Agosto 3rd, 2022 Riccardo Fucile
DOMENICO FURGIUELE HA UN SUOCERO CONDANNATO PER ESTORSIONE, CONSIDERATO PUNTO DI RIFERIMENTO AI CLAN
La Repubblica all’attacco di Matteo Salvini a causa di Domenico Furgiuele. Il deputato leghista è stato da poco nominato dal Capitano responsabile della campagna elettorale in Calabria.
Ma secondo il quotidiano Furgiuele avrebbe da spiegare qualche “connessione” con la ‘ndrangheta.
La prima è squisitamente familiare: il suocero Salvatore Mazzei è finito in carcere per una condanna per estorsione. Ed è stato destinatario di un sequestro in quanto «imprenditore di riferimento dei clan», come ha scritto la procura guidata da Nicola Gratteri. Furgiuele ha già risposto a questa accusa, dicendosi colpevole, sì, ma solo di essersi innamorato della moglie.
Ma, spiega oggi il quotidiano, c’è anche un altro collegamento. Che riguarda la società Terina, di cui è stato socio fino all’elezione alla Camera.
Terina ha infatti, tramite l’affitto del ramo d’azienda, incamerato commesse della Cogema di Mazzei.
La procura di Reggio Calabria ha chiesto il rinvio a giudizio di Furgiuele per il reato di turbativa d’asta. E la cosa, spiega il quotidiano, non è rimasta molto gradita all’interno del Carroccio. Dove in molti non hanno gradito la nomina di Furgiuele a coordinatore e la candidatura (per adesso ancora ufficiosa) in un collegio uninominale della Calabria. E ancora: il nome di Furgiuele è uscito anche nell’inchiesta sull’omicidio di Davide Fortuna.
Per preparare l’agguato – ha raccontato uno dei killer, dopo essersi pentito – lui e i suoi complici sono stati graditi ospiti di Furgiuele all’hotel Phelipe, di proprietà del suocero.
«Era una cortesia al mio capocantiere», ha giurato il leghista quando è stato interrogato dai magistrati, professandosi del tutto all’oscuro. «Storie vecchie e già chiarite, mai ricevuta nessuna contestazione», ringhia invece a chi gli chieda dettagli al riguardo.
(da La Repubblica)
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Agosto 3rd, 2022 Riccardo Fucile
“QUESTA COALIZIONE CHE HA CONNOTATI DEMAGOGICI E’ INVOTABILE, A MILANO CI SARÀ UNA GRANDE ASTENSIONE”… “CON LA CADUTA DI DRAGHI MOLTI SI SONO SENTITI TRADITI. È IL TERZO GOVERNO CHE BERLUSCONI FA CADERE”
Milanese al punto di rimanere in città proprio nei giorni in cui tutti se ne vanno
(«è il momento migliore per godere Milano») l’ex sindaco Gabriele Albertini è forse l’interprete migliore degli umori del centrodestra milanese, di cui a buon diritto può considerarsi il Padre Nobile, anche se lui declina: «Mi considero al massimo una buona esperienza di governo che ancora dà i suoi frutti».
E quindi dottore, come voteranno i milanesi di centrodestra?
«Non so se voteranno: come me si sentono in grave crisi, un po’ traditi».
Capire Milano.
«Milano, facendo le debite proporzioni, è un po’ come New York: molto curiosa, aperta, internazionale, europea, quindi tutti gli aspetti demagogici della propaganda, il populismo, il sensazionalismo, qui non sempre funzionano. Per dire: i 5Stelle avevano fatto il 10 per cento alle ultime elezioni e la Lega il 16 nel suo massimo splendore. Adesso credo molto meno».
Quindi?
«Si poteva votare Calenda ma dopo l’accordo col Pd…»
Cosa c’è che non va?
«Ma perché l’ha fatto? Secondo me è stata una stupidaggine, poteva far nascere un serio terzo polo aggregando anche Renzi e Toti, avrebbe avuto più appeal sottraendo davvero tanti voti al centrodestra. Invece così non si può più fare. Alleandosi col Pd non ha più un vero e proprio programma ma solo richieste che si sommano».
Quindi, niente voti a Calenda?
«Non so. Ognuno agirà secondo coscienza ma io credo che a Milano ci sarà una grande astensione».
Lei cosa voterà?
«Mi recherò alle urne ma poi nella cabina elettorale non so dove metterò la croce. Prima avevo Calenda come riferimento ma se si mette con un Fratoianni nella coalizione come faccio a votarlo?».
Ma non basta che ci sia un buon programma?
«Con certe coalizioni finisce che i programmi diventano incoerenti. Vale per la destra come per la sinistra, intendiamoci. Io stesso avevo avuto indicazioni da persone autorevoli, di cui non posso fare nomi, di fare il capolista nel proporzionale in questo terzo polo nascente e non ero contrario a questo progetto politico. È accaduto subito dopo la caduta di Draghi. Avevo messo le mani avanti dicendo: prima mettetevi d’accordo e poi tornate a farmi l’offerta, solo che adesso quel riferimento politico, che doveva comprendere Renzi e Toti per la nascita di un vero centro, non c’è più».
Cosa aveva votato l’ultima volta?
«Forza Italia, ma ora è così appiattita su posizioni in cui non mi riconosco, in questa vicinanza a Putin, in questo accordo con una coalizione che ha connotati demagogici e populisti tali da essere invotabile».
Ma zio Silvio non piace più?
«Berlusconi era il collante moderato centrista del centrodestra, ma con la caduta di Draghi molti si sono sentiti traditi. È il terzo governo che Berlusconi fa cadere. Questa volta gli hanno fatto balenare la possibilità di diventare presidente di quel Senato da cui era stato fatto decadere. Certo, per lui una bella soddisfazione».
Senta Albertini, alla borghesia piace anche Sala però.
«A me Beppe Sala piaceva molto durante il primo mandato, quando faceva il sindaco manager, invece in questo secondo mandato si è molto allontanato dalla sua linea civica».
Sala-Di Maio le piace meno?
«Mah Sala si è trovato un’aggregazione cui riferirsi. Vede, non è che un primo cittadino non debba avere un’aggregazione di riferimento, ma quando sei un sindaco devi esserlo di tutti, devi governare la città. Certe venature verde talebano, certi ammiccamenti…Insomma, sembra quasi che Sala si stia cercando un posto per il “dopo”, gliel’ho anche detto».
E lui?
«Non gli è piaciuto, ha un ego piuttosto spiccato ed è un po’ permaloso».
Allora non rimane che la Moratti. Sebbene pure lei abbia le sue grane…
«Lei è stata chiamata in un momento in cui la Giunta regionale era scesa al 30 per centro del consenso. L’hanno chiamata dicendole, e nessuno lo ha masi smentito, che avrebbe fatto la presidente della Regione. Anche Fontana era d’accordo. Poi le cose si sono raddrizzate, Fontana è stato prosciolto, lei ha presentato la cambiale e gli altri le hanno risposto che non c’erano più le stesse condizioni. Si capisce che lei non sia contenta».
Ma la Meloni e Salvini non le piacciono?
«Il populismo è stato superato e archiviato. Perché abbiamo avuto due cosette mica da ridere: il Covid e la guerra in Ucraina. Le cose serie allontanano quelle irrazionali, quando ci sono di mezzo i morti, le chiacchiere da bar rimangono tali. Grillo, Salvini sono stati l’ammiccamento all’onnipotenza dei desideri, piuttosto che alla razionalità. Hanno connotati da demagoghi».
E la Meloni?
«Ha lucrato tutto il dissenso possibile essendo l’unica all’opposizione. Ma certe prese di posizione su vaccini e mascherine non mi sono piaciute. È stata demagogica anche lei, triplicando i voti. Ma non basta avere tanto consenso: bisogna poi sapere cosa farsene» .
In definitiva, che consiglio darebbe ai milanesi?
«Di andare comunque alle urne, di riflettere come faccio io e poi di scegliere secondo coscienza. La democrazia è troppo importante e non ci si può astenere, sennò poi si subiscono le scelte degli altri».
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2022 Riccardo Fucile
“VA RIAPERTO IL DIALOGO CON I CINQUE STELLE”
«Non farò mai campagna elettorale parlando bene del governo di cui sono stato opposizione», dice il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni. «Altro che agenda Draghi: se nella coalizione c’è quello, allora non ci sono io».
Cosa pensa dell’accordo tra Pd e Azione?
«Ne prendo atto: vincola quelle due forze, ma in nessun modo vincola l’alleanza con Sinistra e Verdi ai temi contenuti di quell’accordo».
Quindi non farà campagna elettorale sull’agenda Draghi?
«Se c’è questo, non ci sono io. Se qualcuno pensa che l’agenda programmatica della coalizione sia questa, non ci sarà l’alleanza con Sinistra e Verdi. Calenda parli di quel che vuole e vada in pace».
Cosa dirà a Letta?
«Verificheremo se ci sono le condizioni per fare campagna elettorale sul nostro programma. Se qualcuno mi dice che per fare questa intesa devo accettare di non battermi più contro il rigassificatore di Piombino o devo votare per l’invio di armi all’Ucraina o per l’aumento della spesa militare allora arrivederci e grazie. Senza rancori, ma arrivederci».
È così importante il rigassificatore?
«Noi pensiamo che non si debba fare e continueremo a batterci, saremo in piazza. Calenda se ne faccia una ragione».
Perché ieri ha votato contro l’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato?
«Perché quell’accordo si è consumato sulla pelle del popolo curdo: non avremmo dovuto accettare lo scambio che Erdogan ha preteso per togliere il veto. E penso che oggi più che di Nato e atlantismo dovremmo discutere di una difesa europea».
Come si coniugano queste posizioni con Calenda?
«Chiediamolo a lui, invertiamo il punto di vista. Il nostro programma non può essere vincolato alle idee, legittime, degli altri. Idee che però divergono in tanti punti dalle nostre. Intanto mi sono tolto una soddisfazione: dopo che per giorni Calenda si è occupato di collegi e candidature distribuendo veti, patenti, promozioni e voti, è passata la mia proposta di non candidare i segretari di partito nell’uninominale. Io non sono garantito da nessuno e non cerco garanzie, mi candido nel proporzionale e vengo eletto se prendo voti sul mio programma».
Cosa vi può unire allora?
«La posta in gioco è duplice. Di fronte a una destra estrema che col presidenzialismo e l’autonomia differenziata mette in discussione la Costituzione è responsabilità di tutti di ricercare fino all’ultimo momento il massimo della convergenza in quella parte della legge elettorale regolata dall’uninominale. Poi serve un programma coraggioso di cambiamento, un programma che metta al centro l’escalation diplomatica contro quella delle armi, l’istruzione gratuita, l’investimento nella sanità, la redistribuzione della ricchezza a partire dai grandi patrimoni, le energie rinnovabili e non improbabili ritorni al nucleare o l’orizzonte del fossile».
Teme un governo Meloni o Salvini?
«Siamo di fronte a una destra che ha diffuso veleno nelle vene degli italiani. Le parole pesano, la violenza può crescere. È una destra xenofoba, che ha espliciti rapporti con il mondo del neofascismo italiano e la peggior destra internazionale. Sono amici di Trump, Le Pen, Orban, dei post-franchisti di Vox. Una destra che applaude alla bocciatura del ddl Zan e non vuole lo ius scholae. Io ho paura di un Paese governato da questa cultura».
Non è che Calenda sta cercando di buttarvi fuori?
«Noi non bussiamo a nessuno, il punto è se consideriamo utile o no questa alleanza. Abbiamo un problema che si chiama “destra” e dobbiamo fare come loro che litigano a morte ma un minuto dopo si siedono e trovano la massima convergenza. Pensiamo sia importante cercarla nei collegi uninominali, dove ogni voto conta».
Calenda ha spesso alzato i toni con voi.
«Non sono né santo né fesso, ma faccio politica e farò campagna elettorale battendomi per le mie proposte, che considero giuste ed efficaci».
Avrebbe preferito Conte?
«Sarebbe stato giusto lavorare a una coalizione larga, partendo dal Conte II. Il dialogo con i Cinque stelle va riaperto. La politica non è mai una fotografia, è un processo in movimento».
Letta, invece, apre a Renzi.
«Adesso non esageriamo».
(da La Stampa)
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Agosto 3rd, 2022 Riccardo Fucile
NELLO STATO A GUIDA REPUBBLICANA, IL 59% DEGLI ELETTORI E’ FAVOREVOLE ALLA CONSERVAZIONE DEI DIRITTI SULL’ABORTO
Gli elettori del Kansas hanno respinto con un referendum una norma che
prevedeva la rimozione dei diritti di accesso alle interruzioni di gravidanza dalla Costituzione dello Stato.
Si tratta di una clamorosa vittoria del movimento per il diritto all’aborto nel primo test elettorale da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato la sentenza Roe v. Wade.
Il fallimento dell’emendamento in uno stato conservatore risolleva le speranze dei democratici sul fatto che il diritto all’aborto possa dare energia al partito alle elezioni di medio termine di novembre.
Con il 98% dei voti, il 59% degli elettori è favorevole alla conservazione dei diritti all’aborto rispetto a quasi il 41% che sostiene la rimozione delle protezioni contro l’aborto dalla costituzione statale.
Il risultato impedirà inoltre ai legislatori repubblicani del Kansas di approvare severe restrizioni all’aborto nello stato.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2022 Riccardo Fucile
SOSPESA DAL LAVORO FINO A GENNAIO 2023, PERCEPISCE META’ DELLO STIPENDIO
Vi ricordate di Nunzia Alessandra Schilirò? La vice questora di Roma è diventata improvvisamente famosa nel settembre 2021, quando ha parlato dal palco dei No green pass contestando il Certificato Verde italiano e dichiarandolo «illegittimo».
Per questo e per altre sue iniziative su Facebook e Telegram Schilirò ha ricevuto una serie di provvedimenti disciplinari. L’ultimo a metà luglio le ha confermato la sospensione dalla carica per altri sei mesi.
E nel frattempo è anche guarita da Covid-19. Oggi, come annuncia lei stessa in un video su YouTube, si candida con Italexit di Gianluigi Paragone. «Mi sarebbe piaciuto che ci potesse essere un unico partito-movimento che raggruppasse tutti coloro che si sono opposti alle violazioni dei diritti fondamentali. Ma l’alternativa qual è? Rimanere a piangere sul divano? Io credo che non esista un destino, tutto dipende da noi, noi possiamo cambiare cose», dice.
La Schilirò sostiene di essere vittima di una macchina del fango e che tutti provano a distruggerla: «Ho scelto di fare questo passo per questo. Io e il partito rappresentiamo il vero cambiamento. Il sistema si cambia dall’interno. Cosa abbiamo ottenuto cercando di cambiarlo dall’interno?». E chiama alla carica per la raccolta firme, necessaria per far finire Italexit nelle schede elettorali. «Attualmente percepisco soltanto metà del mio stipendio», aggiunge nell’appello. «Riappropriamoci del nostro paese, dei nostri diritti, del nostro potere», conclude.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2022 Riccardo Fucile
BISOGNEREBBE RAGGIUNGERE IL 37% AL SENATO, OVVERO 46 COLLEGI
Il patto tra Partito Democratico e Azione difficilmente ribalterà l’esito delle
elezioni. Ma potrebbe raggiungere un obiettivo importante. Ovvero quello di non far arrivare alla maggioranza il centrodestra in Senato. «Niente è già scritto, nemmeno il risultato del voto», è il convincimento del Nazareno. E strappando i collegi giusti grazie all’accordo con Calenda si può arrivare «se non a vincere, quantomeno a vanificare la vittoria degli altri».
Ma intanto il leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni non ci sta: con i Verdi torna a pensare all’alleanza con il Movimento 5 Stelle. E punta il dito contro il rigassificatore di Piombino e l’Agenda Draghi: «Se è questo il programma della coalizione, allora arrivederci e grazie». Per Fratoianni si deve riaprire il dialogo con il M5s. E l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino chiede un accordo tra Conte e Letta «con un programma minimo».
L’obiettivo del 37% per il pareggio a Palazzo Madama
È il Messaggero a raccontare oggi che l’obiettivo del patto tra Calenda e Letta non appare così irraggiungibile. Per farlo, spiegano fonti Dem, «può essere sufficiente crescere del 3-4%» a livello nazionale rispetto agli ultimi sondaggi. Cioè la coalizione di centrosinistra dovrebbe arrivare a toccare più o meno il 37%. E vincere nei 16 (o 25?) collegi che erano in bilico in caso di rottura con Azione. L’intesa 70-30 sull’uninominale porterà al duo Azione/+Europa tra i dieci e i quindici seggi. Mentre al Pd ne dovrebbero arrivare tra i 35 e i 40. E i collegi maggioritari sono decisivi nel Rosatellum.
Poi ci sono le questioni politiche. L’accordo con Calenda può permettere al Pd di far pesare il dualismo “O con noi o con Meloni” già indicato da Letta come la vera sfida delle elezioni del 25 settembre. «Due partiti in calo, Lega e Forza Italia. Fratelli d’Italia in buona salute. E noi quattro in crescita, parlo di Pd, Calenda e +Europa, la federazione di Sinistra italiana e Verdi, Impegno civico che è appena nato. La dinamica è chiara. Ricordate il 2013 e il 2018? Tanti elettori decidono negli ultimi dieci giorni. E noi daremo il massimo», dice oggi Calenda in un’intervista al Corriere della Sera.
46 collegi decisivi
Su Meloni c’è anche un’incognita: «Siamo sicuri che sia così forte da Roma in su?», è il ritornello che si sente dalle parti dei Dem. In effetti finora tutte le “vittorie” di Fratelli d’Italia sono state virtuali. Il partito è cresciuto, sì, ma senza ottenere finora i risultati che gli attribuiscono i sondaggi. Che oggi non vengono ritenuti affidabili come in passato, visto che la riduzione del numero dei parlamentari ha portato alla rideterminazione del collegi. E oggi le stime vengono elaborate solo sommando le circoscrizioni.
Le simulazioni disponibili in ogni caso dicono che la sfida si giocherà in 46 collegi decisivi: 17 al Senato e 29 alla Camera.
E qui i nomi dei candidati saranno fondamentali. La Sardegna, il V municipio di Roma, le circoscrizioni campane come Salerno e Torre del Greco, Rossano in Calabria e Potenza in Basilicata sono tutte aree orfane del clamoroso consenso avuto dai grillini alle urne del 2018. Così come i collegi toscani (Arezzo, Prato), e ancora Trento e Bolzano, buona parte della Liguria, Bari e Ancona. Tutti collegi decisivi nei quali, secondo i Dem, grazie all’accordo con Calenda ora la partita torna in parità.
Il travaglio di Sinistra Italiana
Intanto però c’è chi non la vede così. Matteo Renzi già ieri faceva notare che con l’accordo tra Pd e Azione a brindare sono Lega e Forza Italia. Il ragionamento dell’ex premier è che ora il Terzo Polo perde la sua capacità di attrattiva nei confronti degli elettori del centrodestra che non gradiscono l’abbraccio con il populismo. Ad oggi il leader di Italia Viva è ancora determinato ad andare da solo. «Noi non possiamo stare in coalizione con chi ha votato 55 volte contro Draghi», è il refrain. Ieri Letta è tornato a lasciare le porte aperte a Renzi. Che però non ha intenzione di accettare il “diritto di tribuna” proposto a Di Maio.
Più complicata la situazione intorno a Sinistra Italiana. Fratoianni pareva aver scelto l’accordo con il Pd invece del tentativo di creare una coalizione con il Movimento 5 Stelle (e con Michele Santoro). Oggi in un’intervista a La Stampa pare voler rimettere in gioco tutto: «Se qualcuno pensa che l’agenda programmatica della coalizione sia questa, non ci sarà l’alleanza con Sinistra e Verdi. Calenda parli di quel che vuole e vada in pace». E ancora: «Verificheremo (oggi, ndr) se ci sono le condizioni per fare campagna elettorale sul nostro programma. Se qualcuno mi dice che per fare questa intesa devo accettare di non battermi più contro il rigassificatore di Piombino o devo votare per l’invio di armi all’Ucraina o per l’aumento della spesa militare allora arrivederci e grazie. Senza rancori, ma arrivederci».
L’ipotesi M5s
Fratoianni rilancia anche l’ipotesi di alleanza “elettorale” con il M5s: «Sarebbe stato giusto lavorare a una coalizione larga, partendo dal Conte II. Il dialogo con i Cinque stelle si deve riaprire. La politica non è mai una fotografia, è un processo in movimento». La stessa cosa dice l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano: «Enrico Letta è un leader dotato di cultura e relazioni ma si trova al timone di un partito che oggi si preoccupa di chi ricandidare in collegi sicuri e non di dove condurre il paese. Ritengo che anche egli sia abile a gestire il potere ma gli riconosco una visione che i suoi dirigenti hanno in larga parte perduto. Si potrebbe ricomporre solo se si presentassero insieme davanti al Paese con pochi essenziali punti programmatici e la lista degli eventuali ministri».
E ancora: «Il Pd potrebbe tentare l’impossibile se indicasse pochi, ineludibili, punti programmatici di sinistra ai quali il segretario vincolasse la sua reputazione candidando tutti volti nuovi della società civile e inviando nei collegi uninominali considerati difficili i propri leader». Ma il patto con Calenda prevede l’esatto contrario.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2022 Riccardo Fucile
“DALLE REAZIONI DI MELONI E SALVINI CAPISCO CHE NON SE L’ASPETTAVANO”
Il leader dem Enrico Letta, intervistato dal Corriere della Sera, si descrive soddisfatto dell’alleanza appena siglata con Azione di Carlo Calenda. “Diamo il senso della svolta”, ha detto, “ci ha aiutato lo spirito costruttivo: le cose complicate, alla fine, danno più gioia. Va bene per quello che dice al Paese e perché genera energie”.
Letta chiarisce che il “punto vero” di complessità per raggiungere l’accordo ha riguardato “i tempi rapidi” dell’altra alleanza: “Che hanno fatto in 48 ore: la chiamano intesa, ma è stata una resa. Quando Salvini ha deciso che non correva da premier ma da ministro dell’Interno di Meloni, è finita lì: per arrendersi basta un minuto. Bandiera bianca di Salvini e Berlusconi”.
Sulla personalità di Calenda, a volte definita “ingombrante”, come nell’intervista, il leader dem specifica che ha agito separando gli interessi politici da quelli personali. L’obiettivo è dare all’Italia un’alternativa rispetto alla vittoria della destra, che veniva considerata ineluttabile”. Calenda “saprà fare da magnete per i voti di centrodestra. Così come noi, con la nostra lista, assieme a Roberto Speranza, avremo un grande successo nell’elettorato di sinistra e di centrosinistra. Ripeto: il traguardo politico è importante, i nodi caratteriali vengono dopo”.
L’intervista prosegue parlando dei collegi uninominali: 70 per cento al Pd, 30 per cento per Azione e +Europa. E alla domanda se il Pd abbia ceduto, Letta risponde con chiarezza che “se fossimo usciti senza un’intesa avremmo trasmesso il messaggio dei perdenti in partenza, per via della legge elettorale che obbliga ad aggregarsi. Gli altri, di là, tutti insieme e noi tutti divisi. No. Sarebbe stato un disastro e la dinamica della campagna sarebbe partita in avvitamento. Invece da oggi è chiaro che siamo in campo per vincere e la dinamica saà positiva. Certo, in numeri precisi sarebbe stato 76 a 24, ma preferisco puntare a conquistarne tanti di seggi piuttosto che distribuire tra i miei tanti collegi perdenti”.
Dalle reazioni di Meloni e Salvini – aggiunge – “capisco che non se l’aspettavano. Scommettevano sul fallimento e sugli aspetti caratteriali, appunto: i commenti stizziti confermano che è stata la scelta giusta. Siamo competitivi e mettiamo paura. Ne approfitto per suggerire al centrodestra di non spartirsi già i ministeri: Salvini ha prenotato il Viminale, ma è meglio aspettare. Meloni e Salvini ci porterebbero con i sovranisti, fuori dal cuore dell’Europa. È questo che vogliamo? Meloni al posto di Draghi? Io dico che la partita è aperta e la giochiamo”.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2022 Riccardo Fucile
“L’ASTENSIONISMO POTREBBE COMPLICARE LA VITTORIA DEI SOVRANISTI”
“La maggioranza degli italiani crede ancora che le elezioni lampo siano un errore
e un danno per l’Italia”, così il fondatore della scoietà di sondaggi politici YouTrend Lorenzo Pregliasco parla al Financial Times della situazione politica del Paese.
Il quotidiano britannico descrive che cosa sta succedendo, con gli occhi di chi guarda dall’esterno, a poca distanza dal 25 settembre, data scelta per convocare gli italiani alle urne.
“Anche se la Lega e Forza Italia stanno perdendo popolarità, il blocco di centro-destra sembra ancora sicuro di emergere come la forza più grande in Parlamento, grazie all’aumento dei consensi per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni”, scrive Ft. “Ma il percorso della destra verso il potere potrebbe essere ancora complicato, soprattutto se la disillusione dovesse spingere molti elettori a rimanere a casa, dato che la bassa affluenza alle urne è vista come un vantaggio per la sinistra”.
Il ricordo di come è caduto il governo Draghi farà parte delle scelte degli elettori, ha detto ancora Pregliasco intervistato dal quotidiano inglese. “Le dinamiche che hanno portato alle sue dimissioni sono molto politiche e possono influenzare la campagna elettorale nelle prossime settimane”. I sondaggi indicano una coalizione di destra con Fratelli d’Italia, che era all’opposizione durante il mandato di Draghi, Forza Italia e la Lega, in rotta per una vittoria elettorale decisiva. Ma mostrano anche che il sostegno popolare per i tre partiti che hanno fatto cadere il governo, tra cui Forza Italia e la Lega, si è leggermente eroso.
L’estromissione senza cerimonie di Draghi ha anche scosso le alleanze, alterando il panorama politico in un sistema che avvantaggia i partiti che si uniscono con altri piuttosto che quelli che vanno da soli. Mentre i due terzi dei seggi parlamentari derivano dalla rappresentanza proporzionale, che consente ai piccoli partiti di assicurarsi una presenza legislativa simbolica, un terzo dei seggi sono conquistati con il sistema uninominale maggioritario secco nelle circoscrizioni elettorali di tutto il Paese, che favoriscono ampie coalizioni unite dietro un unico candidato.
Dopo la caduta del governo, il pd, che è stato uno strenuo sostenitore di Draghi, ha abbandonato l’alleanza con i Cinque Stelle, che erano il partito più grande nell’ultimo parlamento ma che si prevede crolli ora di consensi. Il pd, appena dietro a Fratelli d’Italia in termini di popolarità, stringe alleanze con i partiti centristi più piccoli, come Azione di Carlo Calenda, per formare una coalizione vincente.
“I Cinque Stelle stanno già sentendo l’effetto Draghi, ma Forza Italia soffrirà di più per la decisione di staccare la spina”, ha detto Pregliasco. “Nell’ultimo anno, Forza Italia aveva cercato di posizionarsi come una voce ragionevole del centro-destra, come un liberale europeista. Non è facile per i loro elettori capire la loro la loro inversione di rotta”.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2022 Riccardo Fucile
“TROPPA SUBALTERNITA’ AD ATLANTISMO”
L’accordo del Pd con Azione? “È la conseguenza della scelta di Letta di fare il partito di Draghi, allontanandosi dalle fasce deboli”.
La rottura del “campo largo” con il Movimento 5 stelle? “Una scelta sciagurata in termini di prospettiva politica”.
Stefano Fassina, deputato di Liberi e uguali e già viceministro dell’economia nel governo di Enrico Letta, è tra i più delusi dalla scelta del segretario dem di tagliare i ponti con i pentastellati. E proprio questo, ha spiegato sui social, è il motivo che lo ha spinto a non ricandidarsi dopo due legislature alla Camera, prima con il Pd, poi con Sinistra italiana e poi da indipendente nelle file di Leu. “Farò campagna elettorale da solo, proponendo le mie idee alle forze progressiste. Poi torno a fare l’economista”.
Che ne pensa del documento col patto tra il Pd e +Europa/Azione?
Un’agenda liberista, che conferma un atlantismo subalterno e non fa gli interessi del lavoro. L’errore fondamentale è stato assumere l’agenda Draghi come punto di riferimento: da lì, in modo meccanico, è derivata la chiusura al Movimento 5 stelle e la naturale attrazione verso Calenda, fino all’accordo di oggi. A questo punto, se devo essere franco, non capisco perché nella coalizione non debba esserci pure Renzi. La linea è sostanzialmente la stessa.
Quindi immagino che la posizione di Letta – “non parliamo con chi ha fatto cadere Draghi” – non la convinca.
È stata una scelta politica precisa e sbagliata: fare il partito di Draghi, elevare Draghi a bandiera di questo passaggio. E continuare ad allontanarsi da quelle fasce sociali in difficoltà che hanno bisogno di lavoro, di giustizia sociale, di conversione ecologica. Una sciagura non solo elettorale, ma anche in termini di prospettiva politica, perché fa venir meno l’unica potenziale alleanza riformatrice, che avevamo coltivato per tre anni. Ma mi faccia anche dire, con altrettanta franchezza, che il M5s è sembrato quasi sollevato da questa scelta. Conte non ha mai neanche provato a incalzare Letta per costruire almeno un’alleanza tecnica.
Pensa che avrebbe ottenuto qualcosa?
Non lo so, ma sarebbe stato interessante ascoltare la posizione del Pd. Invece il M5s ha scelto di tornare al passato, al “soli contro tutti”. In questo modo avremo da un lato il cosiddetto “centrosinistra” tutto spostato sull’asse liberista, dall’altro i 5s che faranno un’opposizione di testimonianza.
Sinistra italiana ed Europa verde hanno espresso dissenso verso l’accordo. Come dovrebbero muoversi?
Non voglio entrare in questa discussione, non sono più iscritto a Sinistra italiana e ho rispetto per i dirigenti. Mi pare chiaro che l’asse della coalizione sia ormai di fatto l’agenda Draghi. Dopodiché ognuno farà le valutazioni che ritiene
In questo panorama un elettore di sinistra chi dovrebbe votare?
Avverto un grandissimo disorientamento, davvero tanto. E tanta delusione. Credo che i candidati nei collegi saranno rilevanti e spero che consentano di fare scelte minimamente interessanti.
E lei, cosa voterà?
Guarderò attentamente i candidati. Rimango nel perimetro dell’alleanza progressista naufragata.
Quindi non esclude il M5s.
Siamo in una fase embrionale. Guardo alle forze che sarebbero dovute essere protagoniste di quell’alleanza.
Come vede il suo futuro fuori dal Parlamento?
Dal 2 al 4 settembre ci sarà la scuola di formazione politica dell’associazione che ho fondato, “Patria e Costituzione”. Domani (mercoledì, ndr) esce il mio libro, “Il mestiere della sinistra”, in cui parlo di lavoro, mercati, politiche industriali. Sono i temi che proverò a portare nel dibattito elettorale, vedremo chi li raccoglie. Poi tornerò a fare l’economista: non sono ricco di famiglia, lavorerò per mantenermi. Ma continuerò a fare politica.
(da agenzie)
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