoni per disattivarlo”. Ha aggiunto che il proprio compito è di occuparsi degli “affari della società” e di non aver avuto “alcun interesse a non riparare la funivia”, come invece sostengono i pm.
“Abbiamo dato delle indicazioni, a nostro avviso molto importanti, su chi doveva fare cosa in questa società, cioè chi deve occuparsi della sicurezza dei viaggiatori e chi del business. Nerini ha agito in piena trasparenza. Non era lui a poter fermare la funivia. Per legge è così, due decreti del ministero dei Trasporti dicono che spetta al capo servizio dell’impianto e il direttore di esercizio”, spiega l’avvocato. “Lui non può, perché è in conflitto d’interessi: se lo fa lui interrompe un pubblico servizio. Lui può fermare l’impianto solo se non c’è il direttore d’esercizio. Per favore non dite più che ha risparmiato sulla sicurezza, ha agito in piena trasparenza”.
Perocchio nega: “Una scelta scellerata di Tadini”
“Non sapevo dell’uso dei forchettoni, non ne ero consapevole”, ha detto al gip Enrico Perocchio, responsabile di esercizio dell’impianto e dipendente della Leitner. L’uomo ha dunque negato quanto sostenuto da Tadini, interrogato in precedenza, e cioè che anche lui fosse al corrente dell’uso del dispositivo per bloccare il freno di emergenza che entrava in funzione a causa delle anomalie dell’impianto. “Non salirei mai su una funivia con ganasce, quella di usare i forchettoni è stata una scelta scellerata di Tadini”, ha sottolineato Perocchio, secondo quanto riferito dal suo legale Andrea Da Prato. Che spiega: “Il mio assistito non poteva pensare, prevedere, né sapeva che qualcuno ha fatto un uso scellerato e vietato dalla legge” del dispositivo che ha bloccato i freni d’emergenza. Non lo ha mai saputo, e non c’è traccia del fatto che l’affermazione di Tadini sia in qualche modo sostenuta. Come gliel’avrebbe detto, quando gliel’avrebbe detto? Con una mail, una pec? Non c’è risposta a queste domande”. Perocchio è venuto a conoscenza della disattivazione dei freni, sostiene il legale, “alle 12.09 della domenica, quando Tadini, in un minuto di telefonata o forse meno, gli dice che sono inseriti i forchettoni. È il primo momento in cui apprende questa evenienza, poi, già da lunedì, capisce cosa è successo dalle foto dei giornali. Per lui la presenza del forchettone era un elemento così importante da volerlo comunicare all’autorità giudiziaria, ma non è stato ascoltato”.
Nell’interrogatorio di garanzia, il responsabile di esercizio “ha contrastato, circostanziando con precisione e scrupolo, l’unico elemento che viene utilizzato a suo carico, una breve, generica e secondo me anche superficiale dichiarazione di Tadini sul fatto che anche lui sarebbe stato consapevole” dell’uso del meccanismo.
Sul “movente economico” ipotizzato dalla Procura per la disattivazione dei freni, Da Prato argomenta: “L’ingegner Perocchio non perde denaro se l’impianto resta fermo, è direttore d’esercizio. Se l’esercizio sta chiuso l’ingegner Perocchio dorme tra otto cuscini. Ha una moglie e un figlio che lo aspettano e speriamo di poterglielo riportare oggi stesso”.
Tadini al giudice: “Messo ceppi, anche altre volte”
Da parte sua, il capo servizio dell’impianto – ha detto il difensore Marcello Perillo – ha “risposto in maniera compiuta a diverse domande del giudice” e ha “confermato le sue responsabilità”, ammettendo “di aver messo il forchettone”. Tadini ha detto di aver messo il ceppo blocca-freno anche altre volte e ha spiegato che le anomalie manifestate dall’impianto non erano collegabili alla fune, escludendo collegamenti tra i problemi ai freni e quelli al cavo. “Non sono un delinquente. Non avrei mai fatto salire persone se avessi pensato che la fune si spezzasse”, ha aggiunto.
L’ordinanza del gip
Ventiquattro pagine molto argomentate quelle in cui la gip Donatella Banci Buonamici smonta punto per punto l’impostazione della procura di Verbania, che aveva ritenuto che dovessero essere messi in carcere i tre indagati per la strage del Mottarone.
Luigi Nerini, gestore della funivia (difeso da Pasquale Pantano), Enrico Perocchio (avvocato Andre Da Prato) e Gabriele Tadini (assistito dal legale Marcello Perillo), nella notte sono usciti dalla cella in cui hanno passato quasi 96 ore sulla base di un’ordinanza che non convalida il fermo disposto dalla procura martedì sera.
Un fermo che “è stato eseguito al di fuori dei casi previsti dalla legge e non può essere convalidato”, dice secca all’inizio la giudice. E dopo gli interrogatori “il già scarno quadro indiziario sia stato ancora più indebolito”.
“Non c’era pericolo di fuga”
“Difettava infatti il pericolo di fuga, presupposto indefettibile per procedere al fermo indiziati di reato – insiste – Sono gli stessi pm che hanno operato il fermo a non indicare ALCUN (evidenzia in maiuscolo, ndr) elemento dal quale sia possibile evincere il pericolo di allontanamento dei tre indagati”. E spiega: “Suggestivo ma assolutamente non conferente è il riferimento al clamore mediatico nazionale e internazionale dato alla vicenda: è di palese evidenza la totale irrilevanza di tale condizione al fine di affermare il pericolo di fuga, non potendosi certo farsi ricadere sulla persona dell’indagato un clamore mediatico creatosi attorno alla vicenda”. Non c’era pericolo in particolare che fuggisse Tadini: “L’indagato infatti ha reso ampia confessione, ha ammesso nel dettaglio le proprie condotte, è padre di famiglia, vive e lavora da sempre in questo territorio”.
Il caso di Perocchio
Ancora più palese il caso di Perocchio: “Invece di essere raggiunto nel luogo di residenza da eventuale provvedimento restrittivo, è stato convocato alla stazione di Stresa per essere sentito come testimone. Si è spontaneamente presentato nel cuore della notte e nemmeno per un attimo ha ipotizzato la fuga. Ma v’è di più: Perocchio immediatamente ha chiesto inutilmente di essere sentito per dare la sua versione dei fatti dimostrando in questo modo altro che la volontà di fuggire, bensì la volontà di sottoporsi a ogni richiesta e provvedimento dell’autorità giudiziaria”.
E lo stesso vale per Nerini, che “da subito nei momenti iniziali della tragedia si è messo a disposizione delle forze dell’ordine rendendo ogni chiarimento. Tanto meno il pericolo di fuga potrebbe ipotizzarsi, come pure ipotizzato dal pm, nella necessità di sottrarsi a un ingente risarcimento del danno: ha un’assicurazione e, anche laddove non vi fosse la copertura assicurativa per le ipotesi di dolo, a maggior ragione Nerini avrebbe avuto interesse a restare sul territorio e difendersi da tale accusa anche per evitare le gravissime ripercussioni economiche su tutta la sua famiglia”.
L’accelerazione nelle indagini
È una risposta equilibrata a quella che era stata vista come un’accelerazione improvvisa delle indagini, tanto rilevante da portare a un fermo per tre persone eseguito nel cuore della notte, e che invece adesso suona come una sconsiderata fuga in avanti non suffragata da basi solide. Per tutti e tre le pm Olimpia Bossi e Laura Carrera avevano chiesto il carcere invece secondo la giudice, Nerini e Perocchio devono essere liberi, mentre per Tadini ha ritenuto giusti gli arresti domiciliari. “Il pericolo di reiterazione del reato per lui è implicito nella reiterazione per lungo tempo da parte del Tadini di una condotta scellerata, della quale aveva piena consapevolezza, posta in essere in totale spregio della vita umana e con una leggerezza sconcertante. Ciò induce a ritenere che il Tadini non abbia la capacità di comprendere la gravità delle proprie condotte e che, trovandosi in analoghe situazioni, reiteri con la stessa leggerezza altre condotte talmente pregiudizievoli per la collettività”.
La prassi scellerata dei forchettoni
Numerosi testimoni, dipendenti della società Ferrovie del Mottarone che ha in concessione la funivia, sentiti e poi risentiti dai carabinieri hanno confermato la prassi scellerata di inserire i forchettoni per disattivare i freni, ma ne attribuiscono la responsabilità al solo Tadini, “mentre nessuno ha parlato del gestore o del direttore d’esercizio”, sottolinea la gip. Tadini stesso sentito inizialmente come testimone aveva fatto convergere su di sé la colpa sostenendo che né Nerini né Perocchio sapessero nulla dei forchettoni. Versione poi cambiata quando la sua posizione è diventata di indagato. A quel punto, dopo sette ore di interrogatorio, ha detto che “tutti sapevano”.
Incolpati per condividere il peso
Ma la gip spiega bene: “Tadini sapeva benissimo di aver preso lui la decisione di non rimuovere i ceppi, Tadini sapeva perfettamente che il suo gesto scellerato aveva provocato la morte di 14 persone, Tadini sapeva che sarebbe stato chiamato a rispondere anche e soprattutto in termini civili del disastro causato. E allora perché non condividere questo immane peso, anche economico, con le uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni? Perché non attribuire ANCHE a Nerini e Perocchio la decisione di non rimuovere i ceppi? Tadini sapeva benissimo che chiamando in correità i soggetti FORTI del gruppo, il suo profilo di responsabilità, se non escluso, sarebbe stato attenuato”. Ma le argomentazioni di Tadini, se per le pm sono “logiche”, per la gip “non sono in alcun modo convincenti”. In particolare la giudice analizza la posizione di Perocchio, che è “dipendente della Leitner, percepisce uno stipendio dalla Leitner la quale a sua volta percepisce dalla Ferrovie del Mottarone una somma di 127 mila euro all’anno per l’attività di manutenzione. Perché avrebbe dovuto rifiutare di intervenire per la manutenzione? Perché avrebbe dovuto avallare la scelta scellerata del Tadini? Che interesse avrebbe avuto la Leitner a mantenere in cattive condizioni l’impianto di Stresa? La Leitner aveva tutto da perdere dal malfunzionamento della funivia e Perocchio aveva anche tutto da perdere in termini di professionalità e reputazione dal malfunzionamento dell’impianto di Stresa”
E lo stesso per Nerini: “Percé avrebbe dovuto avallare una simile prassi? La stagione turistica non è ancora iniziata, a causa delle restrizioni Covid mancano del tutto i turisti e in termini di fatturato almeno fino a giugno non è prevedibile un afflusso di turisti. Sarebbe stato certamente questo il momento per sospendere per qualche giorno il servizio per provvedere alla manutenzione”.
L’interrogatorio di convalida
Nell’interrogatorio di convalida il caposervizio Tadini ha continuato ad accusare i suoi superiori: “Ho detto che lasciavo i ceppi sui freni, che ormai era prassi, mi dicevano arrangiati. Ci sono state occasioni in cui mi sono incazzato, mi dicevano di andare avanti invece dovevano chiudere l’impianto”. Solo un dipendente corrobora in parte queste accuse quando dice di aver “udito più volte Tadini discutere animatamente con Perocchio e Nerini perché erano contrari alla chiusura dell’impianto, nonostante la volontà di Tadini fosse di chiudere. Per questo lo vedevo turbato e demoralizzato”. Ma si tratta della testimonianza di un dipendente che rischia anche lui di essere incriminato per la pratica dei forchettoni blocca-freno e che si scontra con altre di segno opposto .
Indagati per reati gravissimi
I tre restano indagati per reati gravissimi: non cambia la contestazione che la procura di Verbania ha mosso nei loro confronti, accusati di omicidio plurimo colposo, lesioni colpose, rimozione di tutele antinfortunistiche per aver posizionato dei ceppi blocca-freno che hanno inibito il funzionamento del freno d’emergenza, e per il solo Tadini c’è anche l’accusa di falso per aver omesso di segnare sul registro giornaliero dei controlli le anomalie all’impianto che da giorni lo tormentavano e che aveva risolto in maniera sconsiderata con i ceppi, i cosiddetti “forchettoni”.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
NEL MIRINO DELLA CORTE APPALTI MILIONARI AFFIDATI DA ENTI PUBBLICI SENZA GARA
Il “candidato civico” di Giorgia Meloni, Enrico Michetti, è sotto indagine della
Corte dei Conti del Lazio per alcuni appalti milionari affidati da enti pubblici senza gara. La Procura contabile è abbottonatissima, ma la notizia non depone a favore del cavallo che potrebbe correre per il centrodestra la partita del Campidoglio.
È anche uno smacco per il candidato-docente che all’Università di Cassino insegna proprio Diritto degli enti locali, e la cui cifra professionale è usata dalla Meloni a metro della distanza coi candidati più “politici” e come livella per gli eccessi istrionici da tribuno delle radio romane.
Ma per chi voteranno i romani? Per il professore, per l’avvocato, l’opinionista o l’imprenditore?
Il curriculum di Michetti è lungo ben 18 pagine, più di quello di Draghi. Dal 2017 è insignito del titolo di “benemerito Cavaliere della Repubblica”.
Come avvocato dal 1996 difende centinaia di amministratori locali laziali, dal Comune di Ariccia a Zagarolo. Ha difeso Marrazzo, la Regione Lazio, l’Atac e l’Asl dalle pretese della giustizia contabile che bussa ora alla sua porta: lo studio legale in via Giovanni Nicotera 29, a Roma.
Qui ha sede legale la “Fondazione Gazzetta Amministrativa”, centro nevralgico di una florida industria di servizi per la pubblica amministrazione (Pa) ma anche fonte di guai per alcuni enti che l’hanno alimentata e si ritrovano ora come Pinocchio tra i gendarmi: l’Anac da una parte, la Corte dei Conti dall’altra.
Abbiamo chiamato il quasi-candidato per saperne di più, non ha mai risposto.
Il Michetti-imprenditore potrebbe sembrare solo il “re” dei siti civetta della Pa, ma sarebbe riduttivo.
La sua creatura più nota è la Gazzetta amministrativa della Repubblica Italiana, una piattaforma online che per grafica e loghi evoca quella ufficiale edita dal Poligrafico dello Stato. Ma nulla c’entra, e neppure col sito giustiziamministrativa.it. La Gazzetta ha poi figliato “L’Accademia della Pa” per offrire corsi di alta formazione, da non confondere con la Scuola Nazionale dell’Amministrazione (SNA) fondata nel 1957 per sfornare quadri e dirigenti sotto l’ombrello del governo.
“Mai sentita”, taglia corto la funzionaria che da 12 anni si occupa di formazione alla SNA. Sul sito di Michetti si cercano docenti “in vista dell’apertura delle sedi dell’Accademia in tutto il territorio nazionale”. Per loro, dicono dal call center, è previsto un rimborso spese. Nel 2013 Michetti lancia poi il sito Quotidiano della Pa, da lui diretto. Sembra un bollettino ufficiale del ministero, ma non lo è.
Torniamo alla Gazzetta, il cuore dell’impero: offre soluzioni di formazione, banche dati di norme, sentenze e notizie agli enti locali. Hanno aderito oltre 1.200 enti che – precisano dal call center – “non pagano per servizi commerciali, bensì versano una quota di sottoscrizione in favore della Fondazione”.
La quota minima è 100 euro l’anno ma c’è anche l’“adesione istituzionale” da 10mila. Tra gli aderenti-paganti ci sono piccoli e medi comuni, ma pure l’ Accademia di Brera. Le “quote” raccolte sono briciole di un business che sforna torte ben più grosse, anche grazie ad affidamenti senza gara.
Oltre un milione di euro solo dal Consiglio Regionale del Lazio, che nel 2008 spicca il volo con gli abbonamenti alla rivista giuridica per 33mila euro l’anno. Nel 2011 il Consiglio acquista 1500 accessi online al “sistema informativo e di supporto tecnico-giuridico” per i dipendenti: 675mila euro oltre Iva.
Nel 2012 compra anche la formazione per loro: 360mila euro.
Spese finite nel mirino dell’Anac: quegli affidamenti, secondo l’Anticorruzione, sono tutti diretti, senza gara pubblica e senza una preliminare ricerca comparativa di mercato e dunque illegittimi.
A fine 2018, li deferisce alla Procura della Corte dei Conti. Lo stesso fa con altri. Al fondo c’è un nodo tecnico-giuridico raffinato.
Se si telefona alla Gazzetta, il refrain è sempre lo stesso: “Siamo una Fondazione istituzionale partecipata da enti pubblici, non vendiamo servizi commerciali, ma forniamo soluzioni in convenzione con gli enti che aderiscono al progetto, sottoscrivendo le quote”. Per l’Anac però si tratta di comuni “forniture di servizi svolti a titolo oneroso”, acquistate perlopiù da un soggetto privato (Gazzetta Amministrativa Srl) e come tali “non possono sussistere i presupposti applicativi degli accordi tra pubbliche amministrazioni”. Come fosse un paravento per aggirare il codice degli appalti.
La Fondazione per tutto brilla, salvo la trasparenza. Dal 2013 offre ai comuni il servizio “Amministrazione Trasparente”. Pagando la quota di 100 euro possono caricare su un sito ospite bilanci, personale, bandi, spese etc. Ma la Fondazione si preoccupa poco dei propri: sul suo sito non c’è nulla di tutto questo, nonostante la stessa legge (art. 51) li imponga alle “Fondazioni e agli enti di diritto privato… con bilancio superiore ai 500mila euro la cui attività sia finanziata in modo maggioritario da pubbliche amministrazioni”.
Sarebbe questo il caso, ma la trasparenza si fa col sito degli altri.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
“GG”. NELLE CHAT ORMAI LO CHIAMANO COSÌ: “RISPONDE AL PREMIER, NON AL CAPITANO”
Sulle nomine nelle partecipate di Stato decide il premier Mario Draghi, dando ascolto solo ai suoi più stretti collaboratori Francesco Giavazzi, Roberto Garofoli e, in seconda battuta, a Daniele Franco e al dg del Tesoro Alessandro Rivera.
I partiti, come sul caso della nomina di Dario Scannapieco ai vertici di Cassa Depositi e Prestiti e di Luigi Ferraris alle Ferrovie, vengono informati solo a cose fatte. Con grande irritazione dei ministri che scoprono tutto dai giornali. Tranne uno: Giancarlo Giorgetti.
Il titolare dello Sviluppo Economico e vicesegretario della Lega è l’unico ministro a cui Draghi dà del tu – i due si conoscono da quando il giovane bossiano di Cazzago Brabbia (Varese) era presidente della commissione Bilancio e Draghi direttore generale del Tesoro – ed è l’uomo delle nomine nel Carroccio, almeno dai tempi del governo gialloverde quando, da potente sottosegretario a Palazzo Chigi, smistava i suoi fedelissimi nei ministeri e, appunto, nelle partecipate.
Se a questo si aggiunge la fitta rete di relazioni che Giorgetti nel tempo ha tessuto tra Vaticano, alti burocrati fino ai Servizi, non è difficile capire perché nelle ultime settimane il titolare del Mise sia stato invitato più volte a Palazzo Chigi per partecipare alla grande abbuffata delle nomine di Stato.
Giorgetti nei giorni scorsi ne ha parlato con Giavazzi, consigliere economico del premier, e con Garofoli, sottosegretario a Chigi, indicando anche le sue preferenze su alcune pedine chiave.
Tra queste la nomina di Scannapieco in Cdp, fortemente sponsorizzato dal consulente di Giorgetti al Mise Giovanni Tria che già lo voleva nel 2018 contro il volere del M5S che la spuntò con Fabrizio Palermo, ma anche la richiesta di rimuovere Alessandro Profumo da Leonardo (un dossier da cui per ora Draghi si tiene lontano perché Profumo non è in scadenza) e un nome per la Rai: dopo aver chiesto a Giorgetti un rapporto sullo stato dei conti della tv pubblica, il titolare del Mise avrebbe indicato al premier Raffaele Agrusti per prendere il posto di Fabrizio Salini come Ad.
Agrusti, ex manager di Generali e di Rai Way, potrebbe essere quel tecnico che sta cercando il premier, modello Luigi Gubitosi, per mettere in ordine i conti di viale Mazzini e non scontentare i partiti. Non è detto che la palla di Giorgetti vada in buca ma chi lo conosce bene ricorda che a febbraio era stato proprio lui a tifare per la nomina di Luigi Signorini a Dg di Bankitalia per sostituire il ministro Franco.
L’attivismo sulle nomine della testa d’uovo del Carroccio però ha fatto molto arrabbiare il leader della Lega Matteo Salvini. Era stato proprio lui a chiedere a Draghi di essere coinvolto nelle nomine e, in uno dei tanti momenti di scontro col suo numero due, gli aveva fatto sapere: “Decido io”. Non è andata così e adesso Salvini, informato solo a cose fatte, non nasconde coi suoi la sua irritazione.
Giorgetti, “GG” come viene chiamato nelle chat leghiste quasi a non volerlo nominare, ormai viene considerato un corpo estraneo alla cerchia ristretta del segretario: “Risponde più a Draghi che a Salvini…” è la sentenza di un salviniano di ferro.
Tant’è che giovedì non è passata inosservata l’uscita di Giorgetti agli europarlamentari sulla collocazione del partito in Ue: “Io ho le mie idee, ma mi risulta che Salvini stia lavorando verso nuove prospettive”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
LA PIU’ VECCHIA RISALE AL 2014
Gabriele Tadini, caposervizio della funivia di Stresa-Mottarone, ha ammesso
dinanzi al gip Donatella Banci Buonamici che i forchettoni della cabina, utilizzati per disattivare il sistema frenante, erano stati inseriti «abitualmente» nell’ultimo mese e mezzo.
Una confessione che sarebbe confermata anche da alcune testimonianze pubblicate online, come quella contenuta in un post che troviamo nel forum Alagna-freeride.com & Sommerschi.com.
La sera del 25 maggio l’utente ATV condivide alcuni video e foto in parte recuperate online e in parte scattate di persona, dove si vede la funivia carica di passeggeri e con i forchettoni inseriti.
Una foto del 2014, il modello di cabina è lo stesso che troviamo online in altre foto.
«Dopo ho passato in rassegna le mie foto. (non ho fatto solo il video) E vedi lì: 6.1.2014», scrive ATV nel forum facendo intendere che lo scatto della funivia risalga all’anno 2014. Nella foto, che ripropone mostrando il dettaglio dei forchettoni, notiamo che «la cabina è occupata da persone» e che «le staffe sono installate, anche se non dipinte di rosso».
Abbiamo imparato in questi giorni a riconoscere i famosi forchettoni, di colore rosso acceso.
Nelle foto del primo novembre 2016, pubblicate dall’utente ATV, notiamo che non erano colorati e venivano normalmente poste nel “cestino di manutenzione”.
Una delle foto più interessanti della gallery pubblicata nel forum sarebbe stata trovata online dall’utente ATV: nella immagine si vedono i forchettoni inseriti e a bordo della cabina diverse persone con le mascherine.
«Ci sono anche foto pubblicitarie su internet che mostrano cabine completamente occupate con staffe inserite», scrive ancora l’utente ATV per poi concludere così: «Quindi o fanno un sacco di manutenzione e dormono ancora o c’è un sistema dietro».
(da Open)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
LA SITUAZIONE IN INDIA E IN BRASILE
Il numero dei nuovi contagiati nel Regno Unito non era mai stato così alto negli ultimi due mesi: ieri se ne sono registrati infatti 4.182, per un totale di 20.765 negli ultimi sette giorni, con un aumento del 24 per cento in una settimana.
La crescita, dovuta alla cosiddetta variante indiana, fa ritenere che il Paese sia di fronte alla terza ondata e spinge alla cautela il governo sulla questione delle riaperture. L’esecutivo è criticato però per la lentezza con cui ha imposto la quarantena a chi tornava dall’India. Intanto anche le autorità britanniche, dopo quelle europee, hanno autorizzato l’uso del vaccino di Johnson & Johnson.
La variante vietnamita
È stata rilevata in Vietnam una nuova variante del coronavirus, altamente trasmissibile, cha ha causato una recente impennata di casi nel Paese asiatico. Lo ha dichiarato ai media il ministro della Salute, Nguyen Thanh Long.
Il sequenziamento genetico ha indicato come la nuova variante sia una via di mezzo tra quella indiana e quella inglese. Il governo di Hanoi dovrebbe fare presto un ulteriore annuncio per spiegare meglio le peculiarità di questo nuovo ceppo. Il Vietnam, che ha riportato solo circa 6.400 infezioni e 47 morti per Covid dall’inizio della pandemia, è considerato un esempio da seguire nella lotta alla diffusione del coronavirus.
Migliora la situazione in India
L’India ha riportato 173.790 nuove infezioni da coronavirus nelle ultime 24 ore, il suo aumento giornaliero più basso in 45 giorni, mentre i decessi sono aumentati di 3.617. Il conteggio delle infezioni della nazione asiatica a quota 27,7 milioni, con il bilancio delle vittime a 322.512, secondo i dati del ministero della salute.
Il caso Cile
Il Cile ha registrato oggi la seconda quota giornaliera piu’ alta di contagi da oronavirus dall’inizio della pandemia con 8.680 nuovi casi, secondo dati ufficiali. Questo nonostante il 52 per cento della popolazione risulti gia’ vaccinato con entrambe le dosi. “Assistiamo a questo aumento dei casi con preoccupazione. La cosa piu’ importante e’ mantenere sempre le misure di prevenzione mentre i cittadini continuano la vaccinazione”, ha detto il ministro della Salute, Enrique Paris, in una conferenza stampa.
Il numero totale dei contagi dall’inizio della pandemia si e’ quindi attestato a 1,36 milioni di infezioni, mentre sono 28.928 i morti con 119 decessi nelle ultime 24 ore. “Solo quattro (delle 16) regioni diminuiscono i loro casi negli ultimi sette giorni”, ha aggiunto Paris, che ha sottolineato che Il tasso di positivita’ nazionale si e’ attestato ancora una volta per il quinto giorno consecutivo sopra il 10 per cento con oltre 72.000 tamponi effettuati.
In Brasile 460mila vittime
Quasi 460 mila i decessi per covid-19 in Brasile. Nelle ultime 24 ore 49.768 i nuovi casi e 2.371 i morti a causa del coronavirus. Il Paese registra un totale di 459.045 morti dall’inizio della pandemia. Il ministero della Salute, nel suo più recente bollettino epidemiologico, ha indicato che nelle ultime 24 ore il numero di contagiati è diminuito (-26,23%) ma si è registrato un lieve aumento dei decessi giornalieri (5,61%) rispetto alle 24 ore precedenti.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI 11.596.000 PERSONE… ANCORA TROPPI GLI OVER 60 IN ATTESA DELLA SOMMISTRAZIONE DEL VACCINO
Sfiora il 20% della popolazione il numero di cittadini italiani immunizzati contro
il Covid-19.
L’ultimo report disponibile sul sito del governo, elaborato dalla struttura del commissario Francesco Figliuolo, parla infatti di 11.596.495 persone che hanno concluso il ciclo vaccinale, sono il 19,6% del totale.
Le somministrazioni complessive sono state invece 33.770.194, il 92,1 per cento delle dosi finora consegnate.
Andando a guardare tra le fasce di età, sono 3.705.479 gli immunizzati ultraottantenni, pari all’82% (sono circa 4 milioni e mezzo infatti in totale), mentre il 91,5% ha ricevuto almeno la prima dose.
Tra i 70-79 anni hanno completato il ciclo vaccinale 1.992.448 persone, pari al 33,4% del totale. Percentuale che schizza verso l’alto se si guarda alla prima somministrazione ricevuta dall’81,4% della popolazione.
La quota degli immunizzati cala ancora tra i 60-69 anni: sono 1.949.843 (26,2%). Tra i 50 ed i 59 anni sono 1.665.452 (17,6%) e tra i 40 e 49 1.048.404 (12%).
Dal 3 giugno la vaccinazione procederà senza più scadenze anagrafiche, sarà un “liberi tutti”. A sancirlo arriverà un’ordinanza di Figliuolo che stabilirà che le prenotazioni potranno essere aperte a chiunque.
Saranno poi le singole regioni, come sempre, a organizzare le modalità. Nel Lazio ad esempio si dovrebbe procedere, stando a quanto deciso finora, rispettando ancora le fasce di età, anche se con numerose eccezioni, vedi ad esempio gli open day del fine settimana o la tre giorni (dall’1 al 3 giugno) di vaccini per i maturandi.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
IL REPORT DELL’INPS… IL CALCOLO E’ STATO FATTO DOPO AVER ESCLUSO LE PENSIONI DI INVALIDITA’
L’osservatorio Inps ha pubblicato un report in cui si contano circa mezzo milione di pensioni attive nel 2021 e risalenti al 1981 o agli anni precedenti.
Nel totale sono comprese quelle di vecchiaia, quelle ai superstiti e le pensioni di invalidità previdenziali. Se non si considerano quelle di invalidità, il totale scende a 318.000.
Per il settore privato, le pensioni fino al 1980 sono 423.009, e sono 67.245 quelle decorrenti nel 1981. Per il pubblico, invece, le pensioni decorrenti nel 1980 e negli anni precedenti sono 53.274, e sono 17.508 quelle risalenti al 1981.
Per il settore privato, le pensioni in vigore almeno dal 1980 hanno un’età media alla decorrenza del pensionato di 41,84 anni (e sono in media di 587 euro).
La bassa età media tiene conto del fatto che sono chiaramente rimasti in vita soprattutto coloro che hanno percepito l’assegno a un’età più giovane. Negli scorsi anni erano infatti in vigore diverse regole per l’accesso alla pensione, con le donne che ci andavano “per vecchiaia” a 55 anni. Una situazione molto diversa da quella attuale, dove l’età media alla decorrenza per le pensioni liquidate nel 2020 nel privato è di 67,02 anni.
Anche per il settore pubblico l’età media alla decorrenza per le pensioni che risalgono almeno al 1980 è di 41,2 anni, con l’età media per le 21.104 pensioni di vecchiaia di 44 anni (e un importo medio mensile di 1.525 euro).
In quegli anni, per le donne dipendenti pubbliche con figli era possibile andare in pensione con 14 anni, 6 mesi e un giorno di contributi (la cosiddetta “baby pensione”). L’età media alla decorrenza delle pensioni liquidate nel 2020 nel settore pubblico era di 65,8 anni. Risalgono almeno al 1980 ancora nel settore pubblico 16.787 pensioni di inabilità (38,2 anni l’età media alla decorrenza) e 15.383 assegni ai superstiti con 40,8 anni alla decorrenza (e un assegno medio mensile di 1.181 euro).
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
ANTONIO RUDIGER, DIFENSORE TEDESCO DEL CHELSEA, HA RACCONTATO LA SUA STORIA PERSONALE
«Oh no. Anyway» è uno dei meme più utilizzati sui social, ma può essere anche
la sintesi di quanto scritto da un “giornalista” d’eccezione che, però, fa tutt’altro di mestiere. Antonio Rudiger, difensore tedesco del Chelsea e della Nazionale tedesca, ha scritto di proprio pugno un articolo in cui ha parlato della piaga razzismo all’interno degli stadi. Ovviamente, per contingenza temporale con le restrizioni che hanno portato a un anno abbondante di impianti vuoti e partite a porte chiuse, il calciatore ha fatto riferimento ad alcuni episodi personali che gli sono accaduti nel corso del suo biennio capitolino, quando ha indossato la maglia giallorossa della Roma.
Ma quanto scritto in quel suo articolo – che potremmo definire con l’ossimoro “razionalmente istintivo” – è la migliore analisi di come sia affrontato (male) questo tema. Da tutti: dalla stampa, fino ai club.
Antonio Rudiger ha regalato il suo pensiero alle pagine online di The Players Tribune. E già il titolo (“Questo articolo non risolverà il razzismo nel calcio“), che sembra avere l’aria della rassegnazione, offre un vero e proprio spaccato di un’analisi molto più profonda rispetto ai gesti eclatanti che diventano virali nel giro di poco tempo, ma i cui effetti svaniscono altrettanto velocemente.
Il calciatore del Chelsea racconta degli insulti razzisti ricevuti durante il derby della Capitale del 2017. Il teatro è quello dello Stadio Olimpico e dagli spalti volavano insulti contro di lui. Non per la sua prestazione, ma per il colore della sua pelle: «Neg*ro. Vaffanc*lo, vai a mangiare una banana». Il tutto correlato dai classici ululati razzisti.
Il vero zoo era sugli spalti, ma per lui – nel pieno della foga agonistica – era difficile razionalizzare in quei momenti. L’anno prima, sempre in occasione della stracittadina contro la Lazio, il capitano biancoceleste Senad Lulic era stato protagonista di una dichiarazione contro Rudiger, in linea con i classici cliché razzisti che fanno annaspare il mondo del calcio.
L’ex difensore della Roma ha raccontato del ruolo fondamentale di Daniele De Rossi che fece un qualcosa di molto diverso rispetto agli altri: «È venuto da me dopo la partita della Lazio e mi ha detto qualcosa che non credo di aver mai sentito prima. Ero ancora molto emotivo, molto arrabbiato. De Rossi si è seduto accanto a me e ha detto: “Toni, so che non mi sentirò mai come te. Ma fammi capire il tuo dolore. Cosa sta succedendo nella tua testa?”. Non ha twittato. Non ha pubblicato un quadrato nero. Gli importava Molte persone nel calcio dicono cose pubblicamente, ma non vengono mai veramente da te personalmente. De Rossi voleva davvero sapere come mi sentivo.Questo ragazzo era un’icona del club. Una leggenda. Quando sono entrato per la prima volta nello spogliatoio, solo vederlo mi ha fatto sentire come se fossi un ragazzino nervoso. Ma nel mio momento più difficile, De Rossi si è preso cura di me come essere umano. Voleva capire».
Perché la figura di Daniele De Rossi è stata così importante e distintiva? La risposta a questa domanda non rappresenta un tentativo di piaggeria nei confronti del suo ex compagno di squadra. Perché proprio dal comportamento dell’ex capitano della Roma emerge la differenza tra la narrazione che il mondo del calcio (e del giornalismo) fa del problema razzismo negli stadi e la cruda realtà.
Antonio Rudiger, infatti, sottolinea come ci sia sempre una grande mobilitazione (in particolare social) quando accadono episodi di intolleranza o vengono denunciati pubblicamente. Ma si tratta di reazioni sporadiche che si perdono – come accaduto di recente in Premier League – nel giro di un Tweet, di un post con lo sfondo nero o con una patch attaccato sulla manica delle maglie da gioco.
Poi si ricade nell’oblio, mentre gli episodi di odio razziale (che hanno solamente come valvola di sfogo il mondo del pallone) continuano. Fino alla successiva due/tre-giorni di indignazione popolare. E, alla fine, ecco quel «Oh no. Anyway» che rappresenta nel migliore dei modi l’approccio a un problema atavico che non trova soluzioni.
E oggi quel calciatore ha buttato giù quel muro tra il mondo del giornalismo e quello del calcio, diventando l’attore protagonista della miglior narrazione di questo squallido fenomeno.
(da agenzie)
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