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IL “SENATUR”, SI CANDIDA? DENTRO LA LEGA IN MOLTI SONO CONVINTI CHE BOSSI POSSA FARE DA TRAINO AL NORD, DOVE LA BASE SI È SFILACCIATA E DELUSA

Agosto 14th, 2022 Riccardo Fucile

DAL CARROCCIO GIURANO CHE UN POSTO PER LUI SI TROVA SEMPRE, MA IL FONDATORE DEL PARTITO NON VUOLE ESSERE COTRETTO A CHIEDERLO

E l’Umberto che farà? E’ quello che in questi giorni tutti si chiedono nella Lega. Lui, il Senatùr, il Capo, l’Umberto, Bossi, dalla casa di Gemonio se la ride di quelli che dicono che no, non può essere rieletto ancora, con la mobilità ridotta che ha, come fa?, e ricordano che nell’ultima legislatura era sempre assente in Parlamento.
Gli amici di Lega e i collaboratori di un tempo che vanno a trovarlo raccontano quanto abbia riso davvero di gusto quando gli hanno ricordato di Roosevelt. E lui ha annuito: «Roosevelt ha vinto la seconda guerra mondiale in carrozzella».
Al confronto, cos’ è un viaggio in sedie a rotelle fino a Roma, un tempo ladrona, dove arrivò la prima volta nel 1987? Decima legislatura, governo Goria, maggioranza: Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli. Partiti di cui restano nomi come gorgogli di nostalgia. La Lega è l’unico partito che c’è ancora. Con lo stesso nome di allora, anche se amputato del “Nord”.
Questione non da poco, visto che anche al Nord, sul sacro suolo padano, il movimento – come lo chiamano i pionieri – langue, dissanguato dalla svolta sovranista di Matteo Salvini. Il sogno della secessione si è rimpicciolito prima in federalismo poi in autonomia regionale. Ora serve tamponare presto le ferite, e dopo la sbornia nazionalista incoraggiare chi credeva all’utopia di Bossi.
Soprattutto dopo che Salvini è stato scaricato dai governatori, Luca Zaia e Attilio Fontana, contrari alla sua idea di candidarli nel listino proporzionale per frenare l’emorragia di consenso nelle regioni storiche. Ecco perché anche dalla cerchia stretta del leader del Carroccio si sono fiondati a smentire che il fondatore non sarebbe stato ricandidato.
«Se Umberto volesse, un posto in lista per lui ci sarà sempre» ha assicurato qualche giorno fa Salvini, sapendo che tra le nuove leve c’è fame di seggi e dunque c’è chi auspica che Bossi possa anche lasciare dopo tutti questi anni. Sono quasi quaranta, dal primo ingresso in Senato, il ramo del Parlamento che gli ha regalato il nomignolo e in cui però è tornato solo nel 2018.
Sì, che Bossi ci terrebbe a ricandidarsi, ma non vuole essere lui a chiederlo.
I colonnelli dicono schiettamente che nessuno oserebbe tenerlo fuori. Giancarlo Giorgetti, che ogni tanto lo sente, è consapevole dell’apostasia che rappresenterebbe: «Solo Umberto può decidere se e quando fermarsi», ha spiegato ai colleghi parlamentari.
Rappresenta tutto, Bossi. È un brand che soprattutto oggi, di fronte all’avanzata di Giorgia Meloni, potrebbe tornare utile. «Vale il 3-4 per cento in più al Nord» azzardano i militanti che gli sono restati fedeli. Un piccolo culto che sta creando inaspettato proselitismo tra i giovani, con visite inattese e dibattiti sui social, come testimoniano assistenti storici e amici di sempre, tra cui Giuseppe Leoni, al suo fianco dai tempi della fondazione della Lega.
Bossi osserva, consiglia, sospira, con l’inseparabile sigaro in bocca, nel terrazzo di casa. Sornione, finge disinteresse sulle cose della politica, ma poi sa tutto, e sorprende i suoi ospiti correggendoli quando si avventurano in qualche previsione.
Anche con Silvio Berlusconi si sentono al telefono ogni tanto. Sono trent’ anni che l’altro anzianotto lombardo fa e disfa la politica. Bossi lo guarda a distanza, e lo fa sorridere il fatto che sia rimasto uguale a se stesso. Come un attore, che continua a fare lo stesso numero, e resta sul palco sapendo che il sipario non calerà mai, perché qualcuno lo ha lasciato impigliato per lui. Bossi, dietro le quinte, riconosce l’incantesimo e quel trucco che serve a sconfiggere l’età.
(da La Stampa)

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DOPO LA TRAGEDIA DEL PONTE MORANDI, A GENOVA È NATO UN NUOVO SISTEMA DI POTERE, BASATO SU UNA VALANGA DI SOLDI ARRIVATI DALL’ITALIA E DALL’EUROPA

Agosto 14th, 2022 Riccardo Fucile

6 MILIARDI PER REALIZZARE OPERE, MA SOPRATTUTTO PER CEMENTARE UN SISTEMA DI POTERE. PER COSTRUIRE E COMPRARE CONSENSO

La Lanterna. Perfino lei. Intorno al simbolo di Genova nascerà una distesa di container: un’opera bocciata anni fa dal ministero dei Beni Culturali che oggi viene realizzata con la scorciatoia delle procedure straordinarie.
Così arrivano 30 milioni di finanziamenti pubblici per tombare una calata, portare migliaia di contenitori sotto il faro più famoso del mondo. A beneficio, secondo alcuni, di una persona sola: Aldo Spinelli, imprenditore e finanziatore del centrodestra di Giovanni Toti e Marco Bucci.
Il ‘Modello Genova’ esiste. Ha ragione Bucci che ha coniato lo slogan: il crollo del Ponte Morandi del 14 agosto 2018 ha trasformato il capoluogo ligure in un prototipo politico economico che molti vorrebbero esportare nel resto d’Italia. Ma non si tratta del modello che propina Bucci, cioè un misto di orgoglio e laboriosità. No, non soltanto.
Qui parliamo di un sistema che utilizza soldi – 6 miliardi, forse in futuro addirittura 8 – per realizzare opere, ma soprattutto per cementare un sistema di potere. Per costruire e comprare consenso. Parliamo, prima di tutto, di finanziamenti dall’Italia e dall’Europa; una quantità forse mai vista in una sola città.
E ancora di denaro pubblico, circa 10 milioni, preso dal bilancio degli enti pubblici per alimentare la ‘comunicazione istituzionale’, leggi propaganda politica pagata dalle istituzioni. Ma anche denaro privato, in un intreccio di sponsorizzazioni da parte di imprenditori che chiedono agli stessi enti pubblici autorizzazioni e concessioni.
L’ASCESA DI TOTI
Ecco il vero Modello Genova. Nato quasi per caso. È il 2015 quando Silvio Berlusconi sceglie Giovanni Toti come candidato alla presidenza della Regione Liguria. «Guarda cosa mi è toccato fare!», scherza Toti pronto a fare le valigie per tornare a casa. Ma a sorpresa vince con il 34,44 per cento dei voti. Un miracolo? No. La Liguria usciva da decenni di dominio di un centrosinistra che si era fatto sistema di potere.
E siamo al 2017. Sono due anni che Toti governa la regione; un governatore part-time che passa gran parte del tempo a Roma: è più facile vederlo in uno studio Tv che nell’aula del Consiglio. Quell’anno ci sono le elezioni di Genova: il centrosinistra ha voltato le spalle al suo sindaco uscente, Marco Doria, e stenta a trovare un candidato.
Toti propone un nome nuovo, Bucci, appunto. Un manager con trascorsi americani, un “Marchionne al pesto”, lo etichettano gli avversari. Il centrodestra fa l’en plein: Liguria, Savona, Genova, La Spezia e Imperia.
E qui il toscano Toti, che forse non ha una vera strategia né un disegno a lungo termine, tira fuori il fiuto politico che non gli fa difetto: la Liguria non sarà più esilio, ma fortezza per costruire il ritorno a Roma (magari nel prossimo governo di centrodestra).
All’epoca, però, i sondaggi non brillano: Toti è tredicesimo tra i governatori più amati. Bucci pare un sindaco come tanti.
EFFETTO TRAGEDIA
Il 14 agosto 2018 crolla il ponte e Genova diventa il simbolo nazionale della riscossa. In un attimo volano in Liguria il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con tutti i suoi ministri. Ognuno promette ricostruzione, soldi. Ma come succede per tutte le storie, occorre un volto. L’uomo del Ponte. Toti ci prova, ma la scelta cade su Bucci, meno ingombrante, meno politico. E sarà la sua fortuna.
Merito, dicono i sostenitori, delle sue capacità di manager, di uomo del fare, che riesce a far ultimare in tempo i lavori. Forse è vero, in parte. Ma, ricordano altri, merito anche delle procedure ridotte all’osso, libere dai controlli. E di una valanga di soldi che cambia per sempre la politica ligure.
Bucci più costruttore di ponti, che sindaco. Eppure mostra intuito politico: si costruisce un’identità forte. Si dipinge come il manager che prende in mano la situazione. L’uomo che decide con modi burberi (chiedete ai suoi assessori che escono talvolta in lacrime dalle riunioni di fiunta).
Riesce a proporsi soprattutto come il padre burbero dei genovesi, in una città che, dopo Fabrizio De André e don Andrea Gallo, non ha più simboli cui appoggiarsi.
E qui entrano in gioco i soldi, architrave del potere di Toti e Bucci. Una pioggia di miliardi. Bucci viene nominato dall’allora governo gialloverde di Conte commissario straordinario per la ricostruzione.
In dotazione, con il cosiddetto ‘decreto Genova’, arriva oltre 1 miliardo da spendere per sfollati, imprese, mobilità, autotrasporto, porto e tutte le attività colpite dal crollo.
Bucci così diventa il “sindaco del fare”, vola ai vertici delle graduatorie di popolarità. Pace se non tutto fila per il verso giusto, come gli extracosti del ponte, come le decine di aziende che spostano fittiziamente la loro sede fiscale nella zona rossa sotto il ponte per ottenere sgravi fino a 200 mila euro.
Cambia l’immagine di Bucci, ma anche il modo in cui i genovesi vedono se stessi e la propria città: Genova ferita, fragile. Vittima, dopo il G8, le alluvioni, il crollo della torre piloti del porto e, appunto, il Morandi. È stravolta, anche, la politica.
Ed è soltanto l’inizio: arrivano i soldi per le grandi opere portuali per garantire un futuro a uno scalo che è ancora il più grande d’Italia, ma è assediato dai colossi asiatici e del Nord Europa. Ed eccolo di nuovo l’intreccio inestricabile tra realizzare opere e costruire il consenso.
LA DIGA DEL SINDACO
La parola chiave diventa ‘fare’, purché sia. Non importa fare bene, realizzare i progetti di cui Genova ha davvero bisogno.
Qui siamo alla diga, madre di tutte le grandi opere liguri. E non è un’esagerazione dire che la vera partita delle ultime elezioni comunali – il 13 giugno Bucci è stato confermato con il 55 per cento dei consensi, ma anche con il 65 per cento di non votanti – non era la poltrona di sindaco, ma la diga.
«Chi è contrario», taglia corto il sindaco, «deve andarsene dalla città». Il progetto deve essere quello sostenuto dal tridente di centrodestra (e dal Governo Draghi): Bucci, Toti e il presidente dell’Autorità Portuale. Quel Paolo Emilio Signorini, fedelissimo del governatore e in passato delfino di Ercole Incalza, signore delle infrastrutture italiane.
Previsti due canali, una spesa iniziale vicina al miliardo già lievitata di centinaia di milioni. Ma nel silenzio di una città anestetizzata, si alza la voce di Piero Silva, uno dei massimi esperti mondiali di infrastrutture portuali.
L’ingegnere era tra i consulenti dell’opera, ma dopo aver studiato il progetto, si sfila. E denuncia: «La diga dovrebbe essere realizzata con cassoni poggiati a 50 metri di profondità. Nessuno finora ha costruito un cantiere a quella profondità. Non solo: in quel punto c’è un fondale fangoso spesso venti metri. C’è il rischio che l’opera sprofondi».
Non è l’unico timore di Silva: «I tempi di realizzazione slitteranno a dieci, quindici anni. E i costi a 3 miliardi, forse 4». Silva propone un progetto alternativo: «Un solo canale, ma con le stesse possibilità di manovra per le navi. In compenso, poggiando su un fondale di 30 metri, garantirebbe un costo inferiore al miliardo, tempi di realizzazione dimezzati. E un impatto ambientale di un terzo».
Insomma, c’è un’alternativa che pare vantaggiosa. In città, però, non se ne parla. Così come si tacciono gli intoppi e gli scomodi conflitti di interessi: nessuno – a parte il giornalista Andrea Moizo – nota le capriole di Marco Rettighieri. Prima alla guida del progetto del Terzo Valico, finisce poi responsabile di attuazione del piano straordinario delle opere portuali. Infine si dimette dal ruolo pubblico di controllo e lo ritroviamo ai vertici di Webuild che potrebbe realizzare la diga. Pubblico e privato, indistinguibili, altra caratteristica del Modello Genova.
Così come nessuno sembra interessato a un episodio che riguarda Pietro Baratono, stimato esperto strutturale: membro della commissione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici che dà il via libera alla diga, ottiene una consulenza da circa 300mila euro dalla stessa Autorità Portuale per la realizzazione del ribaltamento a mare degli stabilimenti Fincantieri (oltre 600 milioni di spesa).
Il rischio è che la diga si trasformi in un nuovo Mose. Ma non c’è niente da fare, si parte.
I SOLDI NON FINISCONO MAI
Soldi, soldi e ancora soldi. Come quelli per la nuova viabilità portuale, centinaia di milioni, e l’elettrificazione delle banchine dei moli già tante volte promessa. Bucci annuncia; i giornali sparano titoloni, le tv locali applaudono. E nessuno fiata sui ritardi di anni che il sindaco-commissario ha già accumulato.
Un’ubriacatura infinita: ecco altri 900 milioni per i trasporti pubblici. Bucci decide di spenderli per lo skymetro, colossale metropolitana sopraelevata lunga 9 chilometri che taglia in due un’intera vallata. Inutile dire che con la stessa somma si potrebbero realizzare 30 chilometri di tram di ultima generazione per servire mezza città. Come nelle più moderne città d’Europa.
Bucci ha già deciso. Da solo. Non c’è tempo per aprire bocca che arriva un altro annuncio. Questa volta tocca ad Autostrade, la società guidata dai Benetton che con il crollo del Ponte e con anni di cantieri ha bloccato la vita di un milione e mezzo di liguri. Toti e Bucci l’hanno sempre trattata con i guanti bianchi.
C’era stata la sciagurata conferenza stampa all’indomani del crollo del ponte in cui, sorridenti accanto a Giovanni Castellucci (allora numero uno di Atlantia, oggi imputato), annunciavano la ricostruzione del ponte. Poi le intercettazioni dell’inchiesta sul Morandi in cui Toti, sempre nel 2018, chiedeva a Castellucci se fosse interessato alla partita della banca Carige. In cambio di cosa? Non si sa.
Ecco il grande annuncio: la contropartita concordata da Bucci per far pagare ad Autostrade i danni subiti dai liguri. Un successo? Mica tanto.
La società realizzerà la contestatissima Gronda autostradale e un tunnel da 700 milioni per auto che passerà sotto il porto.
Inutile far notare che le opere da realizzare dovrebbe deciderle la città (in cui si aspetta da anni il nuovo snodo ferroviario) e non Autostrade. Inutile ricordare che gran parte di quelle opere sono già state pagate con i nostri pedaggi e che comunque a metterci parte dei soldi sarà la società diventata pubblica.
È un caso unico al mondo: chi provoca un disastro decide di risarcirlo con opere che gestirà lui con enormi introiti pagati dagli utenti. Per la prima volta a pagare i danni non sarà il responsabile, ma il danneggiato. I cittadini.
Ma arriva un altro miliardo e mezzo. Bucci tira avanti. Con un paradosso: a finanziare le opere spesso è stato il Governo Conte. Prima con la Lega e poi con il Pd. Il centrosinistra e il M5S da Roma finanziano e il centrodestra in Liguria incassa. Soldi e popolarità.
UN CONTO DA 8 MILIARDI
Il conto, citiamo lo stesso Bucci, arriva a 6 miliardi tra decreto post crollo, risorse del Pnrr e del Governo e ‘risarcimento’ di Autostrade. E non è finita: ci sono altri 2 miliardi in attesa di via libera per il progetto di porto ecosostenibile e per il sistema di cloud nazionale a Genova (la città diventerebbe l’hub del grande cavo che porta informazioni dal mare). Totale: 8 miliardi. Dieci, venti volte più di quanto riuscivano a ottenere i predecessori di Bucci.
Eccolo il nuovo piano Marshall nelle mani di un solo uomo. Perché il punto è questo: Bucci che è insieme sindaco e commissario (incarico confermato dal governo Draghi, nonostante l’emergenza sia finita). Decide e gestisce da solo. E pace se una legge prevede l’incompatibilità tra le due cariche.
Il punto non è soltanto l’abnorme concentrazione di potere, ma proprio che i poteri commissariali vengano utilizzati dal sindaco per falsare la competizione democratica soprattutto in periodo elettorale.
E siamo al nodo della questione: 8 miliardi per realizzare nuove opere e per costruire un sistema di potere.
È anche questa la pesante eredità del ponte. Non soltanto i 43 morti. Non solo gli enormi disagi che dureranno ancora anni. Il denaro a Genova è diventato strumento per condizionare la formazione del consenso e la vita politica. Denaro pubblico.
LE RISORSE PER TOTI E GLI ALTRI
Non ci sono soltanto i finanziamenti arrivati dopo il ponte. Rivoli di milioni escono da tutte le parti. La breccia è quella voce del bilancio regionale chiamata “attività per favorire la presenza istituzionale” (un meccanismo, va detto, inaugurato dal precedente centrosinistra). In pratica propaganda politica con soldi pubblici: pubblicità su giornali, tv, siti, ma anche convegni, viaggi offerti ai giornalisti. Uffici stampa degni della Casa Bianca.
Toti in un anno ha portato la spesa a 4,6 milioni. Denaro capace di salvare i bilanci degli organi di stampa. Ed è soltanto l’inizio, perché quasi altrettanto viene speso attingendo ad altre voci di bilancio, come la promozione internazionale dell’economia ligure o i fondi europei.
Per non dire della pubblicità che tutte le società partecipate da Comune e Regione fanno sugli organi di stampa locale. In tutto ci aggiriamo sui 10 milioni l’anno, quanto basterebbe per comprare 8 apparecchi per la radioterapia oncologica che in Liguria mancano, tanto che i malati di tumore sono stati costretti a trasferte di ore in bus per curarsi.
Qualche esempio: a marzo Toti ha organizzato una trasferta all’Expo di Dubai con giornalisti pagati al seguito. Spesa per tre giorni: 140mila euro (5mila euro solo il biglietto aereo del Governatore in top class). Principale destinatario il gruppo Gedi (Il Secolo XIX, Repubblica e La Stampa che dominano il mercato ligure).
Ancora: la tv privata Primocanale, leader nella Regione, negli ultimi anni ha ricevuto oltre un milione dalla Regione e 300mila euro dall’Autorità Portuale. Di più: la società che gestisce l’emittente Telenord, proprio alla vigilia delle comunali, ha pubblicato un giornale dal titolo Genova Meravigliosa (lo slogan preferito di Bucci).
Accanto alle immancabili interviste a Toti, Bucci e Signorini comparivano oltre 20 inserzioni di Regione, Comune e di tutte le società partecipate. Intanto al Meeting di Comunione e Liberazione vanno circa 100mila euro da Regione e Porto: sul palco di Rimini salgono Toti e Signorini.
Il governatore-giornalista (Toti era direttore del Tg4 berlusconiano) ha messo insieme un colosso informativo che assume più giornalisti di qualsiasi testata locale. Un dato: soltanto le utenze dell’ufficio stampa della Giunta costano 600mila euro l’anno.
È un’emorragia continua. Come lo spot girato con Elisabetta Canalis per reclamizzare la Liguria. Durata 60 secondi, spesa 240mila euro (più 20mila per una cena allo Yacht Club di Portofino). Fanno 5mila euro al secondo. Per non dire dello stipendio di Pietro Paolo Giampellegrini – fedelissimo segretario generale della Regione – che schizza a quasi 300mila euro. Più di Sergio Mattarella.
Ma il consenso si costruisce anche corteggiando il mondo dello sport e le tifoserie. Da dicembre le squadre liguri di serie A (Sampdoria, Spezia e inizialmente Genoa) ricevono 2,3 milioni di finanziamenti europei per stampare la scritta “Lamialiguria” (il logo turistico lanciato da Toti) sulle magliette. Clic, clic, clic, alla presentazione dell’iniziativa decine di foto di Toti, Bucci e del sindaco di Spezia, Pierluigi Peracchini, con le maglie delle società e con gli idoli calcistici locali.
L’INTRECCIO PUBBLICO-PRIVATO
Così è cambiata la politica ligure in quattro anni. Così è stato stravolto il mondo dell’informazione, nel silenzio dell’Ordine dei Giornalisti. Ma sta mutando anche in profondità il modo di sentire dei cittadini, storditi, ingannati. Con un paradosso: i sondaggi dicono che i genovesi spesso si sentono ancora di centrosinistra; al momento del voto, però, premiano il centrodestra (anche nei quartieri popolari dove il Pci arrivava all’80 per cento). È il segreto di Toti e Bucci, che si dipingono come trasversali. Uomini del fare, più che politici.
Ma c’è anche il denaro privato. Ne ha scritto su Domani Giovanni Tizian parlando dell’inchiesta, ancora senza indagati, sulla fondazione politica Change di Toti (che ha raccolto denaro anche per le campagne di Bucci – 102mila euro – e Peracchini – 67mila).
Ma, al di là di eventuali risvolti penali, c’è un intreccio pubblico-privato che va chiarito. Prendiamo la sanità, dove Toti sta smantellando il sistema sanitario nazionale: tra i finanziatori del centrodestra c’è la Clinica Montallegro, principale operatore privato ligure del settore, cui è stata affidata la campagna vaccinale contro il Covid.
Tra gli sponsor ci sono anche società legate a Esselunga, il colosso della grande distribuzione che durante l’era Bucci ha aperto ovunque nuovi centri a colpi di varianti urbanistiche approvate a tempo di record.
Ci sono pure imprese del gruppo Waste, specialista nei rifiuti, che gestisce la discarica di Vado Ligure.
E ci sono le società di Aldo Spinelli, l’operatore portuale che metterà i container ai piedi della Lanterna e che ha ottenuto dal Porto di Genova la concessione per aree che valgono oro. Lo stesso Spinelli che, come gran parte dei sostenitori di Toti, prima sponsorizzava il centrosinistra.
QUESTIONE DI STILE
È cambiato lo stile, questo sì. Una volta politici, imprenditori e banchieri genovesi si incontravano quasi clandestinamente al piano superiore di un ristorante con le tovaglie a quadretti. Giocavano a scopone, come all’osteria, e tra un asso e un sette di quadri decidevano le sorti della città. Oggi ci si vede allo Yacht Club, magari con soubrette, virologi star e menù stellato. E tutto viene orgogliosamente mostrato sui social.
Ma resta la vera domanda: la politica usa l’economia o ne diventa strumento?
Intanto il centrodestra finanzia le campagne elettorali con fondi venti volte maggiori degli avversari.
Niente di illegale, fino a prova contraria. I dati Istat e la vita dei cittadini raccontano, però, un’altra realtà: in Liguria nel 2020 il tasso di disoccupazione era dell’8,3 per cento, il più alto del Nord. La regione ha segnato record di mortalità per il Covid.
Mentre in pochi anni il personale sanitario pubblico è calato da 21mila a 15mila unità, più che in qualsiasi altra regione. E pochi sanno che tra i quartieri benestanti e quelli meno ricchi di Genova si registrano 4 anni di differenza nella durata media della vita. Che i bambini con handicap attendono fino a 4 anni per ottenere terapie cui hanno diritto.
E l’ambiente? Appena il 6,3 per cento di habitat favorevoli, ultimi nel Nord Italia; Liguria terzultima per percentuale di coste balneabili (57,4 per cento) e aree protette (5 per cento).
Per non parlare della sicurezza, tanto cara al centrodestra: la Liguria è la seconda del Nord per furti denunciati (17,7 per mille abitanti) con il record di reati associativi. Cioè mafia.
Ma per coprire le scomode verità ecco spuntare le bandiere di Genova che, in stile bulgaro, Bucci ha messo agli angoli delle strade. Altra spesa da 200mila euro.
Ecco il vero Modello Genova.
(da EditorialeDomani)

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CONTE HA PERSO LA BATTAGLIA CON BEPPE GRILLO: IL SUO NOME NON SARÀ NEL SIMBOLO DEL MOVIMENTO

Agosto 14th, 2022 Riccardo Fucile

L’ELEVATO NON VUOLE UN’ECCESSIVA PERSONALIZZAZIONE… SE IL MOVIMENTO VA SOTTO IL 10%, CONTE POTREBBE MOLLARE PER CREARE IL SUO PARTITO

Il simbolo del Movimento è pronto. Ci pensa Giuseppe Conte, accompagnato da Vito Crimi, ad affiggerlo alla bacheca del Viminale per la gioia dei fotografi, dopo aver depositato il contrassegno negli uffici del ministero. Nel marchio c’è sempre la scritta «MoVimento», con la tradizionale V maiuscola, le cinque stelle bene in vista e la data «2050» a indicare l’orizzonte temporale del loro programma di governo: «Avete visto che bel “rosso cuore”? Il coraggio ce lo mettiamo noi», scherza il leader M5S.
Nel simbolo manca qualcosa, però. E lo notano in tanti. Non c’è la scritta «Conte presidente». Forza Italia, Lega, Azione, Impegno civico, tutti indicano il loro candidato premier.
Non lo fa il Movimento e non è un dettaglio da poco, perché l’ex premier, fino a pochi giorni fa, era deciso a inserire il suo nome nel simbolo, convinto che il suo consenso personale avrebbe potuto fare da traino. Invece, niente da fare, Beppe Grillo non vuole.
Il Garante si è opposto e anche sul simbolo, del quale mantiene la proprietà e il controllo, impone la sua visione. Non vuole una eccessiva personalizzazione della sua creatura politica: «la nostra forza sono le idee», ha ripetuto a tutti quelli che hanno provato a convincerlo nell’ultima settimana.
Conte sarebbe anche d’accordo, in linea di principio, ma nella sua applicabilità elettorale non è d’accordo proprio per niente. Il suo nome – ragionano i fedelissimi del capo – gode ancora di una forte popolarità: «È un errore non averlo usato e lo pagheremo». La figura di Conte, poi, non è ancora pienamente sovrapposta al simbolo del Movimento, i due mondi sono sovrapposti, ma non sono una cosa sola: un altro problema che si sarebbe potuto attenuare.
Grillo però si è messo di traverso e anche stavolta l’ha spuntata. Nessuno scontro aspro come quello di qualche settimana fa sulle possibili deroghe per chi era al secondo mandato. Eppure, in questo modo, per la seconda volta in pochi giorni, viene offerta al mondo l’immagine di un partito in cui il leader può decidere molto, non tutto.
Non c’è però tempo per le recriminazioni. Conte deve correre per la presentazione delle liste. Martedì 16 agosto si terranno le “parlamentarie”, con gli attivisti chiamati a dare fino a tre preferenze online alla lista di candidati grillini.
Nel regolamento pubblicato ieri spunta anche una nuova norma, in base alla quale gli iscritti saranno chiamati a votare, oltre ai candidati, un elenco di nominativi proposti dal leader, «selezionati anche tra coloro che hanno già proposto la propria autocandidatura», da inserire, «con criterio di priorità», nelle liste in uno o più collegi plurinominali
È il via libera alle pluricandidature e ai capilista decisi da Conte; l’unica strada possibile per cercare di attenuare nelle liste l’effetto negativo di non avere più la disponibilità di tanti big arrivati al limite di due mandati. A proposito dei due mandati, Conte ha deciso di inserire nel programma elettorale M5S, depositato ieri insieme al simbolo, una proposta di modifica costituzionale per introdurre un massimo di due legislature per i parlamentari di tutte le forze politiche. Mal comune, mezzo gaudio.
Intorno al nome nel simbolo sorgono problemi anche in Sicilia, dove l’intesa tra Cinque stelle e Partito democratico scricchiola vistosamente. Il Movimento non voleva il nome della candidata Caterina Chinnici, proveniente dal Pd, ma la richiesta non è stata accolta. Il referente del Movimento in Sicilia, Nuccio Di Paola, attacca gli alleati: «Il Pd siciliano somiglia sempre di più a quello nazionale, così non va». Le possibilità di correre insieme, ora, sono «al cinquanta per cento». Tutto potrebbe crollare sulle nove richieste poste dai Cinque stelle alla coalizione: se anche una sola non dovesse essere accettata, addio.
A Roma, infatti, pare abbiano già dato mandato di preparare tutti i documenti necessari per correre da soli, con la senatrice Barbara Floridia candidata presidente.
(da La Stampa)

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CONTE PRENOTA 18 SEGGI PER I SUOI FEDELISSIMI

Agosto 14th, 2022 Riccardo Fucile

LA MOSSA FA RIBOLLIRE IL M5S: LA MINACCIA DEL RICORSO IN TRIBUNALE

A due giorni dalla data del voto per le Parlamentarie, nelle chat M5s torna a ribollire il nervosismo contro Giuseppe Conte e la sua decisione di inserire nella votazione anche un «listino del Presidente».
Nella votazione fissata per martedì 16 agosto sulla piattaforma SkyVote, gli iscritti «sono chiamati a votare, tramite consultazione int rete, anche la proposta del presidente di un elenco di nominativi, selezionati anche tra coloro che hanno già proposto la propria autocandidatura, da inserire, con criterio di priorità, nelle liste di candidati in uno o più collegi plurinominali».
Come riporta il Corriere della Sera, si tratta praticamente della facoltà del capo politico del Movimento di ritagliare uno spazio per 18 candidati, di cui 12 per la Camera e 6 per il Senato, «selezionati anche tra coloro che hanno già prodotto la propria autocandidatura, da inserire, con criterio di priorità, nelle liste di candidato in uno o più collegi plurinominali».
La beffa per i candidati
Il rischio è che il voto stesso possa essere falsato, visto che potrebbe capitare che un candidato votato dagli iscritti possa essere scavalcato da uno dei paracadutati del presidente.
Uno scenario che in diversi vedono concreto, al punto che, aggiunge il Corriere, nelle chat sono già partiti messaggi sui che attaccano il leader grillino: «Cioè da uno vale uno e i miei amici valgono tutti», passando per chi scrive: «La democrazia diretta… da Conte», fino a un più roboante: «È l’inizio della guerra».
La minaccia del ricorso
A poco è bastato il passo indietro di Conte di non inserire il suo nome sul simbolo. Prospettiva contro cui si sarebbe già espresso in modo deciso Beppe Grillo. Il gesto distensivo deve fare i conti con la cruda matematica che, stando ai sondaggi, concederebbe ai grillini di ambire solo a una trentina di parlamentari nella prossima legislatura.
Alla rivolta interna si aggiunge anche la minaccia di un nuovo ricorso in tribunale, con l’avvocato Lorenzo Borré già sul piede di guerra: «Siamo in presenza di un conflitto di attribuzioni tra organi interni – dice al Corriere – reso ancora più allarmante dal fatto che il regolamento continuano è una vera e propria deroga allo statuto e introduce una categoria di ottimati scelti dal presidente che nella sostanza vanifica le autocandidature nei collegi plurinominali in cui verrano collocati questi candidati speciali».
I «paracadutati» di Conte
Sfumata la deroga sul doppio mandato, che avrebbe permesso a Conte di mantenere almeno in parte la classe dirigente cresciuta negli ultimi anni, l’ex premier sarebbe concentrato ora a tutelare almeno chi gli è rimasto accanto dopo una serie di scissioni e la continua emorragia di parlamentari che ha svuotato il Movimento, oltre a figure della società civile esterne al Movimento. Tra i possibili selezionati nel listino ci sarebbero infatti il ministro Stefano Patuanelli, oltre che i vice di Conte nel Movimento, come Michele Gubitosa, Riccardo Ricciardi, Mario Turco e Alessandra Todde.
(da agenzie)

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ZAGREBELSKY: “IN ITALIA IL PRESIDENZIALISMO RISCHIA DI FONDERSI CON L’ODIO”

Agosto 14th, 2022 Riccardo Fucile

IL COSTITUZIONALISTA: “NON BASTA TOGLIERE UN SIMBOLO SE DIETRO RIMANE L’INTOLLERANZA E IL SENSO DELLO STATO-POTENZA”

“Il simbolo di per sé non è decisivo. Decisivo è ciò che vuole rappresentare. Lo puoi anche cambiare, ma se non mutano la sostanza, le azioni, le speranze, le idee e le ideologie che il simbolo rappresenta, allora non cambia niente. Io non credo che abbandonare la fiamma sia di per sé una grande conversione, perché la si potrebbe anche sostituire con un coltello o con un’aquila ruspante. È importante, ma non basta. Quello che bisogna chiedere al partito di Meloni è sostanziale. Come ha detto la senatrice Segre, non siano vuote parole”.
Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky commenta con la Stampa la polemica che negli ultimi giorni ha investito la leader di Fratelli d’Italia.
“Quando si evoca il fascismo è facile rispondere, come fa Giorgia Meloni, che è confinato nei libri di storia, che è una cosa vecchia, passata. Ma nella sostanza, come ha scritto Umberto Eco, esiste un fascismo perenne. Non vogliamo chiamarlo così? Lasciamo perdere la parola, allora. Ma chiediamoci che cosa c’è dietro. Cerchiamo di decodificare quel mondo. Nazionalismo e intolleranza verso ciò che non rientra in un concetto chiuso di nazione, verso coloro che sono considerati diversi per etnia, cultura o orientamenti esistenziali. E poi ci sono anche i ‘diversi interni’. Quelli che si sentono italiani ma non ‘arcitaliani’ e spesso si sentono stranieri in patria. Nel fascismo perenne, anche se non si esibiscono i fasci littori, c’è anche altro: il culto della forza, la glorificazione della violenza in certi ambienti, e in certa mentalità, praticata contro i miti di carattere e i deboli. Il fascismo è il sistema dell’intolleranza, dello Stato-potenza che porta alla guerra. La democrazia è un modo di vivere, il sistema della tolleranza reciproca”
Sulle parole di Berlusconi rivolte a Mattarella:
“Sbagliato dire che sarebbero necessarie le dimissioni di Mattarella​. Berlusconi non ha escluso la possibilità di salire al Colle. Ha detto: vedremo. Che in politica vuole dire: io ho già visto e mi preparo. Tecnicamente può candidarsi a tutto quello che vuole. È un cittadino nella pienezza dei suoi diritti civili e politici. Umanamente questa sua vitalità me lo rende anche simpatico. Tanta energia è un antidoto alla depressione che prende molti di noi quando l’età avanza. Una medicina psicologica. A non andarmi giù, però, è l’atteggiamento di chi gli sta intorno. Spregiudicato cinismo? Già al tempo dell’elezione di Mattarella abbiamo pensato: lo stanno illudendo, lo stanno usando, in sede ufficiale dicono certe cose, poi in separata sede, si strizzano l’occhio tra di loro e sussurrano: alla sua età, nelle sue condizioni, ma come si fa? Berlusconi ha un suo pacchetto di voti che non va sottovalutato. Da qui il gioco ad illuderlo. Anche la debolezza nei confronti dell’adulazione è un segno dell’età che avanza”.
Il presidenzialismo, dice Zagrebelsky, non è di per sé né buono né cattivo:
“Il presidenzialismo è buono o cattivo? Di per sé non è né l’una né l’altra cosa. Nel dibattito attuale si sente dire che in certi Paesi funziona benissimo. Ma non è così dappertutto. La democrazia può essere di due tipi: decidente (dove decidere significa separare) o deliberante, dove le parti si confrontano, cercano una mediazione e infine una sintesi. Il presidenzialismo spinge verso una democrazia decidente, il parlamentarismo verso una democrazia deliberante, in cui il confronto non è tra nemici, ma tra diversi. Estremizzando: il presidenzialismo rischia di fondarsi sull’odio. Il parlamentarismo mira alla comprensione. In Italia il pericolo dell’odio non può essere sottovalutato. Sono proprio due modelli alternativi”
(da La Stampa)

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PARITA’ DI SESSO CRIMINALE: DUE RAGAZZE DANNO FUOCO A UN SENZATETTO

Agosto 14th, 2022 Riccardo Fucile

TRA CASORIA E AFRAGOLA DUE GIOVANI DONNE HANNO COSPARSO DI LIQUIDO INFIAMMABILE UN POVERO CLOCHARD

Nella tarda serata di sabato 13 agosto tra Afragola e Casoria (in provincia di Napoli) due ragazze avrebbero lanciato del liquido infiammabile per dare fuoco a un senzatetto.
È quanto ha raccontato ai primi soccorritori il clochard vittima della terribile aggressione.
L’uomo, che secondo quanto riporta il Corriere del Mezzogiorno tutti chiamano Antonio, era seduto su una panchina quando le due giovani si sarebbero avvicinate a lui per compiere il crudele gesto di appiccare il fuoco
Dopo l’aggressione il clochard si sarebbe buttato a terra battendo le parti del corpo incendiate sull’asfalto e sarebbe riuscito a spegnere il fuoco. Poi, dolorante, si sarebbe spostato verso Afragola: rione Gescal, dove normalmente trascorre la notte dormendo in strada.
Qui, notato da alcuni passanti, è stato soccorso. I medici del 118 gli hanno riscontrato ustioni al volto e alle braccia.
Il senzatetto ha poi raccontato i dettagli dell’aggressione, ma ha rifiutato il ricovero. Ora si sono perse le sue tracce. I carabinieri lo stanno cercando per tentare di ricostruire l’esatta dinamica dei fatti.
Come riportato da Nano Tv sono preoccupanti le condizioni di salute di un clochard extracomunitario che vive nel Rione Gescal di Afragola. L’uomo racconta di essere stato bullizzato da due ragazze che gli avrebbero versato del liquido infiammabile addosso e dato fuoco. Ora rifiuta le cure sanitarie. Secondo i residenti il clochard, educato e riservato, presenterebbe ustioni su braccia e viso oltre a essere febbricitante. A nulla sono valse le insistenze dei sanitari giunti a soccorrerlo sul posto in ambulanza e delle forze dell’ordine
(da agenzie)

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