Giugno 7th, 2022 Riccardo Fucile
LE SANZIONI OCCIDENTALI HANNO BLOCCATO GLI APPROVVIGIONAMENTI, FACENDO SALIRE IL PREZZO DI QUASI IL 50%
Le vendite di auto in Russia sono crollate dell’83,5% a maggio,
raggiungendo un altro minimo storico, ha dichiarato lunedì l’Associazione delle imprese europee (AEB), mentre le sanzioni occidentali hanno decimato l’industria automobilistica russa con la carenza di pezzi di ricambio e l’aumento dei prezzi.
La Russia ha inviato truppe in Ucraina il 24 febbraio e le vendite di auto nuove sono in calo da marzo, poiché le sanzioni hanno bloccato le principali catene di approvvigionamento. Il mese scorso, secondo l’AEB, sono stati venduti solo 24.268 veicoli. Un anno prima le vendite erano sei volte superiori -riporta Reuters.
Le principali case automobilistiche occidentali, tra cui Renault (RENA.PA), hanno sospeso le attività o lasciato la Russia dall’entrata in vigore delle sanzioni. L’industria automobilistica del Paese dipende dalle forniture globali e la carenza di pezzi di ricambio ha ridotto più volte i volumi di produzione dal 24 febbraio.
Secondo l’agenzia statistica russa Rosstat, i prezzi delle auto sono aumentati di quasi il 50% dall’inizio dell’anno, colpendo la domanda in un Paese in cui i redditi delle famiglie sono diminuiti mentre l’inflazione si è attestata su livelli prossimi ai massimi da 20 anni.
L’AEB non ha fornito previsioni sull’andamento del mercato automobilistico russo quest’anno. In aprile, aveva previsto che le vendite di auto nuove in Russia sarebbero calate di almeno il 50% nel 2022.
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2022 Riccardo Fucile
GLI STATI UNITI HANNO CHIESTO AI PAESI AFRICANI DI NON COMPRARE IL GRANO RUBATO MA E’ DIFFICILE CHE POSSANO “OBBEDIRE”… BASTAVA BLOCCARE IN MARE I CARGO DEI LADRONI RUSSI
Gli Stati Uniti hanno mandato un avvertimento a 14 Paesi, soprattutto africani: navi russe con «grano ucraino rubato» sono dirette verso i vostri porti. Si ipotizza che siano 500 mila le tonnellate, per un valore di 100 milioni di dollari, trasferite nei porti in Crimea e poi caricate sui cargo.
Il segretario di Stato Blinken definisce «credibili» le informazioni sul grano sottratto dai russi in Ucraina. Gli Usa, secondo il New York Times, hanno invitato i paesi africani a respingere il «grano rubato agli ucraini».
Spiega l’analisi del quotidiano americano: «L’allerta sul grano ha solo acuito il dilemma per i paesi africani, molti dei quali si sentono già intrappolati tra Oriente e Occidente, poiché potenzialmente devono affrontare una difficile scelta tra, da un lato, beneficiare di possibili crimini di guerra e dispiacere a un potente alleato occidentale, e dall’altro, rifiutare cibo a buon mercato in un momento in cui i prezzi del grano salgono alle stelle e centinaia di migliaia di persone muoiono di fame».
Appare molto probabile che la maggioranza dei paesi africani acquisti il grano sottratto agli ucraini, nonostante gli avvertimenti di Washington. Ciò avrà anche un altro effetto: in Africa, la Cina e la Russia stanno tentando di aumentare la loro influenza a discapito dei Paesi occidentali. Questa storia del grano aiuterà Mosca: nei giorni scorsi Putin ha incassato un successo diplomatico, ha ricevuto la visita del capo dell’Unione africana, il presidente senegalese Macky Sall.
Nel colloquio si è parlato dell’emergenza grano. Morale: «Russia e Ucraina normalmente forniscono circa il 40% del fabbisogno di grano in Africa. Secondo le Nazioni Unite, nella regione del Corno d’Africa, una devastante siccità ha lasciato 17 milioni di persone affamate, soprattutto in parti della Somalia, dell’Etiopia e del Kenya. Di fronte a un bisogno così urgente, è improbabile che molti paesi africani esitino prima di acquistare grano fornito dalla Russia, non importa da dove provenga», ha affermato Hassan Khannenje, direttore dell’Istituto internazionale di studi strategici HORN, un ente di ricerca in Kenya.
Con l’invasione dell’Ucraina, la Russia sta ottenendo molteplici risultati sfruttando l’emergenza alimentare che ha causato bloccando i porti: sta aumentando la sua influenza in Africa, sta diventando il primo produttore di grano al mondo, sta eliminando un concorrente importante come quello ucraino, sta causando un aumento stratosferico dei prezzi di cui potrà beneficiare.
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2022 Riccardo Fucile
SOTTO LA SOGLIA MINIMA DI 9 EURO L’ORA IN ITALIA C’E’ IL 30% DEI LAVORATORI, OVVERO IL 26% DI QUELLI PRIVATI, IL 35% DEGLI OPERAI AGRICOLI E IL 90% DI QUELLI DOMESTICI (CON BUONA PACE DI CONFINDUSTRIA)
L’Unione Europea ha raggiunto un accordo sul salario minimo. Lo ha
fatto sapere ufficialmente l’account Twitter della Commissione Affari Sociali del Parlamento Europeo, mentre una conferenza stampa per illustrare i dettagli è convocata per stamattina.
La nuova direttiva sul salario minimo europeo attende ora il placet della Plenaria del Parlamento Ue (che però non può più emendare il testo) e la ratifica del Consiglio Ue. Toccherà poi ai Paesi membri recepirla. Secondo le ultime indiscrezioni sull’accordo nella Ue non saranno previsti massimi e minimi salariali. La direttiva punterà invece a istituire un quadro per fissare salari minimi adeguati ed equi. L’Italia è tra i sei Paesi dell’Ue senza una regolamentazione in materia.
In Lussemburgo è di 2.000 euro
Attualmente il salario minimo esiste in 21 paesi su 27 dell’Unione Europea. Non lo hanno Italia, Danimarca, Finlandia, Austria, Svezia, Cipro. Le differenze sono notevoli: si va dai 332 euro al mese della Bulgaria ai 2.000 del Lussemburgo. In totale sono otto gli Stati dove si supera quota 1.000 euro: Slovenia (1.074 euro), Spagna (1.126 euro), Francia (1.603 euro), Germania (1.621 euro), Belgio (1.658), Paesi Bassi (1.725 euro), Irlanda (1.775 euro). L’idea delle istituzioni europee è di rispettare le diverse tradizioni di welfare dei Ventisette, arrivando però a garantire un tenore di vita dignitoso, a ridurre le disuguaglianze e a mettere un freno ai contratti precari e pirata. Si mira poi a «rafforzare il ruolo delle parti sociali e della contrattazione collettiva».
La copertura della contrattazione collettiva in particolare dovrebbe venir fissata in una soglia compresa tra il 70% e l’80%, stando ai due obiettivi fissati rispettivamente da Commissione e Parlamento europeo. Tra i punti della proposta europea c’è la necessità di legare i salari all’inflazione oppure al costo di un paniere di beni specifico.
Ci saranno eccezioni per determinate categorie di lavoratori. Il punto centrale sarà la definizione di salario minimo adeguato. Gli Stati membri dovrebbero fissare i loro salari minimi legali e valutarne l’adeguatezza in base a criteri numerici. Un punto in discussione, spiega oggi il Corriere della Sera, è l’articolo 6 sulle «variazioni e trattenute». Ovvero le voci attribuite al salario come la divisa o i costi perla strumentazione che potrebbero portare a un impoverimento del valore totale.
Cosa c’è nell’accordo sul salario minimo in Europa
Il Consiglio d’Europa spiega in una nota che la nuova direttiva stabilisce una serie di procedure per l’adeguamento dei salari minimi legali. Promuove la contrattazione collettiva sulla fissazione dei salari e migliora l’effettivo accesso alla protezione del salario minimo per quei lavoratori che hanno diritto a un salario minimo ai sensi del diritto nazionale.
Ad esempio mediante un salario minimo legale o contratti collettivi. Secondo la direttiva anche gli stati membri che hanno già un salario minimo legale sono invitati a istituire un quadro procedurale per stabilire e aggiornare questi salari minimi secondo una serie di criteri chiari. Il Consiglio e il Parlamento europeo hanno convenuto che gli aggiornamenti dei salari minimi legali avranno luogo almeno ogni due anni (o al massimo ogni quattro anni per quei Paesi che utilizzano un meccanismo di indicizzazione automatica).
Le parti sociali dovranno essere coinvolte nelle procedure per fissare e aggiornare i salari minimi legali. L’accordo tra il Consiglio e il Parlamento europeo prevede che, laddove il tasso di copertura della contrattazione collettiva sia inferiore a una soglia dell’80%, gli Stati membri debbano stabilire un piano d’azione per promuovere la contrattazione collettiva. Tra le misure ci sono anche controlli da parte degli ispettorati del lavoro, informazioni facilmente accessibili sulla protezione del salario minimo e lo sviluppo della capacità delle autorità di contrasto di perseguire i datori di lavoro non conformi.
L’Italia e il salario minimo
Il Parlamento Ue voleva eliminarlo mantenendo però il monitoraggio da parte degli Stati membri. Consiglio e Commissione volevano mantenerlo per avere un paletto che fornisse una garanzia giuridica. L’Italia è uno dei sei paesi Ue senza salario minimo.
Dal primo ottobre la Germania lo porterà a 12 euro l’ora. La proposta di cui si discute in Italia prevede un reddito minimo pari al 60% del salario mediano lordo. Oppure al 50% del salario medio lordo.
«In Italia, nel solo settore privato, questi due valori corrispondono a 10,59 euro e 7,60, quindi la cifra media è 9 euro», ha spiegato di recente il presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Questo vuol dire avere salari netti di poco superiori a mille euro al mese. «Con le retribuzioni stagnanti e un’inflazione che corre verso il 7% credo sia un livello minimo congruo».
Repubblica spiega oggi che attualmente sono 4,6 milioni i lavoratori che percepiscono meno di 9 euro: si tratta del 30% del totale, del 26% di quelli privati, del 35% degli operai agricoli e del 90% dei lavoratori domestici. Portare il salario minimo a 9 euro l’ora significherebbe far arrivare nelle tasche dei lavoratori un totale di 8,4 miliardi in più al netto delle maggiori tasse che incasserà lo Stato. Mentre fissarlo a 9 euro l’ora porterebbe 3,4 miliardi in più a 2,6 milioni di addetti. Ma prima bisognerà capire in che modo verranno calcolati i contributi, il Tfr e le tredicesime.
Il ministro e il sindacalista
Il provvedimento europeo, ha osservato il ministro del Lavoro Andrea Orlando, «spingerà di più verso interventi che salvaguardino i livelli di salario più bassi e verso una disciplina organica».
Il segretario della Cgil Maurizio Landini ha invitato a non ascoltare l’Europa «solo quando ci dice di tagliare le pensioni o cancellare l’articolo 18 o tagliare la spesa sociale. Se finalmente tutta l’Europa si rende conto che salari bassi e lavoratori precari senza diritti mettono in discussione tenuta social, bisogna ascoltarla».
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2022 Riccardo Fucile
GLI E’ STATO FATTO CAPIRE CHE NON PUO’ COMPORTARSI COME SE L’ITALIA FOSSE UNA COLONIA DI MOSCA: “LA METAMORFOSI DI UN DIPLOMATICO IN ESPONENTE POLITICO NON È CONTEMPLATA, IN NESSUN PAESE EUROPEO”…PER NON ESSERE RICHIAMATO A MOSCA DEVE NON SOLO UBBIDIRE AL CREMLINO
Lui si è difeso, anzi ha cercato quasi di rilanciare con una nota nel pomeriggio, rinnovando, anche se in modo più pacato, l’accusa di propaganda contro media italiani ritenuti «ostili».
Il copione in apparenza cambia solo di poco, nonostante la strigliata della Farnesina e la convocazione negli uffici del segretario generale del ministero Esteri Ettore Sequi.
Ma per l’ambasciatore russo Sergey Razov, 69 anni, qualcosa però è decisamente mutato dopo la convocazione concordata nel week end da Mario Draghi con il ministro Luigi Di Maio.
È cambiato un dato: non può più permettersi, almeno questo è stato il richiamo, la stessa prassi comunicativa delle ultime settimane. Almeno se non vuole mettere a rischio la sua permanenza in Italia.
Perché da quanto si riscontra sia a Palazzo Chigi sia alla Farnesina il senso della convocazione è stato quello di comunicare una soglia, una sorta di limite entro il quale il diplomatico che gode ancora della fiducia del Cremlino dovrà rimanere in futuro. «La metamorfosi di un diplomatico in esponente politico non è contemplata, in nessun Paese europeo», è il succo che del colloquio con Sequi fa una fonte di governo.
Bisognerà vedere se Razov rispetterà quanto gli è stato consigliato, di certo il governo italiano è pronto a ulteriori passi se si ripresenteranno «dichiarazioni al limite, parole gravi, espressioni calunniose inaccettabili» da parte di un diplomatico, secondo la sintesi della vicenda che viene fatta da una delle persone che hanno gestito il dossier.
Nel corso del colloquio con l’ambasciatore Ettore Sequi è stato chiesto conto di diverse dichiarazioni ritenuti gravi, inopportune, necessarie di un chiarimento: dalle parole, sin troppo leggere, condite anche con un pizzico di ironia, rilasciate nel giorno della Festa della Repubblica, piccato per non essere stato invitato alle cerimonie da parte del capo dello Stato, Sergio Mattarella; sino alle dichiarazioni contro i media e i giornalisti italiani accusati di fare disinformazione contro il sistema di interessi del governo russo, e infine contro i politici italiani, dei quali è stata messa in dubbio «la moralità».
Sequi ha chiesto espressamente conto almeno delle ultime due esternazioni. Nel caso del post contro il sistema mediatico italiano è apparso che Razov abbia pubblicato un contenuto non prodotto in Italia ma confezionato direttamente a Mosca e poi inviato a Roma e diramato dall’ambasciata.
Ma in entrambi i casi quello che ha colpito il nostro governo è stata la totale incapacità di Razov di spiegare, rispondere nei dettagli, offrire almeno una pezza di appoggio alle contestazioni che gli sono state elencate. Quasi che fosse imbarazzato, privo di giustificazioni da condividere con il Paese che gli ha espresso un gradimento, anche se prima dello scoppio della guerra ovviamente.
Secondo alcuni analisti Razov interpreta una parte, che lo costringe ad avere un comportamento che esula dai confini strettamente diplomatici: contro il rischio di essere richiamato a Mosca deve non solo ubbidire e agire secondo istruzioni che possono arrivare dal Cremlino, ma in alcuni casi deve anche apparire più realista del re, anticipare comportamenti e dichiarazioni che in caso di omissione gli potrebbero essere contestati. Forse anche questo spiega il silenzio osservato di fronte alle accuse che gli sono state rivolte dal nostro governo, o di fronte agli inviti a giustificarsi: ieri mattina Razov aveva poche parole, quasi nessuna risposta, molto imbarazzo e soprattutto la voglia di conservare il posto.
(da Il Corriere della Sera)
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Giugno 7th, 2022 Riccardo Fucile
NELLA LEGA DANNO PER PERSO O QUASI IL SUD, NEL CASO DI DISFATTA ANCHE NEL SETTENTRIONE IL CARROCCIO RIAPRIRÀ IL DIBATTITO SULLA LEADERSHIP (CON IL CAPITONE CHE E’ GIA’ NEL MIRINO DI GIORGETTI E DELL’ALA GOVERNISTA)… FRATELLI D’ITALIA PRONTA A RECLAMARE LA PRESIDENZA DI QUALCHE REGIONE (PIEMONTE E VENETO)
L’incubo di Matteo Salvini è il sorpasso di Giorgia Meloni nelle città del
Nord. Un anno fa a Milano l’operazione è stata a un passo dal compiersi: la lista di FdI si fermò soltanto a 4.400 da quella della Lega. Stavolta i tempi sembrano maturi.
I sondaggi sono poco affidabili per questo tipo di elezioni, ma di calcoli già se ne fanno. Nel Carroccio danno per perso o quasi il Sud, in Sicilia non ci sarà nemmeno Alberto da Giussano nelle schede (la lista si chiama Prima l’Italia), pochissime aspettative anche nelle regioni del Centro.
Se poi nel Settentrione si dovesse tornare alla cifre della Lega post bossiana, quella risollevata proprio da Salvini, allora si potrebbe aprire un inedito dibattito sulla leadership dalle conseguenze imprevedibili.
Il progetto del segretario della Lega nazionale, diventerebbe difficilmente sostenibile sopra al Po. Meloni lo sa e da più di anno ormai sta lavorando alla conquista di territori finora quasi sconosciuti per un partito a forte trazione romana (e meridionale).
Ieri, al Porto Antico di Genova ad ascoltare Meloni c’erano cinquecento persone, in un caldo lunedì pomeriggio, la cifra è considerevole e i leghisti lo stanno notando con preoccupazione. La presidente di FdI è attenta a evitare di caricare troppo di significati il voto di domenica: «Io credo che all’interno del centrodestra le elezioni amministrative non determinino niente, perché all’interno della coalizione ci sono regole per le politiche nelle quali si determinano automaticamente le responsabilità di ciascuno, ma questa location – ha detto dal palco, accanto al sindaco Marco Bucci – dimostra la crescita esponenziale di Fratelli d’Italia che speriamo di vedere anche all’indomani del voto del 12 giugno».
Piazze affollate si sono viste a Como, Lodi, Monza e Piacenza. Per non dire della Sicilia, dove un successo delle liste potrebbe imporre la riconferma di Nello Musumeci.
L’operazione sorpasso al Nord è in marcia soprattutto nei medi-grandi centri, dove il voto di opinione può pesare di più, mentre nei piccoli Comuni le dinamiche locali e il maggiore radicamento di Lega e Forza Italia possono frenare l’onda.
Le città principali segnate sulle agende dei dirigenti di Lega e Fratelli d’Italia sono Verona, Alessandria e Como, dove un tempo la formazione di Meloni non superava il 4% e oggi invece punta al primato della coalizione o persino a conquistare il municipio (a Como).
A Verona le divisioni del Carroccio e il passaggio a FdI del sindaco uscente Federico Sboarina avranno un peso.
I dirigenti di Fdi puntano anche a un sorpasso ad Alessandria, città del capogruppo alla Camera della Lega Riccardo Molinari, mentre a Como, Meloni ha potuto scegliere il candidato sindaco (Giordano Molteni), grazie al lavoro ai fianchi del suo deputato comasco Alessio Butti.
Gli occhi dei dirigenti lombardi sono puntati anche su Lodi, Buccinasco, Magenta, San Donato e Sesto San Giovanni. Stare davanti alla Lega non è una questione simbolica: per la prima volta il primato dei sondaggi si vedrebbe materializzato con un campione importante, nove milioni di italiani al voto.
Su questa base (eventuale) potrebbero poggiare le ragioni di Meloni per cercare di strappare più collegi possibili alle prossime politiche (ammesso che la legge elettorale, come sembra, resti il Rosatellum) e ambire anche alla presidenza di una grande Regione del Nord.
Non ci sono automatismi, certo, ma cambierebbero i rapporti di forza. «Se vinciamo a Como non chiediamo la Lombardia» ammette un dirigente di FdI, ma è chiaro che in caso di un buon risultato domenica, davanti a un crollo leghista, con Forza Italia in difficoltà, sarebbe difficile tenere i meloniani fuori dalle stanze di potere regionale.
Se in Lombardia e poi in Friuli si andrà (con delle contropartite) verso la riconferma dei leghisti Fontana e Fedriga, nel 2024 e nel 2025 si potrebbero liberare le poltrone di Piemonte e Veneto.
L’assalto al Nord sarebbe completo.
(da il Corriere della Sera)
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Giugno 7th, 2022 Riccardo Fucile
OTTIMA PRECISAZIONE QUEL “FINCHE’ SARO’ VIVO”…IN RUSSIA ANCHE I FIGHETTI COME TE POSSONO IMPROVVISAMENTE SCOMPARIRE IN SIBERIA
Dmitry Medvedev, alleato di lunga data del presidente russo Vladimir Putin e attualmente vicepresidente del consiglio di sicurezza della Russia , questa mattina è andato fuori di testa su Telegram.
Ha appena pubblicato questo post: «Mi viene spesso chiesto perché i miei post su Telegram sono così duri. La risposta è che li odio. Sono bastardi e degenerati. Vogliono la morte della Russia. E finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire».
Un invito alla distensione, insomma, degna di un ex capo di Stato di un regime criminale.
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2022 Riccardo Fucile
“BASTA DARE SPAZIO AI PROPAGANDISTI DEL CREMLINO” E POI CITA TOTO’: “CCA’ NISCIUNO E’ FESSO”
Quel che è successo domenica sera, nel corso della puntata di “Non è
L’Arena”, non ha visto ancora spegnere l’eco delle polemiche.
La decisione di Alessandro Sallusti di abbandonare il collegamento con la trasmissione di La7 (con il conduttore, Massimo Giletti, che stava dirigendo le operazioni dalla piazza Rossa di Mosca prima del malore) aggiunge un nuovo capitolo a questo romanzo.
Il direttore di Libero, infatti, ha deciso di dedicare un editoriale a questa vicenda e torna a ribadire la sua posizione di critica nei confronti di Giletti.
Il direttore di Libero cita prima Confucio e poi Totò per criticare questo ampio spazio dato dai media italiani – nel caso specifico da Massimo Giletti, su La7 – ai propagandisti del Cremlino: quei megafoni del pensiero di Vladimir Putin che affollano a ogni ora le emittenti televisive nostrane.
“Tutto ciò non ha nulla a che fare con la libertà di espressione e neppure con la par condicio. Diceva Confucio: «Quando le parole perdono il loro senso le persone perdono la libertà». Sono passati duemila e cinquecento anni, noi lo abbiamo capito e siamo liberi, i propagandisti russi no. Se uno di loro, per caso, volesse discutere seriamente di due o tre cose che riguardano questa assurda guerra noi siamo qua, ma niente trucchi e niente inganni. Perché non Confucio bensì Totò più di recente ebbe a dire: «Signori, ccà nisciuno è fesso»”.
Parole che confermano quanto già accaduto domenica sera in trasmissione. Sallusti, infatti, aveva ampiamente criticato lo spazio concesso alla portavoce del Ministro degli Esteri Russo – Marija Zacharova – che per diversi minuti (zittendo anche il conduttore Giletti in collegamento con lei via Skype) ha solamente attaccato l’occidente ripetendo strenuamente quei pensieri che già da mei trapelano (anche in forma ufficiale) dal Cremlino. Poi la decisione di abbandonare il collegamento (rinunciato dal compenso pattuito) e il nuovo attacco, oggi, su Libero.
(da NextQuotidiano)
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Giugno 7th, 2022 Riccardo Fucile
IL CAPO DEL GRUPPO E QUATTRO MEMBRI INCRIMINATI PER COSPIRAZIONE SEDIZIOSA, HANNO COORDINATO GLI ATTACCHI
L’ex capo dei Proud Boys, Enrico Tarrio, e altri quattro membri del gruppo paramilitare di estrema destra sono stati incriminati dal dipartimento di giustizia americana per cospirazione sediziosa nell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.
Si tratta delle accuse sul piano penali più gravi mosse finora contro i Proud Boys, scrive il New York Times, dopo che il dipartimento di giustizia ha modificato l’impianto accusatorio, che all’inizio prevedeva solo l’ipotesi che Tarrio, Joseph Biggs, Ethan Nordean, Zachary Rehl e Dominic Pezzola avessero cospirato per impedire la certificazione delle elezioni Presidenziali del 2020 che si sarebbe dovuta svolgere il giorno dell’assalto.
Finora il dipartimento di giustizia non avrebbe rivelato quali siano le nuove prove a carico degli imputati, ma l’accusa prevede che ci siano elementi nelle mani degli inquirenti che confermino l’uso della forza da parte del gruppo di estrema destra per rovesciare il governo o per interferire con la legge federale.
Finora l’accusa di cospirazione sediziosa era stata rivolta al capo della milizia di Oath Keepers, Stewart Rhodes, e altri 10 suoi sottoposti. Secondo le accuse, Rodhes ha guidato una cospirazione per fermare con la forza il passaggio del potere da Donald Trump al presidente neoeletto Joe Biden inviando suoi uomini a Capito Hill. In quella circostanza, Rodhes avrebbe istituito un commando pesantemente armato, appostato fuori Washington, pronto a intervenire in aiuto della folla che stava prendendo d’assalto la sede del Congresso.
(da agenzie)
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Giugno 6th, 2022 Riccardo Fucile
IL PREZZO DEI TRASPORTI È SCHIZZATO FINO ALL’80% E I PAESI PIÙ POVERI NON RIESCONO A PAGARE… CON MILIONI DI PERSONE GIÀ SULL’ORLO DELLA FAME IL CRIMINALE PUTIN SOFFIA SUL FUOCO DELLE RIVOLTE
La Russia, con 10,1 miliardi di dollari di valore all’anno, è il primo
esportatore di grano al mondo, e da essa dipende la maggior parte dell’apporto calorico e del foraggio da animali da allevamento in molti Paesi poveri.
Si tratta di grano tenero, quello per fare il pane, che ha un peso importante sui panieri dei prezzi di tutti i Paesi: come per l’energia, chi controlla il grano controlla il carovita.
Una lista dei Paesi che dipendono per più del 50 per cento delle proprie importazioni dal grano russo fornisce un’idea accurata del peso di Vladimir Putin nella geopolitica della fame: secondo la Fao, Kazakhstan, Mongolia, Armenia, Azerbaijan e Georgia dipendono quasi al 100 per cento dal grano russo, mentre hanno una dipendenza tra il 50 e il 100 per cento Bielorussia, Turchia, Finlandia, Libano, Pakistan e molti Paesi africani.
La prima vittima: l’Africa
L’Egitto comprava dall’Ucraina il 22% del proprio fabbisogno, la Tunisia il 49%, la Libia il 48%, la Somalia il 60%, il Senegal il 20%, la RDC il 14%, la Tanzania il 4%, il Sudan il 5%.
Come è noto questo grano è bloccato.
Ma cosa sta accadendo nei porti russi? I numeri ci svelano che il granaio del mondo non ha mai smesso di mandare grano verso Turchia, Medio Oriente e i clienti africani: l’Egitto continua a ricevere da Mosca il 60% del proprio grano importato, la RDC il 55%, la Tanzania il 60%, il Senegal il 46%, il Sudan il 70%, la Somalia il 40%, il Benin il 100%, e di poco si discosta l’Eritrea.
Numeri che fanno comprendere bene alcune solide alleanze che si sono venute a creare in questi mesi. In primis la Turchia, un Paese che ha un’importanza strategica visto lo sbocco del Mar Nero: la Convenzione di Montreux del 1936 stabilisce che, quando c’è una guerra nell’area, spetta ad Ankara l’ultima parola su chi può navigare attraverso i Dardanelli e il Bosforo. Solo Bulgaria e Romania, altri due Paesi rivieraschi e membri della Nato, avrebbero il diritto di scortare i convogli navali.
Gli altri maggiori esportatori di grano (Canada, Argentina, Stati Uniti e Australia) si trovano tutti distanti dal Mediterraneo. In tutto il mondo, la produzione negli ultimi dieci anni è aumentata. Ma, di pari passo, sono cresciuti anche gli stock, e la conservazione del grano può superare i due anni.
Le vie alternative: impraticabili
Ricapitolando: il grano ucraino è fermo. Prima della guerra, l’Ucraina utilizzava per il 95% delle esportazioni i porti di Mariupol, Berdiansk, Kherson e Odessa. Impossibile usare altre vie: i quattro porti fluviali sono vecchi e piccoli, non possono esportare più di 300 mila tonnellate al mese; sulle tredici autostrade che portano in Polonia, Slovacchia, Ungheria, Moldova e Romania, possono marciare non più di 20 mila tonnellate al giorno, con alti costi di carburante e dogane; i treni sono impraticabili, perché i binari ucraini hanno un sistema di scartamento diverso da quelli europei.
Il grano russo viaggia più di prima
Il blocco dei cereali ucraini apre la porta a nuovi acquirenti di grano russo fuori dall’Europa. Lo scorso marzo, a guerra già iniziata, la Russia ha incrementato del 60% le esportazioni di grano secondo ProZerno, la «borsa» agricola russa: 1,7 milioni di tonnellate, contro l’1,1 milione di tonnellate del marzo 2021.
SovEcon, istituto che monitora i transiti di grano sul Mar Nero, conferma che la Russia ha aumentato queste esportazioni soprattutto verso il Medio Oriente e l’Africa (Turchia, Egitto, Iran e Libia), rimpiazzando le esportazioni ucraine bloccate nei porti.
Gli ultimi dati ufficiali disponibili successivi all’inizio della guerra, riguardano la prima metà di aprile. Nonostante le sanzioni e nonostante la crescita del costo di trasporto, circa 900 mila tonnellate di grano sono state caricate nei porti russi, in linea con i dati di marzo (fonte AgFlow). I maggiori acquirenti rimangono la Turchia (602 mila tonnellate solo nelle prime due settimane di aprile) e l’Egitto (231).
Dal rapporto del «Russian grain Union», nell’ultima settimana di maggio verso l’Africa stanno andando maggiori quantitativi: l’Egitto ha importato un po’ di più (62.000 ton), la Libia è tornata fra gli acquirenti (60.000 ton) e in Nigeria sono state spedite 40.000 ton.
Anche il prezzo di vendita ha avuto una leggera flessione: 399 $ a tonnellata. Solo la settimana prima il prezzo era di 410 dollari a tonnellata (Fonte FOB).
Il grano rubato a Kiev
I russi si stanno appropriando anche del grano ucraino: secondo Kiev tra le 400 e le 600 mila tonnellate sono state «rubate dai silos» e portate via mare dal porto di Sebastopoli prima in Egitto (che però ha rifiutato il carico) e poi in Siria. Un altro quantitativo da 1,4 milioni di tonnellate è stato portato in Russia, via Rostov.
I satelliti di Planet Labs hanno fotografato due navi russe (la Matros Pozynich e la Matros Koshka) nella zona di carico del porto di Mariupol, mentre imbarcavano il grano da un silos, oltre ai trenta camion con rimorchi che sono stati ripresi sull’autostrada di Melitopol.
I prezzi e la geopolitica della fame
Qual è l’effetto reale invece sui prezzi? Questa è la domanda chiave per comprendere l’affermazione della Fao secondo cui, anche a causa della guerra, le persone nel mondo che rischiano di soffrire la fame saliranno a 440 milioni. Il grano tenero è aumentato del 4,8% dall’inizio della guerra, ma del 57% negli ultimi 12 mesi.
Incidono i futures sul grano (prodotti finanziari che ne permettono l’acquisto a un prezzo atteso in una data futura) sulla Borsa di Chicago, ma a pesare sono soprattutto i costi di trasporto (aumentati già per effetto del Covid), e quelli sul Mar Nero che sono saliti dal 50 all’80% per la crescita dei costi assicurativi. Questo è il vero problema per quei Paesi che importavano il 50% del proprio fabbisogno esclusivamente da Russia e Ucraina.
Per il momento la Tunisia sostiene di avere scorte per tre mesi. Ma per evitare rivolte del cibo via Twitter, come accadde nelle Primavere arabe, i prodotti di base sono calmierati dal governo: il prezzo della baguette è bloccato a 6 centesimi da 10 anni.
Anche l’Algeria e il Marocco hanno imposto prezzi calmierati, ma siccome entrambi non importano grano tenero né
L’Egitto invece, per fronteggiare i rincari, ha dovuto indebitarsi per tre miliardi di dollari con l’Itfc, International Islamic Trade Finance Corporation, strumento di finanza islamica che sta in Arabia Saudita.
In tutto il Maghreb, i prezzi agricoli stavano già aumentando molto prima dell’invasione russa dell’Ucraina a causa di siccità, costi del carburante e carenza di concimi.
La leva dell’emigrazione
Lo scenario drammatico in Africa non si è ancora verificato, ma presentarlo già come esploso rischia di innescare l’emigrazione di massa come è già accaduto nel 2011. Uno spostamento che si andrà ad aggiungere a quello ucraino e che l’Europa non sarà in grado di reggere.
Lo scenario migliore per Putin, forse parte della sua strategia: utilizzare la leva alimentare per destabilizzare.
Ci aveva già provato ammassando migranti al confine con la Bielorussia. Gli era andata male. Di certo non ha nessuna pietà per quei 41 milioni di persone già sull’orlo della fame, che non contano niente perché non avendo i soldi per pagare lo scafista o il trafficante, non potranno mai spostarsi.
A loro non manda nemmeno un chicco del suo raccolto. Sono le popolazioni dello Yemen, del Chad, dell’Etiopia, dell’Afghanistan, del Bangladesh, assistite dal programma alimentare delle Nazioni Unite: il 45% del grano a loro destinato il World Food Program lo prendeva dall’Ucraina.
(da il Corriere della Sera)
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