Febbraio 15th, 2023 Riccardo Fucile
SALVINI E PICHETTO FRATIN TUONANO CONTRO LA DECISIONE DELL’EUROPARLAMENTO. DITE AI DUE MINISTRI CHE LO STESSO GOVERNO AVEVA DATO LO SCORSO NOVEMBRE VIA LIBERA ALLA MISURA IN QUESTIONE
A Bruxelles hanno votato contro, con tanto di dichiarazioni sconcertate
degli eurodeputati, secondo cui è “folle” la decisione di vietare dal 2035 le immatricolazioni di auto a benzina o diesel.
Ora a esprimere tutta la propria indignazione è direttamente il Governo Meloni, per voce di due ministri della Repubblica: Matteo Salvini e Gilberto Pichetto Fratin.
Lo stesso governo che però a novembre scorso, tramite i propri rappresentanti diplomatici e come sottolineato dal Partito democratico, aveva dato il via libera alla misura in questione durante la riunione del Coreper I, che mette allo stesso tavolo i Rappresentanti dei 27 (l’ok era arrivato all’unanimità). Non solo.
L’accordo di novembre arrivava dopo l’intesa storica trovata nel trilogo Consiglio, Parlamento e Commissione europea di ottobre, a pochi giorni dall’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Oggi, però, le destre gridano allo scandalo. “Decisione folle e sconcertante, contro le industrie e i lavoratori italiani ed europei, a tutto vantaggio delle imprese e degli interessi cinesi. Ideologia, ignoranza o malafede?” ha scritto il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini, in un post su Instagram nel quale riporta una foto-composizione con la scritta “Auto a benzina e diesel: stop alla vendita dal 2035” e le immagini dei leader di Pd, M5s e Terzo Polo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 15th, 2023 Riccardo Fucile
SFUMATO IL PIANO DI AVERE LA GOLDEN SHARE SUL CONSIGLIO DELLA REGIONE LAZIO, RAMPELLI MINIMIZZA: “NON ESISTONO CORRENTI NEL PARTITO, STO BENE DOVE STO”
“A Roma risultato eccezionale, Rampelli perde ‘derby’ 2 a 22”; “no, Fabio si conferma determinante e nel Lazio non abbiamo asfaltato gli alleati”. Archiviata la vittoria alle regionali, in casa Fratelli d’Italia si analizza, anche pallottoliere alla mano, la portata del risultato ottenuto dal partito di Giorgia Meloni sui territori.
Una nettissima affermazione, quella di Fdi, preceduta però nelle scorse settimane da alcune tensioni, culminate con la sostituzione del coordinatore romano di Fdi, il rampelliano Massimo Milani, con il responsabile organizzativo del partito Giovanni Donzelli per ordine della leader di Via della Scrofa.
E così, se nelle analisi post voto viene evidenziata la straordinaria performance di Fdi a Roma, dove per la prima volta alle regionali il partito sale sul gradino più alto del podio anche nel centro storico, una sorta di opposizione interna prende forma nei commenti dei fedelissimi del vicepresidente della Camera Fabio Rampelli che fanno notare come nel Lazio l’Opa di Fratelli d’Italia sugli alleati del centrodestra non sia andata completamente in porto.
Il merito dello storico risultato ottenuto da Fdi nella Capitale, nel partito viene attribuito anche al lavoro di Donzelli, neo responsabile della federazione romana, mentre dietro l’affermazione nelle province ci sarebbe il ruolo svolto da Marco Silvestroni e Paolo Trancassini, due esponenti della classe dirigente voluta da Meloni per condurre Fdi alla conquista del Lazio.
“Straordinario”, festeggiano i ‘meloniani’, il risultato di Giancarlo Righini – sostenuto dal ministro Francesco Lollobrigida – che tocca le 36mila preferenze: record assoluto da quando esiste questo sistema elettorale nel Lazio.
I fedelissimi di Giorgia considerano “stravinto” il “derby” delle preferenze con Rampelli “di cui la stampa si è divertita a scrivere”.
Dati alla mano, spiegano i meloniani del partito, il vicepresidente della Camera porta ‘a casa’ solo 2 eletti, Fabrizio Ghera e Marika Rotondi, ovvero i protagonisti del contestato evento elettorale che è costato a Milani la guida di Fdi Roma: “Quello che doveva essere l’uomo forte romano ottiene un 2 a 22”, il commento beffardo di un luogotenente Fdi. La sintesi che arriva dai vertici di Via della Scrofa è insomma questa: la maggioranza dei consiglieri eletti “è tutta espressione di Meloni e non dell’opposizione interna”, o quasi. Ma nella cerchia di Fabio Rampelli, leader della corrente dei ‘Gabbiani’ e mentore di Meloni, il responso delle urne viene analizzato in maniera diversa.
Mentre Rampelli evita accuratamente di alimentare dispute e polemiche all’indomani di un grande successo di partito, per i rampelliani non ci sarebbe stato alcun effetto caterpillar: “Non abbiamo asfaltato Forza Italia e Lega nel Lazio, come era prevedibile accadesse”, dicono all’Adnkronos. E a pesare, secondo l’opposizione interna, sarebbero stati problemi territoriali. La Lega per esempio – si osserva nella cerchia del vicepresidente di Montecitorio – fa un clamoroso 23,4% a Rieti, storica roccaforte della Meloni. Anche a Latina e Frosinone, si osserva, la Lega supera il 12%.
Altro risultato “anomalo” sarebbe quello di Forza Italia a Latina con il 20,5% che porta la firma del senatore Claudio Fazzone, “vincitore”, osservano i rampelliani, dello scontro interno al centrodestra con l’eurodeputato Nicola Procaccini, fedelissimo della premier: la sua candidata al consiglio regionale, la terracinese Emanuela Zappone, non è stata eletta, superata dalla rampelliana Elena Palazzo.
Anche a Viterbo e Frosinone Forza Italia vola sorprendentemente al 10%. “Discorso complesso” a Roma, invece. Solo nella Capitale Fdi supera quota 33% e lascia al palo gli alleati, piantati tra il 4 e il 5%. Il partito, anche se commissariato di recente per il periodo elettorale, a detta dei rampelliani confermerebbe “la struttura pervasiva tipica” del vicepresidente della Camera e dei suoi uomini.
Lo dimostrerebbe il record di preferenze ottenuto da Fabrizio Ghera: è il rampelliano, infatti, a vincere la ‘sfida’ in città contro Roberta Angelilli e Giancarlo Righini, mentre quest’ultimo, il candidato con il record assoluto di preferenze, stravince nei 120 Comuni della provincia.
A Tor Bella Monaca, nel Municipio retto dal ‘suo’ presidente Nicola Franco la coalizione di centrodestra tocca il 60% e Fdi è a quota 42,5%. Lollobrigida resta imbattibile in provincia di Roma, dove il ‘pupillo’ Righini doppia Ghera e vola verso un assessorato di peso mentre Fdi fa il 36%. Questi i numeri del ‘confronto’.
Insomma: se la partita delle regionali si è chiusa, la sfida tra i vertici del partito e la sua opposizione interna è appena iniziata.
(da Adnkronos)
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Febbraio 15th, 2023 Riccardo Fucile
LA DIVERSA ANALISI DELLA SCONFITTA: CALENDA HA DATO LA COLPA AGLI ELETTORI IGNORANTI, IL SENATORE SEMPLICE DI RIAD CERCA DI SCARICARE LA RESPONSABILITÀ
Più che Terzo polo, Polo nord. Gli elettori di Lombardia e Lazio hanno
letteralmente gelato i sogni di gloria di Carlo Calenda e Matteo Renzi, con Letizia Moratti che non è neppure entrata in consiglio regionale. Una disfatta oltre le aspettative che è stata presa dai protagonisti con scarsa sportività.
La Moratti ha dato la colpa al «freddo terrificante». Insomma, a giugno l’ex presidente della Rai avrebbe vinto sicuro sul riconfermatissimo Attilio Fontana. Calenda invece, professorale come sempre, ha serenamente spiegato che «hanno sbagliato gli elettori».
Quanto all’ex statista di Rignano, è sparito dai radar fino all’ora di cena per poi scrivere online che il risultato «è fisiologico». Per una serena e matura disamina degli errori commessi in campagna elettorale si aspetta la prossima volta. Se ci sarà. In fondo poteva andare peggio, magari incolpando degli insuccessi i palloni-spia di Pechino.
Alla dura prova delle urne i numeri del Terzo polo sono risultati davvero bassi e inversamente proporzionali all’ego social dei suoi profeti. L’analisi complessiva del voto dice poche cose ma abbastanza chiare: il Terzo polo non riesce a rubare voti al centrodestra neppure se gli soffia un assessore e, dall’altra parte, non sa approfittare dello sbandamento infinito del Partito democratico. E con numeri del genere, al di là del rilancio del solito progetto del «grande centro», viene il sospetto che uno spazio autonomo, semplicemente, non ci sia perché ormai gli italiani votano o a destra o a sinistra.
Meno fantasioso, va detto, il Calenda, con i suoi pesanti giacconi inglesi anche nel dolce clima della capitale. Non se l’è presa con le condizioni meteorologiche, ma direttamente con gli elettori. E non è che gli sia scappata una battuta infelice. No, ha proprio preso la rincorsa, ha sviluppato tutto un ragionamento e ha trovato i colpevoli.
Intervistato dal Corriere della Sera, ha cominciato facendo notare stizzito che «le preferenze pesano e noi invece dipendiamo da un voto di opinione. La peggiore condizione possibile per chi vuole spezzare il bipolarismo». Le preferenze sono quella cosa che quando le prendi tu sono buone, sane e democratiche, ma quando vanno ai tuoi avversari puzzano di voto di scambio. Nulla a che spartire con il «voto di opinione», casto, elevato e superiore in tutto e per tutto.
A Calenda è stato quindi chiesto se per caso fossero sbagliati i candidati, ma no, erano perfetti. E sapete perché? Perché Moratti e D’Amato «sono i due assessori regionali che meglio hanno gestito il Covid». Ottima idea, puntare su simili eroi. Forse è per questo che non ce l’hanno fatta. Ma poi la colpa è del fatto, prosegue Calenda, che «si vota come al Palio di Siena, con un voto fideistico».
Chi invece non ci ha quasi messo la faccia è stato Matteo Renzi, letteralmente sparito per 48 ore, anche dagli amati social. […] Il leader si è effettivamente fatto vivo poco prima di cena con una nota online del suo partito nella quale si fa un rapido cenno a «un risultato peggio delle aspettative», ma sostenendo che «è fisiologico per consultazioni come quelle regionali». Poi si è messo a parlare di Sanremo e canone Rai. Tanto se la sconfitta è colpa del freddo, degli elettori ed è fisiologica, che altro c’è da dire?
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2023 Riccardo Fucile
SONO MINORANZA, MA L’OTTUSITA’ DELLE ALTRE FORZE POLITICHE INCAPACI DI ALLEARSI LI HA RESI MAGGIORANZA
Calato il vento del populismo e dell’antipolitica, e sostituito dall’indignazione popolare del non voto, come ha detto il politologo Marco Revelli al Fatto (“anche il populismo è stanco”), il deserto elettorale di queste Regionali restituisce una sola granitica certezza, ormai più che strutturata nel sistema repubblicano, e che consolida il governo di Giorgia Meloni: il blocco sociale che vota per la destra unita da quasi un quarto di secolo.
Un blocco che ha metabolizzato di tutto: il crepuscolo della leadership carismatica di Silvio Berlusconi; la parabola breve al comando del Capitano leghista Matteo Salvini; le fuoriuscite, sovente scissioniste, di Casini e Follini, Fini, Alfano, Verdini e in tempi recenti delle ex ministre Carfagna e Gelmini.
Quel blocco è sempre lì, senza dubbio non è maggioranza nel Paese come invece sostengono vari commentatori di destra, ma costituisce appunto una certezza. Confermata ed esaltata dal voto in Lombardia, dove vince senza interruzioni dal lontano 1995.
Un dato incredibile, nonostante il malaffare sanitario della lunga presidenza di Roberto Formigoni e la tragica gestione della pandemia di Attilio Fontana. Nulla da fare. Il governatore uscente ha preso quasi il 55 per cento e la Lega è tornata competitiva: il 16,53 per cento sommato al 6,16 della lista Fontana si avvicina di parecchio al 25,18 dei Fratelli d’Italia.
Che sia centrodestra o destracentro, la capacità di presentarsi uniti alle elezioni è il vero valore aggiunto della coalizione oggi guidata dal premier donna con il supporto leghista e del sempiterno Caimano, al quale nessuno riesce a scalfire il suo zoccolo duro compreso tra il 7 e l’8 per cento. Per passare dal dato strutturale a quello contingente: è evidente che i risultati elettorali in Lazio e Lombardia ripetono la foto delle Politiche autunnali e prolungano la luna di miele di Meloni con il Paese.
E non ingannino le profonde divisioni e le spietate rivalità delle tre destre della maggioranza. Il loro modus vivendi è questo e non cadranno ché Berlusconi è tuttora vicino a Putin e alla Russia. Pazienza, poi, se Lega e Forza Italia non sono state umiliate dalle urne di queste Regionali, come avrebbe desiderato una parte del cerchio magico meloniano.
Anzi, il ritrovato sorriso di Salvini e la tenuta azzurra garantiscono almeno un altro anno e mezzo di navigazione a questo esecutivo. Fino alla scadenza elettorale delle Europee del 2024, laddove il proporzionale farà tirare una riga ai tre alleati. Vedremo come.
A fronte di questa destra “storica” e unita di governo, le opposizioni di Pd e M5S (Calenda e Renzi sono un’altra cosa, una sorta di blob indistinto uscito dimezzato da questo turno elettorale) sono attese da una traversata nel deserto che rischia di essere infinita. Non ha senso fare conti e somme dove si sono presentati uniti (Lombardia) o divisi (Lazio). Così come è pura fuffa la rivendicazione lettiana di aver sconfitto l’Opa sia pentastellata sia azionista in queste Regionali. Che il Pd sopravviva non è una notizia, è pur sempre il maggior partito del centrosinistra. Il punto è un altro: i dem non riescono a liberarsi dalla gabbia del 18/20 per cento in cui le urne li hanno rinchiusi dopo la nefasta era del renzismo, che ha gettato il partito in un paraberlusconismo di fatto, in base al quale abolire l’articolo 18 è riformismo e fare il Reddito di cittadinanza è bieco populismo.
Da Zingaretti a Letta, i dem hanno prolungato l’agonia di una storia finita nel 2013 con la non vittoria di Bersani. Da quel momento in poi, complice il sostegno a Monti e a Draghi, il Pd si è consegnato alla gestione del potere e al congelamento di una classe dirigente mediocre e poltronista. Ed è qui che s’innesta la questione dell’identità, anche se è difficile capire di che colore sarà il Pd di Bonaccini o di Schlein. Che si cambi oppure no il nome, il Pd dovrà essere chiaro su tre punti: uomini, programmi e alleanze. Il tatticismo non paga più e in questo paesaggio politico l’unico alleato serio e credibile è il M5S progressista di Giuseppe Conte, nonostante il deludente risultato in Lombardia e Lazio.
Ritornare al passato vagheggiando formule unioniste o uliviste per inseguire il centro cialtrone di calendian-renziano e tenere tutto insieme sarebbe suicida. E visto che il deserto è lungo, è proprio questa allora la fase delle scelte, una volta completato il percorso congressuale con le primarie del 26 febbraio. Al contrario, se l’orizzonte di 5S e Pd continuerà a essere diviso perché alle Europee del 2024 si voterà con il proporzionale, si perderà un altro anno. Alla faccia di gran parte di quel 60 per cento che non è andato a votare e che rischia di aspettare (a vita) un Godot di centrosinistra.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 15th, 2023 Riccardo Fucile
“GLI ELETTORI NON HANNO SEMPRE RAGIONE”: HA RAGIONE CALENDA, MA LO DICA DOPO UNA VITTORIA LA PROSSIMA VOLTA
Gli elettori non hanno sempre ragione, dice Calenda, e stavolta ha
ragione. Gli elettori sono pigri, infatti non escono più di casa nemmeno per andare alle urne. Gli elettori sono volubili, distratti, disillusi. Prima votavano i partiti, poi le persone, e adesso né gli uni né le altre: vorrebbero qualcuno che li emozionasse senza fregarli e invece si sentono fregati da tutti ed emozionati da nessuno.
Gli elettori di centro, poi, quelli a cui si rivolge Calenda, sono i clienti peggiori. Il loro è un voto di opinione più che di interesse, di riflessione più che di passione.
Vanno rimotivati ogni volta, ma, come certe molle, si inceppano a furia di scattare a vuoto. Mi sembra antiretorico, e dunque sano, che un politico riconosca che gli elettori non hanno sempre ragione. A una condizione, però: che lo affermi dopo una vittoria. Dirlo dopo una sconfitta significa accodarsi a una consolidata tradizione di disprezzo a elastico, per cui l’Italia è un Paese colto quando il tuo libro è primo in classifica e ignorante quando invece non vendi una copia, e il tuo partner è coraggioso se lascia un altro per te, ma vigliacco se lascia te per un altro.
Fa sempre fede la famosa battuta di Bertolt Brecht sui comunisti della Ddr: «Il comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo».
Spiace per Calenda, ma con la crisi demografica in atto non esiste un popolo di riserva a cui rivolgersi: dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo.
(da Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 15th, 2023 Riccardo Fucile
L’ALTERNATIVA ALLA SOCIETA’ EDONISTICA E SENZA VALORI IN CUI EMERGONO SOLO EGOISMI E SUPERFICIALITA’
In quest’epoca egoistica vivono tutti proiettati verso qualche meta. Pensano a mosse e strategie e a come se la godranno. Ma non funziona affatto così.
Raggiunta la meta nel giro di poco tempo si guarderanno attorno insoddisfatti e ne inseguiranno un’altra. Come i bambini coi giocattoli venuti a noia. Da un miraggio all’altro per tutta la vita.
Con un’aggravante. Vivendo perennemente proiettati a qualche meta futura, non sono capaci di godersi appieno il momento presente. E così quando le mete diventeranno il loro presente, non saranno in grado di godersele.
L’egoismo porta ad una perenne frustrazione e spaccia il divertimento come felicità. Ciò che dona vero benessere non sono le mete, ma il processo per raggiungerle. L’amore nelle attività che tutti i giorni dobbiamo svolgere per avvicinarci.
Attività che devono essere coerenti coi nostri valori, i nostri talenti, le nostre passioni. Quello che dona vero benessere è il migliorarsi giorno dopo giorno e riuscire ad esprimere appieno le proprie potenzialità. Quello che dona vero benessere è la sana tensione verso obiettivi che più sono altruistici e genuini più doneranno soddisfazione. Ma una tensione sana e quindi disinteressata al risultato finale ed indifferente dall’apprezzamento altrui.
Il vero benessere dipende da come ci sentiamo e come ci sentiamo dipende da noi, non dal riscontro degli altri. È all’ego che piacciono i riflettori, i like e gli applausi. L’anima chiede solo di esprimersi serenamente e dare.
In quest’epoca egoistica ci spronano a competere e a primeggiare per qualche chimera materiale ma il vero benessere si trova in direzione opposta, nella rinuncia invece che nell’accumulo, nella autenticità invece che nella superficialità, nella sostanza invece che nell’apparenza, nell’ombra invece che al sole, nella quiete invece che nel caos. In quest’epoca egoistica vivono tutti proiettati verso qualche miraggio là fuori quando il vero benessere risiede dentro di noi.
(da La Repubblica)
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Febbraio 15th, 2023 Riccardo Fucile
QUELLI CHE VIAGGIANO PIU’ SPESSO A SCROCCO SONO I SOVRANISTI
Dopo lo scandalo di corruzione del Qatargate, tra i deputati del
Parlamento europeo è scattata una corsa ad aggiornare il registro della trasparenza. A notare la strana tendenza è il quotidiano belga Le Soir, che ha analizzato oltre 328 dichiarazioni – riguardanti 140 eurodeputati – pubblicate da inizio legislatura, di cui 100 depositate soltanto nelle ultime settimane, proprio in seguito allo scoppio dello scandalo ha travolto l’Eurocamera.
Nel registro della trasparenza sono comparsi improvvisamente centinaia di viaggi di lavoro e soggiorni di lusso. In alcuni casi a spese del Parlamento Ue, in altri a spese di organizzazioni o Paesi terzi. Tutti viaggi perfettamente regolari e documentati – non sempre in modo tempestivo – ma che potrebbero anche rivelare uno degli strumenti di influenza più usati da alcuni governi che avrebbero interesse a condizionare i deputati europei.
Il recordman di viaggi
Il primo in classifica per numero di viaggi rendicontati è il tedesco Reinhard Bütikofer, esponente del gruppo dei Verdi e membro della commissione Affari esteri. Da inizio legislatura, l’eurodeputato ha compiuto 22 viaggi in 13 Paesi diversi, tra cui Australia, Russia, Cina, India e Stati Uniti, tutti pagati dal budget del Parlamento Ue. Ci sono viaggi, poi, destinati a far discutere più di altri. Come quello del polacco Radoslaw Sikorski, che ogni anno viene ospitato in un resort a 5 stelle per offrire la sua consulenza al Sir Bani Yas Forum, negli Emirati Arabi Uniti. Un’attività che gli frutta un compenso annuo di 90mila euro.
Le mete più ambite dai conservatori
I parlamentari che viaggiano più spesso sono quelli del gruppo Ecr, il più a destra del Parlamento Ue. È riconducibile a loro, infatti, circa il 25 per cento dei viaggi documentati nel registro della trasparenza. Tra le mete più ambite dai conservatori europei ci sono l’India e la Russia.
Tra i banchi della sinistra, invece, spuntano anche le 22 notti di soggiorno in Venezuela dello spagnolo Manu Pineda, pagate dal Partito Socialista del paese sudamericano. Presente nell’inchiesta di Le Soir, infine, anche il viaggio in Qatar dei socialisti Marc Tarabella, Alessandra Moretti, Christian Silviu Busoi. La visita, organizzata su invito del Comitato nazionale per i diritti umani del Qatar, risale al febbraio 2020. La dichiarazione al registro trasparenza, però, è avvenuta solo qualche settimana fa, a scandalo scoppiato.
(da Open)
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Febbraio 15th, 2023 Riccardo Fucile
SANZIONI ANCHE CONTRO L’IRAN
La presidente della Comissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato nuove sanzioni alla Russia per il 24 febbraio, anniversario dell’invasione dell’Ucraina.
«Proporremo un decimo pacchetto di misure. Con nuovi divieti commerciali e controlli sulle esportazioni di tecnologia verso la Russia. Questo pacchetto ha un valore complessivo di 11 miliardi di euro. Proporremo, tra l’altro restrizioni all’esportazione di molteplici componenti elettronici utilizzati nei sistemi armati russi, come droni, missili ed elicotteri», ha spiegato von der Leyen.
Che ha annunciato anche una novità sull’Iran: «Per la prima volta proponiamo sanzioni anche nei confronti di Teheran. Comprese quelle legate alla Guardia Rivoluzionaria iraniana».
La presidente della Commissione ha annunciato che il supporto a Kiev «continuerà ad essere stabile e prevedibile, ogni mese. Questo è ciò che l’Europa ha promesso. E noi abbiamo mantenuto la nostra promessa». E ha detto che il Cremlino è stato costretto ad attingere alle sue riserve auree: «Putin pensava che il nostro sostegno all’Ucraina non sarebbe durato. Pensava che sarebbe stato facile tenere l’Europa sotto ricatto, a causa della nostra dipendenza dal petrolio e dal gas russo. Ma si sbagliava anche in questo caso. Oggi, a un anno dall’inizio della guerra, ha già perso la guerra energetica che aveva iniziato. Ci siamo riposizionati, grazie a partner affidabili, e i risultati si vedono. Le entrate della Russia derivanti dalle vendite di gas all’Europa si sono ridotte di due terzi. Il Cremlino è costretto a vendere le riserve d’oro per colmare i vuoti lasciati dalla mancanza di entrate petrolifere. Il tentativo di Putin di ricattare l’Europa sull’energia si è rivelato un fallimento totale», ha concluso.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2023 Riccardo Fucile
350 ADOTTATI DA FAMIGLIE RUSSE, MILLE IN ATTESA
Sono almeno 6 mila i bambini ucraini che hanno frequentato i campi di
rieducazione in Russia nell’ultimo anno. Diverse centinaia sono stati trattenuti per settimane o mesi. Oltre la data prevista per il ritorno.
Lo rivela un rapporto dello Yale Humanitarian Research Lab, finanziato dal Dipartimento di Stato americano.
Dal quale si evince che Mosca ha anche accelerato l’adozione e l’affidamento di bambini provenienti dall’Ucraina. E questo potrebbe diventare un crimine di guerra. In 43 campi aperti tra Russia, Crimea e Siberia, sono stati portati anche bambini di appena quattro mesi. Con l’obiettivo di dare loro «un’educazione patriottica e militare russa».
Il rapporto
Il rapporto sostiene che in almeno due campi la data di rientro dei bambini è stata ritardata di settimane. Mentre in altri due il rientro di alcuni bambini è stato posticipato a tempo indeterminato. Secondo il rapporto le autorità russe hanno cercato di fornire ai bambini un punto di vista favorevole a Mosca. Attraverso i programmi scolastici, le gite in luoghi patriottici e i discorsi dei veterani. I bambini sarebbero stati anche addestrati all’uso delle armi da fuoco. Anche se Nathaniel Raymond, un ricercatore di Yale che ha supervisionato il rapporto, ha detto che non ci sono prove che siano stati mandati a combattere. «Le prove sempre più evidenti delle azioni della Russia mettono a nudo gli obiettivi del Cremlino di negare e sopprimere l’identità, la storia e la cultura dell’Ucraina», ha dichiarato il Dipartimento di Stato americano in un comunicato.
Secondo il report gli impatti devastanti della guerra di Putin sui bambini ucraini si faranno sentire per generazioni. 350 bambini sono stati adottati da famiglie russe. Più di mille sono in attesa di adozione. L’ambasciata russa a Washington ha replicato via Telegram: «La Russia ha accettato i bambini che sono stati costretti a fuggire con le loro famiglie dai bombardamenti. Mosca fa del suo meglio per mantenere i minorenni nelle famiglie e, in caso di assenza o morte di genitori e parenti, per trasferire gli orfani sotto tutela». Il rapporto chiede di fermare le adozioni e l’accesso ai campi a un organismo neutrale.
(da Open)
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