Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
L’ATTORE DURANTE LA PANDEMIA SI E’ SCAGLIATO PIU’ VOLTE CONTRO LA RAI: PRIMA VOLEVA BOICOTTARE IL SERVIZIO PUBBLICO NON PAGANDO IL CANONE, MA ORA CHE POTREBBERO OFFRIRGLI QUALCHE SOLDO VA TUTTO IN PRESCRIZIONE…AH, LA COERENZA
Enrico Montesano vicino al ritorno in Rai. Secondo alcune indiscrezioni, in
primis il sito TvBlog, l’attore romano parteciperà come concorrente alla prossima edizione di Ballando con le stelle, che comincerà su Rai1 sabato 8 ottobre.
Montesano in passato è stato protagonista della tv pubblica. Negli anni ottanta fu mattatore di Fantastico. Mentre più vicino nel tempo si ricorda la presenza come ospite al Festival di Sanremo nel 2017, condotto da Carlo Conti. Lo stesso Conti aveva voluto l’attore tra i giudici di “Tale e quale show”.
Negli ultimi tempi Montesano ha fatto parlare di sé per le sue posizioni no-vax e no-green pass. Nelle sue invettive, il comico romano ha preso di mira anche la Rai dove ora si appresterebbe a tornare. In particolare il canone.
“Niente banca, ritiro liquidità dai conti correnti, scorporare quota abbonamento canone e disdire abbonamento Rai – aveva dichiarato all’Adnkronos -. Non vedere canali generalisti. Non consumare, non seguire più programmi. Il potere lo abbiamo noi consumatori ed utenti. Mandiamo a cag** i negozi, i ristoranti battenti green pass. Disobbedire, sparire come consumatori! Devono schiattare: governo, giornali e tv, senza risorse e senza ascolti”.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
“LE GRAVI PERDITE DELLE FORZE DI TERRA CHE NON POSSONO ESSERE RIMPIAZZATE”… “L’ESERCITO RUSSO NON AVRA’ PIU’ CAPACITA’ DI INIZIATIVA”
L’esercito di Vladimir Putin “non potrà ricostituire i ranghi dopo le perdite subite”, e presto “non avrà più capacità offensiva”. Mentre le scorte dei suoi missili cruise potrebbero esaurirsi entro la fine dell’anno. Secondo l’esperto delle forze armate di Mosca Pavel Luzin, la Russia in Ucraina sta uccidendo soprattutto sé stessa. Come potenza militare e come Stato. Per salvare il Paese, “sono necessari il ritiro dai territori occupati e un terremoto politico al Cremlino”.
Fanpage.it ha raggiunto al telefono Luzin nella località fuori dalla Russia dove al momento si trova per ragioni di sicurezza.
Come stanno le vostre forze armate a sei mesi dall’invasione dell’Ucraina?
Il fattore più critico e con le maggiori implicazioni è l’entità massiccia delle perdite subite dalle forze di terra, abbinata all’incapacità della Russia di rimpiazzare morti e feriti. Si tratta di perdite terribili, mai subite né dall’Urss né poi dalla Federazione russa dopo la Seconda guerra mondiale.
Gli Usa hanno fanno una stima di 70-80mila tra militari caduti e messi fuori combattimento. Sono cifre realistiche?
Solo se si intende il totale, comprendendo anche i mercenari e il personale proveniente dalle aree occupate del Donbass. La mia stima, che rendo pubblica adesso, è che le perdite strettamente pertinenti all’esercito russo siano intorno ai 40mila effettivi, probabilmente un po’ di più.
Ma l’esercito, secondo dati di un paio d’anni fa, può contare su oltre 750mila soldati. Ne restano ancora tanti.
Di quei 750mila, molti appartengono a reparti non direttamente impiegabili in battaglia. I battaglioni addetti alle armi nucleari strategiche, per esempio, non vanno certo al fronte. E ci sono i vari reparti ausiliari con mansioni di logistica, comunicazioni o altro. Il personale effettivamente utilizzabile in battaglia non supera quota 168mila. Ed è incluso nei Btg, i gruppi tattici. Che all’inizio della guerra erano 168 e contavano ognuno tra gli 800 e i 1000 uomini.
Però all’inizio della guerra la Russia aveva in campo 190mila effettivi. Più di quel che lei dice.
Perché c’erano anche la Guardia nazionale, i volontari ceceni e i militi del Donbass. Gente che tecnicamente non fa parte dell’esercito russo.
Insomma, secondo lei non sarà possibile rimpiazzare le perdite tra i combattenti. Ma c’è appena stata una campagna di arruolamento, prima dell’estate.
Ed è fallita miseramente. Il fatto è che, a parte nelle regioni più povere del Paese dove la paga del soldato può ancora far gola, nessun giovane vuole andare sotto le armi oggi in Russia. A maggior ragione con una guerra in corso. Siamo nella situazione già vista negli anni ’90, prima e durante la prima guerra cecena. Allora era difficile reclutare personale militare, adesso ancor di più.
In autunno ci sarà un’altra chiamata alle armi, sempre su basi volontarie.
Con tutta probabilità anche la campagna di arruolamento del prossimo autunno sarà un fallimento.
Con quali conseguenze?
Il numero totale degli effettivi scenderà intorno ai 600mila. Forse anche meno, visto che è difficile calcolare quanti decideranno di congedarsi, nel contempo.
Che significa, sul campo di battaglia?
Se la guerra continuerà, e credo proprio che continuerà, la Russia perderà la capacità di condurre ogni tipo di offensiva. Dovrà abbandonare l’iniziativa nei combattimenti.
Ma si possono arruolare mercenari, soldati di Paesi amici. Si sono addirittura presi i carcerati, promettendo loro una buono paga e uno sconto della pena.
E questo è deleterio. Se mancano gli arruolamenti di normali cittadini e la situazione continua a peggiorare, le forze armate russe in Ucraina diventeranno una sorta di esercito irregolare. Non potranno più agire come un sistema organizzato di combattimento.
In che senso?
È una situazione tipica degli Stati autoritari. Il potere militare tende a frammentarsi. Una situazione molto pericolosa, in guerra. Nel caso dell’esercito russo, i suoi tipici gruppi tattici non potrebbero più funzionare come un sistema bellico efficace. A causa della la riduzione degli effettivi regolari. Che non può essere colmata da mercenari o forze più o meno esterne cooptate nel conflitto. Ogni Btg verrebbe a mancare della necessaria difesa aerea, o di mezzi corazzati, o di unità di artiglieria e di ricognizione, Diventerebbe un’inutile accozzaglia.
Un esercito così, può combattere?
Certo, può sparare. Ma non sarebbe più un vero esercito. Non si deve sottostimare, poi, il fatto che quando le forze armate sono dispiegate in territori occupati senza una rotazione regolare, tendono a ”criminalizzarsi”.
Un problema degli eserciti di occupazione fin dalla notte dei tempi.
Esattamente. E quando le le tue forze armate diventano gruppi criminali, significa che le stai perdendo. E che stai perdendo la guerra. Avrai singoli e gruppi di persone che hanno a disposizione armi, non forze armate vere e proprie.
Quindi?
Quindi lo stato autoritario russo perderebbe l’esercito come mezzo per la sua politica estera.
Ma la Russia avrebbe ancora il suo grande arsenale nucleare.
Anche questo però andrà a ridimensionarsi, nei prossimi dieci anni. Perché non avremo più la capacità di mantenerlo, a causa delle sanzioni e dell’embargo tecnologico che stiamo subendo.
Anche le forze nucleari potrebbero entrare in crisi?
Si possono sempre costruire nuovi missili, ma il propellente liquido o solido per farli volare non è prodotto direttamente in Russia. Per produrlo servono apparecchiature che da noi non esistono proprio. Sono per lo più in Occidente. E poi c’è la manutenzione. Impossible senza materiale tecnologico importato dall’Occidente. Non è più come ai tempi dell’Urss quando la tecnologia era meno avanzata e più replicabile. L’embargo totale in corso è come una condanna. Non succederà niente per qualche anno, poi però tutti i nodi verrano al pettine.
E com’è la situazione riguardo al munizionamento convenzionale? È comunque maggiore di quello ucraino.
I missili cruise stanno finendo. Ormai la Russia lancia i suoi Kalibr una volta ogni tanto, non più quotidianamente. E ne lancia pochi. Entro la fine del 2022 avremo esaurito gran parte del munizionamento. E anche l’assistenza alle batterie non potrà più essere garantita. Perché dopo circa tremila tiri i pezzi d’artiglieria vanno revisionati e riparati. Anche qui pesa l’embargo sulla tecnologia occidentale.
Perché non siete capaci di distruggere gli Himars, i missili di precisione a lungo raggio che stanno provocando gravi danni ai depositi di munizioni del vostro esercito?
Come puoi distruggerli se non sai dove sono? la Russia, al contrario dell’Ucraina che può contare sull’assistenza occidentale, non ha un sistema di ricognizione satellitare efficiente. I satelliti utilizzati dagli ucraini individuano le forze d’invasione anche nel fitto di una foresta, e percorrono l’intero teatro bellico due volte al giorno. I nostri satelliti, ne abbiamo solo un paio in funzione, possono coprire lo stesso territorio solo una volta ogni due settimane.
Se la situazione è davvero così brutta come lei la presenta, un grande paese come la Russia potrà comunque far qualcosa per migliorarla.
Bisogna capire che abbiamo a che fare con il suicidio non solo dell’esercito ma anche della élite politica e dello stesso Stato russo. Perché per la Russia questa guerra è una sfida che va ben oltre la sfida militare. È una sfida politica, una sfida economica, una sfida sociale. Ed anche morale e culturale. L’attuale regime autoritario non può risolvere il problema. Prima di tutto è necessario eliminare Putin e il cerchio magico che lo circonda. Fisicamente o tecnicamente, non importa. Secondo, la guerra deve finire e ci si deve ritirare da tutti territori dell’Ucraina occupati. Solo dopo questi primi due passi, la Russia potrà avere la capacità di “riparare” se stessa, dall’interno. Di ricostruire le sue istituzioni politiche, riformare l’economia e anche la difesa.
Diceva di “suicidio” dell’esercito e dello Stato russo. Abbiamo detto anche che la Russia ha un grande arsenale nucleare efficiente, almeno per adesso. Putin potrebbe esser tentato di usarlo? Suicidio e apocalisse a volte vanno d’accordo. “Muoia Sansone con tutti i Filistei”?
Nei primi mesi di guerra pensavo che l’opzione fosse sul tavolo, nel caso in cui il Cremlino si trovasse messo all’angolo. Neanche adesso l’ipotesi è da escludere. Ma certamente si è fatta più remota. La risposta dell’Occidente all’invasione dell’ Ucraina si è rilevata solida, e Washington a messo bene in chiaro che l’utilizzo di armi nucleari da parte di Mosca comporterebbe una risposta che costerebbe la pelle a Vladimir Putin. Questo vale anche per la situazione alla centrale atomica di Zaporizhzhia. Una mossa russa che provocasse fughe radioattive farebbe scattare l’articolo 5 del trattato Nato. Sarebbe la guerra mondiale. Putin ci penserà due volte, prima di usare direttamente o indirettamente il nucleare.
(da Fanpage)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
A MOSCA C’È CHI VORREBBE EVITARE LE CONDANNE PER DARE UN SEGNALE A ZELENSKY E APRIRE TRATTATIVE DI PACE … GIA’ 50 PRIGIONIERI SONO MORTI IN CARCERE: PER KIEV È STATA UNA STRAGE PER OCCULTARE LE TORTURE E LE UCCISIONI DEI DETENUTI
«Tenere un uomo la cui colpa non è ancora stata dimostrata in gabbia di
fronte al giudice è assolutamente inammissibile». Mentre nella sala della filarmonica di Mariupol operai inviati da Pietroburgo stanno saldando le gabbie che dovranno ospitare gli imputati del maxi processo ai militari ucraini, un esponente importante del potere di Mosca, il senatore Andrey Klishas, chiede al parlamento di abolire la pratica delle gabbie nelle aule dei tribunali.
Il senatore è un membro importante dell’establishment putiniano, autore di alcune delle più repressive iniziative legislative del Cremlino, molto vicino secondo alcuni esperti alle fazioni più dure del regime putiniano. La sua svolta “garantista”, anche se non lo dice chiaramente, è molto probabilmente il segnale di uno scontro in atto nelle ultime settimane a Mosca, non più tra falchi e colombe (il Cremlino ultimamente non è un habitat favorevole ai messaggeri di pace), ma tra i fautori della linea dura e i pragmatici.
E una delle linee di scontro, soprattutto dopo l’attentato che ha ucciso la figlia dell’ideologo degli oltranzisti Aleksandr Dughin, passa sulla necessità o meno di processare i prigionieri di guerra ucraini. Una linea rossa che Volodymyr Zelensky ha tracciato senza mezzi termini: «Se la Russia terrà il processo potrà scordarsi qualunque negoziato». Una minaccia che il presidente della Duma Vyacheslav Volodin ieri ha respinto, invocando un «processo pubblico che tutti aspettano».
Il “premier” dei separatisti di Donetsk Denis Pushilin ha annunciato che «tutti i criminali di guerra, soprattutto i neonazisti di Azov, devono venire puniti», e che il tribunale si aprirà a settembre con i primi 80 imputati.
Nelle “repubbliche popolari” di Donetsk e Luhansk non vige il diritto russo, e quindi i prigionieri ucraini rischiano la pena di morte. Donetsk ha già condannato alla fucilazione tre volontari stranieri che combattevano per l’Ucraina, e il giornalista russo in esilio Aleksandr Nevzorov non dubita che le sentenze ai membri di Azov saranno capitali: «Ma prima di ucciderli si godranno la loro umiliazione».
Almeno duemila militari del battaglione Azov si sono arresi a Mariupol dopo aver difeso per più di due mesi la città martoriata dai russi. La resa era stata negoziata tra Kyiv e Mosca con le garanzie dell’Onu e della Croce Rossa, ma 50 prigionieri sono morti un mese fa nel carcere di Olenivka, vicino a Donetsk, in quello che i russi sostengono essere stato un bombardamento ucraino e che Kyiv denuncia essere stata una strage per occultare le torture e le uccisioni dei detenuti.
I militari di Azov liberati in seguito agli scambi di prigionieri raccontano di essere stati spogliati e umiliati dai carcerieri: «Ci infilavano aghi nelle ferite aperte, ci facevano la tortura dell’acqua», ha raccontato in una conferenza stampa a Kyiv Vladislav Zhaivoronok, che è finito nelle mani dei russi dopo aver perso una gamba e dice che gli avevano negato gli antibiotici per costringerlo a testimoniare contro i suoi comandanti e «confessare uccisioni di civili».
I falchi di Mosca vogliono un “processo di Norimberga” che dovrebbe confermare la narrazione russa di una “guerra contro il nazismo”, e legittimare l’invasione, almeno agli occhi dell’opinione pubblica interna. Quella internazionale difficilmente potrà credere a un processo-spettacolo con “confessioni” di imputati torturati, sul modello dei grandi tribunali contro i “nemici del popolo” voluti da Stalin negli anni Trenta, e l’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani ha dichiarato ieri che un processo ai prigionieri tutelati dalla convenzione di Ginevra sarebbe «un crimine di guerra commesso dalla Russia».
Secondo Mosca però il battaglione Azov è una “organizzazione terrorista”, e non a caso i servizi segreti Fsb hanno accusato dell’omicidio di Darya Dugina una agente ucraina che ne farebbe parte. Un crimine «barbaro, i cui autori non meritano alcuna pietà», ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri Sergey Lavrov.
Allo schieramento di quelli che bramano il sangue si è aggiunto anche il capo del Comitato per la cooperazione estera Evgeny Primakov, che ha dichiarato in pubblico di sognare l’ex deputato russo Ilya Ponomaryov, fuggito a Kyiv, che «striscia sulle gambe rotte sputando i denti».
Un ideale estetico e politico che perfino gli estimatori del Gulag staliniano finora hanno esitato a elogiare in pubblico. Ieri, mentre molti propagandisti televisivi invocavano bombardamenti del centro di Kyiv per vendicare Daria Dugina, il presidente del comitato Esteri della Duma Leonid Slutsky ha lanciato ai suoi funerali un nuovo slogan: «Un Paese, un presidente, una vittoria».
Un parallelo imbarazzante con il culto di Hitler, e la frase è stata censurata dalle tv. Nessuno dei rappresentanti altolocati del governo si è presentato al funerale, animato soprattutto da esponenti dell’estrema destra nazionalista, in un altro segnale di una lotta interna al Cremlino: qualcuno nella cerchia di Putin spera ancora di fermare il montaggio delle gabbie a Mariupol.
(da La Stampa)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
IL REPORTAGE DA LEOPOLI, DOVE GLI SFOLLATI VIVONO NEI CONTAINER: “ABBIAMO PAURA DI ESSERE DIMENTICATI”
La guerra in Ucraina ha prodotto circa 5 milioni di profughi, si tratta di persone che sono scappate dalle loro città colpite dai combattimenti e dai bombardamenti. Lugansk, Donetsk, Cherson, Kharkiv, e tante altre località i cui nomi abbiamo imparato a conoscere attraverso i bollettini quotidiani della guerra.
La paura è che il conflitto diventi un’ “abitudine” per i paesi occidentali ed Europei in particolar modo.
Oggi il flusso dei profughi di guerra riguarda l’ovest dell’Ucraina dove centinaia di migliaia di persone cercano rifugio dopo aver perso tutto. Leopoli è la città più grande dell’Ucraina occidentale, ed è qui che in migliaia attendono l’evoluzione del conflitto.
In pochi hanno un posto dove stare nei campi profughi costruiti alla periferia della città ed in migliaia sono senza fissa dimora in città. Fanpage.it ha visitato il campo profughi di Sikhiv alla periferia di Leopoli ed ha seguito Mediterranea Saving Humans, l’associazione italiana che porta aiuti ai profughi di guerra, in una delle sue missioni umanitarie.
Il quartiere di Sikhiv è alla periferia sud della città, un insieme di palazzoni di epoca sovietica dove vive la popolazione più povera della città. Qui, su un terreno che avrebbe dovuto ospitare una chiesa cattolica, i padri salesiani del Don Bosco hanno deciso di realizzare un campo profughi, mettendo i terreni a disposizione del governo.
Si tratta di un campo container come quelli realizzati per i terremotati, allestito con infrastrutture della protezione civile polacca, di quella italiana che ha donato una cucina da campo e dell’Ordine di Malta che ha donato dei tendoni.
“Qui ospitiamo circa 350 persone e di questi 110 sono bambini – ci spiega padre Andrij Platosh del Don Bosco di Leopoli – ma ci sono migliaia di persone che attendono di trovare un alloggio, un riparo, e vagano per la città per cercare un posto dove stare. Molti vengono qui per chiedere di essere ospitati ma noi non possiamo, c’è una fila da rispettare. Solo per questo campo ci sono 2000 persone in lista d’attesa”. Si tratta di persone che vengono dalle regioni dell’Est, dai villaggi poveri, e che si sono trovate catapultate nella città più occidentale dell’Ucraina, ma in uno dei quartieri più poveri.
Sono prevalentemente russofoni, il che può generare qualche problema di integrazione con la popolazione locale, soprattutto si tratta di persone che in gran parte non erano mai stati nell’Ovest del paese, e ci si ritrovano da profughi di guerra.
“Ogni aiuto è benedetto – ci spiega padre Andrji – perché non è mai sufficiente, qui arriva gente in continuazione. Molti hanno problemi di salute, c’è chi è sulla sedia a rotelle, chi non ha una gamba, i bambini vengono da scenari di guerra orribili e c’è bisogno di tutta l’assistenza possibile”.
A Leopoli ci sono altri due campi come questo, uno a Naukova, gestito dall’esercito e l’altro nei pressi del Policlinico della città, gestito anche quello dal governo. Hanno più o meno tutti la stessa capienza, una goccia nel mare rispetto al flusso di persone in fuga che arriva da est e che non vuole spostarsi in Europa.
Non hanno nessuno da cui andare, sono poveri e non possono permettersi un viaggio della speranza, e soprattutto attendono in cuor loro, che la guerra finisca presto per tornare ai loro villaggi.
“Queste persone hanno bisogno di ogni assistenza soprattutto dal punto di vista sanitario” sottolinea il padre salesiano.
Claudio Pardini è un medico di base italiano ed è un volontario. Grazie al progetto “Med Care in Ucraina” di Mediterranea Saving Humans, un team medico dall’Italia ogni 10 giorni arriva qui per portare l’assistenza medica di base ai profughi.
“Queste persone non vedevano un medico da mesi – spiega – hanno interrotto terapie, sono peggiorate le loro condizioni di salute. L’assistenza sanitaria qui viene garantita per un minimo alla popolazione residente, ma per i profughi c’è davvero poco. Ci sono persone con patologie croniche e non ci sono farmaci, grazie al progetto Med Care in Ucraina ora siamo in grado di somministrare le medicine di cui hanno bisogno”.
“Tra quaranta giorni qui arriva la neve e sarà un dramma, la somministrazione del cibo nei campi profughi si fa all’aperto, non si potrà più fare in questo modo” ci spiega Denny Castiglione, capomissione di Mediterranea Saving Humans.
La popolazione di Leopoli prova a continuare a vivere, le sirene che avvertono degli allarmi antiaerei suonano sulle app degli smartphone almeno 4-5 volte al giorno. Bisogna andare nei rifugi, dove sempre più spesso trovi i bambini, gli adolescenti, gli anziani, ma sempre meno gli adulti, quasi abituati alle sirene e non più disposti a correre sottoterra. Alla stazione di Leopoli, fino a qualche mese fa crocevia di profughi verso l’Europa, la situazione è più tranquilla.
Il flusso ora è molto diverso, in pochi vanno in Europa, c’è chi può permetterselo o chi ha i parenti, per la maggior parte invece chi arriva in città ci resta. “C’è un gran numero di persone rifugiate qua ad Ovest che non hanno viveri e nemmeno un posto dove stare – sottolinea Castiglione – appena parli con la popolazione locale capisci la tensione che sta crescendo. Lo sfollamento obbligatorio imposto dal governo ucraino per alcune città dell’Est avrà sicuramente delle ripercussioni su questa situazione”.
In pieno agosto Zelensky ha ordinato lo sgombero di Kherson, Charkiv e Zaporizhzhia, dove i russi hanno preso la centrale nucleare, e una nuova ondata arriverà a ovest del paese. Con l’arrivo dell’inverno il rischio di crisi umanitaria interna è altissimo.
“Si rischia davvero di ritornare all’inizio della guerra quando qui a Leopoli c’era un ammasso di persone che scappavano dalla guerra – spiega Castiglione – ma la differenza è che ora c’è tutto un inverno davanti da novembre ad aprile, saranno mesi davvero molto difficili”.
La paura più grande per gli ucraini è quella di essere dimenticati. “Io personalmente ho paura – ci dice padre Andrji – siamo uomini e siamo abituati ad avere la tentazione di dimenticare quello che c’è intorno a noi”.
A testimoniare la preoccupazione degli ucraini è la diminuzione della presenza delle strutture internazionali nel paese. “All’inizio della guerra c’è stata una imponente mobilitazione di tutti gli Stati occidentali per portare aiuti e per essere presenti qui – commenta Castiglione – ora a cinque mesi dall’inizio della guerra non c’è rimasto quasi più nessuno”.
(da Fanpage)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
LA TASSA PIATTA NON PIACE AL 51,6% DEGLI ITALIANI, FAVOREVOLE IL 38,8%
La “tassa piatta” non piace agli italiani. Lo indica l’ultimo sondaggio di
Termometro politico, che vede la maggioranza degli italiani contraria alla flat tax, rilanciata recentemente dalla Lega di Matteo Salvini.
Solo il 38,9 percento ritiene che la flat tax sarebbe giusta in quanto “semplificherebbe e alleggerirebbe il fisco”, mentre il 5,6 percento è favorevole ma pensa che non sia possibile introdurla, perché costerebbe troppo.
Contrario il 51,6 percento dei rispondenti, divisi tra il 33,4 percento secondo cui “le tasse vanno diminuite per tutti, ma mantenendo la progressività delle imposte” e il 18,2 percento che vuole mantenere le aliquote al livello attuale combattendo piuttosto l’evasione.
Il sondaggio, condotto tra il 16 e il 18 agosto, vede la conferma al primo posto di Fratelli d’Italia, stabile al 24,3 percento, mentre il Partito democratico fa registrare una crescita di mezzo punto percentuale rispetto alla rilevazione precedente, arrivando al 23,5 percento.
In calo invece Lega (e Movimento 5 stelle, mentre Azione e Italia Viva esordiscono al 4,9 percento, dopo il 7,3 percento di Forza Italia.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
VEDIAMO COSA HA FATTO PER I GIOVANI IN CONCRETO, GIUSTO PER NON FARCI PRENDERE PER I FONDELLI
Progetti per eliminare le devianze e crescere giovani “sani e determinati”: questa la proposta di Giorgia Meloni. Distratti dall’inquietudine per dichiarazioni simili, rischiamo di dimenticare che, sul tema delle politiche giovanili, la leader di Fratelli d’Italia ha costruito la sua carriera, ricoprendo anche ruoli di governo.
Giorgia Meloni entra in Parlamento nel 2006, a ventinove anni, risultando la deputata più giovane della legislatura. Prima dell’elezione era stata impegnata nei movimenti studenteschi legati al Movimento sociale italiano, prima, e ad Alleanza nazionale, poi, diventando anche la prima presidente donna di un’associazione giovanile di destra.
Nel 2002 è lo stesso Gianfranco Fini a nominare Giorgia Meloni nel comitato di reggenza nazionale di Azione Giovani, in cui milita anche Carlo Fidanza, comparso anche nell’inchiesta Fanpage.it Lobby Nera e al momento indagato per corruzione. Nel 2009, poi, Azione Giovane confluì nella Giovane Italia, il movimento giovanile del Popolo della Libertà.
Intanto, proprio con il PdL, nel 2008, Giorgia Meloni era stata rieletta alla Camera e, con l’insediamento del governo Berlusconi, aveva ottenuto il Ministero della Gioventù.
L’eredità al ministero: diversi fondi già stanziati dal governo Prodi
Appena insediata, Giorgia Meloni trova la situazione ideale: meno di due anni prima, con il decreto Bersani, era stato istituito e finanziato un apposito fondo per le politiche giovanili e, più in generale, con il governo Prodi e la ministra Melandri, erano stati istituiti l’Osservatorio nazionale sulle comunità giovanili, un fondo di sostegno per l’occupazione e l’imprenditoria giovanile e un ulteriore fondo per il credito ai giovani.
Per occuparsi delle politiche giovanili, Giorgia Meloni può quindi contare su finanziamenti già stanziati. Da ministra, propone anche altro. Presenta un disegno di legge sull’istituzione di comunità giovanili, “oasi per combattere il degrado”, che dovrebbero basarsi sull’impegno di associazioni gestite dai giovani per i giovani. Nonostante l’iniziativa governativa e la spinta ministeriale, il progetto si arena.
Sembra decollare invece il Fondo Mecenati: come nella storia i mecenati sovvenzionavano gli artisti, così le imprese dovrebbero investire sui giovani talenti e, per farlo, possono ottenere il 40% dei finanziamenti dallo Stato. Si tratta insomma di un cofinanziamento, che, con l’obiettivo di valorizzare i giovani, garantisce fondi diretti alle imprese che presentino progetti.
Il fondo è tuttora attivo e gestito dal Consap, anche se il successo non è certo in linea con promesse e annunci trionfalistici al lancio: la ministra prometteva quaranta milioni di euro, poi, alla luce della scarsa adesione da parte delle imprese, gli stanziamenti si ridussero a poco più di un ottavo (5.476.460,00 euro).
Meloni più di chiunque ha avuto poteri ministeriali sulle politiche giovanili§
Questo è quanto: fondi già stanziati dal governo precedente, un disegno di legge arenato e la promessa di un trionfale piano per i giovani talenti che le imprese stesse snobbarono.
Un po’ poco se si considera che, nella storia repubblicana, Giorgia Meloni è l’esponente politico ad aver presieduto per maggior tempo un ministero simile. Alle politiche giovanili, infatti, raramente è stato assegnato un dicastero, più spesso la materia è stata trattata da diversi ministeri, nell’ambito delle loro competenze.
Le eccezioni sono poche: nel 1972, l’onorevole Caiati, della Democrazia Cristiana, ricoprì per poco più di un anno il ministero per i “problemi della gioventù”, mentre Giovanna Melandri (per due anni, tra il 2006 e il 2008), Josefa Idem (per tre mesi nel 2013), Vincenzo Spadafora (per un anno e mezzo, col governo giallo-rosso) si sono occupati delle politiche giovanili assieme allo sport. Fabiana Dadone è attualmente ministra delle politiche giovanili, in carica da un anno e mezzo e dimissionaria insieme al governo di cui fa parte: Giorgia Meloni ricoprì lo stesso ruolo per più del doppio del tempo, da maggio 2008 a novembre 2011.
Le responsabilità del governo contro i giovani: Meloni non devia
Al netto dei giudizi sui progetti di Fratelli d’Italia e di Meloni in questa campagna elettorale, è il caso di ricordare che l’attuale candidata è proprio la ministra di allora. Chi oggi promette progetti per giovani “sani e determinati” ebbe poteri e li esercitò nel modo appena descritto. Non solo.
Tra il 2008 e il 2011, il governo Berlusconi, in cui Giorgia Meloni sedeva (e con lei diversi esponenti di Fratelli d’Italia), decideva tagli lineari sullo stato sociale: dalla manovra estiva del 2008 alla finanziaria del 2009, dalla legge Gelmini sulla scuola a quella sull’università, furono fortemente ridotti i fondi a settori fondamentali per il benessere dei giovani, oltre che della società intera.
Si potrebbe dire che all’epoca Giorgia Meloni aveva poco più di trent’anni e, pur militando in politica già allora da un decennio, non aveva il potere di condizionare le scelte governative. Certo.
Oggi, però, nella selezione della sua classe dirigente, quei poteri li ha. Eppure, tra le file dei candidati, oltre ai soliti La Russa Ignazio Benito e Daniela Santanché, è capolista in Lombardia Giulio Tremonti, ministro dell’economia tra il 2008 e il 2011, a confermare che, da un governo Meloni, potremo aspettarci la stessa matrice dell’esecutivo di allora.
(da Fanpage)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
I RAPPORTI DECENNALI TRA IL RAS DELLE CLINICHE PRIVATE E IL SUOCERO DEL “CAPITONE”, DENIS VERDINI… NELLA SCORSA LEGISLATURA ANGELUCCI SI È PRESENTATO SOLO AL 3,2% DELLE SEDUTE
Più che tirare il Carroccio, caricandolo di voti, Antonio Angelucci sembra
essercisi accomodato sopra per farsi trasportare nuovamente in Parlamento, dove non mette quasi mai piede ma dove ha un seggio garantito da 14 anni.
L’ex portantino dell’ospedale San Camillo di Roma, diventato poi imprenditore della sanità, editore e immobiliarista, dopo tre legislature con Forza Italia è stato candidato nel plurinominale dalla Lega, al primo posto sia in Lazio 1 che in Lazio 2.
Un posto sostanzialmente blindato, su cui a quanto pare non hanno potuto proferire verbo gli esponenti regionali del partito e su cui ha deciso in autonomia Matteo Salvini. I rapporti tra il ras delle cliniche e Denis Verdini sono annosi e sarebbe bastata al “Capitano”, fidanzato con Francesca Verdini, una parola del “suocero” per assicurare altri cinque anni da parlamentare al 77enne di Sante Marie.
Angelucci da parlamentare ha un record: quello dell’assenteismo. Nella scorsa legislatura si è presentato solo al 3,2% delle sedute a Montecitorio. Non si ricordano suoi particolari interventi in aula. Non presenta atti di sindacato ispettivo e, fatta eccezione per una proposta di legge sull’ippoterapia, non sembra particolarmente interessato neppure al fronte legislativo.
In quattordici anni nel Lazio sicuramente non è stato uno dei portatori di voti per Forza Italia e non si ha memoria di un suo improvviso impegno per quella Lega che da partito del Nord ambisce, o forse ambiva, a diventare il primo partito di centrodestra a livello nazionale.
Ma per Salvini ora come per Silvio Berlusconi prima tutto questo non conta e il seggio per Angelucci, editore dei quotidiani Libero e Il Tempo, è garantito.
Il parlamentare è imputato per tentata corruzione, relativamente a una mazzetta da 250mila euro che nel 2017 avrebbe offerto all’assessore regionale alla sanità Alessio D’Amato, per ottenere il via libera al pagamento dei crediti alla clinica San Raffaele Velletri, alla quale la Regione aveva già revocato l’accreditamento. Sempre per quella clinica è stato processato e poi assolto dall’accusa di una maxi truffa al sistema sanitario.
L’onorevole è stato inoltre condannato in primo grado a un anno e quattro mesi per falso e tentata truffa, relativamente ai finanziamenti pubblici ricevuti nel 2006 e nel 2007 da Libero e dal Riformista, ed è infine in corso una delicata indagine sui tanti morti, durante la prima ondata del Covid, al San Raffaele di Rocca di Papa.
Nel 2011 Angelucci concesse un prestito milionario a Denis Verdini, in difficoltà per i debiti contratti con il Credito Fiorentino. L’ex uomo forte del centrodestra in Toscana sarebbe stato inoltre l’artefice dell’incontro a Montecitorio tra l’onorevole imprenditore e il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, per discutere di sanità. Tra una cena da PaStation e una colazione al bar Ciampini, i rapporti tra Angelucci e Verdini sarebbero stati sempre intensi e avrebbero pesato nella candidatura.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
“IL PROGRAMMA ECONOMICO DEI SOVRANISTI È LA RICETTA PERFETTA PER IL DEFAULT”… “LA CREDIBILITÀ INTERNAZIONALE? NESSUN LEADER EUROPEO VORRÀ STRINGERLE LA MANO”
Dice, Carlo Calenda, che “in quanto ad agenda economica, Nicola Fratoianni e Giorgia Meloni sono in perfetta sintonia: professano lo stesso statalismo improvvisato”. E però dei due, è una sola quella che ha legittime ambizioni di applicarle al governo, quelle ricette.
“E così porterebbe l’Italia non tanto all’epoca truce del Ventennio, ma in zona Venezuela”.
Donna Giorgia come Maduro? “Il programma economico della destra sovranista è la ricetta perfetta per il default. E poi le continue, surreali dichiarazioni di voler modificare il Pnrr negoziato con Bruxelles da Draghi. Magari realizzerebbe un decimo di quello che promette, ma con il solo uso scriteriato della propaganda Meloni sta producendo una fuga degli investitori internazionali dal nostro mercato del debito. In questo, la sua ascesa è analoga a quella di Salvini”.
E allora anche i sospetti di nostalgie che la Meloni si porta dietro, questo suo “non avere altra cultura politica personale se non quella dell’epica dei fasci di Colle Oppio”, è preoccupante in quest’ ottica: “Sul piano, cioè, della credibilità internazionale, perché nessun leader europeo vorrà stringerle la mano”. E dunque la previsione del leader del Terzo polo, è netta: “Al governo, la Meloni durerà sei mesi”.
Sei mesi? Lo si diceva anche del M5s: e invece. “Ma l’agenda della Meloni è semplicemente irrealizzabile”, insiste Calenda. “Duecento miliardi di nuove spese: questo è il programma della destra. Una sintesi di anarcosfascismo che acuirà le tensioni sociali
Anche perché il primo atto che la destra dovrebbe fare sarebbe una delle leggi di Bilancio più severe degli ultimi anni. Altro che flat tax e quota 41. E poi la crisi energetica: Meloni, sull’opposizione all’indispensabile rigassificatore di Piombino, è alleata proprio di Fratoianni e Bonelli. Ed è convinta di nazionalizzare tutto. Pur di compiacere i sindacati organizzati della ex Alitalia, considera tutto sommato un effetto collaterale marginale il dover accollare ancora una volta i conti di Ita sui contribuenti. Questo suo protezionismo pecoreccio tradisce in realtà una grossa sfiducia verso la nazione di cui si professa patriota: l’idea, cioè, che solo rinunciando alla competizione con gli altri, alle sfide che l’Europa ci pone, possiamo restare in piedi”.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
IL DIRITTO ALL’ABORTO NON C’ENTRA NULLA CON IL SOSTEGNO ECONOMICO, SONO DUE NORME DIVERSE
Non toccheranno la legge 194, ma c’è l’intenzione – almeno personale –
di ritoccarla con una implementazione. A dirlo è il segretario della Lega Matteo Salvini che sostiene che all’interno di quella norma, in vigore dal 1978, manchino i sostegni economici nei confronti delle donne che devono decidere se portare a termine, o meno, una gravidanza. Peccato che la legge non sia “economica”, ma la sua natura è quella di garantire un diritto alle donne.
In collegamento con “24 Mattino Estate” (su Radio24), il leader della Lega ha risposto a una domanda sulla legge 194 del 1978 che regolamento il diritto delle donne all’interruzione di gravidanza in Italia. Li ha rassicurato sul fatto che non vi sia alcuna intenzione di cancellare quella norma, ma ha proposto un’implementazione: “Non toccheremo mai la legge 194, l’ultima parola spetta alla donna e non allo Stato. La 194, dal mio punto di vista, va implementata offrendo la possibilità di scelta a chi dovesse abortire per motivi meramente economici di poter far diverso con l’aiuto dei centri di aiuto alla vita. Molto banalmente: io non voglio tornare indietro, voglio solo andare avanti. Vorrei potenziare l’investimento economico per chi non ha alternative, perché la grande maggioranza delle donne che fanno quella scelta drammatica che ti segna la vita, se hai un sostegno economico…”.
La discussione è proseguita sui costi che ogni famiglia (o singolo genitore) deve sostenere nel percorso di crescita di un bambino e per questo Matteo Salvini ha proposto di seguire quanto fatto in Ungheria da Victor Orban, dove l’aborto è vietato se non in alcuni scasi specifici: “La legge più avanzata per la famiglia è quella dell’Ungheria: là ci sono tantissimi aiuti, congedi parentali estesi anche ai nonni ed è tra le più avanzate d’Europa”.
Al netto del riferimento all’Ungheria, non propriamente un Paese in cui i diritti delle donne sono garantiti (specie se si parla di diritto all’interruzione di gravidanza), non è necessaria alcuna implementazione della legge 194 in Italia.
Quella norma, infatti, serve solamente a garantire alle donne il diritto all’aborto, anche all’interno delle strutture pubbliche. Seguite dai professionisti, anche se nelle Marche – come denunciato questa mattina da Chiara Ferragni – tutto ciò è stato reso quasi impossibile. Un conto – dunque – è la legge vigente dal 1978, un altro è fornire sostegno economico alle famiglie o alle donne single incinte. Due mondi paralleli su cui non è necessario fare propaganda.
(da NextQuotidiano)
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