Agosto 20th, 2022 Riccardo Fucile
DAL 2019, L’UNITÀ DELL’FSB DEDICATA A DISSEMINARE TALPE ERA CRESCIUTA DA 30 A 160 ELEMENTI,,, PER ZELENSKY E’ STATO COMPLESSO STANARE LE TALPE: NEI SERVIZI UCRAINI LAVORAVANO IN 27MILA. C’È STATO BISOGNO DI ASSOLDARE AGENTI DELLA CIA SOTTO COPERTURA PER TROVARLE”
C’è da sbizzarrirsi a immaginare cosa dev’essere successo a Kiev pochi
giorni prima dell’invasione, quando nessuno credeva che Putin avrebbe attaccato ma gli agenti dell’Fsb, ex Kgb, da Mosca davano già istruzioni in codice ai loro informatori fin dentro i servizi ucraini anche quelli, eredi del Kgb.
La ricostruzione è stata fatta dal Washington Post in un lungo reportage basato su indiscrezioni d’intelligence occidentali e ucraine, e su sfilze di intercettazioni che hanno portato ad arresti (800 collaborazionisti) e interrogatori.
«Buon viaggio!», augurava un ufficiale dei servizi a Mosca a un collega che partiva per Kiev con le forze d’occupazione. Ma le decine di agenti spediti a ridisegnare il regime-fantoccio legato all’ex presidente Yanukovich e all’oligarca Medvedchuk, si sono ritrovati impantanati alle porte della capitale come le colonne ferme dei carri armati.
«Andate via da Kiev, ma lasciate le chiavi negli appartamenti e quando tornerete sarà tutto diverso», dicevano agli infiltrati a Kiev. A Mosca si facevano preparativi di traslochi con istruzioni per approntare casseforti e sistemazioni comode, interi uffici si sarebbero trasferiti. Dietro c’era un lavoro di mesi e anni. Dal 2019, l’unità dell’Fsb dedicata a disseminare talpe fra i quadri ucraini era cresciuta da 30 a 160 elementi. E forse questo aveva indotto la falsa previsione di un’accoglienza favorevole verso i russi.
Ma niente è andato come doveva andare. Addirittura, all’inizio della guerra un’associazione non governativa ucraina è riuscita a pubblicare grazie a un suo affiliato, Myrotvorets, nome in codice che significa Peacemaker, un elenco di agenti russi con nomi, indirizzi e telefoni. Individuati pure gli appartamenti-base. L’opera più complessa è consistita nello scoprire le talpe.
Difficile perché, scrive il WP, nei servizi ucraini lavoravano in 27mila, l’insidia poteva essere ovunque, e c’è stato bisogno di assoldare agenti della Cia sotto copertura per andare a stanarli. Inoltre, si fronteggiavano reti filo-russe e filo-Zelensky ramificate nell’alta amministrazione e nel mondo politico e industriale.
E alla fine, invece di venire smantellata la rete dell’attuale governo, è stata sbaragliata quella di Medvedchuk, l’anti-Zelensky rimasto in Ucraina (a differenza di Yanukovich rintanato a Minsk in attesa). In tanti sono dovuti scappare, altri sono stati arrestati. Come Medvedchuk, boccone destinato a uno scambio di prigionieri eccellenti. Il paradosso, osserva il Washington Post, è che a conservare le poltrone sono stati i vertici dei servizi russi, mentre a Kiev Zelensky ha dimesso l’amico d’infanzia capo degli 007 dell’SBU, Ivan Bakanov.
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2022 Riccardo Fucile
“POICHÉ LA SPESA DELLO STATO PER GLI INTERESSI IN PERCENTUALE DEL PIL AUMENTERÀ NEI PROSSIMI ANNI, L’ITALIA DEVE RIDURRE IL DISAVANZO PRIMARIO AL FINE DI TENERE SOTTO CONTROLLO BILANCIO NOMINALE E DEBITO. UN’IMPOSTA FISSA SUL REDDITO RIDURREBBE SIGNIFICATIVAMENTE LE ENTRATE PUBBLICHE”
La flat tax non è sostenibile, il Pnrr è fondamentale e le riforme avviate da Draghi vanno completate, mentre ogni instabilità politica metterebbe a rischio il debito, perché «gli spread sono già in aumento».
Sono molto precise le valutazioni tecniche che Mark Zandi, capo economista di Moody’ s Analytics, fa in questa intervista con Repubblica sulle prospettive dell’Italia.
Come giudica la politica economica di Draghi?
«Ha limitato le ricadute del Covid con misure di sostegno fiscale, finalizzato la ripresa e il Piano di resilienza, rispettando tutte le scadenze finora previste, e migliorando lo status internazionale dell’Italia. Tuttavia avrebbe potuto sfruttare la sua maggioranza parlamentare senza precedenti e il prestigio del premier per affrontare in modo più deciso le questioni strutturali dell’Italia. Ciò ha indebolito l’efficacia delle riforme: quelle della magistratura e del sistema fiscale nell’autunno del 2021 ne sono un esempio. Questa è stata probabilmente un’occasione persa per l’Italia, considerando che l’anno scorso i tassi erano bassi e l’inflazione sotto controllo. Il giudizio complessivo è positivo, ma resta da vedere se le riforme attuate finora aumenteranno significativamente la crescita del Pil nel lungo periodo».
Moody’ s Analytics è diversa da Moody’ s Investors Service, ma quando il rating per l’Italia è stato abbassato, il ministero delle Finanze ha risposto che il Paese è in buone condizioni. Qual è la sua opinione?
«Sebbene la performance recente abbia superato le aspettative, le prospettive si stanno oscurando a causa dei rischi di recessione in aumento. La crescita rallenterà progressivamente nella seconda metà di quest’ anno e nella prima del 2023, poiché l’inflazione elevata pesa su consumi e investimenti, mentre i tassi in crescita limiteranno la politica fiscale indipendentemente dal cambio di governo. Inoltre, i dati sull’occupazione mascherano le disuguaglianze di genere e contrattuali, che potrebbero abbassare nel lungo periodo la partecipazione della forza lavoro e la crescita».
Quanto sarà importante per l’Italia continuare a ricevere i fondi di Next Generation Eu, anche dopo il 25 settembre?
«È importante per migliorare il tasso di crescita potenziale, e per poter accedere in futuro ai meccanismi europei di condivisione delle spese. Roma deve ancora raggiungere 55 obiettivi del Pnrr entro la fine dell’anno, per non perdere una nuova tranche da 20 miliardi di euro.
Il piano si concentra sugli investimenti infrastrutturali per aumentare la produttività a lungo termine. Un’analisi basata sul modello macroeconomico globale di Moody’ s Analytics suggerisce che le stime iniziali del governo sull’impatto del Pnrr sul Pil implicano notevoli guadagni di produttività. Studi recenti però dimostrano come sia improbabile che un investimento maggiore basti da solo a generare guadagni così grandi e permanenti di produttività, a meno che non sia supportato da riforme strutturali, come la liberalizzazione dei servizi, o misure volte ad aumentare l’efficienza dei tribunali e la burocrazia».
Bisognerà continuare a lavorare per l’indipendenza energetica?
«Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il governo ha ridotto le importazioni di gas russo a circa il 25% del totale, dal 40% di prima, ma ha aumentato le importazioni da altri Paesi potenzialmente instabili, tra cui l’Algeria. L’Italia dovrebbe investire di più nelle rinnovabili».
Una flat tax del 15% sarebbe utile o troppo costosa?
«Poiché la spesa dello stato per gli interessi in percentuale del Pil aumenterà nei prossimi anni, l’Italia deve ridurre il disavanzo primario al fine di tenere sotto controllo bilancio nominale e debito. Un’imposta fissa sul reddito ridurrebbe significativamente le entrate pubbliche, anche assumendo un effetto positivo sulla crescita, quindi probabilmente metterebbe in pericolo la sostenibilità del debito.
La flat tax è stata una proposta di punta della coalizione di destra (in particolare Lega e Forza Italia di Berlusconi) dalle elezioni del 2018, ma non è mai stata attuata per il gravoso onere che imporrebbe sulle finanze pubbliche. Studi recenti dimostrano che ridurrebbe le entrate del governo e amplierebbe le disuguaglianze sociali, con benefici limitati in termini di minore evasione fiscale e aumento dei consumi».
Quanto è probabile una recessione in Europa?
«Moody’ s Analytics ipotizza il 50% nei prossimi dodici mesi».
Cosa dovrebbe fare l’Italia per prepararsi?
«Indipendentemente da quale coalizione vinca il 25 settembre, è fondamentale che gli investimenti e le riforme del Pnrr siano realizzate. Un periodo di instabilità politica potrebbe mettere a repentaglio la sostenibilità del debito italiano, soprattutto perché gli spread sono già in aumento. In secondo luogo, se l’Italia non riducesse il suo disavanzo primario faticherebbe a compensare l’aumento degli interessi passivi dello Stato e a mantenere sotto controllo disavanzo nominale e debito come quota del Pil. Infine, una gestione efficace delle riserve di gas in autunno e in inverno sarà fondamentale per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi».
(da La Repubblica)
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Agosto 20th, 2022 Riccardo Fucile
“COLPEVOLI” DI PASSEGGIARE MANO NELLA MANO E ESSERSI DATE UN BACIO… IL PRIMO CON IL VOLTO TUMEFATTO PER LA REAZIONE DELLE VITTIME SANCIRA’ LA FINE DI QUESTI FRUSTRATI
Erano insieme a Sperlonga, piccolo borgo nella provincia di Latina, per
festeggiare Ferragosto. Passeggiavano mano nella mano sul litorale Pontino quando sono state aggredite da uno sconosciuto.
Prima l’uomo ha urlato contro la coppia di ragazze di smetterla, poi è passato alle mani, davanti ai suoi stessi amici che non hanno mosso un dito per fermarlo.
Ci sarebbe stato un semplice bacio tra le due giovani donne dietro il violento attacco omofobo. L’uomo se l’è presa soprattutto con una di loro, una trentaquattrenne di origine napoletana che vive a Roma.
Secondo quanto denunciato ai carabinieri dalla vittima, finita al pronto soccorso dell’ospedale Giovanni di Dio a Fondi con una prognosi di una settimana, l’aggressore l’avrebbe prima minacciata e insultata, mentre era in compagnia di altre persone, tra cui un bambino che avrebbe assistito a tutta la scena.
Poi lo sconosciuto l’avrebbe presa a schiaffi, spintonata fino a farla cadere per terra e si sarebbe scagliato su di lei, colpendola con un passeggino alla gamba.
Dal poco che è emerso, alcuni testimoni sarebbero stati già sentiti dai carabinieri della compagnia di Terracina e della stazione di Sperlonga che stanno conducendo le indagini per ora contro ignoti per ricostruire quanto accaduto. La notizia è trapelata solo ieri, a quattro giorni dai fatti.
«Una bruttissima aggressione contro due ragazze lesbiche – ha commentato su Twitter il governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti -. Può un bacio scatenare tanta violenza? No! In prima linea contro l’omofobia, per dare più diritti e più tutele alle persone Lgbt+».
Lo ha seguito subito Marco Vincenzi, presidente del Consiglio regionale del Lazio: «Fa male leggere questa notizia, l’amore è uguale per tutti e tutti devono avere gli stessi diritti. Confidiamo che le due ragazze aggredite possano avere giustizia» Al fianco della coppia si è subito schierata l’intera comunità Lgbt+, con le associazioni Agedo basso Lazio odv e Pata pata arci aps che hanno espresso la loro solidarietà alle vittime.
«È inaccettabile che qualcuno si senta legittimato ad aggredire verbalmente e fisicamente una donna perché passeggia tenendo per mano un’altra donna», si legge in un post congiunto pubblicato su Facebook.
«Riconosciamo con rammarico che le aggressioni con movente omofobico, lesbofobico, bifobico, transfobico nel nostro Paese non sono previste nella loro specificità dal nostro ordinamento per una precisa scelta politica, confermata anche durante l’ultima legislatura con l’affossamento del ddl Zan. – prosegue la nota -. Per arginare questo tipo di aggressioni è fondamentale l’impegno congiunto delle istituzioni e della società civile per educare al rispetto tutte e tutti».
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2022 Riccardo Fucile
“ERA EUROSCETTICA, ORA HA CAMBIATO IDEA E SI CAPISCE IL PERCHE'”
«La potenziale presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, sceglie la strada del caos e porterà l’Italia in una crisi ancora più profonda dell’attuale». A scriverlo è il quotidiano russo Pravda, in un articolo pubblicato sul suo sito il 17 agosto scorso.
Nel testo si analizza la posizione della presidente di Fratelli d’Italia anche sulle relazioni Russia-Ucraina. «Meloni ha espresso sostegno all’Ucraina e alla fratellanza transatlantica e ha assicurato che il suo governo sarà un solido governo atlantista che sosterrà l’Ucraina nella sua lotta contro la Russia», si legge.
Nell’articolo, a firma di Lyuba Lulko, si parla anche di Matteo Salvini, descritto come «il compagno di coalizione di Meloni sospettato di ‘aver ucciso’ il governo di Mario Draghi su ordine di Vladimir Putin».
La presidente di Fdi viene invece definita dalla Pravda come «storicamente euroscettica». Ad oggi, però, «non ha più il coraggio di esserlo, e si capisce il perché». E ancora: «Nella situazione attuale con l’Unione europea, non sarebbe in grado né di coordinare il programma della coalizione. Pertanto, Giorgia Meloni nega coraggiosamente i sospetti sull’assistenza russa e mantiene il silenzio sulla sua opposizione all’immigrazione e su quella che ha chiamato la lobby Lgbt». Infine, la Pravda riporta le parole di Meloni secondo cui l’Italia dovrebbe smetterla di essere «l’anello debole dell’Occidente». Secondo il giornale russo, il nostro Paese rischia «di essere lasciato solo sulle rovine del vecchio mondo» e con «una leader più attenta all’immagine, che all’interesse nazionale».
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2022 Riccardo Fucile
NEL MIRINO CI SONO ALCUNI OSPITI DEI TALK SHOW ITALIANI CHE VEICOLANO DISINFORMAZIONE… IL RIFERIMENTO AI “FACILITATORI ITALIANI” CHE “SI ADOPERANO COME AGENTI DI INFLUENZA E DI DISINFORMAZIONE E CHE VANTANO RAPPORTI CON CANALI ANCHE CULTURALI DELLA FEDERAZIONE RUSSA”. DI CHI SI TRATTA?
Ombre russe sulla campagna elettorale italiana. A lanciare l’allarme è la
relazione annuale del Copasir. «Preoccupati dalla pervasività della ingerenza russa, le nostre agenzie di informazione e sicurezza e il comitato da diversi mesi stanno monitorando la situazione», si legge nel rapporto licenziato ieri dal comitato di controllo dell’intelligence. «Risulta indispensabile valutare i rischi per la sicurezza nazionale, legati alla possibile percezione che l’Italia sia maggiormente vulnerabile e permeabile all’influenza russa».
La politica italiana è entrata nel mirino della macchina di propaganda del Cremlino. E l’ingerenza va aumentando man mano che le elezioni si avvicinano. […] «L’opera di diffusione di false notizie riconducibili alla Federazione Russa risponde a una strategia già operativa da tempo e che in questi mesi ha trovato ulteriore consolidamento si legge nel documento.
Una campagna di disinformazione, riprende, che trova spazio «nell’ambito dei canali di informazione pubblica e privata attraverso soggetti che vengono ospitati e partecipano ad alcune trasmissioni con l’intento di veicolare la disinformazione e il tentativo di condizionare o comunque inquinare il processo di formazione delle libere opinioni che è un caposaldo delle società democratiche».
La frecciatina è rivolta agli ospiti filorussi nei talk show italiani […] Ma la tv non è l’unico canale per traghettare le fake russe nel dibattito politico italiano. «È stato altresì osservato che la propaganda azionata dal Cremlino si avvale di agenzie di stampa online controllate che pubblicano i propri contenuti in diverse lingue – compreso l’italiano – con decine di milioni di visualizzazioni, nella maggior parte dei casi del pubblico più giovane».
[…] «siti di propaganda e disinformazione di cui sono ignoti i sostenitori, le fonti di finanziamento e che non forniscono evidenze sui fatti narrati», avvisano i parlamentari del comitato bipartisan. Web, tv, social network. In campo ci sono attori diversi […] nel mirino degli 007, riferisce il Copasir, ci sono anche facilitatori italiani che «si adoperano come agenti di influenza e di disinformazione e che vantano rapporti con canali anche culturali della Federazione russa». […]
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2022 Riccardo Fucile
“DA MEDVEDEV UNA CARNEVALATA. MAGARI IL PROBLEMA FOSSE SOLO LUI”… URSO, QUANDO RENDI PUBBLICI I NOMI DI POLITICI E MEDIA FORAGGIATI DAL CREMLINO?
Adolfo Urso definisce quella di Dmitry Medvedev una «carnevalata», ma invita a tutelarsi dalle ingerenze. Il presidente del Copasir, senatore di Fratelli d’Italia, intervistato dal Corriere della Sera spiega: «Magari il problema fosse solo lui. Quello che dice, per come lo dice, ogni volta che lo dice, è talmente grottesco da ottenere l’effetto contrario».
Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza nazionale nonché ex presidente russo aveva detto: «Vorremmo vedere i cittadini europei non solo esprimere il malcontento per le azioni dei loro governi, ma anche dire qualcosa di più coerente. Ad esempio, che li chiamino a rendere conto, punendoli per la loro evidente stupidità».
«Al di là della carnevalata di Medvedev», dice Urso, il problema delle ingerenze sul voto «è reale. E non solo ora che si vota, ma da almeno 10 anni».
La Russia e la Cina, dice il presidente del Copasir, «sono regimi autoritari che in maniera pervasiva agiscono da tempo attraverso propaganda, fake news, sistemi di spionaggio: Mosca si muove soprattutto attraverso le ambasciate e la guerra ibrida cibernetica, Pechino più con la potenza imprenditoriale, con gli istituti di cultura». Entrambe, dice Urso, «ricorrono al cosiddetto elite capture, ovvero il reclutamento in grandi imprese di ex premier spesso o leader di Paesi occidentali, con incarichi di prestigio molto remunerati».
Secondo il presidente del Copasir, «regimi come Russia e Cina non aspettano altro che poter dire che le democrazie non funzionano più, che i voti non servono a niente, che le opinioni pubbliche sono spaccate, che non ci sono più valori comuni, che nemmeno si riesce più a esprimere governi». Per loro, prosegue, «è un regalo poter dire che i loro sistemi illiberali sono funzionali alla modernità e le nostre democrazie no. Non offriamo loro il fianco delegittimandoci a vicenda, demonizzandoci: non aspettano altro».
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2022 Riccardo Fucile
POSTI SICURI PER TUTTI NON CE NE SONO
Se sulle liste di Lega e Fratelli d’Italia i giochi sembrano in gran parte fatti,
non si può dire altrettanto di Forza Iralia. Tra i problemi principali che sta attraversando il partito, secondo quanto raccontato dal Corriere della Sera, c’è il rispetto delle “quote rosa” (60 e 40% per il proporzionale).
A questo nodo si aggiunge lo scontro in atto tra le correnti che fanno capo ai diversi esponenti di primo piano del partito. Silvio Berlusconi, secondo quanto riportato, farebbe fatica a garantire un posto agli storici rappresentanti del partito, amici personali compresi.
Spiccano i casi di Annaelsa Tartaglione, che ha scalato Forza Italia Molise per poi venire sostituita dal leader Udc Lorenzo Cesa nel collegio uninominale della sua regione. La causa, si mormora, risiede nelle antipatie che Tartaglione avrebbe suscitato nei vertici femminili del partito.
Adesso le rimarrà solo l’ardua corsa da capolista nel proporzionale. Diverso il caso di Stefania Prestigiacomo, proposta candidata per la presidenza della Regione Sicilia, che dovrebbe spuntare un posto «blindato» a Siracusa, così come Gianfranco Miccichè.
La partita è invece aperta per Maurizio Gasparri, sulla cui posizione si starebbe ancora lavorando. Da assegnare ancora alcune posizioni da capolista alle donne del partito: mentre Anna Maria Bernini è sicura, Licia Ronzulli dovrebbe farcela, mentre Marta Fascina resta in attesa. Discorso a parte merita la presidente del Senato, Elisabetta Casellati: verrà sicuramente ricandidata, ma potrebbe essere presentata in Basilicata anziché nel «suo» Veneto. Nodi intricati che potrebbero essere sciolti solo in calcio d’angolo, lunedì prossimo.
I nomi di Lega e FdI
Quanto alla Lega, la squadra di governo è promossa in blocco. Umberto Bossi correrà per la Camera, nella sua Varese. Ci sarà anche, per Sondrio, il ministro Giorgetti. Il capogruppo Molinari ad Alessandria, i vicesegretari Fontana e Crippa a Verona e Seregno. Per il Lazio invece, confermate le new entry Simonetta Matone e Andrea Paganella. L’indirizzo confermato è quello annunciato a più riprese dal leader del Carroccio, Matteo Salvini, che si presenterà solo nel proporzionale: il simbolo sarà difeso da ministri e sottosegretari, tutti ai collegi uninominali di Montecitorio.
Fratelli d’Italia, dal canto suo, punta sulla conferma di tutti gli uscenti e su volti noti: Raffaele Fitto per la Puglia, gli ex ministri Giulio Tremonti e Giulio Terzi, ma anche il responsabile del dipartimento economico del partito Maurizio Leo, l’ambasciatore Stefano Pontecorvo e la giovane Chiara Colosimo.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile
LE TESTIMONIANZE DI DECINE DI LAVORATORI STRANIERI DEL TERZIARIO… CONFCOMMERCIO AMMETTE: “DUE EURO SI’, UNO E’ ECCESSIVO”
“A Rimini ci sono lavoratori del commercio che guadagnano poco più di un euro all’ora”. Alla pesantissima denuncia lanciata in questi giorni dalla Flai Cgil nella città romagnola, è seguita la difesa d’ufficio, quantomeno maldestra, della Confcommercio: “Abbiamo sentito purtroppo di due o tre euro – ha risposto il presidente provinciale Gianni Indino – ma un euro sembra una cifra troppo bassa per essere credibile”.
Il surreale botta e risposta è avvenuto negli scorsi giorni, dopo la pubblicazione di un’indagine informale condotta dal sindacato tra gli immigrati della provincia romagnola.
I risultati, persino peggiori rispetto alle aspettative, hanno fatto arrabbiare l’associazione di imprese che, pur non avendo subito accuse dirette, ha voluto reagire con la più classica delle toppe peggiori del buco.
Per mettere i fatti nella giusta prospettiva va tenuta da conto una premessa: il sondaggio in questione non ha un valore statistico, come chiarito anche lo stesso sindacato.
Si è trattato di una raccolta di 123 testimonianze di chi ha raccontato in quale settore lavora e qual è la sua retribuzione. Una platea composta perlopiù da uomini, la maggior parte dei quali proveniente dall’Africa centrale, più qualche decina di pachistani e cittadini del Bangladesh.
La fetta più grossa è impiegata nel turismo: li si vede ogni giorno, soprattutto in questo periodo, servire ai tavoli dei ristoranti nella riviera, ma anche assistere i clienti nei negozietti, pulire le stanze degli hotel, trasportare merci, lavorare in spiaggia.
Il modello vacanziero della riviera romagnola, del resto, è tornato a girare a pieno regime e ha bisogno di braccia. Ed è proprio nelle attività connesse col turismo – alberghi, ristoranti e negozi – che sono emersi i salari più miseri, ben inferiori a quelli, comunque tutt’altro che faraonici, di metalmeccanica, edilizia e agricoltura.
Chi opera nel commercio ha dichiarato di prendere da un massimo di 10,38 euro all’ora a un minimo di appena 1,09 euro. Nel turismo si va dai 10,98 euro a 1,65 euro.
Più stretta la forbice nell’agricoltura: da 6 a 4,23 euro. In edilizia, invece, si va da 8,08 euro a 5,76 euro.
Numeri, come spiegato, da circoscrivere a chi ha risposto alla rilevazione, legati a casi singoli dai quali non si può tirar fuori una media, ma che comunque fanno emergere evidenti situazioni di sfruttamento.
Subito dopo la diffusione della ricerca, come detto, è partita la controffensiva della Confcommercio provinciale, che ha contestato al sindacato il fatto di aver pubblicato un “sondaggio quasi ideologico”. “Mai sentite cifre del genere, purtroppo sento parlare di 2 o 3 euro, ma 1,09 euro non è una somma credibile, se non nel caporalato”, ha detto al Corriere Romagna il presidente Gianni Indino, aggiungendo, bontà sua, di non voler sminuire con questo il fenomeno del lavoro sottopagato.
Insomma, un euro l’ora sarà pure un caso isolato, nella ricostruzione imprenditoriale, ma non è infrequente imbattersi in “contratti” che riconoscano due euro o poco più.
Il leader locale dei commercianti, già che c’era, ne ha approfittato per rilanciare il ritornello dei lavoratori introvabili: “Sparare nel mucchio non è accettabile, né corretto quando si fa informazione, specie nell’estate in cui gli imprenditori raschiano il fondo e in mancanza di personale rintracciano parenti alla lontana per farli lavorare”.
Anche la presidente della Federalberghi Patrizia Rinaldis ha attaccato il sindacato: “Denunce simili fomentano l’astio mettendoci l’uno contro l’altro, mentre bisogna separare il loglio dal grano”.
La Flai di Rimini ha realizzato la ricerca nell’ambito di un progetto che l’ha vista in questi anni collaborare col sistema di accoglienza, grazie al quale centinaia di stranieri sono stati “alfabetizzati” sui loro diritti di lavoratori.
Le loro risposte di oggi confermano un fatto che non sorprenderà nessuno: le attività stagionali di turismo e commercio sono particolarmente esposte allo sfruttamento. Certo, se si vogliono fare distinzioni tra una paga da tre euro l’ora e una da 1,09 forse non è chiaro quale sia il problema.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile
NELLA LEGISLATURA CHE SI CHIUDE ERANO 33
Nei paesi di lingua anglosassone esiste una definizione, watchdog
journalism, che viene tradotta in italiano con “giornalisti cani da guardia del potere”. Indica la funzione che la stampa dovrebbe svolgere in una democrazia: informare sulle attività istituzionali svolte dai rappresentanti eletti e verificare il mantenimento degli impegni assunti nei confronti degli elettori.
Ma cosa succede quando il rappresentante eletto è un giornalista? In Italia molti giornalisti sono diventati parlamentari, tanto che nel Parlamento uscente se ne contavano ben trentatré che nel 2018 avevano abbandonato la professione per entrare nei due rami del Parlamento.
I giornalisti probabili candidati
Anche alla prossima scadenza elettorale, sulle schede compariranno nomi di giornalisti, alcuni noti al grande pubblico perché volti televisivi, altri meno perché impegnati nel lavoro di cucina redazionale, quello che si svolge dietro le quinte.
Tra i papabili ci sono il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, le cui simpatie politiche sono ben note, essendo stato bacchettato per aver partecipato alla convention milanese di Fratelli d’Italia, dove invece che moderare un dibattito, fece un intervento sul conservatorismo.
Sangiuliano, corteggiato sia da Giorgia Meloni sia da Matteo Salvini, potrebbe però non accettare. In Rai, dopo il 25 settembre, ci sarà un balletto delle direzioni delle testate giornalistiche e, nel caso di vittoria del centrodestra, data ormai per scontata stando ai sondaggi, il giornalista, un tempo pupillo di Giuseppe Tatarella, che nel 1996 gli affidò la direzione del Roma, ambirebbe alla poltrona più prestigiosa, quella di direttore del tg della rete ammiraglia Rai.
Un altro nome che circola è quello di Giovanna Maglie, ex giornalista Rai, ormai opinionista fissa dei talk show politici a forte impronta sovranista in onda sulle reti Mediaset. Per l’ex corrispondente da New York della tv di Stato, si parla di una candidatura nelle fila della Lega. Stesso partito dove potrebbe essere candidata Annalisa Chirico, firma del Foglio. Niente posto in lista, invece, per Hoara Borselli, nonostante negli ultimi tempi l’ex compagna di Walter Zenga, che non ha un lungo curriculum giornalistico, sia diventata una collaboratrice fissa di Libero con i suoi pezzi sempre richiamati in prima pagina.§
Nel 2018 entrarono in Parlamento 33 giornalisti
Nelle liste di Impegno Civico, la nuova formazione di Luigi Di Maio, troverà sicuramente posto Primo Di Nicola, senatore uscente, che ha seguito il ministro degli Esteri nella scissione dai Cinque Stelle. Di Nicola è stato direttore de Il Centro di Pescara e una delle principali firme del settimanale L’Espresso, quando entrambe le testate non erano ancora state acquisite dalla Gedi per poi essere cedute sul mercato.
Un altro giornalista che nel 2018 era entrato in Senato col Movimento Cinque Stelle, Gianluigi Paragone, sarà candidato nella formazione da lui creata, Italexit, se la stessa riuscirà a raccogliere il numero di firme sufficienti per presentare le liste ed essere ammessa alla competizione elettorale. Paragone, che è stato direttore del quotidiano leghista La Padania (che ha cessato le pubblicazioni nel 2014) e condirettore di Libero, era stato candidato sull’onda del successo di un suo programma su La 7, che rilanciava le parole d’ordine anticasta dei grillini.
La caporedattrice del Tg2 Chiara Prato ha ufficializzato la propria intenzione di candidarsi con l’Unione Popolare di Luigi de Magistris, mentre non hanno avuto fortuna le numerose interlocuzioni che il direttore degli approfondimenti Rai Antonio Di Bella ha avuto con il segretario del Partito democratico Enrico Letta. Troppi pretendenti al seggio tra i dem, per lasciare spazio al figlio dell’ex direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella.
Chi ci riprova e chi è stato escluso
Molti degli onorevoli-giornalisti uscenti non saranno ricandidati, sia per la riduzione del numero dei parlamentari (da 630 a 400 deputati alla Camera, da 315 a 200 i senatori), altri vedono la rielezione a rischio. E’ il caso di Andrea Cangini, ex direttore del Quotidiano Nazionale e del Resto del Carlino che, lasciata Forza Italia, dovrebbe correre sotto le insegne di quello che cerca di accreditarsi come Terzo polo, ovvero la coalizione elettorale formata da Italia Viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda.
Sicuramente troverà un posto in lista Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama, che nel 2018 fu tra i 59 neodeputati di Forza Italia. Non si sa, però, se sarà ricandidato in Liguria, viste le frizioni recentemente avute con un altro giornalista, suo ex collega a Mediaset, il governatore della Liguria Giovanni Toti. Mulè, in uno scambio velenoso di tweet ha definito il presidente ligure (che non si candida alle politiche) “Un Dibattista un po’ in. sovrappeso”.
Tommaso Cerno, ex condirettore di Repubblica e direttore dell’Espresso, senatore uscente del Pd, non sarà ricandidato. Forse per questo oggi dice che “il Pd è inadeguato a governare” contestando le candidature del virologo Andrea Crisanti e dell’economista Carlo Cottarelli, che definisce “tagliatore di spesa pubblica” e “l’opzione di un partito disperato che non ha costruito un’idea di futuro”. Nella legislatura che volge al termine Cerno ha votato 27 volte diversamente dal gruppo parlamentare di appartenenza e non si può certo definire uno stacanovista: secondo il sito Openpolis è stato assente al momento del voto in aula nel 60,92% dei casi.
Anche Salvini e Meloni sono giornalisti
Due giornalisti sono sicuri di sedere nel prossimo Parlamento: sono Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Entrambi sono iscritti all’Ordine (iter giornalistico per i due nei giornali dei rispettivi partiti), anche se hanno, per ovvi motivi, accantonato la professione per occuparsi esclusivamente di politica.
Giornalista sono anche Maurizio Gasparri, oggi in Forza Italia, Roberto Giachetti (Italia Viva), Emilio Carelli: quest’ultimo ex direttore di Sky tg24 nel 2018 è stato eletto col Movimento Cinque Stelle e oggi è in Impegno civico con Luigi Di Maio.
Data la strutturazione dell’Ordine dei giornalisti in due distinti albi, quello dei professionisti (che esercitano in via esclusiva la professione) e quello dei pubblicisti (che svolgono attività giornalistica collateralmente a un’altra professione principale), il numero dei giornalisti presenti in Parlamento va ben oltre i trentatré elencati.
In Italia quello dei giornalisti che scelgono di stare “dall’altra parte” è una lista lunghissima. E’ da decenni, infatti, che la politica “prende in prestito” per periodi più o meno lunghi volti noti del giornalismo televisivo o le firme più illustri della carta stampata.
Una lista lunghissima di giornalisti “dall’altra parte”
Andando indietro nel tempo, spiccano nomi eccellenti: da Pietro Ingrao, prima alla direzione dell’Unità poi alla presidenza della Camera, fino a Luigi Einaudi, firma della Stampa, del Corriere della Sera e corrispondente dell’Economist, che fu anche il secondo presidente della Repubblica.
Giovanni Spadolini, direttore del Corriere della sera e politico nel partito repubblicano, arrivò a ricoprire il ruolo di presidente del Senato e presidente del Consiglio. Ma i nomi sono davvero tanti: Sergio Zavoli, volto noto in tv alla Rai, entrò al Senato con i Ds nel 2001. Gianni Letta, ex direttore del Tempo, braccio destro di Silvio Berlusconi è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E anche Paolo Bonaiuti, deputato Pdl e portavoce storico di Berlusconi, era stato vicedirettore del Messaggero. Paolo Guzzanti, ex vicedirettore del Giornale, fu eletto deputato nelle fila del Popolo delle libertà.
Tra i giornalisti storici che hanno intrecciato giornalismo e politica ci sono stati per il gruppo di Repubblica, due tra i fondatori: Miriam Mafai che nel 1994 aderì al partito Alleanza Democratica e alle elezioni di quell’anno viene eletta alla Camera per la coalizione di centrosinistra dei progressisti. E il “padre’” del quotidiano, Eugenio Scalfari che venne candidato dal Psi alle elezioni politiche del 1968, anche se si trattò di una sorta di elezione “salvataggio”. Scalfari infatti fu eletto deputato, come indipendente nelle liste del Partito socialista, per evitare il carcere grazie all’immunità parlamentare per l’inchiesta sul SIFAR che fece conoscere il tentativo di colpo di Stato chiamato ‘piano Solo’ e per il quale fu querelato dal generale De Lorenzo.
Da sinistra e da destra
Dall’Unità, oltre a Ingrao, provengono soprattutto ex direttori: Massimo D’Alema direttore nell 1988 e Walter Veltroni nel ’92, nominato direttore del quotidiano nonostante fosse solo giornalista pubblicista (del resto spesso la direzione dell’Unità aveva una doppia guida, editoriale e politica, quest’ultima affidata a dirigenti del partito). Ma anche Furio Colombo, ex Rai e poi direttore dell‘Unità dal 2001 al 2005, deputato con i Ds già dal ’96 e poi deputato Pd.
Ci sono poi i politici provenienti dall’area del Secolo d’Italia: Francesco Storace inizia lì la sua carriera e poi diventa capoufficio stampa del Msi-Dn e in seguito di Alleanza Nazionale; entra in Parlamento per la prima volta nel ’94 ed è eletto presidente della regione Lazio nel 2000. Italo Bocchino, ex deputato di Futuro e Libertà, aveva alle spalle la militanza nel Msi, portavoce di Giuseppe Tatarella e poi l’assunzione al Secolo quando nel ’96 venne eletto alla Camera.
Il gran rifiuto di Montanelli
Dal mondo Rai provenivano anche Francesco Pionati e David Sassoli, entrambi ex Tg. Breve esperienza politica per Michele Santoro, candidato al parlamento europeo nel 2004 con l’Ulivo di Prodi: ma appena un anno dopo si dimise perché ottenne il reintegro in Rai dalla quale era stato allontanato a causa del famoso “editto bulgaro”. Esperienza analoga per Lilli Gruber che eletta con l’Ulivo di Prodi nel 2004 nel Parlamento Ue, si dimise nel 2008 per tornare a fare la giornalista.
Un giornalista rifiutò invece l’offerta di entrare in politica: Indro Montanelli. La proposta di candidarsi la ricevette da Ugo La Malfa, presidente del Partito repubblicano e suo amico personale. Era il 1972. Montanelli però non accetto e fece ‘girare’ la proposta a Spadolini.
(da true-news.it)
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