Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
IL BRASILE E’ SECONDO AL MONDO PER VITTIME (460.000) E TERZO PER CONTAGI (16 MILIONI)… IL 57% DEI BRASILIANI LO VUOLE A PROCESSO
Decine di migliaia di brasiliani sono scesi in strada sabato per chiedere l’impeachment del presidente Jair Bolsonaro, responsabile di una gestione della pandemia definita «disastrosa» che ha reso il Brasile uno degli epicentri del Covid-19 e ha provocato la morte di 460 mila persone.
Le manifestazioni, le più grandi dall’inizio dell’emergenza sanitaria, sono state organizzate dai partiti di sinistra e dalle associazioni sindacali e studentesche in numerose città, da San Paolo a Belo Horizonte, da Recife alla capitale Brasília, fino a decine di piccole cittadine in tutto il Paese. «Oggi è un giorno decisivo nella battaglia per sconfiggere l’amministrazione genocida di Bolsonaro», ha affermato Silvia de Mendonça, 55 anni, attivista del Movimento Negro Unificado brasiliano, alla testa del corteo di circa 10 mila persone che ha marciato nel centro di Rio de Janeiro.
Nella metropoli brasiliana molti manifestanti — dotati di mascherina — brandivano cartelli che ricordavano i propri cari uccisi dalla pandemia, in un Paese che registra il secondo bilancio peggiore dopo gli Stati Uniti e che ha visto crescere esponenzialmente i contagi — ora 16 milioni — e le vittime dall’inizio del 2021.
«Fanno cori per tutto, anche per la Palestina: chiedono vaccini, sanità pubblica, istruzione», ha spiegato la corrispondente di Al Jazeera da Rio, Monica Yanakiew.
«Il denominatore comune è che vogliono le dimissioni di Bolsonaro», il presidente «Bolsovirus» — come viene sbeffeggiato dai detrattori — che continua a opporsi a mascherine e distanziamento sociale e fa pressione sui governatori e sui sindaci «che hanno adottato lockdown senza prove scientifiche», affinché facciano marcia indietro.
«Non possiamo perdere le vite di altri brasiliani: dobbiamo scendere in strada ogni giorno finché il governo non cadrà», ha detto al Guardian Osvaldo Bazani da Silva, parrucchiere 48enne che a causa del coronavirus ha perso il fratello minore.
«Sono qua per lui», ha riferito il 18enne Luiz Dantas, indicando la foto del nonno Sebastião morto a febbraio a 75 anni. «Il colpevole ha un nome e un cognome», ha proseguito in lacrime Dantas riferendosi al presidente negazionista, in carica da gennaio 2019, che ha ripetutamente sminuito la portata dalla pandemia e ha definito il coronavirus «una piccola influenza», boicottando le misure restrittive adottate in tutto il mondo e sminuendo i rischi. «Voglio giustizia».
Secondo la 46enne Ana Paula Carvalho, economista scesa in strada a Rio, il presidente dovrebbe essere giudicato alla Corte penale internazionale dell’Aia per «crimini contro il popolo brasiliano: ha favorito la morte e la distruzione, Bolsonaro è una tragedia brasiliana».
Il presidente si è sempre difeso sostenendo di essersi opposto al lockdown per proteggere il sostentamento e i posti di lavoro del popolo brasiliano, ma secondo i critici ha ottenuto il risultato opposto: la diffusione incontrollata del virus e il numero insufficiente di vaccini acquistati per contrastarlo hanno distrutto l’economia e ucciso centinaia di migliaia di persone. «Oggi il popolo brasiliano può scegliere se morire di coronavirus oppure di fame», ha spiegato al quotidiano britannico Carvalho.
L’approvazione dell’operato di Bolsonaro — eletto il 28 ottobre 2018 con il 55% dei voti — sta crollando e, stando ai rilevamenti dell’istituto di sondaggi Datafolha, il 45% dei brasiliani ritiene il suo governo «pessimo» o «terribile».
Il 57% della popolazione è ormai favorevole alla messa in stato d’accusa del presidente, furiosa per la retorica populista di estrema destra con cui ha guidato il Paese durante la pandemia.
A favorire l’indignazione della popolazione sta contribuendo l’inchiesta del Senato sulla gestione di Bolsonaro, che ogni sera domina tutti i telegiornali, ma anche la resurrezione politica dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, in carica dal 2003 al 2010 e in carcere per 560 giorni a partire da aprile 2018, dopo una controversa condanna per corruzione e riciclaggio.
Scarcerato dalla Corte Suprema a novembre 2019 e annullata la condanna a marzo di quest’anno, l’ex presidente di sinistra — padre del Partido dos Trabalhadores che fondò durante la dittatura militare e con il quale arrivò a governare il Paese — ha recentemente riacquisito i diritti politici e punta a candidarsi nuovamente nel 2022: i brasiliani «si libereranno» di Bolsonaro, sostiene Lula, che non si è ancora candidato ufficialmente e non ha mai confermato le indiscrezioni. «Avrebbe potuto evitare metà di tutti questi morti».
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
ACCORDO TRA DESTRA NAZIONALISTA E PARTITO CENTRISTA
Israele potrebbe avere un governo senza Netanyahu. A tre giorni dalla
scadenza del mandato esplorativo, dopo le elezioni del 2 marzo, arriva l’annuncio della formazione di un governo con un altro premier.
“Vi annuncio che farò un governo di unità nazionale con Lapid, per far uscire Israele dalla voragine”, ha detto il leader della formazione di destra nazionalista Yamina, Naftali Bennett, che accetta così l’invito del partito di opposizione centrista Yesh Atid.
“Con Lapid ci sono diversità ma siamo intenzionati a trovare l’unità. Lapid è molto maturato”. Un’alleanza che porrebbe fine allo stallo politico in cui naviga Israele dal novembre 2018, nonché a 12 anni ininterrotti di governo di Netanyahu, il più longevo della storia del Paese.
“Intendo agire con tutte le mie forze per formare un governo unitario con Lapid. Quattro tornate elettorali – ha spiegato Bennett durate una conferenza stampa – hanno indebolito il Paese. Si tratta di una crisi politica senza eguali nel mondo. Stiamo smontando l’edificio dello Stato e rischia di crollare tutto”.
Bennett ha poi attaccato Netanyahu: “Chi dice che c’è un governo di destra a portata di mano, si sbaglia. Non c’è. Non esiste un governo di destra di Netanyahu. Chi lo dice mente. Anche stamane c’è stato un altro tentativo – ha aggiunto Bennett riferendosi all’appello avanzato dall’attuale premier – io sarei stato possibilista, ma non c’era la maggioranza. Netanyahu intende trascinare tutto il campo nazionalista verso la propria Masada personale”.
Quello con Lapid, ha concluso il leader di Yamina, “non solo non è un governo di sinistra come dice Netanyahu, ma sarà anzi più spostato a destra di quello attuale. Non faremo ritiri e non consegneremo territori”.
Non si è fatta attendere la reazione di Netanyahu che ha subito accusato Naftali Bennett di commettere “la frode del secolo”. Il premier ha detto di aver fatto offerte “incredibili” al partito di Bennett che avrebbero impedito un “pericoloso governo di sinistra”, ma Bennett, secondo il primo ministro, “si preoccupa solo di se stesso”.
Potrebbe arrivare già nelle prossime ore l’accordo tra Yair Lapid e Naftali Bennett per la formazione di una coalizione che estrometterebbe Benjamin Netanyahu dal governo israeliano. L’accordo metterebbe fine all’era Netanyahu, dopo che il leader del Likud ha occupato la carica di primo ministro per 12 anni consecutivi. Netanyahu è al potere dal 2009, ma le ultime 4 elezioni hanno rimescolato le carte.
In un contesto politico esacerbato dalle tensioni con Hamas, Netanyahu sta provando a rimanere aggrappato al potere. Oggi, il premier uscente ha lanciato un ultimo appello chiedendo sia a Bennett, che guida il partito di estrema destra Yamina, sia a Gideon Saar della formazione «Nuova Speranza», di formare una coalizione che escluda il centrista Lapid. La proposta di Netanyahu, il cui futuro politico è reso ancora più incerto da un processo per corruzione, verte su una rotazione a tre nella premiership in un esecutivo fortemente sbilanciato a destra
Ad appoggiare il premier è stato nelle ultime ore il partito Sionista Religioso del deputato Smotrich. Saar ha però rifiutato, dichiarando che il suo partito «resta allineato alla sua posizione» di rimpiazzare Netanyahu. «Il governo del cambiamento», e anti Netanyahu, richiede a Lapid anche il sostegno di membri arabi del parlamento.
Una situazione di difficile equilibrio, resa ancora più complessa dal momento che attraversa il partito Yamina. Il suo leader, Bennett, appartenente all’estrema destra e da anni sostenitore della costruzione di insediamenti in Cisgiordania e dell’esproprio delle terre ai palestinesi, è alle prese con una crisi interna. Le frange più estremiste del suo partito non vedono di buon occhio l’alleanza con il più moderato Lapid.
Tuttavia, secondo i media locali, Bennett potrebbe annunciare già in giornata la sua decisione di allearsi con Lapid nella formazione di una coalizione che escluderebbe definitivamente Netanyahu dall’esecutivo. Secondo i termini dell’accordo, Bennett occuperebbe la carica di primo ministro per i primi due anni, per poi lasciare il posto a Lapid nei due anni rimanenti. Se Lapid dovesse fallire nel tentativo di formare un governo, il quarto nel giro di due anni, allora Israele dovrebbe andare alle urne per la quinta volta. Una eventualità che sia Lapid che Bennett vorrebbero evitare.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
MEDICI OTTIMISTI: “SIGNIFICATIVO MIGLIORAMENTO” DEL BIMBO DI 5 ANNI, UNICO SUPERSTITE DELLA TRAGEDIA DELLA FUNIVIA
I medici non si sbilanciano ancora ma sono ottimisti. Le condizioni di Eitan migliorano. Non è ancora fuori pericolo ma a giorni i dottori dell’ospedale Regina Margherita che lo seguono dal giorno del crollo della funivia del Mottarone, nei prossimi giorni scioglieranno la prognosi.
Oggi per la prima volta il bimbo di 5 anni, che è l’unico sopravvissuto alla strage, ha ricominciato a mangiare da solo:”Cibi morbidi e leggeri”, spiegano i medici dell’ospedale infantile torinese. Piccoli segnali di miglioramento che fanno dire che Eitan guarirà dalle ferite provocate dal volo di 20 metri della cabina su cui domenica era salito insieme ai genitori, Amit e Tal, al fratellino di 2 anni Tom e ai bisnonni.
“Rimane in rianimazione per precauzione. Eitan ha sempre accanto a sé la zia e al nonna”, spiegano i medici della Città della Salute che hanno messo a disposizione della famiglia anche un sostegno psicologico perché insieme alla ripresa fisica del piccolo arriva anche un altro momento durissimo che il bambino dovrà affrontare, quello in cui dovrà conoscere la verità.
Ora non ricorda l’incidente, non sa ancora che i suoi genitori e il suo fratellino non ci sono più: la zia Aya, la nonna e i medici dovranno dirglielo in modo graduale.
Da quando ha aperto gli occhi quattro giorni Eitan ha cominciato a chiedere di mamma e papà. “Dov’è la mia mamma?”, ha chiesto più di una volta alla zia. “Non gli verranno dette bugie ma bisogna procedere con calma”, consigliano i medici. Quando sarà sciolta la prognosi il bambino sarà trasferito in un altro reparto dell’ospedale, finalmente fuori pericolo.
(da La Repubblica)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
MA STA PERDENDO PRESA SUL PARTITO
Il day after, solitamente, è sempre quello della resa dei conti, e la giornata di
ieri in casa Forza Italia non ha fatto eccezione: si cerca il “regista” occulto dell’operazione di reclutamento che sta dietro alla nascita del nuovo soggetto politico ‘Coraggio Italia’, nato sostanzialmente per “sottrazione” a Forza Italia , che vede il tandem Giovanni Toti – Enrico Brugnaro protagonisti.
Ovviamente quel che non va giù ai vertici azzurri è lo scippo di ben 12 parlamentari, tra cui la ex fedelissima del Cavaliere Micaela Biancofiore che dopo le defezioni di Laura Ravetto (da mesi passata alla Lega) e della ex assistente personale di Silvio, Maria Rosaria Rossi (espulsa dal partito per aver votato la fiducia al Conte ter e attivissima fra gli allora ‘Responsabili’), si aggiunge alla ‘fuga’ delle donne simbolo del berlusconismo dei bei tempi che furono.
Nonostante le cene ‘carbonare’ col governatore ligure di qualche mese fa, rimane nel partito d’origine Maria Carfagna (del resto è stata premiata anche a questo giro con un ministero) che ieri ha subito messo le mani avanti: “Cosa penso del nuovo gruppo formato da Toti e Brugnaro? è sicuramente un danno per FI che poteva e doveva essere evitato. FI ha bisogno di essere rilanciata, serve una distinzione tra la posizione di partito di centro, liberale, moderato, europeista e quella degli alleati di destra come Salvini e Meloni. Spero che i vertici di FI capiscano che c’è bisogno di aprire un dibattito interno”.
In ogni caso, dare la colpa agli altri non è mai un buon segnale.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
DA TOTO’ CUFFARO A GIORGETTI: A CAPO DEL MISE ARRIVA MINEO… TRA I TRASFORMISTI DIVERSI INDAGATI E SOTTO PROCESSO
Nei ministeri occupati dalla Lega e nella cerchia ristretta di Matteo Salvini da un pezzo non si parla più solo il dialetto padano. Le ampolle del Po, i riti col druido, la lira padana ideata da Roberto Calderoli, i cori contro i “terroni” ormai sono solo un lontano ricordo. E la distinzione tra i “barbari” ormai romanizzati e i nordisti che restano fedeli alla secessione si è andata via via dissolvendo, in corrispondenza con le posizioni di governo assunte dalla Lega salviniana.
E dunque non può essere un caso che tra gli ultimi arrivati ci sia Benedetto Mineo, 60 anni, nato a Bagheria (alle porte di Palermo) e cresciuto alla corte di Totò Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia condannato per mafia nel 2011: Mineo è stato suo capo di gabinetto vicario in Regione dal 2001 al 2005, gli anni d’oro di Totò “vasa vasa” e del centrodestra in Sicilia che alle politiche del 2001 vinse in 61 collegi elettorali contro nessuno al centrosinistra.
Mineo, commercialista e grand commis di Stato, è stato nominato nuovo segretario generale del ministero dello Sviluppo Economico nel Consiglio dei ministri del 17 maggio. A volerlo fortemente è stato il titolare del Mise Giancarlo Giorgetti, testa d’uovo del leghismo: i due si conoscono da quando il vicesegretario della Lega era presidente della commissione Bilancio.
Ora Mineo, come segretario generale di via Veneto, governerà una struttura da oltre 3 mila dipendenti, di cui 150 dirigenti, e dal suo tavolo passeranno tutti i dossier più delicati del ministero facendo da raccordo con Giorgetti.
Figlio di uno storico esponente della Dc siciliana, Mineo non è stato solo il capo di gabinetto di Cuffaro: nel 2005 è diventato l’uomo dei conti come Dg del dipartimento Finanze.
Quando a palazzo d’Orleans arriva l’autonomista Raffaele Lombardo però, Mineo deve lasciare e farsi una nuova vita a Equitalia, dove ricoprirà le cariche di Ad al Sud e poi a Roma fino all’avvento di Matteo Renzi, che nel 2015 gli preferirà Ernesto Maria Ruffini, nonostante i suoi ottimi rapporti con Angelino Alfano.
Ma per il grande salto deve aspettare che la Lega torni al governo nel corso salviniano: nel 2018 Mineo viene nominato, sponsorizzato dal sottosegretario a Palazzo Chigi del Conte I, Giorgetti appunto, direttore delle Dogane, carica che dovrà lasciare solo un anno dopo quando il governo giallorosa gli preferirà Marcello Minenna, vicino al M5S.
Con la Lega fuori dalla maggioranza, Mineo è costretto a tornare in Sicilia alla corte del governatore vicino a Salvini Nello Musumeci, che nell’aprile 2020 lo nomina prima dirigente del dipartimento Finanze e poi capo della task force per la “rinascita economica” della regione dopo la pandemia.
Adesso il grande ritorno a Roma a fare da spalla a Giorgetti.
Ma Mineo non è l’unico politico di scuola “cuffariana” che la Lega ha deciso di imbarcare. Prima di lui, a portare la Lega in Sicilia con il movimento “Noi con Salvini” era stato Alessandro Pagano, ex coordinatore della Sicilia occidentale e con un passato da assessore al Bilancio e alla Cultura con Cuffaro.
Deputato di Forza Italia, poi del Ncd di Alfano, è stato eletto con la Lega nel 2018 assumendo la carica di vice capogruppo a Montecitorio: lo si ricorda per aver definito “neo terrorista” Silvia Romano dopo 535 giorni di prigionia.
Dal mondo di Lombardo, invece, viene l’altro fondatore di “Noi con Salvini” in Sicilia, cioè Angelo Attaguile. Sia Pagano che Attaguile nell’aprile 2018 sono stati indagati dalla procura di Termini Imerese per un’inchiesta su una presunta truffa elettorale: i pm hanno chiesto il rinvio a giudizio e l’11 marzo scorso è iniziata l’udienza preliminare.
Dopo l’inchiesta, Salvini aveva spedito in Sicilia il commissario brianzolo Stefano Candiani, che a dicembre è stato sostituito da Nino Minardo. Fedelissimo di Alfano, è grazie a lui che si è potuto formare il gruppo leghista all’Ars: è il teorico dell’accordo con gli autonomisti di Lombardo in vista delle prossime elezioni regionali.
In Puglia invece a comandare è il coordinatore Roberto Marti, ex Pdl molto vicino a Raffaele Fitto.
Il 14 aprile la giunta per le Immunità del Senato ha detto “no” all’utilizzo di parte delle intercettazioni chieste dal gip di Lecce nell’ambito di un’inchiesta sulle case popolari che vede indagato proprio Marti.
Pugliese è anche Rossano Sasso, proveniente dal sindacato di destra Ugl e oggi sottosegretario all’Istruzione: è noto per aver portato al ministero il presunto stalker di Lucia Azzolina, Pasquale Vespa, poi cacciato dal ministro Bianchi.
Chi decide in Puglia è anche Massimo Casanova, proprietario del Papeete di Milano Marittima, che nel 2019 è stato eletto a Bruxelles con 64 mila preferenze. Che lo sbarco della Lega in Puglia non sia andato benissimo lo dimostra il caso del sindaco di Foggia Franco Landella, arrestato una settimana fa con l’accusa di corruzione e tentata concussione. Era stato uno dei primi sindaci della Lega al Sud: oggi è ai domiciliari.
Nel centro-sud gli altri nomi di peso della Lega sono Domenico Furgiuele in Calabria, deputato e riciclato da An, e Claudio Durigon, coordinatore in Lazio dopo la lunga esperienza nell’Ugl.
Oggi è sottosegretario all’Economia e possibile candidato a governatore del Lazio nel 2023. Da Fanpage è stato ripreso a parlare così dell’inchiesta sui 49 milioni della Lega: “Quello che indaga della Guardia di Finanza… lo abbiamo messo noi”. Nonostante le richieste di dimissioni, il premier Draghi non ha risposto sulla vicenda.
(da il Fatto Quotidiano)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
DIFENDE DIRITTI LGBT, MINORANE , MIGRANTI… IL CASO FINISCE AL CREMLINO E IN PARLAMENTO… CON “DONNA RUSSA” NON HA VINTO L’EUROVISION, TUTTO IL RESTO SI’
“Hai più di 30 anni, dove sono i deti, i bambini?”. “Saresti bella, se dimagrissi”.
Sono i primi versi della canzone che si fa beffa di offese e luoghi comuni spesso rivolti alle ragazze russe, e poi le incita all’indipendenza con un ritornello: “Ogni donna russa deve sapere che è abbastanza forte da rompere il muro”.
Nella Federazione che ha decriminalizzato la violenza domestica, che ha varato una legge contro la propaganda gay e non ama i migranti delle ex Repubbliche sovietiche trionfa Manizha, la cantante che difende i diritti Lgbt, minoranze etniche, donne vittime di abusi.
Paladina di una nuova Russia (aggettivo in lettera minuscola), ha composto l’inno di battaglia delle femministe russe: “Russkaya Zhenshina”, “donna russa”, e si è esibita all’ultimo Eurovision, una competizione che “solo in Russia provoca tanto scalpore ed esaltazione”, e a cui ogni cantante, scrive la Novaya Gazeta, viene inviato come un soldato in guerra.
La canzone dell’artista è arrivata anche alle orecchie della fetta più patriarcale e tradizionalista della Federazione.
Il Comitato investigativo russo ha ricevuto una richiesta per bandirla per “possibili dichiarazioni illegali”. Veteranskie Vesti, un sito di notizie per veterani in una Russia che ama le sue divise, ha suggerito di far finire la canzone in tribunale
Quasi per gli stessi motivi e con gli stessi propositi si è espressa l’Unione ortodossa delle donne russe che ha firmato una lettera aperta contro la cantante che mina il senso della famiglia tradizionale e incita all’odio: degli uomini.
Le rime di “Donna russa”, planate nei corridoi del Cremlino, hanno raggiunto la Camera alta. Per Valentina Matvienko, portavoce consiglio della Federazione, la canzone è un “bred”, un delirio che non doveva finire all’Eurovision, e durante una sessione parlamentare Dmitry Peskov, portavoce di Putin, è stato costretto a dichiarare: “Parliamo di una competizione dove le donne con la barba si esibiscono, i cantanti sono vestiti da polli, non consideriamo tutto questo oggetto della nostra attenzione”.
Ha intonato un singolare lamento anche il leader del partito social-democratico Vladimir Zhirinovsky: “Non sono sicuro che trasmetta una buona immagine delle donne russa o della Russia in generale”.
In passato Manizha ha pubblicizzato un’app per frenare la violenza contro le donne, ha sempre supportato i diritti Lgbt sentendosi dire che “chi supporta i gay, è gay” e un gradino dopo l’altro, non sempre su scala musicale, è diventata la prima ambasciatrice russa dell’Onu per i rifugiati a dicembre scorso.
A Rotterdam il mondo ha ascoltato “Donna russa”, ma quella che la canta “non lo è nemmeno.” Manizha è una migrantka, una ragazza nata a Dushanbe nel 1991, capitale del Tagikistan, da cui è scappata per la guerra civile scoppiata nell’anno della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Credendo di sminuirla, certi critici la chiamano ancora così, “la tagika”.
Quasi tutto in lei è stato subito manifesto e dichiarazione politica, anche gli abiti della performance. Dal primo, quello tradizionale delle donne russe, cucito con centinaia di pezzi di stoffa che le hanno inviato da ogni latitudine russa, sbuca fuori come da una matrioska, e “rinasce” in tuta rossa: “Sono gli abiti della classe operaia, di quelli che si danno da fare per farcela”, ha poi spiegato.
Ama avere mille facce e non solo una. Manizha ha dato voce alle russe letteralmente: alle sue spalle la accompagna un coro di centinaia di attiviste che sullo schermo cantano insieme a lei.
Prima di arrivare in Olanda è stata scelta dal voto popolare per rappresentare il Paese esibendosi sul Primo canale, uno dei media più allineati alle antenne del Cremlino. Più che un palco è stato un ring, da cui è comunque uscita vittoriosa con quasi il 40% delle preferenze, ma il suo trionfo ha scatenato maree di offese sessiste, commenti misogini, post xenofobi.
Per temperamento, per sfida o per ciò che l’ha resa la sua storia personale ,ha reagito continuando a sorridere: “Non mi concedo la sconfitta. Se avessi cominciato a piangere, avrei reso le loro parole vere”.
Compiuto forse inconsciamente, tra la leggerezza delle note pop e riflettori colorati, il rito di passaggio, più che nella carriera della cantante, è avvenuto nella Federazione che l’ha scelta e che Manizha ama nonostante tutto: “ sono tagika, ma la Russia mi ha accettato e cresciuto. Non mi chiamo donna russa invano, ne ho diritto. Vorrei che il mondo vedesse il nostro Paese come lo conosco io: generoso, aperto, luminoso e diverso da tutto il resto.”.
Quando dice nostro, intende, suo: Mosca, dove ha imparato a cantare e suonare il piano da bambina, le appartiene quanto una vittoria molto più grande della competizione olandese. Non ha vinto l’Eurovision, tutto il resto sì.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
ACCERCHIATI, INSULTATI E AGGREDITI IN PIENO CENTRO: UNO E’ FINITO ALL’OSPEDALE… MA PER QUALCUNO IL DDL ZAN NON SAREBBE UNA PRIORITA’
Camminavano mano nella mano per le vie di Palermo. Erano alla ricerca di un hotel dove pernottare. Loro: due ragazzi che si amano, torinesi, che ieri sera erano in via dell’Università. E passeggiavano.
Quando però a un certo punto sono stati letteralmente accerchiati, insultati, e aggrediti da una baby gang. Un gruppo di ragazzi molto giovani (probabilmente minorenni) e molto omofobi, tanto che in pieno centro li hanno colpiti, ferendoli. E poi – quasi scontato dirlo – son fuggiti.
Ora la polizia ha raccolto i filmati di videosorveglianza delle telecamere della zona e ora sta lavorando per capire chi siano questi ragazzi, dandogli un volto e un nome, per denunciarli. Anche perché uno dei due aggrediti è stato portato al pronto soccorso, dove è stato curato per aver riportato una ferita.
Si tratta solo dell’ennesima aggressione nei confronti di una coppia omosessuale. Ricordate quella a Christopher Jeanne Pierre Moreno, che a Roma (stazione ferroviaria Valle Aurelia), è stato pestato insieme al compagno, perché colpevoli di baciarsi pubblicamente? E quella poi alla coppia di Torino, era il 9 maggio: Silvia, ragazza transgender era con il suo compagno. Anche loro passeggiavano mano nella mano, anzi a braccetto. Quando a un certo punto un uomo si è avvicinato e gli ha urlato: “fr*ci di merda! Io vi ammazzo!”. E ancora: “Non mi devi neanche guardare perché ti ammazzo! Devi stare muto…” Parlandomi al maschile, nonostante io fossi truccata, vestita al femminile e con il reggiseno”.
E potremmo continuare così, con molti altri esempi (purtroppo). Ecco quindi le risposte a chi dice che il ddl Zan non serva e che in questo momento ci siano altre priorità. Basta leggere le storie di queste ragazze e ragazzi. Insultati, aggrediti, colpiti. Perché passeggiano mano nella mano.
A chi può dar fastidio che una coppia passeggi mano nella mano o si baci all’aria aperta?
(da NextQuotidiano)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
AD APRILE LA SENATRICE: “CI SARO’ SEMPRE PER PARLARE DI LIBERTA'”
Parole di ringraziamento per il «sostegno» e «l’amore» mostrati da Liliana
Segre nei suoi confronti.
È questo il contenuto della lettera scritta alla senatrice a vita da Patrick Zaki, lo studente dell’università di Bologna detenuto in un carcere egiziano da febbraio 2020, secondo quanto riferiscono gli attivisti che si battono per la sua liberazione.
Segre, presente ad aprile alla discussione della mozione per concedere la cittadinanza allo studente egiziano, aveva dichiarato: «C’è qualcosa nella storia di Zaki che prende in modo particolare, ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anch’io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente, quando si parla di libertà».
Stando a quanto si apprende, Zaki ha preferito non consegnare la lettera alla madre e alla sorella che oggi, 29 maggio, sono andate a fargli visita.
Il 29enne ha infatti deciso di tenere la lettera con sé per consegnarla a mano a Segre quando tornerà in Italia.
Zaki è stato informato della data della prossima udienza, in programma martedì 1° giugno, ma non ha mostrato alcun interesse, convinto che il verdetto sarà negativo.
«Tuttavia – dicono gli attivisti – è ancora forte e resiliente, e pensa che tornerà ai suoi studi presto. Manda il suo amore, la sua gratitudine e il suo apprezzamento ad amici, insegnanti e alla sua università per il continuo sostegno».
(da Globalist)
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Maggio 30th, 2021 Riccardo Fucile
IN MIGLIAIA IN PIAZZA A SAN PAOLO, RIO E BRASILIA: CHIEDONO L’IMPEACHMENT PER IL PRESIDENTE E UN ACCESSO AI VACCINI
Si tratta della più grande protesta dall’inizio della crisi legata al Covid-19 quella che ha coinvolto decine di migliaia di brasiliani che sono scesi in piazza per esprimere la propria frustrazione contro la gestione della pandemia di coronavirus da parte del presidente Jair Bolsonaro
Migliaia hanno manifestato a San Paolo, Rio de Janeiro e Brasilia, e hanno chiesto l’impeachment per il presidente e un accesso migliore ai vaccini. Il Brasile sta affrontando la terza ondata di Covid-19 con 79.670 nuovi casi e 2.012 decessi registrati sabato.
Dall’inizio della pandemia in Brasile sono morte oltre 460mila persone a causa del coronavirus e si sono registrati più di 16 milioni di contagi
Soltanto il 9,4% dei 210 milioni di brasiliani, circa 19 milioni, sono stati vaccinati.
Bolsonaro ha più volte minimizzato la pandemia, definita addirittura una “leggera influenza” e ha sabotato gli sforzi per il distanziamento sociale e i lockdown, definendo i governatori che hanno deciso di imporre restrizioni come “dittatori”
Il Senato brasiliano sta conducendo un’indagine sul presidente e sulla gestione della pandemia.
(da Globalis)
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