Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile
TRAVAGLIO VINCE LA CAUSA CONTRO RENZI CHE LO AVEVA QUERELATO PER AVERLO DEFINITO “MITOMANE”
Matteo Renzi aveva chiesto un risarcimento da 500mila euro nei confronti di Marco Travaglio, ma i giudici hanno deciso che la definizione data dal giornalista al leader di Italia Viva rientrasse nell’ambito della legittima critica (a livello personale) politica, come forma di sarcasmo, e senza gli estremi della diffamazione.
E così il primo round (perché ci sono anche altre querele mosse dal l’ex Presidente del Consiglio) va al direttore de Il Fatto Quotidiano che, di fatto, è stato prosciolto da ogni accusa.
La querela era stata depositata nel novembre del 2021 e faceva riferimento a quanto scritto (e ribadito lo stesso giorno, durante il suo intervento a “Otto e Mezzo”, su La7) da Marco Travaglio nell’edizione de Il Fatto Quotidiano del 20 febbraio del 2020. In quell’occasione, infatti, il giornalista aveva definito – nel suo editoriale – Matteo Renzi un “mitomane”. Poi, ospite di Lilli Gruber, aveva rincarato la dose: “La sua è una forma di mitomania molesta che, probabilmente, risale a fattori pre-politici che andrebbero studiati da specialisti clinici. Probabilmente vuole farci pagare colpe ataviche, non so se lo prendevano in giro da bambino, non so se vuole farci pagare il fatto che gli italiani non lo hanno capito e lo hanno bocciato più volte, che il mondo non comprende il suo genio”.
Polemiche proseguite a distanza, fino alla querela per diffamazione del novembre scorso.
Ma i giudici hanno respinto l’impianto accusatorio del leader di Italia Viva con queste motivazioni: “Tra le espressioni più forti ed incisive non si riscontrano ingiurie, contumelie od epiteti scurrili né affermazioni che aggrediscano in termini universalmente oltraggiosi il patrimonio morale. Si tratta di un attacco politico non personale e che quindi va ricondotto nell’alveo della critica politica. Nell’economia dell’intero discorso la “mitomania” è la causa e, quindi, la spiegazione della condotta politica di Renzi: in chiave sarcastica, è presentata come l’unica spiegazione possibile delle condotte descritte”.
Dunque, la prima querelle giudiziaria Renzi-Travaglio non porterà a nessuna sanzione o pagamento di 500mila euro, come richiesto dal leader di Italia Viva.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile
PER VINCERE OCCORRE SFRUTTARE AL MEGLIO LA LEGGE ELETTORALE
Una nuova elettorale richiede e mette in opera processi di
apprendimento e di adattamento. L’attuale legge elettorale è appena alla sua seconda utilizzazione ed è pertanto un infante.
Non meraviglia perciò che non sia stata ancora ben compresa dagli elettori e quel che è più grave dai leader e dai dirigenti politici al fine di essere sfruttata al meglio. Le caratteristiche salienti della legge elettorale sono la sua natura mista maggioritaria-proporzionale e l’inscindibilità che esiste nel doppio voto.
I tre quinti dei seggi vengono assegnati nel collegio uninominale, ovvero la parte maggioritaria, al candidato che prende anche un solo voto in più rispetto agli avversari.
I cinque ottavi sono assegnati in collegi plurinominali in modo proporzionale.
Il vincolo tra le due parti che abbiamo indicato è certamente la parte più caratteristica della legge ai fini di una riflessione di carattere generale sulle candidature.
Pone un dilemma non da poco all’elettore, ovvero come approcciarsi alla scheda: guardando al collegio uninominale oppure al listino bloccato di partito della parte proporzionale? È un dilemma strettamente personale che ognuno scioglie a proprio modo facendo prevalere una valutazione o l’altra (è importante aggiungere: spesso potenzialmente contraddittorie), ma una volta decisa la priorità ne deriva fatalmente – pena nullità del voto – la necessità di esprimere un voto coerente con il primo.
Si tratta di una virtualità che può scompaginare anche appartenenze consolidate e facili convinzioni.
Da questa premessa derivano tre considerazioni.
La prima è che manca ancora un’esperienza consolidata su come si orientino gli elettori, a differenza di esempio che in Germania dove pure esiste un sistema misto (e, sia detto per inciso, gli elettori interpretano in modo sistematicamente erroneo il reale funzionamento del sistema, a riprova di quanto siano complicati i processi di apprendimento e quanto contino i bias cognitivi). In altre parole, i risultati elettorali sono sottoposti a una grande alea che poco c’entra con i sondaggi che leggiamo.
Ciò porta la seconda considerazione. Le rilevazioni note sono formulate sulle preferenze di partito e dunque sulla sola parte proporzionale. Forse solo in questi giorni vi sono (pochi) studi sui collegi con candidati potenziali. Ebbene, come si è detto non vi è affatto certezza che l’elettore si approccerà alla scheda dando rilievo preminente alla parte proporzionale.
Certamente ciò è avvenuto nel 2018, quando però un enorme voto di protesta rese del tutto irrilevanti i nomi dei candidati nei collegi uninominali, facendo prevalere sconosciuti e perfino candidato che non fecero campagna elettorale. Ma oggi? Esiste davvero la polarizzazione com quattro poli? E quanto peserà?
Con ciò si viene alla terza considerazione. Chi vuole sfruttare al meglio l’attuale sistema elettorale deve avere grande cura delle personalità che presenta nei collegi, proprio perché c’è una grandissima alea sul modo in cui l’elettore si approccerà alla scheda, ed in particolare non è noto quanto l’attrattività dei candidati possa pesare nella sua scelta di voto.
Va da sé che nella parte proporzionale i partiti debbano mettere cura nei programmi e nell’identità dell’offerta politica. Ma tale identità e la credibilità dei programmi passa anche attraverso la forza dei candidati impegnati nel collegio uninominale, i quali anzi sono per definizione un valore aggiunto (potenziale): offrono all’elettore una indicazione in più, possono spostare voto che altrimenti sarebbero espresso in altro modo.
Se così fosse, per concludere, i sondaggi attuali potrebbero uscire letteralmente stravolti a vantaggio della migliore offerta politica nell’uninominale. Ma in ogni caso i partiti dovrebbero comportarsi modo molto diverso da come stanno facendo nella composizione delle liste.
I grandi partiti, che hanno molti uscenti o ampi gruppi dirigenti, si stanno orientando nel senso della non ripetizione dei nomi tra la parte proporzionale e parte maggioritaria. Ma si tratta di un grave errore, che può costare molto seggi.
Questo sistema elettorale richiede che i partiti scelgano la classe dirigente che si intende eleggere piuttosto che dare un contentino a tutti peggiorando il risultato finale. Come? Nei collegi uninominali andrebbero candidate persone molto attrattive per i territori o comunque note e stimate dall’opinione pubblica.
Se poi ci fosse la volontà da parte del partito di una loro elezione il nome andrebbe riproposto anche nella parte proporzionale in una posiziobe tale da garantirne ragionevolmente in ogni caso l’elezione. Tra l’altro se queste personalità vincessero il collegio entrerebbero, per previsione di legge con questo canale in parlamento, e non con la proporzionale, dove si realizzerebbe uno scorrimento al nome successivo.
Da qui il doppio vantaggio di fare accurate scelte per i collegi. Pertanto meno nomi, altamente credibili (nei collegi) e un miglior coordinamento tra parte proporzionale e maggioritaria sembra il miglior modo per sfruttare le virtualità dell’attuale legge elettorale.
Ecco perché il dibattito sulle candidature “di servizio” che impazza sui social e sui giornali è, almeno per qualche aspetto, fuori fuoco. Per non dire delle esercitazioni con cui i sondaggisti hanno ribaltato i “sentiment” attuali della parte proporzionale sui collegi senza conoscere i nomi in competizione
(da Huffingtonpost)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
QUELLO CHE HA DETTO E QUELLO CHE NON HA DETTO (ANCOR PIU’ RILEVATORIO)
Il titolo di copertina dello Spectator è “Prima donna”, ma l’articolo spiega fin dalle prime righe il doppio senso: Giorgia Meloni non è solo una protagonista nel teatro della politica italiana, ma potrebbe presto diventare la prima donna a Palazzo Chigi nella storia italiana.
L’autore del pezzo, Nicholas Farrell, è un noto giornalista inglese che conosce bene il nostro Paese: ha sposato un’italiana, vive in Italia, ha scritto un libro giudicato “revisionista” su Benito Mussolini (apprezzando il “carisma” e il “fenomenale machiavellismo” del duce), collabora al quotidiano Libero.
Ma è anche il corrispondente da Roma dello Spectator, storico settimanale conservatore britannico, una rivista raffinata, letta per le sue rubriche culturali anche da chi non ne condivide le opinioni politiche. Proprio per lo Spectator, Farrell ha firmato anni fa la sua intervista più celebre, a Silvio Berlusconi. Quella alla leader di Fratelli d’Italia aspira a fare non meno rumore.
“Giorgia Meloni è la donna più pericolosa d’Europa?” è il titolo del servizio. La risposta è lasciata a lei stessa, che smentisce le accuse nei suoi confronti. Farrell osserva: “Minuta e amichevole, Meloni certamente non corrisponde alla mia idea di un fascista”.
Ma questo non lo trattiene dall’incalzarla con le sue domande. Perché viene sempre definita “di estrema destra”, un modo moderno di dire fascista? “Una campagna diffamatoria da parte dei miei oppositori politici che sono ben addentrati nei centri nevralgici del potere”, replica la leader di FdI. “Gli attacchi contro di me in rapida successione possono solo avere un singolo agente. La sinistra controlla la cultura, non soltanto in Italia”
Commento numero 1
Se la Sinistra ha egemonizzato la cultura è perchè la Destra della Cultura, salvo rare eccezioni, se ne è sempre fregata, salvo lamentarsi o tentare di farne un bacino elettorale negli ultimi anni. Quando il Centrodestra ha governato ha solo pensato a piazzare uomini in Rai e ad assegnare poltrone a mezze calzette devote. I pochi uomini di livello annoverabili a Destra sono sempre stati visti come “potenziali nemici” dagli amanti delle poltrone e spesso emarginati. Vecchia scuola della Destra italiana: mi permetto, per una volta, un esempio personale. Ho diretto per 10 anni un circolo culturale librario (uno dei più frequentati in Italia, in tempi pericolosi) e i padri nobili della Meloni “sconsigliavano” gli iscritti al partito dal visitarlo.
Sul minacciato blocco navale per fermare i migranti, Meloni nega ogni intento discriminatorio dal punto di vista razziale: “I razzisti sono dei cretini, okay? Ma questo non significa che l’Italia non debba coordinare i suoi flussi migratori”. La sua soluzione preferita, dice a Farrell, è che l’Unione Europea paghi la Libia per fermare gli imbarchi e si riprenda quelli che sono sbarcati in Italia. “I confini esistono solo se vengono difesi. L’Italia ha bisogno di una quota di migranti, ma la prima regola è che nessuno deve entrare in Italia illegalmente”.
Commento numero 2
Sostenere che “i razzisti sono cretini, ok?” è come volersi liberare del problema che invece investe profondamente la società italiana. E’ una frase da bar non degna di un leader politico. I razzisti non sono cretini, sono soggetti che violano la Costituzione e spesso commettono reati penali, impazzano sui social e veicolano idee criminali.
E passiamo alla “soluzione preferita” dalla Meloni per fermare gli imbarchi: “l’Unione Europea paghi la Libia per fermare gli imbarchi e si riprenda quelli che sono sbarcati in Italia”. Un cazzaro da osteria avrebbe detto qualcosa di più sensato.
a) la Libia si fa già pagare per “fermare per gli imbarchi” dai Paesi Ue e dall’Italia, peccato che la Guardia Costiera libica (nota associazione a delinquere) si faccia pagare anche dai trafficanti libici per far passare i barconi
b) La Meloni ora demanda il compito alla Ue, quando fino a ieri voleva schierare la Marina militare italiana.
c) L’80% degli arrivi è formato da barchini che partono non solo dalla Libia, ma anche dalla Tunisia, difficilmente controllabili. Si parla di 3.000 km di coste.
d) “la Libia si riprenda quelli che sono sbarcati in Italia” è la esilarante proposta finale della Meloni. La Libia è un “porto non sicuro” , è vietato restituire richiedenti asilo a un Paese criminale. Senza contare un piccolo dettaglio: i rimpatri si fanno per nazionalità, i profughi libici si contano sulle dita di una mano, quindi la Libia ha diritto a non riprendersi in ogni caso nessuno. I non aventi diritto all’asilo vanno rimpatriati attraverso accordi con i Paesi di origine. Santa ignoranza
Ma l’Italia, domanda l’intervistatore, non avrebbe bisogno di migranti per risolvere il suo spaventoso calo demografico? “Bisogna risolvere il problema a casa nostra, mettendo gli italiani in una posizione che li spinga ad avere più figli”
Commento numero 3
La manodopera serve alle imprese italiane adesso, la Meloni come Putin ipotizza madri con dieci figli? Ma dove vive? Nel mondo dei sogni? Nella società moderna una donna ha diritto ad affermarsi anche nella società e nel lavoro, non è una fattrice. E parla la Meloni che si è fermata a una sola figlia? Perchè non ne fa dieci, visto che puo’ permettersi tante baby sitter?
Farrell cita il recente video in tre lingue in cui la leader di Fratelli d’Italia afferma di non avere alcuna nostalgia per il fascismo, poi le chiede: e allora che dice dei membri del suo partito che fanno il saluto fascista?
“Sono una piccola minoranza”, risponde Meloni. “Ho sempre detto ai miei dirigenti di partito di esercitare massima severità contro ogni manifestazione di una nostalgia da imbecilli, perché non siamo noi quelli che hanno nostalgia del fascismo. Lo sono soltanto gli utili idioti della sinistra”.
Commento numero 4
Risposta sbagliata. Se non vuoi avere legami con certi soggetti “nostalgici” non gli dai la tessera, non puoi dire che “sono una piccola minoranza”, perchè è come ammettere che lo sai e che li tolleri per convenienza, come loro tollerano te per lo stesso motivo.
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
E’ STATO GARANTISTA CON SE STESSO, MA NON CON GLI ITALIANI, PRODUCENDO UNA SERIE DI LEGGE “AD PERSONAM” CHE LO HANNO PROTETTO DAI PROCESSI, MA NE HANNO AFFIEVOLITO IL PRESTIGIO
La sua vita è questa: un’eterna replica. Oramai Silvio Berlusconi è un
replay tenace – quasi compulsivo – delle stesse immagini e degli stessi refrain, da decenni sempre uguali a se stessi.
E infatti rieccolo apparire in video il 17 agosto 2022: alle sue spalle riappaiono la stessa libreria, gli stessi libri, le stesse foto-ricordo che facevano da fondale alla video-cassetta di ventotto anni fa, quando il Cavaliere annunciò la sua discesa in campo. Stavolta Berlusconi parla di giustizia, un tema col quale ha una grande confidenza.
Da quando lui è entrato in politica nel 1994, i magistrati hanno setacciato incessantemente ogni sua attività. Non che mancasse mai la “materia”, ma a nessun altro imprenditore o politico italiano sono state dedicate le stesse cure. E le contromisure di Berlusconi hanno segnato la sua carriera politica: da capo del governo ha prodotto una serie di legge “ad personam” che lo hanno protetto dai processi, ma ne hanno affievolito il prestigio.
Con un paradosso: Berlusconi denuncia da sempre la magistratura politicizzata ma nel suo quasi decennio a palazzo Chigi non è riuscito a produrre neppure mezza riforma del sistema-Giustizia. Certo, per il suo avvocato Niccolò Ghedini (scomparso ieri sera) le leggine personalizzate servirono «a dare maggiori garanzie ai cittadini, perché a nessun altro succedesse quello che è accaduto a Silvio Berlusconi».
Ma il paradosso resta ed è grande: Berlusconi è stato garantista con sé stesso, ma non con gli italiani.
Nel suo video agostano di queste ore c’è una piccola novità: Berlusconi non parla di sé ma di quelle «migliaia di italiani ogni anno processati e arrestati pur essendo innocenti», vessati davanti alle loro «famiglie, agli amici, sul lavoro». È a quegli elettori che si rivolge: alle milioni di persone lambite o colpite da un processo civile, amministrativo, penale.
Ma non è la prima volta. La sua “carriera” di sedicente vittima, di pluri-processato è una storia infinita e originalissima, anzi si può dire che tutta la carriera politica di Berlusconi sia iniziata e sembrava finita con la questione giustizia.
Quando la Prima Repubblica sprofonda, tra l’estate 1992 e la primavera del 1993, Silvio Berlusconi intuisce che la magistratura potrebbe presto occuparsi di lui. Prima di buttarsi in politica, appoggia con le sue tv le indagini di Mani pulite: in tal senso le telecronache “tifose” di Paolo Brosio per Rete 4 restano memorabili. Nella primavera del 1994, alla guida di Forza Italia, vince le elezioni e appena sei mesi più tardi viene raggiunto da un invito a comparire presso la Procura di Milano: Umberto Bossi ritira la fiducia della Lega e il governo entra in crisi. Passano sette anni prima che Berlusconi rivinca le elezioni.
Riecco le inchieste: tra il 2001 e il 2006 il governo di centrodestra approva una sfilza di norme che aiutano il presidente del Consiglio a proteggersi dai processi. Una striscia mozzafiato. La legge sulle rogatorie internazionali, sul diritto societario, sul legittimo sospetto, sulla protezione dai processi delle alte cariche dello Stato in carica, sulla riduzione della prescrizione, sul legittimo impedimento. Silvio si salva ma perde prestigio e l’eterogenea Unione di Prodi riesce a vincere le elezioni del 2006.§
Ma la giustizia non “lascia” Berlusconi. Nel 2013 il Cavaliere viene condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione e all’interdizione ai pubblici uffici per due anni per frode fiscale decadendo quindi da senatore. Dopo ben 20 procedimenti – schivati nei modi più diversi o anche archiviati – quella per frode fiscale è stata la prima condanna in via definitiva. All’origine di tanta, decennale attenzione da parte dei Pm c’è forse il suo ingresso in politica? Mamma Rossella, che conosceva bene il suo Silvio, nel 1997 disse: «La politica? Che cosa terribile. Io non volevo. Ma lui mi rispose che sentiva una forte spinta dentro di sé. Comunque, se non fosse andato in politica sarebbe stato meglio».
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
A STRETTO GIRO RISPONDE SZELENSKY: “NESSUNA PACE O TRATTATIVA PRIMA DEL RITIRO DELLE TRUPPE RUSSE DAL NOSTRO TERRITORIO”
La Russia è pronta a lavorare a un incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e quello ucraino Volodymyr Zelensky, che potrebbero così negoziare direttamente un accordo di pace.
Lo riferisce la Cnn turca citando fonti del governo di Ankara. Secondo le stesse fonti Mosca avrebbe cambiato posizione in merito a un incontro tra i due leader e ammorbidito le condizioni.
“I leader possono discutere e definire una road map. Le delegazioni possono successivamente lavorare per mettere in pratica questa road map”, hanno affermato le fonti citate dalla Cnn turca. In precedenza la Russia aveva parlato di un possibile incontro tra Putin e Zelensky solo dopo che i due team di negoziatori avessero messo a punto una road map per la pace.
E proprio in queste ore è in corso a Leopoli l’incontro tra il presidente ucraino Zelensky e quello turco Recep Tayyip Erdogan, riporta il canale televisivo turco A Haber. Al centro dell’incontro i recenti progressi ottenuti con l’accordo del 22 luglio a Istanbul sui corridoi del grano, ma anche un possibile incontro tra Zelensky e Putin in Turchia.
L’Ucraina non accetterà mai nessuna pace con Mosca prima del ritiro delle truppe russe dal proprio territorio. Lo ha ribadito il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo aver incontrato a Leopoli il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
L’EX DG DI BANKITALIA NON SI MUOVERA’ DALLA BANCA CENTRALE EUROPEA
Niente da fare: Fabio Panetta non si muoverà dalla BCE. L’economista
cercato da Giorgia Meloni per entrare a fare parte del prossimo governo di centrodestra da portare al Mef (Ministero Economia e Finanze), secondo quanto ricostruito da Il Giornale d’Italia sembra intenzionato a declinare e ad andare avanti col suo incarico di membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea.
Un invito quello di Meloni neanche troppo convinto a dire la verità, dato che secondo i rumours sarebbe stato Mario Draghi a proporlo alla leader di Fdi in modo che la scelta non ricadesse su un profilo non inviso all’Ue.
La ricerca di Meloni e del centrodestra per le prossime elezioni politiche dovrà quindi continuare.
Fabio Panetta rinomato economista e banchiere non farà parte della prossima compagine di governo del centrodestra. Quello del ministro delle Finanze non è un ruolo secondario infatti: quattro anni fa infatti scoppiò il caos perchè il nome proposto dal governo gialloverde (Paolo Savona) si scontrò contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che costrinse Lega e M5s al passo indietro. Fino alla scelta del brunettiano Giovanni Tria.
Da qui si può capire come probabilmente un profilo non inviso all’Ue possa fare la differenza ed evitare ulteriori perdite di tempo come successo nel 2018. Meloni dal canto suo sembra intenzionato a fare suo il ministero del Tesoro e Cdp: nei giorni passati circolava anche il nome dell’ex ministro Giulio Tremonti, ma è soltanto un’ipotesi. La leader di Fdi dovrà ora sfogliare la margherita, provando magari a non fidarsi di chi cerca di consigliarle nomi
Fabio Panetta, 62enne romano, è un economista e banchiere italiano che già in passato ha ottenuto ruoli di rilievo come quello di Direttore generale della Banca d’Italia e Presidente dell’Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni (IVASS). Dal 1 gennaio 2020 invece ha spostato la residenza a Francoforte dato che è diventato membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea. Panetta si è laureato alla Luiss di Roma nel 1982 in Economia e Commercio. Dopodiché ha spostato i suoi studi a Londra.
Il suo rapporto con Banca d’Italia inizia subito, nel 1985. Per sette anni invece (2012-2019) è vice direttore della Banca d’Italia, prima di diventarne direttore per una breve parentesi (maggio-dicembre 2019)
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
L’ENNESIMO EPISODIO DI FECCIA RAZZISTA IN VENETO
Un nuovo e gravissimo episodio di razzismo ha avuto luogo la scorsa notte al Punto di Primo Intervento di Lignano Sabbiadoro, dove Andi Nganso, medico 32enne di origini camerunensi e referente Public Health per la Croce Rossa Italiana, è stato aggredito da un paziente che gli ha rivolto pesanti insulti a sfondo razziale.
L’episodio è stato denunciato dal medico stesso attraverso un post pubblicato sui suoi profili social in cui si legge: “Ho subito la violenza verbale razzista più feroce della mia vita e ho deciso, di concerto con il mio legale, di sporgere denuncia”.
Tutto è partito quando il dottor Andi Nganso, laureato in Medicina a Varese, ha preso in cura il paziente di 60 anni che era appena arrivato in ospedale a causa di alcune lesioni rimediate durante una rissa.
L’uomo, dopo aver rivolto commenti sessisti a un’infermiera, se l’è presa pure con il medico, rivolgendogli decine di insulti, tutti in riferimento al colore della pelle del sanitario: “Negro bastardo schifoso, pezzo di m***, che schifo. Preferivo due costole rotte in più piuttosto che un dottore negro. (…) Mi viene da vomitare, se lo sa Zaia… Croce Rossa Lignano, i negri all’arrembaggio. La laurea da voi costa 500 dollari, pezzente. Non toccarmi, che mi attacchi le malattie”
Il dottor Nganso ha messo l’accento sui numerosi riferimenti del paziente al presidente di Regione leghista Luca Zaia e ha scritto: “Voglio poter condividere che la necessità di denunciare non è legata al desiderio di una giustizia unicamente personale, ma è l’esigenza di manifestare un atto di resistenza ad un odio e ad un razzismo che non solo esistono in questo Paese. Le istituzioni non possono permettere che il loro linguaggio possa rassicurare la violenza del pensiero razzista”
Poi, Nganso ha concluso: “Non c’è niente di sporco e di schifoso nel coraggio del 19enne che sono stato di decidere di voler venire a studiare in Italia. Non c’è niente di sporco o di schifoso nella mia laurea in medicina e chirurgia, nei miei anni passati a lavorare in Croce Rossa Internazionale al fianco al Presidente Rocca. Non c’è niente di sporco e di schifoso nella scelta di voler proseguire il mio percorso professionale nel salvare vite nonostante la delicata complessità della medicina d’urgenza. È tutto limpido e tutto splendido nella mia nerazza e nelle mie radici Bamileke di cui sono profondamente orgoglioso”.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
CI SONO LAVORATORI ANDATI IN PENSIONE NEL 2018 CHE ANCORA NON HANNO VISTO UN CENTESIMO
Roberto Martinelli è un ex dipendente del ministero della Giustizia. È
andato in pensione il primo ottobre del 2018 e a ben 46 mesi dal suo pensionamento, non ha ancora ricevuto nemmeno un euro della sua liquidazione. E non è un caso isolato. Anzi. I sindacati sono subissati di richieste di aiuto.
«Una dirigente scolastica nostra iscritta», racconta Marco Carlomagno, segretario generale di Fpl, «attende la liquidazione ormai da 36 mesi. L’ultima che si sono inventati all’Inps è che prima di pagarla la pensione deve diventare definitiva». E qui si apre un altro capitolo. Ai dipendenti pubblici la pensione viene liquidata in «via provvisoria» fin quando non vengono completate tutte le pratiche e i conteggi.
«Per i dipendenti pubblici questi ritardi», dice Massimo Battaglia, segretario generale di Unsa-Confsal, «sono un danno economico enorme. Quando si lascia il lavoro, i soldi della liquidazione servono in genere per aiutare un figlio a sposarsi o a comprare casa, chiudere un mutuo, attrezzarsi insomma, per una vecchiaia serena dopo decenni passati al servizio dello Stato».
Le regole di pagamento del Tfr, il trattamento di fine rapporto, e del Tfs, il trattamento di fine servizio, per gli statali, prevedono che i primi 50 mila euro della liquidazione siano versati dopo 12 mesi dal pensionamento. Poi è prevista una seconda tranche dopo altri dodici mesi, sempre fino a un massimo di 50 mila euro e, nel caso ci sia ancora un importo residuo, il pagamento di quest’ ultimo dopo altri dodici mesi.
E questo sempre che il dipendente vada in pensione di vecchiaia, ossia al compimento dei 67 anni.
Perché se anticipa la pensione con Quota 100, Quota 102 o Opzione Donna, deve attendere comunque i 68 anni per ottenere la prima tranche della liquidazione. Questa rateizzazione fu decisa dieci anni fa come contributo al risanamento dei conti pubblici.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
IN INGHILTERRA HA VINTO TORNEI E FATTO INCETTA DI PREMI – “RICORDA I MIGLIORI GIOCATORI DI TUTTI I TEMPI QUANDO ERANO BAMBINI. KASPAROV, FISCHER. È SPECIALE”
Si chiama Maksym Kryshtafor e il suo nome sta diventando noto come il titolo che gli è stato assegnato – boy wonder , bambino prodigio – e la sua storia.
Ucraino, otto anni, Maksym ha lasciato la città di Odessa a fine febbraio. Dopo diverse settimane in Romania ha raggiunto la Gran Bretagna assieme alla madre Iryna: un piccolo profugo con poche parole di inglese che ora gira il Paese facendo incetta di premi. È un genio della scacchiera: chi lo ha visto giocare lo paragona alle leggende del passato.
Gli esperti sostengono che potrebbe diventare il più giovane «grande maestro» di scacchi della storia. Il record è 12 anni e 4 mesi. Per ora, con lo sguardo serio di chi ha già visto troppo e una concentrazione che gli permette di prevedere le mosse degli avversari, si gode ogni vittoria.
Se serviva la prova che ogni tanto determinazione e talento possono superare gli orrori della guerra, lo sono Maksym e una mamma che lo segue da torneo a torneo e siede silenziosa a pochi passi da lui: sono una coppia ormai celebre sul circuito britannico, tanto che anche il New York Times ha voluto raccontare la loro storia. In un Paese che tende a chiudere le frontiere, gli scacchi hanno segnato la riscossa dell’inclusione e della generosità della gente comune.
I Kryshtafor hanno raggiunto l’Inghilterra grazie soprattutto a Paul Townsend, avvocato in pensione che è diventato il loro sponsor: ha cioè completato i tanti moduli richiesti dal governo di Londra e si è personalmente recato a Bucarest per assicurarsi che riuscissero a partire. Due giorni dopo il suo arrivo, Maksym ha lasciato la nuova abitazione dello Yorkshire meridionale per raggiungere Durham e vincere il suo primo titolo in Inghilterra.
«Per Maksym gli scacchi sono come l’aria», ha raccontato Iryna. «Ne ha bisogno per sopravvivere, per quello gioca sempre. Sono la sua vita, ora sono anche la mia».
Mick Riding, organizzatore del torneo di Durham, ha sottolineato che assistere alla vittoria di Maksym è stato meraviglioso, un attimo di magia: come guardare un evento che potrebbe entrare nella storia.
«È bravissimo, sono felice per lui. È serissimo mentre gioca ma alla fine, quando vince, gli si illuminano gli occhi. Mi considero fortunato che le nostre strade si siano incrociate». Maksym, spiega Riding, ha un talento raro. «Si vede dalla concentrazione e il modo in cui legge la scacchiera. Mi ricorda i migliori giocatori di tutti i tempi quando erano bambini. Kasparov, Fischer. Credetemi, è speciale».
La federazione ucraina lo sa ed è in contatto con Maksym e la madre per assicurarsi che il bambino torni presto in patria e continui ad allenarsi. Non c’è pericolo che smetta. Se ha cominciato a frequentare la scuola elementare del paesino dove abita, si alza alle 5 per allenarsi prima. È questa passione ad aver fatto da passepartout: di fronte all’inevitabilità della guerra, Iryna si era rivolta alla federazione inglese chiedendo aiuto. Voleva che il figlio potesse continuare a studiare e a giocare. La federazione ha individuato Townsend, lui stesso un ottimo scacchista, e quest’ ultimo non si è fatto pregare. Quando Maksym è a casa spesso si allena con lui.
(da il Corriere della Sera)
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