Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
E CONTE, RITTO SU UNA PANCHINA, SCANDISCE: “NON METTERANNO LE MANI SUL REDDITO”
Quando arriva a Siracusa, ad aspettarlo ci sono i poveri di un
quartiere. Una ressa di uomini, taluni sono glabri, senza denti. Sono soprattutto loro. E poi il resto della città. C’è una ressa come all’esordio di una star. E per i poveri lo è. Acclamano: Giuseppe! Giuseppe! L’avvocato dei poveri. Il Sud ce l’ha in pugno, sembrerebbe.
Il Sud sono i poveri che acclamano, quelli che con lui sono diventati un vero soggetto civile, esibendo una qualche dignità; il reddito di cittadinanza ha significato molte cose per le piccole vite.
Conte sale su una panchina e parla alla gente. Le persone si aspettano un interlocutore. Non la fanfara da comizio, il circo burlesco a cui ci ha abituato la politica deteriore. O semplicemente la politica.
Conte non è l’oracolo di un assistenzialismo fallimentare, nella convinzione del suo auditorio, piuttosto la chiave di volta di ferite sociali, come la povertà appunto, di cui non frega granché di solito, vedi i ristori in pandemia e il reddito, ovviamente.
Il quartiere in cui Conte incontra gli elettori concentra parecchie tensioni, è una apologia di illegalità e miseria. Poi ci sono i palazzi blasonati. Ma la vita ostile e faticosa è di quella gente che accerchia l’ex presidente, che lo soffoca, fino a travolgerlo. Conte scandisce la promessa: “Non dobbiamo distrarci”. E sottintende le manovre sospette sui soldi del Pnrr, sulla riforma della Giustizia.
Ritto su una panchina conferma ancora: “Non metteranno le mani sul reddito, dobbiamo stare dalla parte giusta”. La gente esulta, applaude. Come in un romanzo di Dumas, sognano un vero colpo di mano della sorte, dove a vincere stavolta sono quelli che non vincono mai.
(da il Fatto Quotidiano)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
ORMAI NON SI SA PIU’ SE RIDERE O PIANGERE
Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi continua a sbancare su Tik Tok con video che diventano immediatamente virali. Dall’apertura del canale avvenuta lo scorso primo settembre, il profilo del Cav ha guadagnato già più di 533mila followers e oltre 2 milioni di mi piace
Questa volta, a far discutere è stato un video in cui l’ex Premier, col fare ammiccante che lo contraddistingue, è tornato a fare campagna elettorale parlando di donne, nello specifico di diritti, di parità, di asili nido, di stalking e di violenza. Sul finale un pensiero è andato pure al suo principale avversario politico in vista delle elezioni, il segretario del Pd Enrico Letta.
Questa volta la “pillola di programma” illustrata su Tik Tok da Silvio Berlusconi era quella dedicata alle donne.
Un argomento su cui il Cav non ha potuto risparmiare battute e cenni autobiografici. Tanto che, proprio alla fine del video, ha detto: “In quanto cittadine e in quanto donne avrete tutto l’interesse a dare il vostro voto a Forza Italia, a noi, a me, che non solo sono più bello di Letta e per tutta la vita sono andato a caccia del vostro amore, ma sinora ho mantenuto sempre le nostre promesse elettorali. Grazie e, auguro a tutte voi serenità, salute, gioia e amore”.
All’interno del filmato, caratterizzato da toni decisamente più seri, Berlusconi ha illustrato le proposte di FI in tema di donne, tornando pure sulle discusse iniziative di FI destinate alle casalinghe: “Esiste poi una categoria di donne che non hanno mai svolto un lavoro retribuito perché per tutta la vita si sono sacrificate per la casa, la famiglia, i figli. Chi sono? Sono le nostre mamme e le nostre nonne. Abbiamo pensato che anche loro hanno diritto ad una vecchiaia dignitosa e serena, e quindi anche loro riceveranno una pensione di 1000 euro al mese per 13 mesi”.
E, concludendo il video, il Cav ha detto: “Care amiche, la libertà e la dignità della donna sono troppo spesso violate da forme di violenza, fisica o psicologica, davvero ripugnanti, che ne limitano i diritti e ne violano l’integrità. Voglio ricordare che è grazie a Forza Italia se nel nostro codice è stato inserito il reato di stalking e sono state fortemente aggravate le pene in caso di stupro e a maggior ragione in caso di omicidio in seguito a violenza carnale. Abbiamo anche introdotto il patrocinio gratuito, a carico dello Stato, per le vittime di questi reati odiosi. Questo è quello che siamo riusciti a fare finora”.
Sarà stato davvero convincente? Qualche dubbio rimane.
(da agenzie)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
IL DISCORSO DEL PREMIO NOBEL IN OCCASIONE DELL’UDIENZA RELATIVA AL RICORSO PER IL RITIRO DELLA LICENZA AL PRINCIPALE GIORNALE INDIPENDENTE IN RUSSIA
Memorial Italia presenta qui la traduzione del discorso del premio
Nobel per la pace Dmitrij Muratov in occasione dell’udienza relativa al ricorso per il ritiro della licenza al giornale Novaja Gazeta.
Dopo una battaglia che ormai dura da più di un anno il giornale, fondato nel 1993 con Michail Gorbacev tra gli azionisti principali e con Anna Politkovskaja tra gli autori di punta, era stato costretto a interrompere la pubblicazione della versione cartacea il 28 marzo.
Si ringrazia la redazione di Novaja Gazeta per l’autorizzazione alla pubblicazione in italiano. Tradotto da Claudia Zonghetti.
Il 15 settembre il tribunale di primo grado della Corte Suprema della Federazione Russa ha deciso di chiudere il sito web di Novaja Gazeta. La redazione si oppone categoricamente alla chiusura e presenterà ricorso. Durante l’udienza, il giudice non ha accolto le nostre istanze. Il direttore Dmitrij Muratov ha chiesto la parola. Ecco cosa ha detto al giudice, al rappresentante di Roskomnadzor [l’agenzia federale russa che monitora e vieta l’accesso ai mass media] che ha avviato il procedimento contando in un esito simile, e ai nostri lettori.
Vorrei far presente che nei procedimenti penali si tiene sempre conto della personalità dell’imputato. Il nostro caso non afferisce al penale, ma anche un giornale ha la sua identità. E la corte deve tenerne conto.
Quando, per fare un esempio, abbiamo affrontato la questione dei bambini affetti da atrofia muscolare spinale – che hanno bisogno del farmaco più costoso al mondo: l’iniezione necessaria a un paziente costa 2,3 milioni di dollari – abbiamo raccolti il denaro sufficiente a curare cinque bambini. Dopo di che, e grazie a questa nostra impresa, il presidente e il Governo hanno creato la Fondazione “Cerchio del bene” che ora copre le spese per quasi tutte le malattie rare.
Alcuni nostri collaboratori hanno volato nello spazio. Jurii Michailovič Baturin è tornato con la medaglia di Eroe della Federazione Russa. Sei miei colleghi sono stati uccisi mentre facevano il loro lavoro. Jurij Ščekočichin. Anna Politkovskaja. Nastja Baburova. L’avvocato Stas Markelov. Nataša Estemirova. Igor Domnikov.
Sono morti per difendere il diritto DI SAPERE. Durante la prima guerra cecena, quando molti dei nostri soldati si trovavano in condizioni disperate, i nostri corrispondenti di guerra – il maggiore Izmailov e Jurij Ščekočichin – hanno portato in salvo 174 persone, liberandole senza bisogno di un mercato degli schiavi, senza bisogno di denaro.
Lei (rivolgendosi al rappresentante del Roskomnadzor) ha detto che la chiusura è una “procedura profilattica”. Non sono d’accordo. È un omicidio. È profilassi distruggere un giornale che l’anno prossimo dovrebbe compiere 30 anni?
Quanto alla precisione e alla congruenza – citate dalla Corte Costituzionale e dalla decisione del Plenum della Corte Suprema della Federazione Russa – in quest’aula non ce n’è nemmeno l’ombra. Potevate darci una multa. L’avremmo pagata, avremmo ammesso almeno una delle violazioni che ci imputate. Che è di natura tecnica: avevamo già adocchiato diverse volte quell’organizzazione, in passato.
È ovvio, però, che si tratta di un inganno dell’occhio, come si suol dire. Il rischio c’è sempre nella nostra professione: è una voce nel mestiere dei correttori di bozze, è nell’elenco delle malattie professionali. Capita. Se ci aveste avvertito, grazie!, avremmo rimediato subito; voi ci avreste dato la multa, noi avremmo pagato. Perché distruggere il giornale?
Il Roskomnadzor lo sa benissimo: il 28 marzo, quando sono state imposte alcune gravi restrizioni censorie legate all’operazione speciale, abbiamo annunciato che avremmo messo in pausa il giornale perché era impossibile lavorare con informazioni ottenute da un’unica fonte. Non saremmo stati onesti e scrupolosi con i nostri lettori.
E abbiamo sospeso le nostre attività fino alla fine dell’operazione speciale. Ma al Roskomnadzor non basta: vogliono il colpo in testa per finirci. E lo hanno sparato. Ci hanno chiuso per “profilassi”. Una storia che ha dell’incredibile, ovviamente! E che ha bisogno di buone penne.
Vorrei anche aggiungere che state togliendo il lavoro, un posto di lavoro, a centinaia di persone. State togliendo ai nostri lettori, che a marzo erano 27 milioni, li state privando – lo capite? – del diritto all’informazione. E la chiamate “profilassi”. E sia. Ho imparato una parola nuova.
Grazie, Vostro Onore.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
“DOPO IL CARCERE NON HO PIÙ PAURA DI NIENTE”… E LA FIGLIA STEFANIA NOBILE SFIDA GLI SPETTATORI: “CHI SI PENTE? BUSCETTA SI PENTE, IO NON MI PENTO”
Wanna Marchi è bionda oggi, un biondo che vira al bianco. Le illumina il viso, le labbra scarlatte. Parrebbe cambiata Wanna Marchi, ma lo sguardo, il baluginio della furbizia negli occhi accesi, la tradisce, riportandola indietro, dove tutto è cominciato: agli anni Settanta, all’Italia del benessere, delle televisioni private piagate dal bisogno di far soldi, alla loro lenta metamorfosi in supermercati, ai «D’accordo?» che il tempo avrebbe reso sempre più sguaiati.
Wanna Marchi è pacata mentre racconta di una parabola a suo dire figlia del bisogno. «Mio marito, soldi a casa, non ne ha mai portati. Sarei diventata qualcuno soprattutto per dar da mangiare ai miei figli», dice, ritrovando la caparbietà degli anni bui nel matrimonio con Raimondo Nobile, rampollo di una famiglia che a lei, erede di contadini, guardava con sdegno.
È stata una sposa diciottenne in un giorno di pioggia, Wanna Marchi. «Mia suocera, fuori dalla chiesa, mi disse: “Come sei brutta”. Quella frase avrebbe contato tanto nella mia esistenza». Non ci sono lacrime, ma le parole le muoiono sulle labbra, appena tremanti.
Wanna Marchi, protagonista di una docuserie Netflix che di lei porta il nome, Wanna, chiede di non dilungarsi nel racconto del marito. Il dolore ha un antidoto nel silenzio. Il resto può aver voce. E la voce, per spiegare la propria ascesa e la caduta, rumorosa, che ne è seguita, non le manca. Ruggisce la Marchi, nelle quattro puntate disponibili online dal 21 settembre.
«Dopo il carcere non ho più paura», sibila. Non c’è traccia di pentimento quando l’intervistatore la stuzzica sui trascorsi giudiziari e lei tuona: «I coglioni vanno inculati». Le mezze misure per la Marchi sono come gli unicorni: non esistono.
La serie parte dall’inzio: metà degli anni Settanta, Wanna Marchi è una madre disposta a tutto pur di portare a casa il sostentamento dei figli. «Ho perfino truccato i morti nella camera mortuaria di Bologna», ricorda, spiegando come sia stata la lauta mancia di una madre in lutto – 1 milione delle vecchie lire – a permetterle di dare inizio a quella che sarebbe diventata la sua carriera.
La Marchi con quei soldi ha comprato una macchina e messo in piedi un business: vendeva, massaggiava, lavorava come estetista. Poi il caso l’ha portata alle tv, le piccole emittenti private, bazar dove chiunque poteva provare a vendere i suoi prodotti. È stato un fiasco.
Wanna Marchi, alla terza presenza in studio, ha chiesto scusa al pubblico. Ha pianto e in quelle lacrime è germinato il suo successo. I centralini davanti all’immagine di una donna affranta sono esplosi.
Ha venduto come mai prima, la gente ha comprato a scatola chiusa e Wanna Marchi è stata invitata a tornare. E ha capito di avere potere sul pubblico.
Le alghette, lo «Scioglipancia» ideato dalla figlia Stefania, i fanghi, le creme. Era un impero da 5 miliardi di lire al mese. La Marchi cresceva insieme alle sue promesse: dimagrimenti lampo, pillole per mangiare ai quattro palmenti senza mai ingrassare, fanghi miracolosi. Vendeva facendo leva sul senso di colpa e di inadeguatezza dello spettatore.
«Le donne con i peli, mamma mia, non le sopporto», si sente in uno dei tanti filmati di repertorio. «C’è un ciccione disposto a dirmi: “Signora Marchi, si sbaglia, io sono molto felice”, c’è?», chiede in un altro, chiamando «elefanti» e «bauli» le mogli oversize di mariti a suo dire esasperati.
Era un metodo opinabile: intercettare e lucrare sulle insicurezze della casalinga media. Funzionava però, e Wanna Marchi era ovunque: Maurizio Costanzo Show, Pippo Baudo, i giornali. Era nostra signora delle televendite, ricca, richiesta, divisiva. Sempre pronta a rilanciare per prendersi tutto il piatto. Ma quel sistema ad inizio anni Novanta è crollato.§
Wanna, fatto di interviste ai televenditori più noti (Roberto Da Crema, Valter Carbone, Joe Denti e Giorgio Mendella), di testimonianze e racconti in prima persona, vira bruscamente, seguendo il corso della parabola Marchi. Il primo successo, poi il declino. La ripartenza di metà anni Novanta, quel che la giustizia avrebbe definito truffa: il tentativo – per altro riuscito – di vendere la fortuna.
La serie Netflix, magnetica, ripercorre gli anni del maestro Do Nascimento, del sale e dei numeri da giocarsi al lotto. Ripercorre la disperazione delle famiglie che alla Marchi hanno dato tutto, vittime di un meccanismo psicologico («Mi chiamavano ogni settimana: “Allora lei per 10 milioni fa morire sua figlia?”. E io pagavo, avrei avuto il rimorso se fosse successo. In un anno, dal 1997 al 1998, ho dato loro 200 milioni», testimonia una donna).
Wanna Marchi e Stefania Nobile ascoltano parole e sentenze, gli stralci del processo che le ha condannate. «Io sono orgogliosa della mia vita. Chi si pente? Buscetta si pente, io non mi pento», asserisce Stefania, senza concedere alibi a chi ha speso tutto per paura d’avere il malocchio. «Io non la vedo una truffa, perché se qualcuno mi chiama e mi dice di mettere del sale nel bicchiere io lo mando affanculo. È un truffatore lui o sei un coglione tu?», domanda la Nobile rivolge alle telecamere.
Titoli di coda.
(da La Verita’)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
LA FEROCE CONTESTAZIONI DEL 1969 ORGANIZZATA DA GIORGIO PIETROSTEFANI (“LOTTA CONTINUA COMINCIÒ LÌ”)
Basterebbero già le foto all’ingresso. Mina, Celentano, Ray Charles,
Tom Jones. Una di fianco all’altra. Una più simbolica dell’altra. Quando entri nella Bussola di Marina di Pietrasanta, passeggiando fino ad arrivare in riva al mare, entri in un mondo senza tempo. Perché quel tempo, ossia gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, è ormai depositato nella banca dei nostri ricordi e da lì mica se ne va, anzi.
Oggi la Bussola è rinata e germoglia un’altra volta per una generazione di ragazzini che naturalmente non c’erano quando tutto questo è nato, ossia il 4 giugno 1955.
Dice la leggenda che il celebre Sergio Bernardini avesse avuto come regalo di Natale l’affitto di questo locale dal proprietario Alpo Benelli e da allora iniziò a costruire un mito. Quella sera fu Renato Carosone a inaugurare con la sua orchestra (cachet, si dice, di 1 milione e 600mila lire) quello che alla velocità della luce sarebbe diventato un tempio della musica, del costume e pure del gossip italiano. Se eri un cantante, puntavi a esibirti alla Bussola per diventare una vera star.
Se eri un aspirante famoso (oggi si dice influencer), la Bussola era il tuo crocevia. Se poi di mestiere facevi il paparazzo, beh, come si faceva a non avere una postazione fissa alla Bussola, dove passava chiunque «facesse titolo», gli aristocratici, le dive, gli attori, gli imprenditori rampanti e i rampolli di buona famiglia che trasformavano l’estate in un set di amori, amorazzi, eccessi, intrighi e passerelle di abiti nuovi.
TRADIMENTI CELEBRI
Per capirci, d’estate le pagine dei rotocalchi grondavano di storie uscite dalla Bussola. Quando finì l’anno di militare, Adriano Celentano scelse la Bussola per tornare dal vivo con la sua band I Ribelli. Era l’agosto del 1961, gli italiani si erano ripresi dalla crisi del Dopoguerra e iniziavano ad andare davvero in vacanza. C’era il «boom», che non era soltanto un dato economico ma si dimostrava soprattutto uno stato d’animo. Si respirava la voglia di ripartire, di divertirsi, di rimediare alle angosce degli ultimi decenni con quella salutare dose di leggerezza che adesso, nel nostro tempo, abbiamo purtroppo dimenticato un’altra volta.
Allora la Bussola diventa un riflettore dell’italianità che dappertutto rinasce. Nella Roma della Dolce Vita (non quella di oggi cantata da Fedez) arrivano divi hollywoodiani e paparazzi, a Palazzo Chigi c’è Amintore Fanfani con quello che sarà il «governo delle convergenze parallele», a Palazzo Pitti sfila per la prima volta una collezione di Valentino. Si torna a respirare. Ad agosto i Beatles fanno il loro primo concerto al Cavern di Liverpool e qui da noi, in Italia, arriva il primo tormentone, ossia Legata a un granello di sabbia di Nico Fidenco. Il bello è che tutto sembra inedito.
Proprio in quell’estate del 1961, alla Bussola nasce l’amore tra Stefania Sandrelli e Gino Paoli, che era sposato con Anna Fabbri: «Mi innamorai di lui per una canzone» ha detto poco tempo fa questa attrice superba. In ogni caso, «l’affaire Paoli Sandrelli» diventò di dominio nazionale, con diluvio di foto e di chiacchiere, di indignazione perché lei era minorenne e di illazioni sul loro futuro (si lasciarono definitivamente nel 1968). Di quell’epoca si sente ancora il «profumo» entrando alla Bussola passando di fianco al bar che precede di pochi passi la spiaggia. A destra c’è la piscina. Più avanti le tende e le sdraio.
L’atmosfera è cambiata ma il filo conduttore resta lo stesso di allora, quando «ci si vestiva bene» per andare alla Bussola e godersi qualcosa di totalmente unico. Qualche settimana fa, Mario Lavezzi parlando proprio alla Bussola ha ricordato che, dopo un concerto in questo locale, Mogol consigliò a Lucio Battisti di rinunciare alle esibizioni dal vivo perché non era abbastanza empatico con il pubblico. Una decisione che ha cambiato la musica d’autore italiana.
GOTHA INTERNAZIONALE
Anno dopo anno, alla Bussola arrivano tutti, ma proprio tutti. I cantanti, da Louis Armstrong a Neil Sedaka, dai Platters a Peppino Di Capri, Don Marino Barreto jr, Milva, Ella Fitzgerald, Domenico Modugno, Gilbert Bécaud, Marlene Dietrich, Juliette Greco, Josephine Baker, Wilson Pickett, Edoardo Vianello, Lola Falana, Miles Davis, Walter Chiari, Lelio Luttazzi eccetera. E si vedono anche i volti noti, quelli che oggi si chiamano vip e che facevano a gara per trascorrere una serata davanti ai fotografi.
Non c’erano i social, c’era la Bussola di Sergio Bernardini.
Pochi chilometri più avanti, verso Forte dei Marmi, c’era la Capannina, altro epicentro di vita notturna visto che già nel 1939 ci transitò un giovanissimo John Fitzgerald Kennedy. Ora, a poche centinaia di metri dalla Bussola c’è il Twiga, simbolo di una mondanità lontana anni luce da quella che ha reso celebre (e immortale) la Bussola.
E il Bussolotto? Era un locale collegato alla Bussola, ma dedicato alla musica jazz, dove, fra gli altri, si esibì diverse volte Romano Mussolini. In sostanza era un «privè» nel quale si ritrovavano anche personaggi famosi in cerca di riservatezza.
COSTUME D’ESTATE
In poche parole, la Bussola dettava il tempo dello spettacolo e del costume d’estate. Per capirci, era l’epoca delle vere dive, il momento nel quale Mina e Ornella Vanoni si contendevano i riflettori. Una rivalità che Sergio Bernardini, autentico scopritore di Mina ma amico leale anche della Vanoni, racconta così nel suo libro Non ho mai perso la bussola, pubblicato da Garzanti nel 1987: «C’è Mina e c’è la Vanoni. Se Mina è in un modo, Ornella è il suo opposto».
Alla Bussola, se c’è una, non c’è l’altra. Una volta, Mina ha la febbre alta e Ornella Vanoni, che è in vacanza a Forte dei Marmi, accetta di sostituirla. Quasi a fine concerto, tra il pubblico si ritrova proprio Mina avvolta da una coperta che la applaude persino più degli altri.
Un’altra volta, Ornella Vanoni stupisce davvero tutti. Sergio Bernardini lo racconta così: «Non capisco davvero perché, al pomeriggio durante le prove, (lei) si rivolga in continuazione al tecnico delle luci ricordandogli che, quella sera, ad un certo punto di una canzone il cui titolo ora mi sfugge (ritengo possa trattarsi di Senza fine) vuole che lo spot solare la illumini dal basso verso l’alto. Non mi pare una cosa così importante.
Sbaglio, naturalmente. Lei ha già preparato il suo grande colpo di teatro. Questo: vestito bianco aderentissimo, espressione del viso da civetta come mai. S’ accende il famoso e richiestissimo riflettore e per la gente (i maschietti in particolare) c’è Ornella che sotto il vestito non porta proprio nulla, come direbbero i Vanzina». Immaginatevi che cosa accadrebbe oggi con gli smartphone e i social a moltiplicare all’infinito quelle foto galeotte: se ne parlerebbe per giorni.
CAPODANNO «CALDO»
Della Bussola si parlò molto anche il primo gennaio del 1969 perché nella notte di Capodanno, quando avrebbero dovuto esibirsi Fred Bongusto e Shirley Bassey, una violenta contestazione portò anche in questo locale della Versilia il clima del tempo. Il «Potere Operaio di Pisa» aveva organizzato una manifestazione contro la sfilata di lusso che si sarebbe vista alla Bussola dove, tanto per capire, il cenone sarebbe costato 36mila lire, ossia lo stipendio mensile di un operaio.
Per convocare la protesta fu lanciato un manifesto preparato da due futuri dirigenti di Lotta Continua, Giorgio Pietrostefani e Paolo Brogi. L’obiettivo era chiaro: «Il 31 dicembre faremo la festa ai padroni». Uno slogan talmente truce che, ha rivelato tanti anni dopo Pietrostefani, Adriano Sofri lo giudicò «una caduta di stile». Arrivarono migliaia di persone (tra loro anche Massimo D’Alema), molte con sacchi di vernice rossa, qualcuno con buste piene di escrementi.
Come spesso accadeva, si unirono i cosiddetti «facinorosi» e qualche gruppetto di neofascisti. La polizia intervenne. I ragazzi costruirono barricate e poi scapparono in spiaggia e tra le ville lì intorno. Su di una barricata rimase Soriano Ceccanti che aveva 16 anni e da allora vive sulla sedia a rotelle (paradosso burocratico: nel 2013 l’Inps gli ha revocato la pensione d’invalidità).
«Lotta Continua cominciò lì» ha riassunto Pietrostefani. La Bussola rimase uno dei centri nevralgici dell’Italia popolare per tanto tempo pagando, com’ è naturale, un calo di popolarità, qualche cambio di gestione e persino una chiusura per «rumore molesto».
Adesso c’è la Bussola 2.0, che è gestita dalla famiglia Angeli e interpreta lo spirito del tempo ospitando i concerti (straesauriti) di Lazza, Tedua, Rhove e altri eroi della nuova scena musicale. Ma non solo. Ci sono i pomeriggi con protagonisti come Mara Venier o Rita Dalla Chiesa e Matteo Bassetti. E c’è comunque un ritorno a quella riservatezza elegante che è stata il marchio di fabbrica della Bussola fin da quella prima serata nel 1955 con Renato Carosone. I tempi sono cambiati. Ma, passando all’ingresso davanti alle foto di Mina, Celentano e Ray Charles, l’atmosfera rimane indiscutibilmente la stessa.
(da il Giornale)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
E’ TUTTO FALSO, IL VICESINDACO LEGHISTA SMENTITO DAL SINDACO E DALLE AUTORITA’ DI POLIZIA… GLI UNICI DUE ARRESTATI NELL’ISOLA IN TUTTA L’ESTATE SONO DUE ITALIANI
Una uscita “fake” e una promessa inquietante. Il protagonista è sempre lui. Il campione nazionale di “farlocchismo”. Il record man di esibizioni mediatiche “muscolari”. Il Capitan Fracassa della politica italiana. Al secolo Matteo Salvini.
L’ultima sparata
La racconta molto bene su Repubblica Alessia Candito. Scrive tra l’altro: “ Dopo settimane passate alla ricerca della photo-opportunity con l’hotspost stracolcomo a fare da sfondo, è da Catania che il leader della Lega tuona: “A Lampedusa i clandestini scappano dal centro, rubano macchine, motoscafi, barche dei pescatori”.
Ma è tutto falso Fonte dell’atto d’accusa? Il vicesindaco dell’isola, Attilio Lucia, fervente leghista e orgoglioso chaperon del “Capitano” nelle sue ripetute incursioni sulla più grande delle Pelagie.
Magari, però, non troppo attento ai dettagli. A inizio agosto, ha finito per far fare all’inconsapevole leader della Lega un giretto turistico dell’isola a bordo della Gamar, barca diventata simbolo dell’accoglienza dopo il salvataggio di 47 persone. Salvini lo ha scoperto dai giornali. E adesso rischia di procurargli qualche nuovo imbarazzo. “I clandestini che scappano dall’hotspot hanno rubato una macchina e due motoscafi nelle ultime settimane”, conferma Lucia.
Ma il primo a smentirlo è il suo sindaco, Filippo Mannino. “Emergenza sicurezza a Lampedusa? Non direi proprio”, ribatte senza esitare. E queste presunte fughe dall’hotspot? “Al massimo si tratta di qualche ragazzino che esce per andare al supermercato per una coca-cola o un’aranciata. Non credo rappresenti chissà quale pericolo”.
Del resto, ricorda, la struttura è recintata, con militari a presidiarne buona parte del perimetro e agenti di polizia stabilmente all’interno. “Capita che ci siano i cosiddetti sbarchi autonomi, piccoli gruppi che approdano lontano dal paese e si dirigono verso l’abitato. Ma non hanno mai causato alcun problema”.
Insomma, il caso sollevato dal suo vicesindaco e rilanciato da Salvini non esiste. Così come i furti. “C’è stato solo un caso e si tratta di un episodio isolato – chiarisce Mannino – Un migrante ha rubato un’auto, ma è stato rintracciato nell’arco di un paio d’ore”. Furto che non ha richiesto poi neanche troppa destrezza: le chiavi erano inserite e l’uomo è stato individuato e arrestato “in mezzo pomeriggio”, chiariscono fonti investigative
Di sottrazione di motoscafi e barche di pescatori, invece, non c’è traccia. Circa due mesi fa è sparita una barca, ma non ci sono mai stati arresti.
Da registri e fascicoli, il dato emerge in modo chiaro: fatta eccezione per quell’auto sparita e subito restituita al proprietario, procedimenti a carico di migranti per furti, scippi, rapine o violenze a Lampedusa, non ce ne sono. E gli investigatori non sono certo rimasti con le mani in mano. Dall’inizio dell’estate, i carabinieri hanno individuato e arrestato un uomo che nascondeva diciotto chili di cocaina pronta per essere spacciata, e un altro, trovato in possesso di una pistola con matricola abrasa e colpo in canna. Ed entrambi sono pregiudicati italiani”.
(da Globalist)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
CATAPULTATA NEL COLLEGIO TRA MARSALA E TRAPANI NON SI E’ MAI VISTA
La Fascina viene, la Fascina non viene, dov’è la Fascina? 
L’ultima fidanzata di Berlusconi – calabrese e arcorese adottiva – è stata catapultata tra Marsala e Trapani, nel collegio uninominale Sicilia 1. Bene, anzi benissimo per lei: sulla carta è un seggio blindato alla Camera. Qui però non l’ha vista o sentita nessuno. Non si è presentata nemmeno una volta: non un comizio, una comparsata in una rete locale, una diretta social. Niente.
S’era accesa una speranza: Marta e Silvio insieme a Trapani, sabato 17 settembre. Il plenipotenziario locale, Gianfranco Miccichè, ci contava: “Spero sia vero, stiamo facendo di tutto per renderlo possibile”, sussurrava sull’approdo della royal family. Poi il sogno s’è affievolito. Venerdì pomeriggio la numero 2 in Sicilia, Gabriella Giammanco, cade dalle nuvole: “Berlusconi e Fascina a Trapani? Non ne so nulla”.
Infine la capitolazione, confermata dal responsabile trapanese di Forza Italia, Toni Scilla: “L’ipotesi è tramontata”. Possibile – gli chiediamo – che l’insigne Fascina sia eletta senza venire nemmeno una volta? Scilla balbetta: “Guardi, bisogna capire. Non è tutto chiuso, diciamo… Quello che sarà il percorso… Capisce bene che spostarsi è complicato”. Possibile – insistiamo – che nessuno abbia mai sentito la sua voce? “I catapultati sono in tutti i partiti. Bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno. Abbiamo la compagna del presidente, Forza Italia è ancora attrattiva, può essere un collegamento con Roma”. Presi i voti, Fascina dovrebbe rappresentare un territorio che ignora. “Ci sarà bisogno di un lavoro in sinergia”, sospira Scilla.
Chiediamo conforto a Giacomo Pilati, giornalista e scrittore, orgogliosamente trapanese. “La Sicilia ha la sindrome della colonia. È da sempre terra di conquista, con i voti già blindati per le figurine che calano dal Nord”. Non mancherebbero ragioni per ribellarsi:
“Nei pronto soccorso, da Trapani a Palermo, per un codice verde aspetti 12 ore. Dicono che siamo la terra del reddito di cittadinanza, ma vedo sacche di miseria ovunque. I siciliani si comprano con poco: due promesse, tre slogan”.
Non solo a destra: nel collegio di Fascina, il Pd ha messo in cima al listino bloccato Annamaria Furlan, ex segretaria della Cisl, genovese. E l’avversario diretto di Marta è un dem palermitano, Antonio Ferrante, che “almeno ha avuto il buon senso di affittare una casa a Trapani per la campagna elettorale”, ironizza Massimo Marino, editore della rete locale Telesud.
I catapultati prosperano. L’ex forzista Vittoria Michela Brambilla – i cui natali sono in quel di Calolziocorte, Lecco – è lanciata in quota Fratelli d’Italia nel collegio della Camera di Gela, Caltanissetta e Canicattì. Brambilla è votata alla causa animalista: l’ex ministra di Berlusconi gira l’isola, sì, ma si fa vedere quasi solo in canili, oppure ai tavoli contro il randagismo o la violenza sui quadrupedi. A Caltanissetta – racconta con un certo, anonimo imbarazzo chi ha assistito – si è congedata dopo pochi minuti, dicendo che doveva prendere un aereo.
Pure lei, come Fascina, ha la strada spianata per Montecitorio malgrado sia regina d’assenteismo: nell’ultima legislatura ha saltato il 99,2% delle sedute. La “quasi moglie” di B. è una gigante, in confronto: ha partecipato a un quarto delle votazioni.
Chi il suo collegio lo gira davvero è Bobo Craxi. Le Politiche regalano anche questo: lo scontro a distanza tra i figli (milanesi) di Bettino. Bobo, kamikaze del Pd, nel collegio quasi impossibile Palermo 2, alla Camera. Stefania per Forza Italia al Senato, nel collegio di Gela (ma col paracadute di una doppia candidatura in Lombardia).
“Mi hanno fatto pure la carognata di mettermi contro mia sorella”, confessa sconsolato Craxi junior, a margine di un incontro. Vederlo in t-shirt mentre si fa intervistare da Pino Maniaci un venerdì sera, nella sperduta Montelepre – la cittadella del bandito Salvatore Giuliano, arroccata a 50 minuti da Palermo – di fronte a un plaudente pubblico di 6 persone (compreso chi scrive) mette tenerezza. “Macché paracadutato”, dice, “io sono un professionista! E ho rappresentato l’Italia a livello internazionale – è stato sottosegretario agli Esteri – crede che non possa rappresentare la Sicilia?”. Le possibilità che accada, per i sondaggi, sono misere.
L’ultima parola spetta a Tino Vittorio, docente di Storia, scrittore e intellettuale catanese. La Sicilia, ha scritto, è un mare pieno di mazzuni, di “pesci babbei”, e allora “le prossime elezioni siano apocalittiche, annunzianti il disvelamento totale, la parusia, della politica: la babbeità”. Tino tifa disastro: “Sa che le dico, forse sono meglio i catapultati degli ignoti che fuoriescono dai sotterranei dell’avvilimento della politica locale. Meglio non conoscerli! La politica come la si intende – passione, progetto, persino azzardo intellettuale – qui non esiste”.
(da il Corriere della Sera)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
BRUXELLES PROPONE DI TAGLIARE IL 65% DEI FONDI DI COESIONE ALL’UNGHERIA (7,5 MILIARDI) PER LE VIOLAZIONI ALLO STATO DI DIRITTO
La Commissione europea propone al Consiglio europeo il taglio del 65% dei fondi di coesione dell’Ungheria (pari a 7,5 miliardi di euro) perché il rischio posto al budget Ue nel quadro delle violazioni allo stato di diritto “permane” nonostante le misure promesse dal governo di Budapest di sistemare i problemi indicati dalla Commissione.
Ora il Consiglio ha tre mesi di tempo per esprimersi (la decisione è a maggioranza qualificata).
Il collegio dei commissari si è riunito al palazzo Berlaymont – eccezionalmente di domenica, visto che mezzo esecutivo europeo settimana prossima sarà a New York per l’assemblea generale dell’Onu – per decidere cosa fare dei 22,5 miliardi di euro di fondi complessivamente stanziati per l’Ungheria per il periodo 2021-27. Il Parlamento Europeo, d’altra parta, ha appena bollato Budapest come “un regime ibrido di autocrazia elettorale” (di fatto una democratura) e ha chiesto al Consiglio di agire, attivando l’articolo 7, che prevede sanzioni fino alla sospensione dei diritti di voto.
Ora, nulla di tutto ciò appare all’orizzonte. Ma la pressione su Orbán aumenta, anche considerando l’atteggiamento ungherese sulle questioni che contano ora a Bruxelles: sostegno all’Ucraina, transizione energetica, pressioni sulla Russia. Orbán, nel tradizionale ritiro di Kötcse organizzato dal suo partito, Fidesz, recentemente ha sparato ad alzo zero contro l’Europa, promettendo di voler bloccare il rinnovo delle sanzioni contro Mosca in autunno ed evocando persino l’uscita dell’Ungheria dal blocco “entro il 2030”, ovvero quando il Paese diventerà un contributore netto. Insomma: finiti i soldi, arrivederci. Ma un conto sono i ritrovi politici, dove si galvanizza la base, un altro il lessico istituzionale, in cui contano i fatti.
Il governo ungherese di Viktor Orban dice di voler chiudere entro novembre la vertenza politica con l’Ue che rischia di costarle un taglio ai fondi europei. Lo ha detto Gergely Gulyas, ministro della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Budapest intende fare alcune “concessioni”, un pacchetto di leggi a suo dire “concordato con Bruxelles” che comprende l’istituzione di un’autorità indipendente anti-corruzione, una riforma degli appalti e altre misure in chiave della lotta alla corruzione.
(da agenzie)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
“QUESTA LEGGE HA PRODOTTO UNA LEGISLATURA CON TRE GOVERNI DIVERSI, MAGGIORANZE DIVERSE, ORIENTAMENTI POLITICI DIVERSI. MA C’È DI PEGGIO. LA DISFUNZIONE DEL SISTEMA PARLAMENTARE: IL GOVERNO È DIVENTATO LEGISLATORE”
Ultimi giorni di lavoro per il Parlamento eletto nel 2018. Si chiude la
diciottesima legislatura dell’Italia repubblicana. Con quale bilancio?
I parlamentari uscenti furono eletti con la legge Rosato del 2017, la stessa con la quale si voterà il 25 settembre prossimo. Una legge che ha introdotto una formula elettorale sbagliata, che costringe le forze politiche sia a competere, sia a cooperare, con i risultati schizofrenici che sono sotto gli occhi di tutti. Una legge che ha prodotto una legislatura con tre governi diversi, maggioranze diverse, orientamenti politici diversi. Ma c’è di peggio. Il Parlamento-legislatore, in questo quinquennio, è stato pressoché assente: solo un quinto della legislazione è stato di iniziativa parlamentare e la metà degli atti con forza di legge è stata costituita da decreti – legge, cioè da provvedimenti governativi, che il Parlamento deve esaminare in tempi ristretti, perché dettati da necessità e urgenza. I numeri dell’attività legislativa del Parlamento diminuiscono ulteriormente se si considera che una buona parte delle altre leggi è costituita da atti «dovuti», quali le leggi di bilancio e quelle di ratifica di trattati internazionali. Inoltre, i governi hanno posto la questione di fiducia su decreti-legge 107 volte. A un governo la fiducia basterebbe, secondo la Costituzione, una volta sola, subito dopo la nomina.
Quindi, sei volte nei cinque anni passati, nei due rami del Parlamento, per i tre governi che si sono succeduti. Ma se il governo pone la questione di fiducia su una norma e ottiene un voto favorevole, il testo è approvato e tutti gli emendamenti parlamentari respinti. La questione di fiducia viene usata per compattare la maggioranza di governo, evitare l’ostruzionismo e i «franchi tiratori», e quindi accelerare l’approvazione delle proposte del governo.
Un numero così alto di questioni di fiducia è il sintomo di una disfunzione del sistema parlamentare: il governo funziona sempre meno come comitato direttivo della maggioranza parlamentare o non sa «negoziare» con la sua maggioranza, e deve quindi ricorrere alla questione di fiducia per far cessare le voci dissenzienti.
Dunque, il governo è diventato legislatore e strozza sempre più la discussione parlamentare, nel corso della conversione in legge dei decreti-legge, con il ricorso alla questione di fiducia.
Questo non vuol dire, però, che il Parlamento resti afono. Bisogna pagare un costo di questo vistoso spostamento dei poteri dalle assemblee all’esecutivo: i decreti-legge crescono di due terzi durante il tragitto parlamentare.
Se le leggi le fa il governo, bisogna pur dare un contentino al Parlamento, lasciando che i parlamentari, ridotti a fare un mestiere diverso, gonfino i decreti-legge con disposizioni settoriali o microsettoriali, che rispondono alle richieste delle loro «constituencies» e preservano il loro potere negoziale.
Il quadro delle disfunzioni non termina qui. Si aggiungono altri protagonisti, i gabinetti ministeriali e le amministrazioni pubbliche. Questi si muovono in due diverse direzioni. Da un lato, cercano di spostare alla sede parlamentare decisioni che dovrebbero essere prese dalle burocrazie. Queste sono intimorite dalle originali e spesso eccessive iniziative di procure, penali e contabili, e mirano a trovare uno scudo nella legge (di conversione di decreti-legge). Dall’altro, anche le amministrazioni pubbliche sono composte da donne e uomini con le loro debolezze, aspirazioni, esigenze, e non è difficile per esse trovare una voce in uno o più parlamentari ben disposti.
L’ultimo tratto di questo circolo vizioso è stato segnalato dal senatore Andrea Cangini in un documentato ed appassionato discorso parlamentare, in occasione della conversione del decreto-legge 36 del 2022 per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ha osservato: l’interlocutore del Parlamento sono le strutture tecnico-amministrative che appoggiano o dovrebbero appoggiare le azioni del governo, gli «apparati burocratici e le alte burocrazie che rappresentano un potere in sé». «L’impressione è che l’interlocutore del Parlamento sia, per esempio, la Ragioneria generale dello Stato». Cangini ha aggiunto: è vero che la politica è in crisi, ma l’autocefalia amministrativa è «un limite enorme all’esercizio democratico del potere da parte del Parlamento della Repubblica», uno squilibrio costituzionale, una «intollerabile umiliazione al potere legislativo».
Dunque, governo legislatore, Parlamento-legislatore interstiziale (in sede di conversione dei decreti-legge), ricorso alla fiducia per strozzare i tempi e i poteri parlamentari, registi fuori del Parlamento.
È un gioco in cui tutti perdono. Il governo che legifera, invece di indirizzare. Il Parlamento-legislatore interstiziale. L’amministrazione sempre più vincolata da troppe norme. I guardiani dello Stato distolti dalla loro autentica funzione. La collettività che paga un costo complessivo altissimo in termini di conoscibilità delle norme, di vincoli da esse disposti, di costi. I guasti che ho cercato di descrivere non sono cominciati dal 2018, ma si sono accentuati nell’ultima legislatura.
Dipendono da incuria per le istituzioni. Anche queste richiedono manutenzione. I governi dovrebbero rafforzare i loro legami con le maggioranze parlamentari che li sostengono. I parlamentari dovrebbero pianificare la loro attività legislativa, ridurre invece di aumentare il numero delle norme (se ogni nuova legge ne abrogasse almeno cinquanta, si potrebbe forse uscire dal labirinto legislativo), scoprire la codificazione a diritto costante, che tanto successo ha avuto in Francia, su iniziativa del Consiglio di Stato, che in Italia rema invece nella direzione opposta. Le procure dovrebbero applicare le leggi, non riscriverle con interpretazioni creative. I guardiani dell’amministrazione ritornare nei ranghi, aiutando una classe politica complessivamente debole a migliorarsi, piuttosto che tenerla sotto il giogo.
Sabino Cassese
(da il Corriere della Sera)
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