Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
RITORNO A SCUOLA, IN AZIENDA O UN MESTIERE DA INVENTARSI
Il senatore ex 5 Stelle Gianluigi Paragone, fondatore di Italexit,
promette che non sparirà dalla circolazione, anzi. “La mia forza non me l’aveva data il parlamento ma il girare per l’Italia. Farò un po’ di ordine nel partito, lo strutturerò e vado avanti”. E il giornalismo? “Ma io ho sempre continuato a fare il giornalista, ho fondato il sito ilparagone.it, scriverò e continuerò la mia attività. E poi immagino che sarò chiamato ancora in televisione, dove andavo non tanto perché sono senatore ma perché avevo un mio punto di vista sulle cose”. Non è il primo né l’ultimo: carriere politiche interrotte, almeno nel palazzo, dalle scelte degli elettori. C’è chi tornerà alle proprie vecchie occupazioni, c’è chi dovrà inventarsene una.
Il caso più clamoroso è quello di Luigi Di Maio. Dopo due legislature, la seconda da vicepremier e tre volte ministro, c’è da reinventarsi. Prima va metabolizzato lo choc per questo epilogo, dopodiché l’ex capo politico non starà con le mani in mano. Un’ipotesi accreditata, ma ancora prematura, è quella del mondo della consulenza.
Da lì proviene Manlio Di Stefano, anche lui agli Esteri ma da sottosegretario, lavorava in Accenture prima di sbarcare in Parlamento nel 2013.
Il flop di Impegno civico se l’è portato via assieme ad altri nomi di peso, come gli ex ministri Vincenzo Spadafora e Lucia Azzolina, quest’ultima destinata al ruolo di dirigente scolastico nella sua Siracusa dopo aver vinto il concorso cinque anni fa.
“Fosse rimasta nel M5S oggi sarebbe stata eletta”, raccontano i suoi ex compagni di partito. Era al suo primo mandato, aveva una certa visibilità. È andata così.
Ritorno al futuro da ingegnere per Davide Crippa, capogruppo alla Camera del M5S prima di mollare Giuseppe Conte dopo la caduta del governo Draghi, respinto con perdite nel duello nel collegio campano di Giugliano con la ex collega capogruppo (ma al Senato) Mariolina Castellone.
Salvo miracoli da ricalcolo resta fuori dopo una vita anche Umberto Bossi, fondatore della Lega. Lo stato di salute del Senatur non è dei migliori ormai da tempo, l’esclusione ha un peso più che altro simbolico. Niente elezione neanche per Armando Siri, l’ispiratore della flat tax. “La legge elettorale e la ripartizione dei seggi non hanno premiato lo sforzo”, spiega. Idem per Giulio Centemero, tesoriere del partito e creatore del Carroccio bis, il sistema dei vasi comunicanti contabili tra la vecchia “Nord” e il nuovo “Salvini premier”. Matteo Salvini comunque non li lascerà a spasso, probabilmente li si vedrà nella prossima squadra di governo come sottosegretari. Altro cannato, Simone Pillon, alfiere delle battaglie contro il cosiddetto gender. Fuori a sorpresa la sottosegretaria con delega allo Sport, Valentina Vezzali. La “signora del fioretto” era candidata nel proporzionale nelle Marche ed in Trentino con Forza Italia. Ma resta da giocarsi la wild card del governo.
Addio o meglio arrivederci al palazzo anche per la ex ministra Teresa Bellanova e Luciano Nobili, pasdaran di Italia viva. “So bene, me lo insegna la mia storia, che lo spazio per la buona politica è dovunque, basta solo avere voglia ed esigenza di praticarlo”, ha twittato lei.
L’ultimo impiego prima dell’elezione in Parlamento nel 2006 fu quello di sindacalista della Filtea-Cgil, in teoria quindi potrebbe rientrare lì. “La politica non è collocazione personale, è ambizione, coraggio, bene comune, passione, sudore, fatica, amore, incontro con gli altri”, è invece il commiato social del secondo.
Che difficilmente ce l’avrebbe fatta con la sola candidatura nel Lazio era noto a lui per primo, in realtà l’obiettivo adesso si chiama regionali del Lazio, cioè giocarsi la partita delle preferenze per entrare alla Pisana.
In casa Pd è andata male a Emanuele Fiano, Andrea Romano, Stefano Ceccanti, Andrea Marcucci, per citare i più noti.
Ragiona Romano, che per un soffio ha perduto nel collegio livornese della Camera: “Ci sta non essere rieletto nel contesto di una sconfitta epocale per il partito, non ci sono più zone di sicurezza, fa impressione ma c’è un dato di “laicità” in questo. Ora servirà del tempo per una rifondazione radicale del Pd”. Professore universitario di Storia contemporanea, tornerà all’insegnamento.
Mentre Marcucci, famiglia di imprenditori toscani e lui stesso impegnato negli affari, potrà consolarsi con un ampio portafoglio di attività diverse: meno riflettori puntati addosso forse, ma preoccupazioni per il futuro zero.
(da La Repubblica)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
FISSATO IL TETTO MASSIMO DI CINQUE SENATORI A VITA, BOSSI PUO’ SEDERSI SOLO SULLA RIVA DEL FIUME
Umberto Bossi non potrà essere nominato senatore a vita. La proposta era arrivata da Matteo Salvini poche ore fa, dopo che i risultati definitivi delle elezioni politiche hanno escluso dopo 35 anni dal Parlamento il fondatore della Lega.
All’indomani delle elezioni del 25 settembre il leader del Carroccio si era allora rivolto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la nomina del senatur ma a ostacolare l’eventuale decisione è la riforma delle Camere del 2019, nata da un ddl della Lega a prima firma Calderoli. La modifica ha tagliato il numero dei parlamentari: da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori.
Ma non solo. Ha anche introdotto un ulteriore comma che chiarisce uno dei punti più discussi della Costituzione all’articolo 59, e cioè quello che riguarda la possibilità del presidente della Repubblica di nominare senatori vita.
«Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque», recita il testo riformato. Eliminando così una delle precedenti interpretazioni della Carta che invece considerava ogni Capo dello Stato abilitato a nominare cinque senatori durante i suoi anni di carica. La riforma delle Camere quindi taglia definitivamente la strada a Umberto Bossi: i senatori a vita che attualmente ricoprono il ruolo sono già cinque (Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia e Liliana Segre, nominata tra le altre cose solo dopo il decesso di Claudio Abbado).
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
ACCUSATO DI AVER PROMESSO UTILITA’ IN CAMBIO DI VOTI IN UN COLLOQUIO CON IL BOSS BRANCATO
Ha due processi a suo carico per corruzione elettorale ma fa lo
stesso il pieno di voti, incassando nella sua Catania 20.931 preferenze.
È Luca Sammartino l’ormai storico recordman siciliano, che al suo attivo ha un primato assoluto: quando era candidato con il Pd, nel 2017, il tabellone elettorale segnò 32.299, il più alto numero di voti nella storia dell’Assemblea siciliana.
Nel frattempo Sammartino è passato con Renzi in Italia viva per poi lasciare per strada il senatore di Rignano e abbracciare Matteo Salvini, sotto l’effige di Prima l’Italia, il simbolo usato dalla Lega in Sicilia.
Nel frattempo soprattutto, il catanese neoleghista è stato rinviato a giudizio ben due volte. Entrambe per corruzione elettorale. Tutti e due i processi sono ancora solo alle battute iniziali, ritardati da alcuni difetti di notifica.
Ma perché il recordman di preferenze catanese è a processo per ben due volte?
In un caso il consigliere regionale è accusato di avere garantito assunzioni in aziende e raccomandazioni per trasferimenti o promozioni (mentre è stata archiviata la parte di indagine relativa ai voti nella clinica per anziani).
Nel secondo processo, invece, Sammartino è accusato di corruzione elettorale per avere promesso – questa l’ipotesi dell’accusa – utilità in cambio di voti mentre era a colloquio con il boss Girolamo Lucio Brancato, ritenuto esponente di spicco del clan dei Laudani.
Le indagini della procura avevano portato all’intercettazione, attraverso delle cimici, di una conversazione tra il politico della Lega e Brancato. Va a processo però solo per corruzione elettorale, ovvero senza l’aggravante mafiosa.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
IL COLOSSO CONTROLLATO DA PINAULT CHIUDE UN CONTENZIOSO FISCALE CON UNO SCONTO CHE CI COSTA COME 125 MILA REDDITI DI CITTADINANZA PER UN ANNO. MA LA NOTIZIA È PASSATA IN SORDINA… SI ACCANISCONO CONTRO I POVERACCI CHE BECCANO 500 EURO AL MESE DI REDDITO MA PERDONO LA PAROLA DAVANTI ALLE FEROCI EVASIONI DEI GRANDI GRUPPI
La vera notizia della settimana della moda l’ha data il giornalista investigativo Stefano Vergine solo che – c’era da scommettersi – per il suo scoop non si è indignato nessuno.
Sarà che nel pezzo uscito su Il Fatto Quotidiano non c’è nessun povero da prendere a sberle, non ci sono furbetti da indicare come male endemico del Paese e non c’entra il maledetto Reddito di cittadinanza.
Si legge semplicemente che in Italia se si decide di evadere le tasse conviene farlo da ricchi perché i ricchi da noi godono di un’impunità luccicante e modaiola.
Gucci ha ottenuto uno sconto fiscale di 748 milioni di euro. Dice così l’accordo, nero su bianco, tra il fisco italiano e Kering, multinazionale controllata da François-Henri Pinault e proprietaria di marchi della moda come Gucci, Yves Saint Laurent e Bottega Veneta.
«Sette pagine top secret», scrive Stefano Vergine, «che hanno messo la parola fine al contenzioso fiscale iniziato nel 2017, con il colosso del fashion accusato dalle autorità italiane di aver evaso le imposte attraverso un trucco: la Lgi Sa, una società di diritto svizzero ma in realtà operante in Italia, utilizzata per incassare i profitti realizzati nel mondo grazie alle vendite di borse e cinture marchiate Gucci».
Fino a ieri sapevamo solo che l’esborso totale del gruppo sarebbe stato di 1,25 miliardi di euro, di cui 987 milioni erano le imposte da versare insieme a interessi e sanzioni.
Incrociando i documenti della Guardia di Finanza di Milano (che parlava di evasione di imposte in Italia per 1,39 miliardi di euro) e le 7 pagine dell’accordo il calcolo è presto fatto: sullo sconto di 494 milioni di euro basta calcolare le sanzioni e gli interessi non pagati per arrivare alla cifra di 748 milioni di euro.
Si tratta del più dispendioso accordo dell’Agenzia delle Entrate e si tratta di soldi pubblici. Se ci aggiungete che la notizia arriva sulla coda della campagna elettorale era lecito aspettarsi una reazione enorme da parte dei partiti e dei media. Nulla.
Badate bene, la cifra è tre volte la somma delle truffe dei “furbetti” del Reddito di cittadinanza, quei singoli casi di truffa allo Stato (l’1 per cento del totale) che negli ultimi mesi sono state quotidianamente sventolate nell’agone politico.
Restando sempre nel gioco delle proporzioni si potrebbe dire che lo sconto quasi miliardario al marchio del lusso costa come 124.666 redditi di cittadinanza per un anno.
Il caso è una perfetta metafora dell’aporofobia italiana: politici che si ergono a giustizieri tormentando i poveri per qualche centinaio di euro perdono improvvisamente la lingua in bocca quando si tratta di esprimere un’opinione sulle feroci evasioni dei grandi gruppi.
È lo stesso silenzio del resto che si è registrato sulla multa di 4 miliardi di euro a Google per posizione dominante una settimana fa inflitta dal Tribunale dell’Unione europea.
È lo stesso silenzio per i 19 milioni di italiani che evadono le tasse (dato non corretto eppure reso noto da Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate al Festival dell’Economia di Torino) che in campagna elettorale sono stati citati solo per promettere di sponda una qualsiasi forma di condono.
Nel 2017 (ultimi dati completi disponibili) il tax gap ammontava a oltre 108 miliardi di euro. Per poter fare confronti storici e internazionali, e soprattutto per avere un’idea dell’incidenza del mancato gettito sul bilancio dello Stato, è utile rapportare tale cifra al gettito teorico. Il rapporto così definito (tax gap/gettito teorico) misura, per l’appunto, la percentuale evasa del gettito teorico: nel 2018, il rapporto sfiorava il 29 per cento, escludendo i redditi da lavoro dipendente (dove evadere è praticamente impossibile) e i contributi sociali (per cui i dati non sono disponibili).
Funziona di più l’articolo sdegnato contro un poveraccio che incassa 500 euro al mese che un marchio del made in Italy che risparmia 748 milioni di euro. Anche evadere le tasse da noi è diventato un lusso.
(da tag43.it)
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Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
L’UOMO POSSIEDE BENI IMMOBILI PER UN MILIARDO DI RUBLI, TRA CUI UNA VILLA, UN APPARTAMENTO E UN TERRENO SULL’ISOLA… LA FIGLIA DEL GENERALE È SPOSATA CON UN SICILIANO, E CON BENI INTESTATI A CAPACI AL NIPOTE DEL GENERALE
La penetrazione dei servizi russi in Italia si fa sempre più
inquietante. Ed emergono sempre più dettagli allarmanti su quanto sia stata ramificata, e di quante complicità abbia goduto e quanto sia stata permeabile l’Italia a denaro russo su cui sarebbe stato forse meglio vigilare.
L’ultima inchiesta della Fondazione Anticorruzione di Alexey Navalny rivela che la famiglia di Alexei Sedov, il capo del secondo direttorato dell’FSB – quello incaricato formalmente della difesa della Costituzione e della lotta al terrorismo, in realtà della soppressione del dissenso interno – possiede beni immobili per un miliardo di rubli, tra cui una villa, un appartamento e un terreno in Sicilia.
Sedov possiede una casa di 5.000 metri quadrati a Serebryany Bor, quartiere molto benestante di Mosca, bosco privato e vista sulla Moscova, valore 900 milioni di rubli (circa 15,5 milioni di dollari).
Ma possiede anche un immobile e un terreno di grande pregio in Italia. In Sicilia. Nella zona di Capaci.
Secondo la fondazione Fbk, il generale non può comprare immobili del genere, visto che guadagna circa 8 milioni di rubli all’anno.
La casa di Mosca ha avuto di recente un cambiamento di intestatario, il nome del proprietario dell’immobile è stato modificato in “Federazione Russa”, e sarebbe stata acquistata da uno degli uomini più ricchi di Russia, il miliardario Vladimir Yevtushenkov, che è appaltatore del Ministero della Difesa e capo di “Sistema”, una società che tiene insieme una serie di cliniche.
Anche la moglie di Sedov, impiegata della Banca centrale russa, non ha uno stipendio che possa legittimare questi beni.
Esistono anche altre proprietà, che ci dicono molto su questa famiglia e sul legame tra intelligence e oligarchi. Di Sedov risulta un altro appartamento a Mosca nel quartiere Krasnaya Presnya (valore 35 milioni di rubli, circa 650mila euro).
Il figlio Roman ha anche lui un appartamento nel centro di Pietroburgo, dello stesso valore. Colonnello dell’Fsb a sua volta, si è poi spostato in Gazprom, dove ha un incarico che prevede emolumenti di circa 17mila euro al mese.
La villa in Italia appartiene, secondo i documenti visionati dalla Fondazione Fsk, al genero del generale, un cittadino italiano di cui si hanno le generalità – V. L.
Esistono anche un cottage a Sestroretsk e un appartamento a San Pietroburgo, che sono di proprietà di D. A. S., la figlia del generale, appunto: è lei che ha sposato l’italiano e ama la Sicilia. Dove anche il padre ha trascorso dei periodi. Anche se il luogo abituale delle sue vacanze è Mineralnye Vody. Nel settembre del 2018 la coppia ha avuto un figlio, che ha un nome di battesimo italiano, S., e a cui risulta intestato l’immobile.
Per capire chi sia Sedov, basti ricordare che il secondo servizio del Fsb – erede del malfamatissimo quinto direttorato del Kgb – potrebbe essere coinvolto anche in operazioni all’estero tra le più gravi della Russia di Putin in questi anni.
Secondo il collettivo investigativo Bellingcat, Vadim Krasikov, l’agente russo sospettato di aver commesso l’omicidio del Kleiner Tiergarten a Berlino (dove fu assassinato un ribelle ceceno-georgiano in pieno giorno), ha comunicato a lungo, nelle settimane precedenti l’omicidio, con Eduard Bendersky, un ex membro della sezione Spetsnaz dell’FSB, che era in viaggio di solito proprio assieme al direttore del secondo servizio dell’FSB, il generale Alexey Sedov. Il che lo fa fortemente sospettare di essere implicato in quella vicenda criminale.
(da La Stampa)
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Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
MENTRE IL PARTITO ESPLODE DALLA RABBIA DOPO IL FLOP ELETTORALE, ZAIA SI LIMITA A CHIEDERE “ALMENO UN’ASSEMBLEA PROGRAMMATICA” E FEDRIGA SI LAGNA PER “I DISTRUTTORI DENTRO IL PARTITO CHE URLAVANO SEMPRE CONTRO” …INTANTO IL CAPITONE PRENDE TEMPO, RIMANDA IL CONGRESSO AL PROSSIMO ANNO E SPERA DI SFANGARLA
La rabbia leghista dilaga sui social. Mentre i governatori chiedono di riannodare i fili con i territori, Matteo Salvini corre ai ripari e convoca per oggi il consiglio federale e, senza troppa fretta, annuncia il congresso. La sconfitta nelle roccaforti storiche, Lombardia e Veneto, brucia come il fuoco. E all’indomani del giorno più difficile, il primo commento è di peso.
È Luca Zaia a dichiarare che «è innegabile come il risultato ottenuto dalla Lega sia assolutamente deludente, e non ci possiamo omologare a questo trovando semplici giustificazioni». Il governatore veneto cita Rousseau («Il popolo ti delega a rappresentarlo, quando non lo rappresenti più ti toglie la delega») e più tardi, alla riunione che Salvini convoca con tutti i governatori, chiede i congressi o, almeno, «un’assemblea programmatica». E invita il segretario a «non sottovalutare il clima nel partito». Salvini, in effetti, non lo fa: tutta la prima parte del suo commento al voto è un lungo omaggio ai militanti che si impegnano «senza chiedere niente».
I toni alla riunione, in ogni caso, non sono incendiari. Oltre a Zaia, prende la parola Massimiliano Fedriga che, secondo i presenti, pone il problema della definizione della linea e definisce «come non possibile che il nostro faticoso lavoro e i risultati nella negoziazione con il governo venissero vanificati da distruttori dentro il partito che urlavano sempre contro».
E il partito, là fuori, ribolle. Si parla di raccolta di firme per il congresso e c’è chi chiede dimissioni, come l’ex segretario lombardo Paolo Grimoldi: «Dignità impone dimissioni immediate. Basta con la barzelletta del regolamento, dei “congressini” e del covid. Serve un unico congresso: quello della gloriosa Lega Lombarda».
Niente da fare, in realtà: «Non ho mai avuto così tanta determinazione e voglia di lavorare», risponde Salvini, e osserva che il suo «mandato è in mano ai militanti, non in mano a due ex consiglieri regionali e un ex deputato». Per concludere, «se qualcuno ha altri progetti, non siamo mica una caserma. Fino a che i militanti lo vorranno, faccio il segretario».
Salvini forse minimizza. Basta leggere cosa scrive l’assessore veneto Roberto Marcato: « Stiamo parlando di un tracollo vero e proprio» ed è un «dato drammatico. Io ho il cuore a pezzi e sono arrabbiato». La richiesta, di nuovo, è «che si vada a congressi, non per finta ma veri».
La mobilitazione su internet è insidiosa. Del resto, la stagione di Umberto Bossi segretario finì proprio con la campagna social organizzata da Salvini per Roberto Maroni.
Gianluca Pini, ex segretario della Lega romagnola, ha rinnovato la richiesta (anche in tribunale) per consentire il congresso della Lega lombarda (cosa diversa dalla Lega per Salvini premier) e minaccia di «denunciare il commissario Igor Iezzi per truffa».
Matteo Bianchi, già candidato sindaco a Varese, torna a parlare di nord: «Tanto tuonò che piovve! Le avvisaglie c’erano tutte: destrutturazione del partito sui territori, abbandono frettoloso dei temi sui quali la Lega è nata e cresciuta per andare in cerca di un facile consenso a latitudini in cui l’alta volatilità del voto è cosa nota».
Così come Antonello Formenti: «Gli elettori ci hanno detto chiaramente che non voteranno più la Lega se non torna a rappresentare il Nord». I congressi non devono essere «quelli delle piccole sezioni ma quelli regionali e nazionale!».
Duri anche altri consiglieri lombardi: per Gian Marco Senna «il voto appare indiscutibilmente come un chiaro momento di rottura di questo legame “sacro” tra la Lega e la propria gente», Ugo Parolo dice «basta con la politica del “decido tutto io” o “degli amici”», Simona Pedrazzi chiede che «chi in questi anni ha lavorato senza ascoltare è giusto che si prenda le responsabilità e se necessario si faccia da parte».
Per Toni Iwobi «i l confronto interno che non c’è stato ora è assolutamente necessario»
Ma Salvini come la vede? Entro la fine dell’anno si completeranno i congressi di sezione, nel 2023 «ci saranno quelli provinciali e regionali. Infine, «ma a quel punto saremo già da tempo al governo» ci sarà «un bel congresso federale con delle idee».
(da Corriere della Sera)
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Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
DA BOSCHI A ROSATO, RIELETTI TUTTI I SUOI FEDELISSIMI
Eleggere 15 parlamentari, a Camere ridotte, con un partito che a
stento arrivava al 2%, salvando sé stesso e tutti i fedelissimi e riuscendo a far contento anche qualcuno dei peones.
È l’oggettivo trionfo di cui si è reso protagonista Matteo Renzi, passato in poche settimane dal concreto incubo di non superare la soglia di sbarramento a un bottino elettorale di tutto rispetto, superiore a forze che godono nel Paese di un consenso ben maggiore.
La sliding door tra i due destini porta il nome di Carlo Calenda: su di lui il leader di Italia viva ha fatto un “all in” da esperto pokerista, facendo credere di essere pronto a correre da solo, ma contando sul fatto che prima o poi il suo ex ministro avrebbe fatto saltare il tavolo delle trattative con il Pd di Enrico Letta.
Così è puntualmente successo, e da quel momento Renzi ha vinto tutte le fiches. Il capo di Azione, venuto meno il cartello con +Europa che è rimasta nel centrosinistra, è stato costretto a rivolgersi a lui per avere a disposizione un simbolo elettorale esentato dalla raccolta firme, e in cambio ha dovuto concedere la metà dei posti sicuri in lista, nonostante nei sondaggi il proprio partito avesse più del doppio dei voti di Iv.
Così, mentre i vari Bonino, Paragone e De Magistris si mangiano le mani per non aver raggiunto il 3%, Renzi gongola festeggiando il massimo risultato ottenuto con il minimo sforzo.
Alla Camera gli eletti di Italia viva sono 10 su 21: a Montecitorio andranno tutti i fedelissimi del Giglio magico, da Maria Elena Boschi a Francesco Bonifazi, Davide Faraone, Luigi Marattin ed Ettore Rosato. Trovano posto anche l’ex ministra Elena Bonetti e il deputato Mauro Del Barba. Poi ci sono i subentrati: Bonifazi, eletto nel collegio Toscana 1 (dove la lista ha preso una percentuale minore, secondo quanto prevede il Rosatellum) lascerà il posto in Toscana 3 a Lucia Annibali. Boschi, eletta in entrambi i plurinominali di Roma, scatterà in quello più periferico, mentre nel collegio centrale al suo posto passerà Roberto Giachetti. Mauro Del Barba, eletto sia in Lombardia 2 – P02 che in Lombardia 4 – P01, lascia il posto nel primo collegio a Maria Chiara Gadda.
Al Senato, invece, oltre a Renzi passano Ivan Scalfarotto e Silvia Fregolent. Ma altri due seggi per Italia viva (per un totale di 5 su 9) scatteranno a causa dell’elezione di Carlo Calenda in tre diversi collegi: sarà proclamato in Sicilia, bloccando Teresa Bellanova, mentre al suo posto in Veneto passerà la senatrice Daniela Sbrollini e nel Lazio la deputata Raffaella Paita (che è ligure). Una pattuglia di tutto rispetto, dunque, che renderà Renzi perfettamente autonomo nelle mosse politiche che deciderà di intraprendere.
E lui non contiene la soddisfazione: nel post scriptum della sua ultima e-news, intitolato “L’angolo del sorriso”, sbertuccia “gli stessi che hanno detto per anni che non sarei mai più tornato in Parlamento, che non avremmo fatto il 3%, che nei sondaggi eravamo morti”, cioè quello che sarebbe successo se non fosse arrivato il soccorso di Azione.
E conclude: “Un abbraccio a chi ci ha considerato tante volte finiti: ci hanno seppellito più volte, non sapevano che siamo semi“. Con un sentito grazie a Calenda.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
MARONI: “CI VUOLE UN NUOVO SEGRETARIO”
I malumori della fronda nordista per lo scarso risultato della Lega di Matteo Salvini iniziano a venire a galla in modo prepotente.
E l’umiliazione elettorale di Umberto Bossi – il cui seggio da capolista a Varese non è scattato a causa della débâcle – rischia di fare da casus belli per l’innesco della resa dei conti all’interno del partito. Anche perché lo stesso Bossi dice che “il popolo del Nord esprime un messaggio chiaro ed inequivocabile che non può non essere ascoltato”.
A farsi portavoce di questo messaggio è l’ex ministro ed ex segretario Roberto Maroni in un contributo pubblicato sul Foglio: “Il congresso straordinario della Lega ci vuole. Io saprei chi eleggere come nuovo segretario. Ma, per adesso, non faccio nomi. Stay tuned”.
Il profilo più immediato è quello del governatore veneto Luca Zaia, che ieri ha parlato di un “risultato deludente” e della necessità di “un’analisi seria sulle cause”. §
Ma un cavallo alternativo potrebbe essere il presidente del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, che ha più esperienza romana.
Il caos rischia peraltro anche di far deflagrare la “pax” siglata nel 2014, quando Bossi e Salvini firmarono una scrittura privata che – tra l’altro – impegnava Salvini a non querelare i membri della famiglia Bossi per l’appropriazione indebita di centinaia di migliaia di euro di fondi del partito usati per spese personali.
Castelli: “Finita la stagione del Salvini premier”
Intanto le voci critiche nei confronti di Salvini, anche da parte degli eletti, iniziano a moltiplicarsi. “Oggi c’è il Consiglio federale. Forse al primo punto dell’ordine del giorno dovrebbe esserci l’ipotesi di cambiare nome al partito. Mi pare che Lega-Salvini premier non sia più attuale”, dice Roberto Castelli in un’intervista all’Huffington post.
“Raccogliamo i frutti di una linea politica sbagliata“, sostiene l’ex ministro della Giustizia, riferendosi al sostegno al governo di Mario Draghi. “La Lega è passata dall’essere un partito no Euro, nel 2018 – se li ricorda i nostri validi economisti, Enrico Borghi e Alberto Bagnai, che dicevano che dovevamo uscire dall’Euro? – al finire nel governo più europeista che potesse esserci. Questa giravolta in molti non l’hanno capita. Mettendo da parte l’autonomia, hanno votato pensando al caro bollette, alla guerra, alle sanzioni. E hanno visto in Giorgia Meloni una persona più affidabile”.
Ma Salvini dunque dovrebbe dimettersi? “Non so cosa deciderà il consiglio federale della Lega – spiega Castelli – La stagione del ‘Salvini premier‘ è finita. Se decide lui di andare avanti, sulla base di quale politica può farlo? Quella del ritorno alle origini? E con quale credibilità?”.
E allora chi sarebbe un successore adeguato? “I nomi – dice l’ex ministro – sono, lì, sul tavolo. Sono i nomi di chi incarna, anche fisicamente, il messaggio autonomista. Mi riferisco ai tre governatori: Luca Zaia, Attilio Fontana, e Massimiliano Fedriga. Quest’ultimo, beato lui, governa una regione che ha già l’autonomia. Credo che il successore sia da trovare tra uno di loro. Sempre che ne abbiano voglia”.
Molto critico anche Paolo Grimoldi.
“La dignità imporrebbe dimissioni immediate. L’unica via da percorrere per uscire da questo disastro e ricostruire il nostro movimento e la credibilità è andare subito a congresso: serve subito il congresso della gloriosa Lega Lombarda”, ha detto ieri il deputato, che oggi ha lanciato una raccolta di firme per la convocazione del congresso della Lega Lombarda.
“Le avvisaglie c’erano tutte: destrutturazione del partito sui territori, abbandono frettoloso dei temi sui quali la Lega è nata e cresciuta per andare in cerca di un facile consenso a latitudini in cui l’alta volatilità del voto è da sempre cosa nota”, ha scritto invece in un duro post su Facebook il deputato varesino Matteo Bianchi, vicinissimo a Giancarlo Giorgetti.
“Non si può pensare di ricondurre le responsabilità del disastro a Draghi e un partito non può reggersi sulla fede, sui commissariamenti e sulla criminalizzazione del dissenso. Noi siamo nati per far crescere i nostri territori: per questo invito i militanti a chiedere la convocazione immediata dei congressi tramite i propri segretari/commissari di sezione”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
ADDIO PROMESSE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE
Il nuovo governo di Giorgia Meloni si troverà sul tavolo un conto da
40 miliardi. A politiche invariate, nel senso che la somma servirà solo per confermare aiuti e bonus del governo Draghi.
E questo significa che almeno per la prossima legge di bilancio sarà difficile realizzare qualcuno degli impregni presi con gli elettori durante la campagna.
Mentre l’agenzia di rating Standard & Poor’s fa sapere che l’esecutivo entrante si troverà davanti scelte difficili, con la recessione alle porte e il debito che rischia di implodere.
E il deficit sopra al 5% riduce di 20 miliardi gli spazi fiscali. Gli interventi obbligati sono quelli su energia, cuneo fiscale, pensioni e lavoratori statali. Ovvero proprio le categorie che hanno votato Fratelli d’Italia alle elezioni. Ma nella lista ci sono anche la Legge Fornero, la flat tax e le modifiche al Pnrr.
La resa dei conti
Il primo impegno del nuovo governo Meloni sarà confermare il decreto energia di Draghi. I soldi, spiega oggi Il Sole 24 Ore, arriveranno dall’extragettito e dalla nuova tassa sugli extraprofitti delle imprese energetiche. Da versare entro il 30 novembre.
Per la legge di bilancio l’Italia chiederà un rinvio all’Unione Europea. Anche perché per il varo del nuovo esecutivo si pensa di arrivare alla fine di ottobre. Le previsioni della Nadef (la nota di accompagnamento al Documento Economico Finanziario del governo) porterà un prodotto interno lordo allo 0,7% di crescita rispetto al Def di aprile.
Ma sia Fitch che S&P hanno pronosticato invece una crescita negativa per il 2023. Intanto il deficit tendenziale arriverà al 5%. L’inflazione viaggerà al 4,5%. I conti sono impietosi.
Il quotidiano spiega che i crediti di imposta sugli acquisti energetici delle imprese allargati dal decreto Aiuti-ter, primo impegno normativo del nuovo Parlamento con la legge di conversione, costano poco più di 14 miliardi a trimestre.
Nella prossima legge di bilancio si dovrà poi completare il percorso di adeguamento delle pensioni all’inflazione. Tre punti sopra alle stime di aprile significano un esborso di 8-10 miliardi.
La conferma del taglio del cuneo fiscale nelle buste paga invece comporterà una spesa di 3,5 miliardi. Cinque miliardi invece è la cifra che serve per cominciare il rinnovo dei contratti pubblici. Che a regime, con l’adeguamento dell’inflazione, potrebbero arrivare a 16.
Infine, tre miliardi servono per l’azzeramento degli oneri di sistema delle bollette e per il gas. E altri tre per il taglio delle accise su benzina e gasolio. Da finanziare anche le missioni internazionali, le armi all’Ucraina, gli aiuti ai profughi della guerra. Ed ecco che il conto di 40 miliardi è pronto.
Il governo Draghi e la legge di bilancio
Il governo Draghi, in carica per gli affari correnti, ha già fatto sapere di non voler affrontare la legge di bilancio. Il ministro dell’Economia Daniele Franco si è limitato a invitare i successori a restare sugli obiettivi del Def.
Molto dipenderà in ogni caso dai tempi per la formazione del nuovo esecutivo. Se, come l’esito delle urne suggerirebbe, si dovesse fare in fretta, chi arriverà potrà contare su un margine informale di qualche giorno di tolleranza o sulla richiesta formale di una proroga un po’ più lunga. Solo se, viceversa, si ripetesse lo scenario vissuto a inizio della scorsa legislatura potrebbe essere questo esecutivo a farsi carico anche di presentare il Dpb.
Magari in una versione light, da integrare non appena effettuato lo scambio della campanella. Il documento che arriverà in Cdm dovrebbe intanto certificare la performance del Pil superiore alle aspettative per quest’anno, con un +3,3%, ma anche un netto rallentamento nel 2023, che potrebbe fermare l’asticella tra lo 0,6 e lo 0,7%, con una crescita più che dimezzata rispetto al 2,4 ipotizzato in primavera. Un quadro che si complica e che, senza ricorrere a scostamenti, lascia pochi margini di azione. Qualunque sarà l’esecutivo cui toccherà l’onere di andare avanti.
(da agenzie)
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