Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DI ASSOCALZATURE, SIRO BADON: “ABBIAMO BISOGNO DI POLITICI CON CUI LAVORARE IN PACE, LUI NE HA COMBINATA UNA AL GIORNO: IL PAPEETE, I PIENI POTERI, DRAGHI MANDATO A CASA, LA VICINANZA A PUTIN. ROBE DA MATTI” … LUIGI VESCOVI, EX PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA VICENZA: “A NOI SERVE UN GOVERNO SERIO E CREDIBILE, CHE COLLOCHI L’ITALIA AL CENTRO DELL’UEE NON VADA A BRUXELLES A LITIGARE PER FARE ALTRO DEBITO”
«Guardi, Salvini deve fare una cosa facile: andarsene. Noi abbiamo
bisogno di politici con cui lavorare in pace, lui ne ha combinata una al giorno: il Papeete, i pieni poteri, Draghi mandato a casa, la vicinanza a Putin. Robe da matti».
Siro Badon fa scarpe di lusso nel Padovano, novanta dipendenti, clienti in tutto il mondo, ex presidente di Assocalzature. Piedi ben piantati a terra, elettore leghista con Luca Zaia come faro, «quello sì che è concreto, altroché Salvini che fa quello che dicono i social network e non sa cos’ è il Paese reale». Il Nordest produttivo ha voltato le spalle al Capitano e i toni stavolta sono definitivi. La parola chiave è credibilità. Quella che Salvini ha perso.
Anche nel feudo leghista per eccellenza. Gliel’avevano promessa: «Ci ricorderemo di chi ha tradito le imprese» aveva avvisato Enrico Carraro, presidente di Confindustria Veneto, all’indomani dell’affossamento del governo Draghi.
“Mona mi che te go creduo e anca vota’”, scemo io che ti ho creduto e ti ho anche votato, era lo striscione con cui Salvini era stato accolto a Treviso in campagna elettorale. Detto, fatto: Lega al 14% in Veneto, il 32% di Fratelli d’Italia lontanissimo, le percentuali bulgare di Zaia alle regionali nemmeno immaginabili.
Certo, la vendetta è stata anche dentro il partito: gli uomini del governatore fatti fuori dalle liste non hanno certo spinto in campagna elettorale, anzi.
Ma il grande scollamento è con la base. «A noi servono due cose: una maggioranza chiara che dia stabilità al Paese e un governo serio e credibile, che collochi l’Italia al centro dell’Unione Europea e non vada a Bruxelles a litigare per fare altro debito e altri sprechi» sintetizza Luigi Vescovi, ex presidente di Confindustria Vicenza, dove il Capitano all’ultima assemblea nemmeno lo hanno invitato.
«Qui non c’è un elettorato volubile, ma concreto – prosegue Vescovi – Salvini fa molti discorsi che stanno poco in piedi e quindi gli imprenditori lo hanno mollato. Lui ha fatto cadere Draghi, ma a noi serve stabilità.
Parla di scostamenti di bilancio, ma noi vogliamo i conti pubblici in ordine, perché il debito lo paga chi lavora. Vuole riformare la Fornero, ma quella legge semmai ha il difetto di essere troppo morbida».
Se la bocciatura è limpida, meno diretto è il salto di un elettorato indipendentista nelle braccia della leader di un partito nazionalista. Massimo Calearo, imprenditore ed ex deputato dem, politicamente sta dall’altra parte ma conosce alla perfezione il mondo produttivo veneto: «Qui interessa poco se uno è di destra o sinistra, contano serietà e fermezza e per questo Meloni è stata premiata, come accade con Zaia. È solo una questione di pragmatismo».
Che sarà anche l’unico metro con cui giudicare la premier in pectore: «Ha i numeri per governare, darci stabilità, scegliere ministri capaci e competenti senza compromessi: il vincitore è chiaro, da oggi lo sono anche le sue responsabilità» avverte Vescovi.
E piedi per terra anche in Europa: «Dell’Ue abbiamo bisogno – dice Badon -. Eviterei le amicizie di Orban e Le Pen: noi lavoriamo con Germania e Francia, con Macron e Scholz deve andare d’accordo».
(da la Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
AGLI INTERNI O ALLA DIFESA NO, ALTRIMENTI AGLI AMERICANI PRENDE UN COLPO. ALLA CULTURA O ALL’ISTRUZIONE NEMMENO, ALTRIMENTI PRENDE UN COLPO A NOI … UN SOTTOSEGRETARIATO ALLO SVAGO PARREBBE UNA SOLUZIONE IN GRADO DI VALORIZZARNE GLI INDUBBI TALENTI. LA SEDE IDEALE SAREBBE OVVIAMENTE IL PAPEETE. AIUTIAMOLO A CASA SUA
Il verdetto è chiaro e chiarissimi sono i vincitori e gli sconfitti. Tranne uno: Matteo Salvini. Ha vinto o ha perso le elezioni? Il mondo intero, leghisti compresi, è convinto che un leader capace di farsi mangiare quasi la metà dei suoi voti dalla Meloni, le elezioni le abbia straperse. Invece lui si atteggia a trionfatore, indossando idealmente la felpa di contitolare della Giorgia & Associati.
Ricorda un mio mito adolescenziale, il regista del Toro dello scudetto Eraldo Pecci, quando diceva «Io, Graziani e Pulici segniamo 40 gol a stagione», dimenticandosi di aggiungere che, di quei 40, 39 li segnavano gli altri due.
Molti pensano che il cruccio della Meloni sia il rapporto con l’Europa, con i poteri forti, con il Quirinale. Quisquilie, rispetto al suo vero incubo: dove sistemare Salvini.
Agli Interni o alla Difesa no, altrimenti agli americani prende un colpo. Alla Cultura o all’Istruzione nemmeno, altrimenti prende un colpo a noi. Potrebbe installarlo alla presidenza del Senato, ma stiamo parlando del vicario del capo dello Stato… E se a Mattarella venisse un raffreddore? Meglio non pensarci.
Qualche spiritoso confida che Putin le tolga le castagne dal fuoco, nominandolo governatore del Donbass, però è di cattivo gusto mescolare tragedia e farsa. Ecco perché un sottosegretariato allo Svago, con delega alla compilazione di elenchi sterminati e proclami roboanti, parrebbe una soluzione in grado di valorizzarne gli indubbi talenti.
La sede ideale per questo importante incarico sarebbe ovviamente il Papeete. Aiutiamolo a casa sua.
Massimo Gramellini
(da il “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
GIULIANO FERRARA SCATENATO SULL’HARAKIRI: DEM, GRILLOZZI E CALENDIANI, SOMMATI, HANNO AVUTO PIÙ VOTI DEL CENTRODESTRA… SAREBBE BASTATO UN ACCORDO TECNICO NEI COLLEGI MAGGIORITARI COME HA FATTO LA DESTRA, CHE ERA MOLTO PIU’ DIVISA DEL CENTROSINISTRA
I dati dicono che Pd, grillozzi e calendiani, sommati, hanno avuto più
voti del centrodestra. Il povero e onesto Enrico, primi della classe ultimi nella vita, ha ammesso che la sconfitta viene dal mancato formarsi di un campo largo e competitivo, attribuendo la responsabilità del disastro ai grillozzi e a Calenda.
D’altra parte tutti hanno fatto finta di non sentire ma Berlusconi, tra una minchiata e l’altra, come al solito l’aveva vista giusta, perché è tutto tranne che un moralista: vinceremo, aveva detto, perché il Pd e i grillozzi non si sono messi insieme, punto.
La realtà, non controfattuale, è che Pd e M5S erano uniti fino a un minuto prima di disunirsi, e solo la libidine autolesionista li ha spinti a cercare ciascuno un’identità opposta a quella dei potenziali alleati nella battaglia decisiva dei collegi maggioritari.
Il Pd aveva governato con i grillozzi sia con il Bisconte sia con il governo Draghi, e predicava il campo largo anche con qualche enfatizzazione strategica inopportuna.
A un certo punto Conte ha cercato un suo spazio, sulla questione dell’inceneritore e della famosa agenda sociale, e Draghi lo ha scaricato perché ne aveva piene le palle, comprensibile.
Il Pd però le palle doveva contarle alle elezioni, e gli sarebbe convenuto un accordo tecnico nei collegi, che avrebbe consentito per il proporzionale di mantenere ciascuno un suo profilo, salvo farlo contare per via dell’affiliazione maggioritaria.
Il centrodestra era diviso molto di più del centrosinistra o come volete chiamare l’accozzaglia anti Meloni, chi al governo e chi all’opposizione, da cinque anni: ci ha messo un nanosecondo a scaricare la divisione identitaria e ad abbracciare lo spirito della legge elettorale con il quale si dovevano fare i conti, ovvio, e ciascuno di loro ha pagato un prezzo, ma vanno al governo, che sarebbe forse anche lo scopo delle elezioni politiche. Non parliamo poi di Carlo Calenda. Lui aveva addirittura teorizzato la necessità stringente della coalizione, aveva firmato un patto solenne in quel senso con il Pd
Non è che non potevano unirsi per contendere i collegi a quelli che erano divisi (e che invece si sono uniti fulmineamente per lo stesso obiettivo), è che si sono disuniti per una libidinosa volontà di autocastrazione che sarà studiata nei manuali di politica per generazioni. La destra, tranquilla e divisissima, aveva tre o quattro identità o linee e le ha fatte convergere nel maggioritario dei collegi, che ha preso quasi tutti, lasciando spazio all’egotismo nel proporzionale, e menando il centrosinistra.
Gli altri no, hanno fatto l’inverso. E sono stati menati. Non è più complicato di così.
Giuliano Ferrara
(da “il Foglio”)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
MA SALVINI NON SEMBRA VOLERSI ACCONTENTARE DELL’AGRICOLTURA, CHE E’ IL POSTICINO CHE LA MELONI HA IN MENTE PER LUI
Disinnescare la mina Salvini. Farlo con garbo, senza mortificare l’alleato. Ma con la fermezza necessaria a infrangere i sogni del leghista. Ecco la prima prova da aspirante premier di Giorgia Meloni, la partita da cui dipenderà la possibilità del governo di esistere e durare, avere agibilità in Europa, comporre una squadra che mostri il volto più rassicurante a leader stranieri e mercati. La leader di Fratelli d’Italia ha già fatto intendere il messaggio a via Bellerio.
Che il segretario possa tornare a sedere sull’amata poltrona di ministro dell’Interno è escluso. Così com’è escluso che Meloni si lasci affiancare da un sottosegretario alla presidenza del Consiglio targato Lega. Tradotto in regola generale, suona così: non si sogni Salvini di alzare le pretese sui ministeri per poi recitare il copione di quotidiani bombardamenti che vessavano Conte e spazientivano Draghi. Se non accetterà per sé e per i suoi il ruolo e il peso che il responso delle urne assegna loro – un terzo di FdI – rischia di avvitarsi tutto.
È Matteo a scrivere a Giorgia alle 4 del mattino tra domenica e lunedì, per renderle l’onore di una vittoria che ha prosciugato la Lega nelle Regioni del Nord. Ma non è l’annuncio di una resa.
In via della Scrofa assistono preoccupati, poche ore dopo, alla scena di un Salvini indomito che suona la sua riscossa in conferenza stampa, a pretendere la legge quadro sull’autonomia e un decreto energia – con lo scostamento di bilancio che l’aspirante premier continua a escludere – nel primo Consiglio dei ministri. “Ora non ci resta che aspettare – dice un dirigente della Destra – che qualcosa avvenga dentro la Lega, che siano loro a spiegare a Salvini quello che è successo”.
Una batosta di quella portata, è la convinzione, dovrebbe consigliare al leghista di dedicarsi alla ricostruzione del partito, invece di accomodarsi al governo. O, detta dalla prospettiva amorevole di un salviniano: “Se è furbo se ne sta fuori come facevano i segretari della Dc”. Ma proprio la debolezza della sua segreteria sembra convincere Salvini della necessità di sedere in Consiglio dei ministri. E forse anche per Meloni in fin dei conti è meglio Salvini in un dicastero non troppo delicato, che fuori con le mani libere.
Ma il segretario vuole il ministero dell’Interno, anche se ha smesso di dirlo. Non sembra volersi accontentare dell’Agricoltura, l’altra casella che la leader della Destra ha in mente per lui (“Centinaio, c’è già lui”, va dicendo il leghista).
Un po’ più appetibile per il segretario, anche se molto gravoso per i tavoli di crisi da gestire, è lo Sviluppo economico dove ora siede – e potrebbe anche restare – Giancarlo Giorgetti. Salvini, nella vulgata meloniana, non può andare al Viminale perché sotto processo per Open Arms e perché il presidente Sergio Mattarella potrebbe avanzare obiezioni, con il rischio di far deflagrare uno scontro ancor più pesante di quello che coinvolse in era gialloverde Paolo Savona.
Si accontenti quindi della compensazione: veder sedere al Viminale il suo ex capo di gabinetto Matteo Piantedosi. O, in un risiko più ampio, veder incoronare Piantedosi capo della Polizia, con al Viminale l’ex prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, che però è più vicino a Meloni. Un’ipotesi, quest’ultima, che vedrebbe l’attuale capo della Polizia Lamberto Giannini prendere la delega ai Servizi che oggi è di Franco Gabrielli, vincendo un derby con l’attuale capo del Copasir Adolfo Urso.
Gli incastri non sono semplici e anche per questo Meloni non vuole affrettare i tempi, incontrerà gli alleati solo a tempo debito. Perché c’è da accontentare anche Silvio Berlusconi che ha portato la sua Forza Italia a un insperato 8,3% e ora reclama almeno quattro ministeri, di cui almeno uno di peso, magari gli Esteri, per Antonio Tajani.
Ma il governo la leader di FdI lo vorrebbe il più possibile a sua immagine, con sottosegretario alla presidenza un fedelissimo come Giovanbattista Fazzolari e tecnici d’area, che possano piacere al Colle e agli Alleati, nei ruoli chiave: Interno e Difesa, Esteri (si citano Giulio Terzi di Santagata, Stefano Pontecorvo, Elisabetta Belloni) ed Economia (con Fabio Panetta si fa il nome di Domenico Siniscaldo o anche Daniele Franco che avrebbe già detto di no).
La premier in pectore se la dovrà vedere anche in questo caso con Salvini, che per rovinarle la festa ha fatto sapere in anticipo di non volere tecnici. A ogni nome FdI oppone un leghista: Bongiorno per Nordio alla Giustizia, Rixi per Rampelli alle Infrastrutture. Ma la partita è lunga, il via si avrà con l’elezione a metà mese dei presidenti delle Camere. Che Meloni potrebbe lasciare agli alleati, per avere mani più libere sul governo. E allora non Ignazio La Russa, come si vocifera, al Senato, ma Roberto Calderoli. Non Fabio Rampelli alla Camera ma Antonio Tajani. Una scelta, quest’ultima, che potrebbe essere molto gradita a Berlusconi. E consentire alla leader di FdI di far leva sul Cavaliere per temperare le mire di Salvini. Per poi comporre una lista di ministri da cui il leghista esca depotenziato.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
“LA MELONI MI RICORDA WANNA MARCHI, TRUCCATA, VOLGARE, PSEUDO FIGA, URLA E STRABUZZA GLI OCCHI. TRASH, MA SENZA STILE. LETTA MI STA SUI COGLIONI, UN PESCE MORTO SENZA CARISMA”
“Penso che ci siano tanti coglioni in Italia, c’è gente che ha pure
votato Salvini, vi rendete conto? C’è gente che non capisce…”.
Oliviero Toscani, a La Zanzara su Radio 24, si iscrive al club di quelli che non ci stanno e spara a zero sugli elettori di Giorgia Meloni e del centrodestra: “Voi dite che una maggioranza ha scelto. Ma cosa vuol dire, hanno votato anche Mussolini, dai che cazzo vuol dire. Quando la maggioranza è cogliona c’è una democrazia cogliona”.
Siamo passati da Draghi a Meloni, dicono i conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo: “Gli italiani che hanno votato sono dei deficienti, hanno scelto anche Mussolini ai tempi, hanno scelto Orban, delle cagate. Che torni Berlusconi non è normale, non è un Paese normale. Io sto qui e mi divertirò. Ho votato la Bonino, anche questa volta a 80 anni non ho mai avuto al governo qualcuno che ho votato”.
Attacca la Meloni anche sull’estetica: “Sembra Wanna Marchi, ha lo stesso stile, urla, strabuzza gli occhi, le unghie rosse, pitturata di blu, volgare, pseudo figa, trash ma senza stile”.
Adesso che succede?: “Adesso ci divertiremo, speriamo non facciano molti danni, quando Berlusconi andava in giro ci si divertiva. Quando era premier eravamo sputtanati, adesso ancora peggio”.
Magari abbassano le tasse: “Non è la cosa più importante…e poi questi non sono capaci, non sono preparati”.
E Letta?: “Mi sta proprio sulle palle, un pesce morto senza carisma, un vecchio democristiano”. Qualcuno ha paura del fascismo: “Non tornerà il fascismo, tornano Meloni e Berlusconi. Voglio farmi delle grandi risate, saremo i Ridolini della politica mondiale”
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
GLI UOMINI RUSSI FANNO DI TUTTO PER SCAPPARE DALLA FOLLIA DEL CREMLINO CHE LI VORREBBE VEDERE IN MIMETICA AL FRONTE
Ieri (lunedì 26 settembre) la Guardia di Frontiera della Finlandia ha registrato l’ingresso di “7.743 russi attraverso il confine terrestre”, 3.662 russi sono poi usciti dal Paese.
Lo fa sapere su Twitter la Rajavartiolaitos, la Guardia di Frontiera finlandese. “Il traffico è ancora intenso ma si è ridotto rispetto al picco del fine settimana: la maggior parte di chi entra si dirige verso altri Paesi”, si legge nell’aggiornamento.
Gli arrivi di cittadini russi in Georgia sono raddoppiati a 10.000 al giorno dopo l’annuncio della mobilitazione da parte del presidente russo Vladimir Putin. Lo afferma il ministero di Tbilissi.
Nel frattempo proseguono proteste e scontri con la polizia nella regione russa del Daghestan, dove i manifestanti sono scesi in piazza contro Putin. Intanto per sfuggire all’arruolamento ben 260mila russi avrebbero già abbandonato il Paese: una coda di 16 km di auto in coda è stata immortalata dal satellite in fuga ai confini con la Georgia.
Le autorità georgiane hanno escluso l’intenzione di chiudere il confine con la Russia per bloccare il flusso di cittadini in arrivo nel Paese caucasico in fuga dalla mobilitazione militare voluta dal presidente Vladimir Putin. «Non abbiamo motivo di chiudere il confine», ha affermato il ministro georgiano dell’Interno Vakhtang Gomelauri. Il ministro ha anche aggiunto di non comprendere le richieste di una parte dell’opposizione di chiudere il confine con la Russia e dell’altra «di accettare più russi, meglio è».
Il ministro ha affermato che i russi si recano in Georgia da «anni» e che Tbilisi non ostacolerà questo processo. Attualmente, entrano circa 10.000 russi al giorno nel Paese caucasico: «È circa il 40-45% in più rispetto a prima del 21 settembre (quando la Russia ha dichiarato la mobilitazione)». Secondo Gomelauri, il 60% dei russi arrivati in Georgia «ha già lasciato il Paese» per altre destinazioni.
In Ossezia del Nord, la repubblica russa al confine con la Georgia, sarà presto allestito un checkpoint per il controllo e l’arruolamento di quanti cercano di lasciare la Russia via terra per sfuggire alla mobilitazione decisa dal Cremlino. Lo ha reso noto su Telegram il ministero dell’Interno georgiano. L’ufficio di arruolamento sarà allestito al posto di blocco del valico Verkhny Lars. La decisione, scrivono le agenzie russe, è stata presa «sullo sfondo del significativo aumento del traffico» della zona
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
CONGRESSO ANTICIPATO A FEBBRAIO, TRE I NOMI IN LIZZA
Enrico Letta vuole traghettare il Partito Democratico fino al nuovo
congresso. Dopo il fallimento della strategia del voto utile l’ex premier ha annunciato il suo addio alla poltrona di segretario. Si tratta dell’ottavo in quindici anni. E verrà eletto con tutta probabilità a febbraio invece che a marzo.
E scatta anche qui un totonomi. Quello sulle candidature alla segreteria. Tutto dipenderà dalla partita a scacchi fra le anime più rappresentative del partito. Oltre a quelle che fanno riferimento ad Andrea Orlando e Lorenzo Guerini, anche quella che guarda a Dario Franceschini. E gran parte del dibattito verterà sulle alleanze: «Il problema non era il campo largo – ha detto ieri un altro ex segretario, Nicola Zingaretti -. Ma non averlo avuto. Divisi si perde tutti».
Il candidato naturale
Il candidato naturale alla successione di Letta è Stefano Bonaccini. Il presidente dell’Emilia-Romagna ha l’appoggio di correnti come Base Riformista e su di lui potrebbe confluire anche Area Dem. Durante le elezioni ha rilasciato interviste facendo molta attenzione a non pestare i piedi a Letta. Ma dimostrando di avere le idee chiare sulla direzione che deve intraprendere il partito. Ma puntando su proposte chiare e comprensibili: «Una busta paga in più in tasca ai lavoratori e un salario minimo per chi oggi non è coperto da un contratto collettivo. Una forte spinta sulla transizione ecologica ed energetica perché significa bollette più basse e un pianeta più pulito per i nostri figli, a fronte della destra che vaneggia di nucleare senza dire dove e quando. Infine, più sanità pubblica».
Scegliendo con attenzione le parole per definire il centrosinistra e il centrodestra: «Non è un voto tra il bene e il male, ma tra proposte radicalmente alternative: noi stiamo con l’Europa dei diritti e delle libertà mentre la destra guarda a Putin, Orban e Bolsonaro. Noi vogliamo una società più giusta, meno diseguale, innovativa. La destra affida al mercato anche la scuola e la salute».
Ma di fronte a uno dei maggiorenti Dem, racconta oggi il Corriere della Sera, è stato ancora più chiaro: «Qui o cambiamo radicalmente e riprendiamo a parlare alla gente o andremo avanti di sconfitta in sconfitta».
Il prescelto della sinistra del partito
Peppe Provenzano invece è il preferito della sinistra del partito. La Stampa riporta oggi le parole pronunciate da Provenzano davanti a Letta. Che sembrano un manifesto elettorale: «Non ci serve un nuovo segretario, ma un nuovo partito. È questo che non siamo riusciti a realizzare ed è questo di cui abbiamo davvero bisogno». E quindi: «Non servono scorciatoie personalistiche e un congresso che sia una mera conta sui nomi», serve piuttosto «una nuova identità, tornare a parlare ai propri mondi di riferimento, smettere di essere responsabili a prescindere, farsi carico delle battaglie e delle istanze della parte più sofferente del Paese. Senza gli equilibrismi continui che tanto hanno danneggiato il Pd degli ultimi anni».
L’outsider
Infine c’è Elly Schlein. Che sarebbe, secondo alcune indiscrezioni, la preferita di Letta e di una parte della sinistra Dem che non si riconosce in Orlando. Lei è stata incoronata dal Guardian come astro nascente della sinistra italiana. E ha infiammato Piazza del Popolo nell’ultimo giorno della campagna elettorale facendo il verso a Giorgia Meloni.
37 anni, ha il problema di non essere ancora iscritta al Pd. Uscì in polemica con il Jobs Act. Ma oggi potrebbe diventare capogruppo a Montecitorio. E c’è chi fa sapere che Bonaccini, proprio per parare il colpo della sua candidatura, starebbe pensando di presentare un ticket con Simona Bonafé. Anche altre candidature cominciano a profilarsi: quella del sindaco di Pesaro Matteo Ricci e quella del primo cittadino di Firenze Dario Nardella.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
MOLTO BELLA, MA IL SANTO NON L’HA MAI PRONUNCIATA. PAROLA DELLO STORICO FRANCESCANO FRA’ ANDREA VAONA
E’ una delle frasi citate da Giorgia Meloni questa notte nel discorso dopo i risultati che attestano la sua vittoria alle elezioni. Ma San Francesco non l’ha mai detta. E’ quanto si legge in un articolo dello storico francescano, fra Andrea Vaona, postato sul suo blog ad aprile 2022 e rilanciato oggi dall’ex direttore di Tv2000 Lucio Brunelli.
“Nei siti o nei social si propagano ‘viralmente’ anche frasi attribuite a san Francesco d’Assisi, ma che non risultano assolutamente né tra i suoi scritti né tra i detti che troviamo nelle sue biografie” scriveva lo storico francescano. “Ciò che duole è la difficoltà nel correggere gli errori pubblicati: quando segnalati, spesso la risposta è seccata, perché ‘la frase è bella!…'” e “un confratello, saggiamente, per sdrammatizzare dice: ‘spiritualità francescana da Baci Perugina’”, sottolineava nel suo post fra Andrea Vaona
“Cominciate a fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile – non è di San Francesco d’Assisi”, si legge nel blog del frate docente universitario di Storia ecclesiastica.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
“CI VUOLE UN CONGRESSO STRAORDINARIO, IO SAPREI CHI ELEGGERE, MA PER ADESSO NON FACCIO NOMI”
Dopo il crollo della Lega alle urne, Roberto Maroni affonda Matteo
Salvini: “E’ ora di un nuovo leader per la Lega”.
A invocarlo è l’ex ministro dell’Interno e del Welfare dei governi Berlusconi e tra i fondatori con Umberto Bossi della Lega, dopo la débâcle alle elezioni politiche del partito: “Ora si parla di un congresso straordinario della Lega. Ci vuole. Io saprei chi eleggere come nuovo segretario, ma per adesso non faccio nomi”, scrive l’ex segretario della Lega. P
arole che arrivano a poche ore dal consiglio federale della Lega convocato in via Bellerio. All’ordine del giorno, l’esito delle elezioni del 25 settembre e le prossime mosse del partito.
Nella sua rubrica “Barbari foglianti” sul Foglio, Maroni analizza i risultati elettorali. E osserva: “Un dato è certo: la distanza tra le due coalizioni è abissale, mai sotto i 15 punti”. Aggiunge che “la vittoria è netta. Svanisce quella che per il centrodestra era l’unica paura e per il centrosinistra l’ultima speranza. Meloni potrà contare sulla maggioranza assoluta sia alla Camera che al Senato”.
L’ex segretario della Lega definisce l’esito delle elezioni di domenica “una vittoria per nulla sorprendente vista la pochezza della coalizione di centrosinistra. Dei suoi argomenti, dei suoi programmi e della sua propaganda. Anzi, delle varie coalizioni targate centrosinistra tutte quante pronte a dividersi, esercizio che le ha portate alla sonora sconfitta”.
Quindi Maroni pronostica che Meloni “adesso riceverà dal presidente della Repubblica l’incarico di formare il nuovo governo. Anche se la prima volta che una donna diventa presidente del Consiglio? La Meloni ce la farà di sicuro”.
Fa notare, infine, che “una doppia maggioranza in Parlamento abbatte ogni possibile ostacolo sulla strada della Meloni verso Palazzo Chigi”. Mentre per il fondatore della Lega “Il risultato sotto le aspettative della lista centrista Calenda-Renzi non lascia dubbi: il centrodestra non avrà bisogno di altri voti in Parlamento”. ù
Per ora, Matteo Salvini non sembrerebbe avere alcuna intenzione di dimettersi. Lo ha chiarito lui stesso, durante la conferenza stampa convocata nella sede della Lega di via Bellerio a Milano per commentare i risultati. Con buona pace di chi, all’interno del movimento, dopo il sorpasso di Fratelli d’Italia che ha doppiato il partito anche in Lombardia, culla del Carroccio, ha chiesto “dimissioni immediate” mettendoci la faccia, come l’ormai ex parlamentare Paolo Grimoldi, e chi invece fa trapelare l’insoddisfazione.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »