Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
PASSI FALSI SU ALCUNE LEGGI E ALL’ESTERO… NEL 2022 AVRA’ CONTRO L’OPPOSIZIONE UNITA E I SONDAGGI LI DANNO ALLA PARI
Venerdì Viktor Orban ha provato anche ad andare fino a Londra alla ricerca di “nuovi rapporti bilaterali” per la ‘sua’ Ungheria. Ma non deve essergli andata bene.
Fino a sera, il premier Boris Johnson, pur avendolo accolto, non rilascia dichiarazioni, nell’imbarazzo più totale per aver ricevuto un premier che a turno si è distinto per antisemitismo, razzismo, discriminazione per le minoranze e i movimenti Lgbtq e che, poco prima del viaggio in Gran Bretagna, ha parlato di “invasione di musulmani”, tanto per aggiungere carne al fuoco delle polemiche nel Regno.
Stiamo parlando di un Orban in difficoltà? Nonostante fonti qualificate dell’opposizione ungherese invitino alla cautela in vista delle elezioni dell’aprile 2022, stavolta il leader di Fidesz, premier al potere dal 2010, carica che aveva ricoperto anche tra il 1998 e il 2002, non ha davanti a sé una strada liscia per l’ennesimo successo.
Se le elezioni in Germania a settembre sono di fatto elezioni di portata europea, se le presidenziali in Francia del prossimo anno pure ci diranno molto del futuro del continente, per l’ennesima volta col fiato sospeso di fronte ai sondaggi generosi con la nazionalista Marine Le Pen, l’appuntamento elettorale 2022 in Ungheria non è da meno, con le dovute proporzioni.
Una riconferma dell’ultradestra di Orban, membro del Ppe fino all’addio di qualche mese fa, dopo anni di scontri con la parte moderata del centrodestra europeo che pure però lo aveva accolto in squadra, ci direbbe che il vento anti-europeista e sovranista non si è fermato anche dopo la sconfitta di Donald Trump negli Stati Uniti.
Diversamente, se Orban perdesse le elezioni, si chiuderebbe un ciclo non solo per lui, ma anche per la sua creatura Fidesz e per i suoi alleati europei, a cominciare da Matteo Salvini.
Perché in questi anni Orban è stato il punto di riferimento dell’ultradestra europea forse più della francese Le Pen, in quanto al governo nel suo paese e dunque con potere contrattuale nei consessi europei.
E poi per via dell’inquadramento nel Ppe, la più grande famiglia politica europea, fino a quando è durato. Può essere che la sua buona stella abbia intrapreso la fase discendente proprio dopo l’addio ai Popolari? Di fatto, da allora, Orban ri-cerca Salvini con maggiore intensità, parla di nuovi gruppi europei che però non sono ancora nati, accoglie a Budapest Santiago Abascal, leader della destra spagnola Vox dato in ascesa dopo le elezioni a Madrid, va fino a Londra alla ricerca di nuovi ‘amici’.
Cosa è successo?
I sondaggi danno il suo Fidesz più o meno alla pari (49 per cento) con la coalizione di sei partiti che l’anno prossimo vogliono sfidarlo alle elezioni (48 per cento).
Alleanza eterogenea, per carità, che ha annunciato le primarie per decidere la leadership. Figura di spicco il sindaco di Budapest, Gergely Karácsony, leader di Dialogo per l’Ungheria, noto oppositore di Orban, lui più di tutti punta alla candidatura per la premiership. Ma ci sono altri segnali che parlano di un potere con più di qualche problema da risolvere.
Di recente, la maggioranza in Parlamento è stata costretta a rivedere la legge sulle ong voluta da Orban contro i presunti finanziamenti dall’estero, per effetto della sentenza della Corte di giustizia europea che l’ha bocciata lo scorso giugno.
È vero che, secondo la nuova legge, la Corte dei Conti ungherese manterrà il controllo sulle organizzazioni non governative, ma il governo comunque ha dovuto saltare un ostacolo.
Cinque giorni fa, la Corte Costituzionale ungherese ha bocciato la legge voluta da Orban nel 2018 che obbligava di fatto i dipendenti a fare straordinario al lavoro e permetteva ai datori di lavoro di non pagarglielo.
E per citare un’altra circostanza che ha a che fare con la politica estera, lunedì scorso, quando tutti i leader europei riuniti all’Europa building hanno intavolato la discussione sulle sanzioni contro la Bielorussia per il caso del dirottamento aereo e l’arresto del dissidente Roman Protasevich, Orban si è dovuto accomodare senza eccepire alcunché. Pur amico di Lukashenko, non ha esercitato diritti di veto, come ha fatto invece qualche settimana fa sul Medio Oriente per difendere Israele nello scontro con i palestinesi.
C’è che il caso Minsk è indifendibile: se ci avesse provato, sarebbe finito in netta minoranza anche rispetto agli altri Stati dell’est.
Lo scontro sul Medio Oriente invece gli ha offerto l’arma tattica di far leva sulle naturali simpatie per Israele prevalenti in gran parte d’Europa, dalla Germania per motivi storici, fino all’est.
Ad ogni modo, il caso Bielorussia lo ha costretto a nascondersi, togliendogli quel palcoscenico che di solito un leader come lui non si fa mai mancare. Nessuna dichiarazione sulle sanzioni decise in Consiglio, né a favore, né in dissenso.
L’ultima vera levata di scudi di Orban, insieme all’alleato polacco Mateusz Morawiecki, risale alla fine dell’anno scorso, quando Ungheria e Polonia ventilarono il veto contro il Recovery fund per difendere la libertà di declinare lo stato di diritto a loro piacimento. Vinsero, ottenendo una sorta di lasciapassare, impacchettato da Angela Merkel, tanto che poi Budapest e Varsavia si sono pure sbrigate a ratificare in Parlamento e presentare i loro piani nazionali: i soldi di ‘mamma Europa’ non si rifiutano mai.
Ma all’opinione pubblica ungherese evidentemente non basta. O non basta più, nonostante la chiusura di media anti-governativi, come Klubradio, per opera di un sofisticato sistema di incastri burocratici elaborato ad arte da Fidesz.
C’è un’altra questione che potrebbe avere il suo peso, anche se stiamo parlando di elezioni tra un anno e dunque il tutto va considerato ‘cum grano salis’. Trattasi dei viaggi degli ungheresi all’estero quest’estate.
Sembra un tema faceto e invece è molto serio. A metà maggio, metà della popolazione ungherese era già vaccinata, compresi molti ventenni. La campagna vaccinale è stata un fiore all’occhiello per Orban, rispetto alle lentezze europee. Il punto è che il governo di Budapest ha scelto di incentrarla sul vaccino russo Sputnik e il cinese Sinovac, più che su quelli autorizzati dall’Ema.
Lo stesso Orban si è vaccinato con l’anti-Covid di Pechino. Ma il ‘covid pass europeo’ che dovrebbe essere operativo da luglio e dovrebbe consentire a chi è vaccinato di viaggiare nell’Unione, non è valido per chi si è immunizzato con prodotti non autorizzati dall’Ema. A meno che gli Stati membri non decidano diversamente, con appositi provvedimenti nazionali che Bruxelles gli permette di adottare, in caso.
La questione è così cruciale nei consensi di Fidesz che il ministro degli Esteri Péter Szijjártó si è organizzato un tour nelle capitali dei paesi che sono mete di vacanza preferite dagli ungheresi. Mission: implorare il consenso a lasciarli entrare.
In questi giorni, Szijjártó sarà a Lisbona, Madrid, Malaga e Londra, dove si recato lo stesso Orban in persona, a perorare la causa ‘vacanze all’estero’.
È un tema molto considerato anche da Merkel nella campagna elettorale per il voto di settembre: pare che la cancelliera si stia dedicando solo a soddisfare desideri ed esigenze dei tedeschi, per battere la concorrenza dei Verdi.
Orban lo sta curando già da ora, a distanza di un anno dal voto, convinto evidentemente che, quanto avrà fatto per il relax post-pandemico dei suoi elettori, verrà ricordato a lungo. E magari il resto scomparirà?
(da Huffingtonpost)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
PRANZO AL CHIUSO CON GENERALE CON TANTO DI ASSEMBRAMENTO
Una scena talmente surreale a cui, se non ci fossero le foto pubblicate ieri da
Tpi, sarebbe impossibile credere: un buffet in un corridoio al chiuso, per quanto con un soffitto molto alto, con le persone attorno al tavolo per recuperare il pasto e impegnate a mangiare.
Come se non ci fossero le restrizioni anti-pandemiche.
Come se quelle persone non fossero operatori sanitari, appartenenti alla task force anti-Covid dell’Umbria, la governatrice Donatella Tesi, il sindaco di Perugia Andrea Romizi, il direttore generale dell’azienda sanitaria Marcello Giannico e il commissario all’emergenza pandemica Francesco Paolo Figliuolo. In mimetica, come sempre.
È successo ieri a Perugia, nel giorno in cui il generale Figliuolo ha annunciato urbi et orbi che da giovedì prossimo le prenotazioni per i vaccini saranno aperte a tutte le fasce d’età, a partire dai 12 anni anche, infatti ieri l’Ema ha dato il via libera alla somministrazione del vaccino Pfizer anche a bambini e adolescenti.
Certo, Nino Cartabellotta, il solito guastafeste della Fondazione Gimbe, nota: “Bene apertura a tutte le fasce di età, ma 3,7 milioni di over 60 sono ancora senza la prima dose del vaccino”.
Tanto che lo stesso Figliuolo ha dovuto puntualizzare: “Dobbiamo intercettare la parte della popolazione degli over 60 che ci manca in modo da mettere in sicurezza le fasce che rischiano più di finire in ospedale o in terapia intensiva”.
Chissà quanti erano i vaccinati ieri al banchetto, ma anche fossero stati tutti vaccinati le restrizioni persistono e prevedono la possibilità di mangiare al ristorante soltanto all’aperto, seduti ai tavoli, ben distanziati, con le mascherine una volta in piedi. Addirittura i matrimoni, eventi dove buffet e banchetti non mancano mai, sono ancora vietati e per la ripartenza sono previsti per pranzi e cene tavoli a due metri di distanza e divieto assoluto di self service. Per dire.
Chi era presente, ieri al Centro di ricerca emato-oncologico dell’ospedale, racconta di un Figliuolo in grande imbarazzo per la scelta della Regione Umbria, che tra il taglio del nastro al nuovo Modular hospital di Perugia e la visita al punto vaccinale di Solomeo, ha deciso di portare la comitiva al Centro di ricerca appunto, struttura inaugurata nel 2015 con tre piani di ricerca/diagnostica, la direzione al quarto, e una sala conferenze.
Per l’occasione è stata ingaggiata appositamente una società di catering. E la frittata è stata servita, perché è difficile nel 2021 che qualcuno non abbia uno smartphone e che le foto non vengano poi diffuse.
Come non pensarci? Era così difficile organizzare qualche tavolo all’aperto, magari facendo felice un ristoratore locale in difficoltà dopo la prolungata chiusura degli scorsi mesi?
Domande impossibili da fare alla governatrice Tesei o al suo portavoce che, ieri, non hanno risposto alle ripetute chiamate del Fatto. Anche alla struttura commissariale guidata dal generale Figliuolo solo imbarazzo per le fotografie e nessuna risposta ai cronisti in merito.
L’incontro con Figliuolo è stato voluto dalla Regione Umbria dopo le polemiche delle scorse settimane seguite alle parole del generale che esortava i governatori a “non fare annunci e vaccinare di più”.
Quindi, racconta un medico ieri presente alla visita del commissario, si respirava già una certa tensione tra la governatrice Tesei e l’uomo in mimetica, divenuta poi imbarazzo quando il generale si è reso conto del pranzo apparecchiato, con buffet, in corridoio, al chiuso, in completa violazione delle restrizioni ancora in vigore.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
DETTA ANCHE DEL MARCHESE DEL GRILLO
Contravvenendo all’impegno preso ieri, ho letto i giornali. E – sorpresa! – nessuno di quelli che attaccavano Conte perché voleva assumere 300 tecnici nella task force a Palazzo Chigi per controllare gli appalti del Recovery ha attaccato Draghi perché vuole assumere 350 tecnici nella task force a Palazzo Chigi per controllare gli appalti del Recovery (salvo cambiare idea ieri).
Strano, vero?
Ora immaginate che sarebbe accaduto se Domenico Arcuri, quand’era commissario, fosse stato fotografato mentre chiacchiera al chiuso con altri a distanza ravvicinata e senza mascherina e pranza in piedi in un locale chiuso (cose vietate a tutti gli altri italiani), per giunta in un buffet senza distanze di sicurezza in un assembramento di decine di persone (mentre i buffet, a noi comuni mortali, sono consentiti solo a distanza di 1 o 2 metri e senz’assembramenti).
Tutti ne avrebbero preteso le immediate dimissioni, come peraltro hanno fatto anche se Arcuri non faceva nulla del genere.
L’ha fatto ieri a Perugia, come ha documentato Tpi con le foto qui accanto, il generalissimo Figliuolo. Possiamo anticiparvi in esclusiva mondiale che nessuno chiederà la sua testa, anche per l’oggettiva difficoltà di trovarla.
Un ultimo esercizio. Sentite queste parole, riportate dall’Ansa: sul prossimo via libera dell’Ema al vaccino dai 12 anni in su, “speriamo domani ci sia il via, speriamo a immunizzare tutti i nostri ragazzi, è fondamentale non solo per essere a scuola ma anche dal prima e il dopo: si devono incontrare è giusto lo facciano, la scuola è già sicura”. E ancora: “Abbiamo predisposto tutto per un esame di maturità che sia tale: quest’anno abbiamo introdotto il fatto che da marzo i Consigli di istituto hanno predisposto un elaborato. Non è un esame a caso ma un esame che parte da uno scritto pensato, ragionato, discusso. È importante sapere scrivere, altrimenti non si sa parlare”.
Sante parole, almeno le ultime nove. Il resto appartiene a un idioma finora sconosciuto, probabilmente di ceppo non indoeuropeo.
Immaginate se a parlare così fosse stata Lucia Azzolina: apriti cielo. Invece per fortuna è il suo successore Patrizio Bianchi, non nuovo alle licenze poetiche, o prosaiche. Al giuramento, gli domandarono quando avesse saputo della nomina e lui rispose sicuro: “L’ho imparato ieri… Speriamo che faremo tutti bene”.
Inezie, rispetto agli annunci sulla scuola che “sarà la prima a riaprire” e invece è stata la prima a richiudere”; o sulla fine dell’anno scolastico spostata “a fine giugno per recuperare le ore perse” e poi addirittura anticipata di una settimana. Ma nessuno dice niente.
È la legge dei Migliori, detta anche del marchese del Grillo: io so’ io e voi nun siete un cazzo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
DOPO IL VIA LIBERA AI LICENZIAMENTI ORA PUNTA A FAR SALTARE LA DIRETTIVA UE SULLA PLASTICA
Ci risiamo. Se ci fosse Giorgio Forattini lo disegnerebbe con gli stivaloni e il
dollaro in mano. Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, parlando all’inaugurazione dell’hub italiano di Gaia X, progetto di gestione dati europeo, si è lamentato, ormai lo fa giornalmente, per l’ultima bozza della direttiva Ue sulla plastica monouso richiedendo l’intervento del commissario all’economia Paolo Gentiloni.
Il capoccia di Confindustria ha proseguito imperterrito: “Il testo è fortemente pregiudizievole nei confronti dell’industria italiana, di quella tedesca e dell’intera industria europea. Credo che la impropria, ingiustificata e sproporzionata applicazione della direttiva potrebbe sottoporre l’industria italiana ed europea a un’interpretazione giuridicamente infondata, del tutto inaccettabile per gli interessi nazionali”.
A parte che non si capisce l’interesse di Bonomi per la manifattura tedesca che è nostra concorrente, il succo è che – come al solito – Confindustria vuole inquinare con la plastica fregandosene dell’ambiente e delle direttive Europee. Ma non solo.
Quando via dell’Astronomia se la vede brutta, da liberista torna improvvisamente statalista, punta i piedi e chiede l’intervento di “mamma” Stato che come al solito ha le sembianze di Paolo Gentiloni che dovrebbe nei suoi desiderata venire a togliergli le castagne dal fuoco in Europa. Troppo facile caro Bonomi.
Le industrie italiane sono graciline, nella stragrande maggioranza incapace di competere sul mercato internazionale, drogate come sono dagli aiuti di Stato in cambio di occupazione. Dopo l’attacco al ministro Andrea Orlando che aveva osato proporre un posticipo del blocco dei licenziamenti ora Bonomi torna a chiedere, cosa che gli riesce molto bene. La sua figura sta diventando francamente ingombrante per la stessa Confindustria che rischia, alla lunga, do venire danneggiata dalla irruenza e dal dirigismo bonomiano che qualche girono fa voleva abolire il codice degli appalti e puntare al massimo ribasso.
Perché i partiti restano e Draghi resta, gli si potrebbe ricordare per evitare fra qualche mese a Bonomi di recarsi con il cappello in mano a chiedere aiuto a chi prima attaccava. E poi c’è la questione etica.
Dopo la vicenda della funivia – e ancor prima del ponte Morandi – abbiano visto che gli imprenditori pensano solo al profitto e non certo alla sicurezza e così ora Bonomi vorrebbe libertà di inquinare per aiutare le sue aziende. Ma l’ambiente è un bene pubblico che va tutelato e rispettato e non certo piegato agli interessi industriali.
Il caso dell’Ilva è emblematico in tal senso. Ma ci sono tante “Ilve” in giro per l’Italia, frutto dell’avidità commerciale di chi pensa solo al profitto. Confindustria, per un certo periodo, aveva fiutato l’aria di soldi e si era lanciata nel business del green, e fu l’epoca della sospetta riconversione industriale di Eni ed Enel al verde, con una pletora di industrie e industriette al seguito. Ed ora, stranamente, visto che il Recovery Fund mette l’ambiente al primo posto, dobbiamo assistere a queste storie penose sulla plastica che inquina e fa male.
Le aziende straniere si sono veramente riconvertite al verde e qui in Italia dobbiamo assistere a un ministro dell’Ambiente, Roberto Cingolani, che ancora non sblocca l’importantissima commissione Aia (scaduta da tredici anni!) e cerca di indebolire la fondamentale commissione Via, Valutazione impatto ambientale, peraltro decimata dagli abbandoni, provocando le rimostranze di tutte le associazioni ambientaliste e del leader dei Verdi Bonelli. Ministro Roberto Cingolani se si occupa un pochino di ecologia si faccia sentire sulla plastica.
(da La Notizia)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
IL LEADER DELLA BUONA DESTRA: “A ROMA DAREMO IL NOSTRO APPOGGIO A CALENDA” (E QUI SBAGLIA)
La creazione del movimento “Coraggio Italia” ha creato dissapori e spaccature all’interno della destra italiana, con la diaspora da Forza Italia verso il partito di Toti e Brugnaro, sindaco di Venezia.
Il leader della Buona Destra Filippo Rossi interviene sul dibattito riguardante il futuro della destra italiana “Sì, alla destra moderata italiana serve coraggio. Serve il coraggio di spezzare le catene che la tengono legata alla destra estrema e populista di Salvini e Meloni, serve il coraggio della libertà di scelta”.
“Fino a quando la destra liberale italiana si assoggetterà ai voleri e ai capricci dei sovranisti non avrà nessuna possibilità di autonomia politica- commenta- È per questo che qualsiasi iniziativa che rimanga nell’alveo dell’attuale centrodestra a trazione estrema non avrà nessuna vera possibilità di successo.
Non è possibile affidare l’eredità della tradizione della destra italiana a chi va a braccetto con personaggi come Orban, per fare un esempio”.
Per questo, aggiunge Rossi, “stiamo lavorando dal basso, in tutta Italia, senza giochi di palazzo, per costruire una Buona Destra distinta e distante, avversaria, della destra estrema e sovranista. Anche per questo la Buona Destra darà il suo contributo all’esperienza civica di Carlo Calenda alle prossime amministrative di Roma- conclude il leader di Buona Destra- perché se bisogna costruire qualcosa di diverso dalla deriva estremista la destra liberale e riformista ha il dovere di prendere decisioni coraggiose”.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
“MATTARELLA, DRAGHI E LETTA SONO I MIGLIORI PER FAR SOPRAVVIVERE L’ITALIA”…. “LA POLITICA FATTA SUI SOCIAL COME AL BAR NON SOPRAVVIVERA'”
“Io al Quirinale? Non è il mio mestiere”. Romano Prodi in una lunga intervista al
Resto del Carlino spiega: “Oltre l’ostacolo dell’età, non è il mio mestiere. Sarebbe stato forzato anche l’altra volta, quando ho avuto il voto contrario del Parlamento. Il ruolo di mediazione a cui è obbligato il presidente della Repubblica non è il mio. Non sono certo un fanatico, ma non sono super partes: ho idee molto precise. Sono sempre stato un uomo di parte, sempre aperto e comprensivo, ma lo sono ancora”.
“Italia mai così demoralizzata e triste”
Il Professore ripercorre la sua esperienza politica con lo sguardo ben fisso sul presente: “Il Paese non è mai stato così demoralizzato e triste come adesso. C’è la consapevolezza che siamo all’ultima mano di un grande gioco per la sopravvivenza dell’Italia. La crisi precedente ci ha travolto più degli altri perché è stata messa in atto una politica europea sbagliata. Eravamo l’anello debole di una catena che, se non aggiustava i ganci, sarebbe saltata. I ganci adesso ci sono. Ho buone speranze per il futuro, anche se non sarà facile perché abbiamo poco tempo. Non illudiamoci che da Bruxelles non ci facciano gli esami. L’occasione però c’è. Al vertice del nostro paese ci sono le persone migliori che ci possano essere. Mattarella, Draghi e, per me, Letta sono persone nelle quali mi identifico”.
“Nostalgia dell’Ulivo: disegno vincente fermato dai partiti”
“Quando ho fatto quella battaglia – ritorna Prodi agli Anni Novanta – c’era dietro un’idea nuova, forte. Dopo le divisioni dovute alla guerra fredda pensavo che, anche in Italia, fosse necessario mettere insieme i diversi riformisti, e che qualcun altro facesse la stessa cosa con i conservatori. La prima ragione per cui vinsi è che il mio progetto rispondeva al desiderio di tanti. La seconda è che Berlusconi non mi prese sul serio. Partì troppo tardi perché pensava che uno che girava per l’Italia su un pullman scassato non potesse vincere le elezioni. Fece l’errore che fa chi è più ricco, più forte e si crede invincibile. Partì che pensava di vincere 5 a 0 e invece perse 6 a 5. Certamente se il mio primo governo fosse durato più a lungo avrebbe cambiato il Paese, perché il progetto era giusto. Poi i giochi politici dei diversi partiti non l’hanno reso possibile, ma la base lo voleva e, ancora oggi, ha nostalgia di quel disegno vincente”.
“Tanti danzano e non combinano niente”
Prodi pensa che la politica dei social non possa durare a lungo: “Nella mia vita politica ho incontrato dei geni che non valevano nulla come politici, e delle persone semplici che erano vincenti. Ho avuto ad esempio una grande ammirazione per Helmut Kohl, il cancelliere tedesco. Non era un genio, ma ho imparato da lui ad arrivare al sì o al no con un ragionamento semplice. ‘Ja… oder nein…’ (sì o no). La coerenza della semplicità. Non servivano per lui passi di danza. Oggi siamo pieni di gente che danza e non combina niente. E’ il social che ti spinge a dire tutto su tutto. Nei social è come se tu vivessi sempre al bar. Nel bar se non parli mai non vali nulla. Una volta si diceva: ‘Al là det al giurnèl’, l’ha detto il giornale. Adesso lo dice ‘il social’. Il fatto di non guardare ai media o ai predicatori con un pensiero critico e personale è sempre stato il problema dell’umanità. In fondo ci sentiamo rassicurati a vive- re in un gregge. Credo che ci sarà presto una progressiva reazione. Vedo, a cominciare dall’America, che stanno nascendo anticorpi nei confronti dei social”.
Un’ultima battuta sulle primarie del centrosinistra bolognese, che vedono Mattero Lepore (Pd) opposto a Isabella Conti, sindaca di San Lazzaro sostenuta da Renzi: “Potrei dire una cosa un po’ maliziosa, ma semplice: per partecipare alle primarie di coalizione bisognerebbe prima di tutto far parte della coalizione”.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
UNA STRATEGIA CHE PORTERA’ SOLO ALLA SCONFITTA ANNUNCIATA
Prima legge dei governi tecnici: la sinistra sostenendoli si svena, e dona sempre il suo sangue alla Causa. Poi – subito dopo, quando si vota – rimane, quasi immancabilmente, fregata nelle urne.
Questo meccanismo vizioso si sta ripetendo anche adesso, per effetto della continua e logorante guerriglia della Lega nella maggioranza.
Sta accadendo, soprattutto, con il braccio di ferro sui provvedimenti economico-sociali, dove – per la prima volta in assoluto – si introduce un’altra novità: quella della Confindustria che detta i provvedimenti che predilige direttamente ad un pezzo della maggioranza (e indovinate quale? Sempre la Lega di Matteo Salvini, ovvio) con il silenzioso silenzio assenso di Mario Draghi.
Per certi versi questo ricorso storico ha dell’incredibile: cambiano le stagioni, i leader, i partiti coinvolti nel gioco politico, ma questa amara regola non sembra mutare mai. La sinistra è sempre quella che porta la croce. Come se questo copione fosse in realtà un comandamento non scritto della politica italiana.
È accaduto con il governo di Carlo Azeglio Ciampi, che portò l’ex governatore della Banca d’Italia al Quirinale, ma che poi fu seguito dalla vittoria di Silvio Berlusconi alle politiche del 1994.
È accaduto con il governo di Mario Monti, che fu seguito dalla celebre “non vittoria” del Pd di Pierluigi Bersani, nel 2013, malgrado tutti i sondaggi favorevoli della vigilia. La coalizione del bene comune (pagando il prezzo delle riforme più impopolari) non ottenne la maggioranza, come noto, e il centrodestra tornò subito protagonista, con le stagioni delle alleanze obbligate del Nazareno.
Oggi, il governo tecnico di Draghi, e la difficile convivenza tra il Pd di Enrico Letta e la Lega di Salvini ripropone questo tema del sacrificio unilaterale. Il nodo è: il centrodestra vive il governo istituzionale come un’opportunità di conflitto, con cui accrescere i propri consensi, mentre il centrosinistra è sempre gravato dal mito della responsabilità e del senso del dovere, a cui sacrificare le proprie bandiere.
Ed ecco il paradosso più curioso: questa volta il governo tecnico non era obbligato. Esistevano teoricamente, infatti, sia una maggioranza giallorossa a quattro partiti sia una maggioranza Ursula con la sola Forza Italia. La prima, come è noto, è stata uccisa dal veto di Matteo Renzi. La seconda – in modo meno clamoroso – dal veto dello stesso Draghi e (dietro di lui) di Sergio Mattarella.
Ma attenzione: il centrodestra, per di più privo di Giorgia Meloni, non avrebbe avuto i voti per governare. E anche il governo Draghi non potrebbe stare in piedi senza i voti di Pd e M5S. Per questo incredibile congegno, dunque, chi garantisce la maggioranza paga anche il conto, e i padroni di casa si ritrovano curiosamente sul banco degli imputati, additati come reprobi dai loro principali beneficiati.
Quindi Maria Stella Gelmini presenta i provvedimenti di tutto il governo, ma poi fa le interviste in cui li ascrive al merito del suo partito.
Giancarlo Giorgetti si accorda per votare un decreto, ma poi in Consiglio dei Ministri, giunto al momento del voto, dice a sorpresa che gli ha telefonato Salvini e che non lo può più approvare (scena teatrale e memorabile).
Il ministro Speranza viene attaccato da un partito della sua stessa maggioranza. Il ministro Giorgetti (ancora lui!) spiega con una pubblica intervista, il giorno dopo aver votato il provvedimento sul coprifuoco, che la Lega è contraria alle norme che ha appena votato.
E poi ovviamente sempre gli ineffabili ministri della Lega (e poi anche quelli di Forza Italia) accusano un altro ministro di sinistra, Andrea Orlando niente meno di aver “taroccato” i provvedimenti sul lavoro e sui licenziamenti, per inserire a tradimento una norma di maggiore protezione dei lavoratori a rischio.
La cosa davvero grottesca, in questo gioco al massacro, è che (secondo tutte le indagini demoscopiche) in questi mesi il partito di Salvini non sta traendo beneficio dalla sua linea di lotta e di governo. E che l’unica formazione che veramente sta capitalizzando la conflittualità interna alla maggioranza è il partito della Meloni, Fratelli d’Italia.
La seconda cosa curiosa è la constatazione che questo logorio è un gioco a senso unico: non ci sono dirigenti della parte sinistra della maggioranza che attaccano i loro colleghi di centrodestra con la stessa metodica pervicacia.
Ed ecco che cosa significa portare la croce: sei tu che garantisci la sopravvivenza della maggioranza, con i tuoi voti determinanti, ma sei sempre tu che devi fare da bersaglio al tirassegno dei tuoi oppositori interni.
Al termine di questo percorso c’è persino un altro elemento di scenario che complica il quadro (di cui abbiamo già parlato su TPI): la partita del Quirinale. Ovvero il progetto di smarcamento che Salvini coltiva, nell’imminenza del voto per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
Se la Lega riuscisse a scongiurare un Mattarella bis ed eleggere al Colle Mario Draghi (diventando determinante nel voto), potrebbe persino comodamente concludere a un anno dal voto la sua esperienza di governo, smarcarsi, mettersi all’opposizione del nuovo inquilino di Palazzo Chigi chiunque fosse, e rifarsi una verginità in vista delle elezioni, ritornando con le mani libere.
Salvini non vede l’ora di tornare a battere i cari vecchi toni duri dell’indimenticabile stagione del Papeete. La domanda che bisogna farsi, e che probabilmente molti elettori di centrosinistra in queste ore si fanno è: conviene portare sempre la croce? E offrire sempre un sostegno incondizionato?
È giusto che Draghi non abbia mai strigliato gli esponenti del suo governo che stanno sulle barricate contro i loro stessi colleghi? Il ruolo di un presidente del Consiglio tecnico è davvero l’equidistanza a prescindere dal merito, da chi attacca e chi si difende?
Tuttavia negli ultimi giorni, partendo dal dibattito sull’agenda politica, agli elettori giallorossi è venuto persino il sospetto che l’equidistanza teorica sia in realtà una benevolenza pratica verso alcune posizioni leghiste. E il tema su cui questo sospetto è diventato più che concreto è stato senza dubbio la vicenda della tassa di successione, con Draghi che nel merito ha di fatto stroncato la proposta del leader del Pd Letta, con la frase secondo cui “non è il momento di prendere, ma di dare”.
Una teoria abbastanza singolare, dal momento che la successione sui grandi patrimoni immaginata da Letta, di fatto, dava ai più giovani togliendo ai più ricchi. Questo sospetto è diventato un timore, nelle ultimissime ore. Quelle in cui, di fronte all’asse tra Confindustria e Lega, il premier non ha dato la minima impressione di voler riequilibrare i rapporti di forza, e nemmeno ha speso (al contrario di quanto era accaduto per le polemiche su Speranza) il suo peso politico per difendere l’operato di Orlando.
Anche anche qui, il fantasma delle Quirinarie ha il suo peso: se Draghi vuole essere eletto al Colle, da questo Parlamento, in questa legislatura, è evidente che i voti di Salvini diventano preziosi, soprattutto sapendo di avere già in tasca quelli di Forza Italia, quelli del Pd e considerando anche che il Movimento Cinque Stelle è attraversato da divisioni profonde.
Nel partito più forte del Parlamento si combattono tra loro idee più governiste e oppositori dichiarati del governatore come Alessandro Di Battista (che non è parlamentare ma ha un forte ascendente sulle viscere dei gruppi grillini). Insomma, se i giallorossi vogliono uscire dal tritacarne hanno una sola possibilità: far capire – e presto – che il loro consenso non è scontato. E che la loro pazienza non può essere infinita.
(da TPI)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
DUE CROLLI E DUE MISURE
La stampa italiana ha davvero fatto il suo lavoro sulla tragedia della funivia
Stresa-Mottarone: sì, c’è stato parecchio giornalismo del dolore, ma anche molta inchiesta, com’è giusto che sia di fronte a una strage.
Un po’ di titoli a caso. Il Corriere della Sera: “Quelle vite stroncate dalla negligenza”; “Tre fermi per la strage in funivia: Hanno scelto di bloccare i freni”. Repubblica: “La strage dell’avidità” (prima pagina); “Non volevano perdere l’incasso. I freni della funivia bloccati per scelta”. La Stampa: “Una strage per 140mila euro” (prima pagina); “Freni disattivati da un mese per lucrare sulle corse: Tanto cosa vuoi che capiti?”. Il Giornale: “Così precipita l’Italia: il gestore già cacciato per grave degrado”. Libero: “Funivia senza freni per salvare gli incassi”.
Anche gli editoriali non sono stati da meno: “Uno scambio – l’ennesimo – tra sicurezza e profitto” (Repubblica); “Niente può giustificare la scommessa sulla vita degli altri” (Corriere).
In questi ultimi due manufatti, peraltro, si traccia un corretto paragone tra la vicenda odierna e il crollo del ponte Morandi.
Bene, giusto, complimenti: ci sembra però di ricordare che nell’agosto 2018, quando il viadotto genovese venne giù uccidendo 43 persone, i toni del racconto furono più gentili. Un conto sono “Il meccanico, l’ingegnere e l’imprenditore tuttofare: la banda della forchetta” (Repubblica), un conto i Benetton: “Pagano la fama, la gloria di imprenditori del primo Made in Italy”, “i successi internazionali” e “le campagne etiche, e di sinistra”, sono “il bersaglio perfetto” (Repubblica, agosto 2018).
Allora molto si pianse sul “capro espiatorio su cui far sfogare l’indignazione”, roba da “paesi barbari” dinanzi “a una questione complessa come il crollo del Ponte Morandi” (La Stampa). Si fecero interviste sdraiate ai Benetton (Corriere); ci si preoccupò dei corsi di Borsa (“le prime vittime sono gli azionisti di Atlantia”, Il Foglio) e – quando arrivò la prima relazione sul crollo, che puntava il dito sulle manutenzioni – lo si scrisse riportando giudiziosamente nei titoli la posizione di Aspi: “Per la Commissione Mit rischi sottovalutati. Autostrade: test accurati, non c’era allarme” (Messaggero).
Chissà a cosa si devono atteggiamenti così diversi: qualche idea?
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 29th, 2021 Riccardo Fucile
E’ LA PARTE CHE TIENE LE DUE ESTREMITA’ DEL CAVO TRAINANTE… NON TRANCIATO DI NETTO MA SI SAREBBE CONSUMATO POCO ALLA VOLTA
Svolta nelle indagini sulla tragedia della funivia Mottarone Stresa in cui hanno perso la vita 14 persone. In queste ore i periti tecnici incaricati dagli inquirenti della Procura di Ivrea sono riusciti a individuare il capo della fune spezzato che insieme alla disattivazione del freno di emergenza è alla base della strage. Il punto di rottura del cavo trainante coincide con la porzione rinchiusa nella morsa di acciaio che tiene unite le due estremità della fune. Si tratta della cosiddetta testa fusa, una porzione del cavo ritenuta tra le più deboli dell’intera struttura e per questo tra le ipotesi principali emerse nei giorni scorsi come possibile motivo alla base della tragedia.
La Testa fusa infatti è la parte meno controllabile dell’intero cavo la cui analisi è svolta periodicamente a vista da un tecnico specializzato a non affidata alla verifica magneto-induttiva delle funi che in quel punto non è in grado di verificarne l’integrità.
Secondo quanto emerso dai primi rilievi effettuati nelle scorse ore sul posto e come si vede dalle immagini riprese dal Tg1, il cavo della funivia si sarebbe spezzato nella parte attaccata alla cabina ma non sarebbe stato tranciato di netto ma si sarebbe consumato poco alla volta con i vari fili di acciaio che mano a mano si sarebbero sfilacciati cedendo infine domenica scorsa.
Sarebbe stata sostituita tra cinque mesi
L’ultima verifica sul cavo era stata effettuata il 5 novembre 2020 quando era stato effettuata proprio verifica magneto-induttiva attraverso una ditta specializzata che aveva verificato tutte le funi dell’impianto.
Per legge però proprio la testa fusa, meno controllabile, andrebbe sostituita ogni cinque anni e i gestori dell’impianto avrebbero dovuto sostituirla tra cinque mesi.
Ora resta da capire se effettivamente nessuno si sia accorto dell’elevata usura e perché. Secondo quanto emerso dalle ultime indagini, da giorni nella cabina della funivia crollata si sentivano strani rumori metallicima sui report redatti dopo ogni controllo di routine non erano stati annotati problemi.
§Nella richiesta di custodia cautelare, i pm scrivono che il responsabile dell’attività avrebbe invece sentito il rumore caratteristico della perdita di pressione del sistema frenante della cabina ripetersi ogni due-tre minuti prima del disastro.
(da agenzie)
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