Settembre 21st, 2022 Riccardo Fucile
L’AVVERTIMENTO USA
L’America si vendicherà con “un attacco devastante” contro l’esercito russo se Vladimir Putin utilizzerà armi nucleari in Ucraina, ha avvertito l’ex comandante europeo dell’esercito degli Stati Uniti.
Il tenente generale in pensione Ben Hodges oggi ha affermato che qualsiasi risposta dell’America “potrebbe non essere nucleare”, ma ha avvertito che se Putin dovesse usare armi nucleari in Ucraina, gli Stati Uniti potrebbero cercare di “distruggere la flotta del Mar Nero o distruggere le basi russe in Crimea”.
I suoi commenti arrivano dopo che il premier russo ha annunciato che avrebbe usato “tutti i mezzi” necessari per difendere aree di territorio sequestrate o destinate ad essere annesse dalle forze del Cremlino prima di minacciare di usare armi nucleari.
“Se c’è una minaccia per l’integrità territoriale del nostro paese e per proteggere il nostro popolo useremo sicuramente tutti i mezzi per noi – e non sto bluffando”, ha poi aggiunto durante il suo discorso televisivo al popolo russo mercoledì mattina .
Il generale Hodges, che ha comandato l’esercito americano in Europa tra il 2014 e il 2018, ha sottolineato che la “possibilità” di Putin di ordinare un attacco nucleare contro l’Ucraina era “molto improbabile”
Ma ha detto che l’uso di qualsiasi arma strategica di distruzione di massa sarebbe stata accolta con una reazione rapida e severa da parte del presidente Joe Biden.
“Lui [Putin] sa che gli Stati Uniti dovranno rispondere se la Russia usa un’arma nucleare”, ha detto Gen Hodges a MailOnline.
“La risposta degli Stati Uniti potrebbe non essere nucleare… ma potrebbe benissimo essere un attacco devastante che potrebbe, ad esempio, distruggere la flotta del Mar Nero o distruggere le basi russe in Crimea.
“Quindi, penso che il presidente Putin e coloro che lo circondano saranno riluttanti a coinvolgere direttamente gli Stati Uniti nel conflitto”.
Le potenziali aree di attacco per gli Stati Uniti, se la Russia dovesse lanciare un attacco nucleare, potrebbero includere il porto navale di Sebastopoli sulla costa occidentale della Crimea, che è stata occupata dalle forze del Cremlino da quando la penisola è stata annessa nel 2014.
Preoccupata, Mosca ha già spostato alcuni dei suoi sottomarini d’attacco di classe Kilo dalla penisola di Crimea alla Russia meridionale per paura che vengano colpiti dal fuoco ucraino a lungo raggio, secondo l’intelligence britannica.
In un briefing quotidiano martedì, il Ministero della Difesa del Regno Unito ha affermato che quei sottomarini erano stati “quasi certamente” spostati a Krasnodar Krai, nella Russia continentale, invece di una base navale a Sebastopoli, nella penisola di Crimea.
La mossa arriva mentre Putin affronta il possibile collasso della sua cosiddetta “operazione militare speciale” dopo uno straordinario contrattacco ucraino la scorsa settimana che ha visto le forze russe nel nord-ovest respinte oltre il confine ucraino.
Con una grave carenza di equipaggiamento militare, Putin ha raddoppiato il suo assalto all’Ucraina, annunciando la “mobilitazione parziale” di 300.000 riservisti militari – la prima in Russia dalla seconda guerra mondiale – e referendum nelle aree occupate dell’Ucraina per renderli parte della Russia.
Tuttavia, esperti e analisti affermano che farà ben poco per invertire le sorti della guerra a suo favore.
Ci vorranno almeno settimane, forse mesi, per radunare, equipaggiare, addestrare e trasportare centinaia di migliaia di uomini in prima linea, tempo che la Russia non ha.
Quando arriveranno i rinforzi, l’inverno inizierà quando le operazioni di combattimento saranno considerevolmente più difficili, aggravando i problemi che l’esercito russo deve già affrontare.
E mobilitare più uomini non servirà a risolvere la cronica mancanza di attrezzature e rifornimenti tra i ranghi della Russia, o risolvere i problemi logistici che hanno ostacolato i suoi attacchi.
Alcuni hanno fatto paragoni con la disastrosa Guerra d’Inverno che l’Unione Sovietica ha combattuto contro la Finlandia, che si è conclusa con centinaia di migliaia di soldati dell’Armata Rossa morti o feriti a circa 25.000 finlandesi.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 21st, 2022 Riccardo Fucile
RIDICOLI: SI SALTA DAL PUNTO 6 AL PUNTO 8 PER NON FAR SAPERE AI RUSSI CHE I RISERVISTI RICHIAMATI SARANNO 300.000
Oggi la Russia si è svegliata mentre il presidente Vladimir Putin
pronunciava il suo atteso discorso alla nazione con il quale ha annunciato la «mobilitazione militare parziale» con la quale lo zar spera di invertire l’inerzia della «operazione speciale» in Ucraina.
Com’è ormai noto, il decreto che istituisce la mobilitazione prevede che vengano richiamati i militari di riserva e la possibilità di chiamare la popolazione generale alle armi in maniera obbligatoria.
Putin, inoltre, ha reso noto che non esclude il dispiego di armi nucleari. Nel testo, che consentirebbe la discesa in campo di altri 300 mila uomini, c’è molto di più.
La coscrizione militare obbligatoria
All’articolo due si legge che il presidente si riserva il diritto di «reclutare al servizio militare i cittadini russi nell’ambito della mobilitazione delle forze armate russe», anche se il ministro della difesa del Cremlino Sergei Shoigu ha fatto sapere che al momento i cittadini coscritti al servizio non verranno impiegati in Ucraina.
Nell’articolo 3, inoltre, viene inoltre stabilito che il salario di chi verrà arruolato in questo modo, sarà lo stesso dei membri regolari dell’esercito, mentre al punto 4 si legge che contratti di coscrizione rimarranno validi fino alla fine della mobilitazione.
La chiamata potrà essere rifiutata – secondo l’articolo 5 – nei seguenti casi: il raggiungimento dell’età di servizio massima; per ragioni di salute che la Commissione militare consideri non idonee alla prestazione di servizio militare; e per verdetti che incriminino i soggetti interessati.
Gli obblighi dello Stato e degli ufficiali
Il punto 6 si riferisce al governo della federazione, che dovrà «finanziare le attività della mobilitazione e adottare misure adeguate a soddisfare i bisogni delle Forze Armate della Federazione Russa e dei corpi militari durante il periodo della mobilitazione parziale».
Nella versione pubblicata nella gazzetta presidenziale manca il punto 7, che nelle scansioni della versione cartacea recitava uno stringato: «Per uso ufficiale». Questo perchè si sarebbe dovuto indicare in 300.000 i soggetti interessati
Si arriva poi al punto 8, che indica come «gli ufficiali anziani» e le «entità costituenti» della Russia debbano assicurare la «coscrizione dei cittadini chiamati al servizio militare».
Le leggi della Duma per incriminare i disertori
Il decreto arriva a un giorno di distanza da una risoluzione del parlamento russo, effettuata con una procedura espressa che prevede sanzioni penali ai soldati che disertano, si arrendono o si rifiutano di seguire gli ordini loro impartiti. Come evidenzia la testata russa indipendente Meduza, le pene per questi reati possono arrivare fino a 15 anni e partono da un minimo di due. Inoltre, al di fuori del codice penale, la Duma ha approvato una legge che semplifica l’ottenimento della cittadinanza russa per gli stranieri che decidono di arruolarsi e combattere.
Lo status della guerra
Lo status della guerra, ufficialmente, non è cambiato, ha fatto sapere il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. La Russia, quindi, continuerà a riferirsi all’invasione dell’Ucraina in termini di «operazione militare speciale». Per il momento, inoltre, non verrà imposta la legge marziale nel Paese, ha dichiarato Peskov. Le dichiarazioni vanno di pari passo con il tentativo di Mosca di mantenere una situazione in patria quanto più possibile normale, come fanno notare molti analisti. Anche per questo – suggeriscono – la mobilitazione viene definita «parziale» e la guerra non viene ufficialmente dichiarata. Nonostante gli sforzi, però, la popolazione russa sta iniziando a temere che la situazione precipiti, tanto che le ricerche Google su come lasciare la Russia sono aumentate a dismisura, e tutti i voli diretti verso l’estero previsti per oggi sono stati prenotati.
La guerra camuffata e la debolezza di Putin
Il discorso di oggi viene considerato da alcuni un segno di debolezza del presidente russo. La Russia, infatti, ha già speso moltissimi soldi e dispiegato migliaia di soldati in Ucraina, incagliandosi in un conflitto che, anche quando volgeva a favore di Mosca, procedeva a rilento. L’annuncio della mobilitazione arriva poche ore dopo quello dei referendum per la russificazione dei territori occupati, che potrebbero consentire l’annessione del Lugansk, del Donetsk e di Cherson prima che la controffensiva ucraina conquisti potenzialmente ancor più territorio. Gli esperti, poi, fanno notare come probabilmente la mobilitazione non avrà effetti clamorosi sul conflitto.
La Russia, infatti, ha già dispiegato i suoi militari più esperti. Anche se attualmente si prevede che solo i militari con esperienza pregressa verranno richiamati dalla riserva, la tattica che ha finora dato pochi frutti rimane invariata. Vengono poi sollevati dubbi sulla possibilità di mandare a combattere persone che non hanno mai frequentato ambienti militari, soprattutto quando solo il 3% della popolazione russa si dice disponibile ad andare al fronte.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 21st, 2022 Riccardo Fucile
“CON L’ITALIA UN RAPPORTO PRIVILEGIATO, NOI ONORIAMO GLI IMPEGNI”
L’Algeria rassicura l’Italia sulle forniture aggiuntive di gas, mentre i governi in giro per l’Europa si adoperano con nuovi interventi per affrontare il caro-energia di imprese e famiglie e la Commissione europea si appresta a rilasciare una nuova comunicazione sul dossier energia.
L’Algeria “onora gli impegni presi con l’Italia”, che “riceverà altri 10 miliardi di metri cubi di gas nei prossimi mesi”: lo afferma in un comunicato il ministero dell’Energia algerino rilanciato oggi in sintesi dall’agenzia di stampa ufficiale Aps.
Risponde così ai dubbi sul fatto che la compagnia Sonatrach fosse in grado di aumentare il ritmo delle forniture verso il Belpaese, come da accordi sugellati in vari incontri di altissimo livello tra le due diplomazie. “L’Algeria, che intrattiene relazioni ‘privilegiate’ con l’Italia, garantisce l’approvvigionamento di gas all’Italia e conta di aumentare le proprie forniture a oltre 25 miliardi di m3 da adesso alla fine dell’anno”, scrive l’Aps sul proprio sito sintetizzando il comunicato.
Qualcosa si muove anche a Bruxelles, dove – riportano le agenzie – la Commissione si appresta a mettere sul tavolo una nuova comunicazione sul dossier energia, mercoledì 28 settembre. L’intenzione di tornare sulla crisi del gas è stata anticipata anche alla riunione dei Rappresentanti dei 27 (Coreper). Si tratterebbe, secondo l’ipotesi che circola a Bruxelles, di una duplice comunicazione – che non ha valore legislativo – che andrebbe a coinvolgere sia il mercato del gas sia la questione del tetto ai prezzi. La proposta dell’esecutivo Ue dovrebbe quindi entrare in agenda nel Consiglio Affari Energia straordinario convocato per il 30 settembre. In quell’occasione si discuterà anche delle misure per tagliare i consumi di elettricità, sul quale i governi Ue vogliono una posizione più morbida: chiedono che il target obbligatorio (10%) di riduzione della domanda non sia calcolato su base mensile, ma sull’intero periodo “tra il 1° dicembre 2022 e il 31 marzo 2023”, emerge da una prima bozza di compromesso del Consiglio Ue, di cui l’Ansa ha preso visione, sulle proposte per fare fronte al caro energia. Il testo, su cui sono al lavoro gli ambasciatori dei Ventisette, sarà discusso dai ministri dell’Energia Ue alla riunione straordinaria di venerdì 30 settembre.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 21st, 2022 Riccardo Fucile
SOPRATTUTTO SE CONTEMPORANEAMENTE LA PERCENTUALE DI VOTI DI LEGA, FDI E FORZA ITALIA DOVESSE ESSERE INFERIORE AL 45%, MAGARI PER UN RISULTATO SUPERIORE ALLE ASPETTATIVE DI AZIONE E DELL’ITALEXIT DI PARAGONE
Tutti i ragionamenti che abbiamo fatto fino ad oggi sull’esito delle
prossime elezioni portano alla conclusione che il centro-destra vincerà con una maggioranza assoluta di seggi sia alla Camera che al Senato. Siamo ancora convinti che questo sia l’esito più probabile.
È una ipotesi basata non solo sulla percentuale di voti che gli è stata sistematicamente attribuita dai sondaggi, che potrebbe forse anche essere sovrastimata, ma soprattutto sul fatto incontestabile che i rivali sono divisi e questo li rende non competitivi.
Ciò premesso, vale però la pena di ipotizzare a quali condizioni questo esito potrebbe non verificarsi.
Come è noto, il sistema elettorale prevede l’assegnazione di circa due terzi dei seggi con formula proporzionale e un terzo in collegi uninominali dove il candidato con un voto in più vince.
Alla maggioranza assoluta il centro-destra può arrivare attraverso combinazioni diverse di seggi proporzionali e di seggi maggioritari. Assumendo che vinca il 42% dei seggi proporzionali gli servirebbe vincere almeno il 65% dei seggi maggioritari per arrivare alla maggioranza assoluta.
Se invece ottenesse il 45% dei seggi proporzionali gli basterebbe vincere il 60% di quelli maggioritari.
In entrambi i casi si tratterebbe di maggioranze risicate. Per ottenere maggioranze più solide la percentuale di seggi dei due tipi deve essere naturalmente maggiore
Ragioniamo sulla base del secondo esempio che abbiamo fatto, cioè l’ipotesi 45-60.
Al Senato il 60% dei seggi maggioritari vuol dire 44 seggi su 74. Quindi, per impedire che il centro-destra possa arrivare a 101 seggi che è la maggioranza assoluta (senza i senatori a vita) gli “altri” dovrebbero vincere 31 seggi.
Quali sono gli “altri” capaci di farlo? La coalizione di centro-sinistra vincerà un certo numero di seggi tra Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Toscana e qualche grande città. Ma non può arrivare a vincerne 31 a meno che i sondaggi non mentano clamorosamente.
Calenda, Italexit ecc non vinceranno nessun seggio (parliamo sempre di seggi uninominali). Resta il M5s.
Fino a poco tempo fa nessuno avrebbe scommesso un centesimo sul fatto che i Cinque Stelle potessero essere competitivi nella arena maggioritaria. Oggi la sensazione che si percepisce è che non sia più così. La sorpresa che potrebbe sconvolgere i pronostici fatti finora potrebbe venire da questa parte.
Nelle elezioni del 2018 alla Camera il M5s ha preso nelle regioni del Sud (da Roma in giù) il 43% dei voti e ha vinto l’83% dei seggi uninominali. Al Senato è andata più o meno allo stesso modo. Anche oggi la sua base elettorale è qui. Al Nord conta poco. Al Sud conta molto grazie al credito che si è conquistato con il reddito di cittadinanza. Per competere nei collegi uninominali del Sud basta avere tra il 30 e il 35% dei voti.
È una percentuale elevata, ma non fuori dalla portata del partito di Conte. Al Sud sono in palio al Senato 31 collegi. Se il Movimento ne vincesse la metà, la somma di questi collegi con quelli che la coalizione di Letta vincerà nel resto del paese potrebbe privare il centro-destra della maggioranza assoluta. Soprattutto se contemporaneamente la sua percentuale di voti dovesse essere inferiore al 45%, magari per un risultato superiore alle aspettative di Azione e dell’Italexit di Paragone.
In questo caso infatti avrebbe meno seggi proporzionali e dovrebbe vincere una percentuale maggiore di seggi maggioritari.
È difficile che uno scenario del genere si realizzi ma non impossibile. I Cinque Stelle ci hanno già sorpreso nel 2013 e nel 2018. Anche allora i sondaggi li avevano largamente sottostimati. Potrebbero sorprenderci di nuovo il 25 settembre. Le conseguenze sarebbero paradossali.
(da Il Sole24ore)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 21st, 2022 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA INSORGE CONTRO LE PAROLE DELLO SCRITTORE FRANCESE… HA VIOLATO IL PENSIERO UNICO SOVRANISTA?
L’ultima parola spetterà oggi all’Autorità per le comunicazioni (Agcom). Ma il duro attacco al centrodestra italiano, accusato di fascismo dal filosofo francese Bernard-Henri Levy nella puntata di lunedì scorso de Il cavallo e la torre , condotto su Rai3 da Marco Damilano, ha già prodotto un tentativo di riequilibrio nella puntata di ieri.
Levy, intervistato sul tema della legittimità del voto popolare, aveva definito il leader della Lega, Matteo Salvini, «patetico e ridicolo» e i suoi «traditori della patria che negoziano il futuro del Paese nel retrobottega con inviati dell’ambasciata russa», mentre lo stesso leader «prepara segretamente un viaggetto a Mosca per andare a negoziare il suo futuro politico».
Per il filosofo «c’è una tentazione fascista in Europa, in particolare in Italia, e bisogna prenderla di petto». Levy ha sostenuto che l’Italia merita di più di Salvini, Meloni o Berlusconi. E ha detto che «non bisogna sempre rispettare l’elettorato: un fascista che arriva al potere non si converte automaticamente in democratico».
«Sono sue parole» ha preso le distanze Damilano, dissentendo sul suffragio universale: «Qui la campagna elettorale non è in mano a un partito che vuole cancellare la democrazia». Un concetto ripetuto dal conduttore a fine puntata: «L’Italia non è la Russia di Putin».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 21st, 2022 Riccardo Fucile
BIDEN NON HA DIMENTICATO IL DISCORSO DI GIORGIA AL CONGRESSO DEI CONSERVATORI E IL FORCING DELL’ASSE FRANCO-TEDESCO È UN ALTRO ELEMENTO DI CUI WASHINGTON TIENE CONTO
Due sere fa, mentre ritirava a New York il premio dell’Annual Awards
Dinner, Mario Draghi ha ascoltato i discorsi dell’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, del Ceo di Blackstone Group Stephen Schwarzman e del Rabbino Arthur Schneier.
Tutti convinti sostenitori della «visione» e della «leadership» dell’ex numero uno della Bce che «ha ispirato una rinnovata fiducia globale nell’Italia». Pure il presidente Joe Biden ha mandato un saluto per l’occasione. E si è complimentato con Draghi, definendolo «una voce potente». Lodi ed elogi per quanto fatto e, aggiunge Schwarzman, «per quanto potrà fare» in futuro. Già, perché al World Statesman Award, c’è un pezzo importante dell’America che conta. E tutta ragiona come se Draghi fosse ancora saldamente in campo e come se in Italia non fossero ormai imminenti le elezioni.
In verità, siamo ormai alla vigilia del voto. E a certificarlo non c’è solo il dato fattuale del calendario, ma pure le tensioni di una campagna elettorale ormai agli sgoccioli. Così forti, da incrinare un rapporto di reciproca stima che – nonostante distanze e divergenze di vedute – negli ultimi mesi non era mai venuto meno. Quello tra Draghi e Giorgia Meloni.
Il primo le ha sempre riconosciuto il ruolo di opposizione responsabile, concedendogli in questo anno diversi e lunghi faccia a faccia a Palazzo Chigi (a differenza di quanto accaduto ad alcuni leader della maggioranza).
La seconda, invece, ci ha tenuto ad evitare gli argomenti propagandistici e non eccedere nei toni, limitando le critiche al governo al merito dei provvedimenti, tanto che per l’occasione qualcuno ha rispolverato il soprannome di «draghetta».
Da una settimana a questa parte, però, l’equilibrio è cambiato. Con una tensione crescente, frutto anche del pressing dell’Ue e, in particolare, dell’asse franco-tedesco. Non è un caso che negli ultimi giorni la Meloni sia finita nel mirino di Parigi e Berlino, con il Financial Times e il Guardian che sono arrivati a profetizzare «conseguenze terribili» nel caso di una sua vittoria.
La spinta che arriva da Bruxelles, insomma, è pressante. E, a cascata, anche i vertici dell’amministrazione americana iniziano a guardare al voto italiano con particolare interesse.
E’ anche per questo che negli ultimi giorni Draghi ha cambiato approccio rispetto alla Meloni. E dal discorso al Meeting di Rimini che in molti, anche nel Pd, avevano letto come una legittimazione è passato all’affondo di qualche giorno fa in conferenza stampa. Con la Meloni che l’altro ieri ha risposto per le rime.
Nervosismi da campagna elettorale, è l’impressione che ne hanno avuto a Palazzo Chigi. Più o meno lo stesso ragionamento che fanno a via della Scrofa, dove la convinzione è che l’ex Bce voglia mantenere la sua equidistanza ora che siamo alla vigilia del voto.
Draghi, intanto, prosegue la sua quattro giorni a New York. E punta ad un faccia a faccia con Biden, anche solo nel format informale del pull aside, visto che il presidente americano avrà un solo bilaterale (con la premier britannica Liz Truss). Sul tavolo ci sarà la crisi ucraina, soprattutto dopo la decisione di Mosca di indire i referendum per l’indipendenza del Donbass. Ma è probabile che l’amministrazione americana chieda anche rassicurazioni sulle prospettive dell’Italia, fino ad oggi partner più che affidabile nel far muro al Cremlino.
A Washington, infatti, il timore è che la presenza della Lega nel prossimo esecutivo possa ammorbidire la posizione italiana. Timore, peraltro, che in cuor suo coltiva la stessa Meloni.
Di qui, l’auspicio americano per nulla velato affinché Draghi resti al suo posto. Anche se il diretto interessato, a margine del Youth4Climate, sembra ignorare le sollecitazioni. «Avrò tempo libero», scherza. Poi l’intervento davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e la netta presa di posizione contro Mosca: «I referendum sono un’ulteriore violazione del diritto internazionale». Ma l’Italia resta «in prima linea per provare a raggiungere un accordo».
(da Il Giornale)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 21st, 2022 Riccardo Fucile
SI SCATENA LA FECCIA CRIMINALE PUTINIANA CHE ESULTA PER IL SUO ASSASSINIO
Per i familiari e gli amici di Benjamin Giorgio Galli – il 27enne foreign fighter italo-olandese originario di Bedero Valcuvia (in provincia di Varese) morto in Ucraina combattendo come volontario con la Legione Internazionale di difesa di Kiev contro l’esercito russo – è il giorno del dolore, ma anche della rabbia.
Da ore infatti la sorella Anna Victoria Galli sta rispondendo agli hater che postano insulti sulla bacheca Facebook di suo fratello o addirittura esultano per la sua tragica fine.
“Ben era un’anima pura. Ha scelto di andare in Ucraina per aiutare le persone . Spiace vedere gente ignorante e insensibile che scrive senza sapere nulla. Lui era mio fratello, l’unica persona che mi è sempre stata vicina. Nel mio primo ricordo c’è lui”.
C’è anche qualcuno che si rivolge direttamente al 27enne morto in Ucraina per chiedergli: “Perché sei andato a combattere una guerra non tua?”. È ancora una volta la sorella a postare la propria indignazione di fronte a queste considerazioni: “Secondo te mio fratello può risponderti?”.
Sempre tramite Facebook è intervenuta anche Mirjam Van der Plas, la madre di Benjamin Giorgio Galli, che si trova a Kiev insieme al marito, in attesa di ottenere le autorizzazioni necessarie per vedere la salma del figlio e riportarla in Italia: “Dite pure ciò che pensate, ma rispettate il mio dolore – ha scritto – Nessuno si permetta di giudicare la scelta di mio figlio. Oltre al dolore che stiamo provando, non infangate la memoria di un ragazzo con un ideale, la libertà”.
E ancora: “Ben non ha accettato l’invasione russa del territorio di un popolo sovrano ed è andato volontario ad aiutare i suoi fratelli. Anche perché per Dio noi siamo tutti fratelli”. Sono però molto numerosi anche i messaggi di stima, affetto e solidarietà di chi definisce il foreign fighter originario del Varesotto “un eroe” e “un esempio per tanti”.
Gli amici che lo frequentavano quando viveva in Italia sono comprensibilmente chiusi nel loro dolore: “Posso solo dire che Ben era un bravo ragazzo e un ottimo componente del nostro team” è l’unico commento di Giuseppe Lombardo, presidente dell’A-Team Tre Valli di Cunardo (in provincia di Varese), che Galli frequentava e definiva sui social “il miglior team che ci sia”
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 21st, 2022 Riccardo Fucile
ALLA FINE SI DIMETTE DAL PARTITO, MA PROBABILMENTE SARA’ ELETTO ALLA CAMERA NEL COLLEGIO UNINOMINALE DI AGRIGENTO… LA MELONI LO AVEVA DEFINITO “AFFIDABILE, COERENTE, SERIO E CONCRETO”
Una serie di post tra il 2014 e il 2016 – tra giovani balilla, frasi come
“W i camerati“, Adolf Hitler definito “grande statista” e apprezzamenti per Vladimir Putin – gli sono costati la sospensione immediata da Fratelli d’Italia.
Calogero Pisano è stato così “sollevato da ogni incarico di partito, a partire da quello di coordinatore provinciale di Agrigento e di componente della Direzione nazionale“, si sono affrettati a dichiarare dal partito di Giorgia Meloni dopo che Repubblica aveva pubblicato i post contestati: “Da questo momento in poi Pisano – si legge in una nota – non rappresenta più FdI a ogni livello e a lui viene inibito anche l’utilizzo del simbolo”.
Sospeso dunque, anche se ovviamente rimane candidato al collegio uninominale di Agrigento per il centrodestra: un seggio che, stando ai sondaggi, dovrebbe garantirgli l’elezione alla Camera.
Lo stesso Pisano, con una nota, ha chiesto scusa “a chiunque si sia sentito offeso da quei post che a distanza di anni giudico indegni”: “Anni fa – ha aggiunto – ho scritto cose profondamente sbagliate. Avevo cancellato il mio profilo personale su Facebook perché mi vergognavo delle cose che erroneamente avevo pubblicato”.
Scuse pubbliche quindi, mentre in privato il candidato usava tutto un altro tono. Con un audio inviato su WhatsApp ai suoi sostenitori, infatti, Pisano ha cercato di ridimensionare la vicenda: “Questa, tra virgolette, sospensione – dice – è dovuta solo al fatto di questo post e quindi abbiamo dovuto prendere le distanze e anche io mi sono dovuto sospendere solo per questi due-tre giorni, fino a quando non arriviamo alle elezioni. Quindi state tranquilli che resta in carica (la candidatura ndr) e siamo sempre più forti di prima“.
Sospensione temporanea, quindi. Almeno da quello che lo stesso Pisano sostiene nell’audio inviato ai suoi. Ilfattoquotidiano.it ha contattato il diretto interessato per chiedere una replica sul contenuto della nota audio, senza però ottenere alcuna risposta.
Però deve averci ripensato visto che, nel tardo pomeriggio, ha infine annunciato le sue dimissioni volontarie dal partito sostenendo di “non voler trascinare Fratelli d’Italia in situazioni imbarazzanti”, dopo la conferma del deferimento ai Probiviri per provvedimento disciplinare. Adesso bisognerà capire se, in caso di elezione, il candidato che definiva Hitler un “grande statista” sarà ammesso al gruppo parlamentare del partito di Giorgia Meloni. O se queste dimissioni annunciate oggi dureranno anche dopo il voto di domenica.
Pisano non è un esponente di seconda fascia in Fratelli d’Italia. Militante sin da giovanissimo nei movimenti giovanili di destra e poi in Alleanza nazionale e Fratelli d’Italia, ha sempre avuto un forte legame con Giorgia Meloni. Sono tante le foto che li ritraggono insieme, da giovani militanti a eventi e riunioni di partito. In questo senso Pisano è un vero e proprio fedelissimo della leader di Fdi.
La stessa Meloni lo ha voluto candidato sempre all’uninominale ad Agrigento anche alle politiche del 4 marzo del 2018. In quel caso Pisano non fu eletto, visto l’exploit siciliano del Movimento 5 stelle. In uno spot di quella competizione elettorale Meloni descriveva Pisano come una persona “affidabile, coerente, seria e concreta”. Insieme hanno condiviso militanza e percorso politico.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 21st, 2022 Riccardo Fucile
LA ESILARANTE GIUSTIFICAZIONE DEL PARTITO: “STAVA INVITANDO GLI ALTRI AD ABBASSARE LE BRACCIA TESE”… PECCATO CHE LE IMMAGINI DICANO L’OPPOSTO
Il rito fascista del “presente!”, scandito tre volte di fila e accompagnato dalle braccia tese nel saluto romano. Tra i camerati disposti in file ordinate, lui, Romano La Russa, assessore regionale alla Sicurezza di Fratelli d’Italia in Regione Lombardia, fresco di nomina e subentrato nella giunta Fontana al posto di Riccardo De Corato che ha deciso di candidarsi in Parlamento.
È successo lunedì 19 settembre a Milano al funerale di Alberto Stabilini, storico esponente dell’estrema destra milanese e in passato membro del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Msi nella quale militò anche Giorgia Meloni. La ‘palestrà politica dalla quale provengono decine di esponenti di primo piano di FdI.
La presenza di un assessore regionale alle esequie del camerata Stabilini non poteva passare inosservata. E a far discutere sono le modalità. Perché il fratello del più noto Ignazio La Russa, cofondatore di FdI e già ministro della Difesa, quando si è trattato di onorare la memoria di Stabilini con il saluto romano, non si è tirato indietro, anzi.§
In un video si vede il gruppo, con al centro Romano La Russa, che urla “presente” per Stabilini e tende il braccio destro. Il neo assessore regionale non ha ritenuto, evidentemente, di sottrarsi, per motivi di opportunità ‘istituzionale’, al ricordo fascista.
Qual è il rapporto che legava La Russa a Stabilini? Militanti dell’estrema destra meneghina negli anni di piombo, i due vengono arrestati il 4 agosto 1974 – insieme ad altri cinque camerati – per i i fatti del “Giovedì nero” di Milano. È il nome con cui le cronache del tempo indicarono le violenze compiute giovedì 12 aprile 1973 nel capoluogo lombardo da militanti di gruppi neofascisti durante una manifestazione prima autorizzata e poi vietata all’ultimo dalla questura.
Il “giovedì nero” culminò in un episodio drammatico: l’uccisione dell’agente di polizia Antonio Marino, colpito al petto da una bomba a mano lanciata da due neofascisti, Vittorio Loi – figlio del campione di pugilato Duilio Loi – e Maurizio Murelli (quest’ultimo è da anni editore di riferimento della destra radicale italiana).
Al “giovedì nero” parteciparono anche Romano La Russa e il defunto Stabilini che in seguito ai disordini furono raggiunti da un provvedimento di custodia.
Immediate le polemiche. Fabio Pizzul, capogruppo del Pd al Pirellone, attacca: “E’ un fatto molto grave, non degno di un’istituzione democratica come la Regione Lombardia, pertanto chiediamo all’assessore La Russa di dissociarsi pubblicamente. In caso questo non avvenisse, ci attendiamo che sia il presidente Fontana a censurare il gesto del suo assessore, senza costringerci a depositare in Consiglio una mozione di censura contro La Russa”.
E sulla polemica interviene con una nota Fratelli d’Italia di Milano: “In relazione a una immagine in cui è ripreso di spalle Romano La Russa nell’occasione del funerale di Alberto Stabilini va precisato che l’estremo saluto era stato richiesto in vita dal defunto e che Romano era cognato e amico di una vita di Alberto. Quel che preme sottolineare, e che non emerge dal video, è che Romano ha invitato tutti a non fare il saluto romano. Emerge invece con chiarezza che il movimento del braccio di Romano non ha nulla a che fare col saluto fascista ma al contrario testimonia il suo invito ai presenti ad astenersi dal saluto. Basta verificare il movimento del suo braccio, peraltro assente durante le chiamate consecutive che comunque la Cassazione ha sancito non essere reato se effettuato in un funerale”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »