Agosto 30th, 2022 Riccardo Fucile
CITTÀ FONDAMENTALE PER IL PIANO DI “RUSSIFICAZIONE” DI PUTIN CHE VI HA SPEDITO DEGLI INSEGNANTI PER UNIFORMARE IL PROGRAMMA SCOLASTICO A QUELLO RUSSO
L’esercito ucraino ha lanciato molteplici attacchi contro le posizioni russe nella regione di Kherson, la prima a essere occupata da Mosca e dove il Cremlino si è portato più avanti nel suo tentativo di russificare l’Ucraina. Anche da parte russa sono arrivate le prime conferme e la più impressionante è stata quella di Igor Strelkov, uno dei fautori della guerra della Russia in Donbas nel 2014, ex colonnello dell’Fsb e coinvolto nell’abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines.
Sul suo canale telegram, Strelkov ha scritto che l’Ucraina sta “circondando e dirigendo le nostre forze a est di Kherson tra i fiumi Dnipro e Ingulets”.
Kherson, considerata cruciale per il controllo della costa meridionale dell’Ucraina e l’accesso al Mar Nero, è ormai una zona fantasma, sono pochi i cittadini rimasti e che assistono ai tentativi di Mosca di portare la Russia in Ucraina tramite la propaganda, la moneta e la scuola.
Il primo settembre ricominceranno le lezioni, il Cremlino ha mandato degli insegnanti che dovranno uniformarsi ai programmi scolastici di Mosca e che, in più, dovranno anche sradicare la cultura ucraina, a cominciare dalla lingua.
Nelle oblast di Kherson, di Zaporizhzhia, di Luhansk e di Donetsk ci saranno programmi scolastici completamente nuovi che cambieranno tutto, a partire dalla lingua fino ad arrivare alla storia e alla geografia.
Sul campo di battaglia Mosca sta riscontrando diversi problemi, le voci di chi dice che l’“operazione speciale” sta fallendo crescono e si fanno più forti: Strelkov è stato tra i primi a dirlo ed era maggio.
Il Cremlino, che ha dovuto rinunciare alla guerra su vasta scala per concentrarsi sull’est e sul sud, ora potrebbe dover rinunciare al progetto dei referendum per l’annessione nei territori occupati a causa della controffensiva.
(da Il Foglio)
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Agosto 30th, 2022 Riccardo Fucile
ZELENSKY VUOLE SFRUTTARE IL MOMENTO RESO FAVOREVOLE DALLE ARMI AMERICANE, E BLOCCARE I RUSSI SULLA RIVA OCCIDENTALE DEL FIUME DNIPRO, PRIMA CHE PUTIN RIESCA A MOBILITARE IL FAMIGERATO “TERZO CORPO”
Si è acceso il fronte sud. Gli ucraini presentano la spinta come l’inizio
dell’offensiva mentre il Pentagono appare più cauto e ritiene che sia la preparazione al vero assalto. Quella in corso è una partita politica e bellica.
Kherson è una città importante nelle mani di Putin, utile al programma di annessione, e uno snodo strategico per la zona meridionale. Infatti Zelensky ha più volte ribadito di non essere disposto a sacrificarla, promettendo al Paese una riconquista.
Su come e quando gli scenari sono stati altalenanti, si è passati da un’azione imminente allo scetticismo. Erano gli stessi ucraini ad ammettere sui media di non avere abbastanza mezzi per tentare la mossa. Gli strateghi ricordavano, a questo riguardo, che se vai all’attacco devi avere una superiorità di 3 a 1, proiettili a sufficienza per i cannoni, riserve.
Molta è la propaganda, la contro-informazione per confondere l’intelligence, per non dare riferimenti. Gli annunci servivano a dare speranza alla nazione, le frenate rappresentavano – e rappresentano – un richiamo alla prudenza. Appello ripetuto in queste ore da un consigliere di Zelensky.
Il presidente potrebbe aver dato luce verde per battere sul tempo Mosca che è pronta a schierare il Terzo Corpo, circa 15 mila uomini utilizzabili in chiave d’attacco e a protezione delle conquiste ottenute. Gli specialisti segnalano che i reparti hanno in dotazione equipaggiamenti relativamente più moderni, un dettaglio che farebbe pensare ad un loro impiego per riprendere l’iniziativa dopo settimane di guerra di logoramento. Ossia sono più lancia che scudo.
Restano gli interrogativi su alcuni aspetti: efficienza dei plotoni; consistenza dei Battaglioni (500 soldati rispetto agli 800-1.000 sulla carta); composizione eterogenea. Giudizi a volte sbilanciati dalle simpatie verso Kiev. Da un lato ci sono i dubbi (costanti) sulle capacità di ampio respiro, dall’altro è evidente che il Cremlino trova comunque delle risorse da lanciare nella mischia.
Da qui la necessità per l’Ucraina di muovere prima che i russi piazzino tutti i loro mezzi e di restringere le vie di comunicazione mettendo fuori uso molti ponti stradali e ferroviari rimpiazzati da pontoni. L’intento è di «bloccare» gli occupanti sulla riva occidentale del Dnipro.
Obiettivo che ha spinto Mosca ad adeguare per quanto possibile le difese e a mobilitare il nuovo contingente. Il Terzo Corpo ha seguito un periodo d’addestramento nel poligono di Molino, impianto all’avanguardia pensato per la preparazione di equipaggi di tank e blindati. Con un dettaglio: il sito è stato realizzato dopo un accordo concluso dalla Russia nel 2011 con il gruppo tedesco Rheinmentall che ha fornito tecnologia, materiali e soluzioni.
Il contratto si è interrotto dopo la crisi in Crimea a causa delle sanzioni, nel 2015 i lavori sono stati ultimati da una società russa, la Garnison. Ora, secondo alcuni, la collaborazione con la Germania sarebbe proseguita attraverso canali ufficiosi. Un’accusa sostenuta dagli ucraini per dimostrare come l’Occidente non abbia mai smesso di fare affari con il Cremlino. Tema polemico contrapposto alla lentezza degli aiuti bellici tedeschi alla resistenza
(da Il Corriere della Sera)
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Agosto 30th, 2022 Riccardo Fucile
A PRANZO IL PATTO DELLA BRACIOLA CON SALVINI PER FINGERE DI ESSERE AMICI
Miii, i braciuleddi! «Ma io li so fa’, questi! Quand’ero bambina, me l’ha insegnati mio nonno». Giorgia Meloni arranca nella calca di Vascone.
I banchettisti di Messina la pressano, la stringono. Le baciano la mano e le stappano in faccia una bottiglia di Ferrari. Le piazzano in braccio un alalunga da tre chili («non posso girare con la puzza di pesce, però: c’è un lavandino con del sapone?») e le gridano «Viva la prossima premier!».
Lei sa come si fa. Ammira le pesche di vigna e i tombarelli, le lumache di Catanzaro e le pagnotte di tumminia. Afferra due meloni, e la foto è scontata. Poi di colpo sterza sul macellaio, «ammazza che bella carne!», ed è allora che le vede. Le sue madeleine. Le braciole alla messinese. Quelle del nonno, «l’unico vero padre che ho avuto, un siciliano tutto d’un pezzo, ho sempre immaginato che Messina dovesse essere uguale a lui».
I braciuleddi come li faceva lui, cari voi: si possono comprare? In Sicilia i desideri dell’ospite sono ordini, specie se trattasi del nuovo potere che avanza, e due ore dopo eccola accontentata.
Al raffinato Circolo del tennis. Dove si ritrova al tavolo, toh, Matteo Salvini. E nel piatto le braciole, proprio quelle. Giorgia un po’ se l’aspettava, un po’ lo voleva. E alla fine molla: tovaglia bianca, bandiera bianca, «noi siamo una squadra sola».
E in fondo questo piatto di braciole è solo un assaggino della scorpacciata elettorale che sarà. Forza: accomodiamoci accomodanti, avvolgiamoci come involtini – «facciamoci una foto, Matteo», «ma certo Giorgia» -, stretti sullo Stretto e crepi chi ci vuol male. Loro due, e dietro il mare. Lei: «Questa foto è la migliore risposta alla sinistra che ci vuole divisi». Lui: «In dieci minuti non possiamo parlare dello scibile umano, ma possiamo abbracciarci».
Clic. Messina, o cara. Dieci minuti di chiacchiere siciliane non ne faranno uno storico Patto della Cassata. Però sono le braciole a darci il titolo: sotto la cenere, la brace.
Vicini e lontanissimi, G&M.
Tre chilometri di lungomare, a parlare separati nello stesso mezzogiorno infuocato, paralleli e distanti. Troppo rivali e diversi, per amarsi davvero: lei nel casino dei pesciaroli, senza nemmeno uno straccio di manifesto, inesistente il cordone di sicurezza; lui alla Marina del Nettuno dove s’ entra solo se si ha la barca al molo, sotto un candido tendone coi palloncini «Credo» gialli e blu, i fan in ordinata fila a chiedere selfie uno ad uno. «Salvini – lo ammira garbato Angelo Signore, cattedratico in pensione -, so che si è laureato col professor Sapelli, me lo saluta?».
«Glielo saluto volentieri, ma io non mi sono mai laureato: mi mancano tre esami». Gli chiedono di questi strani comizi in contemporanea, lui e lei che s’ inseguono negli stessi istanti dalle Marche alla Puglia, e adesso in Sicilia: «Meglio venire qui in due, nello stesso posto e nella stessa ora, che non esserci affatto».
Trovano un tema berlusconiano e condiviso che da queste parti è buono per tutte le stagioni, il Ponte sullo Stretto: «La nostra è una civiltà che duemila anni fa costruiva i ponti in dieci giorni – dice lei -, non capisco perché ora ci mettono diecimila anni». Un altro argomento, gli sbarchi, dove le posizioni sono diverse eppure si può far credere che vada tutto ben: «La Sicilia non merita di finire sui giornali di tutto il mondo come un campo profughi», dice lui, e l’applauso è facile.
Sorrisi e tenzoni: c’è il candidato alla Regione, Renato Schifani, che Giorgia ha digerito col Maalox («Nello Musumeci sarebbe stato da ricandidare») e però serve a Salvini per evitare un ko pesante. «Penso che un po’ di sana competizione sia giusta – ammette Antonio Catalfamo, deputato leghista a Palazzo dei Normanni – e che male c’è se loro due sono scesi a competere fino in Sicilia?». «Ma no, noi siamo molto uniti – chiosa Elvira Amata, capogruppo di FdI in Regione -. Per esempio, uniti a chiedere che Roma la smetta di dare il 70 per cento delle risorse al Nord, lasciandoci le briciole».
Sullo sfondo di questo lunedì di sfida, quasi mai nominato, ecco infine il fattore C: come Cateno De Luca, il supersindaco commissariato, che a Messina comanda i voti. Un nemico comune. Pure lui candidato alla Regione: «Quei due non vengono qui a combattersi fra loro, vengono qui a combattere me!». Unchained De Luca, come sempre: «Li ho inchiodati a percentuali ridicole! E adesso che fanno? La Meloni mette in lista il suo commercialista, Salvini paracaduta candidati lombardi, Berlusconi la sua ventottesima moglie, il Pd manda la Furlan, Conte si presenta di persona Bello. Ma alla Sicilia chi pensa davvero? Siamo diventati l’orinatoio dei partiti!». Ma almeno si riparla del Ponte: non è contento? «Mi sta prendendo in giro?» .
(da il Corriere della Sera)
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Agosto 30th, 2022 Riccardo Fucile
DOMANI IL PRESIDENTE DEI POPOLARI EUROPEI, MANFRED WEBER, INCONTRERÀ IN ITALIA BERLUSCONI, TAJANI E CESA… L’OBIETTIVO E’ REPLICARE IN ITALIA LO SCHEMA DI BRUXELLES CON I CONSERVATORI E I LIBERALI DI “RENEW” SEMPRE PIÙ IN STRETTA COLLABORAZIONE CON I POPOLARI
La svolta del Ppe ci sarà domani. A Roma. Una sorta di “doppio
passo”: endorsement implicito nei confronti di Giorgia Meloni e richiesta esplicita di rendere più moderata la coalizione.
Con un sogno nel cassetto: sostituire Salvini con Calenda. E quindi replicare in Italia lo schema di Bruxelles con i Conservatori e i liberali di Renew sempre più in stretta collaborazione con i popolari. E il gruppo Identità e Democrazia escluso da una vero e proprio cordone sanitario.
Il presidente del Ppe, il tedesco Manfred Weber, atterrerà domani nella capitale italiana: in agenda due incontri, uno con Silvio Berlusconi (insieme ad Antonio Tajani) ed uno con il capo del redivivo Udc, Lorenzo Cesa. Ossia i rappresentanti dei due partiti italiani iscritti al Ppe.
L’obiettivo è quello di sostenere la loro campagna elettorale in vista del voto del 25 settembre. Ma Weber è consapevole che fanno parte di una coalizione più ampia e che probabilmente sarà guidata dalla destra di Giorgia Meloni.
Il punto è proprio questo: sebbene non manchino dubbi e sospetti tra i “soci” del Ppe nei confronti di Fratelli d’Italia (in particolare da Austria, Svezia e Paesi dell’est), è stata metabolizzata l’alleanza dei forzisti con il partito della Fiamma. Il ragionamento che si fa ai vertici del Ppe è piuttosto semplice e molto concreto: noi puntiamo a vincere le elezioni nei due Paesi chiamati alle urne, l’Italia e la Spagna. Se i popolari lo potranno fare da soli, meglio. Altrimenti va bene anche se serve un’intesa con i Conservatori di destra. Con FdI in Italia e Vox in Spagna.
Del resto il Ppe è ormai scomparso dalla guida e dai governi di tutte le principali nazioni dell’Ue. Ha un bisogno disperato di rientrare tra i “grandi”. In gioco ci sono gli equilibri della politica europea e la “partita” delle prossime elezioni Ue tra un anno e mezzo.
I popolari sono in questo momento sovradimensionati nelle istituzioni comunitarie: presidenza della Commissione (Von der Leyen), presidenza del Parlamento (Metsola), presidenza dell’Eurogruppo (Donohoe). E per conservare questo vantaggio devono riconquistare posizioni negli esecutivi nazionali.
Anche a costo di “tradire” una parte delle loro origini e accettare un patto con la destra.
Nello stesso tempo c’è anche un “ma” che sta diventando sempre più grande. E riguarda la Lega di Salvini. I vertici del Ppe hanno iniziato a distinguere tra Salvini e Meloni. E su questa distinzione verrà compiuto il secondo passo.
E’ soprattutto una suggestione caldeggiata con gli interlocutori di Forza Italia: sostituire il leader leghista con quello di Azione. Per rendere più moderato il centrodestra e costruire una prospettiva di governo diversa. Salvini, infatti, viene considerato “fuori” dal circuito democratico e “atlantico” dell’Europa.
L’Ucraina, la crisi energetica i rapporti con la Russia rappresentano un limite invalicabile per il Ppe. Nella convinzione, maturata dopo i frequenti dialoghi con gli alleati italiani, che i tre partiti del centrodestra potrebbero avere una difficilissima convivenza nonostante la vittoria.
I popolari, dunque, riconoscono alla leader di Fratelli d’Italia di essersi convertita all’europeismo e di aver capito che non può seguire la linea ungherese o polacca dell’isolamento in Europa. Sono i medesimi argomenti utilizzati a gennaio scorso per eleggere la popolare maltese Metsola sulla poltrona più alta dell’Europarlamento tagliando fuori di fatto i socialisti. Da quel momento, in effetti, le convergenze tra il Ppe, i Conservatori (di cui Meloni ha la presidenza) e i liberali di Renew (di cui fanno parte Calenda e Renzi) sono state una costante sulla direttrice Bruxelles-Strasburgo. La cosiddetta maggioranza Ursula si è nel migliore dei casi allargata. Nel peggiore e più realistico, si è trasformata e ha cambiato natura.Certo, domani Weber insisterà sul sostegno a Forza Italia e all’Udc.
Confermerà la speranza che possano essere quei due partner a guidare il centrodestra in Italia. Ma sa bene che la vittoria passa per FdI. L’emarginazione della Lega e la “promozione” di Azione sarebbe invece per il Ppe – la migliore miscela post- voto.
Si tratta anche di un avvertimento alla presidente di FdI e alla sua “squadra”. Se replicasse e confermasse nell’esecutivo i “vecchi” dirigenti che non hanno fatto i conti con il passato e non si sono adeguati al presente, allora l’endorsement potrebbe essere rapidamente ritirato.
Su questo, prima ancora del Ppe, saranno i mercati finanziari a non fare sconti. Ovviamente tutto dovrà essere sottoposto alla prova delle urne e alla praticabilità dei numeri in Parlamento. Ma uno schema del genere non potrebbe che avere al suo centro la cosiddetta “agenda Draghi”.
(da agenzie)
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Agosto 30th, 2022 Riccardo Fucile
“SALVINI HA FATTO CADERE IL GOVERNO DRAGHI E MEDVEDEV ESULTAVA: AVVIARE UNA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA CHE VERIFICHI SE CI SONO LEGAMI FINANZIARI E POLITICI TRA ALCUNI PARTITI ITALIANI E LA RUSSIA”
La crisi del gas, l’emergenza bollette, l’inflazione. La campagna elettorale entra nel vivo toccando temi che stanno già incidendo pesantemente sulla vita delle persone. E dalle scelte immediate che dovrà fare il nuovo governo – avverte il leader di Impegno civico, Luigi Di Maio – «dipenderà il futuro di 120 mila imprese e 370 mila lavoratori».
Sarà dunque necessario, sostiene il ministro degli Esteri, «un decreto d’emergenza, da approvare subito dopo le elezioni, che consenta allo Stato di pagare l’80% delle bollette delle imprese fino alla fine dell’anno».
Nell’intervista con il direttore de La Stampa, Massimo Giannini, per la trasmissione “30 minuti al Massimo” (disponibile nella versione integrale su lastampa.it), Di Maio propone quindi una misura taglia-bollette «che costerà circa 13,5 miliardi, ma è un intervento necessario, perché se le imprese saranno invece costrette a chiudere, i costi per lo Stato saranno ben più alti, pari a decine e decine di miliardi di euro».
In che modo pensate di finanziarla? 13,5 miliardi non sono pochi.
«La misura verrebbe finanziata dall’extragettito che abbiamo ottenuto con la maggiore crescita registrata finora, quindi senza indebitarci. Per effetto dell’inflazione, poi, iva e accise pesano di più nelle casse dello Stato: pensiamo di prendere quei fondi, che sono figli dell’inflazione, e metterli su un intervento che la frenerebbe, permettendo alle imprese di abbattere i costi di produzione. L’80 per cento non è un numero a caso, è esattamente quello che stanno pagando in più le imprese».
Questo dopo le elezioni. Ma ora? Salvini chiede un armistizio tra partiti per affrontare il problema. Calenda vorrebbe fermare la campagna elettorale.
«Salvini, come tutti gli altri che hanno provocato la crisi, si sta accorgendo di averla fatta grossa e sta tornando in ginocchio da Draghi, ma con quale credibilità? Con il governo interverremo a settembre».
In che modo?
«Per neutralizzare gli aumenti in bolletta di agosto e di luglio, perché stiamo andando verso un autunno in cui ci sarà un ulteriore aumento delle bollette. Il problema è che adesso le Camere sono sciolte e il governo non può programmare interventi fino alla fine dell’anno».
Quindi ha ragione Draghi a dire che si andrà nel solco del decreto precedente, ma senza fare scostamenti di bilancio?
«Lo scostamento di bilancio è una parola gentile per non dire “debito”. Con Draghi non ne abbiamo mai dovuto fare. Sarà invece il marchio di fabbrica della destra. Il 2023, con Salvini, Meloni e Berlusconi al governo, sarà l’anno della bolla nera».
Cosa intende?
«Chiederanno di fare più debito, come hanno già fatto in questi giorni, e quel debito non sarà sostenibile perché non avranno la credibilità internazionale che ha Draghi. Come potrebbe averla un governo in cui la Meloni, ogni giorno, deve rassicurare il mondo in quattro lingue, mentre Salvini lo spaventa e Berlusconi è lo stesso che nel 2011 portò quasi l’Italia al default? Un governo di destra, per calmierare il debito, metterà mano ai risparmi degli italiani alzando le tasse».
A proposito di tasse. La Cgil propone di portare quelle sugli extraprofitti delle aziende energetiche al 100%, ma – come abbiamo raccontato il 6 agosto su questo giornale – le imprese non pagano e fanno ricorso.
«Se qualcuno non sta pagando, non sta osservano la legge. Dobbiamo riscuotere quei soldi. E tutti gli extragettiti che provengono dalla speculazione devono essere reinvestiti per aiutare famiglie e imprese, contrastando inflazione e perdita del potere d’acquisto».
Crede al pericolo, lanciato dal Financial Times, di un’operazione speculativa degli hedge fund contro l’Italia?
«Che i mercati stiano scommettendo contro l’Italia è evidente, seguono i sondaggi e si comportano di conseguenza. Io lavoro per smentirli, quei sondaggi».
Potrebbe anche realizzarsi una non-vittoria della destra, come accadde a Bersani nel 2013. Se si dovesse tornare a uno schema con una maggioranza Ursula, lei vorrebbe Draghi a guidarla?
«Noi, come Impegno civico, saremmo prontissimi a sostenere di nuovo Draghi alla presidenza del Consiglio».
E se invece arrivasse una vittoria larga della destra?
«In quel caso, il trio sfascia-conti durerà un anno. Salvini lavorerà con Berlusconi per logorare la Meloni, dopodiché andranno di nuovo da Draghi a pregarlo di tornare a palazzo Chigi. Sono caotici».
Meloni dice che, se avrà più voti, dovrebbe avere l’incarico di formare il governo. Una mancanza di sensibilità istituzionale?
«A dare l’incarico è sempre il Capo dello Stato, ma al di là di questo credo che la mancanza di sensibilità istituzionale nel centrodestra parta dal fatto che Berlusconi, da leader della coalizione, voglia un presidenzialismo all’italiana – con il potere tolto al Parlamento e concentrato nelle mani di una sola persona – e chieda le dimissioni di Mattarella. Il vero disegno è quello di buttare giù il presidente della Repubblica. Per me, se anche si arrivasse al presidenzialismo, dovrebbe esserci una norma transitoria che permetta al Capo dello Stato di restare in carica fino al termine del suo mandato».
Prima ha parlato del tetto europeo al prezzo del gas come obiettivo di lunga distanza dell’Italia, ma la Germania, legata a doppio filo all’economia russa, non lo vuole.
«Il ragionamento è diverso. Ai tavoli europei – e non parlo della Germania, ma in generale – c’è la paura che con un tetto massimo al prezzo del gas Putin possa chiudere ulteriormente i rubinetti. Ma lo sta già facendo. Agire tutti insieme e ridurre la dipendenza dal gas russo è la chiave».
Anche in Italia c’è chi è contrario. Salvini non lo vuole.
«È una cosa gravissima. In un altro Paese ci sarebbe uno scandalo maggiore, perché vuol dire aiutare Putin a finanziare la sua guerra. Ed è anche contrario alle sanzioni».
Però è vero che le sanzioni stanno anche facendo del male all’Occidente.
«Basta guardare i paesi che non le hanno imposte: hanno un’inflazione più alta della nostra. Il prezzo del pane in Mozambico sale come in Europa. Sono saltati tutti gli schemi economici. Ma Salvini non si ferma alle sanzioni. Voleva farsi pagare il biglietto aereo per Mosca in rubli. E ha fatto cadere il governo Draghi, con il numero due del Consiglio di sicurezza russo, Medvedev, che esultava per la caduta dell’esecutivo».
Il leader della Lega ci sta portando in braccio a Putin?
«Ci sono più ombre che luci e vedo tutte le condizioni per avviare una commissione parlamentare d’inchiesta che verifichi se ci sono legami finanziari e politici tra alcuni partiti italiani e la Russia. Non è un tema evanescente. Attiene alla libertà del nostro Paese, se qualcuno ci porta nelle braccia delle autocrazie».
Meloni assicura che loro saranno saldamente europeisti e atlantisti.
«Ma loro chi? I voti in Parlamento, se vince, glieli daranno Berlusconi e Salvini. Ed è alleata in Europa di quei partiti e di quei Paesi che ci hanno messo i bastoni tra le ruote su Pnrr, proposte economiche e interventi contro Putin. Non mi sento rassicurato nemmeno sapendo che vuole rinegoziare il Pnrr. A Bruxelles ci guarderebbero come la solita Italia, che non rispetta gli impegni e cerca soluzioni di comodo».
Anche il suo vecchio partito, il Movimento, aveva qualche fascinazione per la Russia.
«La scissione che ho provocato lo scorso giugno è nata dalla risoluzione sull’Ucraina che ha visto l’ambasciatore russo a Roma fare i complimenti a Conte per il testo che aveva scritto, contro la Nato e contro l’Unione europea».
Beppe Grillo si fida di Conte?
«Non gli ha fatto mettere il nome “Conte” nel simbolo, ha bloccato la deroga al secondo mandato e non sta dando una mano in campagna elettorale. Si è accorto, un po’ tardi, che Conte gli sta sfasciando il Movimento e stanno discutendo».
E lei si fida di Letta?
«Mi fido, ha mantenuto gli impegni della coalizione. Stiamo cercando di dare un’idea di governo. Con il Pd in questi ultimi tre anni abbiamo imparato a fidarci l’uno dell’altro. È stato un percorso, non una cosa improvvisata».
(da La Stampa)
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Agosto 30th, 2022 Riccardo Fucile
“IL PM NON HA FATTO NULLA PER RIMUOVERE IL TWEET”… 250 DELINQUENTI IMPUNITI
Il caso era scoppiato lo scorso dicembre, quando Paolo Mezzana,
medico specialista in chirurgia plastica, aveva postato su Facebook la foto del figlio di sei anni che aveva appena ricevuto il vaccino.
La foto era stata rubata dal profilo dell’uomo e ripubblicata su un canale legato a un sito No vax con una serie di insulti.
Mezzana aveva denunciato l’accaduto, ma l’immagine del figlio, con in mano il “Diploma di coraggio” post vaccinazione, è riapparsa sui social No vax, accompagnata, anche stavolta, da frasi minacciose all’indirizzo dei genitori del bimbo: «Criminali», «Dovete finire malissimo».
Mezzana ha commentato: «Abbiamo denunciato di nuovo alla polizia postale, ma il pm che si occupa del caso non ha fatto nulla per rimuovere il tweet e dopo dieci giorni la faccia di mio figlio, ormai ben riconoscibile, è sempre lì alla mercé di potenziali facinorosi».
«Gli hater della prima ora non sono ancora neanche sul registro degli indagati», nonostante, nella prima fase della vicenda, il padre avesse sporto querela contro oltre 250 utenti per fare in modo che violazioni come queste non restassero impunite.
(da agenzie)
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Agosto 30th, 2022 Riccardo Fucile
“LA CAMPAGNA ELETTLORALE E’ APPENA INIZIATA, VINCEREMO. NON MI SONO MAI ARRESA QUANDO HO INIZIATO UNA BATTAGLIA CHE SEMBRAVA IMPOSSIBILE VINCERE”
Ilaria Cucchi ha dato il via ufficiale alla sua campagna elettorale al Parco degli Acquedotti a Roma. È candidata al Senato nel collegio uninominale di Firenze e nei plurinominali di Milano, Roma, Napoli e Bari, per l’Alleanza Sinistra Italiana-Verdi.
E in un’intervista rilasciata oggi a La Stampa spiega cosa l’ha spinta a candidarsi: «Ai miei elettori porterò me stessa con la mia storia e il mio bagaglio di lotta per i diritti. Porterò la voce degli ultimi, mi batterò come ho fatto negli ultimi 13 anni della mia vita perché i diritti siano garantiti a tutti nelle carceri, nella sanità, nell’istruzione. Porterò la voce delle persone che in questi anni mi hanno sostenuta in questo percorso e mi hanno resa quello che sono. Sento la responsabilità di dare loro una voce».
La sorella di Stefano Cucchi critica la proposta di Fdi di far scontare la pena nelle loro carceri agli stranieri: «Una misura irrealizzabile. Le persone non sono pacchi postali e abbiamo visto com’è andata con i rimpatri».
E dice che in caso di vittoria di Giorgia Meloni alle prossime elezioni vede l’Italia «male. Quello che lei propone è irrealizzabile e ci conduce fuori dall’Unione Europea. Ma la campagna elettorale è appena iniziata. Non mi sono mai arresa quando ho iniziato una battaglia che sembrava impossibile da vincere. Non ci siamo mai arresi e non lo faremo ora. Noi vinceremo».
(da agenzie)
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Agosto 30th, 2022 Riccardo Fucile
“LA MELONI HA UN PROBLEMA DI CLASSE DIRIGENTE IMPRESENTABILE”
L’episodio è stato denunciato da Linda Ferretti, capogruppo del
Partito democratico di Cerveteri. “Mentre Marianna Madia era a Civitavecchia in campagna elettorale, Moscherini, consigliere comunale di Fratelli d’Italia, l’ha pesantemente insultata. Così rispettano le donne in FdI? Così ci si confronta in democrazia? Fiamma o meno, il partito di Meloni ha un problema di classe dirigente. Impresentabili!”.
Madia è stata insultata da Moscherini mentre era impegnata con la campagna elettorale a Civitavecchia. L’ex ministra e candidata alla Camera per le prossime elezioni del 25 settembre è partita in treno da Roma per sensibilizzare sul problema dei fuori sede che vivono e studiano lontano dalla loro città e per cui muoversi con il trasporto locale è estremamente complicato, oltre che costoso.
Madia è stata insultata da Moscherini mentre attraversava le strade del centro di Civitavecchia in compagnia di Ferretti: una scena che ha lasciato attoniti i passanti che hanno assistito all’accaduto.
Non è la prima volta che il consigliere ed ex sindaco di Civitavecchia Giovanni Moscherini si rivolge a delle politiche con epiteti e parole non consone al ruolo che ricopre. A maggio, dopo essersi rifiutato di firmare il protocollo d’impegno tra i candidati a sindaco per assicurare un corretto svolgimento della campagna elettorale, si è rivolto alle sfidanti con frasi come “stai zitta” e “a voi due chi vi ha autorizzato a parlare”.
Non solo: gli insulti, secondo quanto denunciato poi da Gubetti, sono proseguiti anche nei confronti della comandante della polizia locale, della responsabile del Servizio demografico ed elettorale e del segretario generale. Un copione che a quanto pare Moscherini non smette di replicare.
(da agenzie)
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Agosto 30th, 2022 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI PERSONE COMMOSSE AI FUNERALI A FOSSANO PER L’ULTIMO OMAGGIO A UN IMPRENDITORE VERO
La notizia della dipartita dell’imprenditore dolciario Alberto Balocco, morto colpito da un fulmine lo scorso venerdì in Val di Susa insieme all’amico Davide Vigo, ha lasciato senza parole l’Italia intera.
Ieri alle 15.30 nella Cattedrale di Fossano (in provincia di Cuneo) si sono svolti i funerali, mentre alcuni eventi programmati in città sono stati rimandati in segno di riconoscenza.
Il dolore, straziante, è stato soprattutto quello dei familiari. Alberto Balocco lascia la moglie Susy e i suoi figli, Diletta, Matteo e Gabriele. Proprio la prima, Diletta, ha letto in Chiesa un’emozionante lettera a nome dalla famiglia dedicata al padre.
La lettera della figlia ad Alberto Balocco: “Ci hai amati con tutto il tuo essere e non hai mai perso un’occasione per dimostrarlo”
“Fortuna. È l’ultima parola a cui viene da pensare, in un momento come questo. Un momento che mai, in tutta la nostra vita, nessuno di noi avrebbe pensato di dover superare. Invece sì, Fortuna”, comincia così la lettera di Diletta Balocco. “Abbiamo avuto la Fortuna di essere parte della tua splendida vita, e di avere te come marito, padre, amico, fratello, collega, leader. E la cosa incredibile è che sei riuscito ad essere il migliore in ognuno di questi ruoli, la persona migliore che potessimo desiderare di avere al nostro fianco.
Fortuna, perché ci hai amati con tutto il tuo essere e non hai mai perso nemmeno un’occasione per dimostrarcelo – continua – Perché tutti gli abbracci che ci hai dato, tutti i baci della buonanotte, le mani che ci stringevi accompagnandoci a scuola, le telefonate mentre tornavi a piedi dal lavoro, ogni tuo gesto era veramente PIENO di amore”.
“Fortuna – prosegue la lettera – perché ci hai insegnato a vivere. A non perdere nemmeno un’occasione per stare insieme, per ridere, per viaggiare, per imparare. Sei il nostro motore, ci hai spinti a fare cose per le quali ti siamo infinitamente grati. Fortuna, perché ci hai sempre dato il buon esempio e ora abbiamo dentro di te la tua voce che ci guida. Per ogni passo che faremo da oggi in poi, penseremo ‘Papà avrebbe fatto così’, e questo ci darà sempre la forza di uscire dalla ‘comfort zone’, come tanto ti piaceva chiamarla, e di seguire la strada giusta”.
Poi, la conclusione: “Fortuna, perché è proprio difficile ricordarti senza quel tuo sorriso. Il sorriso che ha fatto innamorare la nostra mamma, e dopo di lei, noi tre. Grazie per tutte le volte che ce lo hai rivolto, perché per noi era carburante, e ci porterà lontano, te lo promettiamo. Ci hai dato tutto, sei il nostro orgoglio e punto di riferimento. Ora sei il nostro mito. E tocca a tutti noi dimostrarti che abbiamo imparato ogni cosa che ci hai insegnato. Ti amiamo follemente. Ti ameremo sempre”.
(da agenzie)
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