Novembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
COME I CRIMINALI DEL CREMLINO MANDANO AL MASSACRO I GIOVANI COSCRITTI RUSSI
La granata, sganciata dal drone che l’ha portata sopra l’obiettivo, scende sugli uomini in mimetica, sdraiati nella trincea molle di fango. Non è veloce: la sua traiettoria è verticale, ma il peso relativo la fa ondeggiare nella caduta. Tre secondi e centra il bunker.
Quando la nuvola dell’esplosione si rarefà, si vedono due uomini, due soldati russi, fermi a terra. Probabilmente uccisi. E gli altri, sono sei, che faticano a muoversi. Accennano ad allontanarsi, gattonano. È come se non avessero la forza di sottrarsi.
Siamo a Est di Bakhmut, da due mesi il centro della battaglia del Donbass. Qui i russi, segnatamente i mercenari di Wagner, stanno conducendo una controffensiva feroce, ma spesso in trincea l’esercito ha mandato i coscritti: i soldati appena reclutati, impreparati e costretti al fronte.
“Non si muovono perché sono in ipotermia”, spiega un giornalista ucraino e confermano alcuni analisti americani. Sono congelati dal freddo. Di giorno la temperatura nell’area si attesta sui quattro gradi centigradi. Qualcuno, forse, stava dormendo. Qualcuno, si può ipotizzare, ha combattuto la temperatura bevendo. E la reazione alle bombe sganciate dal drone è stata lenta.
“Hanno l’ordine di non cedere la posizione, non lasciare un metro al nemico”. Così il freddo che Vladimir Putin vuole imporre nel suo vestito peggiore alla cittadinanza ucraina — a questo serve il bombardamento russo dei centri energetici della nazione, non consentire a chi è rimasto nella sua casa di riscaldarsi, bere acqua potabile, avere luce artificiale per la sera — diventa il primo avversario per le stesse truppe che hanno invaso.
Hanno ricevuto l’ordine di restare in una trincea-pozzanghera del Donbass, ma i loro vestiti sono insufficienti, il morale azzerato. E da martedì prossimo si andrà cinque gradi sotto.
Il Gruppo Wagner, dicevamo, ha preso l’insediamento di Kurdyumovka, a sud di Bakhmut, offrendo dopo sessanta giorni una notizia contraria all’avanzata verso Est delle forze ucraine. Ma l’area che dalla città assediata si allunga in direzione Soledar è — evidenziano nuovi video e fotografie — uno scempio di corpi, spesso russi, senza vita. Sono stati colpiti dai droni e dall’artiglieria. Una carneficina. Poco più a settentrione altri soldati sono costretti in altre trincee con il crinale innevato e il fondo di ghiaccio. Quelli ucraini, almeno, hanno uniformi appropriate, fornite dalla Nato.
Dice il sito iStories, fondato da due giornalisti russi e con la sede in Lettonia, che Putin è pronto alla macelleria invernale. Citando una fonte dei servizi russi, Fsb, e una seconda dello Stato maggiore di Mosca, iStories scrive che il Cremlino prevede di “stabilizzare il fronte in Ucraina” durante l’inverno, dopo l’arretramento di settembre e ottobre, per poi ripartire con l’offensiva in primavera, “pur sapendo che ciò comporterà grandi perdite fra i soldati russi. Potrebbero arrivare a 100mila i morti”.
Questo aspetto, si legge, “non spaventa nessuno: possono essere sostituiti da coscritti del servizio militare obbligatorio”. Chiamati dallo scorso settembre.
In realtà, il numero di 300mila neoarruolati al fronte è già stato raggiunto, ma il presidente della Federazione russa non ha ancora revocato il decreto di mobilitazione, nonostante la richiesta di diversi deputati, e ha secretato la parte che indica, appunto, il tetto dei coscritti da utilizzare.
“Entro la primavera 2023”, si chiude così la rivelazione di iStories, “il ministero della Difesa intende preparare 120mila nuovi soldati da mandare in Ucraina, compensando le perdite”. Secondo il comando ucraino, ad oggi, 9 mesi di guerra trascorsi, sono morti 86.710 uomini dell’esercito russo. Tra loro, diversi ufficiali e alti ufficiali.
(da La Repubblica)
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Novembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
MAKEI ERA CONSIDERATO UNO DEI POSSIBILI SUCCESSORI DI LUKASHENKO, IL DITTATORE VASSALLO DI PUTIN, E TRA I POCHI A NON ESSERE SOTTO L’INFLUENZA RUSSA
Gli incessanti bombardamenti russi contro le infrastrutture elettriche sono
dei «crimini di guerra» secondo Kiev e i suoi alleati occidentali. E in questi nove mesi di guerra, il regime di Lukashenko è stato accusato di permettere alle truppe russe di sparare contro l’Ucraina dal territorio bielorusso con missili e droni.
Non solo, è sempre dalla Bielorussia che a febbraio i militari del Cremlino hanno invaso l’Ucraina da Nord. Ieri l’agenzia di stampa statale Belta ha dato notizia della morte «improvvisa» del ministro degli Esteri Vladimir Makei senza precisarne la causa.
«Ci sono voci secondo cui potrebbe essere stato avvelenato», ha dichiarato il consigliere del ministero dell’Interno ucraino, Anton Gerashchenko, senza fornire alcuna prova. Secondo lui, «Makei era considerato un possibile successore di Lukashenko» ed «era uno dei pochi a non essere sotto l’influenza russa». La Reuters sottolinea invece che Makei era un sostenitore degli stretti rapporti tra Mosca e Minsk al punto che sosteneva che a provocare la guerra fosse stato l’Occidente.
Ieri l’Ucraina ha paragonato l’invasione criminale delle truppe russe al Holodomor: la terribile carestia provocata dal regime di Stalin che 90 anni fa uccise milioni di persone.
«Nel 90° anniversario del Holodomor in Ucraina, la guerra di aggressione genocida della Russia persegue lo stesso obiettivo del genocidio del 1932-1933: l’eliminazione della nazione ucraina e della sua statualità», ha dichiarato il ministero degli Esteri di Kiev.
«Prima ci volevano distruggere con la fame, adesso col buio e col freddo», ha poi rilanciato Volodymyr Zelensky sul suo canale Telegram.
Il presidente ucraino si riferisce ovviamente ai bombardamenti di queste settimane, ai missili e ai droni russi che hanno preso di mira senza sosta le infrastrutture energetiche del Paese facendo strage di civili e mettendo in ginocchio la rete elettrica. I raid dell’esercito russo hanno lasciato milioni di persone al buio e al gelo o senza acqua. Adesso che il termometro comincia a scendere sotto lo zero le ripercussioni sulla popolazione civile rischiano di essere gravissime
L’Onu teme una crisi umanitaria. «Questo inverno sarà pericoloso per la vita di milioni di persone in Ucraina», ha avvertito l’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui fino a tre milioni di ucraini potrebbero essere costretti a lasciare le loro case a causa dei bombardamenti sulle infrastrutture elettriche.
L’Onu giovedì ha denunciato che da ottobre in questi raid sono stati uccisi almeno 77 civili, mentre altri 272 sono stati feriti. Ma secondo le autorità ucraine altri 15 civili hanno perso la vita nei bombardamenti che hanno colpito Kherson venerdì, e il comandante della polizia, Igor Klimenko, afferma che sono 32 le persone uccise dai missili russi nella regione dal 9 novembre, giorno in cui le truppe del Cremlino sono state costrette a lasciare la città sul Dnipro.
I tecnici sono al lavoro per riportare al più presto l’elettricità nelle case degli ucraini dopo i massicci raid di mercoledì scorso che hanno colpito diverse regioni del Paese.
A causa dei bombardamenti, le centrali nucleari ucraine erano state disconnesse automaticamente dalla rete elettrica come previsto dalle misure di “protezione d’emergenza”, ma sono state poi ricollegate.
Milioni di ucraini, fino a ieri, erano però ancora senza luce o riscaldamento: addirittura sei milioni di famiglie, ha denunciato venerdì notte Zelensky. Una delle città più colpite è Kiev, dove secondo il presidente ucraino «molti abitanti sono rimasti senza energia elettrica per più di 20 o persino 30 ore». Proprio nel giorno in cui l’Ucraina ricorda le vittime della Grande Fame, Kiev ha ospitato un vertice per lanciare «Grano dall’Ucraina», un programma che prevede la partenza di 60 vascelli carichi di cereali verso Paesi a rischio per carestie e siccità come Etiopia, Yemen e Sudan.
Zelensky ha annunciato di aver raccolto a questo scopo 150 milioni di dollari da oltre 20 Stati e dall’Ue. Kiev sottolinea così il suo ruolo chiave per la sicurezza alimentare mondiale dopo il recente prolungamento dell’intesa sul grano che in estate ha consentito di riprendere le esportazioni di cereali via mare dall’Ucraina dopo un blocco durato cinque mesi e di cui è accusata la Russia. Con l’accordo sul grano tra Mosca e Kiev, l’Onu mira anche ad alleviare la tragica crisi alimentare che quest’ anno ha spinto verso la fame 47 milioni di persone nel mondo.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
ALDO GRASSO STRAPPA LA BACCHETTA AL “MAESTRO” BEATRICE VENEZI, CHE VORREBBE ISTITUIRE UN ALBO PER LA PROFESSIONE DI CRITICO: “L’ANALISI CRITICA PUÒ NON SERVIRE A NULLA, MA INSEGNA UNA SOLA COSA: LA LIBERTÀ DI PENSIERO”
Il rumore sottile della critica. Il maestro (desidera essere chiamata così) Beatrice Venezi, consigliere per la musica del ministero della Cultura, vorrebbe istituire un albo per la professione di critico professionista, dopo «un percorso di formazione» (o di rieducazione?).
La proposta inquieta: «Oggi chiunque sia dotato di uno smartphone si erge a critico. E certe “critiche”, possono esaltare o affossare la carriera di un artista. Ecco perché penso a un percorso di formazione specializzato e a un albo dei critici professionisti».
Da anni si parla di «morte della critica», del sempre minore spazio che le tocca nei media, della sua sempre più debole capacità di agire sulla cultura contemporanea, ma quello che sembra allarmare il maestro sono i giudizi sconclusionati sui social.
Ma come può un «albo» porre freno alla natura stessa della Rete, dove chiunque è libero di dire la sua? E poi l’istituzione di tale albo ci ritufferebbe in periodi neri della nostra storia: torniamo alle corporazioni?
L’analisi critica può non servire a nulla, ma insegna una sola cosa: la libertà di pensiero, del come si sta al mondo da critici e non da manutengoli.
Al consigliere Venezi, grande star di spot tricologici, suggerirei di vedere il film Ratatouille, dove un vecchio topo spiega a cosa serve la critica.
Aldo Grasso
(da il “Corriere della Sera”)
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Novembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE FRANCESE NELLE SCORSE SETTIMANE HA CONTINUATO A DIALOGARE CON IL SUO PARI GRADO MATTARELLA, CON CUI HA DECISO DI PORTARE AVANTI LA LINEA MANZONIANA DEL “TRONCARE, SOPIRE”
Un gesto, un piccolo importante segnale che può aprire a un percorso di
disgelo. La telefonata di Emmanuel Macron a Giorgia Meloni per esprimere tutto il sostegno e la solidarietà della Francia di fronte alla tragedia di Ischia, ha aperto un esile varco alla speranza di una riconciliazione. «Ha fatto indubbiamente piacere», confermano fonti di Palazzo Chigi, senza aggiungere altro, perché non è il momento – con i soccorsi ancora in corso, i dispersi, l’emozione violenta della frana – di sovraccaricare di significato l’iniziativa del presidente francese.
Resta il fatto che per la prima volta dallo strappo diplomatico sulla nave dei migranti Ocean Viking, che l’Italia ha testardamente rifiutato di accogliere, c’è stato un contatto diretto tra Macron e Meloni. O perlomeno è la prima volta che un contatto è stato ufficializzato. Lo ha fatto l’Eliseo, dimostrando così che resta un filo a legare due leader di opposta cultura politica che sulla carta avrebbero tutto l’interesse a fare asse in Europa. Prima, c’era stato solo il grande freddo di Bali, durante il G20, e l’affettuosa telefonata concordata da Macron con Sergio Mattarella, organizzata per cercare una via d’uscita dalla crisi.
La chiamata di ieri è la prova – confermano anche fonti francesi – che Meloni e Macron, se vogliono, possono sentirsi in ogni momento e senza troppi filtri diplomatici, come d’altronde hanno fatto via messaggio prima che il dialogo tra Francia e Italia si interrompesse.
Il Consiglio europeo straordinario degli Affari Interni di venerdì, richiesto da Parigi, ha dimostrato che la gestione degli sbarchi e delle Ong è un tema che continua a separare i due alleati. Il governo francese ha interrotto la partecipazione volontaria al meccanismo di redistribuzione dei rifugiati firmato a giugno, e non intende retrocedere finché l’Italia dei sovranisti al governo non avrà dato prova di rispettare gli accordi sui salvataggi in mare.
Bisognerà capire come e quando una tregua avrà luogo. Per Macron si tratta anche di evitare che in patria la destra sfrutti a proprio favore le prove muscolari di Meloni e di Matteo Salvini. Nelle ultime settimane ha lasciato che fossero il suo governo e uomini come il ministro dell’Interno Gérald Darmanin a mantenere alta la tensione con Roma.
Il presidente ha fatto in modo di non farsi coinvolgere personalmente, e si è astutamente mostrato disponibile a ricucire, ma con Mattarella, suo pari grado come Capo di Stato.
Il desiderio di cercare la sponda più rassicurante del Colle è un po’ la sensazione che si prova guardando il video rilanciato ieri sul profilo Twitter di Macron per celebrare il primo anniversario dalla firma del Trattato del Quirinale. È passato un anno, ma politicamente è cambiato tutto. Macron ricorda quelle ore, mentre arrivano le prime notizie da Ischia, e lo fa per mandare «un messaggio di profonda amicizia al popolo italiano».
«Un’autentica amicizia – è la risposta di Mattarella attraverso il profilo ufficiale del Quirinale – che va alimentata, nell’interesse comune dei due Paesi e, insieme, dell’Ue». È ancora una volta il presidente della Repubblica a rispondere, per dare il senso dell’irrinunciabilità dell’alleanza, ferita dallo scontro politico. Meloni, invece, tace e non partecipa alla celebrazione di un Trattato che un anno fa, all’opposizione, definì «uno scandalo».
A ricambiare i messaggi di amicizia di Macron, a nome del governo, è Antonio Tajani, e il ministro delgi Esteri ancora una volta lo fa per dare un segnale di distensione, a dimostrazione di «come i rapporti tra i nostri Paesi non siano deteriorati». Il tempo dirà se è così. Sta di fatto che osservando oggi le immagini montate nel video, è palese l’effetto nostalgia ricercato dall’Eliseo. Non c’è solo l’affetto verso Mattarella, che da lì a due mesi sarebbe stato riconfermato al Colle, ma anche l’intesa sincera con Mario Draghi: «Perché era lui perché ero io…» sussurra la voce di Macron, con tanto di sottotitoli.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
SAREBBE STATO MEGLIO CHE SALVINI RIPENSASSE AL VECCHIO ADAGIO USATO CON I BAMBINI, QUELLO DEL CONTARE FINO A TRE PRIMA DI PARLARE. GLIEL’AVRANNO INSEGNATO?
Alle 13 il Viminale precisa che l’unica istituzione delegata a fornire cifre sulla frana di Casamicciola è la Prefettura di Napoli. Puntualizzazione necessaria per fare chiarezza sui numeri delle vittime ed evitare che vengano date informazioni inesatte. Il riferimento è a quanto accaduto in mattinata a Milano, dove il vicepremier Matteo Salvini, a margine dell’inaugurazione della nuova metropolitana, ha rivelato che c’erano «otto morti accertati».
Un improvviso peggioramento del bilancio della catastrofe, smentito tuttavia più tardi dallo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Non ci sono morti accertati», spiega dal Centro operativo nazionale dei vigili del fuoco, mentre nel pomeriggio è il prefetto di Napoli Claudio Palomba ad assicurare che «al momento il decesso accertato è quello di una donna, restano una decina di dispersi» (in serata 11, ndr ).
L’errore sui numeri scatena la bufera politica. «Chi è il ministro dell’Interno? Salvini o Piantedosi?», chiede il deputato dem Alessandro Zan e il vice presidente dei Cinque Stelle alla Camera Agostino Santillo sottolinea: «Da chi riveste ruoli istituzionali ci aspetteremo massima responsabilità e serietà», mentre l’altro vicepremier Antonio Tajani prova a chiarire: «Nella concitazione qualcuno ha riferito dei numeri al ministro Salvini, suppongo».
Polemiche a parte, è soprattutto il momento degli interventi, della solidarietà e della vicinanza alla popolazione colpita dalla frana. Come quelle manifestate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, insieme con la riconoscenza ai soccorritori.
(da il Corriere della Sera)
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Novembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
“GLI ALBERI SVOLGONO UN RUOLO FONDAMENTALE, MA NE SONO STATI ELIMINATI MOLTI. LA CEMENTIFICAZIONE HA RIDOTTO LA CAPACITÀ DI ASSORBIMENTO DELLE ACQUE, CHE SCIVOLANO A VALLE CON UNA VIOLENZA DEVASTANTE”
Centoventi millimetri di pioggia, tra mezzanotte e le sei del mattino. A
Ischia ieri, secondo quanto riporta il Cnr, è piovuto come mai era accaduto negli ultimi venti anni. L’ennesimo fenomeno estremo del 2022 in Italia (130, quelli registrati). Il picco massimo di pioggia oraria è stato di 51,6 millimetri a Forio, uno dei Comuni ischitani, e di 50,4 millimetri sul Monte Epomeo, la montagna dalla quale si è staccata la frana che ha devastato Casamicciola Terme.
Anzi, varie micro-frane incanalate in un flusso che ha creato un unico fiume di detriti, con grande capacità distruttiva. «Una tragedia e una comunità colpita duramente da un evento importante», ha detto Fabrizio Curcio, responsabile nazionale della Protezione Civile.
Sarebbe però semplicistico ricondurre quanto è accaduto solo alla tempesta d’acqua, secondo la geologa Micla Pennetta, docente di Geomorfologia all’Università Federico II.
«La colpa – dice – è del cemento». Chiarisce il suo pensiero: «Lì c’è un terreno di natura vulcanica, ovvero poco compatto. In caso di piogge abbondanti l’acqua lo gonfia e tende a portarlo a valle.
Gli alberi svolgono un ruolo fondamentale per prevenire questi fenomeni, ma ne sono stati eliminati molti per le attività antropiche. La cementificazione dei suoli ha ridotto la capacità di assorbimento delle acque, che scivolano a valle con una violenza devastante, trascinano fango ed altri materiali e creano disastri. Si è verificata una colata detritica».
Non è la prima volta che accade, ricorda Pennetta: «È un fenomeno molto simile a quello del 2009, quando una colata rapida invase Piazza Bagni e morì una ragazza».
Terrazzamenti con rimboschimento, vasche di laminazione, canali di drenaggio, secondo la geologa, sono gli interventi che vanno realizzati subito per evitare che si verifichino a Casamicciola nuove tragedie.
Gli ambientalisti puntano il dito contro il condono-Ischia inserito nel decreto sul ponte Morandi di Genova crollato nel 2018: una sanatoria che bollano come «incostituzionale» e «con tanto di contributi concessi dallo Stato a chi ha edificato abusivamente e collegandoli alla ricostruzione post sisma del 2017». Secondo Legambiente a Ischia erano ben 28 mila le richieste ufficiali di sanatoria edilizia.
Per questo, dice Gaetano Sammartino, presidente della sezione Campania della Società Italiana di Geologia Ambientale, «va posto definitivamente un freno al consumo di suolo e va adeguato il sistema drenante». Riflette: «Quella è un’area a rischio idrogelogico molto elevato perché la stratigrafia del versante è precaria.
Se l’abbandoniamo, non facciamo manutenzione e magari cementifichiamo i canali di impluvio la catastrofe è garantita. Il cemento non assorbe l’acqua, che scorre rapidamente e si precipita nelle zone di fondovalle».
A Ischia si è costruito troppo, insomma, e per lo più senza regole. Lo sa bene Aldo De Chiara, ex procuratore aggiunto a Napoli, che quando era magistrato si impegnò per contrastare il fenomeno dell’abusivismo edilizio sull’isola. «La storia si ripete – commenta -. Un terreno fragile non può subire edificazione senza criterio e fuori da ogni idonea programmazione. È il contesto fertile perché poi eventi atmosferici come quello della notte tra venerdì e sabato provochino danni irreversibili a cose e persone».
Eppure, ricorda De Chiara, che tra il 2010 ed il 2011 subì minacce di morte quando provò a far demolire alcune case abusive nei Comuni di Forio d’Ischia e di Barano, il contrasto al consumo di suolo ed all’abusivismo edilizio non sono tra le priorità nell’agenda politica. «Basti pensare – dice – che quando nel 2018 hanno stanziato fondi per la ricostruzione per le case danneggiate dal sisma del 2017 a Casamicciola sono state previste risorse anche per quelle abusive. Un atteggiamento irresponsabile».
Incalza: «Sull’isola c’è stato un forte abusivismo edilizio del quale la classe politica non ha mai voluto prendere atto o verso il quale è stata connivente per motivi di consenso. Non è un problema solo di Ischia, peraltro. Ho ascoltato in occasione della campagna elettorale per le politiche candidati che invocavano un nuovo condono edilizio con il pretesto, in verità poco condivisibile, dell’abuso edilizio di necessità».
(da il Corriere della Sera)
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Novembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
“COSA HA FATTO LA POLITICA PER CONVINCERE I CITTADINI A REAGIRE IN MANIERA DIVERSA E A PRENDERE COSCIENZA DEI RISCHI CHE LORO STESSI, PER PRIMI, CORREVANO? DICIAMOLO: POCO” … IL CONDONO DI BERLUSCONI NEL 2003 E QUELLO DI CONTE E SALVINI NEL 2018
Non ne possiamo più, di piangere per Ischia. Le nuove ed ennesime vittime travolte dall’ennesima frana venuta giù dal Monte Epomeo (guai a chiamarlo vulcano: porta iella…) vanno piante, onorate e affidate alla terra col cordoglio di tutti gli italiani.
Non meno doveroso, però, sarà rispettare lo strazio delle famiglie nel modo più serio e severo, con un’inchiesta che dia il giusto peso alla gravità dell’evento atmosferico ma spazzi via i tentativi di dare tutta la colpa alla fatalità. Si sapeva, che poteva succedere ancora. Si sapeva.
Forse mai come in questo caso, infatti, una lunga storia di errori dimostrava come l’isola fosse da sempre esposta a tutti i rischi: quelli sismici, quelli idrogeologici e più ancora quelli dovuti all’insipienza dell’uomo. Basti rileggere, prima ancora che Francesco Guicciardini il quale già mezzo millennio fa ricordava come siano «gli errori di chi governa quasi sempre causa delle ruine della città», le accuse furenti e sconsolate, del giudice Aldo de Chiara, per anni e anni acerrimo avversario dell’abusivismo sull’isola: «Hanno costruito in prossimità di scarpate, di zone sismiche, di zone franose. C’è sempre stata una coalizione di destra e di sinistra contro tutte le demolizioni».
Con un risultato sotto gli occhi di tutti: all’entrata in vigore del condono del 2003 voluto dal governo Berlusconi il numero delle demolizioni eseguite sull’isola a partire dal 1988 risultavano essere state, in totale, solo 22. Ventidue su 2.922 ordinate dalla magistratura con sentenza esecutiva. Lo 0,75%. Briciole.
E non si trattava di sentenze emesse per cocciutaggine da giudici ambientalisti decisi ad applicare nella maniera più pignola regole cavillose per punire tanti poveracci colpevoli «soltanto» di piccoli «abusi di necessità» dovuti alla pigrizia di una burocrazia elefantiaca.
Si trattava, quasi sempre, di salvare la pelle a chi aveva tirato su case e case senza rispettare le regole del buon senso. Come si è visto in decine e decine di casi di interi quartieri travolti dalle acque in piena da una parte all’altra dell’Italia. Uno per tutti, la tragedia di Sarno e Quindici nel maggio 1998. Preceduta da segnali nettissimi sui pericoli di aver costruito case su case lungo il percorso di un corso d’acqua destinato un giorno o l’altro a precipitare a valle.
Restano nella memoria le parole amarissime di Fabio Rossi, docente all’Università di Salerno ed esperto di idrogeologia, con gli occhi fissi a guardar su verso la montagna mentre troppi corpi erano ancora sepolti dalla melma che li aveva inghiottiti: «La colpa è loro, ma questo non si può dire ai morti». Una frase simile a quella pronunciata da Jean-Jacques Rousseau a proposito dello spaventoso terremoto di Lisbona del 1755: «Dopotutto non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case…».
«Come noto, in Italia frane e inondazioni sono frequenti e causano danni a strutture e infrastrutture nonché vittime, feriti e sfollati ogni anno. Negli ultimi 15 (dal 2007 al 2021) le persone che hanno perso la vita a causa di tali eventi sono complessivamente 336, di cui 188 per le inondazioni e 148 per le frane», accusa il dossier Polaris del Cnr. E non passa anno senza che l’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, dimentichi d’aggiornare il censimento delle frane italiane, oltre 620.000 pari a due terzi di quelle rilevate in tutta Europa.
Tutte cose note. Denunciate. Ma troppo spesso accolte come prediche moleste di fastidiosi grilli parlanti, come un geologo cacciato da un convegno proprio a Ischia sul tema del rispetto di un territorio così fragile, con l’accusa d’esser un menagramo. Pochi dati di Legambiente dopo il sisma del 21 agosto 2017 nell’isola, che oggi ha 62.630 abitanti, dicono tutto: «Sono 28 mila le pratiche di richiesta di condono “ufficiali” nell’isola di Ischia. Nei soli Comuni di Casamicciola Terme e Lacco Ameno, che contano circa 13 mila abitanti, le pratiche di condono presentate sono oltre 6 mila, una su due abitanti».
Ancora: «Ricordiamo quanto siano stati spropositati i danni rispetto all’intensità del sisma di magnitudo 4.0, anche per via dei materiali scadenti usati negli edifici». Testuale.
Eppure troppi ischitani, convinti di essere vittime di soprusi dei Comuni, della Regione e dello Stato, hanno avuto verso queste grida d’allarme reazioni scomposte. Come un manifesto di qualche anno fa affisso sui muri con queste frasi: «La politica dominante è morta! Dopo sessant’anni di coma vegetativo, ne danno il triste annuncio i cittadini “abusivi ” tutti. Le esequie si terranno in forma privata presso i seggi elettorali nei giorni…». Titolo: «Sulla scheda elettorale scrivi: “voto abusivo! ”».
Ma cosa ha fatto la politica ischitana, in questi anni, per convincere i cittadini a reagire in maniera diversa e a prendere coscienza dei rischi che loro stessi, per primi, correvano? Diciamolo: poco. Anzi, troppo spesso i padroni delle tessere, pronti volta per volta a saltare su cavalli diversi, hanno lisciato il pelo a quanti sbuffavano all’idea di promuovere finalmente una sana manutenzione, un «rammendo» antisismico, un risanamento complessivo di un panorama edilizio ad altissimo rischio.
Ricordate, ad esempio, la sortita del governo giallo-verde che cercò di infilare una sanatoria per Ischia nel decreto per Genova dell’autunno 2018? Nella scia della promessa di Luigi Di Maio ai cittadini dell’isola che il loro sarebbe stato «un governo amico», spuntò fuori un decreto contro il quale saltarono su indignati Legambiente, Libera e la Cgil: «Questa proposta di condono è incomprensibile e pericolosissima (…) perché viene premiata l’illegalità, ancora una volta, condonando edifici che sono da decenni abusivi».
In pratica, spiegò Sergio Rizzo, il provvedimento che concedeva agli abusivi un «ravvedimento operoso» includeva all’articolo 25 un passaggio di furbetta ambiguità: «per la definizione delle istanze trovano esclusiva applicazione le disposizioni di cui ai capi IV e V della legge 28 febbraio 1985, n. 47». E perché il riferimento era solo al condono craxiano del 1985 e non anche a quelli successivi berlusconiani del 1994 e del 2003? Perché quello più vecchio concedeva molto di più anche agli edifici costruiti su terreni inedificabili. Un messaggio non proprio «educativo »… Ischia merita di meglio. Una svolta vera. Che riscatti finalmente un’isola ferita e straordinaria.
Gian Antonio Stella
(da il “Corriere della Sera”)
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Novembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE ATTACCA I POLITICI RESPONSABILI
«Le persone devono capire che in alcune aree non si può abitare, non
esiste l’abusivismo di necessità. Le costruzioni nelle zone fragili dal punto di vista idrogeologico vanno demolite. Bisogna avere il coraggio di parlare chiaro ai cittadini, capisco che per gli amministratori non sia facile ma dobbiamo deciderci», non usa giri di parole il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, intervistato da Rai News sulla situazione edilizia a Ischia dopo la tragedia di Casamicciola.
«Dal governo ci aspettiamo la nomina di un commissario straordinario anche per l’aspetto idrogeologico, lo stato di calamità e fondi aggiuntivi», ha aggiunto il governatore
In prospettiva le demolizioni non potranno più essere evitate, aggiunge: «Vanno demolite le case costruite sui greti dei fiumi, in aree idrogeologiche delicate e insostenibili, in zone a vincolo assoluto, su aree demaniali o costruite da aziende della camorra. Non esiste l’abusivismo di necessità, esiste la condizione sociale di necessità, ma l’abusivismo è sempre illegale».
«Serve semplificare, i rapporti con le sovrintendenze sono complicati e ci sono tempi biblici, serve supportare i comuni, gli uffici tecnici, e strutture che sono state svuotate. Le polemiche ora sono inutili», ha concluso De Luca.
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2022 Riccardo Fucile
LA SANATORIA VARATA DAL GOVERNO GIALLO-VERDE
Seimila richieste, quasi mille case, per la maggior parte spazzate via dall’onda di fango e detriti che ha ingoiato Casamicciola. Tante sono state le pratiche che hanno goduto della sanatoria voluta da Giuseppe Conte e Matteo Salvini all’epoca del governo giallo-verde nella sola area di Casamicciola e Lacco Ameno.
Il condono post sisma su Ischia fu inserito nel decreto Genova, in seguito al disastro del Ponte Morandi.
Come denunciava ieri Angelo Bonelli, quel condono ha consentito la regolarizzazione di pratiche che erano pendenti da quasi 40 anni, anche per le abitazioni costruite abusivamente in aree ad alto rischio idrogeologico.
Furono 28mila le richieste inviate dai cittadini dell’isola. «Questi edifici, che per le norme vigenti sono abusivi, non solo venivano sanati ma hanno avuto il completo rimborso dallo stato per la ricostruzione», ha spiegato l’esponente di Europa Verde, «solo per Ischia si è voluto un condono per edifici abusivi costruiti in aree a rischio idrogeologico e sismico, con la beffa che sono i soldi pubblici a pagare la ricostruzione». Nei comuni di Casamicciola Terme e Lacco Ameno, che contano circa 13mila abitanti, le richieste di condono furono oltre seimila, una ogni due abitanti. E in queste ore torna a circolare un video del 2018 in cui Matteo Renzi denuncia i rischi dell’approvazione di un condono del genere: «Mi auguro dal profondo del cuore che non sia, nei prossimi mesi, il vostro primo rimpianto».
(da Open)
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